Putin, il nuovo Pietro il Grande?

Marc Rousset Correspondance Polémia – 5 marzo 2012
Marc Rousset: Economista, scrittore, autore di La Nouvelle Europe Paris-Berlin-Moscou.

Gli Stati Uniti, dopo aver avvallato il serpente Putin dopo l’età dell’oro di Gorbaciov e Eltsin, del declino accelerato e perfino della prossima frammentazione della Russia, sognata da Zbigniew Brzezinski nella Grande Scacchiera (*), oggi disperano, perdendo la speranza di sbarazzarsi di Putin, così come si sbarazzarono del generale De Gaulle nel 1969. Questo spiega il tentativo disperato di una nuova rivoluzione arancione in Russia, con il nuovo ambasciatore USA a Mosca, Mac Faul, che si definisce “un esperto di democrazia, movimenti antidittature e rivoluzioni”. L’attuale opposizione, senza leader, senza alcuna unità, con tendenze diametralmente opposte al suo interno, è una creazione dei media occidentali; ma sembra in realtà l’armata Brancaleone e ricorda la favola di Jean De La Fontaine delle rane che chiedevano un re!
I popoli, nelle democrazie occidentali, da tempo non supportano statisti con una visione storica e che chiedono autorità, impegno, perseveranza, il coraggio non solo di riprendersi, ma di sviluppare l’ampliamento e la potenza di un paese. Preferiscono il pentimento, il piacere, il pensionamento all’età di 60, le 35 ore, il lassismo e uno svergognato indebitamento pubblico; ed è anche più facile per essere rieletti!
Gli Stati Uniti credevano quindi di aver in Medvedev un nuovo Gorbaciov, che in nome dello sviluppo economico, della libertà di espressione e del dirittumanismo alla russa, avrebbe di fatto, con la lode e l’incoraggiamento dell’Occidente, finito l’opera di distruzione massiccia della potenza dell’Unione Sovietica iniziata da Gorbaciov, ancora oggi popolare in tutto il mondo, ma non nella sua patria! L’errore grottesco di Medvedev di astenersi alle Nazioni Unite dal porre il veto allo sfacciato intervento militare della NATO in Libia, dietro lo schermo umanitario, dava delle speranze agli Stati Uniti e all’occidente. Ciò che insaporiva la buona minestra, era l’ingenuità e non l’invidia che mancava ad Alain Juppé, che eccelle in questo campo, di giocare alla Russia lo stesso trucco riguardo la Siria. Vladimir Putin, riprendendosi il controllo della politica estera, ha sventato in modo preveggente i piani dello Zio Sam in Siria e in Medio Oriente! Venendo rieletto da 70 milioni di russi, con quasi il 64% dei voti, a Presidente della Federazione Russa, potrebbe ostacolare in modo irreversibile e per altri dodici anni, il progetto degli USA di accerchiare la Russia e la Cina!

Un autoritarismo necessario
Putin è l’uomo che gli statunitensi non si aspettavano e che non solo ha raddrizzato la Russia, ma l’ha salvata da un smembramento in tre tronconi. Il sogno geopolitico degli Stati Uniti, se la Russia avesse perso la guerra in Cecenia, era quello di farne una nuova Grande Polonia, riducendola a Stravopol, punto di partenza della colonizzazione russa nel XIX secolo.
Putin si è anche opposto con successo allo sfruttamento delle risorse naturali in Russia da parte di gruppi stranieri, obiettivo dichiarato di Mikhail Khodorkovsky, capo della Jukos, che è stato arrestato il 25 Ottobre 2003 in un aeroporto in Siberia, mentre tornava da un forum affaristico a Mosca, di pochi giorni prima, in compagnia di Lee Raymond, direttore della Exxon, l’azienda che era in procinto di partecipare con 25 miliardi di dollari, alla fusione Jukos-Sibneft. I capitali statunitensi della Exxon-Mobil e Chevron-Texaco, infatti, volevano infiltrarsi con una quota del 40% nel santuario siberiano degli idrocarburi russi. Perdendo le sue risorse finanziarie, infine, la Russia avrebbe perso ogni chance di riprendersi.
Putin è riuscito finora a contenere, ma non a rompere completamente, l’accerchiamento da parte della NATO e del gasdotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC). Con il programma dello scudo antimissile che ritorna all’ordine del giorno, gli Stati Uniti avranno un avversario difficile che continuerà a dirgli il fatto loro.
Vladimir Putin è anche l’uomo del KGB che ha visto arrivare, e riuscire ad affrontare fino ad oggi, tutte le riuscite rivoluzioni arancioni in Ucraina, Georgia, Kirghizistan, Uzbekistan; le attuali e future manifestazioni anti-Putin in Russia non sono che il loro canto del cigno, un ultimo singulto, un ultimo tentativo da parte dell’Occidente di sbarazzarsi di Vladimir Putin!
Il nuovo presidente ha fatto affidamento sui valori tradizionali, al senso di grandezza, al patriottismo e alla Chiesa ortodossa per evitare il “disastro”. L’autoritarismo è perfetto ed è assolutamente necessario anche in Russia – come lo è in Cina, del resto – per evitare la temuta implosione del paese. Per quanto riguarda la corruzione, ha egualmente continuato incessantemente in Ucraina con l’avvento al potere della musa della rivoluzione arancione, Julija Tymoshenko; ciò che tutti i russi sanno, è che questo potere politico forte è un antidoto assai migliore delle oligarchie politiche di stampo occidentale, poiché queste ultimi non farebbero altro che collaborare con gli oligarchi russi, cosa che si tradurrebbe in un crollo ancora più veloce di quello dell’Europa occidentale di oggi.

Putin, un nuovo Pietro il Grande?
Il Patriarca ortodosso Cirillo aveva ragione nel sostenere che Putin potrebbe essere considerato, nel 2024, come il Pietro il Grande del ventunesimo secolo, a quattro condizioni:
- Sviluppare un riarmo molto intenso e la modernizzazione in corso dell’esercito russo;
- completare lo sviluppo e la diversificazione già iniziata da Medvedev dell’economia russa;
- continuare a combattere il tasso di denatalità russa, cosa di cui Putin è ben consapevole;
- far rientrare nell’orbita russa, cosa storicamente inesorabile a lungo termine, la Bielorussia e l’Ucraina, per creare un contrappeso umano con duecento milioni di persone, nel trattare con la Cina, l’Asia centrale e il Caucaso.
Il confronto attualmente in corso tra Putin e gli Stati Uniti può essere paragonato alla lotta del giovane zar Pietro il Grande contro Carlo XII, che con la battaglia di Poltava, l’8 luglio 1709, pose fine alla supremazia svedese sul Baltico. Pietro il Grande, mentre rafforzava e ammodernava l’esercito russo, non commise l’errore di dimenticare poi l’innovazione dell’economia e delle arti, cosa che ha dimostrato nel 1717, durante un viaggio in Europa. Pietro il Grande ancorò la Russia a una finestra sull’Europa, fondando San Pietroburgo. Putin, nativo di quella città, che parla tedesco, una ex spia del KGB a Dresda prima della caduta del muro di Berlino, ha una visione europeo-continentale e vuole avvicinarsi per motivi geopolitici a Francia e Germania. Maurice Druon non si sbagliava quando una volta ha visto Putin come il difensore europeo di un mondo multipolare, piuttosto che di un mondo che obbedisce allo sceriffo globale, e “uno dei nostri alleati più decisivi”. Per Putin, il futuro è europeo!
Ma la Russia guarda anche ad est e a sud, da cui possono provenire molti pericoli, la fine dell’intervento occidentale in Afghanistan non è l’ultimo di essi. Aldilà dei suoi sforzi demografici per raggiungere almeno i 130 milioni di persone e non cadere sotto ai 100 milioni nel 2050, l’equivalente della popolazione turca in quel momento, la Russia ha bisogno in futuro della Bielorussia e dell’Ucraina. Questi due paesi, uno dei quali è la sua culla religiosa, rappresentano un contributo umano di circa 60 milioni di abitanti, sufficienti a costituire una superpotenza di fronte alla Cina e all’Asia centrale. Se Putin, durante la sua presidenza, riuscirà in questa impresa, iniziando molto probabilmente dalla Bielorussia, potrà davvero essere paragonato a Pietro il Grande, altrimenti, non avrà un demerito e potrà essere paragonato almeno a De Gaulle, Churchill, Bismarck, Clemenceau e Richelieu, i grandi statisti che hanno avuto una visione storica, un coraggio e una continuità tanto necessaria ai nostri piccoli politici europei di oggi, atlantisti, liberisti, democratici, demagogici e dirittumanisti; e non sarebbe poi così male!

(*)Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera, Longanesi, 1997

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La successiva fase della rinascita della Russia: Ucraina, Bielorussia e Moldova

Stratfor 8 febbraio 2012

Gli stati ex-sovietici dell’Europa orientale Ucraina, Bielorussia e Moldavia sono importanti per la Russia per vari motivi, tra cui l’ubicazione geografica e le relazioni economiche. In genere, tutti questi stati cooperano con Mosca, ma i gradi di cooperazione variano. L’Ucraina comprende la necessità di forti legami con la Russia, ma lavora per giocare tra la Russia e l’Occidente per ottenere il maggior numero possibile di concessioni. La Bielorussia, in gran parte isolata dall’Occidente per motivi politici, dipende molto dalla Russia ed è già membro dell’unione doganale di Mosca con il Kazakhstan, quindi sarà meno resistente alla integrazione nell’Unione eurasiatica. La Moldavia è un paese diviso all’interno, trascinato da una parte verso le potenze occidentali e dall’altra parte verso Mosca, ed è destinato a rimanere politicamente paralizzato per il breve e medio termine.

Ucraina
Diversi fattori rendono l’Ucraina cruciale per la Russia. La sua posizione sulla pianura del Nord Europa e lungo il Mar Nero, ha fatto dell’Ucraina un percorso tradizionale per l’invasione da ovest. L’Ucraina è anche il secondo paese più grande dell’ex Unione Sovietica in termini di popolazione. Inoltre, l’Ucraina è la terza più grande economia dell’Unione Sovietica, e le sue industria, agricoltura ed energia sono integrate con quelle della Russia.

Le Leve della Russia
Politica: il presidente ucraino Viktor Janukovich e il suo Partito delle Regioni godono di una relazione di sostegno con Mosca. La Russia ha anche legami con i leader dell’opposizione ucraina come l’ex primo ministro Julija Timoshenko e il politico di spicco Arsenij Jatsenjuk. Inoltre, gli oligarchi ucraini, come Dmitrij Firtash e Rinat Akhmetov, hanno mantenuto relazioni commerciali con la Russia.
Sociale: i cittadini di origine russa rappresentano il 17 per cento della popolazione ucraina, e il 30 per cento degli ucraini parla russo come lingua madre. Inoltre, gli ucraini provengono dallo stesso gruppo etnico-linguistico slavo orientale dei russi (e dei bielorussi). La maggior parte del paese è cristiana ortodossa, e oltre il 10 per cento della popolazione ucraina è sotto il patriarcato di Mosca.
Sicurezza: La Russia mantiene una presenza militare in Ucraina, stazionando la sua Flotta del Mar Nero in Crimea. Il servizio di sicurezza federale della Russia e il suo omologo ucraino collaborano nell’intelligence e nell’addestramento. Anche se l’Ucraina non è un membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) guidata dalla Russia, non è neanche un membro della NATO.
Economica: l’Ucraina ottiene più del 60 per cento del suo gas naturale dalla Russia, con cui può manipolare l’infrastruttura delle pipeline ucraina, tagliandone i rifornimenti. La Russia possiede molte risorse nel settore dell’industria metallurgica dell’Ucraina e rifornisce l’energia all’industria (oltre a mantenere rapporti commerciali con gli oligarchi del settore). La Russia fornisce all’Ucraina anche assistenza finanziaria o prestiti tramite la Sberbank e altre istituzioni finanziarie.

Successi, ostacoli e ambizioni della Russia
Tra il 2010 e il 2012, la Russia ha raggiunto molti dei suoi obiettivi in Ucraina. Mosca ha esteso il contratto di affitto di Sebastopoli per la Flotta del Mar Nero fino al 2042. La legislazione ucraina ha reso illegale l’appartenenza alla NATO, limitando i legami di Kiev con il blocco, e la fazione filo-occidentale del governo ucraino, guidata dall’ex presidente Viktor Jushchenko e il suo partito Nostra Ucraina-Autodifesa popolare sono stati emarginati. Una grave minaccia per i piani della Russia, gli accelerati negoziati tra Kiev e l’Unione europea, non sono stati completati nel 2011 come previsto, lasciando Ucraina senza accordi di associazione e di libero scambio con l’Unione e senza prospettive esplicite di adesione all’UE.
Nel 2012, Mosca spera di ottenere un certo grado di controllo sulle pipeline e sul sistema di immagazzinamento energetici dell’Ucraina, mantenendo elevati i prezzi del gas naturale e costringendo l’Ucraina a scambiare risorse energetiche con un gas più economico. La Russia vuole anche impedire che l’Ucraina si avvicini troppo all’Unione europea attraverso la creazione e la manipolazione di sfide interne che non mancheranno di tenere occupato Janukovich, e rendere l’Ucraina meno desiderabile agli europei. Inoltre, Mosca prevede di impedire a specifici stati membri dell’UE, in particolare Svezia e Polonia, e alla loro iniziativa di Partnership orientale, dal concentrarsi sull’Ucraina, mantenendo quei paesi divisi e concentrati su altre questioni.
Tuttavia, questo non significa che Mosca può fare quello che vuole in Ucraina. La più grande sfida alle ambizioni della Russia in Ucraina proviene dal governo ucraino, nonostante gli stretti legami del governo con Mosca. Non è nell’interesse di Janukovich o degli oligarchi che compongono la sua base di potere, cedere il controllo del sistema di transito del gas del Paese alla Russia, che non è solo una risorsa economica di vitale importanza, ma anche un simbolo della sovranità dell’Ucraina. È per questo che l’Ucraina ha continuato ad opporsi a vendere il sistema alla Russia e ad entrare nelle istituzioni guidate dai russi, come l’unione doganale, che minerebbe ulteriormente la sovranità economica di Kiev.
Oltre il 2012, Mosca vuole preparare l’Ucraina a una maggiore integrazione attraverso l’adesione all’Unione Eurasiatica, evolventesi in unione doganale e spazio economico comune.

La posizione e la strategia dell’Ucraina
Poiché storicamente è stata governata da molte potenze estere – Russia, Polonia, Austria-Ungheria e Impero Ottomano, – il territorio che costituisce la moderna Ucraina comprende popoli provenienti da culture diverse e con diverse visioni del mondo. La divisione più ampia in Ucraina è tra l’est, economicamente e culturalmente più integrato con la Russia, e l’ovest, più nazionalista, più vicino all’occidente e più favorevole all’adesione dell’Ucraina alle istituzioni occidentali, come l’Unione Europea. L’imperativo principale per ogni Stato ucraino è evitare che il paese si spacchi ed essere in equilibrio tra le potenze straniere per mantenere la sovranità.
Così, Janukovich, nonostante provenga dall’est dell’Ucraina e sostenga una piattaforma molto più amichevole verso la Russia di quella del suo predecessore, non è stato solo un alleato incondizionato di Mosca, durante la sua presidenza. Anche se ha fatto numerosi gesti favorevoli alla Russia, all’inizio del suo mandato, come passare la normativa giuridica per bloccare l’adesione alla NATO e la firma dell’accordo Gas – Flotta del Mar Nero, Janukovich ha poi cercato di bilanciarli con i negoziati dell’Ucraina con l’Unione europea, per firmare l’accordo di associazione e libero scambio (con cui Kiev spera di includere una disposizione per un’eventuale adesione all’UE).
Tuttavia, il fallimento dei negoziati dell’Ucraina con l’Unione europea, a causa della detenzione della Timoshenko, ha indebolito il contrappeso dell’Ucraina verso la Russia e costretto Kiev a una posizione difficile. L’Ucraina può soltanto cercare di pagare più di 400 dollari ogni mille metri cubi di gas della Russia, per un tempo sufficiente lungo, prima che i prezzi alti creino una crisi finanziaria; così si tratta davvero della questione di quando – e non se – l’Ucraina dovrà dare alla Russia almeno un certo controllo, o l’accesso al suo sistema energetico, in cambio di prezzi più bassi. Questo diminuirà la capacità di Kiev di manovrare ulteriormente nei confronti di Mosca, e farà in modo che, lo voglia o no, l’Ucraina infine debba tenere in conto gli interessi della Russia.

Bielorussia
La geografia gioca un grande ruolo nell’importanza della Bielorussia per la Russia. Il paese è situato sulla pianura nord europea, un percorso tradizionale d’invasione da ovest, e non ci sono barriere geografiche significative agli invasori, a causa del terreno pianeggiante del paese. La Bielorussia funge da tampone per il nucleo territoriale della Russia. La Bielorussia ha anche una delle maggiori economie dell’ex Unione Sovietica, e le sue industrie, energia e sicurezza sono integrate con quelle della Russia.

Le Leve delle Russia
Politica: la Bielorussia e la Russia sono partner nello Stato dell’Unione, e il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko riceve il sostegno di Mosca. La Russia ha legami con i leader della sicurezza bielorussa e l’élite economica della Bielorussia ha rapporti d’affari con la Russia.
Sociale: i cittadini di origine russa rappresentano l’11 per cento della popolazione bielorussa. La maggior parte della popolazione bielorussa parla il russo come lingua madre, e il russo e il bielorusso sono entrambe lingue ufficiali del paese. La maggior parte del paese è cristiana ortodossa, con circa il 60 per cento della popolazione sotto il patriarcato di Mosca. Bielorussi e russi hanno radici nello stesso gruppo etnico-linguistico slavo orientale e quindi hanno affinità culturali.
Sicurezza: il complesso militare-industriale della Bielorussia è integrato con quella della Russia, e i due paesi hanno un sistema unificato di difesa aerea. La Bielorussia è un membro della CSTO a guida russa e ospita installazioni militari russe, come i sistemi di difesa aerea S-300. Inoltre, gli organismi d’intelligence bielorussi e russi hanno un rapporto di collaborazione, compresa l’addestramento.
Economica: La Russia fornisce il 99 per cento del gas naturale della Bielorussia e la maggior parte del suo petrolio. La Russia possiede anche una quota del 100 per cento di Beltransgaz, dandogli la piena proprietà dei gasdotti del paese. Gli scambi commerciali tra i due Paesi sono importanti per l’economia bielorussa, la metà delle esportazioni bielorusse va in Russia. Inoltre, la Russia fornisce alla Bielorussia assistenza finanziaria, tra cui un prestito di 3 miliardi dollari attraverso la Comunità economica eurasiatica, e 1 miliardo di dollari di prestito dalla Sberbank.

Successi, ostacoli e ambizioni della Russia
L’influenza della Russia in Bielorussia non è stata incontrastata negli ultimi due anni. All’inizio del 2010, Lukashenko s’è scagliato contro Mosca per gli elevati prezzi dell’energia e ha iniziato a prendere in considerazione fornitori alternativi (Venezuela e Azerbaigian, in particolare), come modo per fare pressione sulla Russia ad abbassare i prezzi. Ma la Russia ha mantenuto alti i prezzi e tagliato il gas naturale alla Bielorussia, fino a quando Minsk ha accettato di cedere il controllo completo del proprio sistema di pipeline e di Beltransgaz a Mosca.
La Russia ha seguito diverse strategie per aumentare la sua influenza in Bielorussia. A partire dal 2010, Russia e Bielorussia si sono integrate economicamente e la Bielorussia ha aderito all’unione doganale russa, una entità che è diventata lo Spazio economico comune nel 2012. La Russia è stata in grado di limitare i legami verso occidente della Bielorussia e le aperture, attraverso la Polonia, dell’UE a Minsk, in vista delle elezioni bielorusse. Dopo le elezioni, l’Occidente ha scelto di isolare la Bielorussia, dando alla Russia la possibilità di aumentare il suo sostegno economico e politico a Lukashenko.  Mosca ha anche migliorato la sua integrazione della sicurezza con Minsk, quando la Bielorussia ha aderito alla forza di reazione rapida della CSTO e ospitato lo schieramento di S-300.
Nel 2012, la Russia vuole proseguire i suoi sforzi di integrazione della Bielorussia. Lo spazio economico comune servirà gli interessi economici della Russia, ma Mosca vuole accedere agli asset economici più strategici della Bielorussia, quali le raffinerie e l’azienda dei sali di potassio Belaruskali.  Politicamente, Mosca vuole che Minsk rimanga isolata dall’Unione europea e dall’Occidente. Militarmente, la Russia vuole utilizzare le vendite di armi e la partecipazione alla CSTO per avvicinare la Bielorussia. Dopo il 2012, la Russia vuole una completa integrazione strategica della Bielorussia, attraverso l’Unione Eurasiatica.

Posizione e strategia della Bielorussia
A differenza della Russia o dell’Ucraina, la Bielorussia è una società relativamente omogenea, sia culturalmente che politicamente. Questo ha facilitato la centralizzazione del potere di Lukashenko, che domina politicamente la Bielorussia dal 1994. Inoltre, a differenza della Russia o dell’Ucraina, la Bielorussia non ha sviluppato una potente classe di oligarchi; piuttosto, Lukashenko ha mantenuto un modello sociale ed economico molto simile al vecchio sistema sovietico, sin dai primi anni dell’indipendenza della Bielorussia. Governa il paese con un affiatato gruppo di élite, molti dei quali hanno legami con l’apparato di sicurezza e d’intelligence.
Anche se questa dinamica ha reso più facile il consolidamento del potere, complica un altro imperativo: l’equilibrio tra le potenze straniere per mantenere la sovranità economica, militare e politica. La Bielorussia non si è mai allontanata troppo dalla Russia in termini di sicurezza o economia, tenuto conto dei requisiti delle riforme democratiche ed economiche necessarie per essere considerati membri della NATO e dell’UE. Tuttavia, i rapporti politici della Bielorussia con la Russia non sono stati così costanti, i due paesi hanno formato lo Stato dell’Unione nel 1997, ma questa vicinanza non ha impedito divergenze sulle questioni economiche che hanno portato periodicamente Lukashenko a guardare verso Occidente per la cooperazione, al fine di ottenere una leva sulla Russia. Data l’integrazione delle infrastrutture della Bielorussia con quelle della Russia, e le connotazioni politiche delle relazioni economiche, questo è più facile a dirsi che a farsi. I test di Minsk su Mosca su questioni quali i prezzi dell’energia, di solito sono fallite, come la recente acquisizione da parte di Gazprom di Beltransgaz ha dimostrato.
Paesi come la Polonia e la Lituania hanno interessi geopolitici nel corteggiare la Bielorussia, come il desiderio di stabilire ad est lo stesso tipo di tampone territoriale che la Russia desidera avere da ovest. Ma questi paesi non possono eguagliare l’influenza della Russia sulla Bielorussia, così hanno fatto ricorso a manovre di soft power, come la creazione di legami con gruppi di opposizione bielorussi e guidato sanzioni dell’UE contro il governo Lukashenko. Il successo della prima strategia è stato limitato, dal momento che i gruppi di opposizione affrontano numerosi vincoli. La seconda strategia è una minaccia più grave per il governo bielorusso, in quanto il governo di Lukashenko dipende da un modello populista economico e tali modelli s’indeboliscono in ambienti economicamente e finanziariamente poveri. Tuttavia, questo isolamento economico ha dato alla Russia la possibilità di fornire assistenza finanziaria e servire come ancora di salvezza economica della Bielorussia, un ruolo che Mosca continuerà a giocare per tutto il tempo in cui Lukashenko sarà sulla cresta dell’onda.
Andando avanti, la Bielorussia non avrà altra scelta, se non supportare la strategia e una più ampia rinascita della Russia, date le limitate opzioni di Minsk di ottenere sostegno da altre potenze. Pertanto, la Russia continuerà a integrare la Bielorussia, muovendosi verso la creazione dell’Unione Eurasiatica nel 2015.

Moldova
La posizione della Moldova la rende importante per la Russia. Si trova nella Bessarabia, tra i Carpazi e il Mar Nero, un percorso tradizionale d’invasione da sud-ovest e dagli Stati balcanici. Si trova vicino al porto strategico di Odessa e alla penisola di Crimea, dove la Russia staziona la sua Flotta del Mar Nero, e serve come parte della rete di transito dell’energia che collega la Russia all’Europa e alla Turchia.

Le leve della Russia
Politica: L’ex presidente moldavo Vladimir Voronin e il suo partito comunista si trovano in partnership con la Russia. Mosca ha anche legami con i leader dell’Alleanza per l’Integrazione Europea (AEI), tra cui il primo ministro moldavo Vlad Filat e il presidente Marian Lupu. In particolare, la Russia sovvenziona la leadership della regione secessionista della Transnistria.
Sociale: solo circa il 6 per cento della popolazione moldava è etnicamente russa, anche se in Transnistria il 30 per cento della popolazione è russa (e un altro 30 per cento è ucraino). Circa l’11 per cento dei moldavi parla russo come lingua madre, e circa il 16 per cento della popolazione ha il russo come lingua primaria. La maggior parte del paese è cristiana ortodossa, ma divisa tra ortodossa rumena e ortodossa russa.
Sicurezza: La Russia mantiene circa 1.100 truppe in Transnistria (insieme ad un piccolo contingente di soldati ucraini). Anche se la Moldavia non fa parte del CSTO a guida russa, non è neanche membro della NATO.
Economica: la Moldova dipende dalla Russia per il 100 per cento del gas naturale e invia il 20 per cento delle sue esportazioni in Russia (particolarmente importante è il vino, importazione che la Russia ha tagliato per ragioni politiche). La Russia controlla gran parte dell’economia in Transnistria – che pur essendo una regione separatista, è il cuore industriale della Moldova – e fornisce assistenza finanziaria e sovvenzioni alla Transnistria.

Successi, ostacoli e ambizioni della Russia
La Russia ha respinto i tentativi di smilitarizzare la Transnistria o consentire una presenza occidentale sul suo territorio. Tuttavia, Mosca ha dovuto fronteggiare alcune battute d’arresto in Moldova; i comunisti non sono al potere da quando il filo-occidentale AEI li ha cacciati dal potere nel 2009, dopo la “Rivoluzione Twitter“. Nonostante la sua posizione, l’AEI non è abbastanza forte da eleggere un presidente, per cui la Moldova è in stallo politico da quasi tre anni.
Gli obiettivi della Russia per il 2012 sono migliorare la propria posizione in Moldova, attraverso il rafforzamento del Partito comunista e formando relazioni indipendenti con i leader e i membri dell’AEI. Se la Russia non può aiutare i comunisti a riconquistare il potere, almeno vuole far rimanere divisa la Moldova e l’AEI incapace di eleggere un presidente filo-occidentale. Mosca potrebbe ottenere questo risultato complicando il processo politico e ostacolando i negoziati tra Moldavia e Transnistria. La Russia vuole anche mantenere la propria presenza militare e influenza politica in Transnistria, e iniziare a gettare le basi per un eventuale inserimento della Moldova nell’Unione Eurasiatica.

La posizione e la strategia della Moldova
Come l’Ucraina, la Moldova è sia debole che divisa. A differenza dell’Ucraina, la Moldova non ha legami tradizionali o etnici con la Russia, è rumena etnicamente e linguisticamente. Questo, insieme alla piccole dimensioni e allo scarso peso strategico della Moldava, è un fattore principale della debolezza dello Stato e della sua capacità di essere in equilibrio tra le potenze straniere.
La Moldova è divisa sia territorialmente che politicamente. Il governo moldavo non detiene la sovranità territoriale sulla Transnistria, che ospita una base militare russa ed è popolata in gran parte da russi e ucraini. La spaccatura all’interno della Moldova è politicamente dominata da due grandi gruppi: i comunisti filo-russi e la AEI, una coalizione di partiti che vogliono portare la Moldova verso occidente. L’AEI si articola ulteriormente, con alcuni elementi impegnati in stretti legami con la Romania e la NATO, mentre altri sono più flessibili nelle loro lealtà, ma in generale, tutti i partiti dell’AEI supportano l’integrazione moldava con l’Unione europea. Dal 2009, né il Partito comunista, né l’AEI sono in grado di ottenere abbastanza voti in parlamento (61 su 101) per eleggere un presidente, in modo che il paese è paralizzato e incapace di formare una politica estera decisiva da quasi tre anni. Queste divisioni significano che la visione e la strategia della Moldova non sono unificate. Tutti i leader della Moldova devono superare queste divisioni, al fine di consolidare il paese, solo allora la questione della Transnistria e le più ampie questioni di politica estera, saranno affrontate da Chisinau.
Potenze straniere, oltre alla Russia, hanno interessi in Moldova; prima fra tutte la Romania. Non solo la Moldova e la Romania condividono legami etnici e linguistici, ma anche il territorio che costituisce la Moldova e la Transnistria (così come parti occidentali dell’Ucraina) appartenevano alla Romania, come  provincia di Moldavia, prima che la Russia annettesse il territorio come baluardo difensivo. Tuttavia, la Romania non è abbastanza forte per sfidare la Russia militarmente, e dato che la Moldova è il paese più povero d’Europa ed è sostanzialmente limitato dalla presenza e dall’influenza della Russia, le prospettive di adesione all’UE, nel vicino a medio termine, sono assai improbabili (anche se la distribuzione di passaporti rumeni ai cittadini moldovi, che gli permette di viaggiare nell’Unione europea, è un esempio di soft power della Romania verso il paese). Altri singoli stati membri dell’UE come la Polonia e la Svezia, vogliono avvicinare all’occidente la Moldova attraverso il programma di partenariato orientale, ma questo è un processo a lungo termine dagli effetti limitati.
La paralisi della Moldavia – politico, territoriale e geopolitica – dovrebbe persistere fino a che una potenza straniera sarà in grado di contestare la Russia nella regione in termini di hard power, piuttosto che soft power. Questo non è probabile che accada nel breve e medio termine.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Unione Eurasiatica e stabilità geostrategica della Russia

Jurij Andreev Strategic Culture Foundation 19.01.2012

L’alto stratega della politica estera e russofobo fanatico Zbigniew Brzezinski aveva dato una indicazione, quando ha scritto ne La Grande Scacchiera: la supremazia Americana ed i suoi imperativi geostrategici, che “la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. La Russia senza Ucraina può ancora lottare per lo status imperiale, ma sarebbe poi diventata uno stato imperiale prevalentemente asiatico“, ma tuttavia sotto la pressione permanente delle repubbliche dell’Asia centrale e della Cina. Aveva anche sottolineato molto opportunamente che in e “Tuttavia, se Mosca riprende il controllo dell’Ucraina, con i suoi 52 milioni di abitanti e le sue importanti risorse, così come l’accesso al Mar Nero, la Russia riacquisterà di nuovo automaticamente i mezzi per diventare un potente Stato imperiale, che copre l’Europa e l’Asia“.
In altre parole, la Russia non può realisticamente sperare di raggiungere la stabilità geostrategica, a meno che non riesca a controllare l’Ucraina. Di conseguenza, il compito di ostacolare le sinergie tra i due paesi occupa un aspetto significativo dell’agenda della politica estera di Stati Uniti e Unione europea. L’articolo d’opinione del premier russo Vladimir Putin, pubblicato sulle Izvestija nel 2011 – “Un nuovo progetto di integrazione per l’Eurasia: il futuro in divenire” – dove si propone la costruzione di una unione eurasiatica nello spazio post-sovietico, semplicemente è finito sotto il tiro dell’Occidente, come quando Putin suggerisce un’alleanza tra Russia, Ucraina e Bielorussia, in cui il Kazakistan e le altre repubbliche della ex Unione Sovietica sarebbero le benvenute.
E’ chiaro che l’Occidente non lesinerà gli sforzi per evitare che il progetto si concretizzi, e la tattica di Bruxelles, dietro la zona di libero scambio e di associazione con l’Ucraina, riflette questo ampio approccio. Kiev affronta le valanghe di critiche per l’arresto dell’ex premier ucraina Julija Tymoshenko, e gli attacchi contro l’Ucraina dell’attuale leader di V. Janukovich a volte confinano con le minacce dirette ma, per ragioni molto più profonde, i capitani dell’UE sono pronti a siglare un accordo di associazione con il paese, dispensare le promesse dell’Eurointegrazione alla sua leadership o anche – in un lontano futuro – una vera ammissione dell’Ucraina nell’Unione europea, solo per assicurarsi che i processi di unificazione all’interno della comunità degli stati slavo-orientali (e, potenzialmente, di un ulteriore passo nello spazio post-sovietico) subiscano un brusco stop.
E’ un aperto segreto che l’Ucraina sia la chiave per l’attuazione di una serie di piani geostrategici occidentali. Viene offerto l’inizio della preparazione all’adesione nella NATO, e le circostanze come quella in cui la costituzione ucraina dichiarato il divieto di fusione con dei blocchi militari o l’esistenza della base navale russa nella città ucraina di Sebastopoli, non sembrano rendere impossibile estendere l’invito. Di fatto, la NATO sta coltivando relazioni con la Georgia post-sovietica, indipendentemente da simili ostacoli giuridici.
A mio parere, l’integrazione dell’Ucraina nella NATO sarebbe letta come un casus belli per l’Europa.  Secondo l’accordo, il mondo si troverebbe solo a un paio di passi da un conflitto potenzialmente globale, il primo passo è il dispiegamento delle basi NATO in Ucraina, il secondo – l’entrata in gioco dei fattori legati al conseguente inaudito accorciamento del tempo necessario ai missili degli Stati Uniti per raggiungere gli obiettivi cruciali in Russia. Promesse, assicurazioni o garanzie giuridiche di qualsiasi tipo non contribuirebbero a dissipare le preoccupazioni di Mosca, considerando che le guerre iniziano sempre in violazione del principio dei pacta sunt servanda. A proposito, ho tenuto una conferenza sul tema in una conferenza internazionale ospitata dalla sede della NATO di Bruxelles, negli anni ’90, che ovviamente aveva attirato una notevole attenzione al momento. Vedendo la sua capacità di difesa seriamente erosa e quindi lasciata incapace di poter rispondere a un attacco con una ritorsione strategia, la Russia avrebbe potuto o passare al lancio dei missili su allarme o, a causa della brevità del tempo di preavviso, oppure ampliare la sua dottrina fino al punto di abbracciare gli attacchi preventivi. Gli attacchi  non dovevano essere necessariamente nucleari, ma l’intera situazione si sarebbe automaticamente trasformata nel prologo di un conflitto armato. Questo è il motivo numero uno per cui l’adesione alla NATO dell’Ucraina alimenterebbe dei rischi estremi e recherebbe lo spettro di una catastrofe globale.
L’Unione europea tende a concentrarsi sulle questioni economiche, sociali e culturali, e in Ucraina le posizioni in campo oscillano visibilmente mentre Kiev tenta di strappare vantaggi contemporaneamente sia in Occidente che in Oriente. Il 18 ottobre 2011, l’Ucraina firmava a San Pietroburgo un trattato per la  zona di libero commercio, il cui elenco dei firmatari comprende attualmente otto repubbliche post-sovietiche, con altri 3 candidati – l’Azerbaigian, il Turkmenistan e l’Uzbekistan – in attesa. Il trattato è entrato in vigore con grandi limitazioni e non si applica alle materie prime come petrolio, gas naturale, metalli e zucchero, ma un piano per ampliare il campo di applicazione l’accordo è già sul tavolo.
In generale, l’integrazione economica post-sovietica si muove con grande difficoltà e con sospensioni ricorrenti. La più semplice parte iniziale del processo – l’istituzione di una zona di libero scambio – esemplifica completamente la tendenza. Sommariamente, la zona è stata creata nel 1994, ma le legislature dei partecipanti non sono riuscite a ratificare l’accordo corrispondente. Anche se un nuovo accordo è stato firmato solo nel 2011, deve ancora nascere l’idea che una zona di libero scambio riguarda il commercio senza dazi e in sostanza null’altro. L’unione doganale formata da Russia, Bielorussia e Kazakistan (e che il Kirghizistan sta guardando in questo momento) è la naturale fase successiva del processo, in quanto implica politiche tariffarie comuni dei suoi membri nei confronti di paesi terzi, oltre che l’abolizione di fatto delle frontiere interne. Uno spazio economico comune con i suoi membri che sincronizzano una vasta gamma di loro strategie economiche e politiche e che, possibilmente, optano per una valuta comune, dovrebbe essere la forma più avanzata di integrazione da attuare.
L’unione doganale e lo spazio economico comune dovrebbero, idealmente, essere supervisionati da istituzioni sovranazionali. Una volta che queste istituzioni sono operative, il processo di integrazione può essere aggiornato per includere la creazione dell’unione eurasiatica descritta nell’articolo di Putin dell’ottobre 2011. I leader degli altri paesi hanno contribuito al dibattito: A. Lukashenko della Bielorussia, in un articolo intitolato “il destino della nostra integrazione” e N. Nazarbayev, ne “L’Unione euroasiatica: dal concetto alla storia del futuro“. Lukashenko, si deve notare, esprime ne “il destino della nostra integrazione” una visione a cui i suoi colleghi di tutto lo spazio post-sovietico potrebbero facilmente identificarsi: uguali diritti, il rispetto della sovranità nazionale e l’inviolabilità delle frontiere, sono gli unici principi plausibili su cui può essere costruita l’integrazione.
La domanda naturalmente che sorge nel contesto è quale ruolo viene adottato dall’Ucraina nella dinamica di cui sopra. Il paese era sulla lista degli ipotetici partecipanti quando Putin aveva precisato l’ordine del giorno per lo Spazio economico comune nel 2003, ma Kiev ha scelto di tenersi alla larga dal progetto. Il 18 ottobre 2011, l’Ucraina ha siglato un accordo sulla zona di libero scambio cui 11 repubbliche post-sovietiche – tutte, tranne la Georgia – probabilmente lo rispetteranno. Mosca farebbe bene a coltivare le sue relazioni con Kiev all’interno di una sequenza di alleanze che implichi sempre una più stretta integrazione economica. Senza dubbio, gli interessi economici delle parti coinvolte sono una base adeguata per il processo. L’Ucraina ha lo status di osservatore nella Comunità economica eurasiatica, inoltre ora è uno dei firmatari dell’accordo di libero scambio, il gradualismo ragionevole promette progressi notevoli nel lungo periodo. Gli accordi di libero scambio o di associazione con l’UE dell’Ucraina, se passano  nonostante la persistente crisi sistemica in Europa, non dovrebbero impedire alla Russia di interrompere il piano di portare l’Ucraina nell’orbita dell’integrazione post-sovietica. Inoltre, Mosca dovrebbe continuare a lavorare con l’Ucraina mantenendo questo obiettivo tra le priorità di politica estera della Russia, e i progressi fondamentali in questa direzione sarebbero immensamente superiori agli esigui guadagni come i vari tipi rilassati di commercio di materie prime.
Vi è tuttavia un fattore importantissimo che deve essere incorporato nel calcolo geostrategico di Mosca – e cioè le relazioni tra la Russia e la Cina. Senza dubbio, per la Russia la Cina è già un partner importante in una serie di strutture esistenti – la Shanghai Cooperation Organization e il BRIC, in particolare – ma la mia impressione è che la visione in politica estera di Mosca resta sotto l’incantesimo dell’Europa (questo squilibrio appare particolarmente inopportuno a seguito della svolta verso l’Asia degli Stati Uniti, prescritta dalla nuova dottrina militare di Washington). Anche il testo di Putin dice che l’unine eurasiatica dovrebbe essere “una parte essenziale della Grande Europa“, ma è anche vero che il pertinente rischio di un eccesso di dipendenza dall’Europa a scapito dell’Asia, non può essere scontato.
Sarebbe un grosso ignorare l’importanza della Cina per la sicurezza geostrategica della Russia. A questo proposito, vorrei rivedere la proposta russa di un trattato di sicurezza europea, ribadendo il mio suggerimento di vederlo rinforzato e trasformato in un trattato di sicurezza eurasiatica, con l’ascesa della Cina debitamente presa in considerazione. Il compito a lungo termine di chiarire la dimensione del trattato di difesa andrebbe ad integrare le interazioni in corso all’interno della Shanghai Cooperation Organization e del BRICS, soprattutto perché il primo è un sistema prevalentemente economico e il secondo una entità alquanto casuale.
Lo sviluppo e l’approfondimento del partenariato strategico con la Cina, insieme agli sforzi per convincere l’alleata Ucraina (e con la necessaria attenzione della Russia verso la Bielorussia e gli altri alleati) aiuterebbe la Russia a mantenere la sua stabilità geostrategica al punto che il paese sarebbe completamente immune alle invettive sparate da McCain e dai suoi simili.

La ripubblicazione è gradita con riferimento rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Verso l’Eurasia!

Alexandre Latsa RIA-Novosti 26/10/2011
L’opinione dell’autore non coincide necessariamente con la posizione di RIA-Novosti.

La settimana scorsa, ho scritto un forum in cui ho sostenuto che l’Europa occidentale farebbe bene a lasciare il girone atlantista per costruire un’alleanza economica e politica con il blocco europeo orientale,  creandola intorno all’alleanza doganale Russia/Bielorussia/Kazakistan. Penso che per una Unione Europea indebitata, i crisi di espansione e fortemente dipendente sul piano dell’energia, questo approccio potrebbe fornire nuovi mercati di esportazione, sicurezza energetica, potenziale di crescita economica  importante e anche una nuova visione politica.
Dopo la pubblicazione di questo testo, uno dei miei lettori, David, mi aveva inviato il seguente commento: “Non riesco a capire che cosa la vostra unione eurasiatica potrebbe fare con l’Unione Europea (…) Vedi l’Europa arrivare in Kazakistan?”
La domanda di David è fondamentale, a mio parere. La prima risposta che voglio dargli è questa: l’Europa non è l’Unione europea, il cui ultimo allargamento risale al 2004, e sapendo che nessun ulteriore allargamento  è seriamente preso in considerazione, fino ad oggi. Lo spazio europeo ha 51 Stati e l’Unione europea  ha solo 27 membri. L’UE non è a mio parere, in alcun modo una finalità, ma un passo nella costruzione di una grande Europa continentale, da Lisbona a Vladivostok , una Europa per sua natura eurasiatica, poiché geograficamente presente in Europa e in Asia.
Le discussioni sui limiti dell’allargamento dell’Unione europea hanno portato a delle contraddizioni: la Russia non sarebbe l’Europa si può spesso leggere, mentre in genere, gli stessi commentatori, Ucraina, Bielorussia e Turchia dovrebbero al contrario integrarsi all’Europa. Bisognerebbe davvero spiegare perché la Russia non è europea, mentre l’Ucraina, la Bielorussia o la Turchia sì. Oggi, né l’UE a 27, in stato di quasi fallimento, o la Russia da sola, tuttavia, hanno la forza ed i mezzi per far fronte ai giganti come l’America in declino, o i due giganti del  futuro, India e soprattutto Cina, praticamente certa di diventare la prima potenza mondiale in questo secolo. La Russia, come gli Stati europei occidentali, sono ora ognuno impegnato, a sua volta, in una politica di alleanze per rafforzare le loro posizioni regionali e la loro influenza globale.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, l’estensione verso est dell’Unione europea sembrava inevitabile. Questa estensione, insieme ad una espansione della NATO, è stato fatto in uno spirito di scontro con il mondo post-sovietico. Ma la rinascita della Russia negli ultimi anni e lo shock finanziario del 2008, hanno seriamente cambiato la situazione. La terribile crisi finanziaria affrontata dall’Unione europea è forse la garanzia più assoluta che l’Unione europea non si espanderà più, lasciando alcuni paesi europei sulla soglia, l’Ucraina in testa. Andrej Fedjashin lo ricordava a pochi giorni fa: “In questo momento di crisi, poche potenze europee pensano alla possibile adesione all’UE di un altro paese povero della periferia orientale (Ucraina …) Per di più, l’estensione a un paese di quasi 46 milioni di persone, che conosce una costante crisi politica ed economica“.
Quanto alla Russia, appartenente alla famiglia europea, sarebbe ingenuo pensare che la ricostruzione non passi tramite il massimo consolidamento delle relazioni con gli Stati del vicino estero, vale a dire, dello spazio post-sovietico, nella logica dell’Eurasia.
Mentre l’Europa occidentale è attualmente utilizzato come testa di ponte dell’America, che impone un vero e proprio scudo di Damocle con lo scudo missilistico, è tempo di prendere in considerazione una collaborazione tra Europa e spazio post-sovietico, e di concentrarsi su ciò che sta accadendo a est, intorno alla nuova unione doganale guidata dalla Russia. La scorsa settimana è stata ricca di eventi di grande importanza. La recente condanna della musa della rivoluzione arancione a sette anni di prigione, probabilmente ha contribuito ad allontanare l’Ucraina dall’Unione europea e ad avvicinarla un po’ di più all’unione doganale animata dalla Russia. Mentre il presidente russo è stato in Ucraina la scorsa settimana, l’Unione europea ha annullato un incontro con il presidente ucraino, anche se le discussioni sulla creazione di una zona di libero scambio con l’Ucraina erano in corso. Allo stesso tempo, gli 11 Stati della CSI (Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Moldova, Uzbekistan, Russia, Tagikistan, Turkmenistan e quindi l’Ucraina) hanno firmato l’accordo sulla creazione di una zona di libero scambio. Lo stesso giorno, il primo ministro Mykola Azarov ha detto che l’Ucraina sta valutando l’adesione all’Unione doganale Russia-Bielorussia-Kazakistan, non ritenendo una contraddizione la potenziale appartenenza a queste due aree di libero scambio.
Più a est, da Mosca è arrivata la grande scossa del Primo Ministro Vladimir Putin, che ha annunciato la plausibile creazione dell’unione eurasiatica per il 2015. Il Primo Ministro ha ricordato per il resto, che la cooperazione all’interno della Comunità Economica Eurasiatica (CEEA) era la priorità assoluta per la Russia. Questo progetto di unione eurasiatica si basa sull’Unione doganale in vigore con la Bielorussia e il Kazakistan, a cui possono unirsi tutti gli Stati membri della Comunità Economica Euroasiatica. Il Kirghizistan (unione doganale) e Armenia (unione eurasiatica) hanno infatti già dichiarato il loro sostegno ai progetti di integrazione eurasiatica.
L’organizzazione attualmente al centro del continente eurasiatico, non è solo economica o politica, ma è anche militare; nel 2001 con la creazione di una struttura di cooperazione militare eurasiatica: l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. Questa organizzazione è composta da sei membri permanenti: Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. India, Iran, Mongolia e Pakistan sono membri osservatori, mentre lo Sri Lanka e Bielorussia hanno lo status di partner.  La SCO riunisce così ora 2,7 miliardi di persone.
Quest’anno, l’Afghanistan ha chiesto lo status di osservatore mentre la Turchia (seconda potenza militare della NATO) , ha chiesto di aderire completamente all’organizzazione. Stati arabi come la Siria, l’anno scorso hanno anche espresso il loro interesse per la struttura. Ora possiamo legittimamente chiedere quando è che gli Stati europei decideranno di unirsi alla SCO, per completare questa integrazione continentale.
Questo cambiamento riflette il passaggio globale inevitabile al mondo multipolare, che non sarà più sotto il dominio occidentale. Per gli europei occidentali, è tempo di guardare ad est del loro continente. Il nuovo centro eurasiatico, organizzato intorno alla Russia, è probabilmente il più promettente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alternativa Globale: l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai come chiave per un mondo multipolare

Gregory Tinsky WIN 2/8/2011

Nonostante il grandissimo aiuto finanziario che gli USA forniscono al Pakistan, dei recenti sentimenti anti-americani sono maturato in questo paese – il Pakistan, che ha assistito la CIA durante la ricerca e la scoperta del «terrorista N°1» che è stato fermato. Gli Stati Uniti hanno ovviamente «perso» il Pakistan, ma il fatto stesso che questo paese può partecipare al Shanghai Cooperation Organization (SCO) in qualsiasi momento, rende la situazione regionale critica per gli Stati Uniti. Aggiungendo il ritiro programmato delle truppe statunitensi e alleate dall’Afghanistan (che si sposta anche verso la SCO), qui il cambiamento di equilibrio regionale dei poteri diventa evidente. Allo stesso tempo, la persistente questione del confronto indo-pakistano sta per essere risolta – anche l’India ha tutte le possibilità per diventare membro della SCO.
«Chi controlla l’Europa dell’Est, controlla l’Heartland. Chi controlla l’Heartland, controlla l’Isola mondiale. Chi controlla l’Isola mondiale, controlla il mondo». Questa frase del famoso geografo britannico Sir Halford John Mackinder è da tempo diventata una massima classica della geopolitica. L’Heartland è il nome una volta dato ai territori al centro dell’Eurasia, che si trovano tra l’Asia centrale e l’Oceano Artico. La storia del mondo è la storia delle conquiste dell’Heartland da parte delle potenze che sono stati considerate grandi in quel momento. Oggi è il territorio occupato dai membri della SCO.
Creata nel 2001 sulla base dei «Cinque di Shanghai», l’Organizzazione del Trattato di Shanghai è stata accolta con malcelato scetticismo in tutto il mondo, in un primo momento. Numerosi analisti e commentatori previdero  una vita breve per questo progetto, indicando gli interessi contraddittoria dei suoi due principali fondatori – Russia e Cina. Tuttavia, le cupe previsioni si rivelarono premature.
L’US National Intelligence Council pubblica il suo rapporto di volta in volta, nel tentativo di prevedere il possibile corso della politica estera. Nel 2010 aveva pubblicato un rapporto sul «mondo nel 2025», dove gli analisti dell’intelligence statunitense tentarono di predire il destino del nostro pianeta nei prossimi quindici anni. Toccarono i temi del progresso tecnologico e dei cambiamenti demografici, anche se fu il ruolo delle “nuove superpotenze” a cui prestarono particolare attenzione. In questo contesto, una parte consistente della relazione era dedicata all’Organizzazione del Trattato di Shanghai.
La  storia della SCO iniziò nel 1996-1997, quando Kazakistan, Kirghizistan, Cina, Russia e Tagikistan firmarono un trattato per il consolidamento della fiducia in campo militare e la mutua riduzione dei contingenti militari nelle zone di confine. Questi furono soprannominati i «Cinque di Shanghai». Nel 2001, quando l’Uzbekistan aderì al trattato, fu chiamata l’Organizzazione del Trattato di Shanghai. Oltre ai sei membri di cui sopra, SCO ha anche una istituzione di osservatori – India, Iran, Mongolia e Pakistan. La SCO dialoga costantemente con Bielorussia e Sri Lanka, collabora con il CSI, l’ASEAN, l’Afghanistan e il Turkmenistan.
La Carta della SCO indica è caratterizzata da diverse finalità – dalla cooperazione economica e scientifico-tecnica per il mantenimento della pace e la stabilità nella regione, la resistenza a terrorismo, separatismo ed estremismo. Analisti statunitensi, però, ritengono che il suo obiettivo principale sia la limitazione dell’influenza regionale statunitense.
L’esistenza stessa della SCO crea un problema semantico per gli analisti della politica estera occidentali, che vedono il mondo sotto una luce unipolare. Sono molto impressionati dal potenziale dei suoi stati membri. Tutti gli esperti concordano sul fatto che la SCO è effettivamente in grado di contrastare efficientemente l’influenza occidentale in Asia centrale. L’Organizzazione del Trattato di Shanghai è sempre più spesso soprannominata la NATO asiatica, cui aderiscono dei paesi in ripresa (implicando la Russia, a quanto pare), le potenze emergenti (presumibilmente la Cina) e gli stati, che non possono essere denominati «potenze» per ora, ma che la disponibilità di considerevoli giacimenti di risorse energetiche, permette loro di svolgere un ruolo da «Pivot geopolitici», tenendo insieme l’unione (Kazakistan).
Dopo il caos degli anni ’90 la Federazione russa sta riconquistando lo status di potenza mondiale. Nel 2010 l’economia russa con i suoi 2.600 miliardi di dollari di PIL, è stata la sesta più grande. Vasti giacimenti di risorse energetiche permettono alla Russia di giocare un ruolo importante negli affari internazionali. La guerra Caucasica nell’agosto del 2008 ha riaffermato il dominio russo nello spazio post-sovietico. Il trentennale «miracolo economico» cinese ha fatto dell’economia cinese la seconda più grande al mondo. L’anno scorso la Cina è diventata il più grande esportatore del mondo, avendo superato la Germania. L’India, osservatore allo SCO, è anche un evidente aspirante al titolo di potenza emergente. La sua economia è la quarta più grande del mondo, con un PIL di 3.570 miliardi dollari. I membri della SCO – Kazakistan e Uzbekistan – detengono ricchi giacimenti di idrocarburi, mentre il Turkmenistan, che ha lo status di osservatore, è diventato oggetto di lotta tra la Russia e l’Occidente a causa delle enormi giacimenti di gas naturale. L’Iran, che anche possiede queste risorse naturali – è solo un osservatore per ora, ma ha anche fatto richiesta per l’adesione alla SCO. Anche il Pakistan (anch’esso un osservatore) e l’Afghanistan (non che ha tale status per ora) partecipano ai lavori della SCO.
Tutti questi paesi svolgono importanti ruoli nella politica estera. Afghanistan e Pakistan, che è diventato il campo di battaglia degli Stati Uniti, della NATO e dei talebani, sono di particolare interesse in questo senso. Dopo l’assassinio di Usama bin Ladin in territorio pakistano, le relazioni degli USA con la potenza nucleare si sono deteriorate rapidamente. Nonostante il grande aiuto finanziario che gli USA forniscono al Pakistan, sono maturati recentemente dei sentimenti anti-americani in questo paese – i Pakistani che hanno aiutato la CIA durante la ricerca e la scoperta del «terrorista N°1», sono stati arrestati.  Gli Stati Uniti stanno ovviamente «perdendo» il Pakistan, ma il fatto stesso che questo paese può entrare nell’Organizzazione del trattato di Shanghai in qualsiasi momento, rende la situazione regionale critica per gli Stati Uniti. Aggiungendo il ritiro programmato delle truppe statunitensi e alleate dall’Afghanistan (anch’essa si sposta verso la SCO), il cambiamento dell’equilibrio delle potenze regionali diventa evidente. Allo stesso tempo, la persistente questione del  confronto indo-pakistano sta per essere risolta – anche l’India ha tutte le possibilità per diventare membro della SCO. Se aggiungiamo l’Iran, il cui programma nucleare l’ha da tempo trasformato in un ostacolo dell’Occidente, in questa equazione, diventa chiaro che il progetto della SCO sta guadagnando un nuovo significato, che i nostri diplomatici avrebbero potuto difficilmente prevedere a metà degli anni ’90, quando i «Cinque di Shanghai» furono creati. Ancora oggi, si può tranquillamente parlare del ruolo globale della SCO, che non può solo diventare una NATO asiatica, ma un vero rivale del più potente blocco politico-militare nel mondo.
La cooperazione russo-cinese è l’ossatura naturale della SCO – il loro obiettivo comune è quello di opporsi al dominio statunitense nella regione e in tutto il mondo, insieme con il consolidamento delle loro posizioni in Asia Centrale. Il successo della SCO dipende completamente dalla forza dei legami bilaterali tra Mosca e Pechino. Nonostante gli esistenti timori russi di un’espansione cinese e una riformulazione evidente della cooperazione russo-cinese, collegata al ruolo crescente della Cina nel mondo, una innegabile comunanza negli interessi economici e politico-militari ci permette di prevedere l’ulteriore rafforzamento delle posizioni della SCO in tutto il mondo.
I leader degli stati membri della SCO prestano particolare attenzione al consolidamento del partenariato economico all’interno dell’organizzazione. Durante la riunione dei capi di governo del 14 settembre 2001 ad Alma Ata, gli obiettivi primari della cooperazione economica regionale sono stati discussi. La riunione dei capi di governo che ha avuto luogo il 23 di settembre 2003, è stata essenzialmente importante. Durante questo incontro, i partecipanti hanno discusso la creazione di uno spazio economico comune entro il 2020. L’argomento era la circolazione di merci, capitali, servizi e tecnologie. Se i documenti, firmati nel corso di questo incontro saranno portati in vita con successo, la SCO potrebbe diventare non solo la NATO asiatica, ma anche una sorta di Unione europea dell’Asia centrale.
La posizione sull’anti-terrorismo della SCO è un fattore essenzialmente importante per l’Asia Centrale. Basti ricordare l’aiuto russo e uzbeko in Tagikistan, per la stabilizzazione della situazione interna, dove la minaccia di una guerra civile era chiaramente percepita. Gli stati della SCO sono riusciti a consolidarsi di fronte alla minaccia del fondamentalismo islamico, per lo più rappresentato nella regione dal Partito di Liberazione Islamica (Hizb ut-Tahrir al-Islami), la cui influenza si è diffusa su Ucraina e Bielorussia. Nel 2001 la Convenzione di Shanghai sulla lotta a terrorismo, separatismo ed estremismo è stato firmata, e poi  è stata creata la speciale struttura regionale antiterrorismo. Gli stati membri della SCO tengono regolarmente manovre militari congiunte. Questi sforzi della SCO otterranno una peculiare importanza dopo il ritiro delle truppe della NATO dall’Afghanistan, che è noto per avere la parti del leone nella produzione di sostanze stupefacenti, che finiscono in Russia e nei paesi europei. Il contrasto al traffico di droga è diventato uno dei principali settori di attività della SCO.
Nonostante il fatto che Cina e Russia – che insieme con l’India e gli altri Stati, restano nei limiti degli interessi SCO – resistano alla supremazia statunitense nella regione, nel lungo periodo gli Stati Uniti rimangono un importante partner strategico per la SCO. La globalizzazione rende impossibile il confronto tra  blocchi, organizzazioni internazionali e singoli paesi con interessi globali. L’alto livello della reciproca dipendenza economica rende rispettosi dei reciproci interessi, anche dei paesi concorrenti come la Cina e gli Stati Uniti. Tutti sono interessati a mantenere stabile la regione centroasiatica. Ecco perché lo sviluppo positivo dell’Organizzazione del Trattato di Shanghai non deve solo portare al consolidamento delle posizioni regionali, ma anche portare la partnership tra la SCO e la NATO, l’Unione europea e gli Stati Uniti, ad un nuovo livello.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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