Siria, o tempo sospeso
maggio 20, 2013 Lascia un commento
Dedefensa 18 maggio 2013
Questo 18 maggio 2013, M. K. Bhadrakumar ha descritto, sul suo Indian PunchLine, la situazione in Siria dopo l’incontro Obama-Erdogan a Washington. Non che questo incontro sia stato critico, in qualche modo, ma perché, è vero, ha una posizione simbolica di rilievo nel quadro generale. Non è irragionevole osservare che identifica, colorando la percezione e il giudizio generale, tratti di amarezza e disillusione già intuiti in ciò che noi percepiamo quale sensazione depressiva, l’11 maggio 2013. (Parliamo soprattutto degli “Amici della Siria” del blocco BAO che volevano da due anni la testa di Assad, e quindi l’amarezza e la delusione riguardo ai loro piani. Ma crediamo che questi due sentimenti vanno ben oltre la portata di questo piano…) Questa volta, perché spesso commenta distinguendo il vincitore nella parte diplomatica che osserva, l’ex diplomatico M. K. Bhadrakumar non si occupa, giustamente a nostro avviso, del dettaglio della “vittoria”, ma piuttosto descrive il crollo generale che non comporta necessariamente la vittoria dell’uno o dell’altro, in senso costruttivo o possibilmente ri-strutturativo, cosa che appassiona uno spirito diplomatico.
“La visita del primo ministro turco Recep Erdogan a Washington, che dovrebbe fare pressione sull’amministrazione Obama affinché prenda una posizione più dura contro il regime siriano. Erdogan avrebbe preteso l’imposizione di una ‘no-fly-zone’ degli USA in Siria e maggiori rifornimenti di armi ai ribelli. Invece, Obama si è opposto insistendo che non vi è alcuna “formula magica” per risolvere la crisi [...] In poche parole, Obama non è disposto a lasciare che gli Stati Uniti siano coinvolti in un altro pantano simile all’Iraq. Il cambio di regime è un obiettivo che va bene, ma ci deve essere una transizione negoziata [...] Il video scelto mostra un Erdogan in piedi ed insolitamente sottotono, sotto la pioggia nel Giardino delle Rose, mentre Obama dettava le condizioni. Erdogan ascoltava educatamente, ma poi alla Brookings ha preso per la tangente e ha colpito di nuovo laddove fa male agli interessi degli Stati Uniti, insistendo sul fatto che Hamas è un legittimo partecipante ai colloqui di pace in Medio Oriente. Ha rivelato che si sarebbe presto diretto in Russia e nei Paesi del Golfo per dei colloqui sulla Siria, “per valutarne la situazione”. Erdogan aveva ulteriormente ribadito l’intenzione di visitare Gaza il mese prossimo. Erdogan non è l’unico che si sente deluso. I sauditi sono lividi. Il quotidiano governativo Asharq al-Awsat ha stracciato la politica degli Stati Uniti sulla Siria, con un articolo d’opinione dal titolo “Il tradimento di Obama”, a firma del caporedattore del quotidiano Eyad Abu Shakra. Dice: “Obama ha scelto l’interpretazione russa… Washington ha accettato in realtà che Bashar al-Assad rimanga al timone in Siria fino alla fine del mandato presidenziale nel prossimo anno, esattamente come la Russia e l’Iran vogliono.” [.. .] Non sorprende che la Russia stia tenendo le dita incrociate. Come l’analista strategico di Mosca Fjodor Lukjanov ha osservato in un articolo di opinione per l’agenzia di stampa ufficiale Novosti, è davvero una situazione in cui le cose potrebbero andare in entrambi i modi, “un momento critico, per gli avvinghiati sostenitori ed oppositori della soluzione negoziata in Siria. Infatti, ciò che la Russia può fare per il momento è assicurarsi che ogni impresa avventuristica occidentale che oggi voglia adottare l’intervento militare in Siria, lo trovi costoso e inaccettabile”.”
Nel suo commento, M. K. Bhadrakumar cita in realtà il testo del 16 maggio 2013 di Eyad Abu Shakra, direttore del quotidiano arabo pubblicato a Londra e rappresentante gli interessi sauditi, Asharq al-Awsat. C’è in realtà tutta la rabbia e il risentimento di chi si sente tradito dagli altri, soprattutto dal primo traditore (“Il tradimento di Obama“); nel suo testo Eyad Abu Shakra designa anche la Turchia come altro “traditore” che segue la propria strada, non facendosi carico di alcun rischio verso la Siria (“La retorica del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan è cambiata completamente, sottolineando in difensiva che la Turchia “non sarà trascinata nella deliberata trappola siriana“). Si capisce quindi la logica nel ricercare altre nuove disposizioni, come farebbe l’Arabia Saudita proprio con l’Iran, a cui M. K. Bhadrakumar si riferisce indicando il testo di DEBKAfiles che abbiamo postato il 14 maggio 2013.
“Tuttavia, se guardiamo oltre l’ingenuità nel credere che i diritti umani siano l’unico fattore che muove la grande politica internazionale, troviamo che i risultati del vertice anglo-statunitense di questa settimana non siano così sorprendenti. Non è necessario essere un genio per capire che il presidente Obama ha accettato l’interpretazione russa dell’accordo di Ginevra sulla Siria. È ormai chiaro che Washington ha accettato la realtà di un Bashar al-Assad che rimane alla guida della Siria fino alla fine del mandato presidenziale del prossimo anno, esattamente come la Russia e l’Iran hanno voluto. Nessuno crederà alla promesse di Obama, o a quelle del suo alleato britannico, la cui retorica ha ingannato molti in questi ultimi mesi: le promesse di “una Siria senza Assad” senza scadenze e senza affermare che la partenza di Assad sia preludio necessario a qualsiasi risoluzione politica. Questo discorso dolce è solo una copertura per i fallimenti di una politica estera priva di senso o totalmente cospirativa verso una regione vitale per gli interessi della gente di Washington, che non vi vedono nulla di male nell’ignorare[...] Alla luce degli eventi degli ultimi due anni, l’adozione da parte dell’amministrazione statunitense dell’interpretazione di Mosca dell’accordo di Ginevra, rappresenta un tradimento del popolo siriano che, per molti versi, è parallelo al tradimento di Obama del popolo palestinese, dopo le promesse fatte nella sua prima visita presidenziale in Medio Oriente.”
• Le posizioni della maggior parte dei soggetti esterni sono paradossalmente definite dalle fluttuazioni più estreme, che riflettono la confusione e il disordine di questo periodo di transizione, che sono il marchio della situazione in Siria e dintorni. Un caso esemplare è dato dalla posizione d’Israele, dove si moltiplicano i segni della divisione interna, confermati dalla visita in Russia di Netanyahu e dai suoi colloqui con Putin. Eli Bardenstein ha scritto su Ma’ariv del 16 maggio:
“Il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu condivide le preoccupazioni della Russia sulla caduta di Assad e l’ascesa delle forze islamiche radicali, ha detto un funzionario russo al corrente della conversazione che Netanyahu ha intrattenuto con il presidente russo Vladimir Putin a Sochi. Detto questo, un alto funzionario russo al corrente della conversazione [...] ha spiegato le differenze tra gli atteggiamenti russo e israeliano: “Israele non vuole che continui il governo di Assad, ma ha paura delle alternative, considerando che la Russia vuole che Assad sia parte della soluzione politica nel Paese, almeno nella fase iniziale.” Tali valutazioni sono conformi al fatto che ci siano differenze di opinione in Israele sul fatto di sostenere azioni che avrebbero portato alla caduta di Assad. Funzionari dei servizi segreti israeliani ritengono che, nonostante ciò [la caduta di Assad] rafforzi le forze ribelli radicali in Siria e aumenti la minaccia del terrorismo contro Israele, fermare il programma nucleare iraniano è l’obiettivo supremo di Israele, e la caduta di Assad servirebbe allo scopo, perché distruggerebbe l’asse del male composto da Iran, Siria e Hezbollah. In alternativa, altri funzionari israeliani ritengono che l’aumento del terrorismo nella Siria del post-Assad sarebbe lo scenario più preoccupante. A quanto pare, Netanyahu sostiene la seconda ipotesi.”
• D’altra parte, tra i cambiamenti più drammatici, vi sono alcune osservazioni sulla consegna dei missili della difesa aerea russi S-300 alla Siria, di cui non si sa ancora nulla di chiaro (sono già stati consegnati? Lo devono essere? Ancora nulla di fatto? Ecc.). Alcuni commentatori israeliani considerano l’eventualità peggiore, l’attacco agli S-300 da parte d’Israele. Su al-Monitor Israel Pulse del 17 maggio 2013, Ben Caspit esplora l’ipotesi di un attacco del genere in una varietà di opzioni. In tutti i casi presi in considerazione, il pericolo è la considerevole estensione della crisi siriana a una guerra generalizzata nella regione, anche con il coinvolgimento di potenze esterne dal peso enorme, in questo caso la Russia… (Va notato che tutte queste situazioni si basano sul fatto, che sembra dato per dimostrato dai commentatori, che l’S-300 sia un’arma terrificante che paralizza completamente l’attività delle forze aeree israeliane. Si è visto [13 maggio 2013] che alcuni esperti non condividono per nulla questo punto di vista.)
“La situazione è più pericolosa che mai, soprattutto perché tutti i soggetti coinvolti, e sono molti, vengono trascinati in una situazione del tipo “Comma-22″. Israele non può accettare la presenza dei missili S-300 in Siria, dal momento che questi missili possono essere utilizzati per abbattere i jet della sua aviazione appena decollano dalle basi in Israele. Questo sarebbe un duro colpo per il datato dominio aereo d’Israele in Medio Oriente. D’altra parte, se Israele attaccasse quei missili, si troverebbe impelagato contro tutti i suoi nemici in una sola volta, e anche con la Russia. Cosa troppo difficile da gestire, anche per Israele...”
I russi hanno una linea, sono coerenti e nella confusione generale appaiono a tutti una potenza specifica e un polo di stabilità, con una politica ben definita e financo solidamente poggiata su principi ben strutturati. Ecco perché, ovviamente, dominano la situazione in termini di potenza e d’influenza, ora essenziali in questa regione. Il loro più grande rivale, quindi, è il disordine, suscitato dal controllo totale del movimento ribelle da parte degli estremisti islamici, un disordine che causerebbe altri danni agli USA se lasciassero la loro linea attuale (quale possa essere giudicata) per un improvviso e più assertivo intervento che potrebbe causare altri attacchi israeliani, e così via. Per questo motivo, i russi hanno abilmente determinato la loro posizione d’influenza, perché è anche una posizione di autorità che potrebbe anche adottare un certo atteggiamento arbitrale e di fermezza, che appare soggettivamente favorevole ad Assad, ma soprattutto perché Assad è al momento l’ordine e la sovranità. Il problema attuale è che la situazione è così confusa che l’”alleanza” del blocco BAO e soci va crepandosi fortemente da tutte le parti, che la posizione dei ribelli sul terreno è assai incerta, che esistono varie tentazioni per una qualsiasi spinta o un qualsiasi tentativo disperato, il cui risultato temuto dai russi sarebbe per lo meno la vittoria a sorpresa del campo anti-Assad e un’improvvisa accelerazione e rapida espansione di un disordine che diventerebbe incontrollabile. Per loro, quindi, l’incerta conferenza di Ginevra (Ginevra-2) è diventato l’obiettivo primario, non per una sua virtù intrinseca, ma perché manca di meglio, perché questa conferenza è l’unica speranza per la stabilizzazione istituzionalizzata, almeno temporanea, della situazione. (“La Russia sta tenendo le dita incrociate [...] s’è davvero nella posizione in cui le cose potrebbero andare in entrambi i modi”, “un momento critico, con gli avvinghiati sostenitori e oppositori della soluzione negoziata in Siria”. “Infatti, ciò che la Russia può fare per il momento è di assicurarla...”)
La cosa più notevole dell’atteggiamento russo è, infatti come abbiamo visto, questo desiderio del principio dell’ordine quasi ad ogni costo, soprattutto in quel “quasi”. I russi vi arrivano grazie ad una convergenza nella fermezza delle due personalità, Putin e Lavrov, a non farsi travolgere dalla fragilità e dalla vulnerabilità potenziale dell’unico attore responsabile fino ad apparire come l’arbitro del dramma siriano, implicita nella loro posizione, come accadrebbe nel caso se, per esempio, abbandonassero il principio della fornitura degli S-300, apparendo improvvisamente deboli nel loro ruolo, avendo speso tutta l’autorità e l’influenza in questo ruolo, acquisendo una certa tregua a breve termine, ma perdendo autorità e influenza. Mantenendo questa fermezza nella loro politica, si assumono rischi a breve termine, ma risparmiano le possibilità a lungo termine, e infine rafforzano la loro posizione; d’altra parte dicendosi pronti a un confronto, se nuove e brutali condizioni lo rendessero necessario. Tuttavia, iniziando in modo molto incerto e incentrato solo sulla comunicazione sul possibile uso di armi chimiche in Siria, il periodo è diventato molto importante, se non fondamentale (ma non ancora decisivo); in realtà transitoria (“tempo sospeso”), ma per uno scopo (vertice alla conferenza Ginevra-2) che, se raggiunto, stabilirà una nuova situazione che a sua volta genererebbe nuovi disordini. Si tratta di un periodo di transizione, la cui alternativa è in primo luogo un “progresso” che porrebbe soltanto i termini della crisi siriana sulle diverse direzioni in cui il disordine si svilupperebbe, in un modo o nell’altro, a seconda della possibilità dell’accelerazione improvvisa del disordine. Tutta la brillantezza dei russi non può fare nulla, fondamentalmente perché nessuno può fare nulla di essenziale. La presenza di ciò che chiamiamo l’infrastruttura critica non consente una risoluzione della crisi siriana con un processo politico convenzionale: la crisi siriana è parte del contesto generale della crisi e del crollo del sistema che dipende totalmente dall’evoluzione generale della crisi, che si esprime come “crisi acuta” per eccellenza. Ciò supera le capacità degli attuali sapiens del XXI.mo secolo.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora




![4117644-3x2-700x467[1]](http://aurorasito.files.wordpress.com/2013/05/4117644-3x2-700x4671.jpg?w=630&h=420)







