Dopo il fallimento in Siria e in Egitto, Erdogan vuole incendiare l’Algeria

Karim Zmerli, Tunisie-Secret,  1 dicembre 2013

Con la molla islamo-atlantista, questo fratello musulmano si crede il nuovo califfo dell’impero ottomano. Ma l’eroica resistenza della Siria e il risveglio nasseriano egiziano hanno disilluso subito questo megalomane al soldo di USA e Israele. Ma non molla ancora, con i suoi continui attacchi all’Egitto e le sue attività sovversive contro l’Algeria.

Prime-Minister-ErdoganSecondo fonti algerine degne di fede, l’ambasciata turca di Algeri ha contattato diverse personalità dei media della cosiddetta opposizione algerina, dei diritti dell’uomo e giovani cyber-collaboratori già supportati da Freedom House, per mobilitarli contro ciò che chiamano giunta militare. Inviti formali sono stati inviati per partecipare ad un importante simposio che presto si terrà a Istanbul, con il patrocinio di Erdogan. Il trucco che questo fratello musulmano ha trovato per nascondere le sue vere intenzioni è unire tutte le personalità e organizzazioni algerine, che condividono l’odio verso la “giunta”, intorno ad un tema: esigere dal governo siriano la restituzione il mantello dell’emiro Abdelkhader! Idea aneddotica, ma nella terra dell’Islam “moderato” non manca la fantasia! In realtà, questa manovra erdoganiana è la risposta a un gruppo di politici, giornalisti e intellettuali algerini recatisi di recente in Siria. Questi patrioti algerini si sono incontrati con il Presidente Bashar al-Assad e hanno pubblicamente dichiarato il loro sostegno al governo e al popolo siriano contro l’invasione terrorista supervisionata dall’occidente e finanziata da Qatar e Arabia Saudita. In quella riunione offrirono al presidente siriano un soprabito tradizionale algerino e un dipinto dell’emiro Abdelkhader. Tutto ciò ha ovviamente sconvolto pesantemente il leader della Fratellanza musulmana turca e alleato strategico di Israele, uno dei suoi scagnozzi ha detto sulla TV di Hamad e Moza che “la vera opposizione algerina non è libera di muoversi e di esprimere opinioni, sia sulla situazione interna algerina che sui Paesi della primavera araba, in particolare la Siria”.
Dalla svolta degli eventi in Egitto, lo scorso luglio, Recep Tayyip Erdogan non è più nella Taquiya (doppiezza) cara ai Fratelli musulmani. Il 22 novembre, in risposta all’espulsione del suo ambasciatore a Cairo, Fuad Tugay, ha detto che il suo governo non avrebbe “mai rispettato dei leader messi al potere dai militari“, non esitando ad agitare come un adolescente il simbolo della setta dei fratelli, la mano con quattro dita di Rabia. “Non rispetterò mai chi è andato al potere con un golpe” ha detto ai giornalisti, aggiungendo che 60 anni di dittatura militare e di corruzione hanno rovinato l’Egitto. C’è un proverbio francese che dice: “Quando si usa l’arma della morale, si devono avere i pantaloni puliti.” Erdogan sembra dimenticare che quando si tratta di corruzione, non ha nessuna lezione da dare agli egiziani e ancora meno agli algerini. Il nostro selgiuchide fu smascherato dai suoi padroni statunitensi con un cablo del 30 dicembre 2004, inviato dall’ex ambasciatore statunitense ad Ankara, Eric S. Edelman, alla sua amministrazione e reso pubblico da Wikileaks nel novembre 2010. Il diplomatico scrisse che “fratello Recep comincia ad infastidirci e presenta un autoritarismo galoppante che minaccia d’implosione l’AKP… la sua corruzione può causare una grave crisi in Turchia.” L’unico giornale occidentale ad essersi interessato alla corruzione di Erdogan fu il quotidiano svizzero Le Temps, che rivelò l’esistenza di sette conti bancari in Svizzera a nome del nostro selgiuchide, del figlio Ahmet Burak e della moglie Amina. Di fronte alle critiche dell’opposizione in esilio, Erdogan finalmente ammise una fortuna personale di 1,2 milioni di dollari, due terreni del valore di 37000 dollari, il possesso del 10% azioni della società di suo figlio “Burak Food and Commercial” e che la moglie velata, Amina, viaggia in Volkswagen!
Purtroppo per il fratello musulmano che si sogna califfo, Rahmi Koç, uno dei più ricchi della Turchia, ha detto che la fortuna di Erdogan ammonta a un miliardo di dollari, che i suoi quattro figli praticano il racket e monopolizzano il commercio, che ha comprato a suo figlio Ahmet Burak una nave da carico da 2 milioni e 300 mila dollari, e a suo figlio Bilal un complesso industriale in Bulgaria…
Il signore dell’islamismo “moderato” dovrebbe ripulire casa propria prima di criticare la “giunta algerina”, il regime egiziano e il Presidente Bashar al-Assad, che ha avuto il coraggio di sconfiggere il piano islamo-sionista sulla regione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il piano della CIA “Pan-Turania” per sostituire l’URSS

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 26/11/2013

AsiaCaucasus-CentralAsiaTenuto per decenni in fondo al Top Secret Center Archives and Records della Central Intelligence Agency, vi era un piano ideato da un anonimo esperto turcologo tedesco, noto come “turcologist”, che avrebbe visto una vittoriosa Germania nazista suddividere l’Unione Sovietica in un gruppo di Stati fantoccio basati sul nazionalismo turanico. Questo rapporto sull’“Idea di Pan Turania” non fu declassificato dalla CIA che alla vigilia del natale 2005. Fu infatti adottato dalla CIA durante i primi giorni della Guerra Fredda come strumento per dissolvere l’URSS e sostituirla con una federazione pan-turanica. Il “pan-turanismo” era un concetto originariamente sviluppato dal ministro degli Esteri e primo ministro inglese Lord Palmerston, per distruggere l’impero russo e sostituirlo con Stati vassalli turchi e mongoli che rispondessero al sultano ottomano e quindi alla corona inglese. Il pan-turanismo ha influenzato il movimento dei “Giovani Turchi” di Kemal Ataturk e fu concepito insieme al “pan-arabismo” che infine distrusse l’impero ottomano, da Wilfred Blunt, un ufficiale dei servizi segreti inglesi che guidò il loro ufficio di Cairo. L’idea di un restaurato impero pan-turanico e di una unica nazione araba, o “Ummah”, influenzò anche il movimento sionista, che vi vide un futuro “Grande Israele” ebraico e nazionalista. Il piano nazista per la Pan-Turania fu temperato dalla consapevolezza che il nazionalismo turco non aveva alcun desiderio di governare un impero decentrato che includesse l’Ummah araba e autogoverni cristiani, tra cui russo e greco-ortodossi.
Il progetto per la pan-Turania, cui fa riferimento il turcologo tedesco, fu redatto dall’autore turco Halide Edip Adivar, descritto come il “più grande autore della Turchia moderna” e che sosteneva la pan-Turania nel suo romanzo “Yeni Turan” (La Nuova Turania). I nazisti tedeschi, secondo il giornale pan-Turania, stabilirono dei contatti prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale con i popoli “turchi in Romania, Bulgaria e Jugoslavia, e nella Repubblica socialista sovietica autonoma dei tatari di Crimea (ASSR Tartarija) nell’URSS. I tentativi dei tedeschi per stabilire contatti nelle repubbliche kazake e uzbeke nell’Asia centrale non ebbero successo perché, come il turcologo tedesco spiegava, non c’erano ‘le basi dell’Inturist’”. Il turcologo tedesco affermava nella sua relazione che la Germania nazista avrebbe istituito “governi fantoccio” sul suolo tedesco che avrebbero pubblicato giornali nelle “varie lingue al fine di esercitare un’influenza su questi gruppi e prepararli a una possibile collaborazione nel caso di partizionare della Russia in Stati nazionali”. Dopo l’invasione tedesca dell’URSS, il 22 giugno 1941, il comando tedesco, secondo il piano “avrebbe iniziato a separare le formazioni non-russe tra i prigionieri dell’Armata Rossa” e formato “legioni” su base nazionaliste. Ancora più sorprendente, il giornale pan-Turania rivela che i governi fantoccio turchi sul suolo tedesco furono autorizzati a mantenere i contatti con gruppi simili nella Turchia neutrale e nella nemica Gran Bretagna. I nazisti istituirono un “comitato in esilio” del Grande Turkestan a Berlino e finanziarono il giornale turanico nazionalista “Naher Osten/Yakin Sark” o “Vicino Oriente”. Berlino ospitò un leader politico turanico di nome Mustafa-bij-Choqai-ogli che disse ai suoi colleghi turanici a Berlino, “tutte e sei i Paesi, Kazakhstan, Kirghizistan, Karakalpakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, così come il Tagikistan, formeranno lo Stato del Turkestan”. Il piano degli sponsor nazisti del futuro turanico dell’Unione Sovietica divenne chiaro. I nazisti di Berlino riuscirono anche a convincere azeri e alcuni non-turchi armeni, georgiani e delle minoranze del Caucaso del Nord, compresi calmucchi mongoli, a sostenere la causa turanica e infine formare una Federazione del Caucaso con i ceceni e altre minoranze turche dopo la prevista sconfitta dell’Unione Sovietica.
Un sostenitore della pan-Turania che collegò il supporto nazista tedesco all’impero turanico su gran parte dell’Asia centrale dell’Unione Sovietica, all’alleanza fascista del dopoguerra supportata dalla CIA, il Blocco delle Nazioni Anti-bolscevico (ABN) in Europa orientale fu il capo del Partito d’Azione Nazionalista turco Alparslan Turkes. Razi Nazar, uno dei leader dell’ABN di Monaco,  lavorò anche a Radio Free Europe della CIA durante la Guerra Fredda. Nazar era vicino a Turkes.  Dopo la caduta dell’URSS, Turkes visitò Baku, in Azerbaijan, dove fu accolto da eroe. Turkes sostenne il presidente dell’Azerbaigian Abulfaz Elchibey. All’inizio della Guerra Fredda, la CIA e la NATO istituirono una serie di reti ‘Stay Behind‘ in Europa occidentale. Queste reti dovevano operare da movimenti guerriglieri clandestini antisovietici per attaccare le forze sovietiche, in caso d’invasione ed occupazione sovietica dell’Europa occidentale. In Italia, il movimento clandestino divenne noto come “Gladio”. In Turchia fu “Ergenekon”, dal nome della città in Mongolia da dove il popolo turanico, precursore del popolo turco, avrebbe avuto origine. Pan-Turania è più un’idea che un reale impero storico e potente. Tuttavia, i nazionalisti turchi, sia seguaci laici di Ataturk che del magnate e leader islamista turco Fethullah Gulen, attualmente in esilio in Pennsylvania  protetto dalla CIA, l’hanno invocato. È Gulen con la sua rete di madrasse in tutta l’Asia centrale, Medio Oriente e anche negli Stati Uniti, che ora sposa la cosa più vicina al pan-turanismo. E il sostegno della CIA alla pan-Turania di Gulen è il risultato diretto del sostegno dell’agenzia alle idee naziste della pan-Turania. Il supporto della CIA ai terroristi ceceni, attraverso le organizzazioni non governative di Gulen (ONG), così come quelle sostenute da George Soros e Freedom House, fa parte del concetto di pan-Turania. Fu Gulen a sostenere l’ascesa al potere del partito islamico Giustizia e Sviluppo (AKP) del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, che non faceva segreto del suo desiderio di un’Unione turca non europea a capo di una comunità turca che si estendesse dall’Albania all’Asia centrale cinese. L’Islam di Gulen è fermamente contrario al wahhabismo saudita e al salafismo e sembra essere una riedizione dei Giovani Turchi e dell’idea di Ataturk di fondere il nazionalismo pan-islamico e il pan-turanismo.
Molti Paesi, compresi Russia, Egitto e Siria, non vedono alcuna differenza negli obiettivi dei salafiti e dei gulenisti. Fu attraverso le operazioni dei gulenisti, come madrasse e organizzazioni della “società civile”, che CIA, sauditi e Qatar poterono infiltrare gli islamisti in Cecenia, Daghestan, Inguscezia, e negli “stan” indipendenti dell’Asia centrale. In realtà, il movimento di Gülen fu accusato di organizzare per conto della CIA la vendita di armi ai guerriglieri musulmani albanesi che combattevano contro le forze serbe in Bosnia-Erzegovina e in Kosovo. Gulen era anche legato alle operazioni della CIA in Cecenia, e la Turchia fu usata dalla CIA come base per le operazioni nei Balcani e in Caucaso a sostegno degli insorti islamisti che combattevano serbi e russi, compresi gli elementi noti come Tamerlan e Dzhokhar Tsarnaev, i fratelli accusati di aver compiuto l’attentato alla maratona di Boston. Lo zio dei fratelli, Ruslan Tsarni (alias Tsarnaev), è un vecchio agente d’influenza delle operazioni della CIA nella regione pan-turanica. La rete militare e d’intelligence turca Ergenekon era incentrata sui Lupi Grigi, un gruppo di estrema destra che supportava la creazione dell’impero pan-turco turanico che avrebbe compreso ciò che gli espansionistici turchi chiamano Turkestan orientale, la provincia cinese dello Xinjiang, come pure le repubbliche dell’Asia centrale di Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Kazakhstan, Azerbaijan e una serie di repubbliche autonome russe come Daghestan, Cecenia, Inguscezia e Tuva, tutti snodi delle attività di destabilizzazione dell’organizzazione non governativa (ONG) di Soros. Alcuni piani pan-turanici includono i popoli ugro-finnici nell’impero turanico, tra cui finlandesi, ungheresi, komi, udmurti e mari della Russia, così come mongoli, coreani, giapponesi e tibetani. Il concetto nazista di pan-Turania comprendeva anche i popoli nativi nordamericani nel suo piano post-bellico per il dominio del mondo.
L’addetto della CIA al controllo dei Lupi grigi negli anni ’60 e ’70 sarebbe stato il capo della stazione CIA di Ankara, l’ex-vicepresidente del National Intelligence Council Graham Fuller, che fu anche assegnato come capo della CIA in Afghanistan, Libano e Yemen del Nord, e che è anche l’ex-suocero di Ruslan Tsarni, lo zio dei presunti attentatori di Boston. Fu un membro dei Lupi grigi, il  turco Mehmet Ali Agca, che tentò di assassinare Papa Giovanni Paolo II nel 1981, un evento che la CIA cercò di attribuire ai governi dell’Unione Sovietica e della Bulgaria. Turkes inoltre promosse l’ideologia dei Lupi grigi. Un altro loro promotore fu Samuel Huntington, il beniamino dei neocon e autore del libro “Scontro di civiltà”, la “bibbia” dell’aggressione e dell’occupazione occidentale delle nazioni musulmane. Huntington, che fu ispirato dal guru sionista Bernard Lewis, è la prova del legame tra sionismo e pan-Turania. In realtà, l’idea della ricreazione dell’impero turanico ha anche un’importante connessione con Hollywood, dove la CIA ha mantenuto un ufficio di collegamento fin dai tempi della Guerra Fredda, per influenzare i grandi film. L’impero pan-turanico asiatico ispirò il film “Conan il Barbaro“, interpretato da Arnold Schwarzenegger. I pan-turanisti turchi avevano come modelli i temibili Orki di JRR Tolkien, dal nome della Valle Orkhun, patria dei turchi in Mongolia. Rebiya Kadeer, la benestante ex-membro del Politburo cinese, ora a capo della Conferenza mondiale uigura di Soros e Gulen, vuole l’indipendenza della provincia a maggioranza musulmana dello Xinjiang in Cina, ha assunto poteri mitici. Kadeer è ora conosciuta come “Dragone Combattente“, titolo del suo libro, la cui introduzione è stata scritta dal Dalai Lama del Tibet. Il titolo e il libro di Kadeer sono gli stessi di un film del 2003 sulla battaglia contro un drago creato per clonazione genetica. Il marito di Kadeer, Sidiq Rouzi, è legato alla CIA per via del suo lavoro con Radio Free Asia e Voice of America. Il Movimento per l’indipendenza di Kadeer è un diretto derivato dei piani nazisti per la pan-Turania. Il rapporto pan-Turania dell’autore tedesco afferma che il generale Ma Chung-ying, che tentò di dichiarare l’indipendenza del Turkestan cinese dal 1928 fino alla soppressione della sua ribellione nel 1937 da parte dell’intervento sovietico per conto del governo nazionalista cinese, voleva che la Germania nazista vincesse la guerra contro la Russia, al fine di garantire l’indipendenza del Turkestan orientale. Questa fu l’ennesima indicazione dei legami tra pan-Turania e Germania nazista.
I guerrieri neo-conservatori e neo-freddi di Freedom House, Open Society Institute di Soros, National Endowment for Democracy della CIA hanno rispolverato l’”Idea Pan-Turania”, tenuta sotto chiave dalla CIA per oltre 50 anni, nel tentativo di dividere la Federazione russa e la Cina in un mosaico di staterelli indipendenti, tutti impegnati in una federazione pan-turanica con capitale Istanbul, ma con i suoi veri padroni a Washington, Londra e New York…

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria ed Egitto svelano l’”agenda occulta neo-ottomana” di Erdogan

Nicola Nasser, Global Research, 20 novembre 2013
EdroganL’eruzione del conflitto siriano, all’inizio del 2011, ha segnato la fine della strategia turca ufficialmente detta “zero problemi con i vicini”, ma ancora più importante, ha rivelato l’”agenda occulta” della politica estera turca del governo del primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Sreeram Chaulia, preside della Scuola di Affari Internazionali Jindal di Sonipat, India, l’ha descritta come “strisciante agenda nascosta” (RT.com 15 settembre 2013), ideologicamente spacciata per “islamista”. Ma una visione più profonda di ciò, disvela come il neo-ottomanismo utilizza  pragmaticamente sia l’”islamizzazione” che l’eredità di Mustafa Kemal Ataturk in politica interna e regionale della Turchia, quali strumenti per far rivivere il fu impero ottomano. Invocando l’ex grandezza imperiale del suo Paese, il ministro degli Esteri Ahmet Davotoglu scrisse: “Come nel XVI secolo… ci saranno ancora una volta i Balcani, il Caucaso e il Medio Oriente, insieme alla Turchia, al centro della politica mondiale futura. Questo è l’obiettivo della politica estera turca e noi lo realizzeremo.”
Citato da Hillel Fradkin e Lewis Libby che scrivono sull’edizione di marzo/aprile 2013 di Worldaffairsjournal, che l’obiettivo del governo del partito AKP di Erdogan per il 2023, come proclamato nel recente IV Congresso Generale, è: “Una grande nazione, una grande potenza“. Erdogan ha esortato i giovani turchi a guardare non solo al 2023, ma anche al 2071, quando la Turchia “raggiungerà il livello dei nostri antenati ottomani e selgiuchidi, entro il 2071“, come ha detto a dicembre dello scorso anno. Il “2071 segnerà i 1000 anni dalla battaglia di Manzikert“, quando i turchi selgiuchidi sconfissero l’impero bizantino, segnando l’avvento di quello ottomano, secondo Fradkin e Libby. Circa sei mesi fa, Davotoglu si sentiva così fiducioso e ottimista da valutare che “era ora finalmente possibile rivedere l’ordine imposto” dall’accordo anglo-francese Sykes-Picot del 1916 per dividersi l’eredità araba dell’impero ottomano. Davotoglu sa molto bene che i panarabi lottarono senza successo, finora, per unirsi come nazione e rigettare l’eredità dell’accordo Sykes-Picot, e non per tornare allo status quo ante ottomano, ma sa anche che i movimenti politici islamisti, come i Fratelli musulmani internazionali (MBI) e l’Hizb ut-Tahrir al-Islami (Partito islamico della liberazione) furono originariamente fondati in Egitto e in Palestina, rispettivamente, in risposta al crollo del califfato ottomano. Tuttavia, le credenziali islamiste di Erdogan non possono essere rigettate semplicemente come farsa; la sua origine e le sue azioni dal 2002, così come le sue politiche regionali dallo scoppio del conflitto siriano, meno di tre anni fa, dimostrano che crede alla sua versione di Islam quale strumento adatto a perseguire la sua non così “occulta agenda” ottomana.
Erdogan, ovviamente, cerca di reclutare musulmani come “soldati” semplici che si battono non per l’Islam, ma per le sue ambizioni neo-ottomaniste. Già prima, nel dicembre 1997, fu condannato a 10 mesi per una poesia che diceva: “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati“, la poesia fu considerata un violazione del kemalismo dalla magistratura laica.

Ingannando la ‘finestra di opportunità’
Tuttavia, il machiavellismo di Erdogan non trova alcuna contraddizione tra la divulgazione islamista e la promozione del “modello turco”, che spaccia ciò che definisce Islam sunnita “moderato”, nel contesto dello Stato laico e liberale di Ataturk, sia come alternativa agli Stati tribal-conservatori-religiosi della penisola arabica che alla rivale settaria teocrazia conservatrice sciita in Iran. Percepisce l’ultimo passaggio del perno statunitense dal Medio Oriente all’Oceano Pacifico come conseguente vuoto di potere regionale, fornendogli la storica finestra d’opportunità per colmare il vuoto così percepito. “L’indebolimento dell’Europa e l’influenza calante degli Stati Uniti in Medio Oriente“, sono visti dai vertici del governo del partito di Erdogan, “come la nuova possibilità di fare della Turchia un giocatore dall’influenza regionale“, ha scritto Günter Seufert sul Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP) lo scorso 14 ottobre.
Gli Stati Uniti e Israele, hanno reclutato realmente la Turchia contro l’Iran, nutrendo l’illusione di Erdogan sulla leadership regionale. Si illuse con la convinzione irrealistica che la Turchia potesse arrivare a eludere le stelle nascenti del risorgente polo internazionale russo, dell’emergente polo regionale iraniano e i tradizionali attori regionali Egitto e Arabia Saudita, per non parlare di Iraq e Siria che dovrebbero sopravvivere alle loro attuali lotte interne. Di sicuro, i suoi alleati della Fratellanza musulmana internazionale (MBI) e il suo velato machiavellico appoggio logistico ad al-Qaida e ad organizzazioni terroristiche collegate, non sono e non saranno un contrappeso.
In primo luogo, s’è concentrato nella promozione del “modello turco” presso gli arabi, soprattutto durante i primi mesi della cosiddetta “primavera araba”, come esempio che sperava fosse seguito dalle masse in rivolta, posizionandolo nel ruolo di tutore e leader regionale. Ma mentre l’eruzione del conflitto siriano lo costrinse a rivelare la sua “agenda nascosta” islamista e la sua alleanza con la MBI, la rimozione dal potere in Egitto della MBI, lo scorso luglio, con tutto il suo peso geopolitico, supportata dall’altro attore regionale Arabia Saudita, l’ha colto alla sprovvista, dissipando le sue ambizioni alla leadership regionale, ma soprattutto ha rivelato la sua “agenda nascosta” neo-ottomana spingendolo ad abbandonare tutte le pretese laiche e liberali della sua retorica sul “modello turco”.

Non più ‘idolo arabo’
Erdogan e l’autore della sua politica estera Davotoglu hanno cercato così di sfruttare l’adozione araba e musulmana della questione della Palestina, come elemento centrale della loro agenda in politica estera. Dall’incontro di Erdogan con il presidente israeliano Shimon Peres, in occasione del vertice economico mondiale di Davos nel gennaio 2009, l’attacco israeliano alla nave turca di aiuti umanitari per Gaza, la Mavi Marmara e, l’anno successivo, il corteggiamento del Movimento di resistenza islamica Hamas, i governanti de facto della Striscia di Gaza palestinese assediata dagli israeliani, mentre allo stesso tempo Gaza fu colpita dall’operazione israeliana Piombo Fuso nel 2008-2009 e poi colpita nuovamente nell’operazione israeliana Colonna della difesa nel 2012, il premier turco divenne l’idolo arabo invitato a partecipare ai summit della Lega araba e a riunioni ministeriali. Tuttavia, nelle interviste a ResearchTurkey, CNN Turk e altri media, Abdullatif Sener, uno dei fondatori del partito AKP di Erdogan ed ex-viceprimo ministro e ministro delle finanze nei governi dell’AKP per circa sette anni, prima che rompesse con Erdogan nel 2008, evidenziava il machiavellismo di Erdogan mettendone in dubbio la sincerità e la credibilità del suo atteggiamento pubblico verso l’Islam, la Palestina e gli arabi.
Erdogan agisce senza considerare la religione neanche in alcune questioni di base, ma riprende taglienti messaggi religiosi… considero il partito AK non un partito islamico, ma un partito che raccoglie voti tramite discorsi islamici“, ha detto Sener aggiungendo che “il ruolo in Medio Oriente che gli è stato assegnato” è “un maggiore supporto logistico” agli islamisti che “effettuano azioni terroristiche” in Siria “con il supporto della Turchia” di Erdogan. In un’intervista alla CNN Turk, Sener sganciò una bomba quando sottolineò che il battibecco dell’AKP con Israele era “controllato”. Durante il boicottaggio diplomatico d’Israele molti appalti furono concessi ad aziende israeliane e la Turchia accettò di concedere lo status di partner della NATO ad Israele: “Se la preoccupazione dell’AKP è confrontarsi con Israele, allora perché hanno dato tale a vantaggio ad Israele?” In un’altra intervista disse che i sistemi radar della NATO installati a Malatya, servono a proteggere Israele contro l’Iran. Sener ha sostenuto che il maggiore profittatore di un crollo del governo siriano del Presidente Bashar al-Assad sarebbe Israele, perché indebolirà Hezbollah in Libano e l’Iran, ma la Turchia di Erdogan è il più ardente sostenitore di un cambiamento di regime in Siria, ha detto.
La politica siriana di Erdogan è la campana a morte della sua strategia dei “zero problemi con i vicini”, la sanguinosa palude terroristica del conflitto siriano l’ha annegata nelle sue sabbie mobili. L’articolo di Liz Sly sul Washington Post del 17 novembre evidenzia come la sua politica siriana “sia andata storta” e sia controproducente “piazzando per la prima volta al-Qaida ai confini (turchi) della NATO.” Con la sua alleanza con la MBI s’è alienato Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, oltre a Siria, Iraq e Algeria, rimanendo con “zero amici” nella regione. Secondo Günter Seufert, la politica estera generale della Turchia, non solo verso la Siria, “ha fatto sbattere su un muro” la leadership del partito del governo Erdogan, “che ha visto i cambiamenti politici globali attraverso una lente ideologicamente (cioè islamica) colorata.”

Un retromarcia assai tardiva
Ora sembra che “la Turchia di Erdogan faccia già accuratamente marcia indietro in politica estera“, ha detto Seufert. E “vuole riconnettersi” con l’Iran e “la richiesta di Washington di por termine al supporto ai gruppi radicali in Siria non ha trovato orecchie sorde tra i turchi.” La “riconnessione” con l’Iran e i suoi fratelli settari iracheni allontanerà ulteriormente i sauditi che non possono tollerare una riconnessione simile del loro storico e strategico alleato degli Stati Uniti, già furiosi per l’alleanza di Erdogan con i Fratelli musulmani finanziati dal Qatar e sponsorizzati dagli Stati Uniti, non esitando a rischiare pubblicamente una frattura con gli alleati Stati Uniti sulla rimozione dal potere in Egitto della MBI, cinque mesi fa. In tale contesto s’è avuta la recente visita di Davotoglu a Baghdad, che “ha evidenziato la necessità di una grande cooperazione tra la Turchia e l’Iraq sul conflitto tra sunniti e sciiti“, secondo Turkishweekly del 13 novembre. Inoltre, ha “personalmente” voluto “trascorrere il mese di muharram di quest’anno (nei luoghi santi sciiti iracheni) di Qarbala e Najaf con i nostri fratelli (sciiti).
Nello stesso contesto della “marcia indietro”, Erdogan ha svolto il ruolo di ospite, la scorsa settimana, del presidente del governo regionale del Kurdistan iracheno Massud Barzani, non ad Ankara ma a Diyarbakir, che i turchi curdi ritengono la loro capitale, come allo stesso modo i curdi iracheni amano Kirkuk. Tuttavia, lo stesso giorno della visita di Barzani, Erdogan ha escluso la possibilità di concedere ai curdi turchi il diritto universale all’autodeterminazione, annunciando la “fratellanza islamica” quale soluzione al conflitto etnico curdo in Turchia, mentre il suo vice, Bulent Arinc, annunciava che “un’amnistia generale” per i detenuti curdi “non è all’ordine del giorno.” Tre giorni prima, 15 novembre, il presidente turco Abdullah Gul ha detto, “la Turchia non può permettere il fatto compiuto” dichiarando un autogoverno curdo provvisorio ai confini meridionali con la Siria, che la politica controproducente del suo primo ministro ha installato insieme alla striscia nel nordest del territorio siriano dominata da al-Qaida. Il neo-ottomanesimo di Erdogan accusato di avere nella sua ideologia settaria islamista uno strumento, ha fallito alienandosi l’ambiente regionale sunnita e sciita, siriani, iracheni, egiziani, emirati, sauditi, libanesi, arabi, curdi, armeni, israeliani, iraniani nonché turchi, liberali e laici regionali. La sua politica estera è nel caos, pagando un prezzo economico pesante, come dimostra la recente svalutazione del 13,2% della lira turca nei confronti del dollaro.
La “marcia indietro” potrebbe essere troppo tardiva per salvare Erdogan e il suo partito alle prossime elezioni amministrative di marzo e alle elezioni presidenziali di agosto del prossimo anno.

erdogan_hollandeNicola Nasser è un giornalista arabo che vive a Birzeit, Cisgiordania, nei territori palestinesi occupati da Israele.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo strano missile anti-missile di Erdogan

Dedefensa 30 settembre 2013

998990L’editorialista ed ex diplomatico indiano MK Bhadrakumar dedica una lunga pagina, il 29 settembre 2013, su Strategic Culture, sulla scelta inaspettata, o strana dipende, della Turchia per il sistema anti-missile cinese (BMD) FD-2000, prodotto dalla società China Precision Machinery Import and Export Corp. (CPMIEC), per un contratto iniziale di 3 miliardi di dollari. Seguiamo Bhadrakumar almeno per la sua esperienza nel campo dei sistemi d’arma, per la sua conoscenza e i suoi molti conoscenti in Turchia (dove è stato ambasciatore dell’India), che gli consentono di far comprendere meglio la situazione turca e, in questo caso, il senso politico di una cosa così importante come la scelta del sistema anti-missile. L’FD2000 è stato scelto a dispetto dei suoi concorrenti, il sistema Patriot (USA e NATO), il sistema franco-italiano Eurosam e il sistema russo S-400. Bhadrakumar ha anche avanzato argomenti finanziari, che sembrano giocare soprattutto a favore del concorrente russo (S-400), mentre le argomentazioni politiche riguardano i due concorrenti provenienti dai Paesi del blocco BAO e dalla NATO, di cui la Turchia è membro. Mentre Bhadrakumar offre alcune riflessioni su ciò che questa vendita rappresenta come “svolta cinese” sul mercato delle armi avanzate, chiaramente è l’aspetto politico che interessa, in particolare con questa osservazione che colpisce un aspetto di buon senso. “[...] La presenza di una società cinese legata all’Esercito di Liberazione del Popolo per avviare il compito altamente sensibile della costruzione di una difesa missilistica per tutto il Paese, che è alle porte dell’Europa e sembra essere un membro chiave della North Atlantic Treaty Organization… L’ironia si approfondisce quando il fattore per cui la Turchia ha bisogno di un sistema di difesa missilistica, in prima istanza, è scongiurare un potenziale (o ipotetico) scontro con l’Iran o Israele, i due Paesi della regione con capacità missilistiche che sono anche assai vicini alla Cina. E diventa ulteriormente più greve ricordandosi che componenti del sistema di difesa missilistica della NATO sono già schierati sul suolo turco, presidiati da militari degli Stati Uniti, apparentemente per affrontare la minaccia dello “stato canaglia” Iran.”
Bhadrakumar ha detto che la NATO ha fatto pressione per diversi mesi sulla Turchia perché  comprasse il sistema Patriot, per il diritto sacrosanto dell’interoperabilità, uno dei fondamenti tecnici di questa organizzazione così ben organizzata, naturalmente su ispirazione americanista. A questo imperativo dell’interoperabilità, aggiungeremmo il caso della vasta famiglia dei sistemi BMD (Ballistic Missile Defense), e il controllo assoluto degli USA su tutto il sistema, nel caso della NATO. Sembra che l’argomento dell’unicità e della rigorosa ortodossia delle attrezzature NATO, contrariamente al solito, sia invece stata accolta dai turchi come argomento contrario… Il fatto che la CPIMEC, l’azienda cinese che produce il FD-2000, sia stata sanzionata dagli Stati Uniti e sia nella lista nera infinita di questo Paese, contrario a quasi tutto ciò che non sia degli Stati Uniti, sembra quasi aver pesato come argomentazione a favore della sua scelta. “Chiaramente, Ankara ha preso una decisione calcolata sulla base di considerazioni geopolitiche. La decisione riflette il disincanto in costante crescita in Turchia verso l’Unione Europea, la NATO e gli Stati Uniti. Erdogan inconfondibilmente sottolinea che la sua nazione non sarà più insultata dall’occidente. Realizzando che la Turchia avrà dall’UE sempre un continuo sbarramento all’adesione di Ankara all’unione. Un ex-ministro ha detto la scorsa settimana che la Turchia che non sarà mai ammessa nell’UE. I turchi sono scettici circa l’adesione a una partnership con le languidi economie europee, e su cosa potrebbero apportare alla propria economia ancora capace di galleggiare. Nell’operazione libica della NATO, la Francia ha ignorato la Turchia nel suo piano, cui Ankara ha partecipato senza essere invitata. Sulla Siria, l’agenda della NATO è l’agenda occidentale, non della Turchia, e un’azione può aversi se gli Stati Uniti perseguono le proprie strategie regionali e non gli interessi della Turchia, in qualsiasi modo possano competervi“.
Segue una lunga lista di frustrazioni di Erdogan verso il blocco BAO e soprattutto nei confronti degli Stati Uniti. Il consiglio degli USA alla Turchia di avvicinarsi ad Israele non ha avuto alcun effetto. La Turchia segue una via spesso conflittuale con gli Stati Uniti, in particolare nel contesto della “primavera araba” e anche nel contesto della crisi in Siria, dove la Turchia è su una posizione estrema che la porrebbe da “dura” e, quindi, come ottimo allieva del blocco BAO, in realtà finisce per escluderla quando a tale posizione si aggiungono le varie frustrazioni contrastanti, la cui ultima di queste “frustrazioni contraddittorie”, suggerisce Bhadrakumar, non è che la mente sospettosa e rabbiosa di Erdogan, che ha visto nei recenti disordini in Turchia la mano di Washington, ma è poi un pessimo sospetto, essendo nota la propensione degli Stati Uniti ad attivare i mezzi di sovversione sociale attraverso il controllo di innumerevoli ONG in quanti più paesi possibili?… Concludiamo che si debba cercare, nelle situazioni conflittuali, meno logica strategica che il risultato della grande confusione che agita la logica delle relazioni internazionali, di cui la crisi siriana è un nodo particolarmente fertile. “Ancora più importante, Erdogan a malapena nasconde il suo senso di frustrazione per il zig-zag dell’amministrazione Obama sulla Siria. Erdogan è un solido esponente del cambio di regime in Siria e persino sostiene un’ampia azione militare invece della semplice “azione limitata” che Obama contemplava sulla questione delle armi chimiche. Da parte sua, l’amministrazione Obama ha messo in guardia il governo islamista di Ankara nel fornire supporto segreto ai gruppi salafiti estremisti in Siria, tra cui ad esempio gli affiliati di al-Qaida, ISIS e Nusra. Rapporti continuano ad emergere, di volta in volta, sulla finalità del legame segreto nella guerra per procura della Turchia contro i curdi siriani, in combutta con l’organizzazione separatista PKK.
Poi vi sono altri aspetti irritanti. Washington ha ignorato gli avvertimenti della Turchia sul coinvolgimento di Big Oil nei giacimenti offshore di Cipro e c’è il sospetto in agguato nella mente di Erdogan, che non potrebbe articolare in modo esplicito, secondo cui ‘i disordini anti-governativi in Turchia godono del sostegno occidentale. L’amministrazione Obama è stata aspramente criticata sul giro di vite dei manifestanti ad Istanbul, da parte del governo turco. “In effetti, si è tentati di suggerire che Erdogan abbia deciso di avere un flirt con la Cina per dispetto verso l’occidente. È vero, è sottoposto ad una forte pressione occidentale ultimamente, ed è notoriamente un uomo orgoglioso. Erdogan è sensibile alle critiche statunitensi, che verso il suo presunto stile autoritario e la sua segreta agenda d’islamizzazione della Turchia “laica” sono state dure, soprattutto da parte degli autori ebreo-americani e dei think tank. Tuttavia, c’è molto di più in questa decisione di aggiungere una dimensione altamente strategica ai legami turco-cinesi. Quando Erdogan ha detto a gennaio che aveva discusso con il Presidente Vladimir Putin l’idea che la Turchia aderisse alla Shanghai Cooperation Organization [SCO] invece che all’Unione europea, fu sottoposto al ridicolo negli Stati Uniti. In un attacco pungente su National Interest, Ariel Cohen ha deriso Erdogan: “A differenza dell’Unione europea, i membri della Shanghai non premeranno su Erdogan per una liberalizzare. Infatti, possono incoraggiare le sue tendenze dittatoriali… Inoltre, la SCO è adatta all’impulso islamista di Erdogan nel sfidare l’occidente e nel sognarvi un’alternativa… Conversazioni con alti operatori politici turchi che hanno familiarità con la cultura politica e lo stile della negoziazione di Ankara, suggeriscono una triplice spiegazione: frustrazione per il lungo processo di adesione all’UE, un bluff e la necessità di attirare l’attenzione. Ora, Erdogan minaccia di andare via da un negozio snob, che rifiuta di vendergli la merce, andando nel negozio accanto, che vende beni più economici e scadenti”. Ma, cosa succederebbe se Erdogan non bluffa? Il suo islamismo ha sempre avuto un forte sottofondo nazionalista turco, che in parte spiega la veemenza del suo  mandato popolare. La Turchia ha rimuginato sulla saggezza di una contiguità all’identità occidentale in un mondo in cui l’Asia avanza. L’Unione europea può essere un “negozio snob” la cui merce ha superato la data di scadenza. Considerando che il negozio accanto inizia ad avere ultimamente  prodotti allo stato dell’arte.”
Segnato dal disordine di Erdogan”, diciamo, senza dubbio. Il primo ministro turco ha già dimostrato, dopo il più impressionante debutto nella direzione opposta, di avere grandi difficoltà a non cedere al disordine le sue opinioni politiche, spesso aiutate dalla pressione di un carattere  scarsamente controllato. Tuttavia, questo disordine, che non è che un ulteriore elemento di questa considerevole agitazione delle relazioni internazionali in cui vi sono molti disturbi “politici” può, come gli altri, trovare un posto nella logica di un ordine superiore che gli eventi riordineranno. Ad esempio, si può presumere che la scelta dell’FD-2000 sia legata al fatto che Erdogan ha parlato due volte della candidatura della Turchia alla Shanghai Cooperation Organization (SCO), che a quanto pare viene presa sul serio dalla Russia mentre la Cina era molto riluttante, questo approccio positivo verso l’FD2000 e l’allineamento alla sicurezza che ne conseguirebbe, potrebbero ammorbidire significativamente il giudizio cinese. (A proposito del disturbo nel passo dal National Interest citato da Bhadrakumar, è strano vedere la SCO citata in alternativa all’UE, anche se questa organizzazione è dedita principalmente alla sicurezza, sarebbe molto più logico definirla, nel caso della Turchia, come un’esplosiva adesione alla concorrente nella NATO… inaugurando una strana situazione nella mente di Erdogan e nello spirito del tempo, ma anche nel senso di quei disturbi che, a forza d’insistere, mettono a nudo le situazioni dei vari vincoli ed impegni contrastanti, il cui esito può portare a un nuovo ordine. D’altra parte, se il commentatore Ariel Cohen ha la serietà che Bhadrakumar gli attribuisce, la sua interpretazione, ponendo le funzioni delle due organizzazioni UE ed SCO su un piano comune, denota lo strano stato d’animo di Washington, ma alla fine niente sorprende veramente).
Ciò che vogliamo esprimere è che dopo aver considerato Erdogan come un possibile statista discreto, che poteva porre un ordine del principio nel nostro tempo, appare meglio come uno spirito inquieto e coraggioso, un audace che ha una certa mancanza di consapevolezza delle cose e dei fatti, e che più di ogni altro rispecchia il disordine intrinseco del nostro tempo, e che quindi vi partecipa. L’idea di scegliere un sistema missilistico cinese, vale a dire uno dei sistemi d’arma dal maggiore significato politico oggi, è senza dubbio da parte di un membro della NATO un approccio barocco ed effettivamente audace come indicato sopra. (La Turchia ha acquistato armi russe, per esempio, ma dal minore significato politico, e in modo meno frenetico e meno pronto ad interpretazioni politiche elevate.) Questo stesso approccio è, per un Paese musulmano esterno al Medio Oriente, e che si ritiene emarginato dagli eventi attuali, un orientamento politico che per contro si unisce a un orientamento sorprendentemente strutturale, se non di principio, della tentazione dell’Oriente, o meglio del Nord-Est, con cui la Turchia volta le spalle all’occidente… In effetti, gli eventi attuali tendono a marginalizzare potentemente la Turchia, prima quelli in Egitto, dove la Turchia s’è opposta alla violenta presa del potere dei militari, mentre gli altri Paesi della regione l’hanno accettata, e poi quelli in Siria, dove l’opzione massimalista favorita dalla Turchia è ora nel caos più totale. Su questo ultimo punto, l’ironia di cui parla Bhadrakumar, cioè il disordine, si tradurrebbe in un potente cambiamento progettato dalla Russia (la situazione siriana) emarginando la Turchia dal Medio Oriente e spingendola ad esplorare l’Oriente/Nord-est e la Shanghai Cooperation Organization, dove ritroverebbe… la Russia. Inoltre, Putin, quando parla di Turchia non dimentica mai di dire una parola sul suo “amico Erdogan”, mettendo da parte negligentemente la crisi siriana per proclamare che la Russia e la Turchia hanno molto in comune. “Ma cosa succede se Erdogan non bluffa?” si domanda Bhadrakumar. Precisando la realtà nelle sue varie componenti: e se Erdogan, con il suo sistema FD2000 e l’OCS, con il suo disgusto per il blocco BAO e il suo risentimento anti-USA, non bluffa? Il disordine, ancora il disordine, sempre il disordine…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli islamisti e i militari turchi

Jurij Kirillov, New Oriental Outlook

erdogan_DW_Bayern__Turkish Prime Minister Recep Tayyip Erdogan, guiding his country back toward IslamIl processo a un gruppo di ex militari è iniziato in Turchia. Sono accusati del rovesciamento, nel corso del colpo di Stato incruento nel 1997, del governo islamico guidato dal Primo Ministro N. Erbakan del Refah Partisi (Partito del Benessere), in seguito bandito dalla Corte Costituzionale del Paese per attività di “natura anti-secolare”. Il partito Giustizia e Sviluppo (JDP), il partito islamico che governa il Paese dal 2002, ha origine nel Refah Partisi. Uno dei suoi fondatori, l’attuale Primo ministro Erdo?an, ha ricevuto il testimone dalle mani del suo maestro Erbakan. Il processo, che oggi ci ricorda chi governa in Turchia, continua la sequenza dei processi ai militari. Tra cui il caso Ergenekon, tenutosi solo un mese fa; un complotto contro il governo, sentenze di condanna sono state emesse contro più di 300 militari, per la preparazione di atti terroristici volti a destabilizzare il Paese. In realtà, ciò è l’eco dello scontro tra gli islamisti e l’esercito turchi che, da lungo tempo, si ritiene essere l’erede di Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia laica. Anche se il processo attuale è una questione interna della Turchia, il suo contesto regionale non deve essere ignorato, nell’ambito della turbolenta primavera araba intorno la Turchia.
Dopo il successo degli islamisti (inaspettato per molti) alle elezioni in Egitto e Tunisia, così come l’aggravarsi della crisi in Siria, è emersa la prospettiva per queste forze, di poter rafforzare le loro posizioni nei centri di potere, sostituendo le vecchie élite. Un certo numero di forze politiche arabe, specialmente i Fratelli musulmani e gruppi simili, hanno concentrato la loro attenzione sulle esperienze sviluppatesi nel modello turco. Queste tendenze, ovviamente, fanno appello alla leadership del JDP cui sempre più s’ispirano per l’attività politica, e non solo negli affari interni dei Paesi che subiscono il “risveglio arabo”. Hanno fatto rivivere i sogni, a lungo accarezzati dalle elite islamiste di Ankara, di avere lo status di leader o “grande fratello” nel mondo arabo-musulmano.
Tuttavia, come i successivi eventi della primavera hanno dimostrato, la leadership dei partiti islamisti in Egitto e Tunisia si è rivelata incapace di porre fine alle turbolenze post-rivoluzionarie.  Il loro dominio ha solo aggravato i problemi esistenti, in tutti i loro aspetti, e nel campo della sicurezza in particolare. In Siria, l’opposizione anti-governativa si è unita, sotto la maschera della rivoluzione, agli elementi più combattivi delle forze terroristiche internazionali. In conseguenza delle perturbazioni e dello squilibrio globale nella regione, il sistema di relazioni economiche stabilite dalla Turchia verso un certo numero di Paesi arabi, durante il dominio di leader autoritari, è stato scosso. Ankara ha subito danni economici e finanziari a causa della guerra interna e al rovesciamento di Gheddafi in Libia, una delle roccaforti dell’imprenditoria turca nel mondo arabo. C’erano circa 30.000 turchi impegnati nella realizzazione di progetti del valore di 15 miliardi di dollari.
Le relazioni di Ankara con la Siria, una volta amichevoli e reciprocamente vantaggiose, sono state eliminate. Il commercio bilaterale era in rapida crescita, il regime dei visti era stato rimosso, ma il ritiro di Ankara da questo percorso nel 2011, ha scosso la struttura della cooperazione come un terremoto. Oltre alle spese per il sostegno dei ribelli, le autorità turche hanno dovuto fornire rifugio a più di 400.000 profughi siriani. La presenza di così tante persone ha acuito la destabilizzazione della normale vita nella regione, suscitando insoddisfazione tra la popolazione locale. Gli esperti avvertono che la ribellione in Siria, fomentata dalla Turchia, può avere un effetto boomerang nella Turchia stessa, e la guerra religiosa siriana si riverserà in Turchia.
Le ambizioni geopolitiche regionali della Turchia vengono contrastate dal rovesciamento del presidente Muhammad Mursi in Egitto, dove i Fratelli musulmani egiziani erano considerati da Ankara tra i partner più importanti. Le relazioni di Ankara con l’Egitto hanno iniziato a mostrare segni di tensione dopo che la leadership della Turchia ha condannato l’avvento dei militari in Egitto e il rovesciamento di Mursi. Cairo ha risposto con una protesta ufficiale per l’interferenza nei suoi affari interni. Una reazione molto sottotono per il colpo di Stato in Egitto da parte dell’occidente (soprattutto dallo stretto alleato della Turchia, gli Stati Uniti), il supporto all’esercito egiziano da parte di Arabia Saudita e delle altre monarchie del Golfo, hanno aumentato le preoccupazioni di Erdogan verso i militari, ritiene Attila Yesilada, analista politico presso Global Source Partners di Istanbul.
Non si può negare che la Turchia abbia superato il mondo arabo, in termini di secolarizzazione della società. Oggi, quando in un certo numero di Paesi colpiti dalla primavera, esiste un divario crescente nella società e un crescente confronto tra gli islamisti, andati al potere sull’onda delle proteste, e le forze liberali pro-laiche, logicamente Ankara dovrebbe affiancare queste ultime.  Tuttavia, in realtà, le sue autorità, seguendo i loro gretti interessi di partito, giocano a favore di quelle forze che, toccando le corde islamiche, fanno arretrare i loro Paesi.

Jurij Kirillov, esperto di Medio Oriente e Nord Africa, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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