Venezuela: sconfitto il tentativo di colpo di Stato

L’ex presidente Lula critica le interferenze degli Stati Uniti nelle elezioni venezuelane
Thierry Deronne, Ciudad Caracas Info, Caracas, 17-18 aprile 2013 – Venezuela Infos

534321Come sappiamo, alle prime ore dell’annuncio della vittoria del bolivariano Nicolas Maduro, gli attivisti dell’ex candidato di destra Capriles Radonski (1) obbedendo ai suoi ordini, scendevano in piazza per scatenare la loro rabbia. Conclusione: otto cittadini uccisi, tra cui due destinatari della Grande Missione degli Alloggi, residenti in un comune di destra (Baruta) e 63 feriti, mentre le sedi del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), dei Centri di salute integrali, dei media comunitari, la sede regionale del Consiglio Nazionale Elettorale e le case dei funzionari governativi sono stati attaccati e bruciati. Questa violenza razzista ha beneficiato della compiacenza dei media privati venezuelani, maggioritari in Venezuela, che occultano le vittime (2), e dai loro relè mediatici internazionali, come durante il golpe contro il presidente Zelaya (in Honduras) del 28 giugno 2009 e il golpe contro Hugo Chavez del 12 aprile 2002.
A livello nazionale, una frangia di elettori di Capriles si è smarcata dalla sua strategia omicida, già usata durante il colpo di Stato del 2002, e ha espresso la propria indignazione per gli assassini (3).  In ogni caso, la maggioranza della popolazione non l’ha seguito, proseguendo le attività quotidiane o mobilitandosi pacificamente per difendere il verdetto delle urne. I consulenti mediatici di Capriles  avevano cercato, in questi mesi, di rifargli un nuovo look sociale e democratico, imitando la rivoluzione chavista e rinnovandosi da “Lula venezuelano” che manterrebbe le missioni sociali, arrivando persino a ringraziare i medici cubani. Questa cosmesi è ormai distrutta e il candidato neoliberista sembra rendersene conto annullando le nuove manifestazioni. Continui rapporti  suggeriscono che ora Radonski abbia intenzione di montare un “auto-attentato” per continuare ad alimentare i media internazionali. Mentre denuncia la “frode” davanti le telecamere di tutto il mondo, non ha impugnato né chiesto il riconteggio dal Centro Nazionale Elettorale. È il CNE che l’ha deciso il 18 aprile, estendendo il controllo sul 54% dei seggi (una verifica statistica già sufficiente e di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altro Paese), al restante 46%. L’elezione è stata convalidata dagli osservatori internazionali, tra cui quelli di UNASUR e dell’UNIORE.
A livello internazionale, tutti i governi, dal Brasile alla Russia, dalla Francia alla Cina, hanno pienamente riconosciuto Nicolas Maduro presidente costituzionale del Venezuela (tra cui BRICS, il Movimento dei Paesi Non Allineati, MERCOSUR, UNASUR i cui 12 Paesi latino-americani si riuniscono questo 18 aprile a Lima per sostenere il Presidente Maduro). Gli ultimi alleati della destra venezuelana (OSA e Spagna) sono stati obbligati a seguire la comunità internazionale, riconoscendo la vittoria del candidato bolivariano. Il governo degli Stati Uniti si trova isolato nel suo rifiuto di riconoscere la volontà degli elettori.
Dalla Germania, il presidente ecuadoriano Rafael Correa ha condannato gli atti di violenza perpetrati dalla destra di Capriles Radonski: è sempre la strategia della destra venezuelana con il sostegno di gruppi nazionali e stranieri, per avere un voto serrato, al fine di minare le elezioni e  giocare la carta della destabilizzazione. Evo Morales ha elogiato i “fratelli venezuelani che hanno sventato un nuovo tentativo di colpo di Stato” e ha letto pubblicamente il messaggio con cui il segretario di Stato John Kerry, del governo degli Stati Uniti, ha detto che “il continente latino-americano è il nostro cortile di casa, è fondamentale per noi“. Il presidente boliviano, su questo messaggio fa presagire ulteriori tentativi di colpi di Stato. L’ex presidente Lula, che si è congratulato con Nicolas Maduro, ha detto che quando si svolgono funzioni presidenziali, vi sono cose di cui non si può parlare per diplomazia, ma oggi posso dire che di volta in volta gli Stati Uniti interferiscono nelle elezioni tenutesi negli altri Paesi. Dovrebbero farsi gli affari propri e lasciarci scegliere il nostro destino.
Durante l’inaugurazione del nuovo ospedale pubblico “Cipriano Castro” nello Stato di Aragua, il 16 aprile, il Presidente Maduro ha accusato gli Stati Uniti di finanziare la destabilizzazione della democrazia: “Ho detto al popolo “pazienza”, non ci può essere uno scontro del popolo contro il popolo. Questo è ciò che la destra vuole per giustificare l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela“.  Il nuovo ospedale, situato nella famosa zona di San Vicente, del comune Maracay, abitata per lo più da famiglie della classe operaia, è equipaggiato con le più moderne tecnologie per l’emergenza, la pediatria e la chirurgia. Le cure sono totalmente gratuite. Lo stesso giorno altri due Centri di Diagnosi Integrale sono stati aperti a La Vega (quartiere popolare di Caracas) e nel comune di La Victoria (Stato Aragua). Il CDI di La Vega è il trentottesimo della capitale e resterà aperto 24 ore su 24. Il secondo mette a disposizione degli abitanti sale ospedaliere di terapia intensiva, chirurgia, oculistica, endoscopia, cardiologia, ecografia, radiologia e traumatologia: “E’ la salute nel socialismo, come afferma la Costituzione Bolivariana: un sistema di salute pubblico gratuito, come avevamo scritto da componenti parlamentari nel 1999“, ha detto Maduro, prima di annunciare “misure drastiche per risolvere i problemi del sistema elettrico nazionale” ed avviare “il governo delle piazze“, ascoltando le critiche e le proposte dei movimenti sociali. “Le missioni educative saranno rivitalizzate, lavorando con le amministrazioni locali, la Grande Missione per gli Alloggi, per non conoscerne solo l’aspetto quantitativo, ma anche, sul campo, come migliorarne la qualità“.
Il 19 aprile, prendendo le sue funzioni ufficiali, il nuovo presidente del Venezuela sarà accompagnato da tutti i capi di Stato dell’America Latina e da altri rappresentanti internazionali, oltre alla grande mobilitazione degli elettori bolivariani.

Note:
1.  Sui colpi di Stato in Paraguay e l’Honduras, dobbiamo aggiungere gli elementi finanziati in modo occulto dalle reti di destra (reti criminali collegate alla mafie della droga, ai mercenari stranieri, tra cui salvadoregni e statunitensi, ai paramilitari colombiani legati all’ex-presidente Uribe, ecc.).
2. Il dominio dei media privati in Venezuela
3. Il giornalista Maurice Lemoine ha detto che “il 26 marzo, tre membri della destra, Ricardo Sánchez (supplente di María Corina Machado), Andres Avelino (supplente di Edgar Zambrano) e Carlos Vargas (supplente di Rodolfo Rodríguez), hanno ritirato il loro sostegno a Capriles denunciando l’esistenza di un piano sviluppato dal MUD per rifiutare i risultati della CNE sulle elezioni del 14 aprile, e orchestrare un periodo di violenze nel Paese.” Leggasi “Venezuela, la vittoria del “chavismo senza Chavez”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hugo Chavez lascia un’eredità prodigiosa che non morirà mai

Asad Ismi, Global Research, 4 aprile 2013

408076I grandi leader rivoluzionari non muoiono mai. Sono immortali nei cuori dei popoli che hanno servito. Come Aleida Guevara, figlia del Che Guevara, ha detto: “Mio padre vive in tante popoli“. Così è per Hugo Chavez, il fenomenale presidente socialista del Venezuela morto di cancro il 5 marzo, pianto da milioni di persone in tutto il mondo che l’hanno venerato e ammirato.
Da presidente più popolare del Venezuela, negli ultimi 14 anni le realizzazioni di Chavez sono infinite. Non solo ha trasformato il Venezuela in uno Stato socialista in una notte, ma ha guidato anche la rivoluzione latinoamericana a livello continentale, una rivoluzione che ha liberato 12 Paesi della regione dal dominio imperialista degli Stati Uniti. Questo risultato ha fatto di Chavez un eroe internazionale per i popoli del Sud e del Nord del mondo, che lo guardano come esempio e ispirazione nella loro lotta contro il neocolonialismo occidentale.
Fin dalla sua fondazione, il Venezuela è stato dominato da una ricca élite bianca creola, che regnava sulla povera popolazione a maggioranza indigena, meticcia e afro-venezuelana. Questa élite, sostenuta dagli USA, ha monopolizzato la ricchezza e il potere e tenuto oltre il 50% dei venezuelani nella povertà, anche se il loro Paese era diventato il quinto più grande produttore di petrolio al mondo. Con il sostegno di Washington, la classe superiore venezuelana ha dimostrato di essere una delle più corrotte al mondo, saccheggiando la ricchezza petrolifera del Paese per 40 anni. Quando il popolo protestava, veniva ucciso, come nel massacro del Caracazo del 1989, quando le forze di sicurezza macellarono 3.000 persone. A causa di questa brutale repressione e della povertà imposta, sorse e si diffuse un movimento popolare, eleggendo infine nel 1998 presidente del Paese Hugo Chavez. Chavez poi avviò la Rivoluzione Bolivariana, che si rivelò essere precursore della più grande Rivoluzione Latinoamericana.
Ex colonnello dell’esercito, Chavez veniva da una famiglia povera in parte indigena e in parte afro-venezuelana. E’ stato eletto presidente quattro volte, e con il più ampio margine in 40 anni. Comprese le elezioni regionali, il governo di Chavez ha vinto in 16 elezioni. Determinato a farla finita con ciò che chiamava dominio del “capitalismo selvaggio”, Chavez ha ridistribuito la ricchezza del Venezuela, ha avviato la massiccia espansione dell’assistenza sanitaria e dell’istruzione gratuite, attraverso la riforma agraria e le sovvenzioni pubbliche. Queste riforme sociali fecero arrabbiare gli Stati Uniti che provarono per tre volte a sbarazzarsi di lui; una volta attraverso un colpo di stato fallito, poi fomentando la serrata petrolifera e altri attacchi economici, e poi con un pasticciato tentativo di assassinio. Prima di Chavez, più della metà del popolo del Venezuela viveva in povertà, una cifra che è riuscito a ridurre della metà, prima della morte. Ha creato l’assistenza sanitaria universale e l’istruzione gratuite, aumentando il tasso di alfabetizzazione del Paese al sorprendente 100%. Ha implementato le riforme agrarie e creato supermercati statali tagliando il prezzo degli alimentari del 40%. Prima di questi importanti miglioramenti sociali, il 70% dei venezuelani non aveva accesso alle cure mediche di base, e il 40% era analfabeta. Chavez ha anche aumentato il salario minimo di oltre il 600%, ha ridotto la disoccupazione dal 20% al 6%, ed ha portato il Venezuela al quarto posto nell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite.
La maggiore enfasi della Rivoluzione Bolivariana è stata posta sul miglioramento dell’assistenza sanitaria del popolo venezuelano; il governo di Chavez ha costruito migliaia di nuove cliniche, ospedali e centri diagnostici in tutto il Paese. Il programma di assistenza sanitaria del governo si chiama Missione Barrio Adentro, che significa “all’interno del quartiere.” Questo programma di assistenza sanitaria ha curato 24 milioni di pazienti, su una popolazione di 26 milioni di abitanti. Il programma ha inviato medici nelle baraccopoli urbane e nei villaggi rurali, prima raramente visitati dai medici. Quando inizialmente alcuni medici venezuelani si rifiutarono di recarsi in queste regioni remote, il governo di Chavez assunse 46.000 medici cubani disposti a viaggiare ovunque. Da allora, i medici venezuelani si sono uniti ai loro colleghi medici cubani visitando tutte le comunità isolate. La Missione Barrio Adentro è solo un programma di salute tra i tanti. La Missione Milagro, che significa “miracolo”, ha ridato la vista a circa 300.000 venezuelani. La Missione Gregorio Hernandes si prende cura dei disabili, in precedenza esclusi dal servizio medico. La Missione Sonrisa, che significa “sorriso”, fornisce gratuitamente cure odontoiatriche. La mortalità infantile in Venezuela è stata ridotta da 21 per 1.000 bambini a 13, il terzo tasso più basso in Sud America. Più di cento farmaci vengono distribuiti gratuitamente dal governo, che ha istituito le farmacie agevolate che vendono anche altri farmaci con lo sconto del 40%. Pur garantendo al popolo venezuelano benessere fisico attraverso l’assistenza sanitaria gratuita, la Rivoluzione Bolivariana ne ha liberato le menti attraverso l’istruzione pubblica. In meno di tre anni, le missioni educative del governo Chavez hanno insegnato a tre milioni di venezuelani a leggere e a scrivere, eliminando completamente l’analfabetismo. Ora il Venezuela ha uno dei più alti livelli di alfabetizzazione nel mondo. Le missioni per l’istruzione: Missione Robinson per l’analfabetismo, Missione Ribas per le scuole superiori e la Missione Sucre per le università. Più di 3.000 nuove scuole sono state costruite. Due milioni di bambini hanno raggiunto il sistema educativo, aumentando del 25%. Adulti senza istruzione superiore hanno avuto questo servizio nelle scuole di quartiere. Più di un terzo dei venezuelani è iscritto a scuole superiori e università, e 10 milioni di venezuelani vi studiano oggi. L’effetto di quest’istruzione rivoluzionaria è stato di elevare la coscienza politica di un popolo a lungo tenuto nell’ignoranza e nell’apatia dai suoi sorveglianti capitalisti.
Insieme all’assistenza sanitaria e all’istruzione, la Rivoluzione Bolivariana ha dato al popolo venezuelano terra e cibo. La sicurezza alimentare è stata a lungo un problema cruciale per i venezuelani impantanati nella povertà estrema, prima che Chavez prendesse il potere. Con la Missione Mercal, il governo ha istituito 8.000 supermercati e piccoli mercati sovvenzionati in tutto il Paese, fornendo così cibo a prezzi accessibili a otto milioni di venezuelani, che vi fanno acquisti.  I negozi fanno parte della Corporation dei mercati socialisti o COMERSO, una rete di supermercati sovvenzionati e negozi alimentari di proprietà pubblica. Il governo inoltre ha nazionalizzato la catena dei supermercati Exito. Il programma di riforma agraria del governo Chavez, chiamato Missione Zamora, promuove l’equa proprietà della terra e la sicurezza alimentare. Il settanta per cento delle terre in Venezuela è di proprietà del 3% della popolazione, spesso degli assenteisti. Per questo motivo, il Paese doveva importare il 70% del suo fabbisogno alimentare. La Missione Zamora ha spezzato il latifondo inattivo, avocato i latifondi e ridistribuito 3,4 milioni di acri di terra a 15.000 famiglie di contadini, così come ha impostato 50.000 cooperative con i nuovi proprietari. Questi passaggi hanno incrementato la produzione alimentare e il Venezuela ha iniziato il percorso verso l’autosufficienza alimentare. Come la dottoressa Maria Paez Victor, sociologa venezuelano-canadese, mi spiegò: “Chavez non è solo, il popolo del Venezuela è con Chavez.” L’enorme successo del governo di Chavez si spiega con il fatto che è uno strumento della maggioranza povera del Venezuela, che ha deciso di rivendicare il proprio Paese e le sue risorse. Così, insieme all’assistenza sanitaria, all’istruzione, alla terra e al cibo, la Rivoluzione Bolivariana ha letteralmente dato il potere al popolo e Chavez è diventato il primo governante nella storia del Venezuela ad assicurare la partecipazione dei poveri alla politica. La Costituzione bolivariana, approvata dal referendum nel 1999, dichiara che il Venezuela è una democrazia partecipativa. Per promuovere questo sistema, Chavez ha istituito 35.000 consigli comunali e 130.000 “circoli bolivariani” di base nei quartieri e nei luoghi di lavoro di tutto il Venezuela. Questi circoli hanno contribuito a elevare la coscienza di massa dei poveri per la prima volta, ed i consigli comunali gli hanno dato un potere reale. Questi consigli prendono parte alla nascita di un nuovo Stato. Come Chavez ha dichiarato, “La povertà viene eliminata per dare potere al popolo.
La Rivoluzione Bolivariana prende il nome da Simon Bolivar, che liberò l’America Latina dal colonialismo spagnolo, nel 19.mo secolo. Bolivar voleva unire i Paesi sudamericani, soprattutto per evitare che un altro potere imperiale, gli Stati Uniti, dopo la Spagna, li dominasse. A livello continentale, Chavez è stato il leader più importante della Rivoluzione Latino Americana, integrando economicamente e unendo politicamente i Paesi, eliminando il dominio USA sulla regione. Come il Presidente Chavez ha detto nel 2009, “Un altro mondo è possibile… non solo possibile, ma è necessario… e questo mondo sta nascendo in America Latina e nei Caraibi, oggi.  Oggi, in questa terra di Bolivar, Marti, San Martin, Fidel, O’Higgins, Artigas, Alfaro, viviamo una rivoluzione, una vera e propria rivoluzione.” Chavez ha guidato la formazione di diverse organizzazioni integrative che hanno unificato quasi tutto il continente, tra cui: 1) la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC), un blocco regionale composto da 33 nazioni che comprende tutti i Paesi delle Americhe ad eccezione di Stati Uniti e Canada. Questo raggruppamento è volto a sostituire l’Organizzazione degli Stati Americani dominato dagli USA. 2) l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), l’integrazione di 12 paesi del Sud America basata su un parlamento, un forum presidenziale, una segreteria e un’alleanza militare. 3) l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), un’alleanza commerciale progressista composta da otto Paesi. 4) Banco del Sur (Banca del Sud), una banca per lo sviluppo dell’America latina. 5) Telesur, (la rete televisiva del Sud), e 6) Petrosur (la compagnia petrolifera del Sud). Con CELAC, UNASUR, la Banca del Sud, Petrosur, e ALBA, si crea una economia continentale completamente nuova e dall’orientamento socialista. Questa economia non funziona secondo le regole del mercato capitalista, ma risponde alle esigenze dello sviluppo dei popoli latinoamericani.
Infuriati per l’impressionante progresso delle rivoluzioni bolivariane e latino-americane, gli Stati Uniti e l’élite venezuelana hanno provato, fallendo, ripetutamente a rovesciare Chavez, portando alla espulsione dell’ambasciatore degli Stati Uniti. Come pilastro del neoliberismo e dell’imperialismo, il governo degli Stati Uniti ha rovesciato molti governi in America Latina e in tutto il mondo, per aver tentato di ridistribuire la ricchezza e il potere. Attraverso colpi di Stato, invasioni, omicidi, guerre segrete e coercizione economica (cioè attraverso il terrorismo di Stato), gli Stati Uniti hanno perpetrato il genocidio di circa un milione di latinoamericani fin dal 1950. Il governo di Chavez ha trionfato sull’imperialismo degli Stati Uniti perché ha organizzato il popolo venezuelano difendendo le conquiste della Rivoluzione Bolivariana. Come il Presidente Chavez ha detto nel 2009: “Dieci anni fa, la rivoluzione bolivariana è arrivata in Venezuela, sospinta da un potente movimento popolare, e abbiamo avuto dieci anni di resistenza ad aggressioni, terrorismo e sabotaggio da parte dell’impero degli Stati Uniti, ma siamo qui in piedi, pronti a sopravvivere a più di 100 anni di aggressioni, se dobbiamo“.
Data l’organizzazione di Chavez del popolo venezuelano e il suo successo nel garantirne la partecipazione alla Rivoluzione Bolivariana, la continuazione dei suoi successi incredibilmente progressivi appare sicura. Il suo successore designato, il Vicepresidente Nicolas Maduro, è un chavista convinto e ha chiarito che continuerà le politiche rivoluzionarie del Presidente. Nuove elezioni sono previste per aprile, e Maduro è ampiamente favorito come vincitore. È un lavoratore, un ex autista di autobus e leader sindacale. Ha detto recentemente di Chavez: “Missione compiuta, Comandante! Completamente realizzata: senza che dolore, sacrificio e nemmeno la malattia lo fermassero. Nulla l’ha fermato e nessuno fermerà il nostro popolo. Ora tocca a noi… fateci costruire il socialismo con equità e verità“.

Asad Ismi è corrispondente internazionale del CCPA Monitor. E’ autore del documentario radiofonico “La Rivoluzione Latino Americana“, trasmesso da 40 stazioni radio, raggiungendo un pubblico globale di circa 33 milioni di persone. Questo articolo è il 18.mo di una serie sulla rivoluzione latino-americana. Per le sue pubblicazioni, visitare Asad Ismi.ws.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Morto Chavez, Evo Morales è nel mirino della globalizzazione

Vicky Pelaez RIA Novosti 31/03/2013 – LaHaine

COP15-Bolivian-President--001Quanto è facile istigare la gente… Ma quanto è difficile guidarla
(Rabindranath Tagore, 1861-1941)

L’ordine del giorno dei “globalisti illuminati”, il cui vero scopo è il controllo completo sulle risorse naturali del pianeta attraverso la lotta preventiva contro i dirigenti che hanno il coraggio di sfidare questo processo difendendo gli interessi nazionali del proprio Paese, non ha mai un momento di riposo o di sosta. Utilizzando in modo permanente, irreversibile, spietato tutte le risorse disponibili, dalla più rudimentale alla più altamente sofisticata. Per oltre 14 anni sono stati in guerra segreta contro il governo bolivariano di Hugo Chavez, ma non hanno cambiato le loro intenzioni dopo la sua morte. Ora è il turno del primo presidente Aymara della Bolivia, Evo Morales, che ha avuto il coraggio di dichiararsi “anti-imperialista” guidando il suo popolo verso lo Stato del buon vivere, apportando modifiche sostanziali e senza compromessi alla qualità della vita e alla protezione della natura.
Negli ultimi mesi la guerra mediatica contro Evo Morales e il suo governo si è intensificata, definendolo dittatore comunista, chavista, fidelista, individualista, egocentrico, anticlericale, narcisistica, ecc. Tuttavia vi è un nuovo elemento che corrompe, confonde e induce in errore le tradizionali basi di supporto dell’amministrazione del presidente, le organizzazioni non governative (ONG). In realtà, è una premessa che ricicla il concetto di “democrazia controllata” sviluppato e spiegato dal professore statunitense William A. Douglas nel 1972, nel suo libro “Sviluppando la Democrazia”. Per Douglas, il modo più sicuro per mantenere l’egemonia degli Stati Uniti sul Terzo Mondo e, in questo caso, in America Latina, è la creazione di agenzie specializzate statunitensi che prendano il controllo evitando di essere visibili alle organizzazioni di base strumentalizzate nella promozione e applicazione degli interessi geopolitici e geo-economici di Washington, in ogni Paese ritenuto importante per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’agitazione indiana intorno al progetto di costruzione della strada Villa Tunari – San Ignacio de Moxos, che avrebbe attraversato il Territorio Indiano Parco Nazionale Isiboro-Secure (TIPNIS), è un esempio dell’influenza delle ONG nell’organizzazione delle nove marce contro il progetto, e nella preparazione della decima. annunciata dal presidente della Confederazione dei Popoli Indigeni della Bolivia (CIDOB), Adolfo Chavez.
Le ONG REDD (finanziata dalla Svezia), Fondo Verde (finanziata da Gran Bretagna, Norvegia, Austrlia e Messico), e altre 20, sono attive in tutte queste marce. Sono attualmente coinvolte nel programma di promozione, veramente assurdo, tra le 64 comunità indigene yurakares, trinitari, chimanes, mojenos, in totale 10.000 persone del TIPNIS, affinché il governo riconosca “il nostro diritto a ricevere una compensazione della riduzione dei gas a effetto serra che spetta ai nostri territori.” E’ noto che il progetto stradale esista dal 1765, e che nel 1826 durante il governo del maresciallo Antonio José de Sucre, venisse emessa una legge per collegare i dipartimenti di Beni e Cochabamba, utile per l’economia delle due regioni, come anche per il benessere dei popoli del TIPNIS. È anche noto che la maggior parte dei popoli indigeni della zona sia a favore della costruzione della strada, e il governo ha promesso di consegnare il 2 aprile la relazione finale dell’indagine presso i popoli del TIPNIS. La consultazione ha raggiunto 58 delle 69 comunità, 11 hanno deciso di non partecipare al processo. Un totale di 55 comunità sostiene la costruzione della strada e tre sono contro. Nonostante il voto della maggioranza, la minoranza vuole marciare, perché vi sono gli interessi delle grandi aziende che utilizzano spesso le ONG per assicurarsi l’accesso alle risorse naturali in Bolivia. Ufficialmente operano nel Paese 399 ONG e chissà quante altre non sono registrate. Sappiamo anche che 22 di esse sono dietro le marce indigene. Di recente la Confederazione dei sindacati dei lavoratori contadini ha avvertito che “dietro la marcia degli indiani in Oriente vi è un forte movimento politico per destabilizzare il governo.”
Sembra che ci sia uno slogan dei globalisti sulla necessità di modificare la stabilità socio-economica della Bolivia, per non consentire a Evo Morales di vincere le prossime elezioni presidenziali, nell’aprile 2014. Dal dicembre dello scorso anno è iniziata una campagna orchestrata dall’opposizione che denuncia l’alto livello di corruzione del governo nazionale. Poi s’è intensificato il processo di divisione all’interno della base di Evo Morales. La cosa strana di tutto questo processo, è la coincidenza degli interessi della destra e della sinistra nell’attaccare il presidente usando i pretesti dell’opposizione élitaria tradizionale boliviana. I due gruppi non hanno risparmiato nessuno sforzo per denunciare l’”evonarcisismo” e la “megalomania” del presidente, con il pretesto che 16 strutture pubbliche, tra cui aeroporti, stadi, scuole e centri culturali e sportivi sono stati denominati Morales. Inoltre, sia a sinistra che a destra, l’accusano di vanità per aver ricevuto 20 lauree honoris causa erogate da università straniere. Ciò che non tengono in considerazione i suoi detrattori, è che è stata la volontà degli abitanti di questi luoghi a voler denominare con il nome del presidente le opere, ringraziandolo per i suoi tentativi di migliorare il tenore di vita, costantemente ignorato dalle autorità precedenti.
L’opposizione ha paralizzato la vita economica di Oruro per 40 giorni, per il semplice fatto che l’aeroporto locale, che il presidente ha fatto ripristinare, era stato rinominato da John Mendoza a Evo Morales dal parlamento dipartimentale. Questa protesta è stata così abilmente condotta che nessuno ha preso in considerazione il danno che è stato fatto all’economia del dipartimento di Oruro e le perdite che hanno dovuto subire i suoi abitanti. Ed in questo contesto, gli insegnanti trotskisti sono stati tra i più attivi nel destabilizzare il dipartimento, come se non ci fossero altri modi per combattere ciò che definiscono arbitrarietà o ingiustizia storica. Gruppi anche sorprendentemente diversi, guidati dal segretario esecutivo della Banca centrale mineraria del Dipartimento del Lavoro (COD) di Oruro, un’organizzazione storicamente nota come rivoluzionaria, si sono alleati con la destra razzista in questo sciopero. Hanno dimenticato i minatori Huanuni, che per la prima volta nella storia hanno visto i loro stipendi, grazie agli sforzi del governo attuale della Bolivia, salire a 30.000 bolivianos al mese. Ma la storia non finisce qui. Appena calmatasi la situazione in Oruro, gli agricoltori della provincia Manco Kapac, hanno bloccato la strada Tiquina – Capacabana proprio all’inizio della Settimana Santa, durante la quale migliaia di fedeli percorrono la strada per venerare la Vergine di Copacabana. I promotori di questa azione propongono un referendum per decidere la costruzione di un ponte sullo Stretto di Tiquina, rifiutando il dialogo con il governo.
La Confederazione operaia boliviana (COB) di orientamento trotskista, fa parte di questa lotta contro Evo Morales, avendo deciso di formare il Partito dei Lavoratori, il nome dato allo Strumento Politico degli Operai guidati da Guido Mitma. Lo scopo di questa creazione è d’opporsi ad Evo Morales nelle elezioni presidenziali dell’aprile 2014, e lo slogan del nuovo partito è “Trema Evo, siamo i minatori“. Tuttavia, alla COB sono affiliati 6.186 minatori appartenenti al settore statale, mentre 112.000 lavoratori di questo settore appartengono alle cooperative minerarie, e non hanno nulla a che fare con la COB.
La Chiesa cattolica non avrebbe “simpatia” per Evo Morales. Come in Venezuela, Ecuador, Nicaragua e Argentina, questa istituzione religiosa si è opposta ai programmi sociali in favore dei poveri. Durante il secondo tentativo di colpo di stato, nel giugno dello scorso anno (il primo si ebbe nell’aprile 2009) la Chiesa cattolica ha benedetto la polizia anti-sommossa. Secondo il presidente, “i nuovi nemici della Bolivia, non sono solo la stampa di destra, ma anche i gruppi della Chiesa cattolica, la gerarchia della Chiesa cattolica, nemici della trasformazione pacifica della Bolivia“. Si prevede che con il nuovo Papa Francesco, i rapporti tra Evo Morales e la chiesa non avranno possibilità di migliorare a causa delle tensioni che l’attuale governo ha sempre avuto con l’”agenzia stampa Fides”, un giornale dei gesuiti. Secondo Evo Morales, “Quando i popoli vengono rovinati dallo Stato coloniale, la Chiesa cattolica non viene a soccorrerlo. Quando il popolo conquista lo Stato coloniale, appare il prete che prega con i dirigenti, con i mediatori. Ma quando i popoli vengono sconfitti dallo Stato, la Chiesa non c’è.”
Né gli Stati Uniti hanno perdonato Evo Morales per l’espulsione delle sue istituzioni USAID [agenzia di 'aiuti' estera] e DEA [agenzia per 'lotta' alla droga], per spionaggio e tentativi di destabilizzazione del Paese, e dell’ambasciatore statunitense Philip Goldberg per istigazione a proteste violente contro il governo della Bolivia. Tutto questo spiega perché il dipartimento di Stato ha  affermato, per quattro anni consecutivi nelle sue relazioni annuali, che la Bolivia ha “manifestamente fallito” nella lotta contro il traffico di droga, a dispetto delle differenti statistiche degli ultimi anni, avanzate dalle autorità del Paese. Certo se Evo Morales avesse accettato il ritorno della DEA, i risultati dei rapporti sarebbero stati più positivi per la Bolivia. Tuttavia, la storia dimostra che le statistiche del periodo 1985 -1990, durante la presenza della DEA, le piantagioni di coca passarono da 35.000 ettari a 75.000 ettari nel Paese. Ma questa è un’altra storia.
Nel frattempo, nonostante tutte le difficoltà, i sabotaggi, gli scioperi e le marce, la Bolivia è sulla via dello Stato del buon vivere. Recentemente, alla celebrazione del 18° anniversario della fondazione del Movimento al Socialismo (MAS), Evo Morales ha affermato che continuerà a “combattere il capitalismo, l’imperialismo e il neoliberismo.” Ha sottolineato che “ora abbiamo una Patria, abbiamo ridato la Patria ai boliviani“. E in questo Paese, secondo il Vicepresidente Alvaro Garcia Linera, “sempre meno boliviani, e presto nessun boliviano, andrà a letto affamato perché qui stiamo distribuendo la ricchezza, che appartiene a tutti noi, a vantaggio dei più poveri, umili e bisognosi“.
Se il commediografo statunitense Arthur Miller avesse osservato il processo boliviano avviato da Evo Morales, certamente avrebbe pronunciato la sua famosa frase: “Le ruote spostano le ruote in questo Paese, e il fuoco alimenta il fuoco.” Possano questi incendi avvantaggiare il popolo e che nessun vento del Nord possa spegnerli!

Traduzione di Alessandro Lattanzio -SitoAurora

Chavez continua a spaventare gli USA

Gli Stati Uniti continuano a diffamare Caracas anche dopo la morte di Chavez
Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 30 marzo 2013

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Il giorno in cui è stato annunciato che il presidente del Venezuela Hugo Chávez era morto per un cancro non identificato, due diplomatici statunitensi venivano espulsi come persone non grate a Caracas, mentre cercavano di organizzare un qualche tipo di colpo di stato e di cospirazione contro il Venezuela. Evitando di attirare un’attenzione ancora più negativa, l’amministrazione Obama avrebbe tranquillamente aspettato fino al 9 marzo, il giorno dopo il funerale di Stato di Chávez, per vendicarsi con l’espulsione di due diplomatici venezuelani. Il Vicepresidente esecutivo Nicolás Maduro Moros annunciava pubblicamente che il suo governo crede che un’operazione sporca abbia  causato la morte del Presidente Chávez. Maduro ha sostenuto che i nemici “imperialisti” dell’America Latina (leggasi il governo degli Stati Uniti) avevano contagiato Chávez con un certo tipo di agente patologico che ne ha causato il cancro terminale. Si trattava di una sensazione ripresa da un paio di leader mondiali; il boliviano Evo Morales e l’iraniano Mahmoud Ahmadinejad hanno detto che anche loro sospettano un’operazione sporca. Maduro ha anche annunciato che un’indagine  scientifica sarebbe stata avviata per vedere se il defunto leader del Venezuela sia stato assassinato.
Se l’ipotesi del governo venezuelano può essere spazzata via come fantasia e posa paranoica dai suoi avversari, vale la pena notare che è ormai generalmente accettato che il defunto Yasser Arafat,  presidente della Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e capo della l’Autorità palestinese, sia stato ucciso per intossicazione da polonio radioattivo. L’assassinio per avvelenamento non è così peregrino, come qualcuno potrebbe pensare inizialmente. L’avvelenamento è in realtà un modus operandi scelto per gli assassinii politici. Ad esempio, la Central Intelligence Agency (CIA) ha cercato di uccidere di Cuba Fidel Castro con sigari avvelenati e, in seguito, attraverso ciò che gli psicologi sociali descriverebbero la “percezione dell’immagine speculare” negli altri della CIA, essa accusava l’Iraq di usare le sue stesse tattiche di assassinio. Né si deve dimenticare che il Presidente Chávez era l’uomo contro cui gli Stati Uniti hanno organizzato un colpo di stato nel 2002, nel tentativo di proteggere i giacimenti di petrolio del Venezuela, prima che Stati Uniti e Regno Unito invadessero l’Iraq nel 2003. Chávez fu fatto prigioniero e poi portato in un aeroporto da cui i golpisti volevano esiliarlo dal Venezuela, ma solo dopo aver firmato una lettera di dimissioni che gli Stati Uniti gli avevano chiesto di procurarsi, per legalizzare la loro illegale occupazione del governo nazionale a Caracas. Pedro Francisco Carmona, ricco uomo d’affari e capo della Camera di Commercio venezuelana, sarebbe diventato presidente ad interim. L’ambasciatore degli Stati Uniti Charles Shapiro si precipitò ad incontrare i leader del colpo di stato e, anche a farsi riprendere gioioso con loro, mentre la Corte Suprema del Venezuela, i membri dell’Assemblea Nazionale (Parlamento) e della Commissione elettorale venivano tutti dimessi.
Gli Stati Uniti furono coinvolti e furono consapevoli di ogni aspetto del colpo di stato. Il Pentagono aveva ufficiali nella base dove Chávez era stato imprigionato e ufficiali delle forze armate degli Stati Uniti avevano incontrato in precedenza i golpisti. Attraverso l’accesso ai documenti del governo federale statunitense, in base al Freedom of Information Act, è stato anche dimostrato che la CIA aveva fornito i piani alla cospirazione golpista, cinque giorni prima che si attivasse. Il presidente golpista Carmona non sarebbe nemmeno fuggito nell’ambasciata colombiana per entrare negli Stati Uniti, sarebbe stato portato in Colombia, da dove sarebbe entrato negli Stati Uniti.

Le menzogne come metodo
Indipendentemente dalle opinioni politiche e dalle interpretazioni in merito agli anni di Hugo Chávez, la natura di parte delle relazioni dei media mainstream su di lui, da posti come Stati Uniti,  Gran Bretagna e Canada, sono difficili da dimenticare. Il motivo era che “il Venezuela può guardare a un futuro migliore e alla libertà, ora che Chávez è morto.” Queste affermazioni sono volutamente fuorvianti e confezionate per diffondere un’interpretazione negativa del leader venezuelano come dittatore. Così, il Venezuela di Chávez viene casualmente presentato come una repubblica delle banane non democratica e politicamente ed economicamente instabile. Non importa il fatto che osservatori elettorali internazionali concordino sul fatto che in Venezuela, da quando Chavez è salito al potere, le elezioni sono state impeccabilmente eque, trasparenti e libere. Questa narrativa dimostra sistematicamente il fatto che i programmi di Chávez hanno notevolmente innalzato il tenore di vita del Paese e ridotto della metà la povertà e ignorato il fatto che i “mercati bolivariani” hanno abbassato i prezzi delle merci di circa il 40%. Non importa che i programmi di assistenza sanitaria e i tassi di istruzione si siano notevolmente ampliati e siano diventati universalmente gratuiti. A quasi due milioni di persone è stato insegnato a leggere, sotto l’amministrazione di Chávez, mentre l’economia è più che raddoppiata, pochi anni dopo il fallito colpo di stato sostenuto dagli USA, nel 2002. I fatti non sono mai stati presi in considerazione nella politica estera degli Stati Uniti, sia che si tratti delle armi di distruzione di massa (WMD) in Iraq o dell’affondamento dell’USS Maine a L’Avana.
La realtà non ha impedito agli Stati Uniti di diffamare Caracas attraverso un intera serie di bugie ed  hanno continuato anche con la morte di Chávez. Il suo funerale di Stato è stato descritto come un festival chavista, con un notevole ridimensionamento della folla in semplici “migliaia.” L’indicazione dei numeri sarebbe stata diversa, in termini di precisione, se si fosse trattato del funerale di un leader degli Stati Uniti o del Regno Unito. Le generalizzazioni, le ambiguità e i termini lessicali li tradiscono come tentativo sistematico di costruire una percezione negativa di Hugo Chávez e d’indirizzare l’elaborazione interpretativa del pubblico e dei lettori. In primo luogo, molti degli articoli hanno sottolineato che dittatori e uomini forti hanno partecipato al funerale. Creando un’associazione nella mente del pubblico e dei lettori, per far generalizzare l’idea di Chávez quale membro di un club autoritario, estendendo la categoria del dittatore anche a lui. È per questo che l’evento è stato anche rappresentato, in alcuni articoli, come una riunione dell’”Asse del Male”. A ciò, di solito segue un caso specifico con cui si indica la folla venezuelana come “sostenitori di Chávez.” Utilizzando l’analisi critica del discorso, lo si può anche essere collegare a un eccesso di lessicalizzazione. La super-lessicalizzazione codifica una percezione specifica attraverso l’uso eccessivo e ripetitivo di specifiche parole descrittive. Le persone demonizzate/estraniate o impotenti, di solito vengono super-lessicalizzate, ad esempio i criminali afro-americani o ispanici degli Stati Uniti, verranno definiti “criminali afro-americani” e “ispanici criminali”, mentre i criminali considerati bianchi, saranno semplicemente indicati come semplici criminali nella narrativa super-lessicalizza.
Gli alleati del Venezuela vengono denominati “alleati di Chávez”, per personalizzare le relazioni e alienare i legami del Venezuela con Paesi come l’Iran, indicandoli come innaturali. Oltre a Fox News, molti degli stessi media che hanno riportato il funerale di Chávez, non indicano le folle di statunitensi che si assembrano a Capitol Hill per l’inaugurazione presidenziale come “pro-Obama” o “sostenitori di Obama”. I cittadini britannici che si recano a Buckingham Palace, per il giubileo o  qualche altro evento regale che coinvolge la monarchia britannica, non vengono indicati come “monarchici” o “realisti”. Se c’è una folla pro-Obama o dei monarchici inglesi, ci devono essere anche gruppi anti-Obama e repubblicani inglesi, ma la folla di Capitol Hill o di Buckingham Palace viene semplicemente generalizzata rispettivamente come cittadini statunitensi e popolo inglese.
Gli oppositori di Chávez sostengono che il Venezuela non è una democrazia o che non sia migliorata sotto la sua amministrazione. A parte che ciò è perversamente falso, a questi attori dovrebbe essere chiesto “rispetto a cosa?” Il Venezuela è diventato una democrazia soprattutto con la presidenza di Hugo Chávez e le condizioni di vita degli strati più poveri sono migliorate. Prima di Chávez, l’inflazione era al 70% e vi furono gravi tagli in quel poco di spesa pubblica fatta del governo del Venezuela. L’ultimo presidente, come molti membri dell’opposizione, è stato anche sorpreso a derubare il tesoro del Paese. Tutto ciò e la povertà del Paese, tuttavia, non sono dei problemi per i critici di Chávez, dentro e fuori il Venezuela. Questi critici o curano gli interessi di un’élite minoritaria della società venezuelana o ancora una volta si trasformano in satrapi degli statunitensi del Venezuela. Ironia della sorte, è anche a causa delle stesse leggi sulla libertà dei media, che Chavez indicò al Venezuela che l’opposizione nel suo Paese poteva criticarlo, e in molti casi calunniarlo soltanto, mentre Fox News effettuava attacchi ad hominem, con infotainment e annunci nel suo network mediatico compresa la famigerata Radio Caracas Televisión (RCTV), che sostenne il golpe del 2002. A parte i media di Stato, che hanno un pubblico che ammonta a non più del 10% del pubblico nazionale, si deve anche notare che l’opposizione detiene l’80% o più dei media mainstream del Venezuela.

Culto della personalità al passaggio della fiaccola
424593 Con Chávez morto, il mondo potrà vedere se la Rivoluzione Bolivariana è tenuta insieme da un culto della personalità, basata soprattutto sulla sua persona, o meno. La vitalità del progetto politico di Chavez sarà testata nel Venezuela post-Chávez. Dal 2011, la leadership degli Stati Uniti ha prontamente monitorato la salute di Hugo Chávez, così come ha avidamente guardato all’invecchiamento dei Castro sull’isola di Cuba. Le vibrazioni emesse dalla leadership di Washington DC, ritenevano che Chávez fosse la forza che tenesse insieme il Partito Socialista Unito del Venezuela. Nicolás Maduro, ora presidente ad interim, è stato scelto per portare avanti la fiaccola della Rivoluzione Bolivariana, perché a detta di tutti veniva percepito come un luogotenente estremamente fedele a Hugo Chávez. Nell’ottobre 2012, questo è ciò che spinse un  Chávez in difficoltà a scegliere Maduro come Vicepresidente esecutivo del Paese. Chávez stava prendendo le dovute precauzioni preparando Maduro a prendere in consegna il suo ruolo di leader del Venezuela. Pur essendo un fedele chavista, candidati di gran lunga più forti e politicamente aggressivi, come il Presidente dell’Assemblea Nazionale Diosdado Cabello e il ministro del Petrolio Rafael Ramírez, avrebbero potuto sfidare Maduro e concorrere per conquistare la leadership del Partito Socialista Unito e la carica di presidente venezuelano.
Nel 2012, Chávez vinse le elezioni presidenziali ottenendo il 55% dei voti, mentre il suo avversario ebbe circa il 44,3% dei voti. Nel 2010, il Partito Socialista Unito ebbe il 48,3% dei voti, mentre i partiti di opposizione ne ebbero il 47,2%. Escludendo il 4% circa dei voti che gli alleati del Partito Socialista Unito ottennero, il margine di differenza nel 2010 era dell’1,1%. L’Assemblea Nazionale del Venezuela non sarebbe stata dominata dal Partito Socialista Unito e dei suoi alleati, e avrebbe potuto anche perdere le elezioni del 2010, se i distretti elettorali del Paese non fossero stati ridisegnati prima delle elezioni parlamentari. Le manovre politiche per il potere, tra il Partito Socialista Unito e i suoi alleati, potrebbero avere conseguenze disastrose per il progetto bolivariano in Venezuela. Il Partito Socialista Unito potrebbe tornare alle vecchie linee di frattura settarie o a nuove fratture. Sono queste le divisioni politiche tra i partiti di sinistra del Venezuela, che Hugo Chávez temeva consentissero all’opposizione sostenuta dagli statunitensi di prendersi il Paese attraverso elezioni presidenziali e parlamentari, spingendolo a creare il Partito Socialista Unito nel 2007. In effetti, la coalizione di opposizione filo-statunitense perse le ultime elezioni presidenziali e parlamentari con margini relativamente piccoli.
Non appena morto Hugo Chávez, membri dell’opposizione venezuelana hanno avviato nuove consultazioni con i loro clienti a Washington, DC. Il divide et impera è l’obiettivo contro i chavisti.  Questo è lo scenario che sia l’opposizione venezuelana che il governo degli Stati Uniti vogliono indurre. Ciò è uno dei motivi per cui l’opposizione ha cercato di utilizzare la costituzione per spingere il Presidente dell’Assemblea nazionale, Diosdado Cabello, ad assumere la presidenza ad interim, sperando di creare una frattura tra lui e Nicolás Maduro che avrebbe diviso e, infine, indebolito i chavisti. L’articolo 233 della Costituzione venezuelana afferma che il Presidente dell’Assemblea Nazionale diventa il presidente ad interim del paese, se la persona che è stata eletta presidente, ma che non è stata insediata dall’Assemblea Nazionale o dalla Corte Suprema del Paese, o se non agisce o muore. Il Vicepresidente esecutivo diventa presidente ad interim se il neo-presidente o presidente muore. In entrambi i casi è costituzionalmente previsto, in forza dell’articolo 233, che una nuova elezione presidenziale debba svolgersi entro trenta giorni. Settimane dopo aver assunto la presidenza ad interim, Maduro ha anche rivelato che la CIA e il Pentagono hanno ordito un piano per assassinare il suo rivale dell’opposizione della Coalizione per l’Unità Democratica (MUD), che dovrebbe affrontare il 14 aprile 2013. Lo scopo di tale assassinio è polarizzare ulteriormente il Paese e destabilizzare il Venezuela, forse anche di iniziare una guerra civile o d’isolarlo a livello internazionale.

Il futuro del socialismo del XXI.mo secolo in America Latina
La Rivoluzione Bolivariana è un movimento sociale e politico. Può essere etichettato in diversi modi, dal chavismo al socialismo del XXI.mo secolo. Uno dei modi migliori per descriverlo è dalla forma assai inclusiva di governo basata sulla pratica della più ampia partecipazione democratica delle classi povere e diseredate nella gestione dello Stato. Nonostante si alienasse la classe media, Chávez ha lavorato per un fronte unito nazionale e internazionale, entrando nella scena politica del Venezuela con una coalizione di diverse forze di sinistra, soldati di carriera e piccoli capitalisti. Nel contesto dell’egemonia di classe, questo è ciò che Antonio Gramsci avrebbe descritto come il processo della “costruzione del blocco”, parte continua e simultanea della guerra di manovra e della guerra di posizione. Nel contesto dell’egemonia a livello internazionale, i neo-gramsciani potrebbero anche usare un termine come formazione del blocco per descrivere le alleanze che il Venezuela e i suoi alleati latino-americani hanno formato con Paesi come la Russia e l’Iran. Insieme a enormi quantità di petrolio e di denaro, questo concetto di formazione blocco ha portato al successo del Venezuela.
L’importanza del petrolio venezuelano per l’economia degli Stati Uniti è fondamentale. Vi sono speranze a Washington DC, che Caracas intraprenda azioni per un riavvicinamento con il governo degli Stati Uniti, sia sotto Nicolás Maduro, o con un leader dell’opposizione MUD, come il  governatore Henrique Capriles Radonski. Capriles è un avvocato, governatore di Miranda,  candidato presidenziale del MUD e la persona che Maduro ha indicato essere obiettivo di un piano di assassinio degli Stati Uniti, volto a destabilizzare il Paese. Il messaggio nel sermone speciale del reverendo Jesse Jackson, al funerale di  Chávez, proponendo di colmare il divario tra gli Stati Uniti e il Venezuela, significa molto di più in queste circostanze. Anche se Jesse Jackson avrebbe partecipato al funerale come privato cittadino degli Stati Uniti, da ministro battista e deputato democratico degli Stati Uniti si occupa di diplomazia informale, facendo da canale tra Caracas e l’amministrazione Obama. Come altri politici del MUD, Henrique Capriles ha reso chiara la sua posizione nei confronti delle relazioni con gli Stati Uniti e internazionali. Ha detto che il Venezuela dovrebbe tagliare o ridurre le sue relazioni con Cuba, Cina, Russia e Iran. Sostiene i proprietari terrieri e ha denunciato la rivoluzione bolivariana di Chávez quale demagogia di un incompetente leader socialista.
Per quanto riguarda Nicolás Maduro, vi sono speculazioni sul percorso su cui intende indirizzare il Venezuela. È già stato visto, con sospetto, come un pragmatico. Molti chavisti non sono troppo entusiasti di lui. C’è già una speculazione secondo cui opererebbe per un certo tipo di riavvicinamento con gli Stati Uniti, minacciando gli interessi in Venezuela dei partner economici e alleati cubani, cinesi, bielorussi, russi e iraniani. Se reindirizzerà l’orbita del Venezuela, non sarà il primo successore politico di uno Stato che ri-orienta la posizione del proprio Paese. Chávez ha liberato il Venezuela dal controllo degli Stati Uniti ed ha inviato aiuti a Cuba. I due Paesi sono rimasti soli per anni, in America Latina, fino a quando una nuova generazione di leader politici regionali è emersa in Paesi come Bolivia ed Ecuador. Allo stesso tempo, il Presidente Chávez ha lavorato duramente per aiutare altri Paesi latinoamericani a diventare economicamente e politicamente indipendenti. Dopo la morte di Chávez, Cristina Fernández de Kirchner ha detto che solo Hugo Chávez, nel mondo, ha avuto il coraggio di sostenere l’Argentina e aiutarla contro la catena soffocante del debito con cui il FMI e il neoliberismo avevano immobilizzato Buenos Aires.
Il fondatore del Movimento verso il Socialismo (un ramo del Partito comunista del Venezuela) e avversario di Chávez, Teodoro Petkoff, ha detto durante i primi anni della presidenza di Hugo Chavez che, mentre il governo del Venezuela era cambiato, la sua società era rimasta la stessa. Ciò era vero all’inizio, ma lo è sempre stato di meno con il tempo. Gli aspetti sociali ed educativi della Rivoluzione Bolivariana hanno messo in discussione la presa delle vecchie élite su una parte significativa degli strati più bassi della società venezuelana, consentendo alle classi inferiori di formare un particolare modello di consapevolezza politica. Anche se la povertà, la criminalità e la corruzione sono ancora presenti in Venezuela, il Paese ha percorso una lunga strada. Hugo Chávez, l’uomo chiamato El Presidente Comandante dai suoi sostenitori, è morto, ma ha lasciato un segno nel panorama politico dell’America Latina e un Venezuela polarizzato che gli Stati Uniti ora cercano di sfruttare in sua assenza.

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Mahdi Darius Nazemroaya
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro LattanzioSitoAurora

L’UNASUR e la geopolitica del complesso marittimo

 La necessità della sicurezza e della difesa strategica comune
Patricio Carvajal, Geopolitica, 17 gennaio 2013

Islas_MalvinasArg-UnasurQual è il futuro geopolitico dell’America Latina? Sarà l’America ancora uno spazio geografico senza conflitti? Queste due domande rientrano esattamente nel campo della riflessione geopolitica e delle relazioni internazionali. La geopolitica è la base della politica estera degli Stati e fondamento della difesa e della sicurezza strategica dell’America Latina; dalla fondazione dell’UNASUR la sicurezza e la difesa dovrebbero essere intese come una proposta regionale. Non si può continuare con una strategia di sicurezza e di difesa nazionali. Tale strategia è obsoleta e non è uno strumento adatto per le sfide della politica mondiale del XXI.mo secolo.
Ora, da un punto di vista geopolitico l’America Latina era uno spazio marginale fino alla fine della Guerra Fredda. Tuttavia, la guerra delle Falkland (1982) ha mostrato che la strategia britannica non solo corrispondeva a quella di uno Stato sovrano, ma anche alla strategia dell’Unione europea, oggi comunità economica, e degli interessi militari della NATO. Con la fine della Guerra Fredda (1989 -1991) si è ancora di più apprezzato il significato geopolitico delle Falkland nella strategia europea. Dopo la guerra fredda l’America Latina ridefinisce la propria politica regionale con il mondo sulla base di due principi: il realismo periferico proposto dallo specialista argentino in Relazioni Internazionali, Carlos Escudé, e la centralità della periferia proposta dal geografo brasiliano M. Santos (1998). Per Escudé, il realismo periferico impegna gli Stati dell’America latina nel campo delle relazioni internazionali, cioè al rispetto del diritto internazionale, dei trattati e degli accordi conclusi con singoli Stati in tutto il mondo. Qualsiasi violazione di tale normativa ridurrebbe gli Stati dell’America Latina allo status di “emarginati” della comunità internazionale.
Non c’è dubbio che la proposta fatta da Escudé sia fortemente influenzata dall’esperienza della dittatura militare argentina e dalla sua avventura militare nelle isole Malvinas. Per noi latino-americani, le Malvinas sono argentine. Cosa che non può essere messa in discussione se vogliamo consolidare l’UNASUR e raggiungere una politica regionale di sicurezza e di difesa. La proposta di M. Santos si riferisce agli spazi americani durante l’esistenza degli imperi coloniali europei, costituendo la periferia del sistema mondiale, secondo il criterio geo-storico (Braudel, Wallertein).
Con il processo di globalizzazione dopo la guerra fredda, la politica mondiale passa dal bipolarismo (USA/URSS) al multipolarismo (USA, UE, Russia, Cina, India, Brasile, Giappone). Ciò significa che nuovi giocatori emergono come potenze regionali con aspirazioni mondiali: le ex colonie europee in  America, Asia e Africa. Il blocco geopolitico emblematico di questa nuova realtà sono i BRICS. I Paesi di questo vettore di unità geopolitica si è distinto internazionalmente da quello dei Paesi della Triade Stati Uniti – Giappone – Unione europea (Ohmae).
Ora, come concepire una strategia marittima e geopolitica per l’UNASUR? Un punto di partenza può essere proposto dai già menzionati Escudé e Santos. D’altra parte, abbiamo un pensiero marittimo geopolitico latino-americano che ci permette di formulare questa strategia comune. Infatti, è necessario prestare attenzione ai discorsi sulla geopolitica marittima degli ammiragli Storni (Argentina), Buzeta, Ghisolfo, Martinez (Cile) e Vidigal (Brasile). Buzeta propose nel suo Geopolitica del 1978 un programma chiamato “Il Grande Progetto Sud America“, la cui base è l’integrazione regionale. Nel 1980, l’ammiraglio Ghisolfo aveva postulato specificamente una geopolitica navale, centrata sull’isola di Pasqua. Questa strategia insulare navale s’integra con il controllo argentino delle Falkland, poiché assumendo il comando di entrambi gli spazi insulari si ha il controllo delle rotte oceaniche del Pacifico del Sud e del Sud Atlantico. L’ammiraglio Martinez postulò nel 1993 una politica oceanica che sottolineasse la Convenzione di Giamaica (1982). Infine, l’ammiraglio Vidigal nel suo Amazzonia Blu (2006), propose l’incorporazione nel territorio brasiliano le 200 miglia della ZEE.
Secondo i criteri formulati da questi ammiragli, nei loro discorsi, l’UNASUR dovrebbe spiegare che l’area marittima degli Stati costieri dei suoi membri corrisponde alle linee guida tracciate dagli ammiragli. Ma questa affermazione, se fatta, non sarebbe sufficiente nemmeno a consolidare la strategia marittima e geopolitica dell’UNASUR. Perciò è necessaria una specifica strategia navale. In altre parole, definire l’esistenza di una forza congiunta navale dell’UNASUR, che inizialmente potrebbe essere basata sulle marine più potenti dell’alleanza: di Argentina, Brasile e Cile. Lo sviluppo di questa strategia è essenziale per la sicurezza e la difesa dei suddetti spazi marittimi complessi. In effetti, se si considera lo sviluppo dei sottomarini delle forze navali di Cina (Type 093 e Type 094), India (Kilo, Scorpène), Giappone (classe Soryu), Russia (classe Borej) e Stati Uniti (classe Virginia), possiamo apprezzare l’importanza assegnata da questi Stati al controllo delle zone marittime. Ad esempio, è possibile evidenziare l’entrata in servizio nell’US Navy della classe di sottomarini Virginia, unità polivalenti che esaltano la strategia nucleare con specifiche operazioni tattiche.
Una forza navale congiunta degli Stati ABC richiede l’incremento sostanziale della forza sottomarina, la creazione di basi per sottomarini negli spazi insulari del Pacifico e del Sud Atlantico, e lo sviluppo di unità di superficie in grado di operare di continuo nei mari meridionali. La forza sottomarina della marina cilena, con la classe Scorpène arriva a un alto livello di sviluppo tecnologico simile a quelle delle marine suddette, mentre certamente sono necessarie più unità di questo tipo, dato il vasto spazio oceanico delle nostre coste. Il programma del sottomarino nucleare brasiliano, basato sulla classe Scorpène, è una risposta adeguata alle sfide sulla sicurezza e sulla difesa dello spazio regionale. Il caso della marina dell’Argentina è preoccupante, date le riduzioni di bilancio in corso riguardanti le forze armate e la mancanza di una strategia marittima in linea con le sfide della politica mondiale del XXI.mo secolo, e di una strategia comune con Brasile e Cile.
L’esplosione demografica che colpisce il pianeta, la crescente domanda di risorse per nutrire la popolazione, la necessità di acqua e altri beni, indicano che molto presto la Convenzione di Giamaica (1982) e il Trattato sull’Antartico (1959) saranno convenzioni internazionali relative alla storia del diritto e non a una dottrina giuridica internazionale. Pertanto, abbiamo bisogno di nuove convenzioni internazionali in materia di complessi spazi marittimi. In questo senso, con il concetto geo-giuridico sviluppatosi dalla geopolitica e dal diritto pubblico tedeschi (Haushofer, Schmitt) siamo in grado di fornire una rigorosa base concettuale nella progettazione di queste nuove convenzioni. La cartografia prodotta dalla squadra del prof. dr. Martin Pratt dell’IBRU, sottolinea che la polemica è già scoppiata tra gli Stati membri della Comunità internazionale sul controllo del complesso marittimo. Infine, citiamo le parole dell’ex ministro degli Esteri brasiliano e attuale ministro della Difesa, dott. Celso Amorim, che possono servire da base per la geopolitica marittima dell’UNASUR: “Ma la politica di difesa dovrebbe essere preparata alla possibilità che il sistema di sicurezza collettivo possa basarsi su norme che potrebbero aver esito negativo, per un motivo o un altro, come del resto è successo con frequenza indesiderabile. Questo è uno dei motivi per cui dovremmo “rafforzare” il nostro soft power, rendendoci più forti. Pertanto, la nostra strategia di cooperazione regionale deve essere accompagnata da un deterrente globale contro possibili aggressori“. (Amorin, 2012:14)

*Patricio A. Carvajal, Università degli Studi di Playa Ancha-Cile Dipartimento di Storia, Professore Associato di Storia moderna e contemporanea, Centro per lo studio del bacino del Pacifico / CECPAC – UPLA

Fonti:
Amorim, C (2012). A Política de Defesa de um País Pacífico, in: Revista da Escola de Guerra Naval, Junho de 2012. vol. 18. Nº 1, pp. 7-15
Carvajal, P (2011). La geopolitica dell’Unione Europea per l’Atlantico meridionale, in: EURASIA, Rivista di Studi geopolitici
Carvajal, P; Monteverde, A (2012). La Geopolítica marítima de los Almirantes Buzeta, Ghisolfo y Martínez. Universidad de Playa Ancha, Centro de Estudios de la Cuenca del Pacífico/CECPAC
Le Dantec, F 2008. ¿Cooperación o conflicto? Relación Argentino – chilena. Santiago de Chile
IBRU- International Boundaries Research Unit
Institut Français de Géopolitique

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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