Turchia: un altro Egitto?
giugno 10, 2013 2 commenti
Andrej Areshev Strategic Culture Foundation 10.06.2013
In molte occasioni il sistema politico di “tipo turco” è stato visto come un esempio da seguire per l’Egitto, dopo la “rivoluzione dei gelsomini”. La visita al Cairo nel 2011 del primo ministro Recep Tayyip Erdo?an, che è anche presidente del partito Giustizia e Sviluppo (AKP), cercò di apparire come qualcuno che avesse vinto senza combattere e un leader che era riuscito a riprendersi le terre perdute dall’impero ottomano, nel tentativo di farlo rivivere nelle nuove condizioni storiche. Aveva elogiato fortemente le prestazioni del suo Paese, che ha davvero raggiunto le realizzazioni in politica estera ed economica negli anni 2000 di cui parlava. Ma le cose cambiano e il Medio Oriente è una regione instabile. Ora gli eventi in Turchia acquisiscono una maggiore somiglianza con ciò che è accaduto in Egitto, dove i manifestanti pacifici riempirono la piazza Tahrir di Cairo. Il presidente del Consiglio sembra avere alquanto sovrastimato le risorse e le capacità del Paese. La protesta locale suscitata dagli ambiziosi piani di costruzione nella zona di piazza Taksim, è divenuta una serie di disordini di massa a livello nazionale con decine o persino centinaia (di migliaia) di manifestanti che occupano le strade. Le richieste di protezione ecologica si sono trasformate in slogan politici. La domanda chiave sono le dimissioni di Erdogan e del suo governo. La protesta continua a diffondersi coprendo nuove aree e interessi.
Scontri feroci tra manifestanti e polizia (non senza ragione alcune unità sono viste come le “guardie private” di Erdogan) hanno avuto luogo a Istanbul, Ankara e altri grandi centri provinciali (come Smirne e Konya), uffici del partito al governo sono stati distrutti. Anche i tifosi di squadre rivali si sono uniti contro la violenza della polizia. La Confederazione dei sindacati dei lavoratori pubblici della Turchia (KESK), si è unita alle proteste. Alcuni dicono che in caso di scioperi in tutto il Paese, la posizione del Padishah diventerebbe davvero traballante. Certo, la Turchia non era immune dalle crisi, in precedenza, ma le forze armate intervennero ogni volta che succedeva. Oggi sono state private di tali funzioni, il partito di governo ha effettivamente schiantato i militari, sradicando ogni tentativo di cospirazione, portando confusione e incertezza nei loro ranghi. (2) Come già in Egitto, il movimento di agitazione non ha prodotto nessun leader (o gruppo di dirigenti) e le reti sociali hanno un ruolo importante nel riunire oltre 8 milioni di persone. Più di due milioni di messaggi sugli eventi in Turchia sono stati inviati da utenti di Twitter in appena 24 ore. Circa il 90% dei messaggi proveniva dal Paese, la metà dei quali da Istanbul. Circa l’88% dei massaggi erano in lingua turca, portando alla conclusione che i messaggi fossero indirizzati al pubblico interno. Vi sono altri segni che indicano che gli attivisti degli inaspettati disordini fossero perfettamente pronti per la guerra delle informazioni, mentre i poteri forti sembrano essere sulla difensiva e perdenti nei mass media e su internet (a differenza della polizia con i manifestanti, nelle strade e e nelle piazze). Secondo il Guardian, Erdogan ha accusato gli stranieri e ha attaccato Twitter dicendo: “Ora c’è una minaccia che si chiama Twitter. Il miglior esempio di menzogna può essere trovato qui. Per me, i social media sono la peggiore minaccia per la società”. Il ruolo dei media nel mondo moderno è ben noto, e quindi fare affermazioni simili è la via più breve per acquisire l’immagine di “oppressore” e di “dittatore”. Non c’è da stupirsi, non vi è di fatto supporto occidentale al Primo ministro: i media e i politici si scagliano contro la polizia turca, accusandola di essere troppo dura nel sedare i disordini. Per esempio, il segretario di Stato degli USA John Kerry ha espresso preoccupazione per le manifestazioni antigovernative in Turchia chiedendo moderazione. Questa affermazione è in linea con quella di Bruxelles, fatta nella stessa occasione.
Ovviamente non tutti i gruppi politici od organizzazioni informali, i cui attivisti occupano le strade di Istanbul, Ankara e di altre città, sono liberali e filo-occidentali. Tra i radicali partecipanti al movimento Occupy Taksim vi sono gli oppositori di Erdogan di tutto lo spettro politico, dagli ultra-nazionalisti, che lo disprezzano per l’avvio di un dialogo con i curdi, ai gruppi di sinistra che si oppongono alle sue politiche sociali ed economiche eccessivamente “pro-capitaliste”, così come al suo sostegno ai militanti antigovernativi siriani. (3) Nel caso in cui l’agitazione prosegua, le forze più incrollabili, che seguano piani d’azione coerenti e siano pronte ad adottare qualsiasi misura per raggiungere degli obiettivi rigorosamente definiti, saranno coloro che si avvantaggeranno. Evidentemente, la comprensione degli eventi di tale gravità e portata richiede di dare uno sguardo su tutte le cause interne ed esterne. La situazione potrebbe essere causata da tensioni emerse tra l’islamismo “morbido” (gradualmente diventando duro) di Erdogan e i sentimenti presenti nelle file della parte secolarizzata della società. Queste sono le stesse tensioni che, in un modo o nell’altro, furono una caratteristica specifica del califfato ottomano e della Repubblica Kemalista dal 1923. Non importa che il partito Giustizia e Sviluppo abbia vinto una serie di elezioni, l’occidentalizzazione è andata troppo in profondità nel tessuto della società turca. Anche in città tradizionalmente conservatrici come Konya, l’influenza occidentale ha messo radici abbastanza profonde. Erdogan difficilmente potrebbe sostituire il sistema giuridico laico con la legge islamica, ma insiste sulla priorità dei valori e dei simboli religiosi. Per esempio, la legge recentemente approvata che limita il consumo di alcol. Difendendo l’opportunità del provvedimento, Erdogan ha detto che ama il suo popolo e vuole proteggerlo dalle cattive abitudini. Ma molte persone non vogliono vivere sotto lo sguardo vigile di un padre premuroso. (4) Quindi, vi è una divisione civile, o anche, una spaccatura culturale e di civiltà che riflette i processi sociali, economici e politici vivaci e contraddittori in corso nel Paese. L’adesione alla NATO della Turchia e la sua presenza in Medio e Vicino Oriente non sono meno importanti nel mettere il Paese al centro dei recenti esperimenti geopolitici occidentali. Il ruolo distruttivo del Paese nella crisi siriana è evidente. Coloro che seguono da vicino le vicende hanno prestato attenzione sulle pressioni senza precedenti che gli Stati Uniti hanno esercitato sulla Turchia. Vorrei ricordare che Hosni Mubaraq, l’ex leader dell’Egitto, era anch’egli visto come un affidabile partner dagli statunitensi. Non molto tempo prima del rovesciamento aveva iniziato a mostrare un certo grado di indipendenza…
Parlando delle prossime previsioni, è del tutto possibile che Abdullah Gül, presidente della Turchia, adotti misure conciliative. Formalmente compagno di viaggio politico di Erdogan, mantiene una certa distanza dal corso incrollabile del premier e ha la reputazione di politico moderato. Uno dei possibili risultati potrebbe essere il sostegno da alcuni gruppi dell’élite politiche. L’esempio lampante è Fethullah Gülen, auto-esiliatosi nel 1998 in Pennsylvania, dove risiede. Gode di un forte sostegno in Turchia. Leader spirituale del movimento globale Hizmet, che comprende media, scuole e organizzazioni caritative (in gran parte finanziato da imprenditori dell’Anatolia), lo studioso musulmano ha una notevole influenza politica in Turchia, come riferisce l’Economist. (5) Molti (se non la maggior parte) di coloro che votano per il partito Giustizia e Sviluppo, sono sostenitori di Fethullah Gülen e della sua rete Hizmet, e non stupisce che il suo parere su una vasta serie di questioni (il dialogo emergente con i curdi, per esempio) abbia un’importanza fondamentale. (6) Il 31 maggio ha incontrato Ahmet Turk, leader del Partito della società democratica (DTP) pro-curdo, che era in visita negli Stati Uniti. (7) Prima che avesse luogo l’incontro tra lui e il viceprimo ministro Bulent Arinc. (8) Forse non si trattava soltanto della questione curda. Leggendo un sermone a metà maggio, Gülen fece una velata critica della vanità di Erdogan (9). Senza dubbio, rifletteva sullo stile di Erdogan. Anche alcuni giornalisti di Zaman, il quotidiano strettamente legato al suo movimento, hanno criticato l’atteggiamento arrogante del Primo ministro. (10) I seguaci di Gülen, che agivano da alleati del partito al governo (ma più amichevoli verso l’occidente), potrebbero prendere una posizione più precisa se le agitazioni continuano. D’altra parte, gli altri partiti e gruppi, compresi quelli più radicali, possono intensificare le loro attività.
Tutto ciò non sorprende. Vorrei ricordare il “duro lavoro per passare da una tirannia a una democrazia”, l’ondeggiante lungo sostegno alle dittature per rafforzare le democrazie, quale principio fondamentale della politica estera delineata solo pochi anni fa dal presidente Bush Jr., quando il suo mandato stava finendo. (11) Altri attori, che mantengono una sorta di rapporti di “competizione/cooperazione” con Washington, potrebbero perseguire i propri interessi. Già si sono alzate voci che definiscono la situazione in Turchia una “una svolta epocale” nella promozione di una più matura “democrazia turca”. E’ abbastanza evidente. La questione è che in termini concreti l’emergere di questo tipo di democrazia comporterà un’ulteriore frammentazione della società turca (prendendo in considerazione la sua storicamente complessa composizione etnica e il carattere piuttosto complicato dei rapporti con i confinanti), influenzandone i rapporti futuri con tutti gli Stati vicini.
Note:
(1) Main trade union backs Turkey’s anti-govt protests
(2) Inoltre, si sono diffuse voci a Istanbul, secondo cui i militari laici si sono rifiutati di rispondere alle richieste della polizia per avere una mano nel reprimere i disordini, mentre dei manifestanti sarebbero anche stati visti prendere maschere antigas negli ospedali militari. Dorsey J. Tahrir’s Lesson For Taksim: Police Brutality Unites Battle-Hardened Fans? – Analysis
(3) Dopo i tumulti dell’11 maggio di qualche migliaio di manifestanti per le strade di Reyhanli, esprimendo malcontento per l’azione del governo, il gabinetto di Erdogan ha cercato di darne la colpa alla Siria. In precedenza, nel 2012, Faruk Logoglu vicepresidente del Partito Repubblicano del Popolo all’opposizione, ha detto che gli eventi erano una diretta conseguenza della politica del governo in Siria. Difficilmente si può mettere in discussione la competenza dell’ex viceministro degli Esteri, un esperto diplomatico, coinvolto nella preparazione di molti eventi importanti (compresi quelli relativi alla Siria e al Medio Oriente in generale).
(4) Mustafa Akyol. How Not to Win Friends and Influence the Turkish People.
(5) The Gulenists fight back. A Muslim cleric in America wields surprising political power in Turkey
(6) Is Gulen Movement Against Peace With PKK?
(7) Ahmet Türk Fethullah Gülen’le gorustu iddiasi
(8) Bulent Arinç: Fethullah Gülen’le 3 saat gorustuk
(9) Tahrir’s lesson for Taksim: Police brutality unites battle-hardened fans
(10) As Turks Challenge Their Leader’s Power, He Tries to Expand It
(11) Vladimir Avtakov, esperto della Turchia, offre uno sguardo sulla storia della serie di ondate di disordini che negli Stati arabi hanno portando al potere le figure di leader “popolari” o “islamisti”, che in realtà erano strettamente dipendenti dagli Stati Uniti d’America. Turkey: Managed Chaos and Police Instead of Military.
La ripubblicazione è accolto in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora












