Turchia: un altro Egitto?

Andrej Areshev Strategic Culture Foundation 10.06.2013

turkey2013In molte occasioni il sistema politico di “tipo turco” è stato visto come un esempio da seguire per l’Egitto, dopo la “rivoluzione dei gelsomini”. La visita al Cairo nel 2011 del primo ministro Recep Tayyip Erdo?an, che è anche presidente del partito Giustizia e Sviluppo (AKP), cercò di apparire come qualcuno che avesse vinto senza combattere e un leader che era riuscito a riprendersi le terre perdute dall’impero ottomano, nel tentativo di farlo rivivere nelle nuove condizioni storiche. Aveva  elogiato fortemente le prestazioni del suo Paese, che ha davvero raggiunto le realizzazioni in politica estera ed economica negli anni 2000 di cui parlava. Ma le cose cambiano e il Medio Oriente è una regione instabile. Ora gli eventi in Turchia acquisiscono una maggiore somiglianza con ciò che è accaduto in Egitto, dove i manifestanti pacifici riempirono la piazza Tahrir di Cairo. Il presidente del Consiglio sembra avere alquanto sovrastimato le risorse e le capacità del Paese. La protesta locale suscitata dagli ambiziosi piani di costruzione nella zona di piazza Taksim, è divenuta  una serie di disordini di massa a livello nazionale con decine o persino centinaia (di migliaia) di manifestanti che occupano le strade. Le richieste di protezione ecologica si sono trasformate in slogan politici. La domanda chiave sono le dimissioni di Erdogan e del suo governo. La protesta continua a diffondersi coprendo nuove aree e interessi.
Scontri feroci tra manifestanti e polizia (non senza ragione alcune unità sono viste come le “guardie private” di Erdogan) hanno avuto luogo a Istanbul, Ankara e altri grandi centri provinciali (come Smirne e Konya), uffici del partito al governo sono stati distrutti. Anche i tifosi di squadre rivali si sono uniti contro la violenza della polizia. La Confederazione dei sindacati dei lavoratori pubblici della Turchia (KESK), si è unita alle proteste. Alcuni dicono che in caso di scioperi in tutto il Paese, la posizione del Padishah diventerebbe davvero traballante. Certo, la Turchia non era immune dalle crisi, in precedenza, ma le forze armate intervennero ogni volta che succedeva. Oggi sono state private di tali funzioni, il partito di governo ha effettivamente schiantato i militari, sradicando ogni tentativo di cospirazione, portando confusione e incertezza nei loro ranghi. (2) Come già in Egitto, il movimento di agitazione non ha prodotto nessun leader (o gruppo di dirigenti) e le reti sociali hanno un ruolo importante nel riunire oltre 8 milioni di persone. Più di due milioni di messaggi sugli eventi in Turchia sono stati inviati da utenti di Twitter in appena 24 ore.  Circa il 90% dei messaggi proveniva dal Paese, la metà dei quali da Istanbul. Circa l’88% dei massaggi erano in lingua turca, portando alla conclusione che i messaggi fossero indirizzati al pubblico interno. Vi sono altri segni che indicano che gli attivisti degli inaspettati disordini fossero perfettamente pronti per la guerra delle informazioni, mentre i poteri forti sembrano essere sulla difensiva e perdenti nei mass media e su internet (a differenza della polizia con i manifestanti, nelle strade e e nelle piazze). Secondo il Guardian, Erdogan ha accusato gli stranieri e ha attaccato Twitter dicendo: “Ora c’è una minaccia che si chiama Twitter. Il miglior esempio di menzogna può essere trovato qui. Per me, i social media sono la peggiore minaccia per la società”. Il ruolo dei media nel mondo moderno è ben noto, e quindi fare affermazioni simili è la via più breve per acquisire l’immagine di “oppressore” e di “dittatore”. Non c’è da stupirsi, non vi è di fatto supporto occidentale al Primo ministro: i media e i politici si scagliano contro la polizia turca, accusandola di essere troppo dura nel sedare i disordini. Per esempio, il segretario di Stato degli USA John Kerry ha espresso preoccupazione per le manifestazioni antigovernative in Turchia chiedendo moderazione. Questa affermazione è in linea con quella di Bruxelles, fatta nella stessa occasione.
Ovviamente non tutti i gruppi politici od organizzazioni informali, i cui attivisti occupano le strade di Istanbul, Ankara e di altre città, sono liberali e filo-occidentali. Tra i radicali partecipanti al movimento Occupy Taksim vi sono gli oppositori di Erdogan di tutto lo spettro politico, dagli ultra-nazionalisti, che lo disprezzano per l’avvio di un dialogo con i curdi, ai gruppi di sinistra che si oppongono alle sue politiche sociali ed economiche eccessivamente “pro-capitaliste”, così come al suo sostegno ai militanti antigovernativi siriani. (3) Nel caso in cui l’agitazione prosegua, le forze più incrollabili, che seguano piani d’azione coerenti e siano pronte ad adottare qualsiasi misura per raggiungere degli obiettivi rigorosamente definiti, saranno coloro che si avvantaggeranno. Evidentemente, la comprensione degli eventi di tale gravità e portata richiede di dare uno sguardo su tutte le cause interne ed esterne. La situazione potrebbe essere causata da tensioni emerse tra l’islamismo “morbido” (gradualmente diventando duro) di Erdogan e i sentimenti presenti nelle file della parte secolarizzata della società. Queste sono le stesse tensioni che, in un modo o nell’altro, furono una caratteristica specifica del califfato ottomano e della Repubblica Kemalista dal 1923. Non importa che il partito Giustizia e Sviluppo abbia vinto una serie di elezioni, l’occidentalizzazione è andata troppo in profondità nel tessuto della società turca. Anche in città tradizionalmente conservatrici come Konya, l’influenza occidentale ha messo radici abbastanza profonde. Erdogan difficilmente potrebbe sostituire il sistema giuridico laico con la legge islamica, ma insiste sulla priorità dei valori e dei simboli religiosi. Per esempio, la legge recentemente approvata che limita il consumo di alcol. Difendendo l’opportunità del provvedimento, Erdogan ha detto che ama il suo popolo e vuole proteggerlo dalle cattive abitudini. Ma molte persone non vogliono vivere sotto lo sguardo vigile di un padre premuroso. (4) Quindi, vi è una divisione civile, o anche, una spaccatura culturale e di civiltà che riflette i processi sociali, economici e politici vivaci e contraddittori in corso nel Paese. L’adesione alla NATO della Turchia e la sua presenza in Medio e Vicino Oriente non sono meno importanti nel mettere il Paese al centro dei recenti esperimenti geopolitici occidentali. Il ruolo distruttivo del Paese nella crisi siriana è evidente. Coloro che seguono da vicino le vicende hanno prestato attenzione sulle pressioni senza precedenti che gli Stati Uniti hanno esercitato sulla Turchia. Vorrei ricordare che Hosni Mubaraq, l’ex leader dell’Egitto, era anch’egli visto come un affidabile partner dagli statunitensi. Non molto tempo prima del rovesciamento aveva iniziato a mostrare un certo grado di indipendenza…
Parlando delle prossime previsioni, è del tutto possibile che Abdullah Gül, presidente della Turchia, adotti misure conciliative. Formalmente compagno di viaggio politico di Erdogan, mantiene una certa distanza dal corso incrollabile del premier e ha la reputazione di politico moderato. Uno dei possibili risultati potrebbe essere il sostegno da alcuni gruppi dell’élite politiche. L’esempio lampante è Fethullah Gülen, auto-esiliatosi nel 1998 in Pennsylvania, dove risiede. Gode di un forte sostegno in Turchia. Leader spirituale del movimento globale Hizmet, che comprende media, scuole e organizzazioni caritative (in gran parte finanziato da imprenditori dell’Anatolia), lo studioso musulmano ha una notevole influenza politica in Turchia, come riferisce l’Economist. (5) Molti (se non la maggior parte) di coloro che votano per il partito Giustizia e Sviluppo, sono sostenitori di Fethullah Gülen e della sua rete Hizmet, e non stupisce che il suo parere su una vasta serie di questioni (il dialogo emergente con i curdi, per esempio) abbia un’importanza fondamentale. (6) Il 31 maggio ha incontrato Ahmet Turk, leader del Partito della società democratica (DTP) pro-curdo, che era in visita negli Stati Uniti. (7) Prima che avesse luogo l’incontro tra lui e il viceprimo ministro Bulent Arinc. (8) Forse non si trattava soltanto della questione curda. Leggendo un sermone a metà maggio, Gülen fece una velata critica della vanità di Erdogan (9). Senza dubbio, rifletteva sullo stile di Erdogan. Anche alcuni giornalisti di Zaman, il quotidiano strettamente legato al suo movimento, hanno criticato l’atteggiamento arrogante del Primo ministro. (10) I seguaci di Gülen, che agivano da alleati del partito al governo (ma più amichevoli verso l’occidente), potrebbero prendere una posizione più precisa se le agitazioni continuano. D’altra parte, gli altri partiti e gruppi, compresi quelli più radicali, possono intensificare le loro attività.
Tutto ciò non sorprende. Vorrei ricordare il “duro lavoro per passare da una tirannia a una democrazia”, l’ondeggiante lungo sostegno alle dittature per rafforzare le democrazie, quale principio fondamentale della politica estera delineata solo pochi anni fa dal presidente Bush Jr., quando il suo mandato stava finendo. (11) Altri attori, che mantengono una sorta di rapporti di “competizione/cooperazione” con Washington, potrebbero perseguire i propri interessi. Già si sono alzate voci che definiscono la situazione in Turchia una “una svolta epocale” nella promozione di una più matura “democrazia turca”. E’ abbastanza evidente. La questione è che in termini concreti l’emergere di questo tipo di democrazia comporterà un’ulteriore frammentazione della società turca (prendendo in considerazione la sua storicamente complessa composizione etnica e il carattere piuttosto complicato dei rapporti con i confinanti), influenzandone i rapporti futuri con tutti gli Stati vicini.

Note:
(1) Main trade union backs Turkey’s anti-govt protests
(2) Inoltre, si sono diffuse voci a Istanbul, secondo cui i militari laici si sono rifiutati di rispondere alle richieste della polizia per avere una mano nel reprimere i disordini, mentre dei manifestanti sarebbero anche stati visti prendere maschere antigas negli ospedali militari. Dorsey J. Tahrir’s Lesson For Taksim: Police Brutality Unites Battle-Hardened Fans? – Analysis
(3) Dopo i tumulti dell’11 maggio di qualche migliaio di manifestanti per le strade di Reyhanli, esprimendo malcontento per l’azione del governo, il gabinetto di Erdogan ha cercato di darne la colpa alla Siria. In precedenza, nel 2012, Faruk Logoglu vicepresidente del Partito Repubblicano del Popolo all’opposizione, ha detto che gli eventi erano una diretta conseguenza della politica del governo in Siria. Difficilmente si può mettere in discussione la competenza dell’ex viceministro degli Esteri, un esperto diplomatico, coinvolto nella preparazione di molti eventi importanti (compresi quelli relativi alla Siria e al Medio Oriente in generale).
(4) Mustafa Akyol. How Not to Win Friends and Influence the Turkish People.
(5) The Gulenists fight back. A Muslim cleric in America wields surprising political power in Turkey
(6) Is Gulen Movement Against Peace With PKK?
(7) Ahmet Türk Fethullah Gülen’le gorustu iddiasi
(8) Bulent Arinç: Fethullah Gülen’le 3 saat gorustuk
(9) Tahrir’s lesson for Taksim: Police brutality unites battle-hardened fans
(10) As Turks Challenge Their Leader’s Power, He Tries to Expand It
(11) Vladimir Avtakov, esperto della Turchia, offre uno sguardo sulla storia della serie di ondate di disordini che negli Stati arabi hanno portando al potere le figure di leader “popolari” o “islamisti”, che in realtà erano strettamente dipendenti dagli Stati Uniti d’America. Turkey: Managed Chaos and Police Instead of Military.

La ripubblicazione è accolto in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia traccia la sua linea rossa sulle sabbie siriane

S-300, MiG-29 e MiG-31 alla Siria. La Russia traccia la sua linea rossa sulle sabbie siriane. Verso l’equilibrio strategico in Medio Oriente
Christof Lehmann (Nsnbc) 6 giugno 2013

Mikoyan-MiG-29M-Russian-Air-ForceIl recente impegno da parte della Russia di onorare un contratto con la Siria per la fornitura dei  sistemi di difesa aerea S-300, considerati tra i migliori, se non i migliori del mondo, viene seguita dalla richiesta siriana di ricevere aerei da combattimento MiG-29M/M2. Nel 2012 la NATO stanziava dei sistemi di difesa missilistica Patriot lungo i 900 km del confine siriano con la Turchia, e Arabia Saudita e Stati Uniti firmavano un accordo per un importante aggiornamento dell’aviazione saudita. La Russia traccia una linea rossa sulla sabbia siriana. Secondo il presidente russo Vladimir Putin, un intervento militare diretto contro la Siria sarebbe inutile. Il Medio Oriente si prepara al confronto. Nel corso di una conferenza stampa il giorno dell’apertura del vertice Russia-UE a Ekaterinburg, il 4 giugno, il presidente russo Vladimir Putin ha confermato ancora una volta che la Russia onorerà il suo contratto con la Siria fornendo i sistemi SAM S-300. Putin ha sottolineato la delusione della Russia per il mancato prolungamento dell’embargo dell’Unione europea sulle armi alla Siria, che consente ad ogni Stato membro dell’UE di decidere se armare i terroristi e i mercenari che destabilizzano la Siria dal 2011. Gli S-300 secondo Putin stabilizzeranno la regione. Putin ha sottolineato che gli S-300 sono tra i migliori, se non sono i migliori sistemi di difesa aerea che, così Putin, ogni esperto militare può confermare. Nella stessa occasione, il presidente russo ha indirizzato un malcelato avvertimento a NATO, Israele e Stati membri del CCG, quando ha dichiarato che qualsiasi tentativo d’intervento militare diretto contro la Siria sarebbe inutile.
Le forze armate siriane raccolgono sempre più successi nella lotta all’insurrezione. Dopo che la strategia militare è stata adattata alla guerra asimmetrica e alle tattiche contro-insurrezionali, tra cui le milizie popolari che difendono villaggi e città contro nuovi attacchi dei ribelli, dopo che l’esercito arabo siriano li ha eliminati assicurando la zona, gli insorti continuano a perdere terreno e iniziano ad utilizzare tattiche da guerra psicologica sempre più disperate, come armi chimiche e il cannibalismo sui cadaveri dei soldati siriani uccisi, con tanto di telecamere. Gli insorti mostrano segni di disperazione. Il coinvolgimento di Hezbollah a protezione del confine libanese con la Siria, rendendolo meno poroso all’infiltrazione di armi e combattenti, e l’impegno del governo iracheno nel fare lo stesso al confine siriano-iracheno, limitano i rifornimento agli insorti. I restanti fronti aperti sono limitati a Turchia, Giordania, Israele e alla regione curda del nord dell’Iraq. La rivolta popolare in Turchia è probabile che, per lo meno, si traduca in un’amministrazione Erdogan gravemente indebolita da dover essere costretta ad adeguare la sua politica verso la Siria. La Turchia potrebbe cessare di essere il fronte logistico primario degli insorti. La Russia ha anche tracciato una linea rossa nella sabbia o nelle acque siriane, quando ha deciso di ricreare la flotta mediterranea. Le prime implementazioni sono arrivate a Tartus che viene lentamente trasformata da porto ausiliario a base navale operativa. La mossa stabilizza la regione ad un certo livello e potrebbe contrastare la creazione di una base NATO a Cipro.
Nel 2012, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti hanno approvato un accordo per un grande aggiornamento dell’aviazione saudita. Oltre a consegnare la versione più avanzata del jet da combattimento F-15, normalmente riservato ad un ristretto club di sole sei nazioni, gli F-15 più vecchi dell’arsenale saudita hanno ricevuto notevoli aggiornamenti. Dopo il completamento delle consegne, degli aggiornamenti e dell’addestramento l’Arabia Saudita avrà circa 300 jet da combattimento F-15, rendendo l’aviazione saudita paragonabile a quella d’Israele.
Dopo che la Russia aveva inizialmente sospeso il contratto russo-siriano per l’aggiornamento dell’aeronautica siriana, sembra che la Russia lo stia riconsiderando, in risposta alla mancanza di volontà occidentale nel risolvere pacificamente la controversia sulla Siria. In linea di principio, la guerra in Siria è causata dalla mancanza di convergenza sulle pretese energetiche e di sicurezza tra Qatar, Arabia Saudita, Israele, Stati Uniti e i due blocchi concorrenti nell’UE guidati rispettivamente da Francia e Regno Unito e da Germania e Repubblica Ceca, così come con le richieste di Iran e Russia. Il successo della conferenza Ginevra 2 consentirebbe di affrontare le questioni fondamentali. Le dichiarazioni di Vladimir Putin, secondo cui l’introduzione degli S300 crea stabilità, potrebbero essere seguite dall’instaurazione dell’equilibrio strategico anche tra le forze aeree regionali. E’ anche un segnale chiaro che la NATO e l’UE non possono contare sul fatto di poter risolvere i problemi di sicurezza e geopolitica energetiche con guerre illegali, senza dover prendere in considerazione la possibilità di dover pagare un prezzo che potrebbe essere alto.
Le autorità governative siriane hanno ripreso i contatti riguardanti l’attivazione del contratto russo -siriano per l’acquisizione dei caccia MiG-29M/M2 dopo la fine dell’embargo sulle armi dell’UE alla Siria. L’informazione è stata confermata dal costruttore aereo russo. Una delegazione siriana  recentemente era arrivata a Mosca per discuterne i dettagli e i tempi, ha dichiarato il capo del Mikojan Design Bureau Sergej Korotkov. Il contratto è stato inizialmente firmato nel 2007, ma lo scoppio dei disordini civili in Siria nel 2011 ha inizialmente spinto la Russia a sospendere l’accordo per fornire 24 aerei da combattimento MiG-29M e 5 intercettori MiG-31.
Trovare una soluzione pacifica della crisi in Siria diventa sempre più improbabile. Mentre l’opposizione sostenuta dall’estero, ovvero al-Qaida, crea un disastro di pubbliche relazioni dopo l’altro e non riesce a creare un coerente fronte politico, il dialogo nazionale tra i partiti, le organizzazioni di massa, le comunità etniche e religiose, le organizzazioni d’interesse speciale e il governo in Siria continuano a fare progressi. Una vittoria decisiva della rivolta contro l’esercito siriano diventa sempre più improbabile, e la continuazione da parte di Unione europea, Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar nel finanziare e armare i terroristi mercenari di Jabhat al-Nusrah, anche se potrà destabilizzare la Siria, non porterà ad una vittoria decisiva senza l’intervento militare diretto o il sostegno militare diretto alla sovversione. L’introduzione dei MiG-29 e dei MiG-31 russi, insieme all’introduzione dei SAM S-300 e di altra tecnologia missilistica russa, così come la maggiore presenza navale russa, regolerà l’equilibrio strategico tra l’asse occidentale e l’asse russo-iraniano- siriano. Non possono compensare l’enorme potenza di fuoco accumulata dalla NATO e dagli alleati della NATO nella regione, ma garantiranno che qualsiasi aggressione militare contro la Siria sarà più costosa di quanto i leader politici occidentali o arabi siano disposti a subire per sopravvivervi politicamente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: l’opposizione in rotta

Pjotr Lvov (Russia) New Oriental Outlook 7 giugno 2013 – Oriental Review

237633-a-syrian-soldier-displays-a-poster-of-president-bashar-al-assad-as-he-Con il sostegno finanziario di Qatar e Arabia Saudita in prosciugamento e il flusso di armi da Turchia e Libano in rallentamento, ciò che accade ora è che i ribelli iniziano a sbandarsi sotto l’assalto dell’esercito siriano. Ciò avviene sullo sfondo dei crimini commessi dai ribelli: Riyadh è chiaramente stanca di gettare soldi agli islamisti, sempre più dominati da Doha, piuttosto che dai sauditi; ci potrebbe essere un giro di vite nel governo del Qatar in qualsiasi momento, a causa della malattia dell’emiro, per il quale al momento è più importante risolvere il problema di nominare il principe ereditario capo dello Stato, mentre la Turchia è alle prese con la sua “primavera rivoluzionaria”. Il 4 giugno, le forze armate siriane sono riuscite a spazzare via i ribelli dalla città  strategicamente importante di al-Qusayr, che si trova nella Siria centrale presso il confine libanese.  I ribelli e le forze governative hanno combattuto per il controllo della città per circa sei mesi. Hama è stata quasi completamente liberata il 5 giugno. Secondo i rapporti le truppe fedeli al governo legittimo, comprese le unità speciali della Guardia, si preparano ad avviare nei prossimi giorni un’operazione per debellare i ribelli trinceratisi in alcuni quartieri. Se ciò accade, Damasco avrà il pieno controllo di tutte le principali città della Siria. Qualche sacca di resistenza può persistere per qualche tempo naturalmente, ma gli islamisti sono agli sgoccioli. Rendendosi conto della situazione disperata, dunque, alcuni estremisti hanno deciso di attaccare il centro della capitale con i mortai, ma senza ottenere il risultato desiderato. Inoltre, le truppe siriane hanno avviato le operazioni nella periferia di Damasco, dove l’esercito libero siriano è ancora presente.
Percependo ciò, i Paesi che avevano cercato il rovesciamento di Bashar al-Assad, in particolare la Francia, hanno deciso ancora una volta di giocare la “carta chimica.” Così, mentre il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius era a New York per firmare un accordo internazionale che disciplina la vendita delle armi convenzionali, consegnava un rapporto alle Nazioni Unite sulla base delle recenti “rivelazioni” del giornale Le Monde sul presunto uso, da parte dell’esercito siriano, di sostanze chimiche tossiche contro i combattenti dell’opposizione. Alcune oscure “analisi” sulla composizione di questi agenti tossici, compiuti in laboratori francesi, vi compaiono. Una cosa non è affatto chiara, chi ha usato le armi chimiche: le forze del governo o i ribelli? Dopo tutto, le prove ufficiali sono carenti. C’è solo da ipotizzare che qualcosa sta succedendo: mercenari estremisti con  fiale di Sarin arrestati recentemente in Turchia mentre tentavano di entrare in Siria, sono stati liberati quasi subito su pressione britannica. Non sembra strano che degli estremisti catturati con un tale carico mortale vengano trattati in questo modo? No, se si considera che Londra, ovviamente, non voleva che fossero arrestati, ma che entrassero in Siria dalla Turchia con il loro “carico” tossico e, quindi, creare un “caso” per poter accusare Damasco di utilizzare agenti tossici!
Carla del Ponte ha dato una buona risposta alle accuse di Fabius secondo cui Damasco ha usato armi chimiche. Ha detto che la prova è ancora carente riguardo chi abbia usato le armi chimiche, che hanno ucciso alcune persone, quando le armi convenzionali ne hanno uccise decine di migliaia. Mentre parlava domenica scorsa in qualità di membro della commissione d’indagine su eventuali violazioni dei diritti umani in Siria delle Nazioni Unite, gli esperti sospettano fortemente che siano i ribelli contrari al Presidente Assad ad aver usato armi chimiche. In un’intervista a una rete televisiva svizzera, ha detto che secondo le testimonianze delle vittime e dei medici, probabilmente furono i ribelli ad aver usato l’agente nervino Sarin. Ha anche sottolineato che gli esperti non hanno ancora prove concrete e ha ricordato che l’inchiesta è tutt’altro che completa.
Londra e Parigi chiaramente esaltano la storia delle armi chimiche solo per provocare un intervento militare straniero in Siria e spingere Stati Uniti e Israele a usare la forza militare contro Damasco. Dal momento che ciò non funziona, promuovono attivamente un tema diverso, l’intervento da parte di Hezbollah e dell’Iran, che presumibilmente combattono dalla parte delle forze di governo, come ad al-Qusayr. L’opposizione l’ha principalmente utilizzato come pretesto per evitare di partecipare alla conferenza di Ginevra 2, anche se è già stato accertato che non c’erano combattenti di Hezbollah ad al-Qusayr. Al contrario, il gruppo sciita ha contrastato i tentativi dei ribelli siriani di entrare in Libano dalla regione di al-Qusayr. Prostrarsi alla propaganda è l’arma principale usata da Gran Bretagna, Francia e Qatar, laddove al-Jazeera diffonde storie cui, a quanto pare, neanche i sostenitori dell’opposizione credono. Ma mi chiedo, che bisogno avrebbe Damasco della conferenza di Ginevra 2 se i ribelli subissero una grave sconfitta, prima che si svolga? Dopo tutto, il vincitore non ha bisogno di negoziare con il perdente. In cima a tutto il resto, la Francia ha detto tramite il suo ministro degli Esteri, che sarebbe meglio tenere la riunione a luglio invece che a giugno, perché dovrebbe essere una “conferenza di ultima istanza”. Poi è giunto un rapporto da Ginevra, la sera del 5 giugno, dopo un altro giro di consultazioni russo-statunitensi su Ginevra 2, dicendo che la riunione preparatoria potrebbe avvenire a fine giugno, e il vertice a luglio. In altre parole, la data viene spostata nuovamente. Evidentemente per evitare che non si svolga affatto. Infatti, prima delle vittorie del governo, molti in occidente speravano che al-Qusayr, Hezbollah, l’Iran e la questione delle armi chimiche divenissero pedine di scambio che avrebbero permesso all’opposizione e ai suoi sponsor di dettare condizioni. Sembrano abbiano sbagliato i calcolati ancora una volta. Dopo tutto, se le forze siriane continuano ad raccogliere successi e Damasco a riprendere il controllo sulle regioni dove i ribelli in precedenza erano forti, la conferenza non sarà più necessaria per altri motivi. Non ci sarà una vera e propria opposizione che possa prendere parte ai negoziati, perché potrebbe essere seppellita entro luglio, lasciando solo piccole sacche di terroristi a portare avanti la lotta contro Damasco, e i suoi leader potranno solo controllare la loro sede di Istanbul e le camere  nei due costosi hotel di Doha dove i ribelli vengono pagati e istruiti.
Per ora, tuttavia, i leader della Siria hanno intenzioni costruttive. Sono disposti a sedersi al tavolo delle trattative per elaborare un accordo riguardante il futuro del Paese sulla base di una soluzione politica. I ribelli dovrebbero essere dei pazzi a non approfittare del quadro pacifico che Damasco prospetta. In realtà, non possono esprimere le proprie condizioni, considerando l’attuale stato di cose in cui sono chiaramente in svantaggio. Inoltre, l’amministrazione Obama è ovviamente sempre meno desiderosa di vedere un regime islamista radicale in Siria. Come Israele. E senza  Washington, nessuno sponsor dell’opposizione deciderà d’intervenire militarmente in Siria, soprattutto dal momento che è sempre più difficile per la Turchia farlo.

Dr. Pjotr Lvov ha conseguito un dottorato in Scienze Politiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un Comunista siriano spiega il dovere di difendere la Patria

Invoca un fronte di resistenza contro l’assalto imperialista
PSLiberation 31 maggio 2013

Quello che segue è un’intervista ad Adel Omar, dell’ufficio esteri del Partito comunista siriano-Bakdash. L’intervista è stata realizzata a seguito di una conferenza internazionale di pace tenutasi a Istanbul e Antakya, Turchia, il 25-28 aprile ed è stato pubblicato nel numero di maggio del mensile del Partito Comunista della Turchia. La traduzione dal turco è di Liberation News.

104676_2009_10_31_23_08_39_image3Puoi descrivere la posizione del Partito comunista siriano verso l’aggressione imperialista alla Siria?
In primo luogo, come Partito Comunista Siriano riteniamo che gli eventi in Siria non siano né una rivoluzione né una guerra civile. E’ chiarissimo che ciò che avviene in Siria sia conforme ai piani imperialisti. Non è possibile per noi definire un processo in cui la NATO è coinvolta una rivoluzione. Inoltre, non è vero che i diversi settori del popolo siriano si combattano l’un l’altro. Al contrario, il nostro popolo resiste unito alle forze imperialiste. E’ vero che il popolo della Siria ha richieste ed esigenze che devono essere soddisfatte, ma il modo per raggiungere questo obiettivo non è tramite la distruzione di tutto ciò che appartiene allo Stato della Siria. Oggi, il nostro Paese è sotto attacco, e raggiungere l’unità nel popolo per difendere la nostra Patria è ciò che deve essere fatto per primo. A questo punto, pensiamo che sia fondamentale soprattutto che il governo risponda alle esigenze e ai bisogni del popolo. Per poter consolidare il fronte di resistenza contro l’aggressione imperialista, riteniamo una priorità assoluta che il governo provveda ai bisogni fondamentali del popolo, come cibo e medicine. Solo allora la lotta del popolo contro l’imperialismo sarà implacabile.

Si può dire che il governo di Assad abbia fatto parzialmente marcia indietro sulle sue tendenze neoliberiste, una volta partito l’attacco imperialista contro la Siria. Che cosa ne pensa il Partito comunista siriano delle politiche del governo di Assad? Pensate che i recenti cambiamenti dalla sua politica siano soddisfacenti?
Quando si valuta il decennio precedente l’aggressione alla Siria, vediamo che il governo siriano ha compiuto gravi errori in campo economico. Con la scelta delle politiche economiche neoliberiste, ha aperto il mercato siriano alle importazioni straniere, in particolare ai prodotti turchi e del Qatar.  Perciò centinaia di fabbriche e officine hanno chiuso e milioni di lavoratori hanno perso il lavoro. In realtà, non c’è stato un cambiamento sostanziale delle stesse politiche neoliberiste da quando l’intervento imperialista è iniziato. Come PC siriano, riteniamo che l’adozione di queste politiche economiche neoliberiste sia stato un errore fatale. Noi crediamo che la soluzione inizia mettendo fine a queste politiche. Inoltre, una guerra si svolge in Siria. Siamo di fronte a problemi molteplici e gravi. E’ importante rendersi conto che non c’è solo l’esercito siriano a resistere alle forze straniere imperialiste. Anche i semplici cittadini siriani combattono. Non sarebbe stato possibile all’esercito resistere per due anni contro un tale assalto, altrimenti. Con ciò in mente, è fondamentale che il governo sostenga il popolo con politiche economiche in modo che la resistenza popolare possa sopravvivere. Ma, purtroppo, è difficile dire se il governo oggi lo comprenda. Più o meno continua le politiche neoliberiste. Come PC siriano, riteniamo che il peggior rischio per la resistenza siriana sia l’economia.

I gruppi terroristici che operano sotto l’ombrello del cosiddetto esercito libero siriano hanno attaccato il Partito comunista siriano e altri gruppi della resistenza?
Sì, certo, e non è un’eccezione. I gruppi terroristici erano dietro una serie di attacchi contro di noi, compreso il bombardamento della nostra sede a Damasco. Quando hanno attaccato la nostra sede centrale, non furono in grado di colpirla, ma l’edificio accanto a noi è stato gravemente danneggiato. Ad Aleppo, i gruppi terroristici hanno attaccato la zona di sheikh Maqsud, prevalentemente curda, assaltando principalmente le abitazioni dei membri del Partito comunista. Purtroppo, tre compagne sono state assassinate in questi attacchi. Molti altri aderenti sono stati aggrediti, ma si sono salvati fortunatamente, non essendo a casa al momento degli attacchi. Stiamo vincendo una guerra difficile e grave, che non può essere presa alla leggera. Ma siamo determinati a continuare la nostra lotta. Per cominciare, sugli attacchi imperialisti alla patria, la storia ci mostra che i comunisti hanno la responsabilità primaria della resistenza e dell’organizzazione di questa resistenza. Come comunisti siriani, il dovere di lottare per la nostra Patria si trova prima di tutto sulle nostre spalle. Questa è la nostra responsabilità. In secondo luogo, non siamo in grado di immaginare una Siria futura, se non vittoriosa. Non abbiamo altra scelta se non la vittoria. Con questo in mente, si può essere sicuri che faremo del nostro meglio nel perseguire i nostri obiettivi. E’ naturale che tale determinazione sia attaccata dai terroristi. È normale.

Ci sono dei comunisti o forze di sinistra che dialogano o sono solidali con voi negli altri Paesi arabi  sottoposti agli attacchi imperialisti?
Per rispondere alla domanda, francamente anche se ci sono rapporti diplomatici che vanno avanti su un livello particolare, è difficile dire che vi sia solidarietà. Quando la nostra situazione in Siria viene presa in considerazione, posso dire che abbiamo bisogno di un atteggiamento di solidarietà che vada oltre il “messaggio di buona volontà” di questo o quel partito. Per darvi un esempio concreto, abbiamo bisogno di iniziative concrete di solidarietà come la recente conferenza d’Istanbul organizzata dalla Associazione per la Pace della Turchia e dai nostri compagni del Partito Comunista di Turchia. L’abbiamo valutata grandemente. Questo è il motivo per cui sono stato in Turchia per alcuni giorni. Data la realtà dei fatti, in cui i popoli che vivono in altre parti del mondo non hanno accesso a notizie oneste sulla Siria, la conferenza di Istanbul ci ha dato la grande opportunità di raccontare ciò che realmente accade in Siria, presentando nel modo giusto questo ordine del giorno ai movimenti internazionali, avendo chiarezza nell’approccio e potendo andare avanti insieme. Questo è molto importante. E’ chiaro che conferenze simili debbano svolgersi in altre città del mondo. Forum di questo tipo non solo contribuiscono ad aumentare il sostegno e la comprensione della lotta del popolo della Siria, ma la rafforzano. Devo dire che nella lotta che conduciamo in Siria, siamo rimasti soli. Ci sono 22 Paesi arabi, e nessuna manifestazione di solidarietà con il popolo siriano è stata organizzata nelle capitali di questi Paesi. Eppure abbiamo resistito per due anni e continueremo fino alla fine.

Come gli eventi in Siria hanno colpito la vostra organizzazione? Pensate che ci siano nuove opportunità di rafforzare il partito?
La storia della lotta contro l’imperialismo e il fascismo aumenta il valore e la rispettabilità dei partiti comunisti, agli occhi del popolo. Così fu con i sovietici nella difesa della loro Patria, e lo stesso in Grecia o in Francia. I comunisti erano in prima linea, ad organizzare la resistenza del popolo in difesa della Patria. È così anche per noi. Se consideriamo la nostra posizione in Siria, il Partito comunista siriano è una forte organizzazione con più di un quarto di un milione di aderenti. Era già così prima degli attacchi. A questo proposito, la società siriana è organizzata. Ricordando ciò, invece di vedere quanto diventiamo più forti nella crisi, sarebbe più significativo parlare del nostro ruolo nel condurre la resistenza fino al possibile. Come quadri e aderenti al Partito comunista siriano, siamo consapevoli delle responsabilità sulle nostre spalle. Apprezziamo molto il valore della vita, ma agiamo anche con la consapevolezza che potremmo essere i primi ad affrontare la morte per il futuro del nostro Paese. Il popolo della Siria è molto dignitoso. Se è stato in grado di resistere per due anni, il nostro partito ne ha un merito. Devo dire che il fatto di essere tra il popolo, e non solo con esso, ha svolto un ruolo assai importante per la resistenza.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La geopolitica del gas e la crisi siriana

Dmitrij Minin Strategic Culture Foundation 31.05.2013

556754Come uno dei Paesi più democratici del Medio Oriente, la Siria, ha fatto divenire alcuni dei suoi pari occidentali dei feroci combattenti per la democrazia? L’irrazionalità e la mancanza di scrupoli dei Paesi occidentali riguardo la crisi siriana, quando le stesse persone che in Europa vengono considerate terroristi, sono chiamate “combattenti per la libertà” quando si tratta della Siria, diventano più chiare alla luce dell’aspetto economica della tragedia siriana. Ci sono tutte le ragioni per pensare che sostenendo la distruzione delle radici culturali e storiche della Siria, l’Europa combatta in primo luogo per le risorse energetiche. Un ruolo particolare è svolto dal gas che sta divenendo il principale combustibile del 21° secolo. I problemi geopolitici legati ai suoi produzione, trasporto e uso sono forse gli argomenti più di ogni altro seguiti dagli strateghi occidentali. Secondo la felice espressione di F. William Engdahl, “il gas naturale è l’ingrediente infiammabile che alimenta questa corsa folle all’energia nella regione”. Una battaglia che infuria sul fatto se i gasdotti  andranno verso l’Europa da est a ovest, dall’Iran e dall’Iraq alle coste mediterranee della Siria, o prenderanno una strada che va a nord del Qatar e dall’Arabia Saudita attraversando Siria e Turchia. Avendo capito che il gasdotto in stallo, il Nabucco e difatti l’intero corridoio meridionale, è alimentato solo dai giacimenti dell’Azerbaijan e non può eguagliare le forniture russe all’Europa od ostacolare la costruzione del South Stream, l’occidente ha fretta di sostituirli con le risorse del Golfo Persico. La Siria finisce per essere un elemento chiave in questa catena che appoggiandosi a Iran e Russia, ha spinto le capitali occidentali a decidere che il suo regime deve cambiare. La lotta per la “democrazia” è una falsa bandiera esposta per coprire scopi totalmente diversi.
Non è difficile notare che la rivolta in Siria sia esplosa due anni fa, quasi nello stesso momento della firma del memorandum di Bushehr, il 25 giugno 2011, riguardante la costruzione del nuovo gasdotto Iran-Iraq-Siria. Collegando per 1500 km Asaluyeh, nel più grande giacimento di gas al mondo, il North Dome/South Pars (in comune tra Qatar e Iran), a Damasco. La lunghezza del gasdotto sul territorio dell’Iran sarà di 225 km, 500 km in Iraq, e di 500-700 km in Siria. In seguito potrà essere steso lungo il fondo del Mar Mediterraneo fino alla Grecia. La possibilità di rifornire  gas liquefatto all’Europa attraverso i porti del Mediterraneo della Siria, è anche esaminata. Gli investimenti in questo progetto sono pari a 10 miliardi di dollari. (1) Questo gasdotto, soprannominato “oleodotto islamico”, avrebbe dovuto entrare in funzione nel 2014-2016. La sua capacità prevista è di 110 milioni di metri cubi di gas al giorno (40 miliardi di metri cubi l’anno). Iraq, Siria e Libano hanno già dichiarato il loro fabbisogno di gas iraniano (25-30 milioni di metri cubi al giorno per l’Iraq, 20-25 milioni di metri cubi per la Siria, 5-7 milioni di metri cubi fino al 2020 per il Libano). Una parte del gas sarà fornita tramite il sistema di trasporto del gas arabo in Giordania. Gli esperti ritengono che questo progetto potrebbe essere un’alternativa al gasdotto Nabucco promosso dall’Unione Europea (con una capacità prevista di 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno), che non dispone di riserve sufficienti. E’ stato previsto di costruire il gasdotto Nabucco da Iraq, Azerbaigian e Turkmenistan attraversando la Turchia. In un primo momento anche l’Iran venne considerato come fonte energetica, ma in seguito venne escluso dal progetto. Dopo la firma del memorandum sul gasdotto islamico, il capo della National Iranian Gas Company (NIGC), Javad Oji, ha dichiarato che South Pars, un giacimento di 16 trilioni di metri cubi di gas, è una “affidabile fonte di gas, un prerequisito per la costruzione di un gasdotto che il Nabucco non ha”. E’ facile osservare che circa 20 miliardi di metri cubi l’anno passeranno da questo gasdotto per l’Europa, che sarebbe in grado di competere con i 30 miliardi del Nabucco, ma non con i 63 miliardi dal South Stream.
Un gasdotto dall’Iran sarebbe estremamente vantaggioso per la Siria. Anche l’Europa potrebbe guadagnarci, ma è chiaro che a qualcuno in occidente non piace. Gli alleati che riforniscono l’occidente di gas del Golfo Persico non ne sono contenti, né la Turchia sarebbe rimasta il numero uno di questo traffico, in quanto sarebbe rimasta fuori dai giochi. La nuova “santa alleanza” da essi formata ha spudoratamente dichiarato che il suo obiettivo è “tutelare i valori democratici” in Medio Oriente, anche se a rigor di logica gli Stati Uniti e i loro alleati su ciò dovrebbero iniziare dai propri partner della coalizione contro la Siria, le monarchie del Golfo Persico che non sono irreprensibili in tale senso. I Paesi sunniti vedono anche la Pipeline islamica dal punto di vista delle contraddizioni interconfessionali, considerandola un “gasdotto sciita dall’Iran sciita che attraversa il territorio dell’Iraq dalla maggioranza sciita e arriva nel territorio sciita-alawita dell’amico Assad”. Come il noto ricercatore su questioni energetiche F. William Engdahl scrive, “questo dramma geopolitico è accresciuto dal fatto che il giacimento di South Pars si trova nel Golfo Persico direttamente al confine tra l’Iran sciita e il Qatar sunnita. Ma il piccolo Qatar, che non può gareggiare con la potenza dell’Iran, fa un uso attivo delle sue connessioni con la presenza militare degli Stati Uniti e della NATO nel Golfo Persico. Sul territorio del Qatar vi è l’importante nodo del Central Command del Pentagono e delle forze armate degli Stati Uniti, il quartier generale del Comando dell’US Air Force, l’83.th Air Expeditionary Group dell’aviazione inglese e il 379.th Air Expeditionary Wing dell’US Air Force”. Il Qatar, a parere di Engdahl, ha altri piani per la sua quota del giacimento di gas di South Pars e non desidera unirsi agli sforzi di Iran, Siria e Iraq. Non è affatto interessato al successo del gasdotto Iran-Iraq-Siria, che sarebbe del tutto indipendente dalle vie di transito per l’Europa usate da Qatar o Turchia. In effetti, il Qatar fa tutto il possibile per contrastare la costruzione del gasdotto, tra cui armare i combattenti dell’“opposizione” in Siria, molti dei quali provengono da Arabia Saudita, Pakistan e Libia.  (2)
la determinazione del Qatar è alimentata dalla scoperta di una società di prospezione geologica siriana, nel 2011, di un grande giacimento di gas in Siria, vicino al confine libanese, non lontano dal porto sul Mediterraneo di Tartus affittato alla Russia, e dell’individuazione di un importante giacimento di gas nei pressi di Homs. Secondo stime preliminari, queste scoperte dovrebbero aumentare notevolmente le riserve di gas del Paese, che in precedenza ammontavano a 284 miliardi di metri cubi. Il fatto che l’esportazione di gas, siriano o iraniano, verso l’Unione europea possa  avvenire attraverso il porto di Tartus, che ha legami con la Russia, scontenta il Qatar e i suoi protettori occidentali. (3) Il quotidiano arabo al-Akhbar cita informazioni secondo cui vi è un piano approvato dal governo degli Stati Uniti per creare un nuovo gasdotto dal Qatar all’Europa passando per la Turchia e Israele. La capacità di una tale pipeline non viene menzionata, ma considerando le risorse del Golfo Persico e della regione del Mediterraneo orientale, potrebbe superare sia quella  della pipeline islamica che il Nabucco, sfidando direttamente il South Stream della Russia. L’ideatore principale di questo progetto è Frederick Hoff, “responsabile per le questioni sul gas nel Levante” e membro del “comitato di crisi siriana” statunitense. Questo nuovo gasdotto partirebbe dal territorio del Qatar e dell’Arabia saudita, passerebbe quindi per il territorio della Giordania, aggirando così l’Iraq sciita e raggiungerebbe la Siria. Vicino ad Homs, la pipeline si dividerebbe in tre direzioni: Latakia, Tripoli, nel nord del Libano e Turchia. Homs, dove ci sono anche giacimenti di idrocarburi, è il “principale snodo del progetto”, e non sorprende che si svolgano in prossimità di questa città e della sua “chiave”, al-Qusayr, i combattimenti più feroci. È qui che il destino della Siria si decide. Le parti del territorio siriano dove i distaccamenti ribelli operano con l’appoggio di Stati Uniti, Qatar e Turchia, sono a nord, a Homs e nei dintorni di Damasco, che coincidono con il percorso che seguirebbe il gasdotto verso la Turchia e Tripoli in Libano. Un raffronto tra la mappa degli scontri armati e la mappa del gasdotto dal Qatar indica il legame tra le attività armate e il desiderio di controllare questi territori siriani da parte degli alleati del Qatar, che cercano di realizzare tre obiettivi: “rompere il monopolio del gas russo in Europa, liberare la Turchia dalla dipendenza dal gas iraniano e dare ad Israele la possibilità di esportare il suo gas verso l’Europa via terra, a basso costo”. (4) Come l’analista di Asia Times Pepe Escobar ha indicato, l’emiro del Qatar a quanto pare ha concluso un accordo con i “Fratelli musulmani” in base a cui ne sosterrà l’espansione internazionale in cambio di un trattato di pace in Qatar. Un regime dei “Fratelli musulmani” in Giordania e in Siria, sostenuto dal Qatar, muterebbe bruscamente l’intera geopolitica del mercato mondiale del gas decisamente a favore del Qatar e a scapito di Russia, Siria, Iran e Iraq. Sarebbe anche un colpo mortale per la Cina.  (5)
La guerra contro la Siria è volta a supportare questo progetto, così come a spezzare l’accordo tra Teheran, Baghdad e Damasco. La sua realizzazione è stata interrotta più volte a causa delle operazioni militari, ma nel febbraio 2013 l’Iraq ha dichiarato la sua disponibilità a firmare l’accordo quadro che permette la costruzione del gasdotto. (6) E’ interessante notare che dopo di ciò, nuovi gruppi di sciiti iracheni si sono levati a sostegno di Assad, che come il Washington Post ammette, non hanno “alcuna esperienza in battaglie” contro gli statunitensi nel loro Paese. Insieme ai combattenti di Hezbollah in Libano, sono una forza sempre più temibile. (7) La posta nel “gioco di eliminazione” iniziato in Siria dall’occidente per il gasdotto, continua a crescere. La fine dell’embargo dell’Unione europea alla fornitura di armi all’opposizione siriana, che secondo la BBC trovava la maggior parte dei paesi membri dell’UE contrari (8) (democrazia, dove sei?), non potrebbe aiutare i ribelli. Come per la civiltà e la giustizia, quando il profitto è in gioco, i sentimenti non hanno peso. La cosa principale è non giocare la carta sbagliata in questo gioco sleale che odora di sangue e di gas.

Note
1) Voltairenet
2) Global Research
3) Natural Gas Asia
4) Zebra Station Polaire
5) Asia Times
6) Day.az
7) Washington Post
8) BBC

arab gas pipelineLa ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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