Valutare costi e benefici “punendo la Russia”

Eric Draitser New Oriental Outlook 17/03/2014F92148F5-B647-4AF8-A9A9-D2538FA79023_mw1024_n_sCon il referendum sull’indipendenza di Crimea e la possibile riunificazione con la Russia, ora in corso, gli Stati Uniti e i loro alleati europei hanno minacciato azioni punitive contro Mosca. Tali misure comprendono la negazione dei visti, congelamento dei beni, forse anche sanzioni economiche contro Russia ed interessi russi. Tale escalation della tensione sarà indubbiamente negativa e potenzialmente disastrosa per l’economia europea e globale, per non parlare degli importanti legami politici e diplomatici tra occidente e oriente. Il 15 marzo, il giorno prima dello storico referendum in Crimea, il Washington Post, notoriamente considerato primo portavoce  dell’establishment politico degli Stati Uniti, ha pubblicato un pezzo collettivo del comitato di redazione intitolato USA, l’UE deve mantenere la rotta sulle sanzioni alla Russia per l’Ucraina. L’articolo definisce un certo numero di azioni punitive che l’occidente dovrebbe, secondo gli autori, utilizzare contro la Russia, comprese sanzioni mirate contro personaggi russi della cerchia di Putin. In particolare, gli autori suggeriscono di negare visti e congelare beni di figure chiave come Igor Sechin (presidente della Rosneft), Vladimir Jakunin (presidente delle Ferrovie russe) e Aleksej Miller (presidente di Gazprom). Tali misure devono, secondo gli autori, essere combinate con la “punizione” diplomatica della Russia, tra cui l’esclusione dal G8 e dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). Se Stati Uniti ed Unione europea perseguono queste e altre sanzioni, senza dubbio scateneranno un’efficace risposta russa, una risposta che avrebbe conseguenze disastrose per la situazione economica già fragile di Europa e Stati Uniti.

Sanzioni e contromosse della Russia
Ci sono molti in occidente e in Russia che credono che il suggerimento di azioni punitive di Stati Uniti e Unione europea sia solo vuota minaccia. Tuttavia, è fondamentale esaminare come Mosca potrebbe rispondere a tali misure provocatorie, le sanzioni sarebbero certamente viste come una gravissima escalation. Inoltre, è essenziale considerare come la risposta russa colpirebbe il mondo. Prima di tutto la Russia detiene la chiave del futuro energetico dell’Europa. Con la Russia che fornisce più di un terzo delle importazioni di gas dell’Europa, le eventuali sanzioni potrebbero immediatamente portare la Russia a ridimensionare, o anche drasticamente tagliare il gas all’Europa. Ciò crea innumerevoli problemi all’Europa, in particolare all’economia dipendente dalle esportazioni della Germania, che senza dubbio è la potenza economica del continente. Con  tecnologia tedesca, auto di lusso e roba simile non più in produzione nelle quantità richieste, l’economia da un giorno all’altro subirebbe una brusca frenata. Inoltre, la futura sicurezza energetica tedesca sarebbe minacciata, essendo la linfa vitale principale del Paese il gasdotto russo Nord Stream, che trasporta il gas russo attraverso il Baltico al nord della Germania. Inoltre, un tale scenario creerebbe un’enorme quantità di discordie politiche nell’UE, tra Paesi tradizionalmente amichevoli con la Russia, come l’Italia, che fanno pesantemente affidamento sull’energia russa, divenendo sempre più disincantati verso le politiche bellicose di Bruxelles nei confronti di Russia e Ucraina. Con turbolenze già avanzate in Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e molti altri Paesi economicamente devastati del Sud Europa, è improbabile che permanga la volontà politica di portare avanti un regime di sanzioni suicida.
La Russia ha anche un’arma finanziaria enorme che potrebbe essere scatenata contro Stati Uniti ed UE: le sue riserve in dollari. Il governo russo, per non parlare delle aziende private russe, ha una quantità enorme di dollari e potrebbe facilmente scegliere di trasferire o scaricare i suoi dollari e creare il panico a Wall Street e Washington. In realtà, questo scenario potrebbe aver già avuto luogo su piccola scala. La CNBC ha riferito la scorsa settimana che la Banca centrale russa potrebbe aver discretamente trasferito offshore una parte dei suoi beni in dollari. Più di 106 miliardi di dollari in titoli statunitensi detenuti da banche centrali estere sono stati improvvisamente trasferiti dalla Federal Reserve statunitense, per la maggior parte costituiti da obbligazioni del Tesoro USA. Non è chiaro esattamente quale banca centrale abbia effettuato il trasferimento, anche se si ritiene abbastanza che si tratti della Russia. Sebbene la mossa non sia sufficiente a colpire gravemente i mercati, è stata interpretata come l’avvertimento di Mosca a Washington e Wall Street che i russi sono disposti a reagire in caso di guerra economica. Naturalmente, il pericolo per gli Stati Uniti non è semplicemente che le aziende russe facciano oggetto di dumping le loro attività in dollari, ma la fuga dal dollaro che tale dumping potrebbe innescare. La Cina e altre potenti economie possono pesantemente fare leva sul dollaro, le loro banche centrali potrebbero preoccuparsi per i propri investimenti e potrebbero con cautela cominciare ad uscire dal dollaro, innescando una reazione a catena che potrebbe rivelarsi devastante per la valuta statunitense e l’economia in generale. A parte contromisure puramente economiche, la Russia ha numerose mosse politiche e strategiche che potrebbe usare per vendicarsi contro eventuali sanzioni. Principalmente, Mosca potrebbe cominciare ad agire con maggiore impunità nei teatri di conflitto. In Siria, la Russia potrebbe passare da sostenitore discreto del governo Assad, a primo fornitore e finanziatore. La Russia potrebbe finalmente fornire i sistemi d’arma che finora era riluttante a cedere a Damasco, compresi i più moderni sistemi missilistici, aerei da combattimento e altre forniture militari critiche. In Iran, la Russia potrebbe cessare la sua ostinazione riguardo la fornitura di sistemi d’arma avanzati, scegliendo invece di rafforzare il potere militare iraniano, reagendo alla pressione degli Stati Uniti.

Sanzioni: una forza positiva per la Russia?
Anche se ci sono indubbiamente dei costi per la Russia connessi con la possibilità di sanzioni, è ugualmente possibile vedere in tali misure un vantaggio a lungo termine per il potere russo, in quanto potrebbero motivare la Russia a risolvere controversie ed espandere la propria influenza globale. In questo modo, le sanzioni potrebbero benissimo essere la forza esterna che promuove lo sviluppo geopolitico, economico e strategico della Russia. Ad esempio, la possibilità di sanzioni europee in materia di energia russa, potrebbe essere la spinta necessaria per la Russia per risolvere finalmente le sue controversie sui prezzi con la Cina ed ufficialmente compiere progressi sul  commercio energetico russo-cinese. Come il Financial Times ha riportato a gennaio, il colosso energetico russo Gazprom è molto vicino a concludere l’accordo con la Cina sui prezzi del gas. Una volta che l’accordo sarà ufficiale, Gazprom potrebbe quindi avviare il forte investimento necessario a sviluppare i gasdotti e altre infrastrutture energetiche necessari a raggiungere finalmente il sogno, a lungo ricercato, del vitale rapporto energetico sino-russo. Se le sanzioni UE saranno effettivamente attuate, la Russia sarebbe ancor più motivata a superare gli ultimi ostacoli e quindi a trasformare il proprio calcolo economico e geopolitico in modo incommensurabile.
Non solo ciò darebbe a Mosca ulteriori motivi per lavorare a stretto contatto con Pechino, ma trasformerebbe le relazioni della Russia con le repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, in particolare il Turkmenistan, che attualmente fornisce una quantità enorme di energia alla Cina. Le relazioni tra i Paesi, spesso contestate negli ultimi anni, potrebbero stabilizzarsi sulla base della cooperazione sui prezzi dell’energia e la cooperazione con il gigante industriale cinese. Inoltre, le sanzioni probabilmente rafforzerebbero i legami nell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) che, per necessità, ha bisogno di concentrarsi per tutelare i propri interessi ed agire in contrappeso all’espansione della NATO. Inoltre, ciò fornirebbe un’altra leva alla Russia nelle sue relazioni con le altre repubbliche ex-sovietiche, in particolare il Kazakhstan, certamente candidate alla destabilizzazione occidentale. Infine, la cooperazione militare della Russia nel mondo senza dubbio migliorerebbe. Recentemente l’esercito russo ha dichiarato il desiderio di costruire strutture militari e navali in Venezuela, Nicaragua, Vietnam, Cuba, Seychelles, Singapore e altri Paesi. Con l’imposizione di sanzioni, Mosca avrebbe solo maggiore urgenza nell’attuare questi piani e fare concessioni necessarie ai Paesi interessati, al fine di raggiungere questo obiettivo. Senza dubbio, tali iniziative muterebbero enormemente la posizione geopolitica e strategica della Russia nel mondo.
Se Stati Uniti e UE perseguiranno con le loro minacce di sanzioni e altre misure punitive, per lo meno si avranno enormi effetti negativi sull’economia mondiale. Tuttavia, se l’occidente, accecato dalla sua arroganza, pensa che tali sanzioni metteranno la Russia in ginocchio, ha grossolanamente sbagliato i calcoli. Invece di punire la Russia, queste azioni spingeranno Mosca sulla strada della vera indipendenza strategica dall’occidente. Forse ciò potrebbe anche portare alla creazione di un vero e proprio mondo multipolare. Se ciò accadesse, chi è interessato a pace e stabilità giustamente ne gioirebbe.

1947736Eric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Erdogan, la SCO e il mondo antipolare

Dedefensa 29 novembre 201317524636,pd=7,mxw=720,mxh=528Nella visita in Russia (attualmente in corso), il primo ministro turco Erdogan ha ribadito che il suo Paese è candidato all’adesione alla Shanghai Cooperation Organization. Abbiamo già parlato di tale progetto di Erdogan, inizialmente preso come uno scherzo, e poi gradualmente considerato seriamente da alcuni (vedasi in successione 30 luglio 2012, 2 febbraio 2013, 2 maggio 2013). Novosti ha dato il 22 novembre 2013, un sobrio resoconto di questo problema, discusso nella conferenza stampa congiunta Putin-Erdogan. “La Turchia vuole aderire alla Shanghai Cooperation Organization (CSO) ha detto a San Pietroburgo il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, in visita in Russia. “Mentre (dell’adesione) alla Shanghai Cooperation Organization, in precedenza ho parlato di trattative con il signor Presidente (Putin). E ripeto ora che abbiamo tale intenzione”, ha detto il capo del governo turco. Putin ha detto a sua volta che il prestigio di cui gode la Turchia a livello internazionale e la politica indipendente e sovrana perseguita dalla Turchia, sotto la guida di Erdogan, “hanno permesso al Paese di partecipare più attivamente alle organizzazioni regionali e internazionali”. “Siamo interessati”, ha concluso il capo dello Stato russo“.
Bene. Ripetendo l’intenzione di unirsi alla SCO si arriva a una situazione in cui dobbiamo prendere in considerazione seriamente Erdogan su questo punto. (Quindi, in questa strana epoca, in cui alcune dichiarazioni si scontrano con il sistema dei diktat (la Turchia, membro della NATO e quindi agglutinata nel blocco BAO, vuole aderire alla SCO?!) e possibilmente sulla natura capricciosa di qualcuno (Erdogan in questo caso) prima di cedere a vincoli sospettati di quasi totalitarismo dall’evidenza  implicita nella pubblica ripetizione, per tre volte, dello stesso progetto.) Questo è il caso in questione, dove si deve prendere Erdogan sul serio, un po’ commentando la cosa come se, in effetti, fosse il primo intervento di Erdogan in tale senso. Abbiamo scelto due commenti, uno favorevole all’approccio di Erdogan, l’altro negativo, entrambi ci dicono dunque che l’approccio è serio dopo aver agitato le acque delle polemiche.
• Il commentatore franco-russo Alexander Latsa, che vive a Mosca e regolarmente commenta le notizie su Novosti, traccia il 27 novembre 2013 il lusinghiero, in gran parte giustificato, anno diplomatico di Vladimir Putin: un anno trionfale. Ha tracciato un quadro particolarmente edificante delle prestazioni diplomatiche della Russia nel 2013, con un paragrafo che indica l’intenzione di far aderire Erdogan (Turchia) all’OCS, ponendosi nel  più ampio quadro dell’evidente riavvicinamento tra Turchia e Russia, in particolare con questa nuova Turchia interessata a partecipare all’Unione doganale sviluppata dalla Russia con le ex repubbliche dell’URSS indipendenti, ed anche con alcuni altri Stati confinanti. (Si noti che questa prospettiva è stata presentata da alcuni come un altro possibile scherzo della Turchia di Erdogan, ma forse no…) “Più a sud, ulteriori segnali, strani ed inaspettati, provengono dalla Turchia. Il presidente Erdogan in visita in Russia, ha infatti espresso chiaramente l’intenzione di integrare la Turchia nell’OCS, spesso definita la NATO Eurasiatica. Il presidente turco ha inoltre espresso interesse per la partecipazione del suo Paese all’Unione doganale. Allo stesso tempo, la Russia e la Turchia hanno fissato un obiettivo: portare nel 2020 gli scambi economici a un livello superiore a quello Russia-Germania di oggi, pari a 100 miliardi all’anno. Al momento, la Russia è il secondo partner  commerciale della Turchia dopo la Germania, mentre la Turchia è il secondo più grande importatore di gas naturale russo, e la sezione marittima del gasdotto South Stream, la cui costruzione sarà completata nel 2015, passa per la zona economica esclusiva della Turchia…
• La seconda osservazione viene da Murat Belge, assolutamente turco, Wikipedia ci dice: “Uno schietto intellettuale della sinistra liberale turca, accademico, traduttore, critico letterario, giornalista, attivista per i diritti civili e guida turistica occasionale.” Il suo commento, tradotto dal turco sul sito web al-Monitor del 27 novembre 2013, oltre ad essere anti-Erdogan ed implicitamente anti-russo e anti-Putin, come da salotto, agita un appello per l’Europa/UE in stile BHL e compari che lascia interdetti. L’impudenza e l’ingenuità dei suoi commenti, riprendono tutto ciò che può essere ascoltato e letto nei salotti intellettuali delle capitali del BAO, non osiamo immaginare che un sostenitore prezzolato dell’UE possa dire queste cose, per la semplice capacità d’influenzare, anche se diamo il beneficio dell’ingenuità a Belge, la cui motivazione per tali osservazioni è la fede nella globalizzazione dell’UE. Per Belge, l’UE deve affrontare difficoltà potenzialmente catastrofiche, semplicemente perché né le nazioni, né i cittadini, né Dio stesso, probabilmente, hanno ancora capito che questa Unione europea, con la sua logica mercantile e le preoccupazione per le banche, sia il modello perfetto di governo futuro. Ciò spiega il disprezzo furioso verso l’approccio di Erdogan, ma dice anche, ed è la cosa che conta, quanto sia confermato il fatto di considerare tale approccio di Erdogan serissimo… Riguardo la SCO è un’organizzazione sorpassata, tanto che non è nemmeno in grado d’interferire negli affari interni dei suoi membri, o di organizzare in modo metodico disastri finanziari, sociali, culturali e umani, in breve tutto ciò che strutturale, nei soggetti rappresentati. Si comprende che la critica all’iniziativa di Erdogan è fatta in nome dei nostri contributi più brillanti alla storia, dirittumanitarismo o diritto di interferire naturalmente, e con i necessari riferimenti a Sarkozy, che Belge investe di un’immensa popolarità quale rappresentazione fondamentale del sentimento del popolo francese, noto per l’ardente adorazione verso la governance mondiale di Bruxelles.
Durante la sua visita in Russia, il primo ministro Recep Tayyip Erdogan ha ribadito il desiderio della Turchia di aderire alla Shanghai Cooperation Organization (SCO). La prima volta che pronunciò tale desiderio fu in gran parte ridimensionato. Ma la sua ripetizione suggerisce che la questione è seria e che l’idea del primo ministro di partecipare a questo particolare club è genuina. [...] Coloro che si sono riuniti a Shanghai formano un’alleanza internazionale tipica del vecchio mondo. I loro obiettivi limitati non possono nemmeno paragonarsi a quelli dell’UE. La SCO è fondamentalmente un’organizzazione di sicurezza senza alcun obiettivo “democratico”. Quindi, la non interferenza negli affari interni degli altri membri è un principio essenziale. In Turchia, è stato detto per anni che l’Unione europea interferiva nei nostri affari interni. Ma questa è esattamente la stessa minaccia che fa dell’UE il modello di unione futura. Essendo l’organizzazione di coloro che aspirano a vivere in una vera democrazia, nel pieno rispetto dei diritti umani, l’UE ha il diritto di dire “Non puoi farlo!” a coloro che non agiscono di conseguenza. Ha usato questa autorità fino al punto d’impedire al partito fascista in Austria dall’andare al potere. In questo contesto, la reiterazione di Erdogan del suo desiderio di fare parte della SCO, accoppiata alla nozione di “salvarsi dalle difficoltà dell’Europa”, assume un significato più ampio. Ci dice in quale mondo Erdogan vuole vivere. Come ho già detto, l’UE sottovaluta le potenzialità che rappresenta. Un settore che illustra chiaramente questa lacuna è l’opposizione di alcuni membri all’adesione della Turchia. I pregiudizi degli europei e altre inibizioni vi sono cristallizzati. Tuttavia, la tendenza generale del processo opera ancora su questo tema. Ma cosa succede se l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy si avvicinasse e dicesse: “Non ve l’ho detto? Come può un Paese aderire all’Unione europea quando il suo primo ministro continua a supplicare l’adesione al gruppo di Shanghai?” Come potremmo rispondere a questa domanda? Altre persone possono facilmente esprimere tali opinioni, ma la persona in questione ha un livello record di consenso elettorale e grande popolarità. Quindi, si potrebbe supporre che ha il sostegno pubblico anche su questo tema. Così come potrebbe una nazione avere un posto in Europa, quando si lamenta “del problema dell’Europa”, mentre non ha alcun problema in un sentire comune con l’Uzbekistan? Erdogan può essere orgoglioso del cameratismo con l’Uzbekistan e il Tagikistan, ma questo spetta a lui. Non ha in alcun modo titolo, tuttavia, di deviare la Turchia dal suo percorso storico, solo per soddisfare i suoi gusti personali.
Con queste osservazioni siamo pronti, oltre sulle serie intenzioni di Erdogan, sulle testimonianze che inizieranno ad accompagnare il suo approccio all’OCS e, naturalmente, alla battaglia ideologica degli intellettuali del sistema contro questi approcci. Tuttavia, questo non risolve ciò che rimane il misterioso approccio di Erdogan, da tempo amico della Russia e amico personale di Putin, ma che trova un nemico giurato nella Russia di Putin sulla questione siriana, e che si ritrova amico più che mai della Russia e di Putin durante la sua visita a Mosca, e che collega l’accento sul caso dell’adesione alla SCO, in contrasto alla direzione della storia rappresentata da UE e NATO, al fianco dei quali ancora si trova sulla vicenda siriana. Naturalmente, sappiamo ora quanto Erdogan sia notevole nella sua stravaganza, visto soprattutto le sue diverse posizioni, prima e durante la crisi siriana. Tuttavia, vorremmo offrire un’altra spiegazione ipotetica su tale approccio di Erdogan, il suo carattere unico e i suoi possibili cambiamenti di umore. Questa spiegazione ipotetica riguarda la progettazione di un mondo polare o antipolare (10 novembre 2013 e 16 novembre 2013), che rifiuti egemonie ed influenze intrusive inerenti ai “modelli” unipolari e multipolari. Questa posizione antipolare si libera in gran parte di vari vincoli, compresi quelli istituzionali, creando una nuova situazione, morbida, elastica e commovente, soprattutto rispetto ai vincoli istituzionali precedenti, sia unipolari che multipolari. Per questo motivo, saremmo portati a considerare con occhio diverso ciò che ci sembrava molto improbabile diciotto mesi o un anno fa, cioè che i Paesi membri della NATO possono anche aderire all’OCS. (Naturalmente, la NATO di certo non ci sentirà da questo orecchio, se la candidatura della Turchia diventasse ufficiale e formale, e quindi dovremo vedere giochi interessanti, perché in questo caso il carattere testardo e furioso di Erdogan avrà un suo ruolo contro le sicure pretese della NATO.) D’altra parte, questa stessa situazione antipolare di nuovo tipo favorisce il riavvicinamento con Mosca e con la SCO. Sappiamo che la Russia e la sua diplomazia sono perfettamente adattate a tale nuova situazione, e abbiamo notato (cfr. 16 novembre 2013), che gli attori principali sono stati colpiti da questa oscillazione verso un mondo antipolare, ma “Un solo Paese tra i principali attori sfugge a questi giudizi catastrofici, e non dubitiamo che questa sia la Russia“, perché (v. 10 novembre 2013) “i russi sembrano (…) un “isola di stabilità” (piuttosto che l’espressione troppo strutturata “di polo di stabilità”), la cui vicinanza non è veramente pericolosa, a differenza degli Stati Uniti, la cui instabilità potrebbe da un momento all’altro travolgervi…” Questo significa che nessuno ha davvero da temere un’influenza, tanto meno un’egemonia russa, essendo ogni diplomazia basata sulla sovranità quale riferimento di principio presente nel mondo antipolare. D’altro canto, contrariamente alla visione pienamente compatibile al sistema di Belge, il “modello” SCO non è un “vecchio modello”, ma è invece un modello completamente innovativo per la sua capacità di adattarsi al mondo antipolare, proprio perché attento a non interferire nella sovranità dei suoi membri.
Pertanto, il campo è aperto a sviluppi inaspettati carichi di contropiedi, per un Erdogan. Ma è chiaro che l’orientamento Nord-Est ed Est, che passa necessariamente da Mosca e tralascia dinosauri e altre fabbricazioni congelati dalle delizie dell’unipolarità dell’UE e della NATO, è molto più favorevole a questo tipo di percorso, assai adatto al nostro momento molto antipolare.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il piano della CIA “Pan-Turania” per sostituire l’URSS

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 26/11/2013

AsiaCaucasus-CentralAsiaTenuto per decenni in fondo al Top Secret Center Archives and Records della Central Intelligence Agency, vi era un piano ideato da un anonimo esperto turcologo tedesco, noto come “turcologist”, che avrebbe visto una vittoriosa Germania nazista suddividere l’Unione Sovietica in un gruppo di Stati fantoccio basati sul nazionalismo turanico. Questo rapporto sull’“Idea di Pan Turania” non fu declassificato dalla CIA che alla vigilia del natale 2005. Fu infatti adottato dalla CIA durante i primi giorni della Guerra Fredda come strumento per dissolvere l’URSS e sostituirla con una federazione pan-turanica. Il “pan-turanismo” era un concetto originariamente sviluppato dal ministro degli Esteri e primo ministro inglese Lord Palmerston, per distruggere l’impero russo e sostituirlo con Stati vassalli turchi e mongoli che rispondessero al sultano ottomano e quindi alla corona inglese. Il pan-turanismo ha influenzato il movimento dei “Giovani Turchi” di Kemal Ataturk e fu concepito insieme al “pan-arabismo” che infine distrusse l’impero ottomano, da Wilfred Blunt, un ufficiale dei servizi segreti inglesi che guidò il loro ufficio di Cairo. L’idea di un restaurato impero pan-turanico e di una unica nazione araba, o “Ummah”, influenzò anche il movimento sionista, che vi vide un futuro “Grande Israele” ebraico e nazionalista. Il piano nazista per la Pan-Turania fu temperato dalla consapevolezza che il nazionalismo turco non aveva alcun desiderio di governare un impero decentrato che includesse l’Ummah araba e autogoverni cristiani, tra cui russo e greco-ortodossi.
Il progetto per la pan-Turania, cui fa riferimento il turcologo tedesco, fu redatto dall’autore turco Halide Edip Adivar, descritto come il “più grande autore della Turchia moderna” e che sosteneva la pan-Turania nel suo romanzo “Yeni Turan” (La Nuova Turania). I nazisti tedeschi, secondo il giornale pan-Turania, stabilirono dei contatti prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale con i popoli “turchi in Romania, Bulgaria e Jugoslavia, e nella Repubblica socialista sovietica autonoma dei tatari di Crimea (ASSR Tartarija) nell’URSS. I tentativi dei tedeschi per stabilire contatti nelle repubbliche kazake e uzbeke nell’Asia centrale non ebbero successo perché, come il turcologo tedesco spiegava, non c’erano ‘le basi dell’Inturist’”. Il turcologo tedesco affermava nella sua relazione che la Germania nazista avrebbe istituito “governi fantoccio” sul suolo tedesco che avrebbero pubblicato giornali nelle “varie lingue al fine di esercitare un’influenza su questi gruppi e prepararli a una possibile collaborazione nel caso di partizionare della Russia in Stati nazionali”. Dopo l’invasione tedesca dell’URSS, il 22 giugno 1941, il comando tedesco, secondo il piano “avrebbe iniziato a separare le formazioni non-russe tra i prigionieri dell’Armata Rossa” e formato “legioni” su base nazionaliste. Ancora più sorprendente, il giornale pan-Turania rivela che i governi fantoccio turchi sul suolo tedesco furono autorizzati a mantenere i contatti con gruppi simili nella Turchia neutrale e nella nemica Gran Bretagna. I nazisti istituirono un “comitato in esilio” del Grande Turkestan a Berlino e finanziarono il giornale turanico nazionalista “Naher Osten/Yakin Sark” o “Vicino Oriente”. Berlino ospitò un leader politico turanico di nome Mustafa-bij-Choqai-ogli che disse ai suoi colleghi turanici a Berlino, “tutte e sei i Paesi, Kazakhstan, Kirghizistan, Karakalpakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, così come il Tagikistan, formeranno lo Stato del Turkestan”. Il piano degli sponsor nazisti del futuro turanico dell’Unione Sovietica divenne chiaro. I nazisti di Berlino riuscirono anche a convincere azeri e alcuni non-turchi armeni, georgiani e delle minoranze del Caucaso del Nord, compresi calmucchi mongoli, a sostenere la causa turanica e infine formare una Federazione del Caucaso con i ceceni e altre minoranze turche dopo la prevista sconfitta dell’Unione Sovietica.
Un sostenitore della pan-Turania che collegò il supporto nazista tedesco all’impero turanico su gran parte dell’Asia centrale dell’Unione Sovietica, all’alleanza fascista del dopoguerra supportata dalla CIA, il Blocco delle Nazioni Anti-bolscevico (ABN) in Europa orientale fu il capo del Partito d’Azione Nazionalista turco Alparslan Turkes. Razi Nazar, uno dei leader dell’ABN di Monaco,  lavorò anche a Radio Free Europe della CIA durante la Guerra Fredda. Nazar era vicino a Turkes.  Dopo la caduta dell’URSS, Turkes visitò Baku, in Azerbaijan, dove fu accolto da eroe. Turkes sostenne il presidente dell’Azerbaigian Abulfaz Elchibey. All’inizio della Guerra Fredda, la CIA e la NATO istituirono una serie di reti ‘Stay Behind‘ in Europa occidentale. Queste reti dovevano operare da movimenti guerriglieri clandestini antisovietici per attaccare le forze sovietiche, in caso d’invasione ed occupazione sovietica dell’Europa occidentale. In Italia, il movimento clandestino divenne noto come “Gladio”. In Turchia fu “Ergenekon”, dal nome della città in Mongolia da dove il popolo turanico, precursore del popolo turco, avrebbe avuto origine. Pan-Turania è più un’idea che un reale impero storico e potente. Tuttavia, i nazionalisti turchi, sia seguaci laici di Ataturk che del magnate e leader islamista turco Fethullah Gulen, attualmente in esilio in Pennsylvania  protetto dalla CIA, l’hanno invocato. È Gulen con la sua rete di madrasse in tutta l’Asia centrale, Medio Oriente e anche negli Stati Uniti, che ora sposa la cosa più vicina al pan-turanismo. E il sostegno della CIA alla pan-Turania di Gulen è il risultato diretto del sostegno dell’agenzia alle idee naziste della pan-Turania. Il supporto della CIA ai terroristi ceceni, attraverso le organizzazioni non governative di Gulen (ONG), così come quelle sostenute da George Soros e Freedom House, fa parte del concetto di pan-Turania. Fu Gulen a sostenere l’ascesa al potere del partito islamico Giustizia e Sviluppo (AKP) del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, che non faceva segreto del suo desiderio di un’Unione turca non europea a capo di una comunità turca che si estendesse dall’Albania all’Asia centrale cinese. L’Islam di Gulen è fermamente contrario al wahhabismo saudita e al salafismo e sembra essere una riedizione dei Giovani Turchi e dell’idea di Ataturk di fondere il nazionalismo pan-islamico e il pan-turanismo.
Molti Paesi, compresi Russia, Egitto e Siria, non vedono alcuna differenza negli obiettivi dei salafiti e dei gulenisti. Fu attraverso le operazioni dei gulenisti, come madrasse e organizzazioni della “società civile”, che CIA, sauditi e Qatar poterono infiltrare gli islamisti in Cecenia, Daghestan, Inguscezia, e negli “stan” indipendenti dell’Asia centrale. In realtà, il movimento di Gülen fu accusato di organizzare per conto della CIA la vendita di armi ai guerriglieri musulmani albanesi che combattevano contro le forze serbe in Bosnia-Erzegovina e in Kosovo. Gulen era anche legato alle operazioni della CIA in Cecenia, e la Turchia fu usata dalla CIA come base per le operazioni nei Balcani e in Caucaso a sostegno degli insorti islamisti che combattevano serbi e russi, compresi gli elementi noti come Tamerlan e Dzhokhar Tsarnaev, i fratelli accusati di aver compiuto l’attentato alla maratona di Boston. Lo zio dei fratelli, Ruslan Tsarni (alias Tsarnaev), è un vecchio agente d’influenza delle operazioni della CIA nella regione pan-turanica. La rete militare e d’intelligence turca Ergenekon era incentrata sui Lupi Grigi, un gruppo di estrema destra che supportava la creazione dell’impero pan-turco turanico che avrebbe compreso ciò che gli espansionistici turchi chiamano Turkestan orientale, la provincia cinese dello Xinjiang, come pure le repubbliche dell’Asia centrale di Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Kazakhstan, Azerbaijan e una serie di repubbliche autonome russe come Daghestan, Cecenia, Inguscezia e Tuva, tutti snodi delle attività di destabilizzazione dell’organizzazione non governativa (ONG) di Soros. Alcuni piani pan-turanici includono i popoli ugro-finnici nell’impero turanico, tra cui finlandesi, ungheresi, komi, udmurti e mari della Russia, così come mongoli, coreani, giapponesi e tibetani. Il concetto nazista di pan-Turania comprendeva anche i popoli nativi nordamericani nel suo piano post-bellico per il dominio del mondo.
L’addetto della CIA al controllo dei Lupi grigi negli anni ’60 e ’70 sarebbe stato il capo della stazione CIA di Ankara, l’ex-vicepresidente del National Intelligence Council Graham Fuller, che fu anche assegnato come capo della CIA in Afghanistan, Libano e Yemen del Nord, e che è anche l’ex-suocero di Ruslan Tsarni, lo zio dei presunti attentatori di Boston. Fu un membro dei Lupi grigi, il  turco Mehmet Ali Agca, che tentò di assassinare Papa Giovanni Paolo II nel 1981, un evento che la CIA cercò di attribuire ai governi dell’Unione Sovietica e della Bulgaria. Turkes inoltre promosse l’ideologia dei Lupi grigi. Un altro loro promotore fu Samuel Huntington, il beniamino dei neocon e autore del libro “Scontro di civiltà”, la “bibbia” dell’aggressione e dell’occupazione occidentale delle nazioni musulmane. Huntington, che fu ispirato dal guru sionista Bernard Lewis, è la prova del legame tra sionismo e pan-Turania. In realtà, l’idea della ricreazione dell’impero turanico ha anche un’importante connessione con Hollywood, dove la CIA ha mantenuto un ufficio di collegamento fin dai tempi della Guerra Fredda, per influenzare i grandi film. L’impero pan-turanico asiatico ispirò il film “Conan il Barbaro“, interpretato da Arnold Schwarzenegger. I pan-turanisti turchi avevano come modelli i temibili Orki di JRR Tolkien, dal nome della Valle Orkhun, patria dei turchi in Mongolia. Rebiya Kadeer, la benestante ex-membro del Politburo cinese, ora a capo della Conferenza mondiale uigura di Soros e Gulen, vuole l’indipendenza della provincia a maggioranza musulmana dello Xinjiang in Cina, ha assunto poteri mitici. Kadeer è ora conosciuta come “Dragone Combattente“, titolo del suo libro, la cui introduzione è stata scritta dal Dalai Lama del Tibet. Il titolo e il libro di Kadeer sono gli stessi di un film del 2003 sulla battaglia contro un drago creato per clonazione genetica. Il marito di Kadeer, Sidiq Rouzi, è legato alla CIA per via del suo lavoro con Radio Free Asia e Voice of America. Il Movimento per l’indipendenza di Kadeer è un diretto derivato dei piani nazisti per la pan-Turania. Il rapporto pan-Turania dell’autore tedesco afferma che il generale Ma Chung-ying, che tentò di dichiarare l’indipendenza del Turkestan cinese dal 1928 fino alla soppressione della sua ribellione nel 1937 da parte dell’intervento sovietico per conto del governo nazionalista cinese, voleva che la Germania nazista vincesse la guerra contro la Russia, al fine di garantire l’indipendenza del Turkestan orientale. Questa fu l’ennesima indicazione dei legami tra pan-Turania e Germania nazista.
I guerrieri neo-conservatori e neo-freddi di Freedom House, Open Society Institute di Soros, National Endowment for Democracy della CIA hanno rispolverato l’”Idea Pan-Turania”, tenuta sotto chiave dalla CIA per oltre 50 anni, nel tentativo di dividere la Federazione russa e la Cina in un mosaico di staterelli indipendenti, tutti impegnati in una federazione pan-turanica con capitale Istanbul, ma con i suoi veri padroni a Washington, Londra e New York…

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il piano eurasiatico di Cina e Russia

Aleksandr Salitskij New Oriental Outlook 10.2013

CHINA-RUSSIA-DIPLOMACYIl vertice a Bishkek della SCO (Shanghai Cooperation Organization) ha pienamente confermato la vitalità dell’unione che tende a rafforzare il regionalismo nel mondo di oggi. Questo rafforzamento è particolarmente legato al fatto che, in questo nuovo secolo, la struttura centro-periferia dell’economia mondiale e della politica si è indebolita. D’altra parte, i legami tra i Paesi non occidentali si rafforzano considerevolmente, a causa della loro reciproca compatibilità rispetto al grado e agli obiettivi del loro sviluppo. Ciò è dovuto, in gran parte, alla crescita della Cina, un attivo e potente attore indipendente e globale, che ha a lungo professato la dottrina del policentrismo. Mentre per primo s’è adattato all’economia globale, processo che ha completato con l’ingresso nel WTO nel 2001, Pechino poi ha cominciato a integrarsi pienamente in proprio. Affrontando i vecchi centri su un piano di parità, la Cina ha praticamente creato un proprio sottosistema separato nella divisione internazionale del lavoro. È diventata la più grande potenza industriale e commerciale, mentre allo stesso tempo ha legato strettamente a sé i suoi vicini e molti Paesi lontani. La sua espansione economica, la maggior parte della quale ha coinciso con la crisi finanziaria occidentale e i fallimenti degli Stati Uniti in Medio Oriente, ha provocato una risposta nettamente negativa di Washington verso la fine degli anni 2000 e i primi ’10. Di conseguenza, la tendenza verso il policentrismo ha acquisito l’ulteriore aspetto del nuovo bipolarismo. Tale bipolarismo in politica estera è sostenuta dalla Russia, che difende attivamente l’idea della sovranità nazionale. In particolare, la costante politica del nostro Paese in Siria e in altre regioni, ha avuto un influsso positivo sulle relazioni internazionali, permettendo ai Paesi relativamente deboli di beneficiare dei vantaggi del policentrismo. Ciò riguarda pienamente i Paesi dell’Asia centrale, che hanno trovato  partner affidabili e interessati nella Russia, che stabilizza la situazione regionale, e nella Cina in ascesa.
Dopo la crisi del 2008-2009, è stata ampiamente accettata l’idea che la fase neo-liberista della politica interna ed estera dei Paesi occidentali, che ha avuto inizio degli anni ’70, sia stato un periodo di sviluppo inibito e di massiccio rallentamento della crescita economica. La globalizzazione guidata dall’occidente ha consentito solo a un piccolo gruppo di Paesi e territori di  seguire l’esempio del Giappone del dopoguerra, il successo dell’economia orientata ai mercati esteri. La globalizzazione ha, infatti, paradossalmente portato la stagnazione in Giappone, ha creato una vasta “zona grigia” nei Paesi del terzo mondo dimenticata dalle potenze mondiali, all’aumento degli  Stati falliti e, infine, causato gravi danni alle dinamiche economiche nei Paesi più sviluppati. Cina e India hanno dimostrato di essere dei contrappesi statisticamente significativi e riusciti alla globalizzazione neoliberista per un quarto di secolo. Anche per le loro dimensioni, non potrebbero essere integrate nell’economia mondiale binucleare (USA e UE) occidentocentrico. Di conseguenza, un mondo policentrico ha cominciato a prendere forma, mentre la vivace trasformazione della Cina in un nuovo centro globale, ha praticamente significato la fine della politica dell’inibizione dello sviluppo. I Paesi ASEAN hanno anche compiuto progressi significativi nello sviluppo collettivo e regionale indipendente che, tra le altre cose, ha ridotto il ruolo di istituzioni “globali” come il FMI, la Banca Mondiale e il WTO, rendendole un’arena per discussioni più equilibrate e intense. L’importanza della cooperazione regionale è aumentata anche nella sfera finanziaria. Di conseguenza, ciò ha aumentato la varietà delle vie allo sviluppo che altri Stati hanno potuto prendere, soprattutto da quando il monopolio monetario e creditizio dell’occidente è praticamente diventato un ricordo del passato, portandosi via la capacità di dettare le strategie di sviluppo.
L’emergere della Cina a nuovo potente partner di numerosi Paesi del terzo mondo “dimenticati”, nel primo decennio di questo secolo, ha causato un ritorno sulla scena abbastanza contraddittorio dei vecchi centri globali. Tuttavia, con la ricomparsa della concorrenza per il terzo mondo, purtroppo s’assiste a una serie di cambiamenti di regime improduttivi che hanno arretrato notevolmente lo sviluppo socio-economico di molti Paesi relativamente agiati. Nel frattempo, dopo essersi finalmente abituata alla globalizzazione, la Cina n’è diventata sua fautrice attiva.
Annunciata al XVIII Congresso del Partito Comunista nel 2012, vale la pena di notare che in una serie di nuove disposizioni in materia di politica estera della Cina, c’è l’appello all’ulteriore liberalizzazione dei flussi internazionali di merci e, in qualche misura, del capitale. Un rapporto di Hu Jintao ha affermato che, “durante l’assunzione di un ruolo attivo nella gestione dell’economia globale, la Cina promuove la liberalizzazione e si oppone a qualsiasi tipo di protezionismo”. Tale dichiarazione è attesa da tempo dato il livello attuale di competitività della Cina. Anche se questo livello di competitività è stato raggiunto, in gran parte, grazie a decenni di politiche protezionistiche, l’emergere della Cina a “motore della prossima fase della globalizzazione” deve essere preso sul serio, come legittimo e serio cambiamento qualitativo. Tale cambiamento segna l’inizio di un’intensa fase di sviluppo economico nel Celeste Impero, quando il capitale nazionale (prima capitale dello Stato, poi capitale privato) si sentirà limitato anche nell’enorme mercato interno, e fluirà verso l’estero, connettendosi con la numerosa, e una volta paternalistica, diaspora vecchia e nuova (1).
L’espansione cinese non solo promuove, ma anche in parte modifica la globalizzazione perché, da “ritardatario al tavolo”, Pechino deve offrire ai suoi soci condizioni migliori nella cooperazione di quelle della precedente fase occidentocentrico di questo processo. Nell’accettare queste condizioni, i partner della Cina sono anche liberi di commerciare con altri centri di potere. Questo, in generale, finisce per avvantaggiare gli attori internazionali più deboli o semplicemente dimenticati nella fase precedente della globalizzazione. In altre parole, con l’aiuto della Cina, uno spazio per lo sviluppo indipendente e la diversificazione delle fonti esterne si viene ricreando. Allo stesso tempo, attraverso la partecipazione attiva della Cina, c’è un revival delle idee dello sviluppo nell’ambito della politica estera, tra cui lo sviluppo nell’ambito delle attività del BRICS, delle organizzazioni come la SCO e quelle regionali dei Paesi in via di sviluppo (tra cui l’ASEAN). Le critiche occidentali hanno cominciato ad assumere un carattere pratico e costruttivo. Il rinnovamento dello sviluppo e degli strumenti da supportare in modo indipendente caratterizza la proposizione principale della Cina agli Stati economicamente più deboli. Nella sua nuova veste di ispirazione della crescita sostenibile, Pechino ha giustamente dichiarato di essere interessata alla vera indipendenza dei propri partner, tra cui quelli dell’Asia centrale. L’indipendenza non può essere significativa senza la creazione di Stati capaci di avere un costante sviluppo economico, anche  nell’ambito delle infrastrutture e dell’industria, che la Cina è pronta a supportare sia a parole che con i fatti, poiché le sue grandi società d’investimento, costruzione e metalmeccaniche già iniziano ad affrontare la carenza di domanda interna del Paese. Il risultato di queste tendenze generali, è che i Paesi dell’Asia centrale hanno trovato nella Cina non solo un mercato alternativo importante per gli idrocarburi, ma anche un vero e proprio partner nel rafforzare le loro posizioni in politica estera, anche verso Mosca, l’Europa e Washington.
La diffidenza di Pechino verso i Paesi extraregionali che cercano di rafforzare la loro posizione nell’Asia centrale è associata alla naturale paura che possano sostenere il separatismo nello Xinjiang e nel Tibet, così come la possibile destabilizzazione di Pakistan e Iran. Anche la Russia ha preoccupazioni simili. Nel descrivere l’attuale situazione geopolitica della regione, l’analista cinese Yu Sui scrive: “l’interferenza negli affari dell’Asia centrale è stata una svolta strategica per gli Stati Uniti del dopo guerra fredda. Le misure di Washington erano dirette contro la Russia, ma vale la pena notare che cercavano anche di circondare e modificare la Cina. I Paesi dell’Asia centrale non sono meno importanti rispetto ai Paesi del nord-est e del sud-est dell’Asia, perché la regione ha stretti legami con il Xinjiang cinese, dove numerosi separatisti sono in attesa della giusta opportunità”. Inoltre, il Xinjiang è ora una fonte interna di idrocarburi cruciale per l’economia cinese. Yu Sui aggiunge che, “Nella maggior parte dei casi, la Cina è solo una forza addizionale della Russia in Asia centrale, mentre il rapporto tra Pechino e Mosca verso gli Stati Uniti è fortemente dipendente dalle politiche degli Stati Uniti.” In generale, si può essere d’accordo con questa affermazione, pur facendo debitamente notare che la reputazione di Pechino in Asia centrale è un indicatore chiave di tutta la situazione nella regione.
Dovremmo aggiungere una dimensione più importante al carattere dell’espansione cinese in Asia centrale. E’ iniziato e continua ancora con l’esportazione di prodotti ad alta intensità di manodopera, spesso ostacolando lo sviluppo del settore manifatturiero della regione e del suo complesso agricolo integrato. Detto questo, il problema del lavoro in Asia Centrale è attualmente molto grave e non può essere risolto semplicemente aumentando la migrazione della manodopera in Russia. Sull’agenda del momento, vi sono il sistema temperato di protezione dei vitali mercati nazionali regionali ed, eventualmente, il trasferimento di industrie ad alta intensità di lavoro dalla Cina, che ha già dichiarato ufficialmente la restrizione all’esportazione dei suoi prodotti più efficienti e ad alta tecnologia. E’ evidentemente impossibile evitare qualche autolimitazione da parte della Cina nell’attuazione dei contratti lavorativi in Asia centrale, dato che principalmente inserisce nelle strutture personale proveniente dalla Cina, mentre la formazione di personale qualificato avviene in loco. Non è necessario provare che la stabilità socio-economica regionale sulla base della reindustrializzazione (cosa attualmente difficile da immaginare senza la partecipazione della Cina) sia, in ultima analisi, l’unica garanzia per ripristinare la statualità e la democratizzazione degli attuali regimi politici, alla cui destabilizzazione Pechino e Mosca non contribuiranno. In effetti, la Russia e la Cina non sono meno ma più interessate degli attori non-regionali, occidentali e asiatici, al processo di ricostruzione dell’Asia centrale.
Formatasi nel 2001, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), da primo gruppo regionale internazionale avviato da Pechino, oltre a specifici compiti di mantenimento della sicurezza nella regione, dava un notevole peso politico e prestigio alla Cina. Questo è il motivo per cui la questione della reindustrializzazione dell’Asia centrale attraverso la cooperazione economica moderata con la Cina, merita l’attenzione di questa organizzazione. La questione futura è se l’Asia centrale sarà in grado di stabilire con successo un proprio raggruppamento interregionale integrato, dopo il rafforzamento della sovranità economica dei Paesi interessati, capaci successivamente di poter risolvere i problemi legati ai loro vicini? Fino a che punto la creazione di strutture come la Comunità Economica Eurasiatica e la SCO faciliteranno questo raggruppamento? Come faranno a risolvere i problemi del transito e di adesione a mercati lontani? Sembra che senza il patrocinio di Russia e Cina, questi piani non possano essere implementati in una qualsiasi forma. Va notato che concentrandosi sull’estrema importanza delle relazioni con i vicini (anche nei trattati internazionali e nei documenti della SCO), Pechino dovrebbe, teoricamente parlando, simpatizzare con l’integrazione economica regionale dei Paesi vicini, attraverso l’ASEAN o un’Unione doganale. La zona di libero scambio ASEAN-Cina ha già dimostrato la sua efficacia. Parlando di quest’ultima, come immaginato, un analogo accordo potrebbe essere raggiunto con l’Asia centrale a lungo termine, ancora una volta con possibili piccole eccezioni, mentre la diffusione dei prodotti della Cina solleva notevoli preoccupazioni in Asia centrale e l’integrazione interregionale resta estremamente debole, al contrario dell’ASEAN.
Anche se la principale componente strutturale della SCO è la cooperazione tra la Russia e la Cina, attualmente si nota una concorrenza “soft” tra Mosca e Pechino. I Paesi leader della SCO sono in sintonia sulle inevitabili divergenze e i problemi complessi che sorgono, anche quelli riguardanti i progetti d’integrazione. In particolare, la Cina ha proposto tre iniziative ai propri partner. La prima è la creazione della Banca per lo sviluppo della SCO, che ne prevede la creazione da zero, basata a Pechino e dotata di denaro cinese, ponendo l’attuale presidente della China Development Bank a suo direttore. Il secondo progetto è la creazione di una Banca di sconto speciale della SCO. La terza iniziativa è l’organizzazione di una zona di libero scambio della SCO, già proposta nel 2012. La Russia ha una posizione di attesa in relazione a tutti questi progetti. C’è ancora la possibilità che l’idea di creare l’Unione eurasiatica incentrata su tre Stati sia tranquillamente accettata da Pechino solo esteriormente, mentre in realtà causerebbe molta preoccupazione in Cina, soprattutto riguardo la prospettiva di creare una zona di libero scambio attraverso la SCO. E’ noto che dal 2004, la versione cinese di questa zona non è stata accettata dagli Stati dell’Asia centrale, membri della SCO. Il nuovo progetto della Cina ha incontrato la stessa sorte. I piani di Putin per l’integrazione eurasiatica, secondo alcuni analisti, non sono coerenti con le strategie cinesi per l’integrazione regionale in Asia Centrale. Al momento, i diplomatici russi sono riusciti a convincere i loro colleghi che è ancora prematuro prendere decisioni su questi progetti. La Cina, pur rendendosi conto che la Russia è in ritardo rispetto allo sviluppo economico in Asia Centrale, continua ancora a riconoscere la sua posizione di leader politico non ufficiale della regione, accrescendo la rivitalizzazione economica in Asia centrale. In questo senso, il rapporto tra Mosca e Pechino è competitivo economicamente, mentre allo stesso tempo vi è politicamente comprensione reciproca, non escludendo ovviamente alcune divergenze. D’altra parte, Pechino potrebbe vedere l’applicazione del concetto di “Unione Eurasiatica” e la creazione dell’unione doganale, come sforzi dei russi filo-cinesi nella rinnovata avanzata della Russia verso est. Il progetto orientale della Russia inevitabilmente presta ulteriore peso alla politica estera cinese. La parte più importante di questo progetto è l’aumento della densità della zona che collega la costa del Pacifico con il centro dell’Eurasia: Urali, Siberia occidentale e Kazakhstan. Rendere questo spazio più denso rappresenta, per noi, la diversificazione della sua specializzazione economica. Le prospettive più promettenti includono la produzione di prodotti alimentari, la cui carenza è in rapida crescita in Cina e, possibilmente, formare la base di un’Unione doganale, in una sorta di “granaio asiatico”.
La complementarità nella fornitura di risorse energetiche alla Cina, da un lato, e alla Russia e ai paesi dell’Asia centrale d’altra parte, è una base ovvia e un fattore importante per la cooperazione multilaterale e la concorrenza nella SCO. I Paesi leader dell’Asia centrale prendono in considerazione il vettore cinese, visto il crescente potenziale della Cina come fattore tra i più importanti per il proprio sviluppo, offrendo la possibilità di ricevere investimenti e prestiti esteri, la costruzione d’infrastrutture, lo sviluppo commerciale e l’attuazione di progetti energetici. I circoli dominanti in Asia Centrale spesso si orientano verso la Cina, come è dimostrato da diversi fatti. In particolare, dal VII forum eurasiatico tenutosi nell’ottobre 2012 a Astana, che ha fornito l’occasione per fare previsioni sul futuro sviluppo del petrolio e del gas in Kazakhstan. Il ministro del Petrolio e Gas del Kazakhstan, Sauat Mynbaev, ha dichiarato che il Paese ha in programma di aumentare le esportazioni di petrolio verso la Cina e l’Unione europea. “Il Kazakhstan è tra i due principali mercati di consumo del petrolio, l’UE e la Cina. Possiamo esportare in altri mercati lontani via Mar Nero, attraverso l’oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan), per non parlare dei mercati di Afghanistan e Uzbekistan. Tuttavia, in termini di volumi delle esportazioni, i principali mercati sono l’UE e la Cina.” Gli esperti ritengono che il Kazakhstan possa competere con la Russia nell’esportazione dell”oro nero’ in Cina, il Kazakhstan ha un vantaggio significativo, delle pipeline dalla lunghezza più breve. Alcuni disaccordi esistono anche tra la Russia e il Turkmenistan riguardo la fornitura di gas al mercato cinese.
Nel frattempo, la Cina non ha perso interesse ad avere e comprare ad importi fissi il gas, con contratti di lungo periodo, essendo disposta a versare degli anticipi. Il mercato cresce e continuerà a crescere qui, a differenza del mercato europeo. L’espansione estera e l’emergere della Cina come  nuovo produttore energetico significa un’ulteriore frammentazione e regionalizzazione del mercato energetico mondiale, che comprende una frammentazione politica (geopolitica). Esperti del Kazakhstan hanno recentemente suggerito che la Cina abbia raggiunto la quota critica nelle proprietà dei complessi energetici delle repubbliche e vi è la possibilità che non ci siano ulteriori vendite di attività alla Cina. Tuttavia, nel 2013, la vendita di tali attività alla Cina è continuata. L’attuale livello delle vendita di energia alla Cina non può sembrare più vantaggiosa ma, ripetiamo, non bisogna sottovalutare il potenziale quantitativo di questo mercato, così come la sua profondità che comprende distribuzione, conservazione, elaborazione, ecc. Uno dei modi per smuovere i negoziati è mettere da parte la questione del prezzo alla frontiera, una formula di valutazione mista e vari tipi di pacchetti. È anche importante, per i partner della Cina, la questione del futuro rapporto del gas importato dai cinesi via pipeline e tramite il GNL, che finora sono quasi pari.
L’espansione cinese è giuridicamente corretta, non limitata al settore energetico e non ha ancora comportato perdite significative per la Russia. Inoltre, l’aumento del prezzo globale ha supportato la presenza della Russia in Asia centrale. In un certo senso, la scala del mercato cinese mette in ombra la questione della concorrenza tra la Russia e i Paesi dell’Asia centrale verso la Cina, e ci sono già esempi di collaborazione vantaggiosi per tutte le controparti. Inoltre, gli interessi comuni tra Mosca e Pechino aumentano. Così, per la Russia, la fornitura di gas e petrolio attraverso i gasdotti di Turkmenistan e Kazakhstan alla Cina, anche se risultanti una certa perdita, è alla fine vantaggiosa, perché indebolisce la pressione di questi produttori di idrocarburi sui mercati europei. Ora, la Cina non è particolarmente interessata alla vendita di risorse energetiche dell’Asia centrale all’occidente.
I disaccordi tra la Russia e la Cina sono ammorbiditi da un’altra circostanza. Secondo gli esperti russi, l’Asia centrale è stato e rimane ancora il “cortile” strategico della Cina, in molte modi: la sicurezza, l’energia e la complessa interazione con l’occidente e i suoi vicini in Asia orientale. Ha oramai il ruolo di fornitrice di nuovi mercati e di fonti di materie prime, pur essendo un “corridoio”.  Anche se il ruolo dell’Asia Centrale è sempre più importante per la Cina, questo “cortile” è ancora secondario per la Cina nella sua politica internazionale in generale. È importante per lo sviluppo delle aree arretrate della Cina, soprattutto lo Xinjiang.
Il quadro che emerge delle relazioni internazionali ci sembra essere piuttosto favorevole ai progetti della Russia in Eurasia, tra cui la cooperazione multilaterale con la Cina che attualmente ha chiari interessi nella stabilizzazione dell’Asia centrale e nello sviluppo della sua economia: tra le altre cose, la regione è diventata un strategicamente importante fornitore di energia della Cina. In futuro vi sono nuovi progetti che sarebbero in grado di aumentare l’autosufficienza collettiva della SCO nei beni strategici (energia, cibo, acqua), promuovendo lo sviluppo di infrastrutture, l’agricoltura e l’industria manifatturiera regionali, alleggerendo la posizione dei Paesi senza sbocco sul mare. Solo il tempo dirà se una struttura policentrica porterà alla ripresa socio-economica dell’Asia centrale.  Non tutto dipende da Mosca e Pechino, i cui interessi in molti settori, tra cui l’energia, sono sufficientemente vicini. Tuttavia, le possibilità esterne favorevoli a un “passo avanti nello sviluppo” della regione, lo ripetiamo, progrediscono ed appaiono migliori di quanto non fossero all’inizio del secolo, in gran parte grazie a Russia e Cina.

Aleksandr Salitskij, Capo ricercatore presso l’IMEMO, professore presso l’Istituto dei Paesi Orientali;
Nelly Semenova è ricercatrice presso il Centro di Ricerca per l’Energia e i Trasporti e l’Istituto di Studi Orientali, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

1. Si noti che in Cina, gli emigranti non sono più chiamati ad essere politicamente neutrali. Così, circa 500 esponenti di spicco della diaspora cinese sono stati invitati alla Conferenza Internazionale di Huaqiao a Pechino, nella primavera del 2012. Al forum hanno partecipato quasi tutti i principali leader del Paese, che hanno sottolineato nei loro interventi l’importanza dei cinesi che partecipano alla vita politica dei Paesi in cui vivono, “Il raggiungimento di obiettivi comuni attraverso i metodi della diplomazia pubblica.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Shanghai Cooperation Organisation avverte contro la guerra alla Siria

John Chan WSWS 19 settembre 2013

Ñîâìåñòíûå ó÷åíèÿ ñòðàí Øàíõàéñêîé îðãàíèçàöèè ñîòðóäíè÷åñòâà "Ìèðíàÿ ìèññèÿ - 2010"L’ultimo vertice del raggruppamento dell’Asia centrale, a guida russa e cinese, l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO), tenutosi a Bishkek, capitale del Kirghizistan, il 13 settembre, è stata dominata dalle crescenti tensioni globali prodotte dai preparativi degli Stati Uniti per la guerra contro la Siria. Il presidente russo Vladimir Putin ha insistito sul fatto che “l’interferenza militare estera nel Paese, senza una sanzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è inammissibile.” La dichiarazione congiunta del vertice si oppone all’“intervento occidentale in Siria, così come all’allentamento della stabilità interna e regionale in Medio Oriente”. La SCO chiede una “conferenza internazionale di riconciliazione”, per consentire i negoziati tra il governo siriano e le forze di opposizione. Come aveva già fatto in occasione del recente vertice del G20 a San Pietroburgo, il presidente cinese Xi Jinping s’è allineato con la Russia contro qualsiasi attacco militare contro Damasco, temendo che ciò sarebbe il preludio a un attacco all’Iran, uno dei principali fornitori di petrolio della Cina.
Significativamente, il nuovo presidente dell’Iran Hassan Ruhani ha partecipato alla riunione, nonostante le voci che il suo governo avrebbe segnato il passaggio dall’ex-presidente Mahmud Ahmadinejad e dalla sua retorica anti-americana, nei precedenti vertici della SCO. Ruhani ha accolto la proposta della Russia di mettere le armi chimiche della Siria sotto il controllo internazionale, sostenendo che ciò “dava la speranza di poter evitare una nuova guerra nella regione.” La SCO sostiene esplicitamente il diritto dell’Iran a sviluppare il proprio programma nucleare. Putin ha ribadito, in un discorso, che “l’Iran, come qualsiasi altro Stato, ha il diritto di usare pacificamente l’energia atomica, comprese le operazioni di arricchimento (dell’uranio).” La dichiarazione della SCO ha avvertito, senza nominare gli Stati Uniti ed i loro alleati, che “la minaccia della forza militare e delle sanzioni unilaterali contro uno Stato indipendente (l’Iran) sono inaccettabili”. Un confronto contro l’Iran causerebbe “danni incalcolabili” nella regione e nel mondo in generale.
La dichiarazione della SCO critica anche la costruzione di Washington dei sistemi di difesa anti-missili balistici in Europa orientale e in Asia, volti a minare la capacità nucleari della Cina e della Russia. “Non si può provvedere alla propria sicurezza a scapito degli altri“, affermava la dichiarazione. Nonostante tale linguaggio critico, né Putin né Xi vogliono confrontarsi apertamente con Washington e i suoi alleati europei. Prima del vertice SCO, si è speculato sul fatto che Putin avrebbe consegnato gli avanzati sistemi missilistici terra-aria S-300 all’Iran e costruito un secondo reattore nucleare nel Paese. Funzionari russi infine hanno smentito. Russia e Cina si trovano ad affrontare la crescente pressione dell’imperialismo degli Stati Uniti, compresa la minaccia di usare la forza militare per dominare i giacimenti energetici chiave in Medio Oriente e Asia Centrale.
La SCO è stata fondata nel 2001, poco prima che gli Stati Uniti utilizzassero la “guerra al terrore” per  invadere l’Afghanistan. Sebbene l’obiettivo ufficiale della SCO è contrastare “tre mali”: separatismo, estremismo e terrorismo nella regione, essa è soprattutto un tentativo di assicurarsi che l’Eurasia non finisca completamente nell’orbita di Washington. A parte le quattro repubbliche dell’Asia centrale ex-sovietica, Kazakhstan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan, il gruppo comprende anche, come Stati osservatori, Mongolia, Iran, India, Pakistan e Afghanistan. I “partner del dialogo” sono Bielorussia, Sri Lanka e, in modo significativo, la Turchia, membro della NATO, che è stata aggiunta l’anno scorso.
Tuttavia, l’influenza degli Stati Uniti viene chiaramente esercitata sul raggruppamento. Prima del vertice, vi sono state segnalazioni sulla stampa pakistana che il Paese potrebbe essere accettato come pieno membro della SCO. La Russia ha invitato il nuovo Primo ministro Nawaz Sharif a partecipare. Tuttavia, Sharif ha inviato solo il suo consigliere per la sicurezza nazionale Sartaj Aziz, e l’adesione del Pakistan non è stata concessa. Mentre la SCO cerca di rafforzare il suo ruolo nel confinante del Pakistan, l’Afghanistan, dopo il ritiro programmato delle forze della NATO, Aziz ha detto che la politica del Pakistan è la “non interferenza e l’assenza di favoritismo.” Ha insistito sul fatto che il regime fantoccio di Kabul potrebbe avviare la “riconciliazione tra gli afghani”, se tutti i Paesi della regione resistono alla tentazione di “riempire il vuoto di potere.”
Cina e Russia sono anche profondamente preoccupate dal “perno in Asia” dagli Stati Uniti, per  minacciare militarmente la Cina e, in misura minore, l’Estremo Oriente della Russia, rafforzando le capacità e le alleanze militari di Washington con Paesi come il Giappone e la Corea del Sud. A  giugno, la Cina e la Russia hanno tenuto una grande esercitazione navale congiunta nel Mar del Giappone, e ad agosto hanno effettuato esercitazioni congiunte aero-terrestri in Russia, coinvolgendo carri armati, artiglieria pesante e aerei da guerra. Di fronte alle minacce degli Stati Uniti ai suoi interessi in Medio Oriente e nella regione Asia-Pacifico, la Cina intensifica i propri sforzi per acquisire forniture energetiche in Asia centrale. Per il Presidente Xi, il vertice SCO è stata l’ultima tappa di un viaggio di 10 giorni in Turkmenistan, Kazakhstan, Uzbekistan e Kirghizistan, dove ha firmato o inaugurato accordi multi-miliardi per progetti sul petrolio e il gas. Nella sua prima sosta, in Turkmenistan, Xi ha inaugurato un impianto per il trattamento del gas ed un grande nuovo giacimento al confine con l’Afghanistan. Pechino ha prestato al Turkmenistan 8 miliardi di dollari per il progetto, che triplicherà le forniture di gas alla Cina entro la fine di questo decennio. Il Paese è già il più grande fornitore di gas della Cina, grazie ad un gasdotto di 1.800 km che attraversa l’Uzbekistan e il Kazakhstan diretto in Cina. In Kazakhstan, dove Xi ha firmato un accordo per acquistare una quota di minoranza di un giacimento petrolifero off-shore per 5 miliardi di dollari, ha chiesto di sviluppare una nuova “Via della Seta economica”. Gli scambi commerciali tra la Cina e le cinque repubbliche dell’Asia centrale sono aumentati di quasi 100 volte dal 1992, e il Kazakhstan è oggi il terzo più grande destinatario degli investimenti esteri cinesi. Xi ha pronunciato un discorso dichiarando che Pechino non interferirà mai negli affari interni degli Stati dell’Asia centrale, e che non cercherà mai un ruolo dominante nella regione e di “coltivare una sfera d’influenza.” Questo messaggio cercava chiaramente di placare le preoccupazioni, anche in Russia, sulla crescente influenza della Cina nelle repubbliche ex-sovietiche.
Durante il vertice del G20, la China National Petroleum Corporation ha firmato un accordo “di base” con la russa Gazprom, per preparare un accordo che dovrebbe essere firmato il prossimo anno, in cui Gazprom fornirà almeno 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno alla Cina tramite un gasdotto, entro il 2018. Con così tanto in gioco, Wang Haiyun della Shanghai University ha dichiarato al Global Times che “mantenere la sicurezza del regime è diventata la massima preoccupazione per i membri della SCO nell’Asia centrale, tra cui anche la Russia.” Ha accusato gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali di istigare il “fermento democratico” e “le rivoluzioni colorate”, ed ha avvertito che se un membro della SCO “divenisse uno Stato filo-occidentale, ciò avrebbe conseguenze sull’esistenza stessa della SCO.” Se necessario, la Cina deve dimostrare “risolutezza e responsabilità” aiutando la Russia e gli altri membri a contenere le turbolenze, cioè a schiacciare militarmente qualsiasi “rivoluzione colorata” nella regione.
Le discussioni della riunione della SCO sono una chiara indicazione che la Russia e la Cina vedono i piani di guerra degli Stati Uniti contro la Siria e l’Iran quale parte di un grande disegno volto a minare la loro sicurezza, sottolineando il pericolo della temerarietà degli Stati Uniti nell’intervenire contro la Siria, che provocherebbe una assai ampia conflagrazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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