Israele cerca solo di guadagnare tempo!

Nasser Kandil Global Research, 16 luglio 2014

GazaBigWar1. Secondo lei, signor Kandil, fino a che punto Israele potrebbe spingere il suo assalto a Gaza?
Penso che Israele sia in difficoltà perché non può permettersi la pace che legittimerebbe la sua esistenza, come non può permettersi una guerra che gli consenta di tornare al “periodo delle iniziative”. Questo è il motivo per tale ennesima aggressione a Gaza, distruggendo tutto ciò che può colpire, armi, capi, combattenti e infrastrutture, ritenendo che ciò gli darebbe notevoli benefici nella prossima fase del conflitto. Guadagnare tempo sembra essere “l’unica strategia del momento” di fronte alla nuova mappa regionale che si delinea, dove non è più un fattore decisivo. Questo è anche il motivo per cui retrocede sulla creazione dello Stato curdo, che all’inizio ha incoraggiato [1], il clima internazionale e regionale è dominato da avvertimenti contro i pericoli delle partizione dell’Iraq.

2. Altre guerre d’Israele sono dunque in vista?
Quello che posso assicurare è che se Israele decide di impegnarsi in una guerra aperta e totale, troverà una Resistenza pronta ad andare fino in fondo e senza alcuna intenzione di lasciare porte aperte agli “aggiustamenti” che continua a pretendere ogni giorno [...]

3. Dice che Israele non ha una strategia chiara e che cerca solo di guadagnare tempo. Perché?
Penso che tutto ciò che la nostra regione ha vissuto dalla guerra d’Israele contro il Libano, nel luglio 2006, sia il risultato del rapporto intitolato “Baker-Hamilton” presentato al presidente George W. Bush il 6 dicembre 2006 [2] [3]. In realtà, sono passati otto anni, il Libano era sull’orlo di una guerra memorabile che ha imposto una nuova equazione regionale dopo “l’erosione della deterrenza israeliana“. Per cui è nato il nuovo approccio statunitense, presentato in tale famosa relazione firmata e supervisionata dai due pilastri democratico e repubblicano alla guida dei servizi segreti e degli Esteri, e Consiglieri della Sicurezza Nazionale… In breve, la relazione invita gli Stati Uniti a fare tutto il possibile per risolvere il conflitto israelo-palestinese, implicitamente riconoscendo:
• la sconfitta del progetto statunitense in Iraq e in Afghanistan,
• il fallimento del ruolo regionale d’Israele,
• l’emergere di potenze regionali concordi con gli Stati Uniti nel salvare l’Iraq e stabilizzare la regione.
Ciò sulla base del ritiro statunitense da Afghanistan e Iraq, con:
• l’accettazione di una partnership USA-Russia per gestire la stabilizzazione della regione,
• il riconoscimento del ruolo centrale dell’Iran, Stato nucleare, su Afghanistan, Iraq e Stati del Golfo,
• riconoscimento del ruolo influente della Siria nel Levante.
Ma la cosa più importante di tale relazione è spingere Israele ad attuare le risoluzioni delle Nazioni Unite sul conflitto arabo-israeliano, tra cui:
• uno Stato palestinese nei territori occupati nel 1967 con capitale Gerusalemme est
• una giusta soluzione al problema dei profughi sulla base della “risoluzione 194″ garantendo il diritto al ritorno e al risarcimento,
• la restituzione del Golan siriano occupato alla linea del 4 giugno,
• il ritorno ai libanesi delle fattorie Shaba.
Dal dicembre 2006 viviamo le conseguenze della denigrazione del rapporto Baker-Hamilton con  una serie di guerre per procura e conflitti che insanguinano l’asse della Resistenza. Nessuno conosce la portata della cooperazione tra Israele e Stati del Golfo, come Arabia Saudita e Qatar, per contrastare le raccomandazioni della relazione strategica degli Stati Uniti, o trovare alternative e quindi ignorare la Roadmap che raccomanda di garantire la necessaria stabilità regionale. Tali imbrogli si sono complicati passo passo. Per iniziare, c’erano le elezioni iraniane del 2008 con il piano di rovesciare il Presidente Ahmadinejad ed imporre Muhammad Khatami al potere con la promessa di permettere all’“Impero iraniano il suo dossier nucleare” contro l’abbandono della causa palestinese. All’epoca, Martin Indyk aveva parlato di “rovesciare l’Iran in Palestina”. Tale scommessa fallì, e la prima guerra contro Gaza ebbe luogo, ancora con lo stesso slogan di Indyk: “rovesciare l’Iran in Palestina”. Consacrata la sconfitta d’Israele, la ripresa del percorso di pace fu ridotta ad imporre all’Autorità palestinese ulteriore obbedienza. Quindi nel 2010 il piano di Hillary Clinton per una pace israelo-palestinese “parziale” fatta di concessioni minime degli israeliani. Ma l’estremismo israeliano è responsabile della distruzione del piano di Clinton, il piano d’Israele è una pace che si traduca nell'”alleanza arabo-israeliana contro l’Iran“. In altre parole, i sionisti hanno scelto di costruire tale alleanza invece di accettare il basso costo che avrebbe rappresentato lo smantellamento del 10% degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, per garantire la continuità territoriale tra le parti del residuale mini-Stato palestinese.

4. Israele continuerà a guadagnare tempo iniziando altre guerre di logoramento, senza esaurirsi?
Dalla sconfitta d’Israele nella sua guerra contro il Libano, nel luglio 2006, riteniamo che non sia più questione di guerra aperta israeliana o statunitense. Ma la negazione di nuove realtà sul terreno  riempirebbe il vuoto strategico dopo il ritiro degli Stati Uniti da Iraq e Afghanistan. Pertanto, dal dicembre 2006, cioè negli ultimi otto anni, Israele cerca di evitare di pagare il conto della Baker-Hamilton, creando ogni sorta di problema per paralizzare l’Asse della Resistenza formato da Iran, Siria, Hezbollah e anche Hamas. Opportunamente, l’esplosione della cosiddetta “primavera araba” certamente nata dalla rabbia popolare contro i loro governanti, è stata l’occasione per Stati Uniti, Turchia e Qatar d’ adottare la loro idea di affidare il potere regionale ai Fratelli nusulmani, con l’idea che l”impero ottomano’ avrebbe ereditato il potere in Tunisia ed Egitto, con alla sola condizione di abbandonare la Siria. La guerra “universale” contro la Siria ha avuto quindi luogo, ma è fallita, mentre la strategia del caos ha creato un ambiente favorevole al terrorismo e al suo radicamento, con il rischio che il califfato del SIIL divida l’Iraq ed altre entità della regione…
Nel frattempo, Hamas ha perso l’illusione che l’identità condivisa con i Fratelli musulmani prevalesse sull’appartenenza alla resistenza palestinese. Ma dopo il fallimento delle vittorie in Egitto e Siria, ha rivisto i conti. I neo-ottomani sono stati sconfitti e il “Fronte del Rifiuto” si avvicina alla vittoria, Hamas non riesce a trovare il suo posto che rientrando nella trincea della resistenza all’occupazione israeliana. Israele ha fallito nonostante i ripetuti tentativi di minare la Resistenza.  Indipendentemente dalle posizioni assunte da certi capi di Hamas, qualsiasi siano i disaccordi con Fatah. Ciò che conta è che le Brigate al-Qasam (ramo militare di Hamas) operino e siano pienamente impegnate nella lotta contro l’aggressione israeliana a Gaza. Israele ha scommesso sulla sconfitta della Siria, e sulla sconfitta di Hezbollah in Siria, sostenendo i vari rami di al-Qaida con i suoi raid aerei [4] su Jamraya [Centro di ricerca scientifica a nord ovest di Damasco], nella speranza che vincessero la guerra ad al-Qusayr [maggio 2013], i raid su Janta affinché vincessero a Yabrud, e i raid su al-Qunaytra per imporre la cintura di sicurezza alla cosiddetta opposizione siriana complice. Ma tutti questi piani sono falliti, uno dopo l’altro. Israele oggi è in ansia perché incapace di scatenare una guerra ma anche di aspettare. Questo mentre il mondo assiste alla cristallizzazione di due campi, uno che rappresenta le crescenti forze di Russia, Cina, Brasile e altri Paesi BRICS, l’altro guidato da Washington, sconfitto in Ucraina e Siria e che si prepara ad altre sconfitte in Yemen e Iraq…
Israele si trova ad affrontare una nuova equazione basata sulla previsione di ciò che potrebbe derivare dal ritiro statunitense dall’Afghanistan, alla fine dell’anno, ora che l’Iraq è alleato di Siria e Iran, con un accordo tra occidente ed Iran si profila all’orizzonte e segnali indicanti la vittoria siriana che appaiono, mentre l’opposizione a uno Stato curdo nato dalla partizione dell’Iraq è quasi unanime, nonostante il suo dichiarato sostegno. Sa che le condizioni per una nuova guerra saranno diverse da quelle della guerra del 1973, come previsto da una relazione del Shabak [servizio di sicurezza interna d'Israele] nel 2010… Israele non potrà vincere una nuova guerra contro una resistenza che si prepara ad ogni evenienza, soffrendo dello stesso deficit strutturale che ha causato le sue sconfitte precedenti. Tutto ciò che ottiene da tale nuovo assalto su Gaza, è reindirizzare la bussola sulla “causa prima”: la lotta contro l’occupazione e la colonizzazione della Palestina.

5. Cosa ne pensate della nomina di Staffan de Mistura a successore di Laqdar al-Brahimi[5]?
Ad ogni fase della guerra contro la Siria, corrisponde un inviato con una specifica missione. Kofi Annan alla fine si dissociò con dimissioni storiche. Laqdar Brahimi, la cui unica missione era condurre colloqui politici, fece ciò che poteva. Qui siamo nella fase della scelta di De Mistura, probabilmente per le sue competenze tecniche e diplomatiche. Tecnicamente curò la prima missione dell’ONU di lancio di aiuti alimentari [Ciad – 1973], fu vicedirettore del Programma alimentare mondiale [2009-2010]. Diplomaticamente, ha ricoperto vari incarichi presso le Nazioni Unite [6], in particolare come rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan [2010-2011], Iraq [2007-2009] e Libano [2001 - 2004]. Pertanto, la sua nomina suggerisce l’esistenza di una nuova mappa regionale dall’Afghanistan al Libano, dove per anni ha gestito il conflitto tra Hezbollah e Israele e lo Stato libanese. In altre parole, ha le chiavi del conflitto arabo-israeliano. Probabilmente  non controlla sufficientemente il dossier siriano, ma può essere compensato dalle sue numerose relazioni con personalità regionali, che si precipiteranno, come dovrebbero, per renderlo edotto dei più piccoli dettagli.

6. Secondo Voi, qual è la missione di De Mistura?
Preparare il tavolo per la nuova mappa regionale. Come mediatore delle Nazioni Unite nel conflitto siriano, può passare dalla Siria a Iraq, Afghanistan e Libano. Penso che sarà il partner principale del presidente egiziano al-Sisi.

7. Tale nuova carta regionale richiede la partizione dell’Iraq?
Non credo assolutamente.

8. Eppure molti dicono il contrario, prevedendone la partizione in tre Stati: sunnita, sciita e curdo.  Alcuni parlano anche di uno “Stato del SIIL!”
In sostanza, l’idea di partizione, non solo dell’Iraq, si basa sulla tesi di Bernard Lewis, il famoso storico statunitense [7], la cui tesi venne discussa sotto l’egida della NATO a Francoforte nel novembre 2012. La domanda era: “Dovremmo mantenere i confini tracciati da Sykes-Picot, o dovremmo riprogettarli sulla base dei dati demografici regionali?“, cioè in base alle popolazioni sunnita, sciita, curda, alawita, ecc… tale partizione in linea di principio sarebbe più facile in Iraq che altrove. Se dovesse avvenire, il secondo passo dovrebbe portare alla partizione della Turchia, creando uno Stato curdo nei suoi territori orientali, e non dell’Iran, al 90% dalla stessa confessione. Ciò spiega l’immediata ritirata dei capi turchi che iniziano a rendersi conto che pagheranno per l’aggressione alla Siria, soprattutto per Qasab e Aleppo. Da parte loro, i sauditi hanno finalmente capito che rischiano grosso vedendo gli Houthi alla periferia di Sana, e la minaccia della creazione di uno Stato sciita sulle coste petrolifere orientali del loro regno. Ecco perché credo che la decisione sarà altra che non la partizione, ed è per questo motivo che quattro dichiarazioni dicono NO ad uno Stato curdo in Iraq! Di Ban ki Moon [8], del Presidente al-Sisi [9], dal comunicato congiunto Stati Uniti e Russia, del numero due della sicurezza nazionale alla Casa Bianca, Tony Blinken, che ha dichiarato che “l’unità dell’Iraq è l’obiettivo da difendere“. E quando si dice ciò, s’intende NO alla partizione dell’Iraq!

Nasser Kandil 11/07/2014, sintesi di due interventi:
Video di al-Mayadin, MN Kandil è intervistato da Diya Sham e articolo su al-Bina;
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

ISIS TerritoryNote:
[1] Il premier israeliano è a favore di un Kurdistan indipendente
[2] Baker-Hamilton Report 2006
[3] Baker-Hamilton/Wikipedia
[4] VIDEO. Raid israeliano in Siria uccide almeno 42 soldati, bilancio incerto
[5] Staffan de Mistura successore di Brahimi come mediatore
[6] Staffan de Mistura/Wikipedia
[7] Bernard Lewis/Wikipedia
[8] L’Iraq deve avere uno Stato unito, secondo Ban Ki-moon
[9] Egitto: Sisi, un referendum nel Kurdistan iracheno sarebbe una “catastrofe”

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese ed direttore di TopNews-Nasser-Kandil e del quotidiano libanese al-Bina
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA in allerta per un possibile attacco nucleare

Gordon Duff  PressTV  – Reseau International

MIDEAST-ISRAEL-60 YEARS-NAVYGli Stati Uniti sono in allerta e hanno schierato mezzi militari sulla costa atlantica da New York a Charleston, per un attacco con missili da crociera o aerei a bassa quota. Tali misure di sicurezza rafforzate sono iniziate con l’inasprimento delle minacce d’Israele all’Iran, ma sono aumentate dopo la misteriosa scomparsa del Volo 370 delle Malaysia Airlines. Fonti ai vertici delle forze armate e dell’intelligence USA citano la possibilità di un attacco terroristico che vedrebbe anche l’uso di armi nucleari lanciate da un sottomarino. Tuttavia, il piano di cui siamo stati informati dovrebbe riguardare un aereo dirottato da imputare agli iraniani, come Joel Rosenberg ha detto in un’intervista con Greta Van Susteren su Fox News il 18 marzo. Secondo lui, gli iraniani avrebbero dirottato l’aereo per attaccare Israele. Gli Stati Uniti, tuttavia, ritengono che altri che non l’Iran valutino un attacco contro Stati Uniti e non Israele, con l’intenzione di incolpare l’Iran.
Ieri, il reporter investigativo Chris Bollyn ha fatto una scoperta sorprendente: “Secondo i rapporti di osservatori aeronautici, Israele ha un Boeing identico a quello delle Malaysia Airlines. Il Boeing 777-200 è di stanza a Tel Aviv dal novembre 2013. La sola differenza visibile tra l’aereo scomparso e quello di Tel Aviv sarebbe il numero di serie. Cosa pianificano gli israeliani con tale doppione dell’aereo delle Malaysia Airlines? Utilizzando il gemello che hanno in deposito, i cervelli del terrorismo potrebbero aver programmato un piano sinistro in cui l’aereo scomparso riappare per un atroce attacco sotto falsa bandiera. Il fatto che il pubblico sappia dell’esistenza dell’aereo gemello di Tel Aviv potrebbe impedire che tale piano malvagio abbia successo“. Dopo la pubblicazione dell’articolo dettagliato e motivato di Bollyn, Tel Aviv ha lanciato un’offensiva mediatica su larga scala. Tuttavia, fonti statunitensi dicono che tale operazione si sia rivoltata contro gli israeliani, ciò significa che se il loro ruolo nel caso dell’aereo scomparso non era mai stato menzionato prima, ora lo è certamente. Una fonte di alto rango ha detto: “Alla luce degli sforzi israeliani per il rilascio di Jonathan Pollard, compreso un ricatto manifesto, il deterioramento delle relazioni tra Israele e l’amministrazione Obama ha creato una situazione molto pericolosa. Israele potrebbe fare qualsiasi cosa“.

L’avvertimento di Obama al vertice sul nucleare
Il 25 marzo 2014 il presidente Obama ha partecipato al Vertice sulla sicurezza nucleare a L’Aia, Paesi Bassi. 53 capi di Stato vi hanno partecipato. Il primo ministro d’Israele Netanyahu non era presente. Era il 3° Summit sulla sicurezza nucleare boicottato da Israele finora. Alla conferenza stampa di chiusura, il primo ministro olandese Mark Rutte aveva appena finito di congratularsi con l’Iran sulla cooperazione, lodando gli Stati Uniti per il loro successo diplomatico. Rutte fece il seguente annuncio accanto al presidente Obama: “...Si fanno progressi. Prendete l’Iran. Ho parlato con il Presidente Ruhani a Davos al World Economic Forum di gennaio. Ora abbiamo accordi provvisori. Potendo parlare con il Presidente Rouhani, sono il primo leader olandese, da oltre 30 anni, a poter discutere con il leader iraniano; è stato possibile solo grazie agli accordi interinali che sembrano reggere. Gli USA hanno la leadership anche qui“. Poi, il presidente Obama ha detto: “Quando si tratta della nostra sicurezza, continuo ad essere molto più preoccupato dalla prospettiva di un’arma nucleare fatta esplodere a Manhattan“. Normalmente, un tale avvertimento sembrerebbe meno inquietante, ma non viviamo in tempi normali.

Misure speciali
Il dispiegamento prevede velivoli AWACS (Airborne Warning and Control), sistemi di difesa missilistica navali AEGIS e sistemi per la difesa contro missili da crociera JLENS montati su aerostati. Non è inusuale che le navi AEGIS siano dispiegate al largo. È una procedura standard per usare gli AEGIS a difesa di New York e Washington fin dagli “errori procedurali” del NORAD durante l’11/9. Tuttavia, i sistemi AEGIS che furono assegnati a sostegno dell'”Iron Dome“, il famoso sistema di difesa missilistica di Israele, ora non lo sono più. Questo cambiamento indica una o più modifiche nella politica strategica degli Stati Uniti:
• La minaccia di un attacco preventivo contro Israele da parte dell’Iran è considerata inesistente.
• I ritiro dei sistemi dall'”Iron Dome” offre agli Stati Uniti la leva necessaria per rinnovare i colloqui con i palestinesi.
• Gli Stati Uniti riconoscono le relazioni pericolose esistenti tra le fazioni estremiste in Israele e negli Stati Uniti, capaci di azioni come il terrorismo nucleare contro le due nazioni.

Alcune teorie del complotto sulla chiusura delle ambasciate
Nel 2010, lo storico israeliano Martin van Creveld dichiarò che Israele era pronto ad usare armi nucleari contro le capitali del mondo, se “lo Stato ebraico” fosse minacciato. Creveld, che sostiene il ritiro d’Israele nei confini del 1967, è un professore rispettato e pragmatico, e non avrebbe fatti minacce. Avrebbe tentato, a suo modo, d’informare il mondo di una tale possibilità. Quattro giorni fa il ministero degli Esteri israeliano ha chiuso tutte le ambasciate a causa di una controversia salariale con un sindacato. Anche se questo può essere vero, altri “meno fiduciosi” citano la vecchia diceria che vuole Israele aver accumulato armi nucleari in tutte le sue ambasciate. Le armi nucleari tra le altre cose emettono fotoni ad alta energia, il SNM (materiale nucleare speciale) è rilevabile dai sensori satellitari, anche se depositato in un contenitore schermato. Le fonti dicono che “SNM” è stato rilevato in ambasciate e consolati israeliani. Si tratta in realtà di un piano di guerra che include attacchi simultanei ad ambasciate e consolati nel mondo della nazione obiettivo. Anche se nessuna specifica menzione d’Israele viene fatta, l'”opzione Sansone” è l’infame piano israeliano per “trascinare il mondo” in caso di minacce, facendo pensare alle dichiarazioni enigmatiche Creveld. Così, con la misteriosa chiusura degli impianti israeliani in tutto il mondo, i cospirazionisti credono che tali strutture contengano armi nucleari “apocalittiche”.
Altri fattori utilizzati per costruire un mosaico realistico della minaccia:
– La indiscriminate accuse d’Israele sul ruolo dell’Iran nel dirottamento del Volo 370 delle Malaysia Airlines
– Gli Stati Uniti adottano livelli DEFCON che non si vedevano dalla crisi dei missili di Cuba
– L’aumento delle minacce israeliane di attacco preventivo contro l’Iran
– la richiesta di alcuni parlamentari degli Stati Uniti per un attacco nucleare contro l’Iran
– La rimozione di oltre il 70% del personale del comando armamenti nucleari negli Stati Uniti, per “cattiva condotta”.

Il silenzio è d’oro
Assediato da tutte le parti, Israele aveva la possibilità di esercitare moderazione intelligente e diplomazia in risposta all’inaudita condanna globale senza. Tuttavia, ha scelto di usare ogni opzione immaginabile per aumentare non solo disprezzo ed isolamento, ma anche per farsi vedere come ostile ed irresponsabile il più possibile. Ci si può chiedere se tale politica sia volta ad unire gli ebrei dietro gli errori di tali suicidi israeliani piuttosto che per supportare lo “Stato ebraico”.

jlens-0713-deTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele è pronto a ripensare la propria strategia in Siria?

Dmitrij Minin, Strategic Culture Foundation, 02/02/2014
US_buffer_Zones_01_14Il 24 gennaio, un alto ufficiale dell’intelligence militare israeliana ha tenuto una conferenza speciale, in cui ha riferito che vi è la “possibilità” che Israele ripensi la propria strategia sul conflitto siriano. Motivo? Il forte aumento dei militanti di al-Qaida in Siria, che non fanno compromessi quando si tratta d’Israele. Solo due anni fa erano 2000, ma oggi sono arrivati a 30000. Si recano in Siria da Medio Oriente, Europa, America… Israele inizia a comprendere che se Bashar Assad viene rovesciato e l’obiettivo immediato dei militanti realizzato, la creazione di un grande Stato islamico dalla Siria all’Iraq, allora tali forze li attaccheranno duramente. Da qui la necessità d’Israele di cercare di concludere le proprie operazioni su larga scala in Siria, a quanto pare. Secondo gli israeliani, i gruppi islamici in Siria che costituiscono una minaccia per il loro Paese sono:
1. Jabhat al-Nusra. Il 22 gennaio, l’agenzia di sicurezza israeliana Shin Bet ha riferito di aver sventato tre attentati pianificati da tale organizzazione, tra cui far saltare in aria l’ambasciata statunitense a Tel-Aviv e il Centro Congressi di Gerusalemme. I presunti colpevoli erano immigrati provenienti da Turchia e repubbliche del Nord Caucaso.
2. Stato islamico dell’Iraq e del Levante.
3. Ahrar al-Sham. Tale gruppo è alla base del neocostituito Fronte islamico (IF), che gli USA hanno dichiarato gruppo “moderato”. Fonti dell’intelligence israeliane contestano tale valutazione, sottolineando che il leader di Ahrar al-Sham, Abu Qalid al-Suri (vero nome Muhammad Bahayah), ha ammesso di essere membro di al-Qaida. Esperti francesi sono d’accordo osservando che Muhammad Bahayah è coordinatore capo di al-Qaida in Siria, con legami con bin Ladin e stretta conoscenza di al-Zawahiri.
4. Jaysh al-Islam. Tale organizzazione domina la regione di Damasco ed è nota per gli stretti legami con i servizi segreti sauditi e pakistani.
L’esercito israeliano (IDF) valuta diverse opzioni su come affrontare tali gruppi:
a) creare zone-cuscinetto sul lato siriano del confine;
b) attacchi aerei e terrestri contro le concentrazioni di jihadisti alla frontiera;
c) profonde puntate in Siria e Iraq per bloccare l’avanzata delle forze di al-Qaida in Giordania;
d) omicidi mirati dei comandanti di al-Qaida;
e) impedire che le forze jihadiste occupino aree in Siria che potrebbero essere utilizzate come trampolini per attaccare Israele.
Allo stesso tempo però gli strateghi israeliani prevedono di considerare con attenzione tutti i “pro e i contro” nel combattere al-Qaida in Siria, tenendo presente che una tale campagna militare  allenterebbe la pressione sul regime di Assad e i suoi alleati Iran e Hezbollah, cosa che Israele ovviamente non vuole che accada. Ma a un certo punto sarà costretto a scegliere cosa sia più importante, la vera sicurezza o i miti della propria propaganda. Parlando alla conferenza annuale dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale, “Le sfide alla sicurezza del 21° secolo”, il ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon ha dichiarato che gli Stati Uniti incontrano molti ostacoli nella regione cercando di ridurre presenza e intervento. Allo stesso tempo, crede che la partizione della Siria in più parti sia una realtà incombente, il che significa che Israele ha bisogno di prepararsi a una situazione in cui le “linee rosse” saranno attraversate, come “un attacco contro Israele o il trasferimento/uso di armi chimiche” che, secondo Yaalon, potrebbero alterare la posizione d’Israele riguardo al “non intervento” in ciò che accade in Siria. Il notevole concentramento militare d’Israele al confine con la Siria è stato già dichiarato. L’ufficio stampa delle IDF ha annunciato ufficialmente l’attivazione di una nuova divisione territoriale conosciuta come divisione Basan, dal nome antico del Golan, in cui la divisione sarà di stanza. La divisione sarà guidata dal generale di brigata Ofek Buchris, ex-comandante della brigata Golani e della 366.ma divisione della riserva, conosciuta come divisione Netiv Ha-Esh. La 36.ma divisione corazzata Gaash delle IDF, che oltre a svolgere missioni di combattimento è una divisione territoriale del Golan, rimarrà nello stesso luogo, ma diverrà una riserva dello Stato Maggiore Generale. Tale divisione include la brigata di fanteria Golan”, le brigate corazzate Saar me-Golan e Barak, e il reggimento d’artiglieria “olan.
Il 28 gennaio, commentando la notizia sul rinnovo delle forniture di armi USA ai ribelli siriani, il sito d’intelligence militare israeliano DEBKAfile riferiva, questa volta, l’intenzione di realizzare il piano concordato con Tel-Aviv per creare due zone cuscinetto al confine tra Israele e Siria. Gli Stati Uniti inoltre sono presumibilmente convinti dell’inutilità di cercare di alterare l’equilibrio delle forze nel conflitto siriano in proprio favore, e sono pronti a limitarsi a proteggere gli ultimi alleati affidabili nella regione. Il piano prevede di creare le zone in Siria, sufficientemente vicino Damasco. Secondo quanto riferito da Reuters, alti ufficiali delle agenzie d’intelligence statunitensi ed europee hanno confermato che un piano approvato dal Congresso degli Stati Uniti per il finanziamento delle forniture di armi ai gruppi ribelli in Siria, contiene articoli segreti che non tutti i membri del Congresso conoscono. Armi e munizioni, tra cui missili e granate anticarro, arriveranno  in Siria dalla Giordania. Inoltre, gli Stati Uniti hanno anche intenzione di fornire alla cosiddetta opposizione moderata varie attrezzature, tra cui attrezzature moderne per la visione notturna e le comunicazioni. Di fronte a ciò, tuttavia, vi sono seri dubbi sulle possibilità della “nuova strategia” di USA e Israele. Per cominciare, è sbagliata la falsa speranza che ci siano forze leali all’occidente che possano  posizionarsi al confine tra Israele e Giordania, come Esercito del Libano meridionale maronita del 20.mo secolo. Trovare “guardie di frontiera” del genere in Siria è estremamente difficile. L’intera regione delle alture del Golan, sul lato siriano, è dominata dai jihadisti anti-israeliani di Jabhat al-Nusra. Per molti aspetti, questi sono stati sostenuti da Israele stesso, da tempo ossessionato dall’idea di rovesciare Bashar Assad a qualunque costo. Va notato che dall’inizio della crisi siriana, più di 800 militanti, di cui 28 capi, sono stati curati negli ospedali israeliani, tra cui il Rambam Medical Center di Haifa, dove i vertici venivano curati. Quanto siano esattamente “democratici” coloro che provengono da tali ambiti al-qaidasti, tuttavia non è chiaro. Il quadro è più variegato sul lato giordano, ma è anche qui difficile che i ribelli vogliano divenire per sempre dei “coloni militari”. Tutti ricordano il destino dell’esercito fantoccio del sud libanese, i cui soldati furono costretti ad abbandonare la Patria con le loro famiglie per vegetare in Israele senza diritti. Infatti, se gli islamisti conquistassero il resto della Siria, sacche come queste verrebbero schiacciate in poche ore.
Adesso s’è capito che nessuna delle varie strategie in Siria può risolversi senza il coinvolgimento di Bashar Assad quale maggiore figura di Damaso e presidente del Paese. Il governo siriano non ha bisogno di alcuna intrusione esterna contro i suoi nemici, supportati dagli “improvvisamente illuminati” stessi strateghi occidentali ed israeliani. È necessario qualcos’altro, e cioè che gli Stati Uniti e i loro alleati smettano qualsiasi inferenza negli affari della Siria. Damasco si occuperà della ribellione con una sola mano. Così sarà più conveniente e ne risulteranno meno vittime.

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Colombia, CIA e oltre dieci anni di bugie

Réseau International 28 gennaio 2014
farc2_44784cAl momento del rilascio di Ingrid Betancourt, molto fu detto dai media, ma in realtà nulla di essenziale. La storia, ricca di colpi di scena e raccontata come un romanzo, era destinata principalmente a nascondere l’essenziale e Sarkozy, sempre opportunista, colse l’occasione per guadagnare qualche punto. Come di consueto, l’opinione pubblica francese gli diede il merito di tutto. Come vedrete in questo articolo, il suo unico ruolo fu andare a prendere Ingrid Betancourt all’aeroporto, una volta finito tutto. Ma c’era un’equazione inevitabile. Da un lato i sequestratori delle FARC, che detenevano anche degli agenti della CIA, e dall’altro il governo colombiano di Uribe, uno dei più forti alleati degli Stati Uniti. Come alleato potrebbe anche rientrarvi Israele (anch’esso trovatosi, per coincidenza, in tale storia). Questa sola ragione dovrebbe portare a ridiscutere tutto ciò che viene detto delle FARC dalla solita propaganda di Washington. Ma allora, se i guerriglieri non sono i cattivi che vogliono farci credere, chi sono gli ostaggi? Degli agenti della CIA sappiamo. Ma Ingrid Betancourt come finì in quel pasticcio? Cosa rappresenta questo trio Colombia-FARC-USA? Ingrid Betancourt chi è davvero? Sarebbe piaciuto che i media al momento del suo rilascio, si facessero queste domande. Si può sognare?

Colombia, le rivelazioni del Washington Post sul ruolo della CIA nel conflitto colombiano illumina di luce cruda la saga mediatica di Ingrid Betancourt e la versione ufficiale della sua liberazione, il 2 luglio 2008. Prima di tutte le informazioni chiariscono che l’obiettivo primario dell’operazione “Scacco matto” era infatti la liberazione dei tre ufficiali statunitensi e non di Ingrid Betancourt. Ma la copertura mediatica del conflitto in Colombia tra il 2002 e il 2008, nei media francesi e francofoni, si concentrava eccessivamente sulla sola Ingrid Betancourt. Tale corso contribuì a demonizzare le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia), mentre taceva le atrocità e la smobilitazione di facciata dei paramilitari. Peggio ancora: il nome di Ingrid Betancourt divenne l’albero che nascose la foresta del vero problema dei prigionieri della guerriglia in generale, e della nuova dimensione geopolitica della loro situazione, quando i tre agenti statunitensi erano detenuti dalle FARC. Ricordate anche che tale versione made in CIA venne usata nei quattro mesi elettorali del 2008 negli Stati Uniti, e che di fatto il candidato repubblicano McCain si recò in visita ufficiale in Colombia l’1-2 luglio. Ma il Washington Post non ci torna. Purtroppo, vorremmo capire l’esatto ruolo del candidato repubblicano in tale storia. Ufficialmente, la sua presenza in Colombia fu giustificata dai negoziati sull’accordo di libero scambio tra Bogotà e Washington, la sua presenza nel Paese a momento di ‘Scacco matto’ era una felice coincidenza, come implica il Boston Herald del 3 luglio: “Il senatore John McCain (informato del salvataggio degli ostaggi durante la sua visita la notte prima dell’operazione, fu informato del successo poco dopo la sua partenza) supportava l’accordo commerciale“. Potrebbe essere il momento di chiedere ulteriori spiegazioni al diretto interessato.
Inoltre, non solo la CIA era al comando, ma un altro attore diede una mano a tale operazione il cui successo ebbe il prezzo, va ricordato, dell’abuso della Croce Rossa Internazionale: si tratta della Global CST, una società privata israeliana specializzata in questioni militari. Anche su questo punto le fonti del Washington Post rimangono silenziose. Ma la questione della collaborazione tra la CIA e la società israeliana vale una domanda: quest’ultima, ansiosa di correggere la storia ufficiale, disse dopo la liberazione dei prigionieri, al quotidiano Haaretz, del contributo israeliano all’operazione “Entebbe colombiana”. Il suo direttore, Israel Ziv, un ex-ufficiale dell’esercito israeliano, dichiarò: “Gli israeliani forse non hanno preso parte al salvataggio (dei prigionieri), ma contribuirono a pianificare operazioni e strategie e ad usare fonti d’intelligence.” Quindi come i compiti furono davvero suddivisi tra statunitensi, israeliani e colombiani?
Ultima domanda non affrontata dal Washington Post: come CIA e Bogota sfruttarono e manipolarono l’andirivieni dei delegati svizzero e francese Jean Pierre Gontard e Noel Saez?  All’inizio del 2009, quest’ultimo espresse amarezza nel libro L’emissario. Swissinfo riferì poi: “A proposito dell’operazione rivendicata da Bogota come colombiana al 100%, Noel Saez era convinto che fu possibile solo grazie alla partecipazione degli Stati Uniti e al tradimento del capo guerrigliero che sorvegliava l’ex-candidata alla presidenza colombiana. Se “il 100% colombiana” è immediatamente emerso come una vanteria di Bogotà, ci chiediamo come Svizzera e Francia poterono sottovalutare il peso reale di Washington e della CIA nel conflitto e in tale storia.

farc4Laurence Mazure, giornalista freelance

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il fronte giordano della guerra siriana

Dmitrij Minin Strategic Culture Foundation 12.10.2013

1003166Secondo quanto riferito da fonti dell’intelligence israeliana, la notte del 6-7 ottobre l’esercito governativo siriano ha iniziato una nuova offensiva, questa volta nel sud. Due brigate corazzate  (circa 200 carri armati e veicoli blindati) si dirigevano verso Quneitra. Gli israeliani credono che l’obiettivo immediato di questa grande operazione sia liberare dai ribelli i territori adiacenti alle alture del Golan occupate. Di conseguenza tutti i contatti tra i gruppi militanti illegali e l’esercito israeliano saranno tagliati, e non potranno ricevere assistenza militare da Israele… Inoltre, si presume che questo gruppo avanzerà nel triangolo strategico al confine giordano-israeliano-siriano del Governatorato di Daraa, al fine di impedire alle forze d’invasione e ribelli di crearsi una base in questa zona, per un attacco contro Damasco. I luoghi in cui si accampano vengono già attaccati dall’aviazione siriana. Finora, il comando dell’esercito siriano ha evitato simili grandi operazioni in questa regione, temendo che potessero provocare l’invasione israeliana o giordana, ma gli analisti militari ritengono che dopo la risoluzione del “problema chimico”, con l’aiuto della Russia, abbia preso fiducia e si proponga di raggiungere la vittoria totale.
In Giordania, due divisioni dell’esercito di stanza lungo la frontiera con la Siria, sono già state allertate. Inoltre, una divisione corazzata saudita, pronta a marciare attraverso il territorio della Giordania in direzione della Siria, è stata schierata al confine giordano. Le informazioni diffuse dai media affermano che i sauditi hanno fornito ai ribelli siriani in Giordania circa 100 carri armati, il che probabilmente significa la presenza di almeno una brigata di carri armati sauditi direttamente sul confine siriano, possibilmente con equipaggi in uniforme siriana; fatto inquietante. Tuttavia, queste azioni arrivano apparentemente troppo tardi. Amman è un importante alleato regionale degli Stati Uniti e un anello fondamentale nella sua strategia siriana. E’ stata una delle prime capitali arabe a sollecitare le dimissioni di Bashar al-Assad, cosa che può essere spiegata dall’eredità delle relazioni tra Siria e Giordania. I padri degli attuali leader dei due Paesi, il Presidente Hafiz al-Assad e il re Hussein, erano nemici. Il territorio della Giordania fu utilizzato dai servizi segreti stranieri, per lo più inglesi, per attività di sabotaggio contro la Siria negli anni ’60. A partire dal 1982 divenne la base logistica delle attività della Fratellanza musulmana siriana. Fu con i fatti del marzo 2011, nella città di Daraa, che confina con la Giordania e attraverso cui passa il secondo più importante canale di contrabbando per le forze ribelli, come il traffico di armi, che l’attuale conflitto armato in Siria è iniziato.
Lo spostamento del centro di gravità del conflitto a sud della Siria, significa che il comando siriano, guidato dal ministro della Difesa Generale al-Freij, ancora una volta spiazza i suoi avversari del Pentagono, che gestiscono le manovre dell’opposizione militante. Puntando la direzione principale dei loro attacchi nella parte settentrionale del Paese, nei pressi di Aleppo e al centro vicino Homs, i generali siriani apparentemente avevano deliberatamente creato la sensazione, tra i nemici, che stessero lasciando Damasco mal difesa, cosa in realtà non vera. Nella speranza che l’esercito finisse impantanato nel nord, i ribelli con il sostegno dell’occidente e delle monarchie arabe, tra cui la Giordania, hanno segretamente radunato forze nei pressi della capitale e nella zona del confine giordano-siriano, a poco più di un centinaio di chilometri da essa. Dopo aver visto questo, il comando dell’esercito siriano ha sospeso le operazioni attive in prossimità del confine con la Turchia e si è concentrato sulla difesa di Damasco. Secondo varie stime, entro la fine di agosto vi erano tra 17.000 e 25.000 ribelli concentrati nella periferia della capitale a Ghuta orientale e occidentale, pronti ad assaltare il centro di Damasco, dopo che le loro forze principali erano penetrate dalla Giordania. L’attacco preventivo a questo gruppo da parte delle forze governative, era previsto per il 21 agosto. L’attacco chimico avvenne poco prima dell’offensiva, chiaramente con lo scopo di interromperla. Nei giorni scorsi, delle informazioni sono apparse secondo cui, forse dei commando sauditi penetrati in Siria dal territorio della Giordania e operanti con i combattenti del gruppo terroristico Liwa al-Islam, fossero autori della provocazione delle armi chimiche.
Questa provocazione aveva infatti rallentato le manovre per respingere la forza d’attacco dei ribelli intorno alla capitale siriana, ma non più di questo. Dopo aver liberato quartiere dopo quartiere la Grande Damasco in una lotta ostinata, l’esercito siriano ora è pronto ad eliminare la pericolosa punta di diamante avanzando verso la Giordania. La leadership della Siria capisce perfettamente che, mentre Washington è costretta a moderare le proprie dichiarazioni bellicose riguardo la Siria, non ha abbandonato i suoi piani per rovesciare il regime e aspetta solo il momento giusto. In una situazione in cui gran parte del confine tra Siria e Turchia, ad est, si trova sotto il controllo delle forze curde, e ad occidente è sotto il controllo dei jihadisti di al-Qaida, l’attuazione del piano statunitense per colpire Damasco utilizzando le forze dell’esercito libero siriano filo-occidentale (ELS), è stata spostata a sud, verso la Giordania. I media arabi riferivano del “continuo dispiegamento lungo l’intero confine di 370 chilometri con la Siria” delle divisioni giordane e statunitensi. Il giornale quwaitiano al-Rai, per esempio, scrive che una notevole forza di diverse migliaia di soldati e decine di carri armati è concentrata in prossimità della città di al-Ramtha, a pochi chilometri dalla città siriana di Daraa. Il canale Sky News saudita ha riferito che le forze giordane si erano “addestrate per un’operazione in condizioni identiche a quelle in Siria” per diversi mesi. L’obiettivo dell’operazione potrebbe essere creare una “zona cuscinetto” a Daraa.
Alcune fonti arabe affermano che, nonostante le dichiarazioni ufficiali di Washington sulla natura “limitata” delle operazioni in programmazione contro la Siria, fin dall’inizio si era deciso ben altro del semplice attacco dei Tomahawk contro Damasco e le basi militari che la circondano. Si confermano le informazioni secondo cui due gruppi di carri armati sono al confine con la Siria, uno giordano e quello saudita. 3.000 combattenti dell’esercito libero siriano sono stati dispiegati alla frontiera, addestrati per parecchi mesi da istruttori della CIA. L’obiettivo dell’invasione è non solo creare una “zona cuscinetto”, ma anche dichiarare un governo temporaneo sul “territorio liberato” e porre una minaccia diretta a Damasco, interagendo con i gruppi islamisti. Batterie di Patriot sono state poste lungo il confine con la Siria, in caso di un contrattacco siriano. La possibilità di utilizzare le basi aeree e le stazioni radar nel nord della Giordania, nel caso di un attacco contro la Siria, è stata anche riportata. Nel frattempo, l’impiego di un gran numero di aerei militari e droni nel nord della Giordania è stato anch’essa segnalata. Fonti anonime del Washington Post hanno riferito che nelle ultime settimane la CIA ha inviato ulteriori gruppi militarizzati nelle basi segrete in Giordania, al fine di raddoppiare il numero di combattenti da far addestrare dagli istruttori statunitensi e da far armare con armi degli Stati Uniti. Washington è preoccupata dal fatto che i “ribelli moderati” stiano rapidamente perdendo le loro posizioni in guerra. Secondo le fonti del giornale, al momento l’obiettivo dell’operazione della CIA è determinato dal cinico contesto della Casa Bianca, dove il conflitto finito in un vicolo cieco non deve aver nessun vincitore. L’appoggio della CIA potrebbe essere sufficiente ai ribelli per non perdere, ma non sufficiente per vincere, scrive il Washington Post. Molto probabilmente, ciò significa che i 1000 marines statunitensi dell’Expeditionary Unit 26 arrivati in Giordania nel giugno 2013 nel porto di Aqaba, e poi schierati al confine siriano-giordano, a quanto pare vi rimarranno.
Approfittando della concentrazione di forze governative nelle vicinanze di Aleppo e Homs, così come dell’inizio delle operazioni per la liberazione della periferia di Damasco, le divisioni ribelli addestrate dagli statunitensi avevano sequestrato i valichi di frontiera sul confine siriano-giordano e ampliato i loro punti d’appoggio in una serie di settori in profondità nel governatorato di Daraa, alla fine di settembre. I comandanti dell’ELS hanno ammesso che il loro obiettivo è occupare la strategica autostrada Amman-Damasco. Tuttavia, il tentativo è stato preso in contropiede  dall’esercito governativo, imponendo un netto limite ai successi delle forze ribelli in questa regione. Ma le rassicurazioni dell’occidente di sostenere l’“opposizione moderata” in Siria non regge ad un esame. Infatti, le potenze occidentali sono sempre più a favore degli estremisti jihadisti. Ad esempio, secondo quanto riferito dal quotidiano panarabo al-Hayat, gli islamisti di Jabhat al-Nusra giocano un ruolo decisivo nell’occupazione dei valichi di frontiera al confine tra Siria e Giordania.  Cioè, il mito che l’opposizione filo-occidentale non stia collaborando con al-Qaida e che possa fare qualcosa indipendentemente, si è rivelato insostenibile anche qui. Il capo salafita giordano Muhammad Shalabi, noto anche come Abu Sayaf, che partecipa attivamente alla guerra a fianco dei ribelli siriani, ammette apertamente che non appena il presidente siriano sarà rimosso dal suo incarico, lui e i suoi uoimini chiederanno che l’ELS filo-occidentale deponga le armi e s’inizi la costruzione di uno Stato islamico. Per inciso, in passato Abu Sayaf fu coinvolto nell’organizzazione di un attentato terroristico contro le truppe statunitensi in Giordania. E sembra che non abbia cambiato le sue convinzioni da allora.

syria_2173349bLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I missili degli USA non sfuggiranno ai radar russi

Valentin Vasilescu Réseau International 6 settembre 2013

La Russia ha dimostrato di poter monitorare i missili da crociera lanciati dagli Stati Uniti contro la Siria, secondo Valentin Vasilescu.

176671039Durante la giornata del 3 settembre, la stampa internazionale, citando RIA Novosti, riferiva che il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu aveva detto al Presidente Vladimir Putin che il sistema di allarme missilistico russo aveva registrato, alle 06h16 GMT, il lancio un missile Sparrow dal centro del Mediterraneo, seguito da un altro missile Arrow 3. La rotta del missile puntava ad est, verso le coste del Libano, ma i missili infine cadevano in mare. In seguito, Israele ha ammesso che i missili erano suoi e che, senza informare nessuno, aveva deciso di condurre in collaborazione con la marina militare degli Stati Uniti, un test della missile Arrow della difesa antimissile israeliana (portata massima 145 km). In genere, questa informazione poteva essere ignorata, soprattutto quando sappiamo che la presenza navale russa nel Mediterraneo monitora costantemente la posizione e le attività di ogni nave da guerra statunitense, inglese, francese, turca e israeliana nella regione, grazie alla Prjazovie (SSV-201), la più potente nave da guerra elettronica della flotta russa.
Perché il Cremlino ha diffuso questa informazione ? E’ più che altro un avvertimento dato agli statunitensi. Vale a dire che non possono contare sul fattore sorpresa, quando lanceranno i loro missili cruise contro l’esercito siriano. La Russia ha infatti riposizionato i suoi satelliti da ricognizione sulla Siria e il Mediterraneo orientale, i cui dati vengono trasferiti al Centro Spaziale di Armavir (ad est di Novorossijsk sul Mar Nero, a 700 km dalla Siria). La dislocazione più probabile degli incrociatori lanciamissili degli Stati Uniti è a sud dell’isola di Creta, situata a 1000 km dalle coste della Siria. I  missili da crociera tattici UGM-109 Tomahawk sono disposti nei lanciatori verticali VLS a bordo dei cacciatorpediniere statunitensi classe Arleigh Burke e dei sottomarini d’attacco statunitensi e inglesi. Il Tomahawk viene espulso dal VLS da un motore-razzo che opera per 7 secondi bruciando combustibile solido, lanciando il Tomahawk a una quota di 1000 m, imprimendogli una velocità vicina alla velocità di crociera ed emettendo un forte impulso energetico sotto forma di calore rilasciato nell’atmosfera.
Il sistema di primo allarme russo include una rete di satelliti da ricognizione agli infrarossi in grado di rilevare il lancio dei missili, orbitando sul Mediterraneo orientale. L’impronta spettrografica agli infrarossi del lancio dei missili da crociera della marina degli Stati Uniti, viene immediatamente rilevata dai satelliti, e le coordinate del punto di lancio vengono immediatamente trasmesse al centro controllo missili balistici di Armavir. Il Centro Spaziale di Armavir ha un radar Voronezh-M che copre una distanza di 6000 km. Dopo il lancio iniziale, il missile da crociera distende le ali e attiva il motore turbofan per volare come un drone alla velocità di 700 km/h. Inoltre, l’inseguimento  della rotta del missile viene eseguito dai satelliti militari Kondor, dotati di radar e posti su un’orbita circolare intorno alla Terra, alla quota di 500 km. L’area di osservazione del satellite è un fascio di di 1200 km (600 km in ciascun lato dell’asse della rotta).
Dopo la combustione del cherosene, gas caldo esce dal motore del missile da crociera, formando una traccia radar con la scia di ionizzazione, come la condensazione del vapore degli aerei, visibile ad occhio nudo nel cielo diurno. Dalla sua orbita, il satellite segue la traccia della ionizzazione,  permettendogli di determinare la rotta del missile da crociera fino all’impatto con il bersaglio. Questi parametri vengono passati in tempo operativo al Centro Spaziale di Armavir e da lì, forse alle batterie missili del sistema di difesa antiaereo siriano.

Valentin Vasilescu, pilota dell’aviazione ed ex-vicecomandante della base militare di Otopeni, laurea in Scienze Militari presso l’Accademia di Studi Militari di Bucarest, 1992.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La soglia del disastro, Israele s’impegna nella guerra imperialista contro la Siria

Fida Dakroub, Global Research, 1 giugno 2013

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Generalità
Come già annunciato e confermato nei giorni precedenti, e forse ne riceveremo notizia nei prossimi giorni, Israele si è impegnato direttamente nella guerra imperialista contro la Siria quando le sue forze aeree hanno colpito postazioni militari dell’esercito siriano nei dintorni di Damasco, smascherando così l’imperialismo occidentale, il sionismo mondiale, il dispotismo e l’oscurantismo wahhabita, riunitisi in una Santa Alleanza contro l'”Asse della resistenza” di Iran, Siria, Iraq e  Libano, con dietro la Russia e la Cina; nel frattempo, sul territorio siriano, l’esercito arabo siriano avanza su più fronti nelle province di Damasco, Homs e di Aleppo, e la crisi siriana, entrata in un vicolo cieco, ha solo due modi per essere risolta:
o la Santa Alleanza abbandona l’opzione militare e smette di addestrare, armare e infiltrare gruppi taqfiristi in Siria, così avviando il dialogo tra la cosiddetta “opposizione” e il governo siriano;
o una guerra regionale viene avviata, bruciando non solo i Paesi coinvolti, ma l’intero Medio Oriente.
Non ci nascondiamo che il conflitto sorto in Siria non è un conflitto tra un regime dispotico e una folla di monaci meditabondi, come i media monopolizzano, ma un conflitto tra l’imperialismo occidentale, il sionismo mondiale e il dispotismo e l’oscurantismo wahhabita da un lato, che per la prima volta compongono una Santa Alleanza, e l’Iran, la Siria, l’Iraq, il Libano o il cosiddetto “Asse della resistenza” sostenuto da Russia e Cina, dall’altro lato. Tutto ruota intorno a questa demarcazione, e qualsiasi discorso che potrebbe vedere nella crisi siriana la battaglia contro un regime dispotico è davvero un discorso povero o un povero discorso.

Kerry a Mosca
I lunghi colloqui con i funzionari russi, prima al Cremlino e poi al Ministero degli Esteri, in occasione della visita del segretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry a Mosca, hanno portato alla seguente dichiarazione: gli approcci della Russia e degli Stati Uniti sulla questione siriana “non sono realmente differenti. Sulla sistemazione della Siria le parti hanno convenuto nel cooperare in modo efficace (…), Mosca e Washington lavoreranno insieme nel pieno rispetto del comunicato di Ginevra“, ha dichiarato il Ministro degli Esteri della Russia Sergej Lavrov [1]. “Kerry, atterrato all’aeroporto di Mosca-Vnukovo, ha compiuto la sua prima visita in Russia come capo della diplomazia statunitense, una delle mosse più delicate dopo il forte deterioramento dei rapporti bilaterali nello scorso anno” [2]. Secondo lui, le parti sono effettivamente in grado di “sbloccare la situazione“. “Gli Stati Uniti ritengono che condividiamo interessi molto importanti in Siria, tra cui la stabilità della regione e impedire che gli estremisti creino problemi nella regione e altrove“, ha detto Kerry. “Abbiamo convenuto che la Russia e gli Stati Uniti incoraggino il governo siriano e l’opposizione a trovare una soluzione politica“, ha detto Sergej Lavrov, dopo i colloqui a Mosca con il suo omologo statunitense John Kerry.
La Siria è uno dei pomi della discordia tra i due Paesi, la Russia è il principale difensore della Siria e del popolo siriano, mentre gli Stati Uniti “benedicono” l’invio di gruppi taqfiristi dalla Turchia e da alcuni Paesi arabi, per ‘guerreggiare’ contro il governo siriano. Bisogna attendere la conferenza internazionale sulla Siria, che si terrà a giugno e il vertice Putin – Obama per sapere quale delle due direzioni prima indicate, prenderà la crisi siriana [3]. Come promemoria, Mosca e Washington hanno concordato di tenere al più presto una conferenza internazionale sulla Siria. Inoltre, Dmitrij Peskov, portavoce del capo di Stato russo ha detto che il prossimo incontro tra i due presidenti potrebbe avvenire nel quadro del vertice del G8 in Irlanda del nord. [4] Questo è il risultato principale della visita in Russia del segretario di Stato statunitense John Kerry. [5]

Israele rinuncia alla sua “neutralità”
In contrasto con l’ottimismo creato dalla visita di John Kerry a Mosca, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, non volendo mostrare che i suoi bicipiti, ha detto che gli Stati Uniti si riservano il diritto di adottare misure diplomatiche e militari per risolvere il conflitto in Siria, ma volendo risolvere questo problema insieme alla comunità internazionale. Su un altro livello, Israele è direttamente coinvolto nella guerra imperialista contro la Siria e rinuncia alla sua “neutralità”  credendo che la caduta di Assad possa anche indebolire l’Iran. All’inizio della guerra imperialista contro la Siria, Israele era rimasto rigorosamente discreto, ma questa precauzione non era più adeguata. Un anno fa, il presidente israeliano Shimon Peres disse che desiderava la vittoria dei ribelli siriani che ammira per il loro coraggio. [6] Questa piccola frase di Peres portò, qualche mese fa, al sostegno militare e logistico dei gruppi armati che combattono l’esercito siriano nei villaggi vicini al confine tra Israele e Siria [7]. Il coinvolgimento di Israele nella guerra in Siria si svolge già su due piani, logistico e tattico.
Sul piano logistico, Israele ha aperto i suoi ospedali ai militanti armati feriti. La prova si ebbe a marzo, quando undici terroristi feriti furono curati in Israele, secondo fonti ufficiali israeliane. Otto di loro furono rimpatriati in Siria e gli ultimi due rimasero ricoverati in ospedale nel nord d’Israele, uno a Nahariya e l’altro a Safed[8]. Basta fare un parallelo con la rivelazione di Moti Kahana al quotidiano israeliano Yediot Aharonot, circa la creazione di un fondo per finanziare i ribelli siriani, per determinare la misura in cui Israele è coinvolto nella guerra in Siria. Nel suo discorso al “Think Tank” Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente, Kahana dichiarò che suo fratello Steeve era un riservista dei servizi medici militari israeliani che avevano curato i feriti che passavano dal Golan siriano. Aveva detto tra l’altro di essersi recato in Siria come se andasse a Tel Aviv: “Abbiamo raccolto centinaia o addirittura migliaia di dollari negli ultimi due anni e sono responsabile del trasferimento delle donazioni alle organizzazioni liberali in Siria“, aggiunse sottolineando che lui stesso aveva dato a questo fondo una somma di 100 dollari. [9] Meglio ancora, il sito israeliano Debkafile aveva confermato che Israele aveva già costruito un ospedale da campo vicino al confine con la Siria e la Giordania, per curare gli insorti “siriani” feriti. “Israele ha creato un grande ospedale da campo nei pressi del posto di osservazione militare sul Golan di Tel Hazakah che si affaccia sul sud della Siria e sulla Giordania settentrionale. Lì, arrivavano i feriti della guerra siriana che venivano controllati ed esaminati dai medici dell’esercito israeliano, dove venivano  curati e rinviati indietro, o giudicati feriti abbastanza seriamente da richiedere assistenza ospedaliera. I feriti gravi vengono inviati in uno dei vicini ospedali israeliani di Safed o Haifa.” [10]
A livello tattico, Israele aveva deciso di cambiare le “regole del gioco” effettuando attacchi tattici contro obiettivi militari dell’esercito siriano. Israele ha avvertito che il trasferimento di “armi strategiche” ad Hezbollah potrebbe giustificare tali attacchi preventivi. Nel primo raid nella notte del 30-31 gennaio, aerei da guerra israeliani hanno effettuato numerosi attacchi contro obiettivi nella zona di confine tra la Siria e il Libano. Gli aerei avevano preso di mira un “centro di ricerca militare” a Jamraya, nei sobborghi di Damasco. Due persone che lavoravano nel sito furono uccise e altre cinque ferite. La Siria riconobbe l’attacco avvenuto contro il proprio territorio. [11] Il giorno dopo il raid, Amos Harel scrisse su Haaretz,Israele entra nella guerra civile siriana“. [12]
La seconda incursione nella notte del 2-3 maggio, aerei israeliani lanciarono un nuovo raid aereo in Siria. Secondo dei funzionari statunitensi citati dalla CNN, gli aerei israeliani attaccarono uno o più convogli che trasportavano armi destinate a Hezbollah. Una fonte ufficiale confermò il raid israeliano all’agenzia AP. Secondo questa fonte, che aveva chiesto l’anonimato, le armi non erano chimiche. La posizione precisa del raid non è attualmente nota. Tuttavia, la Siria non ha confermato queste incursioni. [13] Il Terzo raid, nella notte del 4-5 maggio, era il secondo raid che l’aviazione israeliana aveva condotto sulla Siria in 48 ore, sostenendo di voler impedire il trasferimento di armi a Hezbollah, ma a Damasco ciò apriva la porta a tutte le opzioni rendendo la situazione nella regione più “pericolosa”. Secondo la Siria, lo Stato ebraico aveva colpito tre postazioni militari a nord-ovest di Damasco con missili sparati da aerei israeliani sul Libano. Un funzionario israeliano aveva confermato l’attacco dicendo che “si trattava di missili iraniani per Hezbollah” [14]. Insieme a questi attacchi, i funzionari israeliani continuano a minacciare la Siria, basta seguire le dichiarazioni di Tel Aviv sui missili russi S-300 che sarebbero stati consegnati a Damasco recentemente, per determinare a quale punto Israele sia coinvolto nel conflitto siriano. Ad esempio, il capo del Consiglio di sicurezza di Israele, Yaakov Amidror, ha avvertito i leader europei che Israele è determinato a distruggere i missili S-300 una volta dispiegati sul territorio siriano. [15] Da parte sua, il colonnello Zvika Haimovich ha detto che Israele aveva già determinato, in tre punti, la “linea rossa” che spingerà il suo esercito a distruggere i missili S-300:
1. I missili vengono puntati sullo spazio aereo israeliano;
2. I missili vengono trasferiti a Hezbollah;
3. I missili cadono nelle mani dei gruppi taqfiristi. [16]
Tuttavia, una questione rilevante si pone qui: quanto le minacce e i recenti attacchi aerei di Tel Aviv sono efficaci nel frenare il dispiegamento dei missili S-300 in territorio siriano e il loro trasferimento a Hezbollah? Tuttavia, dobbiamo ammettere qui che a volte, nella vita, è meglio usare la saggezza del folle che la follia del saggio. Leggiamo ciò che il mullah Nasreddin Djeha disse in una situazione simile.

Lo schiaffo di Nasreddin Hodja Djeha
Nasreddin Hodja Djeha era davanti la sua porta con in mano una brocca, ma arrivare alla fontana con quel caldo era una faticata. Fermò una bambina che passava di lì e le chiese di andare a prendere l’acqua.
– Ti prego di non rompere la brocca, raccomandò e subito dopo le diede uno schiaffo in faccia.
La bambina si mise a piangere e il suo vicino di casa, che aveva visto la scena, s’infuriò per tale brutalità:
– Che Allah vi maledica Nasreddin! Non vi è nessuno più vile di voi!
– Dimmi, tu che fai il censore, a che servono gli schiaffi quando la brocca è rotta?
Se Tel Aviv teme invece che la Siria trasferisca a Hezbollah dei sistemi d’arma sofisticati che potrebbero cambiare i rapporti di forza con i libanesi al suo confine settentrionale, allora parodiando la storia del mullah Nasreddin citata sopra, a che servono gli attacchi preventivi israeliani contro la Siria quando i missili S-300 sono stati dispiegati sul territorio siriano e trasferiti a Hezbollah? Bisognerebbe vedere, in tal senso, il riferimento su questo punto del presidente siriano Assad nel corso di un’intervista alla TV libanese al-Manar. [17] Cioè che a Tel Aviv l’audacia di certo non manca, ma attenzione, attenzione!

Fida Dakroub, Ph.D

Note
[1] La voix de la Russie. (8 maggio 2013). «John Kerry à Moscou: pas de divergences Russie-USA sur la Syrie».
[2] Libération. (7 maggio 2013). «John Kerry à Moscou pour rencontrer Vladimir Poutine».
[3] Russia Today. (7 maggio 2013). “Russia, US to push for global Syria conference to bring conflicting sides to table”.
[4] La voix de la Russie. (8 maggio 2013). «Poutine espère rencontrer bientôt Obama».
[5] La voix de la Russie. (8 maggio 2013). «John Kerry à Moscou…», loc. cit.
[6] Le Figaro. (11 giugno 2012). «Israël prend position en faveur des insurgés syriens».
[7] Henry, Marc. (29 marzo 2013). «Un hôpital israélien sur le Golan pour soigner les rebelles anti-Assad». Le Figaro.
[8] Huffington Post. (27 marzo 2013). «Un insurgé syrien blessé sur le Golan soigné en Israël est décédé».
[9] Benhorin,Yitzhak. (10 maggio 2013). «Israeli raising funds to help Syrians ‘dying near us’». Yediot Aharonot.
[10] Debka File. (8 maggio 2013). «Israeli -and Hizballah- controlled enclaves inside Syria».
[11] Le Figaro. (31 gennaio 2013). «Syrie: le raid israélien aurait visé un convoi d’armes».
[12] Harel, Amos. (31 gennaio 2013). “Israel enters the civil war in Syria”. Haaretz.
[13] Le Figaro. (4 maggio 2013). «L’aviation israélienne a lancé un nouveau raid aérien en Syrie».
[14] Libération. (5 maggio 2013). «Syrie: nouveau raid israélien, Damas garde toutes les options ouvertes».
[15] The Jerusalem Post. (30 maggio 2013). “Analysis: Israel could hit S-300 missiles in Syria”.
[16] loc. cit.
[17] SANA. (30 maggio 2013). «Le président al-Assad : Les batailles que déclenche l’armée arabe syrienne visent à préserver l’unité de la Syrie».

Ricercatrice in Studi francesi (University of Western Ontario, 2010), Fida Dakroub è scrittrice e ricercatrice sulla teoria di Bachtin. È un’attivista per la pace e i diritti civili.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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