Tashkent si rivolge a Mosca: l’Uzbekistan non ha più scelta

Lev Vershinin Rete Voltaire Mosca (Russia) 27 maggio 2013

Islam Karimov, il divino capo uzbeko, è stato in grado di mantenere l’equidistanza tra il Cremlino e la Casa Bianca per anni. Continuava a flirtare con uno e a litigare con l’altra, e viceversa. Tuttavia, il pianoo statunitense di destabilizzazione dell’Asia centrale sostituendo il regime talib in Afghanistan non gli lascia altra scelta: l’Uzbekistan si allinea con Mosca.

political-map-of-UzbekistanA fine di marzo, siamo riusciti a trovare sul web informazioni secondo cui Islam Karimov [1] sarebbe sopravvissuto a un grave infarto, sfiorando la morte [2]. Lo scoop non essendo stato negato dai principali media, ha originato un vero suq. L’opposizione all’estero ha detto che il presidente non si sarebbe più ripreso, fonti ufficiali a Tashkent hanno risposto invece che Islam Karimov è in perfetta salute, ma non erano molto convincenti, come se ci fosse qualcosa di sospetto. Anche quando la figlia [maggiore] del Presidente, Gulnara, persona politicamente attiva con piani a lungo termine, ha detto la stessa cosa, in pochi le hanno creduto. Invece, si sono diffuse voci sul probabile abbandono della sua carica di ambasciatrice dell’Uzbekistan presso le Nazioni Unite, dal momento che “si preparava a un ruolo politico più importante nel Paese [3]“. Le discussioni al riguardo non  finivano, dato che ogni giorno a Tashkent spuntavano “notizie da fonti attendibili” e “prove da persone competenti.” Dopo di che, come al solito, vi furono molte riflessioni e analisi su “cosa succederà adesso?“, “chi gli succederà?” e naturalmente, “e se tutto questo non sia che una bufala?” Tutto ciò ha continuato per un po’ di tempo.
Poi un decreto del presidente uzbeko è stato emanato: nominava a posizioni chiave nel Paese, l’Hakim (governatore) della regione di Tashkent, il generale della polizia Ahmad Usmanov. Questa notizia ha messo in difficoltà tutti i “profeti”. Infatti il generale Usmanov è un uomo delle guardie del corpo del presidente, non è un cortigiano, ma piuttosto un uomo d’azione, nel senso più letterale, interamente dedito al presidente e così vicino che tutte le famiglie dell’élite dell’Uzbekistan, tra cui i sostenitori del presidente, si opposero al suo avvicinamento al potere politico. Si opposero così ferocemente che anche Dio sulla terra avrebbe dovuto accordarsi con il loro risentimento. Per il solo fatto che la sua nomina ha messo i puntini su tutte le i, dal momento che nessuno poteva dare questo ordine, andato di traverso a tutti, se non il presidente, che è in piena salute più che mai.
Infatti, il colpo era inatteso e singolarmente forte. Confrontandolo con gli scacchi, ricorda il Karpov di quando era sulla cresta dell’onda. Tutti gli equilibri vennero infranti da lui. L’alta figura di un “uomo semplice”, che non è legato a nessun clan, messa al centro dell’alta politica di un Paese dove tutto è da tempo stabile e indistruttibile, e dove tutti i clan che appaiono inginocchiati davanti allo “shah”, avevano iniziato a prendere posizione in vista della lotta, nel caso in cui avessero dovuto  condividere il potere, prendendo perciò i necessari consigli. Un uomo personalmente unto dal Signore, che difende i suoi interessi come se fossero suoi, in grado di distruggere tutti gli sporchi trucchi ma che mira anche, è sempre un uomo, a creare il proprio clan.
Ma tutti questi segreti e intrighi della Corte di Tashkent non sono interessanti in se, se non solo agli specialisti, se il soggetto non fosse un altro. Secondo le persone che hanno familiarità con la situazione, non solo dai pettegolezzi, il Generale Usmanov è tra l’altro un nemico convinto dell’”Islam politico” e ritiene che questa tendenza dovrebbe essere stroncata sul nascere, senza tener conto “di ciò che pensa l’estero” [4]. L’ha dimostrato quando era Hakim [governatore] di Andijan riuscendo a spiegare agli estremisti religiosi che dovevano comportarsi bene o l’avrebbero pagata cara. Per il momento, come anche gli specialisti del Pentagono riconoscono, la macchia “barbuta” [5], nella valle di Ferghana, ancora oggetto di tensione, è ridotta al minimo. L’uomo non è di certo un “amico della democrazia”, ecco perché non è amato in occidente, secondo un eufemismo.  Soprattutto perché ritiene, come suggeriscono le circostanze, che Tashkent può fermare l’offensiva islamista se non collaborando con la Russia.
Infine, Islam Karimov è apparso in pubblico. Era molto concentrato, in forma, e ciò che è importante da notare, s’era subito recato in visita ufficiale a Mosca, dove ha avuto lunghi colloqui con il suo omologo russo sull’Afghanistan e la possibilità del suo Paese di aderire all’Unione doganale [6]. Dopo questo colloquio, una serie di ipotesi che sembravano indistruttibili s’è dissolta. In primo luogo, è chiaro che la deriva verso occidente di Tashkent s’è fermata. Era iniziata il 4 luglio 2012, quando l’Uzbekistan annunciò l’abbandono dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva dopo un colloquio probabilmente infelice [con la Russia]. Se vi ricordate, avevo scritto molto sull’argomento, e tutto concludeva che Islam Karimov pensava che dopo di lui vi sarebbe stato il diluvio. Con questo significato: la paura della rivoluzione “arancione” verdeggiante [7] che l’occidente era perfettamente in grado di scatenargli, l’affrettava a mettere il Paese sotto l’ombrello statunitense per garantirsene la stabilità, mentre è al potere, e cioè finché è in vita. Accettando l’arrivo sulla sua scia di un qualche “Saakashvili uzbeko” chiamato a destabilizzare l’Asia centrale, ventre molle della Russia.
L’uomo propone ma Dio dispone. Non è chiaro il motivo per cui gli Stati Uniti hanno deciso di spezzare un piano già pronto. Secondo il quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung, che ha intervistato il presidente afghano Hamid Karzai in visita in Qatar, dove ha incontrato l’emiro diabetico per l’apertura di un’ambasciata a Doha dei taliban, “il mullah Omar ha il diritto di presentare la propria candidatura alle prossime elezioni presidenziali in Afghanistan, e il governo non ha nulla in contrario“. [8] Oh. Lo stesso mullah Omar ideologo dell’ala estremista dei taliban ed emiro dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, il nemico giurato degli statunitensi che l’hanno dichiarato morto ucciso più volte, ma che in realtà è più vivo che mai. Se vi ricordate, un tempo si diceva che fosse nella top ten dei terroristi più ricercati dagli Stati Uniti, che sulla sua testa pendesse una taglia di 10 milioni di dollari. In realtà, come sappiamo, vive tranquillamente e liberamente a Karachi e inoltre ha ancora un forte esercito che mantiene non si sa con quale denaro, ma ottimamente. Meglio ancora, l’FBI ha detto di nuovo nel 2011, dopo 10 anni di interferenze yankee in Afghanistan, che il mullah Omar non è mai stato in nessuna “lista nera” e più tardi, nel febbraio 2012, l’orbo [9] ha scritto una lettera a Obama, da pari a pari, offrendosi di avviare i negoziati di pace. Notizie sulle riunioni di vario tipo e in diversi luoghi tra i “rappresentanti ufficiali” dei taliban e i funzionari del dipartimento di Stato USA, appaiono di tanto in tanto sui media. E ora, come si può vedere, la dichiarazione di Karzai la dice lunga. Ovviamente, l’hanno concordata. Il risultato è molto interessante.
Non dobbiamo dubitare che il “capo militare, il capo della resistenza e il leader dei taliban” più che altro noto per la sua pietà e il suo disinteresse per il denaro, la lealtà e l’odio per il caos illimitato del  feudalesimo, vincerà le elezioni se si candiderà contro Karzai, noto per essere corrotto fino al collo e un burattino [degli USA]. Non c’è dubbio che “la seconda venuta sulla terra dei taliban” avverrà sotto la protezione del Qatar e che questo Paese, e quindi gli Stati Uniti, pianificherà il futuro dell’Afghanistan. E quindi, anche dell’Asia centrale, come vorrebbero. Creando un centro sia per irritare l’Iran, sia per destabilizzare le ex repubbliche sovietiche, costringendo la Russia a voltarsi verso il fronte dell’Asia centrale. Senza la possibilità di evitarlo, perché altrimenti l’onda annegherebbe Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan dove, tenuto contro che anche Nazarbaev è mortale [10] gli ascessi sono pronti a esplodere influenzando la Russia. Anche la Cina avrà problemi molto seri. Ma, a differenza della Russia, non avendo la pretesa di essere “civile”, non limiterà le risorse e le migliori possibilità di difendersi.
In realtà, gran parte di quanto è stato detto precedentemente è risaputo. La stessa ritirata degli statunitensi dall’Afghanistan (ne hanno diritto!) crea alla Russia una serie di problemi che semplicemente non può evitare. A tale riguardo, senza dubbio, è stata giocata dagli USA. Ma per khan, emiri, padishah e altri leader popolari post-sovietici, questa svolta di 180° è dieci volte più sgradevole [11]. In realtà, non hanno alcun margine per trattative e il solito mercanteggiare, ma devono scegliere tra due strade: o mantenere la rotta prostrandosi davanti all’occidente, aspettando i taliban, o volgersi a nord fornendo garanzie della loro sottomissione. Come era di moda dire una volta: non c’è altra possibilità.

Lev Vershinin Odnako (Federazione Russa)

Note
[1] Presidente dell’Uzbekistan dal 1990, rieletto ripetutamente in condizioni assai antidemocratiche. De facto un presidente a vita proveniente dall’alleanza tra la nomenklatura comunista e le élite gentilizie tradizionali, che hanno ricreato intorno a lui una sorta di corte orientale post-moderna, con  cortigiani e lotte di potere felpate. Contesto: un Paese che produce molto cotone ed è privo dei benefici della democrazia come intesa e imposta dagli occidentali.
[2] “Ислам Каримов находится при смерти?” Asia News, 26 marzo 2013.
[3] “Гульнара Каримова остается послом Узбекистана – миссия ООН в Женеве” Vasilij Bychkov, Profi Forex, 9 aprile 2013.
[4] Questo è il parere dell’occidente (UE, USA), messo qui in gioco.
[5] Barbuta: islamista. La Valle di Fergana è la regione più densamente popolata dell’Asia centrale, con 11 milioni di persone in 22000 kmq. Divisa tra Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan, la valle molto fertile è spesso sottoposta a forti tensioni etniche alimentate dall’Islam combattente. L’ultimo grande episodio finora ha comportato l’eccidio di Andijan nel 2005.
[6] La Russia ricrea attorno a sé un’unione di civiltà ed economica, l’Unione eurasiatica, che ruota attorno al Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), in realtà, piccoli Paesi che ricorrono all’assistenza militare del grande vicino russo, ma anche un’unione doganale che si compone attualmente di Russia, Bielorussia e Kazakshtan. Inoltre Kirghizistan, Tagikistan e Siria, così come Ossezia del Sud e Abkhazia potrebbero aderire all’unione doganale e di libero commercio nei prossimi anni.
[7] L’allusione alla possibilità di una rivoluzione pseudo-democratica guidata dall’estero, sul modello della “primavera araba”. Qui ci si riferisce ad una miscela di rivoluzione “arancione”, che ha portato l’Ucraina a un governo filo-occidentale e la “primavera araba”, che si basa sugli islamici (il cui colore è verde) tradizionalmente forti nella valle di Ferghana. Lo scopo di una tale rivoluzione sarebbe così non tanto installare un potere filo-occidentale ma creare una fonte d’instabilità nel cortile della Russia, mettendo a repentaglio l’organizzazione dell’Unione Eurasiatica.
[8] “Karzai Says Mullah Omar Can Run For President“, Radio Free Europe, 2 aprile 2013.
[9] Impegnato nella guerra contro i sovietici nel 1979, il mullah Omar è stato ferito quattro volte e ha perso un occhio
[10] Il Presidente del Kazakistan ha una malattia incurabile, come è stato annunciato ai primi di aprile 2013, dandogli tra i 6 ai 12 mesi di vita.
[11] “Талибан вновь готовится к схватке с шурави“, Andrej Ivanov e Sergej Ishenko, SVPressa, 20 aprile 2013.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Asia: Locomotiva della storia moderna

Gennadij Zjuganov alla 7a sessione dell’Assemblea Generale della Conferenza dei partiti politici asiatici
La Russia è pronta a compiere la sua missione storica di collegamento tra i centri principali delle civiltà del Mondo moderno
Soviet Russia Now 23 novembre 2012


Il 21 novembre a Baku la delegazione del Partito Comunista guidata dal Presidente del Comitato Centrale del Partito Comunista, GA Zjuganov, partecipava alla 7.ma Assemblea Generale della Conferenza Internazionale di Partiti Politici Asiatici, che si è aperta nella capitale dell’Azerbaigian.

La riunione alla Fondazione Internazionale Nobel di Baku
Nel giorno dell’arrivo, GA Zjuganov e la delegazione hanno visitato a Baku la Fondazione Internazionale Nobel e il Museo Nobel – Villa Petrolia, il primo museo della famiglia Nobel al di fuori della Svezia. Il nome Nobel è strettamente legato alla storia del petrolio dell’Azerbaigian. Furono i pionieri nello sviluppo delle risorse petrolifere del paese. Fondata alla fine del secolo XIX, la società per azioni “Associazione Nobel” è stata la prima ad introdurre tecnologie e pensieri innovativi in questa industria, sull’economia orientata alla comunità, destinando il 40% dei profitti ai salari e ai servizi di assistenza sociale. Durante una visita alla Fondazione, GA Zjuganov è stato premiato con la medaglia istituita dalla Fondazione Internazionale Nobel.

Conversazione con il segretario del PCC Du Qinglin
Prima dell’apertura della 7.ma Assemblea Generale, GA Zjuganov ha incontrato il Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e Vicepresidente del Comitato consultivo politico popolare cinese, Du Qinglin. Du Qinglin ha informato GA Zjuganov sul XVIII° Congresso del Partito Comunista cinese appena concluso, e sulle relative decisioni sulle modalità di sviluppo della Cina nei prossimi anni. A sua volta, GA Zjuganov ha descritto la preparazione del partito per il quindicesimo congresso del partito comunista del prossimo primo febbraio, e ha invitato una delegazione del Partito comunista cinese a partecipare al congresso. Le parti si sono scambiate  opinioni su una vasta gamma di questioni d’interesse per entrambe i partiti. Alla riunione hanno partecipato i membri dell’Ufficio di presidenza, il Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista LI Kalashnikov e il deputato del Partito Comunista alla Duma di Stato, AP Tarnaev.

Asia: locomotiva della storia moderna
Discorso di Zjuganov alla sessione plenaria dell’Assemblea in occasione della seduta plenaria della 7a Assemblea Generale. Il primo ad intervenire dopo la relazione principale, il presidente del Comitato centrale del Partito comunista, GA Zjuganov, è stato molto calorosamente accolto dal forum.
“Come sapete, la Russia è il centro storico dell’Eurasia – ha iniziato Gennadij Zjuganov – il nostro paese svolge da per migliaia di anni il ruolo di “ponte” geopolitico che collega due mondi, due civiltà – europea e asiatica. Attraversando essa, abbiamo avviato la cooperazione economica e gli scambi culturali tra i due paesi, separati da migliaia di chilometri. Attraverso di essa ondate di conquistatori hanno sottomesso i più antichi centri della civiltà, e spesso distruggendoli. Si formarono diverse forme di dialogo eurasiatico. Ma per noi è sempre stato molto importante. Oggi, mentre ci prepariamo a celebrare il 90.mo anniversario dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, è utile ricordare che il nostro governo federale originariamente doveva chiamarsi, e in una serie di documenti chiave era chiamato, Unione delle Repubbliche Sovietiche d’Europa e Asia. Pertanto, seguiremo sempre con interesse i lavori della Conferenza internazionale dei partiti politici asiatici, e a prepararci seriamente per parteciparvi. Il tema della conferenza “Mondo – Sicurezza – Riconciliazione” è più che mai rilevante nella nuova situazione geopolitica emergente. I segni della putrefazione del sistema capitalistico sono evidenti. Colpisce tutte le aree del sistema: produzione, finanza, politica, cultura e moralità. Un intero gruppo di paesi della zona euro è sull’orlo del fallimento. Il debito nazionale degli Stati Uniti ha superato i 16.000 miliardi dollari.
La crisi generale del sistema sociale e dell’economia borghese si è protratta per un secolo, inasprendosi e arretrando ulteriormente. Ed un altro aggravamento oggi è davanti ai nostri occhi. Coloro che promuovono l’aguzza teoria della globalizzazione si aspettavano di “escludere” la teoria leninista dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo, per portarla nell’oblio. Per noi, comunisti, è la guida ideologica e teorica per l’analisi e la valutazione della moderna economia capitalista. Nel 2002, abbiamo ritenuto il globalismo la fase attuale dell’imperialismo. Ecco le caratteristiche principali dell’imperialismo dell’epoca della globalizzazione:
1. Sottomissione finale della produzione di capitale, del capitale industriale, al capitale finanziario e speculativo.
2. La trasformazione dei rapporti di mercato in meccanismo artificiale per l’applicazione di scambi ineguali e di saccheggio di interi paesi e popoli.
3. Istituzione di un modello globale di “divisione internazionale del lavoro”, che incarna la flagrante disparità sociale planetaria.
4. La rapida crescita dell’influenza politica delle multinazionali e dei gruppi finanziari-industriali, rafforzandone la pretesa a una sovranità illimitata.
5. La perdita della capacità dei governi nazionali nel controllare i processi economici mondiali e anche nazionali. Revisione delle norme fondamentali del diritto internazionale, per la creazione di un governo mondiale.
6. L’espansione informativa e culturale come forma di aggressione. Unificazione spirituale al livello più primitivo. Eradicazione dell’identità nazionale delle nazioni e dei popoli.
7. Parassitismo del capitale transnazionale. Consegnargli i benefici dell’introduzione dell’alta tecnologia nel resto del Mondo significa povertà, decadenza ed inibizione qualitativa del progresso tecnologico.
Dopo la distruzione dell’Unione Sovietica vivere sulla Terra è diventato molto più difficile e pericoloso. Si acutizzano ed esplodono numerosi conflitti. Recentemente, quasi tutti gli Stati del Medio Oriente e Nord Africa sono stati destabilizzati. Dopo il massacro in Afghanistan, Iraq e Libia, vi è una vera e propria guerra civile in Siria e una crescente pressione su Iran e Corea del Nord. La strategia coloniale degli Stati Uniti e dei Paesi dipendenti dell’occidente, ancora una volta, mette l’umanità di fronte a una guerra mondiale, applicando attivamente la teoria reazionaria della “guerra di civiltà”. L’occidente ha dichiarato di supportare “libertà”, “democrazia” e “diritti umani” nel Mondo.
Il capitale finanziario globale opera svolgendo la sua attività sottomettendo la politica alla dipendenza economica. Costruendo un sistema di governance mondiale, l’imperialismo ha creato istituzioni speciali. Queste includono la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’Organizzazione mondiale del commercio. Per coloro che resistono ai “pacifici” globalisti vi è l’intervento della NATO: l’istituzione della violenza militare. Tutto questo provoca resistenze. Ecco perché i vertici dell’UE e la signora Merkel vengono accolti in modo ostile ad Atene, da masse di manifestanti greci. Ecco perché le strade delle città spagnole si trasformano in un’arena di feroci battaglie di classe, ricordando le battaglie della guerra civile. I lavoratori protestano sempre più, non vogliono vivere come una volta. Nel mondo della globalizzazione, matura il rifiuto degli USA. Sempre più persone e movimenti sociali chiedono un cambiamento: lo sviluppo armonioso delle forze produttive, un consumo equilibrato, il rispetto per la natura.
Anche i sostenitori del capitalismo sono sempre più chiamati a trattare con il socialismo. L’ex presidente democristiano della Germania Keller ha invocato la fine del “capitalismo anglosassone” dei giocatori d’azzardo e degli avventurieri. François Hollande introduce una tassa speciale sui ricchi. Nei prossimi due anni, tutti i cittadini francesi che ricevono più di un milione all’anno, daranno allo stato il 75% del loro reddito. Riprendendo i leader europei, il presidente degli  USA Obama sta cercando di mettere le redini sui “gatti grassi” che traggono profitto dal picco della crisi. La borghesia è sempre più difficile da gestire “alla vecchia maniera”.
Una tendenza importante è il mutamento geopolitico del centro globale delle attività economiche, che passa alla regione Asia-Pacifico (APR), sottolineando la lunga crisi in Europa e Nord America. Secondo gli esperti, la crisi è tutt’altro che finita. A questo proposito, l’esperienza dei nostri vicini della Cina è importante, dimostrando che mantenere alti livelli di crescita economica è possibile solo con massicci investimenti nelle infrastrutture. In queste condizioni, il massimo utilizzo dell’enorme potenziale economico, scientifico e culturale dell’Asia apre, a nostro avviso, le prospettive di una soluzione a lungo termine e permanente dei problemi su cibo, energia, sicurezza militare ed ambientale.
La Conferenza internazionale sul dialogo tra più di 300 partiti politici, di governo e d’opposizione, conservatori, liberali e comunisti, in più di 50 paesi della regione, offre un’opportunità unica per discutere di tutte tali questioni. E, soprattutto, senza i “consigli” di “simpatizzanti” esterni alla nostra regione. Lo sviluppo congiunto delle proposte per affrontarle da parte di potenti forze politiche dei paesi partecipanti, può essere la chiave per la loro attuazione attraverso la politica dei governi. Ecco in breve la nostra visione di alcuni di questi problemi.
1. Il problema della sistemazione delle infrastrutture, dell’energia e dei trasporti della regione asiatica, cardini della sicurezza regionale. Questa operazione ridurrebbe l’asimmetria dello sviluppo socio-economico tra i paesi vicini, e aumenterà l’area di contatto tra i partecipanti al progetto. In Russia, sono in corso lavori in questa direzione. Come futura unica infrastruttura eurasiatica potrebbero esservi i progetti già all’opera: la Trans-Siberiana, l’oleodotto-gasdotto Sakhalin-Khabarovsk-Vladivostok, GLONASS, ecc. Strumenti per inserire saldamente l’Eurasia nel panorama economico del Pacifico e associarla con l’Europa che parla di Rotta del Mare del Nord, Sistema Trans-cavo, BAM, ecc. Egualmente vi si rientrano la ferroviaria e il gasdotto trans-coreani. In generale, potrebbe trattarsi del mega-progetto collettivo economico che gli esperti russi chiamano “Iniziativa eurasiatica per incrementare gli investimenti nel Pacifico.”
2. La sicurezza alimentare sarà uno dei temi centrali nel XXI.mo secolo. In molti paesi dell’Asia-Pacifico, la crescita della popolazione ha superato la crescita delle risorse alimentari. Per esempio nel 2010, di 925 milioni di persone che rientrano nella categoria dei più sottoalimentati nel Mondo, 578 milioni vivono nell’Asia-Pacifico. I settori più promettenti della cooperazione in questo campo possono essere i seguenti:
- La formazione di un sistema di monitoraggio regionale e di previsione della situazione alimentare;
- Avviare un coordinamento di alto livello nella fornitura degli aiuti alimentari, nelle situazioni di emergenza;
- Avvio ed attuazione di progetti comuni per la produzione di biocarburanti. Possiamo aspettarci che progressi concreti in questo settore non solo creino posti di lavoro, ma anche che riducano le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. Per migliorare la sicurezza alimentare il potenziale della Russia nella regione viene determinata dalla presenza di vaste terre coltivabili e vaste riserve di acqua dolce. Così, nella Siberia orientale e nell’Estremo Oriente viene utilizzato il 50% del terreno coltivabile. A questo proposito, si potrebbe arrivare a creare un Fondo regionale per il grano coinvolgendo la Russia (sul modello del Fondo per il riso est-asiatico).
3. Il problema della condivisione dell’acqua è ancora una “pietra d’inciampo” nei rapporti tra un certo numero di paesi della regione. Questo stato suscita una situazione controproducente che potrebbe attivare conflitti a diversi livelli e destabilizzare l’intera regione. Ma a questo proposito, i nostri paesi hanno prospettive promettenti.
4. Un certo numero di paesi della regione è stato coinvolto nel traffico di droga. La produzione di materie prime, il trattamento e il trasporto di essa possono essere risolti soltanto con mezzi militari da formare nel territorio dei paesi fonte dell’instabilità. Uno Stato non può affrontare da solo, per conto proprio, questi “punti caldi”; la lotta contro ciò necessita di un coordinamento molto stretto tra tutti gli Stati interessati.
5. Si ritiene che un ulteriore impulso allo sviluppo della cooperazione multilaterale nella regione deriva dalla costruzione dell’Unione parlamentare dei paesi asiatici, proposto dai nostri colleghi del partito Yeni Azerbaijan. Tale struttura interparlamentare potrebbe, a livello politico, confermare il potenziale della crescita economica dell’Asia e diventare uno dei portavoce della volontà politica collettiva dei suoi popoli.
Nel complesso, ci offriamo di ricreare un aggiornato “Ponte Euro-Asiatico”, per una stretta ed efficace cooperazione tra i nostri popoli, paesi e continenti. La Russia è da migliaia di anni  attivamente coinvolta nella vita dell’Europa e dell’Asia, ed è pronta a compiere la sua missione storica, essere il collegamento tra i centri principali della civiltà del presente Mondo moderno, in un momento difficile nel suo sviluppo. Gennadij Zuganov, Presidente del CC-PCFR Russia

Sulla situazione geopolitica della regione
Su richiesta dei giornalisti, Gennadij Zjuganov ha condiviso la sua visione della situazione geopolitica nella regione. “Sono lieto che le relazioni tra la Russia e l’Azerbaigian si stiano rafforzando. Il nostro partito si è sempre distinto per l’amicizia e la fratellanza tra i due popoli”, ha detto il leader del Partito comunista. “In tutto il sud vi sono operazioni militari, e siamo al confine di questa fascia fornendo sicurezza e sviluppo sostenibile, proteggendo il nostro paese e il nostro popolo, i limiti delle grandi scosse che già si stanno avvendo. Dobbiamo continuare su questa strada e ricordare che, per competere in questo Mondo, è necessario disporre di una popolazione di 300 milioni di abitanti, cui solo l’Unione di Russia, Bielorussia, Ucraina, Kazakistan ed Azerbaigian è in grado di garantirne la sicurezza, i mercati, gli interessi e il progresso scientifico e tecnologico”, ha detto G. Zjuganov.
Il leader comunista russo l’ha ribadito all’Assemblea Generale della Conferenza Internazionale dei Partiti Politici asiatici, tenutasi a Baku, sullo sfondo della nuova crisi globale che coinvolge quasi 200 paesi. “Il tema è molto importante. Pace, sicurezza e riconciliazione, sullo sfondo di ciò che sta accadendo oggi in Medio Oriente, Nord Africa, Afghanistan. A mio parere, qui a Baku, vi è un dialogo molto serio su come uscire da questa difficile crisi. Ricordo che in 150 anni di capitalismo vi sono state 12 gravi crisi. Due di queste ultime, nel secolo scorso, hanno portato a due guerre mondiali”, ha detto il leader del Partito comunista.
Durante la sua visita a Baku, Zjuganov ha avuto numerosi incontri bilaterali, tra cui dei colloqui con la leadership del Partito Comunista dell’Azerbaigian.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

I BRICS sono in ottima forma

Rakesh Krishnan Simha RIR 21 novembre 2012

Contrariamente alle previsioni circa la loro imminente fine, i BRICS sono sempre più forti; i loro problemi economici attuali possono essere liquidati come dolori di crescita. Una tendenza osservata nei media occidentali in questi giorni è l’ondata di necrologi sui BRICS. Si ha la sensazione che i commentatori stiano sbavando sulle loro tastiere mentre pompano le attuali difficoltà economiche nei paesi emergenti. Vi è una sorta di “si-sapeva-questo-era-troppo-bello-per-essere-vero” nei loro reportage, che si riallaccia perfettamente con il loro compiacimento “si-sono-ancora-da terzo mondo”. La maggior parte di questi “esperti” attacca direttamente i paesi BRICS per un presunto eccesso di promesse poi non mantenute. Il londinese Financial Times sostiene che l’India soffra di “depressione clinica”, che la Russia sia traballante e la Cina sia una bolla in attesa di esplodere.
In un articolo intitolato ‘La frenata dei paesi BRICS’, Forbes ha attaccato lo scrittore indiano Pankaj Mishra – che chiama ironicamente Brankaj – per aver osato commentare sul New York Times che il “ridimensionamento dell’America è inevitabile“. Altri cercano di essere più sottili. Un sedicente esperto di un think tank statunitense dice: “Niente di tutto questo dovrebbe sorprendere, perché è difficile sostenere una rapida crescita per più di un decennio.” Forse il suo editore dovrebbe dirgli che, col senno di poi, non c’è nulla di sorprendente. Ve lo dico io cosa è sorprendente, che questi commentatori si concentrano sui problemi economici dei paesi BRICS, in un momento in cui le bottiglie molotov illuminano le città europee. E qui c’è qualcosa di ancora più sorprendente, che questi giornalisti continuano a parlare di “recessione economica globale“, quando in realtà si tratta di una recessione economica occidentale.

Come non sbagliarsi
La visuale diventa distorta se ci si basa esclusivamente sulle tendenze. Questo perché le tendenze sono spesso solo un segmento di una storia più grande. Per esempio, se i paesi BRICS subiscono una contrazione, una tendenza in linea con il resto del mondo, questo non significa che la loro  crescita sia finita. Qui voglio porre ai commentatori occidentali una domanda: mentite a voi stessi o mentite al vostro pubblico? Comunque mentite. Infatti, non vi sono dati sufficienti per sostenere l’opinione che i paesi BRICS siano un’idea superata. Per prima cosa, diamo un’occhiata alle dimensioni della crescita dei mercati emergenti, e poi vediamola in prospettiva. In un rapporto intitolato ‘Ballando con i Giganti’, la Banca mondiale, che  essenzialmente è una banca statunitense, dice che la rivoluzione industriale fu per gli Stati Uniti il periodo di massimo splendore, il reddito era più che raddoppiato in una sola generazione. Per quanto impressionante e senza precedenti fosse, ciò impallidisce davanti ai BRICS. Il rapporto afferma che in Cina e in India, “gli attuali tassi di crescita, le aspettative di vita, e i redditi aumenteranno di cento volte in una generazione.”
I dati forniti dal Fondo monetario internazionale mostrano il drammatico cambiamento della ricchezza e dei redditi nei BRICS, in confronto con la più ricca nazione occidentale. Poco più di un decennio fa, il PIL pro capite della Russia era di 1775 dollari, rispetto ai 35252 negli Stati Uniti. Nel 2013 questo è destinato ad aumentare a 16338. Così, il rapporto USA-Russia sul reddito che era di 1 a 20, sarà nel prossimo anno di 1 a 3. Tra tutti i paesi BRICS, l’economia russa ha ricevuto la peggiore stampa, “l’Arabia Saudita con gli alberi“, come un ex funzionario della NATO ha descritto il paese. Secondo i rapporti, l’economia russa è gonfiata artificialmente dal petrolio e dal gas, cosa che la danneggia di più rispetto ai suoi partner dei BRICS. Mark Adomanis, un consulente di Washington DC, avverte che il racconto di una Russia al collasso e decrepita è “estremamente fuorviante e incredibilmente persistente“. E aggiunge: “Se si guarda a cose come la produzione di energia elettrica, produzione alimentare e standard di vita, la Russia è molto più vicina alle norme occidentali di quanto lo siano gli altri paesi BRICS“. Questo ottimismo è supportato da Bloomberg che ha segnalato, la scorsa settimana, che quasi tutti gli indicatori economici in Russia attualmente sono positivi. Allo stesso modo, una decina di anni fa il PIL pro capite della Cina era a un abissale 945 dollari, o in un rapporto di 1 a 37.
Il FMI prevede che il rapporto USA-Cina si ridurrà a 1 a 8 il prossimo anno. Nel complesso, anche se il PIL dei paesi BRICS è aumentato dal 15 per cento del reddito globale, di una decina di anni fa, al 25 per cento di oggi; il PIL combinato dei paesi del G7 – Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Germania, Francia, Canada e Italia – è sceso dal 70 per cento del totale del PIL mondiale di due decenni fa, al 50 per cento di oggi. Questa è una buona notizia per tutti. “La crescita dei paesi BRICS e di altre economie emergenti, ha promosso la distribuzione e lo sviluppo della ricchezza e del potere globali in modo più equilibrato“, dice Tao Wenzhao, un ricercatore presso l’Istituto di Studi Americani dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, un think-tank di Pechino.

Il commercio intra-BRICS
Mentre l’Europa e gli Stati Uniti rimuginano sulla perdita di posti di lavoro e di industrie manifatturiere, i BRICS siglano mega-accordi. In una riunione tenutasi a New Delhi il 9 novembre, l’ambasciatore del Brasile in India, Carlos Duarte, ha detto che gli scambi tra l’India e il Brasile crescono con un sorprendente “35 per cento l’anno, nonostante un rallentamento economico in entrambi i paesi e la distanza fisica tra di essi“. Le grandi aziende brasiliane già collaborano con imprese indiane, la Reliance con la società petrolifera brasiliana Petrobras e la Tata con l’azienda brasiliana Marco Polo. Il volume del commercio bilaterale ha superato i 10 miliardi di dollari nel 2011-12. “Il Brasile e l’India si sono uniti in un abbraccio gigantesco“, ha detto Deepak Bhojwani, ex console generale indiano a San Paolo.
La Cina, che sta svolgendo un grande gioco nelle vaste risorse naturali del Brasile, ha messo in guardia dall’utilizzare il Canale di Panama per inviare tali risorse. Il canale, anche se gestito da una ditta cinese di Hong Kong, è strettamente monitorato dai militari degli Stati Uniti. Si è, pertanto, proposto un nuovo percorso attraverso la Colombia, con una ferrovia da 7,6 miliardi dollari, per collegare il Brasile e le coste dei Caraibi con il Pacifico. Nel 2010 la Cina è diventata il principale partner commerciale dell’India, con scambi bilaterali aumentati incredibilmente di 28 volte negli ultimi dieci anni. E per fare un confronto, nel dicembre dello stesso anno, quando il premier cinese Wen Jiabao ha visitato l’India, i due paesi siglarono un accordo del valore di 16 miliardi di dollari, il mese prima che, con un assai pubblicizzato viaggio, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama siglasse un accordo di soli 10 miliardi di dollari.
L’anno scorso, la Rusal della Russia, il più grande produttore di alluminio al mondo, ha scelto di lanciare la sua offerta pubblica iniziale non a Londra o a New York, ma alla borsa di Hong Kong, diventando la prima azienda russa a farlo. Un altro enorme cambiamento strategico è che l’infrastruttura petrolifera della Russia ora punta ad est, la pipeline ESPO della Russia, tra la Siberia orientale e l’Oceano Pacifico, offre petrolio russo a una Cina energivora, ribaltando decenni di dipendenza russa dai mercati europei. Nei prossimi anni, le infrastrutture per il gas russo saranno anch’esse rivolte ad est. Time Magazine dice che “se il commercio e gli investimenti supersonici tra le economie emergenti continuano, l’importanza degli Stati Uniti e dell’Europa, economicamente e politicamente, diminuirà“.

Aumenta l’angoscia
Com’era prevedibile, tali stretti legami tra i paesi BRICS non va giù ad alcuni ambienti. Assieme al costante flusso di storie sulla “Frenata dei BRICS“, un’altra nuova tendenza sono le storie relative alle fratture nei BRICS. Il quotidiano conservatore di Sydney The Australian dice: “La nostra missione deve essere attirare la Russia fuori dai BRICS e offrirle una posizione alternativa nel mondo come partner dell’UE, pronta ad accettare le sue radici europee e ad impegnarsi nei valori europei… abbandonando i BRICS, perderebbe la faccia, ma sarebbe una liberazione per la Russia. I suoi politici non si sono mai sentiti a loro aggio con il ‘modello di sviluppo asiatico’.”
Io lavoro in una società mediatica di proprietà australiana, quindi questo pezzo mi fa rabbrividire non solo perché mi preoccupo per il degradarsi degli standard del giornalistici, ma anche perché fa appello ai più vili istinti razziali. La Russia non è stata trascinata nei BRICS, ma ne è invece all’origine. Questo brillante articolo di Sergej Radchenko, docente di storia delle relazioni asiatico-americane presso l’Università di Nottingham di Ningbo, in Cina, dimostra che non è Goldman Sachs, ma l’ex presidente russo Mikhail Gorbaciov, ad aver proposto un nuovo ordine mondiale con Russia, Cina, Brasile e India dentro. The Australian, con una bizzarra inversione della realtà, spera che la piccola minoranza di moscoviti che è insorta dopo il ritorno di Vladimir Putin alla presidenza, forzerà l’uscita della Russia dall’Asia. “Ancoriamo la Russia all’Europa, piuttosto che incoraggiare le sue confuse idee d’utilizzare i paesi BRICS come una nuova versione dell’Internazionale. E parliamo con il Brasile di cooperazione per la difesa, ad esempio, scartandolo dall’imbroglio BRIC“.
Bene, questo è giornalismo zombie. E’ sintomatico della scarsa comprensione della realtà in occidente. Perché, tra tutti gli occidentali, gli australiani hanno raggiunto la maggior parte dei mercati emergenti, in particolare la Cina. E’ l’appetito vorace di Pechino per i metalli e minerali dell’Australia, che ha salvato il paese caldo e polveroso dalla peggiore recessione degli ultimi decenni. Ma no, The Australian non lascerà che i fatti ostacolino la strada della bella storiella, anche se passa molto lontana dalla realtà.

Constatare la realtà
C’è una innegabile sacca di corruzione e arretratezza nei BRICS. Per esempio, la Russia è classificata solo 43.ma nell’indice delle 50 principali economie nell’Indice del Dinamismo Globale pubblicato dalla società di consulenza Grant Thornton, la scorsa settimana. L’economia indiana  ruggiva al 9 per cento, prima che la recessione la rallentasse al 5 per cento. Tuttavia, nessuno di questi problemi è unico per i paesi BRICS. In realtà, il loro reddito e la loro influenza avanzano nelle classifiche, mentre gli standard di vita in Occidente sono in calo. Come afferma ‘Ballando con i Giganti’ i paesi BRICS sono stati in grado di togliere centinaia di milioni di persone dalla povertà negli ultimi decenni, e non è solo un dato di fatto, ma fornisce anche una speranza al resto del Mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Un G-20 in via di balcanizzazione

Alfredo Jalife-Rahme Réseau Voltaire, Città del Messico (Messico) 23 giugno 2012

Gli incontri continuano ad alta velocità, per i leader mondiali. Dopo il vertice della NATO e del G8 a Chicago e poco prima del Vertice della Terra di Rio, poi il vertice UE a Bruxelles a fine mese, Alfredo Jalife analizza la riunione del G20 che ha appena avuto luogo in Messico. Secondo lui il 2012 è un anno di transizione e le contraddizioni che attraversano questo governo economico mondiale sono troppo grandi per aspettarsi delle decisioni spettacolari. All’ombra delle piramidi messicane, è sugli incontri bilaterali che ci invita a volgere il nostro sguardo.
 
Ecco i programmi elettorali degli Stati Uniti e della Cina fronteggiare la crisi dell’area dell’euro, che diffonde l’infezione fino al cuore della riunione del G20 a Los Cabos. Obama, la cui rielezione è incerta, è paralizzato e non può prendere decisioni forti al G20, che soffre di acefalia cronica, tanto più che lo stesso ospite, il Messico, non ha più peso, né locale, né regionale né globale.
Per il presidente uscente Hu Jintao, il vertice è solo una formalità, e sarà il suo successore designato Xi Jinping, che adotterà le decisioni pertinenti al prossimo vertice del G-20, l’anno prossimo a Mosca. Non sarà la Cina che salverà dalla loro grave situazione finanziaria gli Stati Uniti e l’Europa. Delle tre superpotenze, l’unico che ha le mani libere è il presidente russo Vladimir Putin. La Francia ha definito la sua nuova direzione con il socialista François Hollande e il suo accattivante slogan “crescita senza austerità”, mentre la cancelliera Angela Merkel sta cercando, contro ogni previsione, di mantenere la disciplina fiscale e l’austerità, da cui si allontana perfino il presidente Obama.
Il G-20 è il gruppo eteroclito dei primi 20 PIL del mondo, con due eccezioni eclatanti, Spagna e Iran; si tratta, da un punto di vista economico, di combinare il G-7, in declino e paralizzato dai debiti, con i paesi BRIC, dai risparmi elevati e poco indebitati. In termini geopolitici, il G-20 sarebbe un “G-12″ fratturato (G-7 + i cinque BRICS), cui si aggiungono i loro rispettivi alleati. Solo tre paesi latino-americani vi sono inclusi: Brasile, Messico e Argentina.
La posizione violentemente ostile del presidente Calderon, che a quanto pare voleva diventare il direttore della compagnia petrolifera spagnola Repsol, alla nazionalizzazione della medesima compagnia petrolifera predatrice in Argentina, ha evidenziato la sottomissione del suo paese verso gli Stati Uniti, all’unisono con il suo antagonismo dichiarato verso i BRICS. L’ombra delle fratture perseguita Calderon a tutti i livelli. Qui ci sono altre fratture che interessano l’anatomia del G-20: tra il G-7 e i BRICS, i cui interessi si scontrano in Siria e Iran, tra il Sud America (Argentina e Brasile) e il Messico di Calderon, docile verso la Spagna e Stati Uniti.
I media occidentali sono piuttosto scettici circa i risultati di questo vertice, la cui agenda è stata disturbata dalla crisi in Europa, con Angela Merkel che si è ritrovata sotto la pressione congiunta di Stati Uniti, Gran Bretagna e della nuova presidenza socialista della Francia. Questa crisi non è priva d’importanza per il resto del mondo, ma è comunque una questione interna all’eurocentrismo di uno o dell’altro; e tutti sanno oramai del verdetto greco sul dra(c)mma del suo destino.
Non c’è coesione nell’area dell’euro, e Angela Merkel ha criticato la linea economica francese con un insolito attacco verbale verso Francois Hollande [1]. Il governo francese ha smentito la creazione di un fronte comune con l’Italia e la Spagna contro la Germania, ma ciò che ha infastidito Angela Merkel al massimo, è l’incontro del presidente francese con l’opposizione tedesca di centro-sinistra, piuttosto tentata dal progetto della “crescita senza austerità”.
La Cina è stata avvertita sulla possibilità di una uscita dall’area dell’euro della Grecia [2]. Il G-20 si trova in stato catatonico, nel migliore dei casi, o peggiore, si catapulta nella balcanizzazione fatale. In ogni caso, la cosa più importante, credo, è il successo sul piano bilaterale, a margine del vertice: gli scambi tra Obama e Putin, e tra Obama e Hu Jintao.
L’agenzia Xinhua (06/15/12) ha rivelato che Putin aveva programmato di incontrare Obama: è stato il primo incontro da quando Putin è tornato al Cremlino il mese scorso, ed “è probabile che firmerà degli accordi importanti“. Infatti, The Economist (16/6/12), che soffre di Putinofobia ed è il portavoce dei globalisti neoliberali, è assai critico verso questo incontro. Si potrebbe pensare che vorrebbero una guerra mondiale, apparentemente per ripulire le loro finanze. Questo incontro è stato il culmine del vertice. Nonostante la grave collisione tra Stati Uniti e Russia sul conflitto interno siriano, la disputa nucleare iraniana e il dispiegamento di una presunta “difesa missilistica” ai confini della Russia, non è improbabile che entrambi i paesi delineino le rispettive sfere di influenza nel Grande Medio Oriente. Oggi vediamo la NATO (che include il G-7, tranne il Giappone) e il gruppo di Shanghai lottare per definire le loro nuove frontiere vicino-orientali.
La Germania è sulla difensiva di fronte alle pressioni degli Stati Uniti, e secondo Xinhua, voleva che il vertice “andasse oltre la questione del debito europeo, e considerasse il problema del recupero e della crescita economica su scala globale“, il che significa porre rimedio al “triste stato della finanza degli Stati Uniti“. Gli Stati Uniti cercano di imporre il tema della crisi europea, forse per evitare di essere pubblicamente svergognati per la mancata attuazione della riforma finanziaria globale che la Russia difende, e che era stata decisa al precedente vertice di Cannes.
La presidentessa del Brasile Dilma Rousseff ha avvertito che “il mondo non deve aspettarsi che le economie emergenti regolino da sole il problema della crisi globale.” Riuscirà a convincere Calderon?
Uno degli architetti del “modello G-20″, l’ex Primo Ministro britannico Gordon Brown, sostiene che “la crisi europea non è di uno solo, ma è la crisi di tutti” [3] e aggiunge che se il G-20 non riesce a coordinare presto un piano d’azione globale concertato, “saremo di fronte a un rallentamento globale, che avrà un impatto sulle elezioni presidenziali americane e sulla transizione verso un ruolo di leadership mondiale della Cina“. Concludendo: “questa è l’ultima possibilità“. Certo, una crisi globale farebbe male a Obama, ma sembra esagerato menzionare la Cina in questo contesto, a meno che la perfida Albione non abbia un asso turbolento nella manica. Gordon Brown riteneva che non fosse necessario ai membri del G-20 “lasciare il Messico senza accettare di sostenere un grande progetto per salvare l’Europa, e per fermare il contagio.” La drammaticità delle sue dichiarazioni è dovuta soprattutto alla delicata situazione in Gran Bretagna, perché nella sua semiotica decostruttiva, “salvataggio” del mondo significa probabilmente semplicemente quello della Gran Bretagna. Infatti, David Cameron soffre di una grave infezione, causata dai suoi osceni legami con il pestilenziale oligarca Murdoch, e ne è talmente scosso che ha dimenticato la sua bambina di otto anni in un bar.
Quindi l’anglosfera insolvente drammatizza. James Haley, direttore del programma di economia globale CIGI (un think tank del Canada) rincara, dicendo che le sfide a breve termine del G-20 sono immense, e che bisogna “preservare il sistema del commercio internazionale e dei pagamenti degli ultimi 65 anni“. La situazione è così tragica? Questo è il momento peggiore, e il posto peggiore, per un vertice del G-20: il giorno dopo le elezioni greche, con Obama in uno stato catatonico e un paese ospite impotente. Quali decisioni possono essere prese con una tale frattura all’interno del G-20?
China Daily (16/6/12) riassume la situazione così: “si tratta di spegnere le fiamme dell’economia globale“. Il problema è che alcuni (seguite il mio sguardo), nel G-20 sono più piromani che vigili del fuoco.

[1] Reuters/Global Times, 16/6/12
[2] ChinaDaily, 15/6/12
[3] Reuters, 15/6/12

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia e il mondo che cambia

Vladimir Putin parla della sua politica estera (Parte 2)
Vladimir V. Putin, Réseau Voltaire 9 marzo 2012

Nella seconda parte del suo articolo sulla politica estera, Putin ha fornito un aggiornamento sulle relazioni della Russia con l’Asia e il nuovo partenariato con la Cina, affronta il problema dello scudo missilistico degli USA, della crisi in Europa e il progetto di Unione Economica Eurasiatica, l’adesione della Russia all’OMC e il soft-power russo nel mondo. La politica estera intesa da Vladimir Putin, dimostrata dalla posizione di Mosca al Consiglio di sicurezza, tiene conto degli interessi della Russia, ma apre anche una via ai paesi che cercano di liberarsi dal dominio imperiale.

L’Asia-Pacifico acquista una nuova dimensione
La Cina, centro nevralgico dell’economia globale, è un vicino della Russia. Le deliberazioni sul suo futuro ruolo nell’economia globale e negli affari internazionali sono oramai oggi di voga. L’anno scorso, la Cina è salita al secondo posto al mondo in termini di PIL, e a breve termine, secondo gli esperti internazionali, tra cui statunitensi, supererà gli Stati Uniti in questo indice. La potenza globale della Repubblica popolare cinese è in ascesa, compresa la sua capacità di proiettare le proprie forze in varie regioni.
Quale atteggiamento la Russia dovrebbe adottare nel contesto del fattore cinese che è in rapida crescita?
In primo luogo, sono convinto che la crescita dell’economia cinese non sia una minaccia, ma una sfida che ha un enorme potenziale nella cooperazione nel campo degli affari, e la possibilità anche di gonfiare le “vele” dell’economia russa con il “vento cinese”. La Russia dovrebbe stabilire più attivi legami di collaborazione con la Cina, che unisce il potenziale tecnologico e industriale dei due paesi e sfruttando, ovviamente in modo intelligente, il potenziale della Cina per la ripresa economica della Siberia e dell’estremo oriente della Russia.
In secondo luogo, la politica della Cina sulla scena mondiale non offre alcun pretesto per accusare Pechino di cercare di dominare il pianeta. La voce della Cina è, infatti, sempre più udibile in tutto il mondo, e la Russia si rallegra, perché Pechino condivide la visione russa di un ordine mondiale equilibrato, in fase di sviluppo. I due paesi continueranno ad aiutarsi a vicenda a livello internazionale, regolando congiuntamente i problemi  regionali e globali più acuti, rafforzando la cooperazione in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), la Shanghai Cooperation Organization (SCO), il G20 e altre agenzie multilaterali.
E in terzo luogo, la Russia ha risolto tutti i problemi cruciali nelle relazioni politiche con la Cina, il più grande dei quali era la disputa sui confini. Un meccanismo forte e supportato da documenti giuridicamente vincolanti, è stato istituito nelle relazioni bilaterali. I due governi hanno raggiunto un livello di fiducia senza precedenti nelle loro relazioni. In questo modo la Russia e la Cina agiranno con spirito di autentico partenariato, basato sul pragmatismo e il riconoscimento dei reciproci interessi. L’attuale modello delle relazioni sino-russe sembra estremamente promettente.
Detto questo, le relazioni tra la Russia e la Cina non sono certo prive di problemi. Degli attriti nascono di volta in volta. Gli interessi commerciali di entrambi gli Stati in paesi terzi, non sempre coincidono, la Russia non è pienamente soddisfatta dalla struttura  commerciale e del basso livello degli investimenti reciproci. La Russia si sta preparando a monitorare i flussi migratori dalla Cina.
Tuttavia, la mia idea chiave è questa: la Russia ha bisogno di una Cina prospera e stabile, e sono fiducioso che la Cina, a sua volta, abbia bisogno di una Russia forte e prospera.
Un altro gigante asiatico, l’India, è anch’esso in rapida crescita. Russia e India sono tradizionalmente vincolate da rapporti di amicizia ed entrambi i governi le descrivono come il partenariato strategico privilegiato. Il suo rafforzamento darà beneficio a entrambi i nostri paesi, come all’intero sistema policentrico in fase di sviluppo, in tutto il mondo.
Stiamo assistendo non solo alla crescita della Cina e dell’India, ma al ruolo maggiore della regione dell’Asia-Pacifico nel suo complesso. In questo contesto, nuove prospettive di lavoro fruttuoso si offrono nel quadro della presidenza russa nella Cooperazione Economica Asia-Pacifico (APEC). Nel settembre del 2012, la Russia ospiterà il summit APEC a Vladivostok, dove si stanno rapidamente sviluppando infrastrutture moderne, contribuendo così allo sviluppo della Siberia e dell’Estremo Oriente della Russia, e a consentire alla Russia di raggiungere i processi dinamici d’integrazione nella “Nuova Asia”.
La Russia sta lavorando e continuerà in futuro a dare massima priorità alle relazioni con i suoi partner dei BRICS. Questa struttura unica, creata nel 2006, è la dimostrazione più spettacolare della transizione da un sistema unipolare a un ordine mondiale più equilibrato. Il gruppo  riunisce cinque paesi la cui popolazione è pari a quasi tre miliardi di persone, e sono dotati delle economie emergenti più importanti, di enormi risorse naturali e del lavoro, e di colossali mercati nazionali. Dopo l’adesione del Sud Africa, i BRICS hanno ottenuto una dimensione veramente globale, e generano già oltre il 25% del PIL mondiale.
I membri del gruppo si stanno abituando a collaborare in questa struttura e ad adattarsi l’uno con gli altri. Si tratta, in particolare, di stabilire un migliore coordinamento nella politica internazionale e di cooperare più strettamente in seno all’ONU. Tuttavia, dopo aver raggiunto la loro velocità di crociera, i BRICS, con i suoi membri cinque, influiranno notevolmente nell’economia e politica mondiali.
Negli ultimi anni, la diplomazia e la comunità imprenditoriale russe hanno iniziato ad attribuire maggiore importanza allo sviluppo della cooperazione con i paesi asiatici, dell’America Latina e Africa. In queste zone, la Russia gode ancora di simpatia sincera. Credo che uno degli obiettivi del prossimo periodo, sarà l’intensificazione degli scambi e della cooperazione economica tra la Russia e questi paesi, così come la realizzazione di progetti congiunti nei settori dell’energia, delle infrastrutture, degli investimenti, delle scienza e tecnologia, delle banche e del turismo.
Il ruolo crescente delle regioni summenzionate nel sistema democratico di gestione economica e della finanza globale, si riflette nell’attività del G20. Penso che questo gruppo diventerà presto uno strumento di importanza strategica, non solo nella gestione delle crisi, ma anche nelle riforme a lungo termine dell’architettura finanziaria ed economica del pianeta. La Russia presiederà il G20 nel 2013. Certo, il paese dovrebbe utilizzare la sua presidenza per migliorare, tra l’altro, l’interazione tra il G20 e le altre strutture multilaterali, in particolare il G8 e, naturalmente, le Nazioni Unite.

Il fattore europeo
La Russia è parte integrante ed organica della Grande Europa, della civiltà europea nel senso più ampio. I cittadini russi si considerano europei. Siamo ben lungi dall’essere indifferenti verso l’evoluzione dell’Unione europea.
Per questo motivo la Russia avvia la trasformazione dello spazio tra l’Atlantico e l’Oceano Pacifico in una entità economica e umanitaria unificata, che gli esperti russi descrivono come Unione dell’Europa, e che rafforzerà ulteriormente i mezzi e le posizioni della Russia nel quadro della sua svolta economica verso la “Nuova Asia”.
Nel contesto della crescita di Cina, India e altre economie emergenti, gli shock finanziari ed economici che hanno scosso l’Europa, un tempo oasi di stabilità e ordine, non ci lasciano indifferenti. La crisi nell’area dell’euro incide naturalmente sulla Russia, soprattutto perché l’UE è il principale partner economico e commerciale del nostro paese. Ovviamente, la situazione in Europa è largamente determinante per le prospettive di sviluppo del sistema economico globale nel suo complesso.
La Russia ha aderito attivamente allo sforzo internazionale per sostenere le economie europee in difficoltà, partecipa costantemente al processo decisionale collettivo in seno al Fondo monetario internazionale (FMI). La Russia non esclude in linea di principio la possibilità di offrire, in alcuni casi, assistenza finanziaria diretta.
Tuttavia, credo che apporti finanziari provenienti dall’estero possano essere solo una soluzione parziale. La risoluzione completa del problema richiede forti misure sistemiche. I leader europei devono affrontare la necessità di attuare riforme radicali, per rivedere ampiamente i meccanismi finanziari ed economici tesi a garantire una vera e propria disciplina fiscale. La Russia ha interesse ad avere a che fare con una forte Unione europea, corrispondente alla visione di Germania e Francia, perché ci rendiamo conto del grande potenziale del partenariato tra la Russia e l’UE.
L’interazione attuale della Russia con l’Unione europea non è ancora all’altezza delle sfide globali, soprattutto in termini di rafforzamento della competitività del nostro comune continente. Suggerisco ancora una volta, uno sforzo per creare un’armoniosa comunità delle economie da Lisbona a Vladivostok. Alla fine, sui tratta della creazione di una zona di libero scambio, o anche più sofisticati meccanismi di integrazione economica. Questo ci permetterebbe di godere di un mercato continentale comune, pari a diverse migliaia di miliardi di euro. C’è qualcuno che può mettere in dubbio che ciò sarebbe una grande idea, e che questo corrisponda  agli interessi russi ed europei?
Una più stretta cooperazione nel settore energetico, fino alla creazione di un complesso energetico unito d’Europa, è un altro argomento di discussione. Le tappe più importanti per arrivare a ciò sono la costruzione del gasdotto Nord Stream attraverso il Baltico e del South Stream attraverso il Mar Nero. Entrambi i progetti hanno ricevuto il sostegno di numerosi governi, e le più grandi compagnie energetiche dell’Europa vi partecipano. Dopo aver avviato il pieno sfruttamento di questi oleodotti, l’Europa avrà un sistema di approvvigionamento di gas affidabile, flessibile e indipendente dal capriccio politico di chiunque. Sarà un contributo reale, non artificiale, alla sicurezza energetica del continente. Tuttavia, questo problema è particolarmente importante, data la decisione di alcuni paesi europei di ridurre o abbandonare completamente l’energia nucleare.
Sono costretto a dichiarare apertamente che il terzo pacchetto dell’energia, di cui la Commissione europea ha assicurato un lobbying volto ad escludere dal mercato le aziende integrate russe, non contribuisce a rafforzare le nostre relazioni. Inoltre, poiché la destabilizzazione dei fornitori di petrolio altri  dalla Russia, aggrava i rischi sistemici che minacciano il settore energetico europeo ed è un potenziale ostacolo agli investimenti in nuovi progetti infrastrutturali. Molti politici europei che si intrattengono con me, sono critici verso il pacchetto. Si tratta di avere il coraggio di eliminare questo ostacolo dal percorso della cooperazione reciprocamente vantaggiosa.
Credo che un vero partenariato tra la Russia e l’Unione europea sia impossibile senza l’eliminazione degli ostacoli ai contatti economici e umani, in primo luogo, quello del regime dei visti. L’introduzione di un regime senza visti darebbe un forte impulso ad una reale integrazione della Russia e dell’UE, sarebbe utile per ampliare i contatti commerciali e culturali, soprattutto tra le piccole e medie imprese. La minaccia per l’Europa di un afflusso di cosiddetti migranti economici dalla Russia, è in gran parte una fantasia. I russi hanno la possibilità di usare la loro professionalità nella loro patria, e la gamma di queste possibilità si sta allargando.
Nel dicembre del 2011, la Russia ha concertato con l’Unione europea di sviluppare azioni comuni per stabilire un regime senza visti. Può  e deve essere attuato senza ulteriori indugi. La mia intenzione è di continuare a dedicarmi a questo problema nel modo più attivo.

Le relazioni russo-statunitensi
Negli ultimi anni, molti sforzi sono stati fatti per sviluppare le relazioni tra Russia e Stati Uniti. Tuttavia, la matrice di questi rapporti non è ancora stata radicalmente cambiata, e continuano ad esservi alti e bassi. Tale instabilità del partenariato tra la Russia e gli Stati Uniti è dovuta in parte alla resistenza di certi stereotipi e fobie. Il modo con cui la Russia viene percepita dal Congresso degli Stati Uniti è particolarmente rivelatore. Tuttavia, il problema fondamentale risiede nel fatto che il dialogo bilaterale e la cooperazione non sono basati su una solida base economica. Il commercio è ben lungi dall’essere all’altezza delle potenzialità delle economie della Russia e degli Stati Uniti. Lo stesso vale per gli investimenti bilaterali. Così la rete di protezione che eviterebbe alle nostre relazioni le oscillazioni cicliche, non è stata ancora tessuta. Si tratta di crearla.
La comprensione reciproca tra i due paesi non sta migliorando, non più dati gli sforzi regolari degli Stati Uniti nel condurre una ‘”ingegneria politica”, in particolare nelle zone tradizionalmente importanti per la Russia, e anche durante la campagna elettorale della Russia.
Ripeto che l’iniziativa degli Stati Uniti di creare l’ABM europeo solleva  preoccupazioni da parte nostra, del tutto legittime. Perché la Russia è più allarmato rispetto ad altri paesi? Il fatto è che l’ABM europeo influenza le forze strategiche di deterrenza nucleare, che solo la Russia possiede in questo teatro, sconvolgendo il l’equilibrio politico e militare raffinato per decenni.
Il legame inestricabile tra l’ABM e armi strategiche offensive è sancito dal nuovo trattato di riduzione delle armi nucleari START, firmato nel 2010. Il trattato è entrato in vigore e si dimostra efficace. Questo è un risultato fondamentale della politica internazionale. La Russia è pronta a prendere in considerazione vari elementi possibili dell’agenda russo-statunitense  sul controllo degli armamenti, per il prossimo periodo. La regola immutabile in questo campo è il rispetto dell’equilibrio del potere e l’abbandono dei tentativi di utilizzare i colloqui per assicurarsi vantaggi unilaterali.
Permettetemi di ricordare che nel 2007 ho proposto al presidente George W. Bush, a Kennebunkport, di risolvere il problema dell’ABM. Se fosse stato approvato, la mia iniziativa avrebbe modificato la natura tradizionale delle relazioni Russia-USA, e avrebbe dato un impulso positivo al processo. Inoltre, realizzando all’epoca un progresso nel campo dell’ABM, avremmo letteralmente spianato la strada alla creazione di un modello fondamentalmente nuovo di cooperazione, una stretta alleanza, soprattutto in diverse altre aree sensibili.
Questo non successe. Sarebbe certamente utile esaminare la registrazione dei colloqui a Kennebunkport. Negli ultimi anni, il governo russo ha fatto anche altri sforzi per trovare un terreno comune riguardo l’ABM. Tutte queste proposte restano valide.
In ogni caso, non avremmo messo una croce sulla ricerca di un compromesso per risolvere il problema dell’ABM. Vorremmo evitare che il sistema statunitense venga schierato a una tale scala, che richiederebbe l’attuazione delle contromisure che la Russia ha reso pubbliche.
Recentemente ho incontrato il signor Kissinger. Ci incontriamo regolarmente. E sono completamente d’accordo con questo vero professionista, secondo cui la stretta collaborazione e uno spirito di fiducia tra Mosca e Washington, siano particolarmente necessari, quando il mondo sta attraversando un periodo turbolento.
Nel complesso, la Russia è pronta a fare uno sforzo molto importante per sviluppare le relazioni con gli Stati Uniti e per ottenere un miglioramento qualitativo, a condizione che gli statunitensi mettano in pratica il principio di un partenariato equo e reciprocamente rispettoso.

La diplomazia economica
Nel dicembre del 2011, la Russia ha aderito all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) dopo una lunga epopea durata diversi anni. Vorrei far notare che nell’ultimo passo di questo processo, l’amministrazione Barack Obama e i leader di varie potenze europee, hanno contribuito attivamente alla finalizzazione degli accordi.
In tutta onestà, questo processo lungo e faticoso spesso ci ha spinto a “sbattere la porta” e a lasciare tutto. Tuttavia, la Russia non ha ceduto alle emozioni. In definitiva, il nostro paese ha raggiunto un compromesso vantaggioso: gli interessi dei produttori industriali ed agricoli  russi sono stati soddisfatti, in attesa di una maggiore concorrenza da società straniere. Gli operatori economici russi potranno beneficiare di notevoli nuove opportunità per accedere al mercato mondiale ed essere in grado di proteggere i loro diritti in modo civile. Per me, questo è ciò che costituisce il principale risultato e non il fatto simbolico dell’adesione della Russia al “club” mondiale del commercio.
La Russia sarà conforme alle norme dell’OMC, così in tutti gli altri suoi impegni internazionali. Mi aspetto un analogo rispetto delle regole del gioco da parte dei nostri partner. Mi si permetta di notare di passaggio, che abbiamo già inserito i principi del WTO sulla base giuridica dello Spazio economico comune, che comprende Russia, Bielorussia e Kazakhstan.
Analizzando il nostro modo di promuovere gli interessi delle imprese russe sulla scena mondiale, ci rendiamo conto che siamo ancora nella fase d’apprendimento in modo sistemico e coerente. A differenza dei nostri partner occidentali, non abbiamo ancora la tecnologia per promuovere correttamente le azioni a favore delle compagnie russe, sulle piattaforme dove si effettueranno gli scambi del commercio internazionale.
Tuttavia, è nostra responsabilità il compito di risolvere i problemi critici in questo settore, tenendo a mente che lo sviluppo innovativo è una priorità per la Russia. Si tratta di garantire eque posizioni della Russia nel sistema attuale di relazioni economiche globali, e di ridurre al minimo i rischi inerenti l’integrazione del paese nell’economia globale, in particolare nel contesto della menzionata adesione all’OMC, e dell’imminente adesione della Russia all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE).
Il presupposto necessario è un accesso più aperto e non discriminatorio della Russia ai mercati esteri. Al momento non affrontiamo l’estero con gli operatori economici russi. Affrontiamo restrizioni di natura politica e commerciale, si erigono barriere che svantaggio le aziende russe nella concorrenza.
Lo stesso in materia di investimenti. La Russia cerca di attirare capitale straniero nella sua economia, mediante l’apertura delle zone più interessanti e offrendo veri e propri “pezzi scelti”, in particolare nel settore dell’energia e degli idrocarburi. Tuttavia, gli investitori russi non sono ben accolti all’estero, o vengono spesso ostentatamente respinti.
Gli esempi sono innumerevoli. Basti ricordare la storia della Opel tedesca, che gli investitori russi non sono stati, in ultima analisi, in grado di acquisire anche nonostante l’approvazione della transazione da parte del governo della Repubblica federale di Germania e la risposta positiva dei sindacati tedeschi. Ci sono anche casi scandalosi, in cui alle compagnie russe sono negati il godimento dei diritti d’investitore, dopo aver investito forti somme in attività estere. Questi esempi sono particolarmente comuni nell’Europa centrale e orientale.
Tutto questo ispira l’idea della necessità di rafforzare il sostegno politico e diplomatico delle società russe sui mercati esteri. e di fornire un sostegno più solido ai nostri grandi progetti, recanti un’importanza simbolica. Non bisogna dimenticare che di fronte a una concorrenza sleale, la Russia è in grado di reagire in modo simmetrico.
Il governo e le associazioni degli operatori economici russi dovrebbero coordinare i loro sforzi più precisamente, nella scena internazionale, promuovendo al meglio gli interessi delle società russe e assistendole nell’implementazione nei nuovi mercati.
Vorrei anche richiamare l’attenzione su un fatto importante, che determina in gran parte il ruolo e il posto della Russia nel rapporto delle forze politiche ed economiche presenti e future, a livello internazionale. Si tratta dell’immenso territorio del nostro paese. Sicuramente non corrisponde più a un sesto della superficie terrestre, tuttavia la Federazione Russa rimane lo stato più grande e più ricco di risorse del mondo. Io non parlo solo di petrolio e gas, ma anche di boschi, campi agricoli e riserve d’acqua dolce pura.
In altre parole, il territorio russo è la sorgente della forza potenziale della Russia. In precedenza, l’immensa distesa del territorio russo ha principalmente garantito la protezione della Russia contro le invasioni straniere. Oggi, applicando una buona strategia economica, potrebbe diventare la base fondamentale per far accrescere la competitività del paese.
Voglio ricordare in particolare che la carenza di acqua dolce è in rapida crescita in tutto il mondo. Si può prevedere, a breve termine, che ciò darà luogo a una competizione geopolitica per le risorse idriche e alla capacità di realizzare prodotti che richiedono un elevato utilizzo di acqua. La Russia ha un grande vantaggio. Ma essa è consapevole della necessità di gestire questa ricchezza con parsimonia e facendo calcoli strategici.

Il supporto ai russi all’estero e la cultura russa nel contesto internazionale
Il rispetto per la propria patria è particolarmente condizionata dalla capacità di quest’ultima di proteggere i suoi cittadini e le persone appartenenti allo stesso gruppo etnico all’estero. E’ importante non dimenticare mai gli interessi di milioni di russi paesi che vivono all’estero o visitano altri paesi, in congedo o in missione. Vorrei sottolineare che il Ministero degli affari esteri russo, e tutte le rappresentanze diplomatiche e consolari, sono tenute a fornire aiuto e assistenza concreti ai russi, 24 ore su 24. I diplomatici devono rispondere immediatamente, senza attendere che i media lancino l’allarme, agli scontri che si verificano tra i nostri cittadini e le autorità locali, nonché a eventuali incidenti.
Agiremo con la massima determinazione, per ottenere dai governi lettoni ed estoni l’attuazione delle molte raccomandazioni dalle più importanti organizzazioni internazionali in materia di rispetto dei diritti, generalmente accettati, delle minoranze etniche. Lo status infame di “non-cittadino” è inaccettabile. Come possiamo anche accettare il fatto che un lettone su sei ed un estone su tredici siano dei “non-cittadini” privi di diritti politici, elettorali e sociali, e anche della possibilità di utilizzare liberamente la lingua russa.
Prendiamo ad esempio il referendum che si è tenuto recentemente in Lettonia sullo status della lingua russa. Ha ancora chiarito alla comunità mondiale la gravità del problema. Il fatto è che più di 300.000 “non cittadini” si sono visti, ancora una volta, negare il diritto al voto. E il rifiuto della Commissione elettorale centrale della Lettonia di concedere alla camera sociale russa lo status di osservatore, in occasione del referendum, è assolutamente disgustoso. Tuttavia, le organizzazioni internazionali incaricate di far rispettare le regole democratiche, sembrano essersi murate nel loro silenzio.
In generale, mentre le questioni relative ai diritti umani vengono sfruttate nel contesto delle relazioni internazionali, è improbabile che soddisfino la Russia. In primo luogo, gli Stati Uniti e altri paesi occidentali cercano di monopolizzare la tutela dei diritti umani, politicizzandoli e rendendole completamente un mezzo per fare pressione. Nel frattempo, non tollerano le critiche contro di essi, e reagiscono in modo estremamente malsano. In secondo luogo, la scelta degli oggetti per il monitoraggio dei diritti umani, è selettiva. Invece di applicare criteri universali, gli Stati che hanno “privatizzato” questo argomento, fanno quello che vogliono.
La Russia si sente vittima dalla parzialità, dai pregiudizi, dal partito preso e dall’aggressività delle critiche malintenzionate cui è soggetta, e che spesso superano ogni limite. Le critiche giustificate dei difetti non possono che essere accolte con favore e portare a conclusioni appropriate. Ora, di fronte a critiche infondate, che si abbattono onda dopo onda, e mirano a manipolare sistematicamente gli atteggiamenti dei cittadini di un paese nei confronti della Russia, e di influenzare direttamente la situazione politica in Russia, ci rendiamo conto che questi sforzi non sono motivati dai principi democratici della più alta moralità.
Il campo dei diritti umani non dovrebbe essere monopolizzato da nessuno. La Russia è una democrazia giovane, e si mostra spesso estremamente modesta per risparmiare l’orgoglio dei suo partner più agguerriti. Ma la Russia ha qualcosa da dire: nessuno è perfetto per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Le democrazie consolidate hanno anch’esse commesso gravi violazioni in questo campo, e non dobbiamo ignorarlo. Certamente, non si tratta di uno scambio insulso delle accuse stupidamente offensive, sapendo che tutte le parti beneficiano di una discussione costruttiva sulle questioni relative ai diritti umani.
Alla fine del 2011, il Ministero degli Esteri russo ha pubblicato la sua prima relazione sulla situazione dei diritti umani in alcuni paesi. Credo che questa attività debba essere intensificata, in particolare per contribuire a una maggiore e più leale cooperazione nella totalità delle questioni umanitarie e alla promozione dei principi fondamentali della democrazia e dei diritti umani.
A questo proposito, i fatti citati sono solo una parte delle attività di accompagnamento informativo e di propaganda delle attività diplomatiche e internazionali della Russia, e della creazione di un’immagine obiettiva della Russia all’estero. Siamo costretti a riconoscere che i nostri successi in questo settore non sono numerosi. Spesso siamo battuti sul campo dell’informazione. Questo è un problema sfaccettato, a cui ci si deve impegnare seriamente.
La Russia ha ereditato una grande cultura riconosciuta sia in Occidente che Oriente. Ma il nostro investimento nelle industrie culturali e nella loro promozione sul mercato mondiale è ancora basso. La rinascita dell’interesse globale nella cultura e nelle idee, che porta al coinvolgimento delle società e delle economie della rete dell’informazione globale, offre nuove opportunità alla Russia, con talenti qualificati nella produzione di valori culturali.
La Russia non è solo in grado di mantenere la sua cultura, ma di utilizzarla come un potente fattore di promozione sui mercati mondiali. La lingua russa è diffusa praticamente in tutti i paesi dell’ex URSS e in una parte significativa dell’Europa orientale. Non si tratta di un impero, ma di espansione culturale. Non sono i cannoni, né l’importazione di regimi politici, ma l’esportazione dell’istruzione e della cultura, che contribuiranno a creare un ambiente favorevole ai prodotti, servizi e idee della Russia.
La Russia ha bisogno di rafforzare di molto la sua presenza nel mondo in materia di istruzione e cultura, e di accrescerla soprattutto nei paesi in cui una parte della popolazione parla o capisce il russo.
E’ necessario discutere seriamente il modo più efficace per migliorare la percezione oggettiva della Russia, attraverso l’organizzazione nel nostro paese di grandi eventi internazionali, vale a dire il vertice della Cooperazione Economica Asia-Pacifico (APEC) nel 2012, i vertici del G20 e del G8 nel 2013 e nel 2014, le Universiadi del 2013 a Kazan, le Olimpiadi Invernali del 2014 e la Coppa del Mondo di Hockey e calcio nel 2016 e nel 2018.
La Russia è disposta a continuare a garantire la sicurezza e la difesa dei suoi interessi nazionali attraverso una sua partecipazione più attiva e più costruttiva nella politica mondiale e nella risoluzione dei problemi globali e regionali. Il nostro Paese è aperto alla cooperazione seria e reciprocamente vantaggiosa, così come al dialogo con tutti i suoi partner stranieri. Stiamo lavorando per capire e prendere in considerazione gli interessi dei nostri partner, ma vi chiediamo anche di rispettare i nostri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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