Il ruolo della Russia e la nuova intesa India – Cina

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 24 luglio 2014

BsiBzNACcAANr_fIl primo ministro indiano Narendra Modi incontrava il presidente cinese Xi Jinping a margine del vertice BRICS in Brasile, attirando notevole attenzione, di sicuro positivamente. L’incontro fornisce indizi sulla direzione delle relazioni tra i due confinanti, rapporti che smentiscono un modello costante. La Russia ha a lungo puntato a rinsaldare i legami tra i due giganti asiatici. L’invito di Xi a Modi a partecipare all’APEC, primo ente economico Asia-Pacifico, ha portato a notevoli speculazioni sulle motivazioni reali della Cina. Xi ha anche invitato l’India ad essere membro fondatore della Infrastrutture Asian Investment Bank. Quanto sono supportati gli inviti dall’autentico potere politico della Cina? L’invito cinese è una mossa astuta per moderare alcune posizioni dell’India? E’ una mossa per un accordo?
Si ipotizza che la Cina possa aver offerto alcune concessioni all’India per l’accordo chiave che istituisce la banca di Shanghai. Ma uno scambio Cina-India non è così facile essendo vincolato da procedure ed ostacoli politici. Tutti i membri dell’APEC devono approvare i nuovi membro del gruppo. Gli ostacoli politici possono essere più difficili da superare. Gli Stati Uniti, che  recentemente sempre più si affermano nella regione Asia-Pacifico, possono far sembrare l’offerta cinese all’India come una pedina nella scacchiera strategica antitetica ai propri interessi. La rivalità USA-Cina, piuttosto che le differenze tra Stati Uniti e India, o tra India e Cina, può influire sulla mossa. Anche le intenzioni cinesi, e le manovre politiche in questo contesto, devono ancora essere pesate approfonditamente dai politici indiani. Forse la Russia è più adatta a svolgere un ruolo bilanciante in questo caso. Vicina a India e Cina, e attore chiave di APEC e BRICS ed organizzazioni regionali come SCO, la Russia potrà non solo trasmettere gli interessi dell’India, ma anche aiutare a mediare un accordo tra India e Cina. La Russia ha sostenuto la candidatura dell’India a molte organizzazioni internazionali e regionali, tra cui il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e la Shanghai Cooperation Organization, anche con la contrarietà della Cina. In particolare nel caso della SCO, si ritiene che l’adesione dell’India sia trattenuta dalla prevaricazione cinese. Xi durante l’incontro con Modi ha chiesto un ruolo attivo dell’India nell’organizzazione regionale. Ma non è ancora chiaro se Xi sosterrà l’adesione dell’India alla SCO. Il ruolo della Russia nella realizzazione di relazioni simmetriche India-Cina sarà cruciale. Mentre operano in tandem, i tre Paesi non solo possono siperare efficacemente le rispettive differenze, ma anche contribuire ad affrontare le questioni internazionali. Mentre la Russia può convincere la Cina ad adottare un approccio più morbido verso l’integrazione dell’India a SCO ed APEC, India e Cina possono sostenere la Russia nella crisi in Ucraina o ad superare gli effetti delle sanzioni. Non è una sorpresa che i Paesi BRICS al vertice in Brasile abbiano espresso profonda preoccupazione per la crisi in Ucraina e chiesto un “dialogo globale, de-escalation del conflitto e moderazione da tutti gli attori coinvolti, al fine di trovare una soluzione politica pacifica“. Putin ha espresso soddisfazione per gli sviluppi del vertice e ha sostenuto che gli sforzi congiunti aiuteranno ad impedire difficoltà economiche.
Un accordo tra l’India e la Cina non sarà così facile. La reciproca diffidenza s’insinua nel profondo delle relazioni bilaterali. Come custodi degli interessi nazionali, Xi e Modi potrebbero trovare difficoltà a superare interessi nazionali guidati dalla sfiducia. Ma non è impossibile. I pragmatisti seri possono trovare il modo per superare le differenze. Modi ha chiesto, e Xi concordato, un vertice sereno e tranquillo. Modi ha invitato la Cina ad investire nei progetti infrastrutturali in India. Xi può apparire meno imperscrutabile del suo predecessore, Hu Jintao, il cui aspetto stoico confuse molti dirigenti e osservatori internazionali. Xi appare più lungimirante, e la sua simpatia può essere un vantaggio per la Cina. Ma nella diplomazia internazionale è difficile basarsi sull’apparenza. Per decifrare le cose, si deve andare in profondità e leggere tra le righe. Il vantaggio per Modi e Xi è che sono al comando dei loro Paesi. Sono pro-business, giovani e dinamici. Ognuno è consapevole dei propri interessi nazionali fondamentali e dei vincoli nella loro realizzazione. Un accordo paritario tra India e Cina non sarà l’alba di una nuova intesa delle relazioni bilaterali, ma inaugurerà una nuova fase delle relazioni internazionali. Un nuovo rapporto India-Cina rafforzerà ulteriormente  le relazioni Russia-India-Cina (RIC), così come con BRICS, SCO e altre organizzazioni importanti come G-20. Con la visita di Xi in India per settembre, si spera che alcune differenze saranno risolte.
Quale ruolo può svolgere la Russia in questo nuovo ambiente? Oltre ad incontrare Xi, Modi ha incontrato anche il presidente russo Vladimir Putin. La Russia è un noto partner strategico dell’India e della Cina, ed è coerente nel sostenere le ambizioni politiche indiane. Aggiungendovi la disponibilità della Cina a sostenere l’India nella sua adesione a APEC e SCO, la politica internazionale si completerà con una possibile avanzata del nuovo ordine. Una delle motivazioni  reali della debolezza del BRICS è la differenza India-Cina, e una volta che ciò sarà sistemato con un accordo tra India e Cina, il gruppo emergerà come nuovo centro gravitazionale nel mondo post-guerra fredda, con implicazioni bilaterali e internazionali su pace e sicurezza.

6th BRICS SummitDr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. Le sue aree di interesse sono conflitti, terrorismo, pace e sviluppo in Asia meridionale, e aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossija, Kiev inizia la ritirata

Alessandro Lattanzio, 15/7/2014

10304708Il 12 luglio, la Milizia della Repubblica Popolare di Donetsk (RPD) abbatteva un aereo d’attacco Sukhoj Su-25 ucraino nei pressi di Gorlovka. Il 13 luglio,
una colonna majdanista veniva distrutta alla periferia del villaggio di Roskoshnoe, a sud di Lugansk. Almeno 2 miliziani ucraini furono eliminati. Inoltre, sempre il 13 luglio, le milizie di autodifesa di Novorossija abbattevano 2 velivoli ucraini e distruggevano 12 carri armati e 11 veicoli blindati dell’esercito ucraino. In totale, 3 velivoli majdanisti venivano abbattuti nella zona di Luqansk tra l’11 e il 13 luglio. “Un aereo è stato abbattuto nella zona di Lisichansk e un altro presso Izvarino”. Nella notte del 13-14 luglio, i combattenti federalisti avevano abbattuto un aereo da trasporto ucraino An-26 con 20 uomini a bordo. Nel frattempo, il primo velivolo da combattimento dell’aeronautica della Repubblica Popolare di Lugansk, un Sukhoj Su-25, compiva la prima sortita colpendo le posizioni nemiche vicino al villaggio di Aleksandrovsk, distruggendo 6 carri armati e 1 BTR ucraini, mentre ad Alekseevka un convoglio majdanista veniva circondato e distrutto dalle milizie della RPD. 27 autoveicoli e blindati ucraini, su un totale di 30, venivano distrutti. Dei 3 veicoli sfuggiti all’imboscata, uno si rovesciava durante la fuga. Almeno 100 i miliziani majdanisti eliminati. A Marinovka l’artiglieria faderalista bombardava un convoglio majdanista, distruggendo 10-20 automezzi ucraini. La milizia federalista respingeva un attacco di 70 carri armati majdanisti su Lugansk, presso Metalist. Alcuni carri armati furono incendiati. Presso Slavjansk venivano eliminati 12 miliziani majidanisti.
Gli attacchi combinati su Lugansk e Donetsk erano volti a distrarre le forze della resistenza federalista, allontanandole dal fianco sud, dove 5000 golpisti avevano tentato di tagliare i collegamenti tra Novorussia e Russia, circondando Donetsk e Lugansk. Ma la manovra falliva completamente mentre i majdanisti non riuscivano a prendere la collina Savr-Mogila, finendo coll’essere circondati a loro volta in un corridoio di 4-8 km di larghezza, spezzato dalla Resistenza in diversi punti, costringendo infine le truppe di Kiev a ritirarsi sotto il tiro dell’artiglieria federalista.
Nella zona di Lugansk era stato schierato il corpo di spedizione majdanista consistente in sei gruppi isolati:
1. Il gruppo di artiglieria nella zona di Marinovka – Dmitrovka – Chervonaja Zarja – Kozhevnja, tra Lugansk e il confine con la Russia, nella zona operativa della milizia del RPD.
2. Il gruppo avanzato nella zona di Djakovo, sull’autostrada per Rostov.
3. Il gruppo di artiglieria nella zona di Zelenopolja – Darino – Ermakovka – Dolzhanskij.
4. Il gruppo di artiglieria nella zona di Poreche – Nizhnedereveechka – Prokhladnaja – Kalinik – Cheremshino – Korolevka.
5. La guarnigione dell’aeroporto di Lugansk.
6. L’area Shaste – colle Veselaja – Metalist – Zheltoe.
Ognuno dei primi quattro gruppi consisteva in un battaglione meccanizzato/corazzato e in un gruppo tattico della fanteria. Il presidio dell’aeroporto di Lugansk consisteva in due gruppi tattici della fanteria. A nord di Lugansk, la principale forza d’urto era la 128.ma Brigata meccanizzata con due battaglioni e quattro gruppi tattici della fanteria. A Lisichansk era posto il comando del corpo di spedizione, assieme a un battaglione della 30.ma brigata meccanizzata.
milice slaviansk 2 La mattina del 13 luglio la milizia della RPD attaccava un convoglio di rifornimenti verso Djakovo, mentre artiglieria e lanciarazzi della milizia federalista bombardarono le postazioni dell’artiglieria majdanista presso Poreche e Izvarino. Una batteria di obici D-30 ucraini veniva messa fuori uso, e un plotone di fanteria meccanizzata ucraina perdeva 2 BMP-2. Concentrando a nord di Lugansk un ulteriore battaglione, il comando ucraino iniziava la manovra di avvolgimento da nord a est e poi a sud di Lugansk. Tuttavia, le forze disponibili erano insufficienti, distinguendo così l’avventurismo dei golpisti di Kiev convinti della scarsa organizzazione della milizia federalista. Un battaglione majdanista che doveva entrare nell’area urbana muovendosi verso l’aeroporto, dopo un breve attacco della batteria di MLRS, fu respinto dalla milizia. Le colonne ucraine cercarono di sfondare presso Aleksandrovsk – Beloe, Georgievka – Rodakovo e Sabovka – Jubilejnoe. Ma la mattina del 13 luglio il comando della milizia della RPL ritirava parte dei distaccamenti a sud di Lugansk per poi bombardare e attaccare la principale colonna nemica mentre si preparava a riprendere l’offensiva. Un breve contrattacco delle riserve della milizia, presso Metalist, faceva indietreggiare il primo raggruppamento majdanista fino alle posizioni di partenza, perché rischiava di essere circondato presso Shaste. Il gruppo principale del corpo di spedizione non riusciva ad avvicinarsi all’aeroporto, venendo isolato e disperso durante la notte, ritirando il grosso delle forze verso Molodogvardejsk e Sukhodolsk. La mattina del 14 luglio, gli MLRS della milizia colpivano l’aeroporto dove si era rifugiato una parte del gruppo tattico ucraino. Inoltre, l’aereo da ricognizione An-26 dell’aeronautica ucraina, che informava il comando ucraino, veniva abbattuto su Izvarino, accecando il corpo di spedizione majdanista. Le truppe majdaniste quindi avevano fallito l’offensiva da tre direzioni verso l’aeroporto. I gruppi avanzanti non solo non poterono togliere l’assedio all’aeroporto, ma si dissolsero fuggendo verso la periferia e perdendo 5 carri armati, 2 BMP, 3 BTR, una batteria di mortai e un velivolo Su-25, abbattuto su Loskutovka. L’artiglieria e i paracadutisti ucraini, provenienti da Lvov, avevano cercato di sostenere l’incursione delle forze majdaniste bloccate nell’aeroporto, subendo così oltre un centinaio di perdite, mentre nella zona di Zelenopolja e Ljubimoe, intorno alle 4:00 del 14 luglio, si svolse un’altra battaglia.
Il 14 luglio, presso Dmitrovka venivano distrutti atri 2 BTR-4 ucraini. Intensi combattimenti nei pressi di Lugansk, quando un centinaio di miliziani majdanisti, intrappolati nell’aeroporto, cercarono di sfondare l’anello delle forze federaliste che li circondava. Le forze della RPL respinsero l’offensiva distruggendo 1 carro armato, 2 BMP, 2 BTR e diversi autocarri Ural. Così, la milizia di Lugansk mantiene il blocco dell’aeroporto, da dove i miliziani banderisti bombardano la capitale utilizzando un mortaio pesante semovente da 240mm Tjulpan, dislocato nell’aeroporto. Presso Lisichansk, sul villaggio Beloskeljuvat, un altro velivolo ucraino veniva abbattuto. L’esercito ucraino subì anche il bombardamento da parte dei sistemi lanciarazzi multipli Uragan in possesso dell’esercito della Novorossija. Presso Metalist, i lanciarazzi Grad della milizia distruggevano 5 posti di blocco majdanisti.
Il 15 luglio, le unità ucraine iniziavano ad abbandonare le loro posizioni nei pressi di Lugansk, “Le forze armate ucraine lasciano le loro posizioni presso Krasnodon e si ritirano da Aleksandrovka (ad ovest di Lugansk) e da Shaste (a nord di Lugansk)”, affermava l’ufficio stampa dell’esercito ucraino. Inoltre, “L’aeronautica sospende i voli fino ad ordine speciale, per le indagini sull’incidente dell’aereo da trasporto militare An-26 nella regione di Lugansk, del 14 luglio”.
safe_imageK0WMDYNF Poroshenko incaricava il direttore della società statale degli armamenti ucraina Ukrobonprom, di aumentare urgentemente le forniture di armi all’esercito, ma intanto 300 militari delle forze di sicurezza ucraine dispiegate nell’aeroporto di Donetsk disertavano, lasciandovi 500/600 militari e membri della Guardia Nazionale ucraini a presidio dell’aeroporto. I golpisti majdanisti assassinavano 30 civili bombardando un orfanotrofio a Marinka, presso Donetsk. Il comandante dell’autodifesa, Igor Strelkov, affermava che “Nessuno degli edifici utilizzati dall’autodifesa è stato danneggiato. Nessuno di noi è stato ucciso o ferito. I civili sostengono il peso degli attacchi“. Il Viceprimo ministro Andrej Purgin, della Repubblica Popolare del Donetsk, affermava “la città è stata bombardata con armi pesanti provenienti da Marjupol, e con lanciarazzi Grad e Uragan e mortai dal vicino villaggio di Kurakhovo“. E quattro proiettili ucraini cadevano su Kujbishevskij, nella regione russa di Rostov, a 300 metri dal confine con l’Ucraina, uccidendo un cittadino russo e ferendone altri due. Il ministero degli Esteri russo prometteva conseguenze gravi. L’incaricato d’affari ucraino in Russia veniva convocato dal ministero degli Esteri ricevendo un’aspra nota di protesta. Il Presidente Vladimir Putin esprimeva estrema preoccupazione per l’offensiva golpista, aggiungendo che era inaccettabile che carri armati ucraini raggiungessero il territorio della Russia. Tali iniziative dovevano terminare. Putin, incontrando la cancelliera tedesca Angela Merkel a Rio de Janeiro, in Brasile, conveniva che la situazione in Ucraina peggiorava e che era necessario riavviare il gruppo di contatto internazionale sull’Ucraina. Il ministero degli Esteri russo definiva il bombardamento “un atto evidentemente aggressivo” dell’Ucraina e avvertiva che ciò avrebbe avuto “conseguenze irreversibili” per Kiev, pienamente responsabile della provocazione. Il Viceministro degli Esteri Grigorij Karasin prometteva una “rigorosa e concreta risposta. Attualmente valutiamo la situazione, sapendo del rischio di una pericolosa escalation delle tensioni al confine, che mette i nostri cittadini in grave pericolo”. Già vari incidenti avevano coinvolto truppe ucraine che deliberatamente avevano sparato sui posti di frontiera russi. Il 3 luglio, il checkpoint di Novoshakhtinsk era stato bombardato. Il 4 luglio, genieri ed investigatori giunti a disinnescare degli ordigni inesplosi, furono oggetto di colpi di mortaio dall’Ucraina, presso  il posto di controllo di frontiera di Donetsk. Il 5 luglio, una decina di colpi di mortaio esplosero vicino allo stesso valico di frontiera.
Il direttore del servizio federale per la migrazione russo Konstantin Romodanovskij indicava che sempre più civili ucraini si rifugiavano in Russia, “Di regola, erano soprattutto gli uomini ad entrare nel Paese per lavoro. Ora il numero delle donne è raddoppiato. L’indicatore più oggettivo è il numero di bambini entrati in Russia, pure raddoppiato. Oggi sono 220000, rispetto ai circa 100000 dello scorso anno“. Il 15 luglio iniziava l’esercitazione ‘Rubezh 2014′ nella regione di Cheljabinsk, sugli Urali, cui partecipavano forze di Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan, e personale dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Le manovre si svolgevano in collaborazione con la Forza di Reazione Rapida dell’Asia centrale. “Il nostro compito principale è formare uno Stato maggiore multinazionale che cooperi in modo sincronico sotto un comando comune“, dichiarava il capo del Dipartimento del coordinamento della pianificazione e dell’addestramento dello Stato Maggiore Riunito della CSTO, Tenente-Generale Anatolij Jakovlev.

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Cassad
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Aleksandr Dugin e la “Primavera Russa”

Philippe Grasset Dedefensa, 12 luglio 2014
644551Abbiamo già menzionato che una delle possibili evoluzioni a margine della crisi ucraina, pur causata da essa, sarebbe il radicale indebolimento di Putin sul fianco della destra nazionalista e patriottica, per via della sua prudente politica di non-intervento, quasi di conciliazione. Se questa politica sembra avere una direzione politica chiara e dare i primi risultati, come l’avvicinamento della Russia sulla questione ucraina a Germania e Francia e l’allontanamento di questi due Paesi dagli Stati Uniti, ha i suoi limiti proprio nella minaccia d’indebolimento interno di cui parliamo. Karine Bechet-Golovko ha scritto sul suo blog, il 7 luglio 2014 “…Così, il presidente russo è in una situazione delicata, senza dimenticare che le reazioni lente causano crescente malcontento interno, soprattutto tra gli intellettuali interessati come Dugin. Un’avanzata  estremamente pericolosa, che insiste sull’invio delle forze armate (in Ucraina), l’interposizione di forze russe, l’appello a Strelkov per mettere ordine a Mosca. O. Tsarjov, più calmo, da parte sua dice che se la Russia non interviene a risolvere la situazione in Ucraina, la guerra arriverà a casa sua perché la battaglia che si svolge è la lotta per la Russia, ed ogni colpo è permesso“.
Vediamo Aleksandr Dugin qui citato, è noto che il filosofo mistico e simbolico del nazionalismo patriottico russo è entrato in politica per promuovere l’Eurasiatismo e contrastare i valori occidentali che ritiene destrutturanti e satanici. Dugin è considerato un intellettuale di primo livello, sulla scia di artisti e pensatori profetici, vicino alla corrente della Tradizione, il cui esempio più famoso nel XX secolo è Aleksandr Solzhenitsin. Un articolo della BBC del 10 luglio 2014 parla del ruolo di Dugin, affermando che egli avrebbe scritto il discorso di Putin alla cerimonia per l’annessione della Crimea. (Dugin chiese l’annessione nel 2008). Una conversazione telefonica con la BBC di Dugin permette valutazioni sulla situazione politica nella Russia di oggi. Dugin è assai allarmista e descrive un Putin titubante diviso tra tendenze nazionaliste e liberali filo-occidentali; anche se queste affermazioni sono speculative, tuttavia mostrano la febbre politica a Mosca riguardo la situazione ucraina. “Parlando al telefono da Mosca, in inglese e con un chiaro accento di urgenza nella voce, Dugin teme che la ‘primavera russa’ stia perdendo slancio: “I liberali sono contro Putin. E’ un vero guaio”, e i patrioti lo sosterranno solo se intende continuare con le sue politiche patriottiche. Mentre esita perde l’appoggio di entrambi i lati. È un gioco pericoloso. Ma c’è forse una soluzione? (…) Ora, con le forze ucraine all’offensiva contro i ribelli nelle regioni di Donetsk e Lugansk, Dugin incolpa “i liberali” della riluttanza del Presidente Putin ad inviare truppe. I “liberali” a suo avviso, sono soprattutto affaristi che fecero fortuna negli anni ’90. Se ulteriori sanzioni economiche saranno applicate alla Russia, avranno da perdervi molto essendo “integrati nell’economia mondiale”. L’apparente esitazione del Presidente Putin, secondo Dugin, è dovuta alla lotta nel governo russo, e nella mente del Presidente Putin. “Questa è la lotta tra le forze conservatrice ortodossi patriottiche e le forze liberali, che sono molto forti, dice. In effetti, pensa, ci sono due parti in conflitto in Vladimir Putin. “Il lato patriottico di Putin è supportato dalla maggior parte dei russi, ma la sua ombra liberale è rappresentata dalla maggioranza della classe politica, degli oligarchi e dal suo primo ministro Medvedev. Tale nota anti-establishment è popolare presso la maggioranza dei russi, che non si fida della “élite liberale”, accusata del caos degli anni ’90. Non solo molti russi simpatizzano con il nuovo patriottismo militarista di Aleksandr Dugin, Alcuni arrivano ad acquistarne il kit e a recarsi in Ucraina orientale, per unirsi ai gruppi ribelli“.
L’intervento di Dugin aiuta ad illuminare la portata del dibattito, e quanto la crisi ucraina sia lontana, anche sul terreno stesso della sua esplosione ed estensione, a limitarsi solo al problema ucraino. Questo dibattito è lungi dall’essere geopolitico, verrebbe definito “geopolitico” secondo Dugin, cioè una geopolitica mistica o escatologia geopolitica, un concetto in cui la geopolitica è rappresentazione terrena del disegno spirituale, dove il termine (“mistico”, “escatologico”) è più importante del termine che lo qualifica e riduce alla funzione utensile. (Dugin ha sviluppato l’idea dell’Eurasiatismo, o meglio neo-Eurasiatismo, concretizzando le sue idee come dottrina). Va ricordato che l’idea di scontro di civiltà, del concetto di civiltà antagoniste, è alla base della crisi ucraina e, naturalmente, della situazione russa concernente i recenti (negli ultimi due anni) eventi con tale connotazione. (Si veda, ad esempio, 3 marzo 2012). Un recente articolo di Alexandre Latsa (La Voce della Russia, 1 luglio 2014 e su questo sito 2 luglio 2014) affronta la crisi ucraina, tra cui gli scontri nel Donbas, da questa angolazione. (Si noti che Bechet-Golovko, riportava l’11 luglio 2014 un ulteriore esempio della complessità della crisi ucraina, nel senso che sviluppiamo qui, presentando l’adozione da parte di diverse organizzazioni ucraine a Jalta, il 7 luglio, del “Manifesto del Fronte Popolare ucraino”, le cui rivendicazioni si riferiscono alla prima Maidan, che espresse una protesta popolare pura poi sequestrata congiuntamente da forze estremiste, oligarchi corrotti e criminalità organizzata, forze sovversive del blocco BAO e diktat delle burocrazie ultra-liberali). In tutto ciò, vi sono varie espressioni di una medesima dimensione specifica, comprensiva del confronto culturale e di civiltà tra il blocco BAO, quale espressione del Sistema, e la Russia, partecipe all’eccezionalità della crisi ucraina, rafforzandone il carattere di universalità rispetto alla crisi generale del Sistema.
Inoltre, illustrando la velocità degli eventi e delle modifiche apportate sul terreno dalla crisi stessa, va notato ciò che sembra essere un nuovo importante sviluppo della situazione operativa, dopo la caduta di Slavjansk (v. 9 luglio 2014). Si tratta della notizie dell’importante scontro che ha visto l’annientamento di una unità strutturata dell’esercito ucraino, delle indicazioni di ulteriori scontri e dell’evoluzione strutturale delle forze anti-Kiev, suggerendone un recupero tattico, se non strategico. Il sito The Vineyard of the Saker fornisce maggiori informazioni su questi eventi, il 11 luglio. (Vedi, ad esempio, un testo dell’11 luglio 2014 sull’evoluzione strutturale del movimento di resistenza, e il testo sulla situazione operativa in generale, sempre dell’11 luglio 2014). Si trae da queste varie informazioni e considerazioni l’impressione generale di un accordo tra la resistenza del Donbass e Mosca per un aiuto informale, descritto come generato “dal popolo russo”, più o meno con  iniziative private e il sostegno passivo e discreto del governo, ecc.
Un’osservazione generale infine interessa l’evoluzione della crisi ucraina, qui considerata negli eventi nonché nelle valutazioni intellettuali direttamente legate al teatro operativo. Si tratta di apprezzare la notevole estensione della crisi a questo livello, nonché gli sviluppi indiretti e internazionali (dollaro, posizioni nel blocco BAO, ecc.) ormai ben riconosciuta di grande  importanza. La posizione ucraina crea fattori fondamentali, le cui implicazioni estere e concettuali promettono essere importanti. Questo porta ad osservare, ancora una volta, e a confermare, se si vuole, l’eccezionalità di tale crisi inedita, espressa a tutti i livelli operativi. Anche sul solo punto ucraino, tale crisi non può essere ridotta a una “rivoluzione colorata” di nuovo tipo, a una versione est-europea della “primavera araba”, ecc. A questo proposito, l’idea di “Primavera Russa” di Dugin ha necessariamente una dimensione completamente nuova rispetto all’idea di “primavera araba”; osservando ciò, si pone meno contrasto tra i due eventi che a mostrare qaunto la situazione sia notevolmente cambiata dal 2010. Con la crisi ucraina, non si tratta più, per la molteplice universalità e la profusione d’interessi, di un evento che può essere ridotto a una regione o area geografica o culturale, a un sistema regionale e religioso, ecc. Si tratta infatti di un evento fondamentale per il Sistema, o ancor di più dell’archetipo della manifestazione fondamentale del Sistema, portando al confronto tra Sistema e anti-Sistema in tutta la sua diversità, con le necessariamente differenti valutazioni nell’identificare gli avversari. Vi è un grado in più, un ulteriore passo nello sviluppo della crisi del collasso del Sistema, e della crisi di civiltà che l’accompagna.

72962646cropTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Crimea, Cina e rotte commerciali alternative

Konstantin Penzev, New Oriental Outlook 03/07/2014
VEZ52bc0c_KrymRULa Cina deve non solo di diversificare rotte e fonti di energia, ma non è un segreto che deve diversificare le rotte per i prodotti finiti. Qual è il problema? Vi sono le vecchie rotte marittime che collegano le coste della Cina attraverso stretto di Malacca, Oceano Indiano, stretto di Suez, Mar Mediterraneo e stretto di Gibilterra all’Europa, uno dei principali partner commerciali della Cina. È qui che il commercio della Cina si svolge, ad esempio con la Germania, attraverso il porto di Amburgo. Quest’ultimo è uno dei più grandi porti del mondo e il secondo in Europa per carico. La rotta del Mediterraneo al Mar Nero, attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, arriva al primo porto di carico ucraino, Odessa, ma qui una domanda piuttosto banale sorge spontanea: perché il presidente Janukovuch dovette recarsi a dicembre dell’anno scorso a Pechino per negoziare con i cinesi la costruzione (gli investitori) un porto oceanico in Crimea, che all’epoca era ancora parte dell’Ucraina? Il 5 dicembre dello scorso anno, il governo precedente dell’Ucraina firmava a Pechino un memorandum tra le società Kievgidroinvest e BICIM (RPC). Poi il 18 dicembre il presidente Janukovich voleva andare a Mosca, ma la visita fu interrotta a causa della crescente inquietudine a Kiev, per “Majdan”, che al momento non era arancione, ma piuttosto bruno acceso russofobo. Poi si ebbero eventi infami; il colpo di Stato, l’occupazione illegale del potere a Kiev dei teppisti fascisti e l’incitamento alla guerra civile nell’est. Mentre i terroristi imperversavano a Kiev esaltando incessantemente la loro purezza razziale, la repubblica di Crimea si separava dall’Ucraina, dichiarando l’indipendenza e riunendosi con la Russia. Così, la questione della costruzione cinese del porto in acque profonde in Crimea rimase sospesa per via del mutamento di sovranità e dei problemi per a recente riapertura, dal 1945, del “Fronte Orientale”. Tuttavia, ciò non elimina la domanda: perché la Cina vuole commerciare attraverso la Crimea, se la stessa cosa può essere fatta attraverso il porto di Odessa? Una spiegazione dei media ucraini, (fonti discutibili), riteneva che le navi mercantili cinesi avrebbero scaricato merci cinesi in Crimea e caricato grano ucraino. Cosa impediva all’Ucraina di fare lo stesso ad Odessa, non è mai stato spiegato. Poi si capì che l’Ucraina era parte dell’antica Grande Via della Seta che oggi s’è deciso di ripristinare nel suo “significato storico”. C’è una goccia di verità in ciò, ai tempi dei khanati mongoli e della Via della Seta, l’Ucraina non esisteva, ma la Crimea era uno dei terminali marittimi della Via. La rotta settentrionale della Via della Seta passava dall’Asia Centrale (Samarcanda, ecc), costeggiando il Mar Caspio, da Malii Sarai alla Crimea. Qui le merci sulla costa venivano prese dai mercanti genovesi (accumulando enormi fortune con gli scambi commerciali con le Orde) e trasportate nei mercati europei.
Il 19 giugno, Kommersant FM informava che una società cinese, la China Communications Construction Company, costruirà il ponte tra Kerch, nella penisola di Crimea e Taman, nella regione di Krasnodar. Un investitore disposto a spendere in rubli e a prendere impegni a lungo termine. La questione è stata discussa durante l’ultima visita di Vladimir Putin a Shanghai, come menzionato dal direttore di Avtodor Sergej Kelbakh. Secondo lui, gli ingegneri cinesi hanno già visitato Kerch, e il 18 giugno la CCC Company ha presentato una proposta alla delegazione russa guidata dal ministro dei Trasporti Maksim Sokolov. L’investitore cinese ha proposto due opzioni: un ponte stradale/ferroviario o un tunnel. Si prevede che in Crimea sarà costruita una ferrovia di 17 chilometri, e circa 10 km di strada; a Taman sarà costruito un sistema stradale e ferroviario di 40 km. Secondo la corrispondente di Kommersant FM, Jana Lubnina, un ponte sullo stretto di Kerch è uno dei temi chiave discussi a Shanghai. Ovviamente, collegherà il futuro porto d’alto mare in Crimea, attraverso Krasnodar, alla ferrovia Transiberiana. Poi ci sono due opzioni: una rotta per la Cina attraverso il Kazakistan (membro dell’Unione doganale) e una rotta lungo il confine con la Mongolia che termina a Vladivostok. A Shanghai, come sappiamo, è stata presa una serie di decisioni relative all’incremento delle capacità ferroviarie e stradali tra Cina e Russia. Russian Railways e China Railway Corporation hanno deciso di sviluppare le infrastrutture ferroviarie e stradali. Le aziende prevedono di sviluppare infrastrutture adeguate ai valichi di frontiera e nei porti per aumentare la capacità delle ferrovie, così come il volume del traffico internazionale tra i Paesi e del transito nei loro territori. Dal 18 al 20 giugno Sochi ha ospitato il Forum internazionale “Strategic Partnership 1520″. Il programma del Forum si basava sulla tesi della necessità di sviluppare un mercato equilibrato tra gli interessi dei Paesi sul perimetro del corridoio Est-Ovest e i tre pilastri principali del settore ferroviario: trasporti, infrastrutture e materiale rotabile. L’ordine del giorno della discussione plenaria comprendeva i problemi sullo sviluppo dei corridoi internazionali di trasporto UE-1520-Asia-Pacifico. Gli sviluppi del progetto ferroviario discussi includono Vienna – Bratislava – Kosice – Kiev – Mosca – Komsomolsk-on-Amur – Nysh – Juzhno-Sakhalinsk – Capo Crillon – Wakkanai (Giappone), e Rotterdam – Mosca – Kazan – Novosibirsk – Krasnojarsk – Irkutsk – Khabarovsk – Vladivostok – Busan (Corea del Sud). Quindi, il problema principale per il leader industriale di oggi, la Cina, come già accennato è diversificare le rotte di approvvigionamento energetico nonché quelle commerciali per esportare i prodotti finiti. Ahimè, la politica degli Stati Uniti di controllo delle principali rotte commerciali marittime e degli stretti ora è sempre più anticinese e meno adeguata. La diversificazione delle forniture energetiche alla Cina, in molti modi è vicina alla risoluzione, come dimostrano i numerosi accordi nel settore petrolifero e gasifero conclusi durante la visita di Putin a Shanghai. Sulla diversificazione delle rotte commerciali vi sono due opzioni allo studio oggi, la rotta marittima settentrionale e le rotte stradali e ferroviari basate sulla Transiberiana. Con queste condizioni, ovvero la costruzione di un porto in acque profonde in Crimea, il progetto della Transiberiana rientrerà nel piano di sviluppo.

iron_silk_roadKonstantin Penzev è scrittore, storico ed editorialista della rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dollaro KO per accerchiamento? I cinesi campioni del mondo nel GO

Caro Reseau International 5 luglio 2014

Bank-of-China_2556148bSun Tzu: vincere la guerra senza combattere
Dall’inizio di luglio, le notizie dalla Cina sono strettamente collegate… e tutte importanti. In primo luogo, per la Cina stessa.

1) La Banca centrale della Cina ha ratificato un accordo con Londra per la conversione yuan/sterlina
Il London Stock Exchange Group (LSEG) ha firmato accordi con due banche statali cinesi per incrementare il commercio off-shore in yuan nel Regno Unito. Una partnership con Bank of China (BoC) consente a LSEG e agenzie del credito di valutare e stabilire le regole di compensazione comuni e il processo di finanziamento dei futuri prodotti denominati in yuan, afferma una dichiarazione pubblicata sul sito del LSEG. La Bank of China, il terzo maggiore istituto di credito in Cina per attività, mira a diventare membro del LSEG. “La Cina potrà abbreviare il processo d’internazionalizzazione della sua moneta di almeno 10 anni, se potrà attingere al mercato europeo“, ha detto Dai. “Londra è un buon punto di partenza, perché la città ha esperienza nel trading di valute estere e perché i risultati dei suoi mercati finanziari hanno un forte impatto sui Paesi dell’eurozona“.

2) La Cina contatta e firma convenzioni con due banche centrali europee:
• La Banca centrale del Lussemburgo
• La Banque de France
La banca centrale ciense ha firmato due protocolli d’intesa con le banche centrali europee. Il contenuto dell’accordo è molto importante perché indica che la firma di questo protocollo d’intesa è il primo passo verso la creazione di un’infrastruttura per la compensazione e il regolamento delle operazioni in renminbi a Parigi. Ciò significa che ora i flussi di capitale non saranno più controllati dai due istituti di compensazione europei Euroclear e Clearstream, anche se Clearstream è di proprietà di Deutsche Boerse sulla carta, dato che sembra che gli azionisti siano statunitensi, ed Euroclear appartiene a JP Morgan. Perché il Lussemburgo? Perché questo Paese è il primo per detenzione di capitale, indispensabile per effettuare quei trasferimenti, che di solito avvenivano nei paradisi fiscali statunitensi o inglesi, avvengano in Asia in modo discreto. Firmando separatamente con le banche centrali nazionali, la Cina neutralizza qualsiasi opposizione di Draghi a riguardo.

3) La Cina crea una banca mondiale concorrente
Finora 22 Paesi hanno partecipato al progetto volto a creare una nuova “Via della Seta”, l’antica rete commerciale tra Asia ed Europa che collega la città di Xian in Cina alla città di Antiochia in Turchia. L’istituto per lo sviluppo dovrebbe portare il nome d’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) e coprire un’area che si estende dalla Cina al Medio Oriente. Il finanziamento dovrebbe essere utilizzato per sviluppare tali infrastrutture nella regione, tra cui una colossale linea ferroviaria che colleghi Pechino a Baghdad, secondo fonti citate dal Financial Times.

4) La Cina ha i mezzi per le sue ambizioni, dato che le banche cinesi raccolgono oggi un terzo dei profitti globali
I tre principali investitori mondiali, nel 2013, erano la cinese PetroChina con 50,2 miliardi dollari, la russa Gazprom (44,5 miliardi) e la brasiliana Petrobras (41,5 miliardi). Total è il settimo maggiore investitore con 30,8 miliardi, davanti EDF (17.mo con 18,4 miliardi) e GDF Suez (43.mo con 10,4 miliardi). Questi Paesi non hanno abbandonato il potere sovrano di creare moneta, in cui lo Stato ha il controllo delle società, avendo cinesi, russi e brasiliani capito che la liberalizzazione dei servizi energetici non favorisce gli investimenti.

5) La Cina ha firmato un accordo di libero scambio totale con la Svizzera
Il primo trattato di questo tipo del Regno di Mezzo con un Paese europeo. Gli svizzeri si mettono al riparo da deliri e diktat dell’Unione europea, spesso dettati da Washington.

6) Il prossimo vertice dei BRICS sarà cruciale: la nuova architettura finanziaria
In particolare un fondo di riserva monetaria chiamato Accordo sui Fondi di Riserva (Contingent Reserve Arrangement – CRA) e una banca di sviluppo, chiamata Banca BRICS, avranno funzioni di sostegno multilaterale nella bilancia dei pagamenti e nei fondi per il finanziamento degli investimenti. De facto, i BRICS si allontanano da Fondo monetario internazionale (FMI) e Banca Mondiale (BM), istituzioni insediate 70 anni fa nell’orbita del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America. In piena crisi, le due iniziative aprono spazi alla cooperazione finanziaria, a fronte della volatilità del dollaro, e al finanziamento alternativo di Paesi in crisi, senza sottoporli alle condizioni dei programmi di adeguamento strutturale e ristrutturazione economica. Il nuovo vertice dei BRICS mette il FMI sottochiave… Inoltre, contrariamente al “Chiang Mai Initiative” (che include Cina, Giappone, Corea del Sud e le 10 economie dell’Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico), il CRA dei BRICS può fare a meno del supporto del FMI nei suoi prestiti, assicurandosi una maggiore autonomia da Washington. La guerra valutaria delle economie centrali capitaliste contro le economie della periferia ne richiede l’attuazione in tempi brevi.

7) L’Argentina è invitata al vertice
In questo contesto, è chiaro che la dedollarizzazione accelera in modo inedito. Il potere degli Stati Uniti deriva anche dal fatto che il dollaro è la valuta globale standard. Se perde tale ruolo, gli Stati Uniti non avranno più potere o controllo, saranno un Paese come tutti gli altri. Ed è la de-dollarizzazione che probabilmente causa la massiccia fuga di capitali dagli Stati Uniti, il primo Stato in pericolo di fallimento, incapace di finanziarsi. Così cercano d’immaginare soluzioni deliranti come tassare la rivendita delle obbligazioni del tesoro. Ma quale investitore sarebbe abbastanza sciocco da comprare attività finanziarie che non può vendere senza rischiare gravi perdite finanziarie? O decidono di estendere unilateralmente le scadenze obbligazionarie. O, come appena annunciato da Lagarde, arraffare le assicurazioni, avendo il doppio vantaggio di causare panico in Europa facendo rientrare i capitali negli USA. Ma tali decisioni sono totalmente inefficaci, peggio ancora, aggravano la situazione, come indubbiamente dimostra l’ammenda alla BNP, ricattata politicamente per la consegna di armi alla Russia, probabilmente in obbedienza anche  alla logica di provare con tutti i mezzi a rimpatriare i capitali negli Stati Uniti. Perché ci vorrebbe una vera e propria strategia politica per imporre una politica economica e sociale alla finanza che la rifiuta, una strategia possibile solo se lo Stato mantiene l’autorità suprema di creare denaro… Come nel caso dei Paesi BRICS, perciò la loro strategia è coerente, efficiente e utile all’interesse generale dei popoli che rappresentano. Gli interessi dei finanzieri che gestiscono gli Stati Uniti (azionisti della FED) oggi sono contraddittori, non hanno strategia e sono antagonisti ai loro clienti, così come ai popoli statunitense e dei vassalli europei. In Europa, più che negli Stati Uniti, non vi sono più piloti… e il dollaro sta per essere messo KO dalla strategia coerente della Cina e dei Paesi BRICS, promettendo qualche turbolenza in estate dall’enorme impatto economico e sociale.

Avvertenza
PS: Tutti i calcoli degli articoli citati, in particolare sulle nuove banche di sviluppo e mondiali in via di creazione, sono in dollari per semplicità semantica e facilità giornalistica. Non penso che nel contesto attuale, in particolare nel caso della BNP, queste banche conservino gran parte delle loro attività in dollari.YuanFonti:
China
Xinhua
Agence Ecofin
Contrepoints
Romandie
Swissinfo
Reseau International
Reseau International
Zerohedge
Zerohedge

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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