Il ruolo della Russia e la nuova intesa India – Cina

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 24 luglio 2014

BsiBzNACcAANr_fIl primo ministro indiano Narendra Modi incontrava il presidente cinese Xi Jinping a margine del vertice BRICS in Brasile, attirando notevole attenzione, di sicuro positivamente. L’incontro fornisce indizi sulla direzione delle relazioni tra i due confinanti, rapporti che smentiscono un modello costante. La Russia ha a lungo puntato a rinsaldare i legami tra i due giganti asiatici. L’invito di Xi a Modi a partecipare all’APEC, primo ente economico Asia-Pacifico, ha portato a notevoli speculazioni sulle motivazioni reali della Cina. Xi ha anche invitato l’India ad essere membro fondatore della Infrastrutture Asian Investment Bank. Quanto sono supportati gli inviti dall’autentico potere politico della Cina? L’invito cinese è una mossa astuta per moderare alcune posizioni dell’India? E’ una mossa per un accordo?
Si ipotizza che la Cina possa aver offerto alcune concessioni all’India per l’accordo chiave che istituisce la banca di Shanghai. Ma uno scambio Cina-India non è così facile essendo vincolato da procedure ed ostacoli politici. Tutti i membri dell’APEC devono approvare i nuovi membro del gruppo. Gli ostacoli politici possono essere più difficili da superare. Gli Stati Uniti, che  recentemente sempre più si affermano nella regione Asia-Pacifico, possono far sembrare l’offerta cinese all’India come una pedina nella scacchiera strategica antitetica ai propri interessi. La rivalità USA-Cina, piuttosto che le differenze tra Stati Uniti e India, o tra India e Cina, può influire sulla mossa. Anche le intenzioni cinesi, e le manovre politiche in questo contesto, devono ancora essere pesate approfonditamente dai politici indiani. Forse la Russia è più adatta a svolgere un ruolo bilanciante in questo caso. Vicina a India e Cina, e attore chiave di APEC e BRICS ed organizzazioni regionali come SCO, la Russia potrà non solo trasmettere gli interessi dell’India, ma anche aiutare a mediare un accordo tra India e Cina. La Russia ha sostenuto la candidatura dell’India a molte organizzazioni internazionali e regionali, tra cui il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e la Shanghai Cooperation Organization, anche con la contrarietà della Cina. In particolare nel caso della SCO, si ritiene che l’adesione dell’India sia trattenuta dalla prevaricazione cinese. Xi durante l’incontro con Modi ha chiesto un ruolo attivo dell’India nell’organizzazione regionale. Ma non è ancora chiaro se Xi sosterrà l’adesione dell’India alla SCO. Il ruolo della Russia nella realizzazione di relazioni simmetriche India-Cina sarà cruciale. Mentre operano in tandem, i tre Paesi non solo possono siperare efficacemente le rispettive differenze, ma anche contribuire ad affrontare le questioni internazionali. Mentre la Russia può convincere la Cina ad adottare un approccio più morbido verso l’integrazione dell’India a SCO ed APEC, India e Cina possono sostenere la Russia nella crisi in Ucraina o ad superare gli effetti delle sanzioni. Non è una sorpresa che i Paesi BRICS al vertice in Brasile abbiano espresso profonda preoccupazione per la crisi in Ucraina e chiesto un “dialogo globale, de-escalation del conflitto e moderazione da tutti gli attori coinvolti, al fine di trovare una soluzione politica pacifica“. Putin ha espresso soddisfazione per gli sviluppi del vertice e ha sostenuto che gli sforzi congiunti aiuteranno ad impedire difficoltà economiche.
Un accordo tra l’India e la Cina non sarà così facile. La reciproca diffidenza s’insinua nel profondo delle relazioni bilaterali. Come custodi degli interessi nazionali, Xi e Modi potrebbero trovare difficoltà a superare interessi nazionali guidati dalla sfiducia. Ma non è impossibile. I pragmatisti seri possono trovare il modo per superare le differenze. Modi ha chiesto, e Xi concordato, un vertice sereno e tranquillo. Modi ha invitato la Cina ad investire nei progetti infrastrutturali in India. Xi può apparire meno imperscrutabile del suo predecessore, Hu Jintao, il cui aspetto stoico confuse molti dirigenti e osservatori internazionali. Xi appare più lungimirante, e la sua simpatia può essere un vantaggio per la Cina. Ma nella diplomazia internazionale è difficile basarsi sull’apparenza. Per decifrare le cose, si deve andare in profondità e leggere tra le righe. Il vantaggio per Modi e Xi è che sono al comando dei loro Paesi. Sono pro-business, giovani e dinamici. Ognuno è consapevole dei propri interessi nazionali fondamentali e dei vincoli nella loro realizzazione. Un accordo paritario tra India e Cina non sarà l’alba di una nuova intesa delle relazioni bilaterali, ma inaugurerà una nuova fase delle relazioni internazionali. Un nuovo rapporto India-Cina rafforzerà ulteriormente  le relazioni Russia-India-Cina (RIC), così come con BRICS, SCO e altre organizzazioni importanti come G-20. Con la visita di Xi in India per settembre, si spera che alcune differenze saranno risolte.
Quale ruolo può svolgere la Russia in questo nuovo ambiente? Oltre ad incontrare Xi, Modi ha incontrato anche il presidente russo Vladimir Putin. La Russia è un noto partner strategico dell’India e della Cina, ed è coerente nel sostenere le ambizioni politiche indiane. Aggiungendovi la disponibilità della Cina a sostenere l’India nella sua adesione a APEC e SCO, la politica internazionale si completerà con una possibile avanzata del nuovo ordine. Una delle motivazioni  reali della debolezza del BRICS è la differenza India-Cina, e una volta che ciò sarà sistemato con un accordo tra India e Cina, il gruppo emergerà come nuovo centro gravitazionale nel mondo post-guerra fredda, con implicazioni bilaterali e internazionali su pace e sicurezza.

6th BRICS SummitDr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. Le sue aree di interesse sono conflitti, terrorismo, pace e sviluppo in Asia meridionale, e aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossija: disfatta di Kiev e della NATO

Alessandro Lattanzio, 17/7/2014

Igor Strelkov: La liberazione di Kiev dalla banda occupante di pedofili, cultisti e altra feccia è uno dei compiti più importanti della nostra campagna.

_75196909_022413684-1I cinque distaccamenti della giunta di Kiev attivi nella regione di Donestk- Lugansk erano la 79.ma brigata aeroportata, i battaglioni Shakhtjorsk e Azov, la 24.ma brigata d’artiglieria e la 72.ma brigata meccanizzata. Dal 15 luglio, enormi convogli ucraini di blindati, artiglieria e autocarri alla rinfusa si ritiravano verso Kozhevnja (a sud di Dmitrevka) per sottrarsi all’accerchiamento delle truppe di Lugansk. Durante la ritirata da Izvarino, le forze speciali ucraine (SBU) di Kirovograd subivano ingenti perdite: 8 morti e 30 feriti. La milizia dell’autodifesa riprendeva le posizioni occupate dagli ucraini il 13 luglio. Nella zona dell’aeroporto di Lugansk rimanevano bloccati 45 tra carri armati e blindati majdanisti. La milizia dell’autodifesa aveva catturato alle forze ucraine 4 carri armati T-64, 3 cannoni semoventi 2S1 Gvozdika, 1 BTR e 2 autoveicoli. La giunta a Kiev, dopo aver subito notevoli perdite e problemi logistici nell’offensiva su Lugansk-Donestk, nel fallimentare tentativo di sbloccare l’aeroporto di Lugansk, si ritirava mentre la milizia della RPL  sventava la maggiore operazione strategica dei majdanisti, infliggendo alla giunta naziatlantista la peggiore sconfitta dall’inizio della guerra, costringendola a un’urgente pausa operativa. Dal 1 luglio al 14 luglio, i miliziani della Repubblica Popolare di Lugansk avevano eliminato oltre 800 miliziani majdanisti e 50 loro blindati.

Il 15 luglio, colonne di blindati e obici semoventi con bandiere russe e della Novorossija si muovevano diversi punti tra Donetsk e Lugansk raggiungendo Enakevo, 100 km ad ovest di Lugansk.
UkraineIl 16 luglio, la milizia dell’autodifesa delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk lanciava un’offensiva contro la Guardia Nazionale ucraina. L’offensiva iniziava “alle 5 del mattino del 16 luglio per liquidare la sacca di Stepanovka (Donetsk), con i bombardamenti dei carri armati e dei mortai sulle postazioni della Guardia Nazionale ucraina presso Marinovka (regione di Donetsk), che continuarono per un’ora“. La milizia combatteva anche nella zona del villaggio Tarani e di Savr-Mogila, utilizzando mortai e carro armati contro le posizioni ucraine. Nei pressi di Amvrosevka, il 3.zo battaglione della 72.ma brigata ucraina veniva bombardato dagli MLRS Grad della milizia, infliggendo 4 morti e oltre 10 feriti, mentre i miliziani della RPD facevano saltare in aria la torre delle comunicazioni dell’aeroporto di Donetsk, con cui i golpisti guidavano le operazioni di aviosbarco di armi, mercenari e munizioni nell’aeroporto di Lugansk. A Izvarino, la milizia eliminava 8 spetsnaz ucraini di Kirovograd e ne feriva atri 10. Un’altra unità majdanista veniva circondata sempre presso Izvarino, perdendo 1 sistema d’artiglieria semovente e 40 autocarri. Nella zona di Sverdlovsk, regione di Lugansk, la milizia devastava la 72.ma brigata con artiglieria e mortai. La raffineria di Lisichansk, LINIK, veniva liberata dalle forze armate di Novorossija. La raffineria rappresenta circa il 40% della capacità totale di raffinazione dell’Ucraina. Un distaccamento dell’esercito della RPD catturava 4 blindati abbandonati dalle forze majdaniste presso Tonenkoe, mentre a Mospino la milizia eliminava 2 BMP-2 e 50 naziguardie. Due aviogetti Sukhoj Su-25 venivano abbattuti su Gorlovka. 2 paracadutisti russi furono uccisi da un gruppo di naziguardie ucraine infiltratesi nel territorio della Federazione Russa. Durante la ritirata i miliziani dell’autodifesa intercettavano gli aggressori majdanisti, eliminandone la maggior parte. Veniva anche liberata Marinovka, dove le forze golpiste, i paracadutisti della 79.ma brigata, venivano accerchiate perdendo 1 BTR e 2 BMP-2, di cui 1 catturato intatto. Il fronte meridionale di Novorossija veniva così assicurato. Nelle altre zone del fronte meridionale, la Milizia continuava l’offensiva impiegando l’artiglieria contro le colonne majdaniste. In totale venivano accerchiati 2500 dei 5000 mercenari majdanisti impiegati direttamente contro la Novorossija. Diverse unità si disperdevano, come ad esempio la 24.ma brigata meccanizzata, mentre un centinaio di miliziani ucraini si rifugiava in Russia. La 72.ma brigata meccanizzata, isolata nella zona di Birukova-Gukovo, subiva gravi perdite e carenze di munizioni, carburante, cibo e acqua. Le forze ucrainiste abbandonavano in fretta le posizioni presso Provale, Krasnodon, Aleksandrovka, Izvarino e Shaste. In pratica, tutte le unità majdaniste impiegate sul fronte meridionale di Novorossija si ritiravano disordinatamente, abbandonando materiale e mezzi. Si trattava delle 5 unità da combattimento di Kiev già indicate: la 79.ma e la 24.ma brigate aeroportate, il battaglione territoriale Shakhtjorsk, il battaglione naziatlantista Azov e la 72.ma brigata meccanizzata. Tutte intenzionate a rompere l’accerchiamento cui erano sottoposte dalla Milizia dell’autodifesa. L’esercito ucraino avrebbe perso 258 soldati e altri 922 sarebbero stati feriti nell’operazione contro il sud-est dell’Ucraina, secondo il portavoce del Consiglio di Difesa e Sicurezza Nazionale ucraino Andrej Lisenko.
Il ‘ministro’ degli Interni golpista Arsen Avakov licenziava 585 agenti di polizia di stanza a Donetsk per ‘tradimento’, mentre arrivava un battaglione di volontari israeliani in supporto della giunta golpista a Kiev, per combattere contro i federalisti. Il comandante dell’unità incita tutti gli ebrei ucraini ad aderire al battaglione “Matilan“. Si tratta di un’unità speciale della polizia di frontiera israeliana, creata nel 1996. Matilan significa “intelligence, osservazione, intercettazione, operazioni speciali”. Nel porto di Odessa venivano sbarcati in segreto 12 semoventi da 152 mm Vz.77 Dana di produzione ceca ma provenienti dalla 1.ma brigata d’artiglieria polacca Masuria, assieme ad autocarri, militari e altri mezzi. Inoltre, Kiev ha ricevuto dagli Stati Uniti 2000 giubbotti antiproiettile Interceptor, sebbene in compenso “l’esercitazione Rapid Trident 2014, inizialmente prevista per luglio in Ucraina, verrà rinviata“, come dichiarava il tenente-colonnello dell’USAF David Westover Jr. “Le date esatte e i partecipanti devono essere determinati“. L’esercitazione era prevista presso Lvov, in Ucraina, e doveva coinvolgere unità di Stati Uniti, Ucraina, Armenia, Azerbaijan, Bulgaria, Canada, Georgia, Germania, Moldavia, Polonia, Romania e Regno Unito.

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Fonti:
Alawata
Army Times
Cassad
Cassad
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Cassad
ITAR-TASS
Global Research
Maidan Translations
Politikus
Sociologia Critica
Sputniki Pogrom
Vineyard Saker
Vineyard Saker
Voice of Russia

Novorossija, Kiev inizia la ritirata

Alessandro Lattanzio, 15/7/2014

10304708Il 12 luglio, la Milizia della Repubblica Popolare di Donetsk (RPD) abbatteva un aereo d’attacco Sukhoj Su-25 ucraino nei pressi di Gorlovka. Il 13 luglio,
una colonna majdanista veniva distrutta alla periferia del villaggio di Roskoshnoe, a sud di Lugansk. Almeno 2 miliziani ucraini furono eliminati. Inoltre, sempre il 13 luglio, le milizie di autodifesa di Novorossija abbattevano 2 velivoli ucraini e distruggevano 12 carri armati e 11 veicoli blindati dell’esercito ucraino. In totale, 3 velivoli majdanisti venivano abbattuti nella zona di Luqansk tra l’11 e il 13 luglio. “Un aereo è stato abbattuto nella zona di Lisichansk e un altro presso Izvarino”. Nella notte del 13-14 luglio, i combattenti federalisti avevano abbattuto un aereo da trasporto ucraino An-26 con 20 uomini a bordo. Nel frattempo, il primo velivolo da combattimento dell’aeronautica della Repubblica Popolare di Lugansk, un Sukhoj Su-25, compiva la prima sortita colpendo le posizioni nemiche vicino al villaggio di Aleksandrovsk, distruggendo 6 carri armati e 1 BTR ucraini, mentre ad Alekseevka un convoglio majdanista veniva circondato e distrutto dalle milizie della RPD. 27 autoveicoli e blindati ucraini, su un totale di 30, venivano distrutti. Dei 3 veicoli sfuggiti all’imboscata, uno si rovesciava durante la fuga. Almeno 100 i miliziani majdanisti eliminati. A Marinovka l’artiglieria faderalista bombardava un convoglio majdanista, distruggendo 10-20 automezzi ucraini. La milizia federalista respingeva un attacco di 70 carri armati majdanisti su Lugansk, presso Metalist. Alcuni carri armati furono incendiati. Presso Slavjansk venivano eliminati 12 miliziani majidanisti.
Gli attacchi combinati su Lugansk e Donetsk erano volti a distrarre le forze della resistenza federalista, allontanandole dal fianco sud, dove 5000 golpisti avevano tentato di tagliare i collegamenti tra Novorussia e Russia, circondando Donetsk e Lugansk. Ma la manovra falliva completamente mentre i majdanisti non riuscivano a prendere la collina Savr-Mogila, finendo coll’essere circondati a loro volta in un corridoio di 4-8 km di larghezza, spezzato dalla Resistenza in diversi punti, costringendo infine le truppe di Kiev a ritirarsi sotto il tiro dell’artiglieria federalista.
Nella zona di Lugansk era stato schierato il corpo di spedizione majdanista consistente in sei gruppi isolati:
1. Il gruppo di artiglieria nella zona di Marinovka – Dmitrovka – Chervonaja Zarja – Kozhevnja, tra Lugansk e il confine con la Russia, nella zona operativa della milizia del RPD.
2. Il gruppo avanzato nella zona di Djakovo, sull’autostrada per Rostov.
3. Il gruppo di artiglieria nella zona di Zelenopolja – Darino – Ermakovka – Dolzhanskij.
4. Il gruppo di artiglieria nella zona di Poreche – Nizhnedereveechka – Prokhladnaja – Kalinik – Cheremshino – Korolevka.
5. La guarnigione dell’aeroporto di Lugansk.
6. L’area Shaste – colle Veselaja – Metalist – Zheltoe.
Ognuno dei primi quattro gruppi consisteva in un battaglione meccanizzato/corazzato e in un gruppo tattico della fanteria. Il presidio dell’aeroporto di Lugansk consisteva in due gruppi tattici della fanteria. A nord di Lugansk, la principale forza d’urto era la 128.ma Brigata meccanizzata con due battaglioni e quattro gruppi tattici della fanteria. A Lisichansk era posto il comando del corpo di spedizione, assieme a un battaglione della 30.ma brigata meccanizzata.
milice slaviansk 2 La mattina del 13 luglio la milizia della RPD attaccava un convoglio di rifornimenti verso Djakovo, mentre artiglieria e lanciarazzi della milizia federalista bombardarono le postazioni dell’artiglieria majdanista presso Poreche e Izvarino. Una batteria di obici D-30 ucraini veniva messa fuori uso, e un plotone di fanteria meccanizzata ucraina perdeva 2 BMP-2. Concentrando a nord di Lugansk un ulteriore battaglione, il comando ucraino iniziava la manovra di avvolgimento da nord a est e poi a sud di Lugansk. Tuttavia, le forze disponibili erano insufficienti, distinguendo così l’avventurismo dei golpisti di Kiev convinti della scarsa organizzazione della milizia federalista. Un battaglione majdanista che doveva entrare nell’area urbana muovendosi verso l’aeroporto, dopo un breve attacco della batteria di MLRS, fu respinto dalla milizia. Le colonne ucraine cercarono di sfondare presso Aleksandrovsk – Beloe, Georgievka – Rodakovo e Sabovka – Jubilejnoe. Ma la mattina del 13 luglio il comando della milizia della RPL ritirava parte dei distaccamenti a sud di Lugansk per poi bombardare e attaccare la principale colonna nemica mentre si preparava a riprendere l’offensiva. Un breve contrattacco delle riserve della milizia, presso Metalist, faceva indietreggiare il primo raggruppamento majdanista fino alle posizioni di partenza, perché rischiava di essere circondato presso Shaste. Il gruppo principale del corpo di spedizione non riusciva ad avvicinarsi all’aeroporto, venendo isolato e disperso durante la notte, ritirando il grosso delle forze verso Molodogvardejsk e Sukhodolsk. La mattina del 14 luglio, gli MLRS della milizia colpivano l’aeroporto dove si era rifugiato una parte del gruppo tattico ucraino. Inoltre, l’aereo da ricognizione An-26 dell’aeronautica ucraina, che informava il comando ucraino, veniva abbattuto su Izvarino, accecando il corpo di spedizione majdanista. Le truppe majdaniste quindi avevano fallito l’offensiva da tre direzioni verso l’aeroporto. I gruppi avanzanti non solo non poterono togliere l’assedio all’aeroporto, ma si dissolsero fuggendo verso la periferia e perdendo 5 carri armati, 2 BMP, 3 BTR, una batteria di mortai e un velivolo Su-25, abbattuto su Loskutovka. L’artiglieria e i paracadutisti ucraini, provenienti da Lvov, avevano cercato di sostenere l’incursione delle forze majdaniste bloccate nell’aeroporto, subendo così oltre un centinaio di perdite, mentre nella zona di Zelenopolja e Ljubimoe, intorno alle 4:00 del 14 luglio, si svolse un’altra battaglia.
Il 14 luglio, presso Dmitrovka venivano distrutti atri 2 BTR-4 ucraini. Intensi combattimenti nei pressi di Lugansk, quando un centinaio di miliziani majdanisti, intrappolati nell’aeroporto, cercarono di sfondare l’anello delle forze federaliste che li circondava. Le forze della RPL respinsero l’offensiva distruggendo 1 carro armato, 2 BMP, 2 BTR e diversi autocarri Ural. Così, la milizia di Lugansk mantiene il blocco dell’aeroporto, da dove i miliziani banderisti bombardano la capitale utilizzando un mortaio pesante semovente da 240mm Tjulpan, dislocato nell’aeroporto. Presso Lisichansk, sul villaggio Beloskeljuvat, un altro velivolo ucraino veniva abbattuto. L’esercito ucraino subì anche il bombardamento da parte dei sistemi lanciarazzi multipli Uragan in possesso dell’esercito della Novorossija. Presso Metalist, i lanciarazzi Grad della milizia distruggevano 5 posti di blocco majdanisti.
Il 15 luglio, le unità ucraine iniziavano ad abbandonare le loro posizioni nei pressi di Lugansk, “Le forze armate ucraine lasciano le loro posizioni presso Krasnodon e si ritirano da Aleksandrovka (ad ovest di Lugansk) e da Shaste (a nord di Lugansk)”, affermava l’ufficio stampa dell’esercito ucraino. Inoltre, “L’aeronautica sospende i voli fino ad ordine speciale, per le indagini sull’incidente dell’aereo da trasporto militare An-26 nella regione di Lugansk, del 14 luglio”.
safe_imageK0WMDYNF Poroshenko incaricava il direttore della società statale degli armamenti ucraina Ukrobonprom, di aumentare urgentemente le forniture di armi all’esercito, ma intanto 300 militari delle forze di sicurezza ucraine dispiegate nell’aeroporto di Donetsk disertavano, lasciandovi 500/600 militari e membri della Guardia Nazionale ucraini a presidio dell’aeroporto. I golpisti majdanisti assassinavano 30 civili bombardando un orfanotrofio a Marinka, presso Donetsk. Il comandante dell’autodifesa, Igor Strelkov, affermava che “Nessuno degli edifici utilizzati dall’autodifesa è stato danneggiato. Nessuno di noi è stato ucciso o ferito. I civili sostengono il peso degli attacchi“. Il Viceprimo ministro Andrej Purgin, della Repubblica Popolare del Donetsk, affermava “la città è stata bombardata con armi pesanti provenienti da Marjupol, e con lanciarazzi Grad e Uragan e mortai dal vicino villaggio di Kurakhovo“. E quattro proiettili ucraini cadevano su Kujbishevskij, nella regione russa di Rostov, a 300 metri dal confine con l’Ucraina, uccidendo un cittadino russo e ferendone altri due. Il ministero degli Esteri russo prometteva conseguenze gravi. L’incaricato d’affari ucraino in Russia veniva convocato dal ministero degli Esteri ricevendo un’aspra nota di protesta. Il Presidente Vladimir Putin esprimeva estrema preoccupazione per l’offensiva golpista, aggiungendo che era inaccettabile che carri armati ucraini raggiungessero il territorio della Russia. Tali iniziative dovevano terminare. Putin, incontrando la cancelliera tedesca Angela Merkel a Rio de Janeiro, in Brasile, conveniva che la situazione in Ucraina peggiorava e che era necessario riavviare il gruppo di contatto internazionale sull’Ucraina. Il ministero degli Esteri russo definiva il bombardamento “un atto evidentemente aggressivo” dell’Ucraina e avvertiva che ciò avrebbe avuto “conseguenze irreversibili” per Kiev, pienamente responsabile della provocazione. Il Viceministro degli Esteri Grigorij Karasin prometteva una “rigorosa e concreta risposta. Attualmente valutiamo la situazione, sapendo del rischio di una pericolosa escalation delle tensioni al confine, che mette i nostri cittadini in grave pericolo”. Già vari incidenti avevano coinvolto truppe ucraine che deliberatamente avevano sparato sui posti di frontiera russi. Il 3 luglio, il checkpoint di Novoshakhtinsk era stato bombardato. Il 4 luglio, genieri ed investigatori giunti a disinnescare degli ordigni inesplosi, furono oggetto di colpi di mortaio dall’Ucraina, presso  il posto di controllo di frontiera di Donetsk. Il 5 luglio, una decina di colpi di mortaio esplosero vicino allo stesso valico di frontiera.
Il direttore del servizio federale per la migrazione russo Konstantin Romodanovskij indicava che sempre più civili ucraini si rifugiavano in Russia, “Di regola, erano soprattutto gli uomini ad entrare nel Paese per lavoro. Ora il numero delle donne è raddoppiato. L’indicatore più oggettivo è il numero di bambini entrati in Russia, pure raddoppiato. Oggi sono 220000, rispetto ai circa 100000 dello scorso anno“. Il 15 luglio iniziava l’esercitazione ‘Rubezh 2014′ nella regione di Cheljabinsk, sugli Urali, cui partecipavano forze di Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan, e personale dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Le manovre si svolgevano in collaborazione con la Forza di Reazione Rapida dell’Asia centrale. “Il nostro compito principale è formare uno Stato maggiore multinazionale che cooperi in modo sincronico sotto un comando comune“, dichiarava il capo del Dipartimento del coordinamento della pianificazione e dell’addestramento dello Stato Maggiore Riunito della CSTO, Tenente-Generale Anatolij Jakovlev.

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10559728Fonte:
Cassad
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ITAR-TASS
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RIAN
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Scacco matto dei BRICS nel cortile di Washington

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 15/07/2014 modi-brics-story_650_051914125040Stati Uniti e loro più stretti alleati hanno cercato di isolare la Russia e il Presidente Vladimir Putin dalla scena mondiale. Come risultato del sostegno occidentale al regime ucraino, salito al potere con le violenze a Kiev, le azioni intraprese dalle potenze occidentali contro la Russia comprendono l’espulsione della Russia dal G-8 delle potenze capitaliste, il congelamento dei beni dei funzionari del governo e delle banche russi, e divieto di viaggio a prominenti cittadini russi. Tuttavia, Putin ha messo sotto scacco il presidente degli Stati Uniti Barack Obama nel suo cortile di casa. I difensori di Obama immaginano il loro presidente come un maestro di “scacchi a 11 dimensioni”. Tuttavia, in Brasile, il vertice delle nazioni BRICS di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, mostra al mondo che è Putin, non Obama, il maestro di scacchi a 11 dimensioni. In realtà, Obama potrebbe mollare la scacchiera. Putin è in visita in Brasile partecipando al summit 2014 nella città di Fortaleza. Il vertice BRICS avviene mentre i membri dell’amministrazione Obama, tra cui neo-con come l’assistente del segretario di Stato per gli affari europei Victoria Nuland, stilano piani per inasprire le sanzioni contro la Russia, portandoli ai livelli di Iran, Siria e Cuba. Putin e i suoi colleghi dei BRICS firmeranno un accordo a Fortaleza per la creazione della banca di sviluppo BRICS che aiuterà a schivare il tentativo dei neo-con d’isolare la Russia dalle reti bancarie internazionali. Qualsiasi rafforzamento delle sanzioni, come quelle imposte da Washington a Iran, Siria, Cuba, corre il rischio di punire le banche brasiliane, indiane, cinesi, sudafricane e di altre società, qualcosa che potrà far finire l’amministrazione Obama nelle acque bollenti del tribunale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio che decide sulle pratiche commerciali che violano le norme dell’OMC.
L’eredità dell’amministrazione Obama è la politica da Guerra Fredda verso un’America Latina che ha chiuso definitivamente il vecchio dominio politico-economico degli Stati Uniti dell’emisfero occidentale. Obama ha piantato l’ultimo chiodo sull’arcana dottrina Monroe che decise che gli Stati Uniti avrebbero impedito alle nazioni non dell’emisfero occidentale, comprese le potenze d’Europa, dall’intervenire nelle Americhe. L’interventismo in Paesi come Venezuela e Honduras svolto dalla collega neocon della Nuland, Roberta Jacobson, assistente del segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, ha portato un grosso contingente di leader latinoamericani a partecipare con Putin, il presidente cinese Xi Jinping e gli altri leader dei BRICS al vertice in Brasile in cui gli Stati Uniti non avranno un posto. In effetti, gli Stati Uniti e le loro politiche imperialistiche saranno un tema importante in Brasile, un Paese che ha visto le sue telecomunicazioni, comprese chiamate ed e-mail private della presidentessa brasiliana Dilma Rousseff, regolarmente spiate dalla National Security Agency degli Stati Uniti. Putin ha svolto il grosso della sua visita di sei giorni in America Latina. Ha condonato il debito di Cuba verso la Russia, durante la visita a L’Avana ed si è anche fermato in Nicaragua e Rio de Janeiro. A Cuba Putin ha incontrato l’ex-leader cubano Fidel Castro e suo fratello Raul Castro, presidente di Cuba, due leader che continuano a far infuriare i centri di potere di destra e neo-con di Washington. Putin ha anche presenziato alla finale della Coppa del Mondo a Rio. La Russia sarà l’ospite della Coppa del Mondo 2018. Putin ha anche visitato l’Argentina dove ha firmato un accordo sull’energia nucleare. L’interesse di Iran, Argentina, Nigeria, Siria ed Egitto nel far parte dei BRICS potrebbe presto far divenire la sigla del gruppo “BRICSIANSE”. Un tale sviluppo farà trionfare le nazioni che si rifiutano di prendere ordini da Washington, e la presenza della Siria significherà la sconfitta definitiva della dottrina Obama della “R2P”, o “responsabilità di proteggere” filo-USA, e dell’intelligence occidentale che finanzia i capi dell’opposizione intenti a sostituire i governi anti-americani con regimi filo-USA. La Siria che entra nei BRICS come membro, a pieno titolo o associato, sarà il paletto nel cuore della R2P.
bricsfortal10411234L’amministrazione Obama non è riuscita a convincere un solo leader sudamericano ad evitare il vertice BRICS in Brasile. Infatti, due dei leader sudamericani sedutisi con Putin, Xi, Rousseff e gli altri leader in Brasile, il presidente del Venezuela Nicolas Maduro e il presidente del Suriname Desi Bouterse, sono stati oggetto dei tentativi di destabilizzazione della CIA e del dipartimento di Stato, collegati a minacce di sanzioni. Erano anche presenti presso i BRICS la presidentessa argentina Cristina Fernández de Kirchner, il presidente della Bolivia Evo Morales, la presidentessa del Cile Michelle Bachelet, il presidente colombiano Juan Manuel Santos, il presidente dell’Ecuador Rafael Correa, il presidente della Guyana Donald Ramotar, il presidente del Paraguay Horacio Cartes, il presidente del Perù Ollanta Humala e il presidente dell’Uruguay José Mujica. Le sanzioni statunitensi contro la Russia e la sua dimostrazione di forza contro la Cina attraverso Giappone e  Filippine, sono cadute nel vuoto in Sud America. Le buffonate adolescenziali di Nuland, Jacobson, della consigliera per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti Susan Rice, dell’ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite Samantha Power, saranno di sicuro discusse nei pettegolezzi dei leader riunitisi a Fortaleza. La presenza del presidente della Colombia Santos è particolarmente degna di nota. Santos ha recentemente sconfitto il candidato della destra sostenuto dagli stessi interventisti dell’amministrazione Obama che hanno sabotato l’economia del Venezuela. Il candidato perdente, Oscar Ivan Zuluaga, aveva il pieno sostegno del predecessore di destra e pro-Israele/USA di Santos, Alvaro Uribe. Notizie recenti dimostrano che Uribe ha istituito un sistema di sorveglianza nazionale delle comunicazioni, in stile NSA, contro i suoi avversari. I legami di Zuluaga con gli stessi elementi che cercano di deporre Maduro in Venezuela non sono stati dimenticati da Santos, che continua ad impegnarsi in negoziati di pace a L’Avana con i guerriglieri di sinistra delle FARC e a migliorare i rapporti con il Venezuela, con grande disappunto degli agenti della CIA che vivono nello splendore di Miami, in Florida.
A Rio, Putin è riuscito a sabotare gli sforzi degli Stati Uniti per isolarlo, incontrando il primo ministro di Trinidad e Tobago Kamla Persad-Bissessar e il primo ministro di Antigua e Barbuda Gaston Browne, oltre al primo ministro ungherese Victor Orban, al presidente della Namibia Hage Geingob, al presidente del Gabon Ali Bongo e alla cancelliera tedesca Angela Merkel. Merkel e Rousseff hanno molto in comune, in quanto entrambi hanno avuto i loro cellulari personali monitorati dalla NSA, un fatto che Putin, che ha fornito asilo all’informatore della NSA Edward Snowden, probabilmente ha menzionato di sfuggita. L’unico tentativo che gli Stati Uniti hanno potuto fare affinché qualche funzionario latinoamericano criticasse i contatti tra i leader dell’emisfero occidentale e Putin, è stato organizzare il viaggio privato del capo dell’opposizione di Trinidad, Keith Rowley, per condannare il viaggio del primo ministro del suo Paese in Brasile. Rowley ha criticato Persad-Bissessar e suo nipote per l’incontro con Putin e gli altri leader a Rio, perché il viaggio è stato compiuto durante la controversia che coinvolge il dipartimento dell’immigrazione di Trinidad. Il potere d’influenza di Washington sugli eventi nell’emisfero occidentale è davvero sprofondato in nuovi abissi. L’ordine del giorno delle nazioni dei BRICS è  diversificato come quello di qualsiasi riunione del G-7, non più chiamato G-8 dopo che la Russia è stata espulsa. Nell’agenda del vertice BRICS vi sono commercio, sviluppo, politica macroeconomica, energia, finanza, terrorismo, cambiamenti climatici, sicurezza regionale, traffico di droga e criminalità transfrontaliera, industrializzazione dell’Africa e ciò che sarebbe il campanello d’allarme per Wall Street, Banca Mondiale, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale e altri strumenti del capitalismo occidentale, la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali (IFI). Le operazioni di sicurezza dei Paesi BRICS in Afghanistan sostituiranno quelle degli Stati Uniti, dopo il ritiro delle loro truppe. La Russia guida gli sforzi dei BRICS per affrontare il riciclaggio di denaro e la criminalità transfrontaliera ottenendo la partecipazione di Bielorussia, India, Kazakistan, Cina, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Osservatori provenienti da Mongolia e Armenia si sono uniti ai colloqui. Nel settore della sicurezza, è evidente il sinergismo tra BRICS e Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), guidando Russia e Cina nella politica di sicurezza comune con gli Stati dell’Asia centrale come Kazakistan e Uzbekistan. Russia e Cina sembrano intenzionate a che Ucraina e Georgia siano la “linea sulla sabbia” di eventuali ulteriori invasioni delle rivoluzioni “R2P” di George Soros e CIA nello spazio eurasiatico. E’ anche chiaro che Putin ha battuto in astuzia Obama nel suo cortile di casa.

_76244169_023151058-1La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Ucraina si prepara ad allargare la guerra civile in Crimea

Defense Armée, 12/07/2014
10364026Notizie inquietanti provengono dalla Crimea, congiuntasi con la Russia dopo la dichiarazione d’indipendenza e il referendum del 16 marzo 2014. Infatti, forze ucraine si sono ammassate nell’Istmo di Perekop, una striscia di terra di 8 km, quasi unico collegamento tra Crimea e Ucraina. Il concentramento di artiglieria è assai significativo e il governo di Kiev ha annunciato la mobilitazione generale degli uomini dai 18 ai 35 anni nella provincia confinante di Kherson. Allo stesso modo, il lato ucraino del banco di sabbia di Arbatskaja Strelka (nei pressi del villaggio Strelkovoe), che collega la Crimea alla terraferma, è stata rafforzata con truppe e lanciarazzi Grad. Sul piano politico, Kiev si prepara ad annettere la Crimea, di cui non ha il controllo ma che rivendica, alla regione di Kherson avanzando dichiarazioni bellicose. Detto ciò i media ucraini, dove regnano censura e propaganda, annunciano che tali concentrazioni di truppe rafforzano solo la protezione del Paese. Tuttavia, le forze russe in Crimea sono nettamente superiori in numero e qualità, ed è improbabile che una blitzkrieg ucraina abbia successo. Al contrario, l’artiglieria concentrata può permettersi di sparare fino a 20-30 km sperando nel panico della popolazione. L’Ucraina punta principalmente sulla quinta colonna. I capi della Mejlis tartara, scontenti per l’esclusione dal potere in Crimea ed impegnati a riavere le terre confiscate sotto Stalin, vecchia rivendicazione della minoranza. Alcuni tartari combattono a fianco della milizia nazionalista ucraina contro i ribelli russi, partecipando ad esecuzioni sommarie e saccheggi a Marjupol, finendo nel mirino della giustizia russa. La grande speranza di Kiev è provocare una guerra civile in Crimea, in modo che la Russia debba anche qui difendervi i russofoni.

Distrarre dal Donbas
Krym2Se il governo di Kiev vuole assolutamente il conflitto in Crimea, è perché cerca di distrarre dal Donbas, dove gli insorti resistono, ed ora hanno anche carri armati e lanciarazzi presi al nemico, con cui l’equilibrio di potenza tende ad invertirsi. Le forze pro-Kiev subiscono  anche moltiplicati attacchi alle spalle e  diversivi (come a Kramatorsk e Slavjansk recentemente occupate) sostenendo combattimenti con la resistenza esplosa dappertutto, tra cui Kharkov (sabotaggi), Odessa (contributi umanitari, intelligence, attacchi a postazioni isolate ucraine) o addirittura ad Uzhgorod, nella parte occidentale del Paese. Inoltre, se gli insorti hanno recentemente abbandonato Slavjansk e Kramatorsk, dove furono bloccati, ripiegando su Donetsk e organizzando il territorio controllato dalla guerriglia. Il comandante delle forze ribelli a Slavjansk, Igor Strelkov (ovvero Girkin), ha messo ordine nel bazar politico anonimo regnante a Donetsk ed in pochi giorni ha organizzato la difesa della città e del fronte, unificando i comandi e iniziando a sistemare vari problemi: scarsezza numerica degli insorti sotto-equipaggiati in artiglieria, armi e munizioni, litigi tra comandanti, tentati tradimenti politici…
Ora gli insorti controllano saldamente monte Savr Mogila, nel sud del territorio. Da questa collina di 277 metri si può osservare il Mar d’Azov distante 90 km. Da lassù, gli insorti hanno piazzato lanciarazzi con cui continuamente martellano le forze ucraine che cercano di aggirarli da sud, per occupare Sneznoe a 90 km dal confine con la Russia, controllata dalla guerriglia; hanno anche distrutto, l’altro ieri, una colonna corazzata di diverse decine di veicoli delle forze pro-Kiev, e ieri un’altra ancora. L’est è ancora controllato, nonostante i continui combattimenti intorno Izvarino e Rovenkij. A nord-est, l’esercito di Lugansk (8500 veterani) ha diverse basi militari nella città (tra cui un impianto chimico) ed ha respinto i pro-Kiev di 10 km. A Nord, tutti i ponti sul Donets sono stati minati dagli insorti ritiratisi sulla riva sud. Ad ovest, oltre ad aver respinto gli attaccanti ucraini a Kramatorsk e Slavjansk, gli insorti hanno catturato diversi importanti nodi di comunicazione  (compresa Popasnaja) e continuano a controllare Artemovsk. A sud-ovest finalmente c’è un fronte continuo presso l’agglomerato urbano di Donetsk-Gorlovka, quasi simile per configurazione a quello di Slavjansk-Kramatorsk, molto favorevole agli insorti che possono contare sulla densità del tessuto urbano e sulle infrastrutture esistenti. Donetsk è decisa a difendersi, diversi borghi e villaggi della zona sono stati fortificati dagli insorti che si preparano ad organizzare l’evacuazione del massimo numero di civili in Russia. In breve, il Donbas oggi è più inespugnabile che mai.
Distrarre dal Donbas consente a Kiev di far ignorare i crimini delle proprie truppe. Abitazioni, scuole e ospedali bombardati, esecuzioni sommarie, purghe, mobilitazione forzata uomini nella Slavjansk occupata… è lunga la lista di predazioni, saccheggi e atrocità commesse in nome del nazionalismo ucraino. Molti civili sono fuggiti in Russia, che oggi ospita 500-800 mila ucraini, tra cui centinaia di migliaia di persone arrivate nelle ultime settimane. Altri hanno aderito alla rivolta, nonostante la defezione di alcuni gruppi nella periferia occidentale di Slavjansk, passando da 2 a 4000 uomini nelle ultime due settimane; tuttavia, il problema degli equipaggiamenti e dell’addestramento non è finito, anche se combattono per la propria terra, famiglie e morti. Ora il Donbas è carico di odio, generazioni vivono nello spirito della vendetta e chiunque sia il vincitore, il divario tra Donbas e Ucraina non sarà colmato.

Chi vuole trascinare in guerra la Russia?
1978674Soprattutto, il suono degli stivali in Crimea è una nuova provocazione ucraina contro la Russia.  Dato che l’Ucraina è sostenuta da Unione europea e Stati Uniti, una guerra tra la Russia e Ucraina causerà la rapida fuga del gioco di alleanze, veloce come la guerra locale tra serbi e austriaci che provocò la conflagrazione della Prima Guerra Mondiale. Non è la prima volta che l’Ucraina provoca la Russia. A giugno, due blindati ucraini penetrarono per diverse centinaia di metri in territorio russo; un posto doganale fu demolito e l’equipaggio del secondo blindato non esitò a puntare le armi sui russi pur di recuperare il primo blindato fuori uso; anche degli aerei ucraini sono entrati nei cieli russi. Poi, villaggi russi sono stati colpiti da proiettili sparati dalle forze ucraine; diverse case nella grande città di Donetsk, a pochi chilometri dal posto di frontiera d’Izvarino detenuto dagli insorti, sono state distrutte. Mentre le provocazioni continuano ai primi di luglio, la Russia ha inviato un ultimo avvertimento a Kiev, annunciando che reagirà con forza alla prossima violazione delle frontiere. E’ vero che la situazione economica degli Stati Uniti è catastrofica. La crisi del debito sovrano degli Stati Uniti, del debito totale interno (individuale, di imprese, comunità e governo), supera i 60000 miliardi di dollari, appare imminente, mentre la fiducia internazionale nel dollaro è minata. Paesi asiatici e Russia hanno iniziato a interagire nelle rispettive valute nazionali piuttosto che con il dollaro, sullo strategico mercato petrolifero; inoltre vendono a poco a poco le obbligazioni del governo degli Stati Uniti e ritirano i loro fondi dalla Federal Reserve (che per inciso non è né una riserva né federale). Per non correre da soli, gli Stati Uniti cercano di trascinarsi l’UE, con il cosiddetto Grande mercato transatlantico o TAFTA, moltiplicando le guerre per garantirsi gli approvvigionamenti di petrolio, convenzionale o di scisto, di cui sono importatori netti. L’unica soluzione alla crisi appare ora una nuova guerra mondiale. Ma il gioco nucleare rischia di essere terribile.

carte-insurrection-12-7Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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