La bizzarra strategia di Washington sul Kosovo potrebbe distruggere la NATO

Giocare con la dinamite e la guerra nucleare nei Balcani
William Engdahl The Boiling Frogs  13 Aprile 2012

In uno degli annunci più bizzarri della politica estera della bizzarra amministrazione Obama, la segretaria di Stata degli USA Hillary Clinton, ha annunciato che Washington ‘aiuterà’ il Kosovo ad aderire alla NATO e all’Unione europea. Ha fatto la promessa dopo un recente incontro a Washington con il Primo Ministro del Kosovo Hashim Thaci, dove ha elogiato i progressi del suo governo nel progredire verso “l’integrazione e lo sviluppo economico europeo”. [1]
Il suo annuncio ha senza dubbio causato seri maldipancia tra i funzionari governativi e militari delle varie capitali europee della NATO. Pochi comprendono la pazzia del piano della Clinton nel spingere il Kosovo nella NATO e nell’UE.

Kosovo base geopolitica
La controversa proprietà oggi chiamata Kosovo, era parte della Jugoslavia ed era legata alla Serbia fino a quando la campagna dei bombardamenti NATO nel 1999, ha demolito quel che restava della Serbia di Milosevic, aprendo la strada agli Stati Uniti, con la dubbia assistenza delle nazioni dell’UE, soprattutto della Germania, nel spartire l’ex Jugoslavia in minuscoli pseudo-stati dipendenti. Il Kosovo ne è uno, così come la Macedonia. Slovenia e Croazia già in precedenza si erano separate dalla Jugoslavia, con il forte aiuto del ministero degli esteri tedesco.
Alcune brevi rassegne sulle circostanze che hanno portato alla secessione del Kosovo dalla Jugoslavia, aiutano a capire quanto sarà rischiosa la sua adesione alla NATO o all’Unione europea per il futuro dell’Europa. Hashim Thaci, l’attuale Primo Ministro del Kosovo, ha ottenuto il suo posto, per così dire, attraverso il Dipartimento di Stato degli USA, e non tramite libere elezioni democratiche nel Kosovo. Il Kosovo non è riconosciuto come Stato legittimo dalla Russia, dalla Serbia e da oltre un centinaio di altre nazioni. Tuttavia, è stato immediatamente riconosciuto quando ha dichiarato l’indipendenza nel 2008, dall’amministrazione Bush e da Berlino.
L’adesione all’Unione europea del Kosovo, sarebbe il benvenuto a un altro Stato fallito, cosa che non può disturbare la Segretaria Clinton, ma di cui l’Unione europea, in questo momento sicuramente, può fare a meno. Le migliori stime sulla disoccupazione nel paese, la danno a circa il 60%. Non è che il terzo a livello mondiale. L’economia era sempre la più povera della Jugoslavia, ed oggi è peggio. Ma il vero problema, per il futuro della pace e della sicurezza, è la natura dello stato del Kosovo, che è stato creato da Washington alla fine degli anni ’90.

Stato mafioso e Camp Bondsteel
Il Kosovo è una piccola parcella di terra in una delle posizioni più strategiche di tutta Europa, dal punto di vista geopolitico l’obiettivo militare degli Stati Uniti è controllare i flussi del petrolio e gli sviluppi politici del Medio Oriente, a danno di Russia ed Europa occidentale. L’attuale riconoscimento degli USA dell’auto-dichiarata Repubblica del Kosovo, è una continuazione della politica statunitense nei Balcani, fin dall’illegale bombardamenti della NATO e degli USA della Serbia, nel 1999, dallo schieramento fuori area della NATO, approvato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, presumibilmente sulla premessa che l’esercito di Milosevic sarebbe stato sul punto di effettuare un genocidio degli albanesi del Kosovo.
Alcuni mesi prima dei bombardamenti statunitensi degli obiettivi serbi, uno dei più pesanti bombardamenti dalla Seconda Guerra Mondiale, un alto funzionario dell’intelligence statunitense aveva parlato, in conversazioni private con alti ufficiali dell’esercito croato, a Zagabria, della strategia di Washington per l’ex Jugoslavia. Secondo questi rapporti, comunicati privatamente all’autore, l’obiettivo del Pentagono già alla fine del 1998 era prendere il controllo del Kosovo, al fine di garantirsi una base militare per controllare l’intera regione del sud-est europeo, fino alle terre petrolifere del Medio Oriente.
Dal giugno 1999, quando la Kosovo Force (KFOR) della NATO occupò il Kosovo, quindi una parte integrante dell’allora Jugoslavia, il Kosovo era tecnicamente nel quadro di un mandato delle Nazioni Unite, secondo la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Russia e Cina avevano inoltre convenuto su tale mandato, che specificava il ruolo della KFOR nel garantire la fine dei combattimenti inter-etnici e le atrocità tra la minoranza serba, le altre e la maggioranza albanese islamica del Kosovo. Sotto il 1244 il Kosovo sarebbe rimasto parte della Serbia, in attesa di una risoluzione pacifica del suo status. Questa risoluzione delle Nazioni Unite è stata palesemente ignorata dagli Stati Uniti, dalla Germania e da altri elementi dell’Unione europea, nel 2008.
Il riconoscimento tempestivo del Kosovo da parte della Germania e di Washington, e l’indipendenza nel febbraio 2008, significativamente avvennero il giorno dopo le elezioni del presidente della Serbia, che confermarono il filo-Washington Boris Tadic, che aveva avuto un secondo mandato di quattro anni. Con Tadic assicurato, Washington poteva contare su una reazione serba compatibile al suo sostegno al Kosovo.
Subito dopo il bombardamento della Serbia, nel 1999, il Pentagono aveva sequestrato 1000 acri di terra a Uresevic, in Kosovo, vicino al confine con la Macedonia, e aggiudicò un contratto alla Halliburton, quando Dick Cheney ne era l’amministratore delegato, per costruire una delle più grandi basi militari degli USA all’estero, Camp Bondsteel, oggi con più di 7000 soldati.
Il Pentagono si era già assicurato sette nuove basi militari in Bulgaria e Romania, sul Mar Nero e nei Balcani settentrionali, comprese le basi aeree di Graf Ignatievo e Bezmer in Bulgaria, e la base aerea di Mihail Kogalniceanu in Romania, utilizzate per “ridurre” le operazioni militari in Afghanistan e in Iraq. L’installazione rumena ospita la Joint Task Force East del Pentagono. Il colossale Camp Bondsteel degli Stati Uniti, in Kosovo, e l’utilizzo e il potenziamento dei porti croati e montenegrini dell’Adriatico, per le implementazioni della Marina degli Stati Uniti, completano la militarizzazione dei Balcani. [2]
L’agenda strategica degli Stati Uniti per il Kosovo è in primo luogo militare, secondariamente, a quanto pare, riguarda il traffico di stupefacenti. Il suo obiettivo principale è opporsi alla Russia e il controllo dei flussi di petrolio dal Mar Caspio e dal Medio Oriente all’Europa occidentale.  Dichiarandone l’indipendenza, Washington ottiene uno stato debole che può controllare completamente. Finché fosse rimasto parte della Serbia, il controllo militare della NATO sarebbe stato politicamente insicuro. Oggi il Kosovo è controllato come una satrapia militare della NATO, la cui KFOR vi ha posto 16.000 soldati, per una popolazione di soli 2 milioni di abitanti. Camp Bondsteel fa parte di una serie di cosiddette basi operative avanzate o “ninfee” (elistazioni NdT), come li chiamava Donald Rumsfeld, per l’azione militare a est e a sud. Ora, portando formalmente il Kosovo nell’UE e nella NATO, rafforzerà la base militare, dopo che la Repubblica di Georgia dominata dal protetto degli USA Saakashvili, aveva così miseramente fallito, nel 2008, nel ricoprire quel ruolo per conto della NATO.

Heroin Transport Corridor
Il controllo militare USA-NATO del Kosovo serve a diversi scopi dell’agenda geo-strategica di Washington. In primo luogo, consente un maggiore controllo degli Stati Uniti sul petrolio e sulle potenziali rotte degli oleodotti e dei gasdotti dal Mar Caspio e dal Medio Oriente all’UE, nonché il controllo dei corridoi di trasporto che collegano l’Unione europea al Mar Nero. Inoltre, protegge il traffico di eroina multi-miliardario che, significativamente, è cresciuto fino a registrare dei record in Afghanistan dall’inizio dell’occupazione statunitense, secondo funzionari dei narcotici delle Nazioni Unite. Kosovo e Albania sono le principali rotte di transito dell’eroina verso l’Europa. Secondo un rapporto annuale del 2008 del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sul traffico internazionale di stupefacenti, alcune importanti rotte del traffico di droga passano attraverso i Balcani. Il Kosovo viene indicato come un punto chiave per il passaggio di eroina dalla Turchia e dall’Afghanistan all’Europa occidentale. Questo flusso di droga passa sotto l’occhio vigile del governo Thaci.
Dall’epoca dei suoi rapporti con la tribù Meo, in Laos, durante l’epoca del Vietnam, la CIA ha protetto il traffico di stupefacenti in luoghi chiave, per finanziare in parte le sue operazioni segrete. La dimensione del traffico internazionale di sostanze stupefacenti, oggi, è tale che le principali banche statunitensi come Citigroup, ricaverebbero una quota significativa dei loro profitti dal riciclaggio del traffico.
Una delle caratteristiche più notevoli della corsa indecente di Washington e degli altri Stati a riconoscere immediatamente l’indipendenza del Kosovo, è il fatto che ben sapevano che il suo governo e i suoi due principali partiti politici, sono in realtà gestiti dalla criminalità organizzata albanese del Kosovo. Hashim Thaci, Primo Ministro del Kosovo e capo del Partito Democratico del Kosovo, è l’ex leader dell’organizzazione terroristica che gli Stati Uniti e la NATO addestrarono e chiamarono Esercito di liberazione del Kosovo, KLA, o in albanese UCK. Negli ambienti della criminalità del Kosovo, è conosciuto come Hashim ‘il Serpente’ per la sua spietatezza personale verso gli avversari.
Nel 1997, l’Inviato Speciale per i Balcani del presidente Clinton, Robert Gelbard, descrisse l’UCK, come indubbiamente un gruppo terrorista. Era molto di più. E’ una mafia clanistica, impossibile quindi infiltrarvisi, che controlla l’economia sommersa del Kosovo. Oggi il Partito Democratico di Thaci, secondo fonti delle polizie europee, mantiene i suoi legami con il crimine organizzato.
Un rapporto del BND tedesco del 22 febbraio 2005, etichettato Top Secret, che da allora è trapelato,  dichiarava: “Tramite elementi chiave, per esempio Thaci, Haliti, Haradina, vi è uno stretto legame tra politica, l’economia e la criminalità organizzata internazionale nel Kosovo. Le organizzazioni criminali favoriscono l’instabilità politica e non hanno alcun interesse nella costruzione di uno stato ordinato e funzionante, che potrebbe nuocere ai loro affari crescenti.” [3]
L’UCK ha iniziato le azioni nel 1996 con il bombardamento dei campi profughi serbi che ospitavano i rifugiati dalle guerre in Bosnia e Croazia. L’UCK aveva ripetutamente fatto appello alla ‘liberazione’ di aree di Montenegro, Macedonia e della Grecia settentrionale. Thaci non è certo una figura della stabilità regionale, per dirla morbidamente.
Il 44enne Thaci era un protetto personale della Segretaria di Stato di Clinton Madeleine Albright, durante gli anni ’90, quando era  solo un gangster 30enne. L’UCK è stato sostenuto fin dall’inizio dalla CIA e dal BND tedesco. Durante la guerra del 1999, l’UCK è stata sostenuta direttamente dalla NATO. Nel momento in cui venne assunto dagli Stati Uniti, nella metà degli anni ’90, Thaci aveva fondato il ‘Gruppo di Drenica’, un sindacato criminale del Kosovo con legami con le mafie albanese, macedone e italiana. Un rapporto classificato del gennaio 2007, preparato per la Commissione UE, intitolato ‘VS-Nur fur den Dienstgebrauch‘, venne fatto trapelare ai media. Contiene in dettaglio l’attività criminale organizzata del KLA e del suo successore, il Partito democratico di Thaci.
Nel dicembre 2010, la relazione del Consiglio d’Europa venne pubblicata, il giorno dopo che la commissione elettorale del Kosovo aveva detto che il partito dell’onorevole Thaci aveva vinto le prime elezioni post-indipendenza, e accusava le potenze occidentali di complicità nell’ignorare le attività criminali della cerchia guidata da Thaci: “Thaci e questi altri membri ‘del Gruppo di Drenica’ sono costantemente indicati come ‘attori chiave’ nei rapporti di intelligence sulle strutture della criminalità organizzata della mafia del Kosovo“, dice il rapporto. “Abbiamo scoperto che il ‘Gruppo di Drenica’ ha avuto come capo o, per usare la terminologia delle reti della criminalità organizzata, un suo ‘boss’ nel rinomato politico … Hashim Thaci“. [4]
La relazione afferma che Thaci esercitava un “controllo violento” sul traffico di eroina. Dick Marty, l’investigatore dell’Unione europea, ha presentato il rapporto ai diplomatici di tutti gli Stati membri dell’UE. La risposta è stata il silenzio. Washington è dietro Thaci. [5]
La stessa relazione del Consiglio d’Europa sulla criminalità organizzata del Kosovo accusava  l’organizzazione mafiosa di Thaci di trattare il commercio di organi umani. Figuri della cerchia intima di Thaci, sono stati accusati di aver tenuto dei prigionieri oltre il confine con l’Albania, dopo la guerra, dove si dice che un certo numero di serbi sono stati uccisi affinché i loro reni fossero venduti sul mercato nero. In un caso, rivelato nei procedimenti giudiziari in un tribunale distrettuale di Pristina del 2008, si diceva che gli organi erano stati presi dalle povere vittime in una clinica conosciuta come Medicus, “collegata all’espianto di organi da parte del Kosovo Liberation Army (KLA), nel 2000”. [6]
La questione diventa allora, perché Washington, la NATO, l’UE e annessi e, soprattutto, il governo tedesco, sono così desiderosi di legittimare il distacco del Kosovo? Un Kosovo gestito internamente dalle reti della criminalità organizzata, è facile da controllare per la NATO. Essendo sicuro che uno Stato debole è molto più facile da sottomettere al dominio della NATO. In combinazione con l’Afghanistan controllato dalla NATO, da cui arriva l’eroina, con il Kosovo controllato dal Primo Ministro Thaci, il Pentagono sta costruendo una rete di accerchiamento attorno alla Russia, che è tutto tranne che pacifica.
La dipendenza di Thaci dalle buone grazie degli Stati Uniti e della NATO, assicura che il governo di Thaci farà ciò che gli viene chiesto. Questo, a sua volta, assicura agli Stati Uniti un vantaggio importante, consolidando la propria presenza militare permanente nel strategicamente vitale sud-est Europa. Si tratta di un passo importante nel consolidamento del controllo NATO sull’Eurasia, e fornisce agli Stati Uniti un notevole margine di oscillazione nell’equilibrio di potere europeo. Meraviglia poco che Mosca non abbia accolto con favore la vicenda, così come numerosi altri Stati. Gli Stati Uniti stanno letteralmente giocando con la dinamite, e potenzialmente anche con la guerra nucleare nei Balcani.

F. William Engdahl, è autore di A Century of War: Anglo-American Oil Politics in the New World Order. Collabora con BFP e può essere contattato attraverso il suo sito web Engdahl.oilgeopolitics.net, dove questo articolo è stato originariamente pubblicato.

Note:
[1] RIA Novosti, US to Help Kosovo Join EU NATO: Clinton, 5 aprile 2012.
[2] Rick Rozoff, Pentagon and NATO Complete Their Conquest of The Balkans, Global Research, 28 novembre 2009.
[3] Tom Burghardt, The End of the Affair: The BND, CIA and Kosovo’s Deep State.
[4] The Telegraph, Kosovo’s prime minister ‘key player in mafia-like gang ,’ 14 dicembre 2010
[5] Ibid.
[6] Paul Lewis, Kosovo PM is head of human organ and arms ring Council of Europe reports, The Guardian, 14 dicembre 2010.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Calcoli ed errori del «governo tecnico» Monti

Vignetta di Andrej Fomin

Vladimir Nesterov Strategic Culture Foundation 13.04.2012

Negli ultimi tre anni l’Unione europea ha affrontato la crisi economica più grave della sua storia. Non si tratta tanto di preservare il modello di mercato «socialmente orientato» di cui è stata così fiera degli ultimi trent’anni. La questione è che la malaccorta estensione dell’UE a spese degli Stati post-socialisti, ha frantumato le fondamenta economico-finanziarie dell’Unione, ad ha bloccato i veterani, che non avevano compreso di non essere immuni dai problemi economici…
La Grecia oggi è di fronte a un default. E’ ancora chiamato tecnico, ma non rende la vita più facile alla maggior parte della popolazione del paese. E ci sono paesi più grandi, che si profilano dietro la Grecia. Nouriel Roubini, l’economista che aveva previsto la crisi attuale, dice: «Spagna e Italia potrebbero finire nel mirino». Su cosa basa le sue stime, soprattutto per quanto riguarda l’Italia, che non ha alcuna esitazione a mettere nella categoria della «periferia» dell’UE?
Il debito pubblico in Italia ha raggiunto il livello record di 1.935 milioni di euro nel gennaio 2012, come la banca centrale italiana ha annunciato il 15 marzo. E’ aumentato di 37,9 milioni di euro dal dicembre 2011. Il 2011 ha portato il debito pubblico a oltre il 120,1% del Prodotto nazionale lordo (PNL).  Secondo la Banca centrale, il debito cresce insieme con le spese di servizio.
Entro la fine dello scorso anno, i mercati europei hanno praticamente perso ogni fiducia nella capacità della leadership italiana nel risolvere il problema più acuto, adempiere agli obblighi sul debito sovrano, determinando le dimissioni di Silvio Berlusconi. Lo spread tra titoli italiani e bund tedeschi è sceso sotto l’importante soglia psicologica di 500 punti, per la prima volta nella storia. I rendimenti dei titoli italiani sono saliti al 6,9%, superiori di tre volte la redditività dei titoli tedeschi.
Nessuno osa prevedere cosa succederà domani. Soprattutto tenendo conto del fatto che le consegne di petrolio dall’Iran all’Italia sono terminate. Le sanzioni dell’Unione europea dovrebbero finire il 1° luglio, ma sapendo che Cina, India e  Giappone non vi hanno aderito, l’Iran ha deciso di anticpare le mosse. Di conseguenza, alcuni paesi, Italia compresa, affrontano momenti difficili. Il petrolio proveniente dall’Iran copriva il 30% delle importazioni italiane. Il risultato è stato l’alto prezzo della benzina, che a marzo è aumentata a € 1,96 al litro, in media, in tutto il paese. Il prezzo del diesel è cresciuto a oltre € 1,8. Dallo scorso dicembre alla Pasqua, il prezzo della benzina ha superato il livello psicologicamente importante dei 2 euro al litro.
L’aumento dei prezzi dei carburanti avrà conseguenze drammatiche per i trasporti, l’88% di essi avviene sulle strade. Sarà difficile per gli agricoltori, perché i costi di produzione salgono insieme alle spese per il carburante per i trasporti; in media il 19% dall’inizio di quest’anno.
Inoltre, l’aumento del prezzo del carburante è il principale fattore a determinare l’inflazione nel paese. Il costo del paniere minimo del consumatore italiano è cresciuto del 4% a febbraio, rispetto all’indice medio annuo. Ha superato il record degli ultimi cinque anni, insieme al tasso di inflazione generale del 3,3%.
Non sarà una sorpresa se, nelle condizioni attuali i rendimenti obbligazionari italiani saliranno al 7% tra uno o due mesi. Sullo sfondo del debito pubblico in crescita, ciò significherà il collasso finanziario, perché i mercati dei prestiti semplicemente chiuderanno. Chi avrebbe creduto nella capacità dell’Italia di pagare il servizio dei debiti di tale percentuale, e senza nemmeno parlare di pagarlo? Nel frattempo, secondo le stime degli esperti, l’Italia dovrà prendere in prestito oltre 200 miliardi di euro in più nel 2012.  Avrà anche da riscattare 91 miliardi di euro di debiti preferenziali, entro la fine di aprile.
Le misure adottate dal «governo tecnico» di Mario Monti, salito al potere a dicembre al posto del governo di Silvio Berlusconi, non sembrano portare a risultati positivi. Al contrario hanno solo esacerbato la situazione. La recessione continua, l’economia si sta convertendo in una sorta di ristretta «pelle di zigrino». Il 12 marzo, l’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) italiano ha riportato che il PIL nazionale si è ridotto, nel IV trimestre del 2011, dello 0,7% rispetto al III trimestre, e dello 0,4% in termini annuali. La flessione della domanda interna dei consumatori contribuisce alla crisi. La spesa dei consumatori, nel IV trimestre, è scesa dello 0,7% in termini trimestrali, e del 1,2% in termini annuali. Gli investimenti nell’economia, di conseguenza, sono diminuiti del 2,4% e 3,1%. Le previsioni del 2012 non sono di certo troppo rosee. La Commissione europea prevede che l’economia diminuirà dell’1,3%.

«Manovra finanziaria» contro società
Le misure adottate dal governo di Mario Monti, definite «manovra finanziaria», sono volte a risparmiare 33 miliardi di euro nei prossimi tre anni. Hanno un evidente orientamento anti-sociale. I critici della «manovra finanziaria» hanno notato subito che presupponeva un aumento del carico fiscale su tutti i cittadini, e delle misure minime per creare incentivi per la crescita economica.
Le misure includono anche la reintroduzione di una tassa sulla proprietà della prima casa, che era stata abolita nel 2008, che andrà a comporre lo 0,4% sulla prima casa e lo 0,75% sulle seconde case e le altre. La misura prevede solo la riduzione di 50 euro di sconto per ogni figlio, fino all’età di 26 anni. Inoltre, uno 0,76% fiscale su beni immobili esteri, auto di lusso, yacht e aerei privati deve essere introdotto. Accise sulle sigarette e IVA saliranno di molto.
Una delle decisioni più dure è l’aumento dell’età pensionabile per uomini e donne. Secondo il governo, il piano prevede che l’età pensionabile maschile debba essere di 66 anni, quella femminile 62 anni, a partire dal 2012. Dal 2018 l’età pensionabile sarà 66 anni anche per le donne. Non ci vorranno meno di 42 anni e un mese per un uomo e 40 anni e un mese per una donna, di lavoro, per avere diritto alla pensione. Coloro il cui importo complessivo annuo delle pensioni supera i 200.000 euro, dovranno pagare il 15% della cosiddetta «tassa di solidarietà».
Oltre a ciò, il governo di Mario Monti ha attaccato l’articolo 18, che è  considerato il principale vantaggio sociale dei cittadini degli ultimi quaranta anni. L’articolo limita i diritti dei datori di lavoro nel licenziare i dipendenti che hanno un contratto a tempo indeterminato, garantendo la sicurezza  del posto di lavoro. Monti ed i suoi ministri lo trovano un peso sul mercato del lavoro, che impedisce la rotazione e l’occupazione dei giovani. E’ bello assumere giovani. Ma cosa faranno i lavoratori di 40-60 anni che hanno bisogno di sfamare le loro famiglie? Questo è ciò di cui Mario Monti e i suoi ministri «competenti» non si preoccupano.

La voglia di protesta è in aumento
La «manovra finanziaria» ha dovuto affrontare una dura, anche se scoordinata, resistenza dalla maggior parte della società. Alla fine di gennaio i camionisti di tutta Italia sono scesi in sciopero. Hanno bloccato alcune strade centrali, paralizzando l’intero paese. Le fabbriche FIAT si sono fermate, Napoli affronta il problema dello smaltimento dei rifiuti ancora una volta, gli alimentari sugli scaffali dei negozi della Sicilia si sono svuotati. L’isola era anche rimasta benzina e la mafia locale ne aveva approfittato.
Poi i tassisti hanno fatto un grande sciopero facendo soffrire i turisti. Poco dopo, anche il personale degli aeroporti romani di Fiumicino e Ciampino, i lavoratori ferroviari e regionali dell’Alitalia-CAI e i dipendenti della compagnia aerea Meridiana, hanno fatto uno sciopero nazionale. Sono stati seguiti dai farmacisti, avvocati, notai e dai lavoratori delle stazioni di servizio.
Un’altra manifestazione NO TAV, il 29 febbraio, è diventata una vera e propria tragedia. L’evento era volto a protestate contro la prevista costruzione di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino e Lione. In Piemonte, i manifestanti hanno bloccato le strade e incendiato automobili. E’ finita tra gli scontri con i poliziotti, che hanno dovuto ricorrere al lancio di gas e ai getti d’acqua. Come riportano i media italiani, cinque uomini erano rimasti feriti.

La disoccupazione, divisione tra colpa e colpevole
La situazione sta peggiorando. La disoccupazione è in aumento. Nulla dice che calerà con la recessione. A gennaio la disoccupazione è salita al 9,2%. E’ il tasso più alto degli ultimi 11 anni, secondo i dati ISTAT. Nel dicembre 2011 la disoccupazione era all’8,9%, nel gennaio dello scorso anno all’8,1%. Il numero dei disoccupati è salito a 2,29 milioni.
La cosa più pericolosa per il paese è il rapido incremento della disoccupazione tra i giovani, fino al 31,1%. Quasi uno giovane italiano su tre è senza lavoro. Ciò vuol dire che è impossibile lasciare i genitori e avere una famiglia propria. Il numero di queste persone di età inferiore a 35, è 1,1 milioni.  Diventa un problema di sicurezza nazionale. È certo difficile pretendere che la pace sociale prevalga in Italia nel prossimo futuro.
E’ interessante notare che la piccola e parte della media borghesia si sono unite alle proteste. Per aumentare le entrate fiscali, il governo esige che ogni imprenditore, anche il più piccolo, debba emettere assegni. A cosa porterà ciò?
Il giornale Legno Storto risponde. Dice: «I media principali, gli infiniti programmi televisivi… servono a distogliere il malcontento pubblico dai veri colpevoli, i politici, i burocrati, i manager, e ad iniziare una guerra tra poveri. Gli alimentari e i panificatori sono i nemici. E ci sono persone che ci credono. Creano siti web e pagine Facebook per denunciare chi non emette assegni (scontrini? NdT). Non hanno alcuna idea del perché i commercianti lo facciano?  Pensano che i commercianti debbano pagarsi la loro quarta auto, mentre agiscono per evitare di pagare la tassa al 70% di un altro prestito bancario (che nessuno vuole dargli). E’ una questione di sopravvivenza ad ogni costo, perché non hanno altro che le loro imprese. Parlando di yacht, non è così difficile trovare i loro proprietari. Il lusso è una cosa ovvia. Nessun servizio anticrimine è necessario per vedere ciò di cui non è chiara la provenienza..
Eppure, non importa l’intensità e la scala delle proteste di massa in Italia, esse non rappresentano una minaccia grave per Monti. Sembra che il destino dell’Italia non sarà deciso a Roma. Dipende principalmente dalla situazione nella zona euro e nell’UE in generale. Se Berlino continuerà a cercare di salvare l’euro, l’Italia ha il poco invidiabile destino di una periferia europea gravata da nuove tasse, dai prossimi Monti e da proteste separate.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Unione Eurasiatica e stabilità geostrategica della Russia

Jurij Andreev Strategic Culture Foundation 19.01.2012

L’alto stratega della politica estera e russofobo fanatico Zbigniew Brzezinski aveva dato una indicazione, quando ha scritto ne La Grande Scacchiera: la supremazia Americana ed i suoi imperativi geostrategici, che “la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. La Russia senza Ucraina può ancora lottare per lo status imperiale, ma sarebbe poi diventata uno stato imperiale prevalentemente asiatico“, ma tuttavia sotto la pressione permanente delle repubbliche dell’Asia centrale e della Cina. Aveva anche sottolineato molto opportunamente che in e “Tuttavia, se Mosca riprende il controllo dell’Ucraina, con i suoi 52 milioni di abitanti e le sue importanti risorse, così come l’accesso al Mar Nero, la Russia riacquisterà di nuovo automaticamente i mezzi per diventare un potente Stato imperiale, che copre l’Europa e l’Asia“.
In altre parole, la Russia non può realisticamente sperare di raggiungere la stabilità geostrategica, a meno che non riesca a controllare l’Ucraina. Di conseguenza, il compito di ostacolare le sinergie tra i due paesi occupa un aspetto significativo dell’agenda della politica estera di Stati Uniti e Unione europea. L’articolo d’opinione del premier russo Vladimir Putin, pubblicato sulle Izvestija nel 2011 – “Un nuovo progetto di integrazione per l’Eurasia: il futuro in divenire” – dove si propone la costruzione di una unione eurasiatica nello spazio post-sovietico, semplicemente è finito sotto il tiro dell’Occidente, come quando Putin suggerisce un’alleanza tra Russia, Ucraina e Bielorussia, in cui il Kazakistan e le altre repubbliche della ex Unione Sovietica sarebbero le benvenute.
E’ chiaro che l’Occidente non lesinerà gli sforzi per evitare che il progetto si concretizzi, e la tattica di Bruxelles, dietro la zona di libero scambio e di associazione con l’Ucraina, riflette questo ampio approccio. Kiev affronta le valanghe di critiche per l’arresto dell’ex premier ucraina Julija Tymoshenko, e gli attacchi contro l’Ucraina dell’attuale leader di V. Janukovich a volte confinano con le minacce dirette ma, per ragioni molto più profonde, i capitani dell’UE sono pronti a siglare un accordo di associazione con il paese, dispensare le promesse dell’Eurointegrazione alla sua leadership o anche – in un lontano futuro – una vera ammissione dell’Ucraina nell’Unione europea, solo per assicurarsi che i processi di unificazione all’interno della comunità degli stati slavo-orientali (e, potenzialmente, di un ulteriore passo nello spazio post-sovietico) subiscano un brusco stop.
E’ un aperto segreto che l’Ucraina sia la chiave per l’attuazione di una serie di piani geostrategici occidentali. Viene offerto l’inizio della preparazione all’adesione nella NATO, e le circostanze come quella in cui la costituzione ucraina dichiarato il divieto di fusione con dei blocchi militari o l’esistenza della base navale russa nella città ucraina di Sebastopoli, non sembrano rendere impossibile estendere l’invito. Di fatto, la NATO sta coltivando relazioni con la Georgia post-sovietica, indipendentemente da simili ostacoli giuridici.
A mio parere, l’integrazione dell’Ucraina nella NATO sarebbe letta come un casus belli per l’Europa.  Secondo l’accordo, il mondo si troverebbe solo a un paio di passi da un conflitto potenzialmente globale, il primo passo è il dispiegamento delle basi NATO in Ucraina, il secondo – l’entrata in gioco dei fattori legati al conseguente inaudito accorciamento del tempo necessario ai missili degli Stati Uniti per raggiungere gli obiettivi cruciali in Russia. Promesse, assicurazioni o garanzie giuridiche di qualsiasi tipo non contribuirebbero a dissipare le preoccupazioni di Mosca, considerando che le guerre iniziano sempre in violazione del principio dei pacta sunt servanda. A proposito, ho tenuto una conferenza sul tema in una conferenza internazionale ospitata dalla sede della NATO di Bruxelles, negli anni ’90, che ovviamente aveva attirato una notevole attenzione al momento. Vedendo la sua capacità di difesa seriamente erosa e quindi lasciata incapace di poter rispondere a un attacco con una ritorsione strategia, la Russia avrebbe potuto o passare al lancio dei missili su allarme o, a causa della brevità del tempo di preavviso, oppure ampliare la sua dottrina fino al punto di abbracciare gli attacchi preventivi. Gli attacchi  non dovevano essere necessariamente nucleari, ma l’intera situazione si sarebbe automaticamente trasformata nel prologo di un conflitto armato. Questo è il motivo numero uno per cui l’adesione alla NATO dell’Ucraina alimenterebbe dei rischi estremi e recherebbe lo spettro di una catastrofe globale.
L’Unione europea tende a concentrarsi sulle questioni economiche, sociali e culturali, e in Ucraina le posizioni in campo oscillano visibilmente mentre Kiev tenta di strappare vantaggi contemporaneamente sia in Occidente che in Oriente. Il 18 ottobre 2011, l’Ucraina firmava a San Pietroburgo un trattato per la  zona di libero commercio, il cui elenco dei firmatari comprende attualmente otto repubbliche post-sovietiche, con altri 3 candidati – l’Azerbaigian, il Turkmenistan e l’Uzbekistan – in attesa. Il trattato è entrato in vigore con grandi limitazioni e non si applica alle materie prime come petrolio, gas naturale, metalli e zucchero, ma un piano per ampliare il campo di applicazione l’accordo è già sul tavolo.
In generale, l’integrazione economica post-sovietica si muove con grande difficoltà e con sospensioni ricorrenti. La più semplice parte iniziale del processo – l’istituzione di una zona di libero scambio – esemplifica completamente la tendenza. Sommariamente, la zona è stata creata nel 1994, ma le legislature dei partecipanti non sono riuscite a ratificare l’accordo corrispondente. Anche se un nuovo accordo è stato firmato solo nel 2011, deve ancora nascere l’idea che una zona di libero scambio riguarda il commercio senza dazi e in sostanza null’altro. L’unione doganale formata da Russia, Bielorussia e Kazakistan (e che il Kirghizistan sta guardando in questo momento) è la naturale fase successiva del processo, in quanto implica politiche tariffarie comuni dei suoi membri nei confronti di paesi terzi, oltre che l’abolizione di fatto delle frontiere interne. Uno spazio economico comune con i suoi membri che sincronizzano una vasta gamma di loro strategie economiche e politiche e che, possibilmente, optano per una valuta comune, dovrebbe essere la forma più avanzata di integrazione da attuare.
L’unione doganale e lo spazio economico comune dovrebbero, idealmente, essere supervisionati da istituzioni sovranazionali. Una volta che queste istituzioni sono operative, il processo di integrazione può essere aggiornato per includere la creazione dell’unione eurasiatica descritta nell’articolo di Putin dell’ottobre 2011. I leader degli altri paesi hanno contribuito al dibattito: A. Lukashenko della Bielorussia, in un articolo intitolato “il destino della nostra integrazione” e N. Nazarbayev, ne “L’Unione euroasiatica: dal concetto alla storia del futuro“. Lukashenko, si deve notare, esprime ne “il destino della nostra integrazione” una visione a cui i suoi colleghi di tutto lo spazio post-sovietico potrebbero facilmente identificarsi: uguali diritti, il rispetto della sovranità nazionale e l’inviolabilità delle frontiere, sono gli unici principi plausibili su cui può essere costruita l’integrazione.
La domanda naturalmente che sorge nel contesto è quale ruolo viene adottato dall’Ucraina nella dinamica di cui sopra. Il paese era sulla lista degli ipotetici partecipanti quando Putin aveva precisato l’ordine del giorno per lo Spazio economico comune nel 2003, ma Kiev ha scelto di tenersi alla larga dal progetto. Il 18 ottobre 2011, l’Ucraina ha siglato un accordo sulla zona di libero scambio cui 11 repubbliche post-sovietiche – tutte, tranne la Georgia – probabilmente lo rispetteranno. Mosca farebbe bene a coltivare le sue relazioni con Kiev all’interno di una sequenza di alleanze che implichi sempre una più stretta integrazione economica. Senza dubbio, gli interessi economici delle parti coinvolte sono una base adeguata per il processo. L’Ucraina ha lo status di osservatore nella Comunità economica eurasiatica, inoltre ora è uno dei firmatari dell’accordo di libero scambio, il gradualismo ragionevole promette progressi notevoli nel lungo periodo. Gli accordi di libero scambio o di associazione con l’UE dell’Ucraina, se passano  nonostante la persistente crisi sistemica in Europa, non dovrebbero impedire alla Russia di interrompere il piano di portare l’Ucraina nell’orbita dell’integrazione post-sovietica. Inoltre, Mosca dovrebbe continuare a lavorare con l’Ucraina mantenendo questo obiettivo tra le priorità di politica estera della Russia, e i progressi fondamentali in questa direzione sarebbero immensamente superiori agli esigui guadagni come i vari tipi rilassati di commercio di materie prime.
Vi è tuttavia un fattore importantissimo che deve essere incorporato nel calcolo geostrategico di Mosca – e cioè le relazioni tra la Russia e la Cina. Senza dubbio, per la Russia la Cina è già un partner importante in una serie di strutture esistenti – la Shanghai Cooperation Organization e il BRIC, in particolare – ma la mia impressione è che la visione in politica estera di Mosca resta sotto l’incantesimo dell’Europa (questo squilibrio appare particolarmente inopportuno a seguito della svolta verso l’Asia degli Stati Uniti, prescritta dalla nuova dottrina militare di Washington). Anche il testo di Putin dice che l’unine eurasiatica dovrebbe essere “una parte essenziale della Grande Europa“, ma è anche vero che il pertinente rischio di un eccesso di dipendenza dall’Europa a scapito dell’Asia, non può essere scontato.
Sarebbe un grosso ignorare l’importanza della Cina per la sicurezza geostrategica della Russia. A questo proposito, vorrei rivedere la proposta russa di un trattato di sicurezza europea, ribadendo il mio suggerimento di vederlo rinforzato e trasformato in un trattato di sicurezza eurasiatica, con l’ascesa della Cina debitamente presa in considerazione. Il compito a lungo termine di chiarire la dimensione del trattato di difesa andrebbe ad integrare le interazioni in corso all’interno della Shanghai Cooperation Organization e del BRICS, soprattutto perché il primo è un sistema prevalentemente economico e il secondo una entità alquanto casuale.
Lo sviluppo e l’approfondimento del partenariato strategico con la Cina, insieme agli sforzi per convincere l’alleata Ucraina (e con la necessaria attenzione della Russia verso la Bielorussia e gli altri alleati) aiuterebbe la Russia a mantenere la sua stabilità geostrategica al punto che il paese sarebbe completamente immune alle invettive sparate da McCain e dai suoi simili.

La ripubblicazione è gradita con riferimento rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

CIA / Soros inviano denaro ai manifestanti russi attraverso la Georgia

Wayne Madsen Opinion-maker 22 dicembre 2011

WMR ha appreso da una fonte dell’intelligence europeo orientale che la CIA, l’MI-6 inglese e George Soros, che ora operano per conto della famiglia Rothschild, inviano denaro ai movimenti di protesta russi attraverso la Repubblica di Georgia.
La rivoluzione “a tema” in stile Soros per la Russia è chiamata “Rivoluzione Bianca” o “Rivoluzione di neve“, dal colore bianco che è stato scelto come tema per la tentata rivolta russa. Forse non a caso, l’armata bianca era anche il nome delle forze anti-bolsceviche composte da fedelissimi zaristi supportati da truppe inglesi, francesi, statunitensi, giapponesi e ceche, che dal 1917 al 1922, tentarono di invadere la Russia e ripristinare lo stato zarista. L’Armata Bianca invase la Russia da Polonia, Lituania, Caucaso e Siberia.
I media occidentali si beffano del Primo Ministro russo, per aver suggerito, nel corso di una intervista televisiva, che quando ha visto i manifestanti a Mosca indossare fiocchi nastri bianchi, pensava che indossassero dei preservativi. Putin ha detto, “ho pensato che fosse propaganda contro l’AIDS, che questi erano, mi perdoni, penzoloni contraccettivi. … Non avevo veramente capito. … Ma nel complesso, il mio primo pensiero era che questo fosse un bene, che le persone si battono per uno stile di vita sano.” Putin ha detto che non riusciva a capire perché la gente srotolasse un preservativo (Gandon) prima di appuntarselo al petto.
Infatti, Putin, un veterano del KGB, segnalando lo smantellamento della rete dell’Occidente in Russia e nei paesi limitrofi, si dimostrava consapevole di come i manifestanti stiano ricevendo i loro finanziamenti dall’Occidente, tra cui Soros, l’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) – l’organo principale per i finanziamenti della CIA – e MI-6. Time magazine e altri media aziendali stanno cercando di ritrarre Putin come un insensibile per il suo commento su preservativi e nastri bianchi di protesta, ma la sua risposta alla domanda postagli, era un messaggio diretto a Washington e a Londra, di aver preso atto degli sforzi di destabilizzazione condotti dai servizi segreti occidentali di concerto con Soros e il governo della Georgia.
Una parte del denaro stanziato per prevenzione dell’HIV/AIDS in Georgia dall’USAID, è stato deviato verso i gruppi dissidenti russi, secondo la nostra fonte di intelligence europea orientale. Il 10 dicembre, l’ambasciatore statunitense in Georgia, John Bass, aveva partecipato a una cerimonia mondiale del World AIDS Day a Tbilisi, assieme alla First Lady Georgia Sandra Roloefs, la moglie olandese del presidente georgiano Mikheil Saakashvili. Roloefs è da lungo tempo associata ed una operativa di Soros fin dai suoi giorni alla Columbia University. La Fondazione SOCO a Tbilisi, che sostiene di diritti riproduttivi delle donne, è stata fondata dalla Roloefs e riceve finanziamenti da Soros. Convenientemente, il conto bancario della SOCO è presso la Banca ABN AMRO di Terneuzen, Paesi Bassi, città natale della Roloef.
I soldi dell’USAID per i dissidenti russi vengono incanalati attraverso il ministero della pubblica istruzione georgiano. Il ministro georgiano della pubblica istruzione, Dmitrij Shashkin, aveva anch’egli partecipato alla cerimonia di Tbilisi, fornendo la copertura per il programma di aiuti occulti ai dissidenti russi. La Georgia è diventato il nesso per gli aiuto degli Stati Uniti all’opposizione russa che cerca di spodestare Putin. A marzo, la Georgia aveva sponsorizzato, assieme ai fondi di CIA, Soros e MI-6, una conferenza dal titolo “Nazioni Nascoste, Crimini Continui: I Circassi e il popolo del Caucaso settentrionale tra passato e futuro.” Georgia e i suoi alleati CIA, Soros e l’intelligence britannica, incanalano denaro e altre forme di sostegno al secessionismo delle minoranze etniche in Russia, tra cui circassi, ceceni, ingusceti, balcari, cabardini, abaza, tartari, talysh e cumiachi.
L’UE, inoltre, invia denaro per conto dei servizi di intelligence europei, tra cui l’MI-6, ai gruppi di dissidenti russi attraverso sovvenzioni alle organizzazioni non governative georgiane. Il denaro passa dalla Commissione per l’allargamento e la politica europea di vicinato dell’UE, il cui capo è Stefan Fule, un diplomatico ceco che è stato ambasciatore ceco a Londra e nella NATO, e che ha partecipato all’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali durante l’era sovietica, e ha stabilito numerosi contatti che ora sono attivi nell’attuale movimento anti-Putin.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Verso l’Eurasia!

Alexandre Latsa RIA-Novosti 26/10/2011
L’opinione dell’autore non coincide necessariamente con la posizione di RIA-Novosti.

La settimana scorsa, ho scritto un forum in cui ho sostenuto che l’Europa occidentale farebbe bene a lasciare il girone atlantista per costruire un’alleanza economica e politica con il blocco europeo orientale,  creandola intorno all’alleanza doganale Russia/Bielorussia/Kazakistan. Penso che per una Unione Europea indebitata, i crisi di espansione e fortemente dipendente sul piano dell’energia, questo approccio potrebbe fornire nuovi mercati di esportazione, sicurezza energetica, potenziale di crescita economica  importante e anche una nuova visione politica.
Dopo la pubblicazione di questo testo, uno dei miei lettori, David, mi aveva inviato il seguente commento: “Non riesco a capire che cosa la vostra unione eurasiatica potrebbe fare con l’Unione Europea (…) Vedi l’Europa arrivare in Kazakistan?”
La domanda di David è fondamentale, a mio parere. La prima risposta che voglio dargli è questa: l’Europa non è l’Unione europea, il cui ultimo allargamento risale al 2004, e sapendo che nessun ulteriore allargamento  è seriamente preso in considerazione, fino ad oggi. Lo spazio europeo ha 51 Stati e l’Unione europea  ha solo 27 membri. L’UE non è a mio parere, in alcun modo una finalità, ma un passo nella costruzione di una grande Europa continentale, da Lisbona a Vladivostok , una Europa per sua natura eurasiatica, poiché geograficamente presente in Europa e in Asia.
Le discussioni sui limiti dell’allargamento dell’Unione europea hanno portato a delle contraddizioni: la Russia non sarebbe l’Europa si può spesso leggere, mentre in genere, gli stessi commentatori, Ucraina, Bielorussia e Turchia dovrebbero al contrario integrarsi all’Europa. Bisognerebbe davvero spiegare perché la Russia non è europea, mentre l’Ucraina, la Bielorussia o la Turchia sì. Oggi, né l’UE a 27, in stato di quasi fallimento, o la Russia da sola, tuttavia, hanno la forza ed i mezzi per far fronte ai giganti come l’America in declino, o i due giganti del  futuro, India e soprattutto Cina, praticamente certa di diventare la prima potenza mondiale in questo secolo. La Russia, come gli Stati europei occidentali, sono ora ognuno impegnato, a sua volta, in una politica di alleanze per rafforzare le loro posizioni regionali e la loro influenza globale.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, l’estensione verso est dell’Unione europea sembrava inevitabile. Questa estensione, insieme ad una espansione della NATO, è stato fatto in uno spirito di scontro con il mondo post-sovietico. Ma la rinascita della Russia negli ultimi anni e lo shock finanziario del 2008, hanno seriamente cambiato la situazione. La terribile crisi finanziaria affrontata dall’Unione europea è forse la garanzia più assoluta che l’Unione europea non si espanderà più, lasciando alcuni paesi europei sulla soglia, l’Ucraina in testa. Andrej Fedjashin lo ricordava a pochi giorni fa: “In questo momento di crisi, poche potenze europee pensano alla possibile adesione all’UE di un altro paese povero della periferia orientale (Ucraina …) Per di più, l’estensione a un paese di quasi 46 milioni di persone, che conosce una costante crisi politica ed economica“.
Quanto alla Russia, appartenente alla famiglia europea, sarebbe ingenuo pensare che la ricostruzione non passi tramite il massimo consolidamento delle relazioni con gli Stati del vicino estero, vale a dire, dello spazio post-sovietico, nella logica dell’Eurasia.
Mentre l’Europa occidentale è attualmente utilizzato come testa di ponte dell’America, che impone un vero e proprio scudo di Damocle con lo scudo missilistico, è tempo di prendere in considerazione una collaborazione tra Europa e spazio post-sovietico, e di concentrarsi su ciò che sta accadendo a est, intorno alla nuova unione doganale guidata dalla Russia. La scorsa settimana è stata ricca di eventi di grande importanza. La recente condanna della musa della rivoluzione arancione a sette anni di prigione, probabilmente ha contribuito ad allontanare l’Ucraina dall’Unione europea e ad avvicinarla un po’ di più all’unione doganale animata dalla Russia. Mentre il presidente russo è stato in Ucraina la scorsa settimana, l’Unione europea ha annullato un incontro con il presidente ucraino, anche se le discussioni sulla creazione di una zona di libero scambio con l’Ucraina erano in corso. Allo stesso tempo, gli 11 Stati della CSI (Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Moldova, Uzbekistan, Russia, Tagikistan, Turkmenistan e quindi l’Ucraina) hanno firmato l’accordo sulla creazione di una zona di libero scambio. Lo stesso giorno, il primo ministro Mykola Azarov ha detto che l’Ucraina sta valutando l’adesione all’Unione doganale Russia-Bielorussia-Kazakistan, non ritenendo una contraddizione la potenziale appartenenza a queste due aree di libero scambio.
Più a est, da Mosca è arrivata la grande scossa del Primo Ministro Vladimir Putin, che ha annunciato la plausibile creazione dell’unione eurasiatica per il 2015. Il Primo Ministro ha ricordato per il resto, che la cooperazione all’interno della Comunità Economica Eurasiatica (CEEA) era la priorità assoluta per la Russia. Questo progetto di unione eurasiatica si basa sull’Unione doganale in vigore con la Bielorussia e il Kazakistan, a cui possono unirsi tutti gli Stati membri della Comunità Economica Euroasiatica. Il Kirghizistan (unione doganale) e Armenia (unione eurasiatica) hanno infatti già dichiarato il loro sostegno ai progetti di integrazione eurasiatica.
L’organizzazione attualmente al centro del continente eurasiatico, non è solo economica o politica, ma è anche militare; nel 2001 con la creazione di una struttura di cooperazione militare eurasiatica: l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. Questa organizzazione è composta da sei membri permanenti: Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. India, Iran, Mongolia e Pakistan sono membri osservatori, mentre lo Sri Lanka e Bielorussia hanno lo status di partner.  La SCO riunisce così ora 2,7 miliardi di persone.
Quest’anno, l’Afghanistan ha chiesto lo status di osservatore mentre la Turchia (seconda potenza militare della NATO) , ha chiesto di aderire completamente all’organizzazione. Stati arabi come la Siria, l’anno scorso hanno anche espresso il loro interesse per la struttura. Ora possiamo legittimamente chiedere quando è che gli Stati europei decideranno di unirsi alla SCO, per completare questa integrazione continentale.
Questo cambiamento riflette il passaggio globale inevitabile al mondo multipolare, che non sarà più sotto il dominio occidentale. Per gli europei occidentali, è tempo di guardare ad est del loro continente. Il nuovo centro eurasiatico, organizzato intorno alla Russia, è probabilmente il più promettente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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