Geopolitica della guerra imperialista contro la Siria: il vecchio ordine del Medio Oriente

Parte seconda
Fida Dakroub, Mondialisation, 22 maggio 2012 

Generalità
Molta infelicità nasce in questo mondo dalla confusione e dalla cose uccise [1]. Si pubblicano libri su libri, articoli su articoli, molti anche cinque o sei volte, in modo che non ci si perda durante la lunga strada verso la cosiddetta “rivoluzione” siriana, i cui eroi assediano da un anno e oltre, il “tiranno di Damasco” nel suo Gran Serraglio di dispotismo e tirannia. Analisi preliminari, analisi degli incidenti, analisi interne, e altri processi ausiliari ed essenziali, in ogni momento, crescono con grande proliferazione.
Riguardo ciascuno di queste grandi e piccoli analisi, i conduttori televisivi s’impegnano di routine, sui grandi schermi, in interviste con docenti specialisti di scienze politiche, esperti di affari siriani, presidenti dei centri di ricerca sul Medio Oriente, orientalisti ciarlatani diventati esperti di geostrategia nel Medio Oriente dopo aver letto “Tintin ed i sigari del Faraone“. Tutto questo rumore, frastuono, di quello che diranno, questo sbadiglio, russare, alla radio, in televisione, su internet, nelle sale da pranzo, tutto ciò è il “grande dibattito” sulla “primavera araba” e la supposta “rivoluzione” siriana, per l’appunto. Sono soprattutto questi “dottori” in sciamanesimo mediorientale che i media dell’ordine sono soliti fare riferimento, nel desiderio di riprodurre l’immagine tipica del “dispotismo” arabo contro la “democrazia democratica” dell’occidente. Tuttavia, questa volta, vediamo questi stessi “dottori”, che sono tanto consultati, precipitarsi davanti alle telecamere dei media dell’ordine, emittenti della propaganda imperialista, non per accusare gli arabi di “innata inclinazione al dispotismo“, ma piuttosto per glorificarli e congratularsi con loro per la loro “primavera”, considerata dai fanfaroni dell’imperialismo come l’”ultima incarnazione” del definitivo compimento della democrazia occidentale borghese. Plaudite, acta est fabula![2]

I due assi belligeranti in Medio Oriente
Tuttavia, dietro questo tremendo idillio tra i media dell’ordine e le “rivoluzioni arabe” si nascondono, con tutta l’ipocrisia del discorso “filantropico” e “liberatore”, gli interessi strategici dell’imperialismo mondiale in Medio Oriente.  
Dopo la sconfitta di Israele nella Seconda Guerra del Libano [3], l’Impero si è svegliato nell’amara realtà che gli iraniani sono già alle porte di Israele e l’arco sciita si è ben consolidato dall’Iran a est al Libano ad ovest, attraversando l’Iraq e la Siria. Questo asse contro l’Impero in Medio Oriente comprende, infatti, tre paesi: Iran, Siria e Libano (si aggiunga il governo Maliki in Iraq, dopo il ritiro delle truppe statunitensi). Il segretario generale dell’organizzazione Hezbollah, Hassan Nasrallah, l’ha ben descritto quando ha detto che questo asse ha tre ‘corpi’: la spalla (Iran), il braccio (Siria) e il pugno (Libano) [4].
Di fronte a questo asse, vi è l’asse pro-Impero, composto da Israele, punta di diamante dell’imperialismo mondiale in Medio Oriente, dagli emirati e dai sultanati della penisola arabica, dall’Egitto a sud (prima della detronizzazione del suo Faraone Mubarak), e dalla Turchia a nord. Infatti, l’asse dell’Impero è stato costituito nel 1978 con la creazione dell’ordine di Camp David [5], che aveva sostituito l’ordine del secondo dopoguerra.
In questo senso, ci sentiamo veramente “imbarazzati” nel credere al discorso “filantropico” dei fanfaroni della tragedia della “i”, ed interpretare, quindi, gli eventi che sconvolgono il mondo arabo, come fatti isolati dai piani espansionistici dell’Impero nella regione.  
Le nostre osservazioni del paesaggio siriano hanno portato a questo risultato: che l’insurrezione armata in Siria e l’improvvisa comparsa di gruppi islamici salafiti sulla scena degli eventi, non può essere compresa né dal discorso dei media dell’ordine occidentali e arabi subordinati, né ricordando a memoria il discorso poetico e miserabile del Consiglio nazionale siriano [6], ma piuttosto determinando 1) le componenti etniche e religiose del paesaggio della Siria, 2) le condizioni storiche della nascita di nuovi stati in Medio Oriente, dopo lo smembramento dell’impero ottomano nel 1918 [7], 3) il fallimento dell’impero statunitense dopo le guerre in Afghanistan e in Iraq; 4) la sconfitta di Israele nella seconda guerra del Libano [8].
Detto questo, qualsiasi discussione sulla violenza in Siria – un nome che troviamo più realistico della fantastica “rivoluzione” siriana – dovrebbe prendere come base per l’analisi, i punti di cui sopra.
Inoltre, ciò che cerchiamo di stabilire è proprio la conoscenza di un evento storico tanto significativo nella storia del Medio Oriente, e il suo effetto sugli attuali eventi in Siria; poiché anche se si possiede la conoscenza più completa possibile di tutti gli eventi della “Primavera araba“, saremmo impotenti di fronte alle seguenti domande:
In primo luogo, come spiegare il fatto che, ad un certo punto nella guerra contro il terrorismo dichiarata nel 2011, l’antagonismo Occidente-Islam è riuscito a formare un “fronte unito” che afferma di “difendere” democrazia e diritti umani nel mondo arabo; un “fronte” che raccoglie, dietro la barricata e anche sotto la stessa bandiera della “libertà, democrazia, giustizia“, l’imperialismo degli Stati Uniti, il neo-colonialismo europeo, l’islamismo del Califfato turco e il dispotismo oscurantista arabo?
In secondo luogo, come spiegare il fatto che gli emirati e sultanati arabi del Golfo si considerino minacciati dall’Iran, un paese musulmano, e non dallo stato ebraico stabilito nel cuore del mondo arabo dall’imperialismo britannico, all’indomani della Grande Guerra?
In terzo luogo, perché Israele, un paese che si considera ed è considerato l’”unica democrazia” in Medio Oriente, a un certo punto diventa la garanzia di continuità delle politiche oscurantiste delle monarchie dispotiche della penisola arabica?
In quarto luogo, come spiegare il fatto che, nonostante la propaganda imperialista e la disinformazione dei media contro la Siria, troviamo che la maggior parte dei siriani continua a sostenere il presidente Bashar al-Assad, e che anche la maggioranza dei libanesi e degli iracheni, per non parlare degli iraniani, lo supporta?
In quinto luogo, come spiegare il fatto che le minoranze cristiane d’Oriente, che normalmente si identificano con l’”Occidente cristiano” si sentano minacciate dalla “democrazia democratica” stessa dell’Occidente, e preferiscano la “tirannia” del presidente siriano Assad alla “libertà” promessa dall’imperialismo mondiale?
E’ vero che il numero e la natura delle cause determinanti di un singolo evento qualsiasi è sempre infinito, e non vi è nelle cose stesse alcun tipo di criterio che permetta di selezionare una parte di esse, come le sole da dover prendere in considerazione; ma non possiamo lasciarci prendere “dalla confusione e uccidere le cose” della propaganda imperialista, per la semplice ragione che le cause sono infinite; al contrario, il nostro lavoro analitico richiede la distribuzione delle cause infinite in gruppi finiti di cause, che limiteremo in due aspetti: 1) le componenti etniche-religiose del paesaggio della Siria naturale, o l’eterogeneità culturale siriana e 2) la concretizzazione politica di questa eterogeneità nella nascita di nuovi Stati, a seguito della dissoluzione dell’Impero Ottomano nel 1918, sulla base di precise condizioni storiche.

Il vecchio ordine in Medio Oriente
E’ chiaro fin dall’inizio, che il mondo arabo attraversa un periodo di profonda ristrutturazione della propria mappa geopolitica, delle sue frontiere esterne ed interne, dei nomi dei suoi paesi e della loro natura. Si tratta, infatti, di una seconda grande ricostruzione in un secolo; dopo la prima ricostruzione avutasi dopo la Grande Guerra e lo smembramento dell’impero ottomano nel 1918, da parte dell’imperialismo franco-britannico. Tra la prima ricostruzione (1918) e la seconda (2011), due revisioni sono state fatte:
In primo luogo, la revisione del secondo dopoguerra che è stata applicata negli anni Cinquanta e Sessanta. Questa revisione ha portato a due eventi principali: 1) la caduta delle monarchie create dall’imperialismo francese e britannico all’indomani della Grande Guerra, la monarchia di Idris I di Libia (1951-1969), il Regno d’Egitto [9] (1922-1953), il Regno d’Iraq [10] (1921-1958), la monarchia dello Yemen [11] (1918-1962) e 2) l’indipendenza delle colonie francesi e inglesi in Africa del Nord e Medio Oriente.
In secondo luogo, la revisione dell’ordine di Camp David, istituito nel 1978 a seguito della guerra “carnevalesca” dell’ottobre 1973. Questa seconda revisione ha portato alla nascita di dittature e monarchie sanguinarie imposte e sostenute dall’imperialismo mondiale [12]. Per tre decenni, mostri come Mubarak, Saddam, gli emiri e i sultani della penisola arabica, godettero della benedizione dell’impero statunitense e dei suoi alleati europei. Da un lato, lo status quo ha imposto Israele al centro delle relazioni regionali, dall’altra parte, ha permesso a despoti e mostri arabi, docili all’impero statunitense, di tiranneggiare i loro popoli e di terrorizzarli con tortura, oppressione e sterminio. Qui citiamo l’esempio di Saddam Hussein, che si precipitò in una guerra selvaggia contro il popolo iraniano (1979 – 1988) causando 1,5 milioni di vittime fra morti e disabili [13], e l’esempio di Mubarak, il faraone egiziano e figlio di Ramses II, che s’impose in Egitto ed ha affamato il suo popolo per trentanni come nessun altro Faraone aveva mai fatto.   

L’accordo Sykes-Picot (1916)
Come evidenziato dalla mappa geopolitica del Medio Oriente, i confini degli Stati esistenti furono elaborati in piena Grande Guerra (1914 – 1918), proprio come una divisione coloniale, risultata da diversi accordi e trattati imposti da Francia e Regno Unito, le due grandi potenze coloniali del tempo; citiamo l’accordo Sykes-Picot (1916), la Dichiarazione Balfour (1917), la Conferenza di Pace (1919), il trattato di Sevres (1920) e il Trattato di Losanna (1923). Ne risulterà che francesi e britannici ridisegnarono i confini interni ed esterni delle province arabe dell’Impero ottomano, in base ai propri interessi coloniali e non, ovviamente, nell’interesse dei popoli conquistati.
Il primo accordo tra le potenze coloniali, sul futuro delle province arabe dell’Impero Ottomano, fu quello Sykes-Picot del 1916. Le grandi potenze erano in guerra. Il costo di questa guerra raggiunse già i milioni di morti e mutilati, lasciati nelle trincee di una guerra fatta per determinare quale gruppo di briganti finanziari avesse la quota maggiore di bottino coloniale. Tuttavia, lontani dai bombardamenti dell’artiglieria pesante, a Downing Street, a Londra, le due potenze coloniali, Francia e Regno Unito, si stavano preparando per ritagliare e spezzettare il “malato d’Europa“. Per queste due superpotenze, il crollo dell’Impero Ottomano era una questione di tempo.
A seguito dei lavori epistolari preparatori, durati diversi mesi, tra Paul Cambon, ambasciatore di Francia a Londra, e Sir Edward Grey, Segretario di Stato al Ministero degli Esteri, l’accordo Sykes-Picot venne concluso da Francia e Regno Unito, tra Sir Mark Sykes e François Georges-Picot, il 16 maggio 1916. L’accordo prevedeva la frantumazione del Levante e della Mesopotamia, in particolare dello spazio tra Mar Nero, Mar Mediterraneo, Mar Rosso, Oceano Indiano e Mar Caspio, allora parte dell’Impero ottomano.
Inoltre, la Russia zarista e l’Italia avevano partecipato alle deliberazioni e diedero il loro assenso ai termini dell’accordo, che rimase segreto fino al gennaio 1918 quando il nuovo governo bolscevico in Russia, l’aveva portato all’attenzione del governo della Sublime Porta, ancora proprietario dei territori interessati.  
Secondo l’accordo Sykes-Picot, il Levante e la Mesopotamia, vale a dire la Siria naturale [14], sarebbero stati divisi in cinque zone:
1. Zona di amministrazione diretta francese, formata dall’attuale Libano e dalla Cilicia;
2. Zona araba A, d’influenza francese nel nord della Siria e nella provincia di Mosul;
3. Zona di amministrazione diretta inglese formata da Kuweit e dalla Mesopotamia;
4. Zona araba B, d’influenza britannica, comprendente Siria meridionale, Giordania e il futuro mandato della Palestina;
5. Zone d’amministrazione internazionale, comprendente San Giovanni d’Acri, Haifa e Gerusalemme. Il Regno Unito otterrà il controllo dei porti di Haifa e di Acri [15].  
A un altro livello, gli Stati Uniti, che si presentavano nel ventesimo secolo come una forza “liberatrice”, non parteciparono alle delegazioni Sykes-Picot, e il presidente Woodrow Wilson cercò di presentare l’argomento dell’autodeterminazione dei popoli. Pertanto, spiegò l’8 Gennaio 1918 davanti al Congresso degli Stati Uniti, i quattordici punti che, secondo lui, avrebbero contribuito a regolare il dopo-guerra. In linea con questi quattordici punti, venne avanzata l’idea di inviare una commissione d’inchiesta nella provincia siriana.
Il dodicesimo punto indicava la posizione di Wilson sulla divisione dell’Impero Ottomano:
Alle regioni turche dell’impero ottomano, dovrebbe essere garantita la sovranità e la sicurezza, ma per le altre nazioni che sono ora sotto il dominio turco, dovrebbe essere garantita la sicurezza assoluta della vita e la piena opportunità di svilupparsi autonomamente; riguardo allo stretto dei Dardanelli,  dovrebbe rimanere sempre aperto, per consentire il libero passaggio alle navi e al commercio di tutte le nazioni, sotto delle garanzie internazionali [16].”
Infatti, i principi di Wilson non furono completamente rifiutati, l’occupazione britannica e francese delle province arabe dell’Impero Ottomano, al contrario, li legittimarono. I principi di Wilson riconobbero solo la sovranità delle regioni turche dell’Impero; riguardo le regioni arabe, questi principi garantirono solo, senza assicurare, la “sicurezza assoluta della vita e la piena possibilità di svilupparsi autonomamente.” Ciò significava, sottinteso, che i punti di Wilson ritenevano i siriani incapaci di decidere il proprio destino e il proprio futuro, e quindi di dover rimanere sotto una sorta di protettorato coloniale, prima che potessero avere la loro indipendenza.
Dal punto di vista del suo contenuto e non della sua forma, il discorso “liberare” di Wilson non si discosta molto da quello fatto dalle potenze coloniali alla Conferenza di Berlino, nel 1884, per giustificare la divisione dell’Africa [17]. Se la Conferenza di Berlino (1884) adottò un discorso sulla “civilizzazione” per giustificare il saccheggio dell’Africa [18], la Conferenza di Pace (1919) preferì un discorso “liberatore” per regolare l’assalto al Medio Oriente. Ricordiamoci anche, en passant, del discorso “democraticista” dell’Impero statunitense alla vigilia dell’invasione dell’Iraq, nel 2003.
Contrariamente a ciò che la Conferenza di Pace diffuse, i siriani [19] erano determinati a raggiungere l’indipendenza e a governare indipendentemente dalle potenze coloniali. Ciò era giustificato dalla presenza, fin dal XIX secolo, di grandi partiti politici, movimenti, organizzazioni, club, giornali, stampa, pubblicazioni, il cui obiettivo principale era raggiungere l’indipendenza delle province arabe dall’Impero ottomano. Infatti, non è vero che i turchi, sconfitti nella Grande Guerra, abbandonarono macchia e boschi occupati da una popolazione primitiva, come ama diffondere il discorso colonialista; al contrario, le città arabe dell’Impero Ottomano aveva raggiunto, a quel tempo, un livello molto avanzato nel campo dell’organizzazione urbana.   
Certo, la posizione degli Stati Uniti di fronte ai progetti di suddivisione del Levante, alla vigilia della Conferenza di Pace (1919), non può essere spiegata con la natura, allora “liberatrice” degli Stati Uniti, o dalla “buona volontà” e dal “libero arbitrio” del presidente statunitense Woodrow Wilson, “Pace dalle sue ceneri”; ma piuttosto dall’analisi oggettiva dell’”astinenza” statunitense, considerata nel contesto del rapporto di forze allora stabilito tra le due scaltre potenze coloniali, e che erano state sul punto di perdere la guerra in Europa, Francia e Regno Unito, da un lato, e una potenza imperialista in ascesa, che si precipitò in loro soccorso nel 1917, gli Stati Uniti, dall’altro lato.   In altre parole, gli Stati Uniti volevano, a quel tempo, frenare le ambizioni coloniali di Francia e Regno Unito, che si stavano preparando a una soluzione globale del Medio Oriente, secondo il modello applicato in Africa. Inoltre, gli interessi degli Stati Uniti esigevano che le province arabe dell’Impero ottomano non fossero sotto un’occupazione diretta che portasse a una soluzione globale, come era stato fatto in Africa, ma sotto un’occupazione indirettamente controllata dalla Lega delle Nazioni.
In base a questa determinazione nel rifiutare l’imperialismo britannico e francese, e le sue manifestazioni, un nuovo sistema giuridico venne introdotto gradualmente. La Società delle Nazioni organizzò nel contesto di un comitato, una consultazione delle popolazioni interessate. La Commissione d’inchiesta King-Crane venne inviata nel 1919 in Palestina, Libano, Siria e Cilicia, per indagare sui desideri dei popoli circa il loro futuro. Anche in Iraq, gli inglesi lanciarono una consultazione pubblica tra dicembre 1918 e gennaio 1919.
Percependo che la situazione gli sfuggiva, francesi e britannici, che avevano partecipato alla cattura di Damasco nel 1918, lasciarono il comitato e subito imposero ai territori interessati nuove frontiere, come venne specificato dall’accordo Sykes-Picot. L’anno seguente, le forze britanniche si ritirarono dalla zona di influenza della Francia, cedendo il controllo alle truppe francesi.
Incapace di far fronte alla volontà delle potenze coloniali, la Lega delle Nazioni gli affidò, nel 1920, un mandato sulle province arabe dell’Impero Ottomano, che doveva portare rapidamente, almeno in teoria, all’indipendenza dei due territori. Tuttavia, i nazionalisti siriani, organizzati dalla fine del XIX secolo, dopo aver auspicato la creazione di una Siria indipendente, comprendente la Palestina e il Libano, respinsero il mandato. Nel marzo 1920, il Congresso Nazionale siriano, eletto nel 1919, aveva rifiutato il mandato francese e proclamò unilateralmente l’indipendenza del paese. Tuttavia, nell’aprile 1920, la conferenza di San Remo confermò l’accordo Sykes-Picot, e legittimò l’intervento militare francese. Pertanto, le truppe del generale Gouraud entrarono a Damasco a luglio, e schiacciarono brutalmente l’indipendenza della Siria. Migliaia di nazionalisti siriani furono fucilati dall’autorità occupante francese. Così si ebbe il crollo del “grande progetto arabo” di raccogliere attorno a Damasco le province arabe già facenti parte dell’Impero Ottomano. Mentre era stata ostile ai turchi, la popolazione siriana divenne rapidamente di sentimenti anti-francesi.
Così, dalla suddivisione della Siria naturale, emersero dei nuovi Stati, che non erano mai esistiti prima dell’occupazione franco-britannica: Iraq, Giordania, Kuwait, Libano, Palestina, Siria e altri due Stati che non durarono a lungo, grazie al rifiuto totale da parte del popolo siriano – questo rifiuto portò alla Rivoluzione siriana (1925 – 1927) – stiamo parlando dello stato dei drusi e dello stato alawita.

Fida Dakroub, Ph.D

Per contattare l’autrice: Bof Dakroub 

Note
[1] Citazione di Fëdor Dostoevskij.
[2] Sul letto di morte, l’imperatore romano Augusto, sentendosi sempre più indebolito, chiese uno specchio, si fece pettinare e rasare la barba. Dopo di che disse: “Non ho giocato bene la mia parte? Sì, si rispose; Battete le mani, pertanto, ha detto, il gioco è finito! Plaudite, acta est fabula!”
[3] Dakroub, Fida. (2012, 14 maggio). La sconfitta di Israele nella seconda guerra del Libano (2006) Centre de recherche sur la mondialisation, 21 maggio 2012
[4] Moqawama
[5] Gli Accordi di Camp David furono firmati il 17 settembre 1978, dal presidente egiziano Anwar Sadat e dal primo ministro israeliano Menachem Begin, sotto la mediazione del presidente statunitense Jimmy Carter. Si trattava di due accordi quadro che furono firmati alla Casa Bianca dopo 13 giorni di negoziati segreti a Camp David. Furono seguiti dalla firma del primo trattato di pace tra Israele e un paese arabo: il trattato di pace tra Israele ed Egitto del 1979.
[6] Vedi l’articolo dall’autrice, “Le 11-Vendémiaire de la Sainte-Révolution syrienne ou L’Échec du Conseil national syrien
[7] Indichiamo per condizioni storiche tutti gli accordi e i trattati tra le potenze coloniali e imperiali sulla divisione e spartizione del Levante tra i diversi stati antagonisti, nel periodo successivo alla Grande Guerra (1914-1918).
[8] Dakroub, Fida. La sconfitta di Israele nella seconda guerra del Libano (2006). op. cit.
[9] Il regno venne istituito nel 1922, quando il governo britannico riconobbe l’Egitto indipendente. Il sultano Fuad I divenne il primo re del nuovo stato. Farouk I succedette al padre come re nel 1936. Prima la Francia, l’Egitto venne occupato e controllato dal Regno Unito dal 1882.
[10] Il regno venne prima annunciato il 23 agosto 1921, durante il mandato britannico sulla Mesopotamia. Il mandato della Società delle Nazioni esercitato dal Regno Unito, fu annullato di diritto nel 1922, ma la tutela britannica rimase parzialmente in vigore; infatti, fino al 1932, quando l’Iraq vide la sua piena indipendenza riconosciuta di diritto con la sua adesione alla Lega.
[11] Il Regno dello Yemen era uno stato che è esistito nel 1918-1962, nel nord dello Yemen moderno.
[12] Özhan, Taha, (10 ottobre 2011). The Arab “Spring”, Hürriyet
[13] Karsh, Efraim. (2002), The Iran-Iraq War 1980-1988, Osprey, Londra.
[14] Si tratta qui della Siria naturale che corrisponde grosso modo alla Siria greco-biblica, situata tra l’Anatolia, la Mesopotamia, il Mediterraneo e il Sinai (oggi Siria, Libano, Palestina, Giordania, Iraq, Kuwait e stato ebraico).
[15] Laurens, Henry. Comment l’Empire ottoman fut dépecé, Le Monde Diplomatique, aprile 2003.
[16] I Quattordici Punti del presidente Wilson, Messaggio al Congresso che delinea il programma di pace degli Stati Uniti, 8 gennaio 1918.
[17] La Conferenza di Berlino segnò l’organizzazione e la collaborazione europea nella spartizione e divisione dell’Africa. La conferenza iniziò il 15 novembre 1884 a Berlino e terminò il 26 febbraio 1885. Su iniziativa del Portogallo e organizzato da Bismarck, Germania, Austria-Ungheria, Belgio, Danimarca, Spagna, Francia, Regno Unito, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Russia, Svezia, Norvegia e Turchia e Stati Uniti vi  parteciparono. La conferenza di Berlino non aveva spartito l’Africa tra le potenze coloniali, si limitò a stabilire le regole di questa divisione.
[18] Nel 1876, la conferenza di geografia di Bruxelles (12-19 settembre 1876) fu convocata dal re belga Leopoldo II per inviare spedizioni in Congo, per il presunto scopo di fermare la tratta degli schiavi attuata dagli arabi e, nelle sue stesse parole, per “civilizzare” il continente africano.
[19] Per siriani, intendiamo gli abitanti naturali della Siria prima dell’accordo Sykes-Picot.

Dottore in Studi francesi (UWO, 2010), Fida Dakroub è una scrittrice e ricercatrice, membro del “Gruppo di ricerca e studio sulle letterature e le culture del mondo francofono” (GRELCEF) presso l’University of Western Ontario. È autrice de “L’Orient d’Amin Maalouf, Écriture et construction identitaire dans les romans historiques d’Amin Maalouf” (2011).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il boom economico dell’Eurasia e la Geopolitica: il ponte terrestre della Cina verso l’Europa: L’alta velocità ferroviaria Cina-Turchia

F. William Engdahl,Global Research, 27 aprile 2012

La prospettiva di un boom economico eurasiatico senza precedenti, che duri fino al prossimo secolo e oltre, è a portata di mano. I primi passi che vincolano il vasto spazio economico sono stati fatti con numerosi e poco pubblicizzati collegamenti ferroviari che connettono Cina, Russia, Kazakistan e parti dell’Europa occidentale. Sta diventando chiaro a più persone in Europa, Africa, Medio Oriente e Eurasia, tra cui Cina e Russia, che la loro naturale tendenza a costruire questi mercati si trova di fronte a un solo grande ostacolo: la NATO e la completa ossessione per la Spectrum Dominance del Pentagono degli Stati Uniti. Le infrastrutture ferroviarie sono una chiave importante per la costruzione di nuovi grandi mercati economici, in tutta l’Eurasia.
Cina e Turchia sono in trattative per costruire un nuovo collegamento ad alta velocità ferroviaria in Turchia. Se completato, sarebbe il più grande progetto ferroviario del paese, compreso anche il collegamento ferroviario Berlino-Baghdad precedente alla prima guerra mondiale. Il progetto è stato forse il punto all’ordine del giorno più importante, molto più della Siria durante i colloqui a Pechino tra il Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan e la leadership cinese, ai primi di aprile. Il collegamento ferroviario proposto passerebbe da Kars, al confine orientale con l’Armenia, e attraverso la Turchia fino ad Istanbul, dove si collegherà al tunnel ferroviario Marmaray, attualmente in costruzione, che corre sotto lo stretto del Bosforo. Poi continuerà fino a Edirne, vicino al confine con Grecia e Bulgaria dell’Unione europea. Costerà una cifra stimata a 35 miliardi di dollari. La realizzazione del collegamento turco completerebbe il progetto cinese del ponte ferroviario Trans-Eurasia che porterebbe merci dalla Cina a Spagna e Inghilterra. (1)
La linea Kars-Edirne dovrebbe ridurre i tempi di viaggio attraverso la Turchia di due terzi, da 36 ore a 12. In base ad un accordo siglato tra la Cina e la Turchia, nell’ottobre 2010, la Cina ha acconsentito a concedere prestiti per 30 miliardi di dollari per la prevista rete ferroviaria. (2) Inoltre, una ferrovia Baku-Tbilisi-Kars (BTK) che collega la capitale dell’Azerbaijan Baku a Kars è in costruzione, aumentando notevolmente l’importanza strategica della linea Edirne-Kars. Per la Cina, ciò inserirebbe una nuova linea critica alla sua infrastruttura ferroviaria, che attraversa l’Eurasia fino ai mercati d’Europa e oltre.
La visita di Erdogan a Pechino è stata significativa per altri motivi. E’ stato il primo viaggio ad alto livello di un Primo Ministro turco in Cina, dal 1985. Il fatto che Erdogan abbia inoltre fissato un incontro ad alto livello con il vicepresidente cinese Xi Jinping, l’uomo che potrebbe essere il prossimo presidente cinese, e che gli sia stata concessa una visita straordinaria nella ricca zona petrolifera della Cina, la provincia dello Xinjiang, mostra anche l’alta priorità che la Cina sta mettendo nelle sue relazioni con la Turchia, una forza strategica chiave emergente in Medio Oriente.
Lo Xinjiang è una parte molto sensibile della Cina, in quanto ospita circa 9 milioni di uiguri che condividono un patrimonio turco con la Turchia, nonché l’adesione nominale al ramo turco sunnita dell’Islam. Nel luglio 2009 il governo degli Stati Uniti, agendo attraverso il National Endowment for Democracy, l’ONG che finanzia i cambi di regime, ha sostenuto una grande rivolta degli uiguri, in cui furono uccisi o feriti molti proprietari di negozi cinesi Han. Washington a sua volta, aveva accusato dei disordini Pechino, come parte di una strategia di crescente pressione sulla Cina. (3) Durante i disordini degli uiguri nello Xinjiang, del 2009, Erdogan accusò Pechino di “genocidio” e attaccò i cinesi sui diritti umani, un problema rischioso per la Turchia, dato i suoi problemi con i curdi. Chiaramente le priorità economiche di entrambe le parti hanno, ora, cambiato i calcoli politici.

Costruire il più grande mercato del mondo
Contrariamente al dogma di Milton Friedman e dei suoi seguaci, i mercati non sono mai “liberi.” Sono sempre prodotti dall’uomo. L’elemento essenziale per creare nuovi mercati è la costruzione di infrastrutture e la massa enorme dei collegamenti ferroviari dell’Eurasia è essenziale per questi nuovi mercati.  
Con la fine della Guerra Fredda nel 1990, il grande spazio terrestre sotto-sviluppato dell’Eurasia è diventato di nuovo aperto. Questo spazio contiene il 40 per cento della superficie totale nel mondo, in gran parte terra incontaminata principalmente dedita all’agricoltura, che contiene tre quarti della popolazione mondiale, un patrimonio di valore incalcolabile. Si compone di 88 paesi del mondo e dei tre quarti delle risorse energetiche mondiali conosciute, così come di ogni minerale noto necessario per l’industrializzazione. L’America del Nord come potenziale economico, ricco com’è, impallidisce al confronto.
La discussione sulla linea ferroviaria Turchia-Cina è solo una parte di una vasta strategia cinese, volta a tessere una rete di collegamenti ferroviari interni in tutto il continente eurasiatico. L’obiettivo è creare letteralmente il più grande nuovo spazio economico del mondo e, a sua volta, un nuovo grande mercato non solo per la Cina, ma per tutti i paesi eurasiatici, il Medio Oriente e l’Europa occidentale. Un servizio ferroviario diretto è più veloce e meno costoso delle navi o dei camion, e molto meno rispetto agli aerei. Per i  prodotti cinesi o altri eurasiatici, i collegamenti ferroviari del ponte terrestre creano una grande attività economica di scambio su tutta la linea ferroviaria.
Due fattori hanno fatto realizzare questa prospettiva per la prima volta, dalla Seconda Guerra Mondiale. Prima, il crollo dell’Unione Sovietica ha aperto lo spazio terrestre dell’Eurasia in modi completamente nuovi, come ha fatto l’apertura della Cina verso la Russia e i suoi vicini eurasiatici, superando decenni di diffidenza. Questo risponde all’ampliamento ad est dell’Unione europea verso i paesi dell’ex Patto di Varsavia.
La domanda di un trasporto ferroviario più veloce sulle grandi distanze eurasiatiche è chiara. L’attività dei porti dei contenitori della Cina e quella delle sue destinazioni europee e del Nord America, sta raggiungendo un punto di saturazione con i volumi del traffico dei contenitori che balzano sulla doppia cifra. Singapore ha recentemente sostituito Rotterdam come più grande porto del mondo in termini di volume. Il tasso di crescita dei porto per container nella Cina, nel 2006, prima dello scoppio della crisi finanziaria mondiale, era circa il 25% annuo. Nel 2007, i porti cinesi rappresentavano circa il 28 per cento di tutto il traffico nei porti per container del mondo. (4) Tuttavia c’è un altro aspetto delle strategie cinese e, in una certa misura russa, per il ponte terrestre. Spostando i flussi commerciali via terra, li rende più sicuri di fronte alle crescenti tensioni militari tra le nazioni della Shanghai Cooperation Organization, in particolare Cina e Russia, e la NATO. Il trasporto marittimo deve attraversare stretti passaggi altamente vulnerabili, o colli di bottiglia, come lo Stretto di Malacca malese.
La ferrovia turca Kars-Edirne sarebbe parte integrante di una intera rete di corridoi ferroviari cinesi, avviata in tutto il continente eurasiatico. Seguendo l’esempio di come le infrastrutture ferroviarie hanno trasformato lo spazio economico dell’Europa, e più tardi dell’America, nel corso del tardo 19° secolo, il governo cinese, che oggi si pone come costruttore di ferrovie più efficiente del mondo, ha tranquillamente esteso i suoi collegamenti ferroviari in Asia centrale e oltre, per diversi anni. Ha proceduto per segmenti, uno dei motivi per cui l’ampia ambizione della propria grande infrastruttura ferroviaria abbia attirato così poco attenzione, fino ad oggi, in Occidente, al di fuori del settore dei trasporti marittimi.

La Cina costruisce il secondo ponte eurasiatico
Entro il 2011 la Cina aveva completato un secondo ponte terrestre eurasiatico, che va dal porto cinese di Lianyungang sul Mar Cinese Orientale, fino a Druzhba in Kazakistan, e in Asia centrale, Asia occidentale e in Europa con varie destinazioni europee e, infine, a Rotterdam, il porto dell’Olanda sulla costa atlantica.
Il secondo ponte eurasiatico è una nuova linea ferroviaria che collega il Pacifico e l’Atlantico che è stato completato dalla Cina a Druzhba, in Kazakhstan. Questo nuovo ponte terrestre dell’Eurasia si estende nell’ovest della Cina attraverso sei province – Jiangsu, Anhui, Henan, Shaanxi, Gansu e regione autonoma di Xinjiang, che rispettivamente confinano con la provincia dello Shandong, la provincia dello Shanxi, la provincia di Hubei, la provincia del Sichuan, la provincia di Qinghai, la Regione Autonoma Ningxia Hui e la Mongolia Interna. Coprendo circa 360.000 chilometri quadrati, il 37% dello spazio totale terrestre della Cina. Circa 400 milioni di persone vivono nella zona, rappresentando il 30% della popolazione totale del paese. Al di fuori della Cina, il ponte terrestre copre oltre 40 paesi e regioni, sia in Asia che in Europa, ed è particolarmente importante per i paesi dell’Europa centrale e dell’Asia occidentale che non hanno sbocchi sul mare.
Nel 2011 il vice premier cinese Wang Qishan aveva annunciato che i piani per costruire un nuovo collegamento ad alta velocità ferroviaria in Kazakhstan, collegando le città di Astana e Almaty, sarebbero stati pronti nel 2015. La linea Astana-Almaty, con una lunghezza totale di 1050 chilometri, impiegando l’avanzata tecnologia ferroviaria della Cina, consentirà ai treni ad alta velocità di viaggiare ad una velocità di 350 chilometri all’ora.
La DB Schenker Rail Automotive trasporta ricambi auto da Lipsia a Shenyang, nel nordest della Cina, per la BMW. I treni carichi di parti e componenti partono dal terminale carichi della DB Schenker, a Lipsia, per un viaggio di tre settimane, 11.000 km, verso lo stabilimento BMW di Shenyang nella provincia di Liaoning, in cui vengono utilizzati i componenti per l’assemblaggio dei veicoli BMW. A partire dalla fine del novembre 2011, i treni con destinazione Shenyang partivano da Lipsia una volta al giorno. “Con un tempo di transito di 23 giorni, i treni diretti sono due volte più veloci del trasporto marittimo, seguito dal trasporto stradale verso l’entroterra cinese“, dice il Dott. Karl-Friedrich Rausch, membro del consiglio di amministrazione della la divisione logistica e trasporto della DB Mobility Logistics. Il percorso raggiunge la Cina passando per la Polonia, la Bielorussia e la Russia. I contenitori devono essere trasferiti da gru di portata diversa per due volte, prima per lo scartamento russo, al confine tra Polonia e Bielorussia, poi di nuovo, per lo scartamento normale al confine Russia-Cina di Manzhouli. (5)
Nel maggio 2011, un servizio diretto di trasporto merci ferroviario quotidiano venne avviato tra il porto di Anversa, il secondo porto più grande in Europa, e Chongqing, il polo industriale nel sud-ovest della Cina. Ciò ha notevolmente velocizzato il trasporto ferroviario di merci dall’Eurasia all’Europa. Rispetto ai 36 giorni per il trasporto marittimo dai porti ad est della Cina all’ovest dell’Europa, il servizio di trasporto ferroviario delle merci Anversa-Chongqing occupa ora da 20 a 25 giorni, e l’obiettivo è quello di ridurlo da 15 a 20 giorni. I cargo verso occidente includono beni automobilistici e tecnologici, le spedizioni in direzione est per lo più sostanze chimiche. Il progetto è una priorità importante per il porto di Anversa e il governo belga, in cooperazione con la Cina e altri partner. Il servizio è gestito dal fornitore di servizi logistici intermodale svizzero Hupac, e dai partner russi Russkaja Trojka e Eurasia Good Transport su una distanza di più di 10.000 km, con partenza dal porto di Anversa, attraverso Germania e Polonia, e in seguito Ucraina, Russia e Mongolia prima di arrivare a Chongqing, in Cina. (6)
Il secondo ponte eurasiatico ha 10.900 chilometri di lunghezza, circa 4.100 km in Cina. All’interno della Cina la linea corre parallela ad una delle antiche rotte della Via della Seta. La linea ferroviaria continua in tutta la Cina, fino a Druzhba dove si collega con le linee ferroviarie a scartamento più ampio del Kazakistan. Il Kazakhstan è il paese interno più grande del mondo interno. Da quando le ferrovie e autostrade cinesi si sono espanse ad ovest, il commercio tra Kazakistan e Cina è in pieno boom. Da gennaio a ottobre 2008, le merci che attraversavano il porto di Khorgos tra le due nazioni, aveva raggiunto le 880.000 tonnellate, oltre 250% di crescita rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Gli scambi commerciali tra la Cina e il Kazakistan sono destinati a crescere da 3 a 5 volte entro il 2013. A partire dal 2008, solo l’1% delle merci spedite dall’Asia all’Europa sono state consegnate per vie terrestri, ovvero la possibilità di espansione è considerevole. (7)
Dal Kazakhstan le linee attraversano la Russia, la Bielorussia e la Polonia fino ai mercati dell’Unione europea.
Un’altra linea va a Tashkent, in Uzbekistan, la più grande città dell’Asia centrale, con circa due milioni di abitanti. Un’altra linea va ad ovest, verso Asgabat capitale del Turkmenistan, e al confine con l’Iran. (8) Con alcuni investimenti aggiuntivi, questi collegamenti, oltre a collegare la vastità e i mercati della Cina, potrebbero aprire nuove possibilità economiche nelle regioni in gran parte trascurate dell’Asia Centrale. La Shanghai Cooperation Organization (SCO) potrebbe fornire un veicolo adatto al coordinamento di un ampio collegamento delle infrastrutture ferroviarie eurasiatiche, massimizzando questi primi collegamenti ferroviari. I membri della SCO, formata nel 2001, includono Cina, Kazakhstan, Russia, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan con Iran, India, Mongolia e Pakistan quali paesi con status di osservatore.

Il ponte terrestre della Russia
La Russia è ben posizionata per trarre notevoli benefici da una tale strategia della SCO. Il primo ponte eurasiatico corre attraverso la Russia lungo la Transiberiana, completata nel 1916 per unificare l’impero russo. La Transiberiana rimane la più lunga linea ferroviaria unica al mondo, con 9.297 chilometri, un omaggio alla visione del russo Sergej Witte, nel 1890. La Transiberiana, chiamata anche Corridoio settentrionale Est-Ovest, va dal porto dell’oriente russo di Vladivostok e si collega al porto di Rotterdam in Europa, dopo circa 13.000 chilometri. Al momento è il meno attraente per il trasporto merci Pacifico-Atlantico, a causa dei problemi di manutenzione e della velocità massima di 55 km/h.
Ci sono tentativi di utilizzare meglio il ponte terrestre Transiberiano. Nel gennaio 2008, un servizio di trasporto ferroviario merci su lunga distanza eurasiatica, la “Pechino-Amburgo Container Express” fu testato con successo dalle ferrovie tedesche Deutsche Bahn. Ha completato il viaggio di 10.000 km in 15 giorni, collegando la capitale cinese alla città portuale tedesca, passando per Mongolia, Federazione Russa, Bielorussia e Polonia. In nave, per gli stessi mercati, ciò richiede il doppio del tempo o circa 30 giorni. Questo percorso, di cui è iniziato il servizio commerciale nel 2010, comprende la sezione dell’esistente Transiberiana , un collegamento ferroviario con uno scartamento più ampio di quello dei treni cinesi o europei, vale a dire scarico e ricarico su altri treni, al confine tra Cina e Mongolia e, di nuovo, al confine Bielorussia-Polonia.
Il percorso ferroviario della Transiberiana in tutto lo spazio eurasiatico russo è stato ammodernato e ampliato per accogliere il traffico ad alta velocità delle merci, ciò aggiungerà una nuova dimensione economica significativa allo sviluppo economico delle regioni interne della Russia. La Transiberiana è a doppio binario ed elettrificata. Ciò necessita di minime migliorie ad alcuni segmenti, per assicurare una migliore integrazione di tutti gli elementi e per renderlo un’opzione più attraente per il trasporto di merci eurasiatiche verso ovest.
Ci sono forti indicazioni che la nuova presidenza Putin farà più attenzione all’Eurasia. La modernizzazione del primo ponte terrestre eurasiatico sarebbe un modo logico di realizzare parecchio sviluppo, creando letteralmente nuovi mercati e nuove attività economiche. Con i mercati obbligazionari degli Stati Uniti e dell’Europa inondati di rifiuti tossici e dai timori di bancarotta statali, l’emissione di titoli di stato russi per l’ammodernamento o addirittura una nuova parallela linea ferroviaria ad alta velocità, collegando il ponte terrestre al traffico merci in sicura crescita in tutta l’Eurasia, avrebbe poca difficoltà a trovare investitori desiderosi.  
La Russia attualmente discute con la Cina e i costruttori ferroviari cinesi, che avanzano offerte per un programma di costruzioni da 20 miliardi, di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità russa, da completare prima che i russi ospitino la Coppa del Mondo di calcio del 2018. L’esperienza della Cina nella costruzione di circa 12.000 km di ferrovia ad alta velocità in tempi record, è una risorsa importante per l’offerta della Cina. Significativamente, la Russia prevede di raccogliere 10 miliardi di dollari mediante l’emissione di buoni per la nuova ferrovia. (9)

Un terzo ponte eurasiatico?
Nel 2009 in occasione del V Forum per la cooperazione e lo sviluppo del Delta Pan-Regionale del Fiume delle Perle (PPRD), un evento sponsorizzato dal governo, il governo provinciale dello Yunnan aveva annunciato la sua intenzione di accelerare la costruzione di infrastrutture necessarie per costituire un terzo ponte terrestre continentale eurasiatico, che collegherà il sud della Cina a Rotterdam passando per la Turchia. Questo è parte di ciò che Erdogan e il primo ministro cinese Wen Jiabao hanno discusso a Pechino, lo scorso aprile. La rete di strade interne per il ponte terrestre nella provincia di Yunnan, sarà completata entro il 2015, ha detto il governatore dello Yunnan, Qin Guangrong.  Il progetto parte dai porti costieri del Guangdong, con il più importante porto di Shenzhen. E in ultima analisi passerà, attraverso Kunming, in Myanmar, Bangladesh, India, Pakistan e Iran, entrando in Europa dalla Turchia. (10)
Il percorso avrebbe ridotto di circa 6.000 km il viaggio per mare tra il Delta del Fiume delle Perle e Rotterdam, consentendo ai prodotti dei centri di produzione della Cina orientale di raggiungere Asia, Africa ed Europa. La proposta prevede il completamento di una serie di tratte mancanti e di moderni collegamenti autostradali, per un totale di circa 1.000 Km, cosa che non è inconcepibile. Nella vicina Myanmar, solo 300 km di ferrovie e autostrade mancano al fine di collegare le ferrovie della Yunnan con la rete autostradale del Myanmar e del Sud Asia. Ciò aiuterà la Cina ad aprire la strada per la costruzione di un canale terrestre verso l’Oceano Indiano.
Il terzo ponte terrestre eurasiatico attraverserà 20 paesi di Asia ed Europa, ed avrà una lunghezza totale di circa 15.000 chilometri, cioè da 3.000 a 6.000 chilometri più corta della via del mare che entra dall’Oceano Indiano, dalla costa sud-orientale attraverso lo Stretto di Malacca. Il volume totale del commercio annuo delle regioni che la rotta attraversa, era quasi pari a 300 miliardi di dollari nel 2009. In definitiva, il piano è una linea del ramo che dovrebbe anche partire in Turchia, attraversare la Siria e la Palestina, e alla fine arrivare in Egitto, facilitando il trasporto dalla Cina all’Africa. È chiaro che la rivolta della Primavera araba, sostenuta dal Pentagono e dall’AFRICOM USA, impatta direttamente contro tale estensione, anche se per quanto tempo, a questo punto, non è chiaro. (11)

La dimensione geopolitica
Non tutti i principali attori internazionali sono soddisfatti dei crescenti legami che legano le economie dell’Eurasia con l’Europa occidentale e l’Africa. Nel suo ormai famoso libro del 1997, “La Grande Scacchiera: la supremazia americana e i suoi imperativi geostrategici”, l’ex consigliere presidenziale Zbigniew Brzezinski notava, “In breve, per gli Stati Uniti, la geo-strategia Eurasiatica comporta la gestione mirata di stati dinamici geo-strategicamente… Per dirla in una terminologia che richiama l’età più brutale degli antichi imperi, i tre grandi imperativi della geo-strategia imperiale sono impedire la collusione, mantenere la dipendenza della sicurezza tra i vassalli, mantenere i tributari docili e protetti, e impedire ai barbari di coalizzarsi.” (12)
I “barbari” cui si riferisce Brzezinski sono la Cina e la Russia, e tutto quello che c’è in mezzo. Il termine di Brzezinski per “geo-strategia imperiale” si riferisce alla politica estera strategica degli Stati Uniti. I “vassalli”, sono identificati nel libro in paesi come Germania, Giappone e altri “alleati” della NATO degli Stati Uniti. Tale nozione geopolitica di Brzezinski, resta la politica estera statunitense di oggi. (13)
La prospettiva di un boom senza precedenti dell’economica eurasiatica che perdurerà fino al prossimo secolo e oltre, è a portata di mano.
I primi tendini per legare il vasto spazio economico sono stati messi in atto o sono stati costruiti con questi collegamenti ferroviari. Sta diventando chiaro a più persone in Europa, Africa, Medio Oriente e Eurasia, tra cui Cina e Russia, che la loro naturale tendenza a costruire questi mercati si trova di fronte un solo grande ostacolo: la NATO e la completa ossessione per la Spectrum Dominance del Pentagono degli Stati Uniti. Nel periodo precedente alla prima guerra mondiale, è stata la decisione di Berlino di costruire un collegamento ferroviario attraverso la Turchia ottomana, da Berlino a Baghdad, ad essere stata il catalizzatore degli strateghi britannici per incitare gli eventi che gettarono l’Europa nella guerra più distruttiva della storia, a tale data.  Questa volta abbiamo la possibilità di evitare un simile destino con lo sviluppo eurasiatico. Sempre più le economie stressate dell’UE stanno cominciando a guardare ad est, e meno all’ovest, oltre Atlantico, per il futuro economico dell’Europa.

* F. William Engdahl è autore di molti libri sulla geopolitica contemporanea tra cui A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order. E’ raggiungibile tramite il suo sito web, all’indirizzo Engdahl.oilgeopolitics.net

Note:

1 Sunday’s Zaman, Turkey, China mull $35 bln joint high-speed railway project, Istanbul, 14 aprile 2012
2 Ibid.
3 F. William Engdahl, Washington is Playing a Deeper Game with China, Global Research, 11 luglio 2009
4 UNCTAD, Port and multimodal transport developments, 2008
5 Joseph O’Reilly, BMW Rides Orient Express to China, Global Logistics, ottobre 2011
6 Aubrey Chang, Antwerp-Chongqing Direct Rail Freight Link Launched, 12 maggio 2011
7 CNTV, Eurasian land bridge, 12 marzo 2011.
8 Shigeru Otsuka, Central Asia’s Rail Network and the Eurasian Land Bridge, Japan Railway & Transport Review, 28 settembre 2001, pp. 42-49.
9 CNTV, Russian rail official: Chinese bidder competitive, 21 novembre 2011
10 Xinhua, Yunnan accelerates construction of third Eurasia land bridge, 2009 
11 Li Yingqing e Guo Anfei, Third land link to Europe envisioned, 2 luglio 2009
12 Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera, 1997, Il Saggiatore, pag. 40. Vedasi F. William Engdahl, A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order, Wiesbaden, 2011, edition.engdahl, per i dettagli del ruolo del tedesco collegamento ferroviario Baghdad nella prima guerra mondiale
13 Zbigniew Brzezinski, op. cit. p.40. 
 
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: La guerra per il gas!

Un conflitto internazionale dalla manifestazione regionale
Imad Fawzi Shueibi  Dissident Voice - 30/04/2012 Mondialisation

La Siria si trova di fronte a due piani machiavellici che si combinano per distruggere il suo Stato, colpire il suo popolo e annettere il suo territorio.  Il primo piano, pubblicamente dichiarato e più volte evocato, ma superbamente ignorato dai cosiddetti umanitari o umanisti… è il piano sionista di Oded Yinon, intitolato “Strategia per Israele negli anni ’80″ [1]. Piano adottato dai neoconservatori di tutti i tipi per un “Nuovo Medio – Oriente” ricolonizzato a volontà. Piano sconfitto nel 1982 da Hafez al-Assad … ma ripresentato all’ordine del giorno di oggi. Il secondo piano corrisponde a un’ambizione ancora più ampia, dal momento che non si accontenta più di fabbricare il suo “Grande Medio Oriente”, ma punta alla “Grande Asia Centrale”. E la Siria non è altro che il pezzo del domino i cui destabilizzazione, crollo o scomparsa avrebbe dato la vittoria ai giocatori.
Quindi ora tocca alla Siria essere oltraggiata, spezzata, martirizzata… e purtroppo calunniata. La stragrande maggioranza dei siriani è ferita da questa guerra terribile di cui non si osa pronunciare il nome, ma che ogni giorno per 13 mesi, ha inventato e messo in scena delle menzogne che vanno oltre la comprensione e il consentito, se non per benedire i crimini senza precedenti commessi su questa terra fecondata da secoli di creatività, conoscenza e credenza, ma anche dal sangue di tutti i siriani massacrati da ogni tipo di invasori: re, principi, barbari … provenienti da qualche altra parte. Possa questa traduzione della riflessione del dottor Imad Fawzi Shueibi, un cittadino siriano, aprire gli occhi di coloro che non vogliono vedere, e il cuore e la mente di coloro che non vogliono sentire. Gli altri seguiranno perché è la verità! [Mouna Alno-Nakhal, traduttore in francese].

La Siria martirizzata non è mai stata lontana dalla battaglia per il gas nel mondo in generale, e del Medio Oriente in particolare. Nel momento in cui sembra esserci un collasso della zona euro, insieme ad una gravissima crisi economica che ha portato gli Stati Uniti ad avere un debito di 14.940 miliardi di dollari, vale a dire il 99,6 % del PIL, e dove la loro influenza è minima di fronte alle potenze emergenti come Cina, India e Brasile, è diventato assai chiaro che il potenziale del potere non risiede più nell’arsenale nucleare militare, ma piuttosto si trova nei porti di esportazione dell’energia. E questo è ciò che meglio spiega la battaglia russo-americana.
Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, i russi hanno capito che la corsa agli armamenti li aveva esauriti, soprattutto in assenza delle fonti di energia necessarie per qualsiasi paese industrializzato, mentre l’ultradecennale presenza degli Stati Uniti nelle zone petrolifere gli aveva consentito di sviluppare e decidere la politica internazionale senza troppe difficoltà. Quindi, i russi si sono rivolti alle fonti dell’energia, come il petrolio e il gas. Ma con il settore petrolifero, data la sua distribuzione internazionale, non più molto promettente in termini di concorrenza, Mosca ha deciso di capitalizzare il gas e relativi produzione, trasporto e commercializzazione su larga scala.
Il calcio d’inizio è stato dato nel 1995, quando Putin (non c’era Putin al vertice dello Federazione Russa, nel 1995. NdT) decise la strategia di Gazprom partendo dalle zone gasifere della Russia verso Azerbaigian, Turkmenistan, Iran [per la commercializzazione], e poi il Medio Oriente. È certo che i progetti Nord Stream e South Stream testimoniano nella Storia i distinti meriti e sforzi di Vladimir Putin per portare la Russia sulla scena internazionale e influenzare l’economia europea che dipenderà, per decenni, dal gas come alternativa al petrolio, o dalle due fonti contemporaneamente, ma con una priorità evidente per il gas. A questo punto, è diventato urgente per Washington creare un progetto simile, il Nabucco, per competere con i progetti russi e disporre delle risorse che determineranno la strategia e la politica del prossimo secolo.
Il gas è la fonte principale di energia di questo secolo, come alternativa al petrolio, a causa del declino delle riserve, o come fonte di energia pulita. Pertanto, il controllo delle aree ricche di gas del mondo, da parte delle varie potenze, vecchie ed emergenti, è la base di un conflitto internazionale, la cui manifestazione è regionale. Chiaramente, la Russia ha letto le carte e ha imparato la lezione dal suo collasso per mancanza di fonti energetiche, che non erano controllate dall’URSS, ma che sono comunque indispensabili per alimentare le industrie di tutti i paesi.
Una prima lettura indica che il gas si trova nelle seguenti zone:
1. Russia, da Vyborg a Beregvya
2. Turkmenistan
3. Azerbaigian e Iran
4. Georgia
5. Siria e Libano
6. Qatar ed Egitto.
Mosca si è affrettata a lavorare su due strategie principali: la prima costituita dall’istituzione di un progetto russo-cinese focalizzato sulla crescita economica del Blocco di Shanghai, la seconda per controllare le risorse del gas. Così questa divenne la base di due progetti [South Stream e Nord Stream] con l’intento di affrontare il progetto Nabucco degli Stati Uniti [supportato dall'Europa] che punta al gas del Mar Nero e dell’Azerbaigian. Seguì una gara strategica tra i due per il controllo dell’Europea e delle risorse del gas:
- Il progetto del gasdotto Nabucco [2] si concentra su Asia centrale, Mar Nero e dintorni. I suoi impianti di stoccaggio sono in Turchia, mentre il suo percorso inizia in Bulgaria e attraversa Romania, Ungheria, Repubblica Ceca, Croazia, Slovenia e Italia. Doveva passare attraverso la Grecia, ma questa idea è stata abbandonata a favore della Turchia.
- Il progetto Nord Stream collega [3] la Russia direttamente alla Germania attraverso il Mar Baltico, verso Weinberg e Sassnitz, bypassando la Bielorussia.
- Il progetto South Stream [4] inizia in Russia e si dirige su Mar Nero e Bulgaria, poi attraversa la Grecia, sud d’Italia, Ungheria e Austria.
Il progetto Nabucco doveva competere con i due progetti russi, ma a causa di problemi tecnici, è stato rinviato al 2017, quando era previsto per il 2014. Attualmente, il vantaggio della disputa sul gas è quindi a favore della Russia, da qui la necessità per gli Stati Uniti di assicurasi delle zone gasifere addizionali:
- Il gas iraniano per alimentare il gasdotto Nabucco, che passerebbe in Georgia [e in Azerbaigian, se possibile] per raggiungere il punto d’incontro di Erzurum, in Turchia.
- Gas dal Mediterraneo orientale: Siria, Libano [5] e Israele.
Tuttavia, nel luglio 2011 l’Iran ha firmato accordi relativi al trasporto di gas attraverso l’Iraq e la Siria, accordi che rendono la Siria un punto di incontro e di produzione in collegamento con le riserve del Libano. Si tratta di quindi di uno spazio geografico, strategico ed energetico che si apre e che include Iran, Iraq, Siria e Libano. Gli ostacoli che il progetto ha sofferto per oltre un anno, suggeriscono il grado della battaglia per la Siria e il Libano, e allo stesso tempo illuminano il ruolo svolto dalla Francia, che vede storicamente l’area del Mediterraneo orientale come una sua zona d’influenza che dovrebbe sempre servire ai suoi interessi, dalla necessità di compensare la sua assenza nella regione dalla 2° Guerra Mondiale. In altre parole, la Francia vuole giocare un ruolo nel mondo [del gas], ora che ha acquisito una sorta di assicurazione che si estenderebbe dalla Libia a Siria e Libano.
Quanto alla Turchia, si rende conto che finirà per perdere, essendo il Nabucco ritardato ed essendo essa stessa esclusa dai due progetti South Stream e Nord Stream; il gas del Mediterraneo orientale le sfugge.

Storia del gioco
Per entrambi i progetti, Mosca ha creato la compagnia Gazprom negli anni ’90. La Germania, che voleva liberarsi una volta per tutte dell’impatto della seconda guerra mondiale, era pronta a essere un partner, sia in termini di strutture, che di revisione del gasdotto del Nord Stream o degli impianti di stoccaggio in prossimità della linea South Stream, in particolare in Austria.

Gazprom
La Gazprom è stata fondata in collaborazione con Hans-Joachim Gornig, un tedesco vicino a Mosca, ex vicepresidente della società tedesca del petrolio e del gas, che aveva curato la costruzione della rete dei gasdotti della DDR. È stata diretta fino all’ottobre 2011 da Vladimir Kotenev, ex ambasciatore russo in Germania. Gazprom ha firmato una serie di transazioni con aziende tedesche, soprattutto con quelle che collaborano al Nord Stream, come il gigante per l’energia E.ON e quello dei prodotti chimici BASF, con delle tariffe preferenziali per E.ON, in caso di aumento dei prezzi; cpsa che può essere considerata come una sorta di sostegno [politico] alle imprese tedesche da parte della Russia.
Mosca ha beneficiato della liberalizzazione dei mercati europei del gas e ha monopolizzato questi mercati scollegandole dalle altre reti di distribuzione. La pagina degli scontri e delle ostilità tra la Russia e Berlino è stata voltata, perseguendo una fase di cooperazione economica e riduzione del peso dell’enorme debito dell’Europa che grava sulle spalle della Germania, che ritiene che il gruppo germanico [Germania, Austria, Repubblica Ceca, Svizzera] non debba sopportare le conseguenze della senescenza di un intero continente, o la caduta di un gigante.
Gazprom ha collaborato con aziende tedesche come Wingas, di proprietà della BASF [attraverso la sua controllata Wintershall], il più grande produttore tedesco di petrolio e gas che controlla il 18% del mercato del gas, e ha offerto ai partner principali vantaggi senza precedenti negli asset russi. Così BASF e E.ON controllano ognuna circa un quarto dei giacimenti di gas di Louzhno-Russkoe, che alimenteranno in gran parte Nord Stream a un certo punto; non è una mera coincidenza che la controparte tedesca di Gazprom, chiamata ‘Gazprom Germania’, arriverà a possedere fino il 40% della società austriaca Austrian Centrex Co., specializzata nello stoccaggio di gas, e destinata a estendersi fino a Cipro.
Un’espansione che certamente non piace alla Turchia, che ha un disperato bisogno di partecipare al progetto Nabucco. Vorrebbe stoccare, commerciare, e quindi trasferire 31 – 40 miliardi di metri cubi di gas all’anno; un progetto che la rende sempre più asservita alle decisioni di Washington e della NATO, soprattutto dopo che la sua adesione all’Unione europea è stata respinta più volte.
Pertanto, i collegamenti strategici relativi al gas sono diventati cruciali nella politica internazionale, con Mosca che può fare pressione sul partito socialdemocratico tedesco del Nord Reno-Westfalia, una base industriale importante e centro del conglomerato tedesco RWE che opera nel settore dell’energia elettrica attraverso la sua controllata E.ON.
Una tale influenza è stata riconosciuta da Hans-Josef Fell, responsabile della politica energetica [del partito dei Verdi, secondo cui sono coinvolte quattro società tedesche, legate alla Russia, nella definizione della politica energetica tedesca attraverso una rete molto complessa che fa pressione sui ministri e manipola l'opinione pubblica attraverso la Commissione per le relazioni economiche dell'Europa orientale, che rappresenta le aziende e mantiene stretti rapporti con la Russia e alcuni paesi dell'ex blocco sovietico.] Ma la Germania si obbliga alla discrezione per quanto riguarda la crescente influenza della Russia, discrezione basata sulla pretesa necessità di migliorare la “sicurezza energetica” dell’Europa.
Attualmente, la Germania ritiene che la politica dell’Unione europea per risolvere la crisi dell’euro, potrebbe ostacolare gli investimenti russo-tedeschi per un lungo periodo. Questa ragione, tra le altre, spiega perché si sforza di salvare l’euro appesantito dai debiti europei, anche se il blocco germanico potrebbe, da solo, sopportare questi debiti. Inoltre, ogni volta che gli europei si oppongono alla sua politica nei confronti della Russia, afferma che i piani utopici dell’Europa non sono fattibili e possono spingere la Russia a vendere il proprio gas in Asia.
Questo impegno tra la Russia e la Germania non data solo a partire dal momento in cui Putin poté beneficiare dell’eredità della guerra fredda, facendo sì che tre milioni di russofoni vivano in Germania e siano la comunità più grande dopo i turchi. Da allora, avrebbe usato una rete di ex funzionari della DDR per studiare gli interessi delle aziende russe in Germania, per non parlare del reclutamento di ex agenti della STASI, compresi i direttori del personale e delle finanze di Gazprom Germania e il direttore delle finanze del consorzio Nord Stream, Matthias Warnig che, secondo il Wall Street Journal, avrebbe aiutato Putin a reclutare delle spie a Dresda, quando era un giovane dirigente del KGB. Ma per essere chiari, l’uso da parte della Russia delle sue vecchie relazioni non è stato dannoso per la Germania, gli interessi di entrambe le parti sono stati serviti senza che nessuno domini l’altro.
Il progetto Nord Stream, il principale collegamento tra la Russia e la Germania, è stato inaugurato di recente con un oleodotto che è costato 4,7 miliardi di euro. Anche se questo gasdotto collega Russia e Germania, è stato riconosciuto come parte della sicurezza energetica europea, e Francia e l’Olanda si sono affrettate a dichiarare che si trattava di un progetto europeo. A questo proposito, occorre ricordare che il signor Lindner, direttore esecutivo del Comitato tedesco per le relazioni economiche con i paesi dell’Europa orientale  ha detto, senza esitazione, che si trattava di un progetto europeo e non di un progetto tedesco, e che non si può bloccare la Germania in una maggiore dipendenza nei confronti della Russia. Tale dichiarazione indica il timore di un’influenza russa sempre più importante in Germania; resta vero che il progetto Nord Stream è strutturalmente un piano di Mosca e non europeo.
I leader russi hanno così i mezzi per paralizzare la distribuzione dell’energia in diversi paesi, quando lo vorrebbero, e di vendere il gas al miglior offerente. Tuttavia, l’importanza pratica della Germania risiede nel fatto che si tratta di una piattaforma da cui la Russia può lanciare la sua strategia continentale, Gazprom Germania detiene ancora partecipazioni in 25 progetti incrociati, in particolare con Gran Bretagna, Italia, Turchia, Ungheria… Suggerendo che Gazprom potrebbe diventare una delle più grandi aziende del mondo, se non la più grande.
I dirigenti di Gazprom non solo hanno costruito i loro progetti, hanno cercato di affrontare la seria sfida del progetto Nabucco. Di conseguenza, Gazprom che detiene il 30% di un progetto volto a costruire un secondo gasdotto per l’Europa, che avrebbe seguito approssimativamente il percorso di Nabucco, è anche, secondo il parere dei suoi sostenitori, un progetto “politico” volto in modo deciso a rallentare o addirittura bloccare il progetto Nabucco. D’altronde Mosca si è affrettata a comprare il gas dell’Asia Centrale e del Mar Caspio, al fine di farli tacere proprio quando doveva affrontare Washington politicamente, economicamente e strategicamente.

Lettura russa della carta. L’Europa e la mappa del Mondo futuro
Gazprom sfrutta i suoi impianti gasiferi in Austria e affitta impianti in Gran Bretagna e Francia. Tuttavia, il crescente numero di impianti di stoccaggio in Austria sarà la base per sviluppare la mappa energetica dell’Europa, dato che servono a rifornire Slovenia, Slovacchia, Croazia, Ungheria e Italia con un indubbio vantaggio per la Germania, che opererà come snodo per l’esportazione del gas all’Europa occidentale.
Gazprom ha anche facilitato un deposito comune con la Serbia verso la Bosnia-Erzegovina. Studi di fattibilità sono stati condotti sulle modalità di stoccaggio simili a quelli di Repubblica Ceca, Romania, Belgio, Gran Bretagna, Slovacchia, Turchia, Grecia e anche la Francia. Gazprom rafforza la posizione di Mosca come fornitrice del 41% delle gas necessario all’Europa. Ciò significa che un cambiamento sostanziale nelle relazioni tra Oriente e Occidente a breve termine, mette in evidenza il declino dell’influenza degli Stati Uniti, con un scudo antimissile interposto per stabilire un Nuovo Ordine Mondiale in cui il gas sarebbe uno dei pilastri; e questo fornisce le ragioni dell’escalation nella battaglia per il gas del Medio Oriente e della costa orientale del Mediterraneo.

Nabucco nei guai
Nabucco è stato progettato per convogliare il gas per 3.900 chilometri, dalla Turchia all’Austria, e trasportare 31 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, dal Medio Oriente e dalla regione del Caspio ai mercati europei. La coalizione NATO-USA-Francia ha cercato frettolosamente di mettere fine ai problemi del Medio Oriente [Siria e Libano in particolare], che non coinciderebbero con i suoi interessi sul gas. La Siria ha risposto firmando un contratto per avere gas dall’Iran attraverso l’Iraq. La realtà dei fatti è che sul gas siriano e libanese si concentra la battaglia; questo gas che andrà ad alimentare Nabucco o Gazprom, in altre parole South Stream.
Il consorzio Nabucco è costituito da diverse società: tedesca [REW], austriaca [OML], turca [Botas], bulgara [Energy Holding Company] e rumena [Transgaz]. Cinque anni fa, i costi iniziali del progetto sono stati stimati in 11,2 miliardi dollari, ma questi costi potrebbero raggiungere i 21,4 miliardi dollari entro il 2017. Ciò solleva molte domande sulla sua redditività, dato che Gazprom ha fatto offerte a sufficienza a diversi paesi che dovrebbero alimentare Nabucco, che non si può più contare sul surplus del Turkmenistan, soprattutto dopo i tentativi falliti di accaparrare il petrolio dell’Iran. Questo è uno dei segreti sconosciuti della battaglia per l’Iran, che è andato troppo lontano nel sfidare gli USA e l’Europa, scegliendo l’Iraq e la Siria quali percorsi per il trasporto di parte del suo gas.
Così, la migliore speranza per Nabucco è l’Azerbaigian, che è diventato quasi l’unica fonte di un progetto che sembra fallire prima ancora di iniziare. Da qui le offerte accelerate a Mosca per l’acquisto di fonti originariamente previste per il Nabucco, e le difficoltà ad imporre un cambiamento geopolitico a Iran, Siria e Libano. Questo in un momento in cui la Turchia è pronta a reclamare la sua quota del progetto Nabucco, sia firmando un contratto con l’Azerbaigian per l’acquisto di 6 miliardi di metri cubi di gas nel 2017, che con l’annessione di Siria e Libano, con la speranza di bloccare il transito del petrolio iraniano, o di ricevere una quota del gas del Libano e/o della Siria, e la sua corsa per un posto nel nuovo ordine mondiale che va dai piccoli servizi ai più grandi: stoccaggio di gas, azione militare e scudo missilistico!
Ma la minaccia più grave al progetto Nabucco, potrebbe essere dato dal fatto che la Russia stia cercando di farlo fallire negoziando contratti migliori dei propri, in favore di Nord o South Stream di Gazprom, tali da inficiare gli sforzi di Stati Uniti ed Europa, riducendo la loro influenza e nuocendo alla loro politica energetica verso l’Iran e/o il Mediterraneo. Infatti, Gazprom potrebbe diventare un investitore o un gestore importante di alcuni nuovi giacimenti di gas in Siria o in Libano. La data del 16 agosto 2011 non è stata scelta a caso dal Ministero del Petrolio siriano per annunciare la scoperta di un giacimento di gas a Qara, nei pressi di Homs. La sua capacità produttiva sarebbe di 400.000 metri cubi al giorno [146 milioni di metri cubi l'anno]. Tuttavia, il ministero non aveva detto nulla circa il gas del Mediterraneo.
Nord Stream e South Stream hanno quindi influenzato la politica degli Stati Uniti, che sembrano in ritardo. I segni delle ostilità tra gli Stati dell’Europa centrale e la Russia si sono attenuati, ma la Polonia e gli Stati Uniti non sembrano disposti a lasciare il gioco, perché alla fine di ottobre 2011 hanno annunciato il cambio della politica energetica a seguito della scoperta dei giacimenti di carbone europei, che dovrebbero far ridurre la dipendenza dalla Russia … e dal Medio Oriente. Questo sembra essere un obiettivo ambizioso ma a lungo termine, a causa delle molte procedure necessarie prima della commercializzazione; questo carbone corrisponde a delle rocce sedimentarie trovate a migliaia di metri sottoterra, e richiede tecniche di fratturazione idraulica ad alta pressione per rilasciare il gas, per non parlare dei rischi ambientali.

La partecipazione della Cina
La cooperazione sino-russa nel settore dell’energia è il motore che accelera e dirige il partenariato strategico tra questi due giganti, e costituirà la base del loro doppio veto ribadito a favore della Siria. Questa cooperazione non riguarda solo il problema dell’approvvigionamento della Cina a condizioni preferenziali. Questo è un processo che impegna la Cina a partecipare alla distribuzione del gas attraverso la vendita di prodotti e servizi, più un proposto controllo comune delle reti di distribuzione del gas. Gli esperti di entrambi i paesi hanno concordato che avrebbero potuto lavorare insieme nei seguenti settori: “Coordinamento delle strategie energetiche, previsione e prospezione, sviluppo del mercato, efficienza energetica e fonti energetiche alternative“.
Altri interessi strategici si riferiscono al mutuo rischio di fronte al progetto di “scudo missilistico” statunitense. Washington ha coinvolto non solo il Giappone e la Corea del Sud, ma a partire dal settembre 2011, ha anche invitato l’India a diventarne un partner. Di conseguenza, le preoccupazioni dei due paesi si intersecano quando Washington rilancia la sua strategia in Asia centrale, vale a dire, sulla Via della Seta. Questa strategia è la stessa di quella lanciata da George Bush [il progetto della Grande Asia centrale], al fine di respingere l’influenza di Russia e Cina, in cooperazione con la Turchia,  risolvendo la situazione in Afghanistan entro il 2014, e con l’imposizione con la forza militare della NATO in tutta la regione. L’Uzbekistan ha già fatto trapelare che potrebbe ospitare la NATO, e Putin ha detto che ciò che potrebbe contrastare l’invasione occidentale e impedire agli Stati Uniti di indebolire la Russia, sarebbe l’espansione dello spazio Russia-Kazakhstan-Bielorussia in cooperazione con Pechino!
Questa intuizione nei meccanismi della battaglia internazionale, fornisce l’accesso a uno dei versanti del processo di formazione di un nuovo ordine mondiale basato sulla supremazia militare e i combustibili fossili, in primo luogo: il gas!

Il gas dalla Siria
Dal momento in cui Israele ha iniziato l’estrazione di petrolio e gas, è diventato chiaro che il bacino del Mediterraneo è entrato in gioco, che la Siria sarebbe stata attaccata, e che l’intera regione avrebbe potuto godere della pace, in quanto il ventunesimo secolo dovrebbe essere quello dell’energia pulita.
Secondo l’Istituto di Washington, il Mediterraneo è ricco di gas, la Siria ne sarebbe lo stato più ricco. Questo stesso istituto ha inoltre ipotizzato che la battaglia tra la Turchia e Cipro si espanderà, a causa dell’incapacità di sopportare la perdita del progetto Nabucco nonostante il contratto firmato con Mosca nel dicembre 2011, per il trasporto di parte del gas di South Stream attraverso la Turchia.
Ora che il segreto del gas siriano è stato tolto, tutti dovrebbero comprendere le ragioni e la portata delle menzogne sulla Siria. Chi controlla la Siria è in grado di controllare il Medio Oriente. E a partire dalla Siria, porta per l’Asia, si può “possedere la chiave per la casa Russia” come affermava la zarina Caterina II, in quanto potrebbe disporre della Via della Seta della Cina. Inoltre, coloro che riuscissero a invadere la Siria avranno la capacità di dominare il mondo, dal momento che questo secolo è il “secolo del gas.” Ma dopo il contratto firmato da Damasco per trasportare gas iraniano dall’Iraq, dopo aver attraversato il Mediterraneo, lo spazio geopolitico della Siria si aprirebbe, mentre avrebbe chiuso lo spazio agli attori del progetto Nabucco, boa di salvataggio di Europa e Turchia. Pertanto, la Siria è la chiave per la prossima era.

Imad Fawzi Shueibi: filosofo e geopolitico siriano. Presidente del Centro di Documentazione e Studi Strategici di Damasco – Siria.

Riferimenti:
[1] Stratégie pour Israël dans les années 80 
[2] Mappa del percorso del Nabucco
[3] Mappa del percorso del North Stream
[4] Mappa Nabucco vs South Stream
[5] Mappa del Mediterraneo

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Mondo Arabo alla ricerca di una “soggettività”

Vitalij Bilan (Ucraina)  New Eastern Outlook 12 marzo 2012
Oriental Review

La grande irritazione  dimostrata dai paesi che attualmente sono alla guida dell’“integrazione” del mondo arabo – Arabia Saudita e Qatar – durante e dopo la conferenza del “Gruppo degli Amici della Siria” tenutasi a Tunisia, punta ai crescenti problemi del progetto di integrazione wahhabita dall’Atlantico all’Iran. In sostanza, la “soggettività” dell’ecumene arabo sotto il patrocinio di Arabia Saudita e Qatar, è attualmente sottoposto a un test di stress in Siria.

Un banco di prova geopolitico
Il grande interesse che il mondo ha dimostrato verso la primavera araba, conferma ancora una volta che negli ultimi anni, le terre del mondo arabo sono state fondamentali per la formazione di un nuovo contesto geopolitico internazionale. Questo non è sorprendente, dato il ruolo notevolmente rafforzato dalle risorse energetiche della regione, nel sistema energetico globale e, soprattutto, l’incapacità dei paesi arabi a sviluppare il loro spazio politico, economico e umanitario, e a creare uno stabile sistema di relazioni estere (come quello dell’UE, per esempio).
La situazione si è aggravata negli ultimi tempi, perché, mentre gli statunitensi stabilivano la musica dopo la fine della Guerra Fredda, i principali concorrenti degli Stati Uniti in Medio Oriente – Unione europea, Cina e Russia – hanno intensificato le loro attività a seguito dei tre errori di Washington: Camp David-2 nel 2000, la guerra all’Iraq e la politica di “democratizzazione totale” dei paesi arabi, dalla metà del decennio scorso. La situazione nella regione era anche paradossale, perché i paesi non arabi erano gli opinion leader della regione, fino agli eventi rivoluzionari dello scorso anno, nonostante il fatto che gli arabi (o più precisamente, i popoli di lingua araba) costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione del Grande Medio Oriente e occupano la maggior parte del suo territorio, con un totale di 21 stati (o 22, se il “quasi-stato” della Palestina viene contato). Questi paesi sono l’Iran, Israele e, più recentemente, la Turchia, che sembra aver finalmente smesso di sbattere la testa contro il muro dell’Unione europea, e ha spostato il suo indirizzo di politica estera sul Medio Oriente, mentre si dedica pienamente a plasmare il mondo turcofono (un argomento di cui ho scritto in precedenza circa). Tra i paesi arabi, solo l’Egitto di Mubarak e l’Arabia Saudita si sono distinti. Con uno degli eserciti più potenti della regione, l’Egitto è stato tradizionalmente considerato un paese chiave, con l’Arabia Saudita che detiene il 25% delle riserve mondiali di petrolio.
La disunione e la debolezza del mondo arabo hanno portato alla formazione di organizzazioni extraterritoriali cosiddette islamiche, in tutta la regione (alcuni esperti li chiamano ordini religiosi). Sono dei singolari stati all’interno degli stati (come Hezbollah o dei Fratelli Musulmani), o una rete ben sviluppata che si estende su tutta la regione (come la semi-virtuale al-Qaida). Le disinibite regole di comportamento in questo Klondike dell’energia, come un vulcano attivo in eruzione ininterrotta, a quanto pare hanno già infastidito e spinto alcuni governanti eccessivamente attivi, delle monarchie arabe del Golfo, a compiere sforzi d’integrazione.

Gli  “integratori” del Golfo Persico
Più la primavera araba si sviluppa, più assomiglia ad una lotta parrocchiale per il dominio nel mondo arabo. E la “prima linea” tra i regimi monarchici autoritari e teocratici (l’Arabia Saudita e le cosiddette “piccole” monarchie della penisola arabica, in particolare il Qatar) e i regimi, moderati/estremi, quasi militari, autoritari e, soprattutto laici (soprattutto in Egitto, Siria, Libia, Algeria) diventa sempre meglio delineata. In questa fase della lotta assistiamo a quest’ultimi che vengono “schiacciati” dal primo, il cui simbolo è stata la trasformazione della Lega degli Stati Arabi nel “ramo esecutivo” del Gulf Cooperation Council.
Credo che ci siano tre componenti nel successo dei paesi del Golfo. Prima di tutto c’è, ovviamente, l’alto sviluppo socio-economico delle monarchie del Golfo in confronto con gli altri Stati arabi, le loro economie relativamente stabili e le loro ingenti risorse finanziarie, derivanti dalle esportazioni di energia. Nell’era dell’informazione, tuttavia, non è la cosa più importante. Il ruolo chiave nella riuscita lotta contro gli amici-nemici secolari è stato svolto dai media (principalmente i canali televisivi satellitari al-Jazeera e al-Arabiya) e dalle reti sociali, che sono state attivamente impegnate nella propaganda, così come hanno definito e sostenuto l’uso sapiente delle difficoltà oggettive degli altri paesi del mondo arabo (l’alto livello di corruzione nei vari livelli di governo, la polarizzazione sociale delle società, l’inefficace meccanismo di trasferimento dei poteri, ecc.)
Certo, dovrei menzionare anche il cambio della politica strategica degli Stati Uniti verso la regione, che Qatar, Arabia Saudita e le monarchie del Golfo hanno sfruttato per i propri scopi. Questo è evidente nel rifiuto della politica di “democratizzazione totale” degli stati mediorientali e nella politica di formare un “asse di stati moderati per mantenere la stabilità” in Medio Oriente, come contrappeso all’”asse dell’estremismo nella regione(Iran-Siria-Hezbollah).
A quanto pare, però, i successi attuali della “locomotiva” saudita-qatariota dell’integrazione della regione, sono solo di natura tattica. Ed è prematuro dire se il progetto di integrazione arabo auspicato dal GCC stia riuscendo. Ci sono forti ragioni per dubitarne, soprattutto sul piano intellettuale.

La fine della corsa all’integrazione?
Negli Stati arabi, abituati al fascino del secolarismo da decenni, vi sono crescenti preoccupazioni sulla diffusione del modello wahabita di organizzazione sociale, che è intrinseco alle correnti principali “integratrici” del mondo arabo. Pertanto, mi permetto di suggerire che i successi attuali degli islamisti in Egitto, sono temporanei. Credo che chiunque abbia vissuto lì per anni e conosca bene gli egiziani, sarebbe d’accordo con me. Il voto della Lega Araba a gennaio contro l’opzione del Qatar per risolvere la situazione siriana, da parte di certi membri “non affidabili” della Lega, come Libano, Algeria, Iraq ed Egitto, è stato indicativo in tal senso. E’ anche importante tener conto dei “giocatori” regionali non-arabi (Iran, Turchia e Israele), che hanno ambizioni diverse rispetto alle monarchie arabe della regione nel loro complesso, e in particolare riguardo all’ecumene arabo.
Sebbene i progetti di integrazione regionale avviati da Turchia e Iran appaiano anch’essi poco promettenti, a causa della tradizionale sfiducia che l’opinione pubblica araba sente verso le ambizioni imperiali di entrambi i paesi, complicano notevolmente i tentativi d’integrazione di Qatar e Arabia Saudita.
In generale, nonostante tutti gli sforzi, il mondo arabo ha subito grandi cambiamenti verso l’acquisizione di una “soggettività”. L’”unità per l’integrazione” di Doha e Riyadh sta sensibilmente svanendo a causa della testardaggine di Damasco. La Lega degli stati arabi sta lentamente tornando alla normalità – una confusione pan-araba – e le sagome familiari dei giocatori più importanti del mondo stanno venendo sempre più alla ribalta, nella regione. E questo significa che il mondo arabo, a quanto pare, rimarrà un “banco di prova” internazionale – una zona in cui i vari progetti geopolitici delle potenze mondiali, possono essere attuati.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il massacro della Gaza Flotilla è stata una False Flag turco-israeliana, in previsione della guerra alla Siria?

Martin Iqbal Empire Strikes Black 3 febbario 2012

Il 31 maggio 2010, terroristi israeliani commisero un atroce atto di violenza che ebbe ripercusioni in tutto il mondo. Una cosa sorprendente per chi non ha familiarità con la storia di terrorismo, odio, sangue e omicidio d’Israele. Altri invece, come i palestinesi, che si ritrovano in intima familiarità con il modus operandi dell’entità sionista usurpatrice, non potevano che guardare senza sorpresa questo macabro ricordo di ciò che ‘Israele’ rappresenta.
Dopo il fatto, sono emerse delle informazioni potenzialmente esplosive, delle implicazioni che meritano una riflessione più attenta. Ci sono indicazioni che il massacro della flottiglia di Gaza dell’aprile 2010, sarebbe ben lungi dalla violenza di routine di Israele, ma una piuttosto una ben pianificata operazione, effettuata con la piena collaborazione del governo turco. Gli obiettivi dell’operazione erano molteplici, ma si pensa che l’assassinio a sangue freddo di quelle nove persone, in acque internazionali, fosse parte integrante della guerra attuale contro la Siria.
Il 17 dicmbre  2011, l’articolo del giornalista spagnolo Daniel Iriarte rivelava un certo numero di fatti importanti. (1) Mentre era in Siria, Iriarte aveva parlato con tre libici collegati ad Abdelhakim Belhaj (preziosa risorsa della NATO e macellaio di Tripoli). Illustrando quanto fosse strumentale per l’intelligence occidentale, Belhaj venne collegato ai falsi attentati di Madrid da nientr’altri che l’ex primo ministro spagnolo Jose Maria Aznar. Inoltre, è stato un indispensabile pedone della ragnatela della NATO, facendo da spola tra la Libia e la Siria (2), al servizio del nefasto legame occidentale-GCC-israeliano che ora lacera entrambe le nazioni. Quando Iriarte incontrò questi libici, che a quanto pare non fecero alcun tentativo di nascondere la loro identità o nazionalità, affermarono di essere in Siria per “valutare i bisogni dei fratelli rivoluzionari siriani“. Uno degli uomini era il libico-irlandese Mahdi al-Harati, comandante della Brigata di Tripoli e il vice di Abdelhakim Belhaj, a capo del Consiglio militare di Tripoli. Il Consiglio Militare di Tripoli è una forza mercenaria della NATO, incaricata di unificare i mercenari che combattevano la guerra terrestre della NATO in Libia; in sostanza di eseguire il lavoro sporco degli occupanti.
In una comunicazione molto rivelatrice, al-Harati disse ad Iriarte che venne “ferito nell’assalto alla Mavi Marmara, e che trascorse nove giorni in carcere a Tel Aviv“.
NSNBC ha recentemente pubblicato un pezzo molto importante dal titolo “GLADIO, da Bin Laden a Erdogan, Belhadj e Hamas: Mossad e la biancheria sporca della NATO nel 2012“(3).
Christof Lehmann – redattore di NSNBC – ha rivelato a questo autore che una sua ben informata fonte palestinese gli ha confidato che, oltre ad al-Harati, il tesoruccio della NATO Abdelhakim Belhaj era anch’esgli a bordo della Mavi Marmara, quella fatidica notte.
I lettori non dovrebbero essere sorpresi dal fatto che Mahdi al-Harati, che viveva senza preoccupazioni in Irlanda, con centinaia di migliaia di sterline della CIA, (1) fosse stato rilasciato senza problemi dalle autorità israeliane, dopo l’attacco alla flottiglia.
Dopo tutto, al-Harati è stato diligentemente al servizio dell’agenda israelo-occidentale, tornando in Libia dall’Irlanda all’inizio della controrivoluzione di febbraio (come l’agente della CIA Khalifa Haftar) (4), al fine di comandare ‘le forze ribelli’ della NATO.
I lettori dovrebbero invece chiedersi che cosa stessero facendo questi due agenti dell’intelligence occidentale a bordo della Mavi Marmara – una nave per gli aiuti che stava navigando verso Gaza, afffittata dalla coscienza e dal buon cuore degli attivisti umanitari di tutto il mondo, in solidarietà alla Palestina.
Si pensa che il massacro della flottiglia di Gaza sia stato un grande inganno orchestrato da Turchia e Israele, al fine di facilitare l’eliminazione di alcuni personaggi turchi che si sarebbero opposti alla guerra di Erdogan contro la Siria. Persuadere questi uomini, essendo membri dei Fratelli Musulmani e di altri gruppi affiliati, ad entrare nella flottiglia non sarebbe stato un compito difficile, anche considerando che probabilmente si opponevano con veemenza a Israele, ma tenendo presente la loro opposizione alle intromissioni in Siria.
La presenza altamente probabile degli agenti della NATO Belhaj e al-Harati sulla nave (per facilitare l’assassinio degli obiettivi degli squadroni della morte dell’IDF), conferisce credibilità a questa teoria, così sul modo in cui sono stati uccisi i cittadini turchi: esecuzioni sommarie a bruciapelo.
La relazione della missione dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) sull’attacco israeliano alla flottiglia di Gaza, pubblicato nel settembre 2010, provò definitivamente (5) che sei delle vittime erano state uccise in ‘stile esecuzione’ dai terroristi israeliani.
La relazione ha rilevato che non solo Furkan Dogan venne sommariamente giustiziato, come gli altri obiettivi di questa violenza israeliana, ma venne immobilizato a terra per ‘qualche tempo’, incapace di reagire, prima che gli si sparasse in testa a bruciapelo. Questo metodo di esecuzione, usato dagli agenti israeliani, suggerisce che avevano l’ordine di uccidere metodicamente certi passeggeri della nave.
Questa idea è fortemente corroborata dalle notizie secondo cui i soldati dell’IDF avevano già le liste dei bersagli da assassinare (6), quando presero la nave.  Un altro obiettivo strategico di questa operazione era mobilitare il sostegno pubblico turco a favore di Erdogan, che immediatamente adottò un atteggiamento aggressivo (ma completamente vuoto) nei confronti d’Israele. Questo sostegno pubblico era destinato ad essere incanalato in una campagna turca contro la Siria – una campagna in cui gli agenti della NATO  Belhaj e al-Harati erano e sono intimamente coinvolti.
Christof Lehmann ha descritto il massacro della flottiglia per Gaza come “la falsa bandiera più ingannevole nella storia contemporanea“. Nel momento in cui Hamas – la fazione principale della resistenza palestinese all’usurpazione israeliana – ha cominciato ad allinearsi con il Qatar e l’Arabia Saudita (7) (che sono tra gli architetti della guerra in Libia e Siria), questa possibilità sembra chiara, convincente e degna di attenta considerazione.

Aggiornamento del 4 febbraio 2012
Un articolo del 3 giugno 2010 di Ali Abunimah è molto importante al riguardo. Nel suo articolo intitolato “Israele tenta di assassinare lo sceicco Raed Salah, sulla Mavi Marmara, ma uccide invece un ingegnere turco“, (8) Abunimah presenta alcune prove circostanziali che supportano l’idea che l’assalto israeliano alla flottiglia sia stata un’operazione di omicidio mirato. Ricordiamo – Israele non aveva alcuna reale necessità di assalire la nave sparando con tutte le armi – la sua marina era semplicemente in grado di danneggiare le eliche e di rimorchiare la nave in porto.
Le informazioni presentate da Abunimah suggeriscono che Israele abbia tentato di assassinare il palestinese cittadino d’Israele e influente figura del Movimento islamico, lo sceicco Raed Salah. Il cittadino turco Ibrahim Bilgen vene assassinato dai soldati israeliani, che piantorono quattro pallottole su di lui – alla tempia, al petto, ai fianchi e alla schiena. Abunimah teorizza che Bilgen sia stato scambiato per Salah dagli squadroni della morte israeliani, a causa della sua estrema somiglianza fisica. Questo è evidente quando si giustappongono le immagini dei due uomini (8).
Inoltre, l’articolo di Abunimah fa riferimento a un video della presunta ‘lista della morte’ trovata sulla flottiglia. Il seguente passo dell’articolo di Abunimah sottolinea ulteriormente l’idea che i soldati dell’IDF fossero lì col preciso scopo di uccidere certe persone:
Nelle preghiere del Venerdì, secondo al-Jazeera, Al-Haj Sheikh aveva detto che i soldati israeliani selezionarono dei passeggeri per l’esecuzione – quasi come se scegliessero quali animali uccidere.
Chi erano le persone nominate nella presunta ‘lista della morte’? Erano le stesse persone che Israele avrebbe poi assassinato? Tenendo presente l’assassinio probabilmente per errore di Ibrahim Bilgen, e la morte del 19.enne Furkan Dogan (un ragazzino che non avrebbe potuto essere un bersaglio di tali profonde dispute geopolitiche), c’è un’alta probabilità che i morti non siano stati tutti obiettivi prefissati da Israele.
Poichè Israele ha avuto ed ha il monopolio completo di video, foto e tutte le prove fisiche che furono lasciate sulla nave (probabilmente ora tutte distrutte), ci siamo in gran parte limitati a speculazioni.

Turchia e Israele post-Flotilla: il mito dei legami recisi
A un anno dal massacro della flottiglia, i legami economici e militari tra la Turchia e l’entità sionista erano in pieno boom, mettendo da parte il mito che le due nazioni avessero tagliato (o anche leggermente ridotto) i loro contatti.
Due articoli, uno del quotidiano Hurriyet della Turchia e uno del New York Times, danno un quadro convincente della stretta integrazione economica e militare di cui Israele e Turchia continuano a godere, nonostante la finta postura di Erdogan.
Menashe Carmon, un uomo d’affari israeliano che è nato a Istanbul, ha detto al New York Times (9) che poche settimane dopo il massacro della flottiglia, “Non c’erano compagnie israeliane che stessero lasciando la Turchia“, e che “Il business è business, e null’altro, e che gli investimenti sono crescita.”
L’articolo del NYT sosteneva, inoltre, che secondo funzionari turchi una stretta cooperazione tra Israele e l’esercito turco continuava dietro le quinte, anche dopo lo spargimento di sangue della flottiglia:
Poche settimane dopo il raid alla flottiglia, una delegazione militare turca era arrivata in Israele, per apprendere come utilizzare lo stesso velivolo senza pilota utilizzato da Israele per dare la caccia ai militanti palestinesi nella Striscia di Gaza. L’affare dei droni da 190 milioni dollari non era stato cancellato, anche se gli istruttori israeliani in Turchia furono richiamati dopo il raid.
Doron Abrahami, membro dello staff presso il Consolato israeliano a Istanbul, aveva anche rivelato che una importante collaborazione nella ricerca e sviluppo, tra Israele e Turchia, era stata commissionata solo poche settimane dopo l’assalto alla Mavi Marmara. Questa era solo una delle 20 analoghe iniziative di collaborazione:
Gli affari sono affari“, ha detto, mostrando un invito del 15 luglio, co-firmato dalle agenzie economiche di Turchia e Israele, poche settimane dopo il raid israeliano, che invitava le aziende israeliane e turche a presentare offerte per una ricerca cofinanziata e sviluppata, una delle oltre 20 operazioni del genere che si diceva fossero in corso.
L’Export Manager della società turca Necat Yuksel (che ha importato 40 milioni di dollari di prodotti chimici da Israele, nel 2009), ha rivelato che le vendite da Israele non hanno mostrato segni di rallentamento. In realtà, non un solo contratto era stato annullato. (9)
Circa un anno dopo, un dirigente della turca Yakupoglu aveva parlato con  Hurriyet, nel maggio 2011. Il manager aveva rivelato (10) che la Turchia acquistava equipaggiamenti bellici high-tech da Israele, mentre l’esercito d’Israele veste prodotti turchi, soprattutto gli stivali dell’esercito. Inoltre, parlando un anno dopo l’attacco alla flottiglia, il manager rivelava che non vi era stata alcuna interruzione negli affari della sua azienda con Israele.
Il commercio tra Israele e la Turchia ha raggiunto il picco di 3,442 miliardi di dollari, alla fine del 2010 (l’anno del massacro della flottiglia), rispetto ai 2,580 miliardi nel 2009 (10).
Uriel Lynn, presidente della Camera Centrale di Commercio israeliana e di Tel Aviv, ha detto a Hürriyet che “i rapporti commerciali Turchia e Israele sono sempre più forti, nonostante i conflitti politici … i turchi e gli israeliani non sono in lotta; il boom del commercio in entrambi i paesi dimostra che … il commercio e gli investimenti bilaterali non sono stati affatto colpiti dalla situazione politica.”
Nel secondo trimestre del 2011, la Turchia era il principale partner commerciale d’Israele nella regione, e il secondo nel mondo, secondo Ahmet Reyiz Yilmaz – a capo del Gruppo Yilmazlar – da 17 anni coinvolto nei grandi progetti edilizi in Israele.
Insieme, tutte queste relazioni di poco dopo l’attacco flottiglia, e di circa un anno dopo, dimostrano chiaramente che non c’era assolutamente alcuna sospensione degli strettissimi legami economici e militari tra Israele e Turchia. Qualsiasi degrado percepito nelle relazioni era solo retorica, il massacro della flottiglia di Gaza non ha avuto alcun effetto significativo sul partenariato tra l’entità sionista e la Turchia.

Note
(1) ‘Islamistas Libios se desplazan a Siria para ayudar a la revolucion‘ – ABC.es
(2) ‘Free Syrian Army commanded by Military Governor of Tripoli’, Thierry Meyssan
(3) ‘GLADIO, Bin Laden to Erdogan, Belhadj and Hamas: Mossad´s and NATO´s Dirty Underwear 2012′, di Christof Lehmann (3)
(4) ‘A CIA commander for the Libyan rebels’ di Patrick Martin
(5) ‘UN Fact-Finding Mission Says Israelis “Executed” US Citizen Furkan Dogan’ , Gareth Porter
(6) ‘Turkish Sources – Israeli Advance Target Assassination List Found on Flotilla’ – Redacted News
(7) ‘Hamas and al-Jamaa al-Islamiya: The New MB Look’ – Al-Akhbar English
(8) ‘Did Israel try to assassinate Sheikh Raed Salah on Mavi Marmara but kill a Turkish engineer instead?’, Ali Abunimah
(9) ‘Turkey and Israel Do a Brisk Business’, Dan Bilefsky
(10) ‘Business as usual between Turkey, Israel’ – Hürriyet Daily News, 30 Maggio 2011

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 38 other followers