Nuovo slancio nella cooperazione energetica indo-russa

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 14 ottobre 2014

0,,16320091_303,00La recente offerta russa alla ONGC Videsh Limited (OVL) di una quota del 10 per cento del campo petrolifero Vankor in Siberia centrale non fa notizia nei media; tuttavia ha un notevole significato per la cooperazione economica bilaterale e regionale. Oltre ad attestare il credo della mutua complementarietà tra i due tradizionali alleati, la recente offerta contiene molte promesse per la sicurezza energetica dell’India e per l’espansione della cooperazione energetica della Russia verso est e sud. Oltre a Vankor, il colosso energetico russo Rosneft ha anche offerto fino al 49 per cento del capitale di Jurubcheno-Tokhomskoe. Il giacimento Vankor, situato a nord del territorio di Krasnojarsk, in Siberia centrale, fu avviato nel 1988; all’inizio del 2014 le riserve recuperabili iniziali di petrolio ammontavano a 500 milioni di tonnellate di petrolio e condensati e a 182 miliardi di metri cubi di gas. Il dibattito sulla prospettiva dell’adesione dell’India al progetto Vankor non è né recente, né imposto dalle sanzioni occidentali alla società russe, tra cui Roseneft. L’interesse della Russia ad includere partner tradizionali nell’esplorazione energetica non è nuova. Nel lontano 2005, il primo vice-CEO di Rosneft, Sergej Alekseev, espresse interesse all’inclusione dell’India. Alekseev dichiarò: “Siamo lieti di avere la ONGC-Videsh Ltd. (OVL) nostro partner nel progetto petrolifero e gasifero Vankor da quando collaboriamo con successo nello sviluppo del giacimento di petrolio e gas Sakhalin-1“. La partecipazione dell’India a Sakhalin-1 è una storia ben nota di questa cooperazione bilaterale. La società indiana OVL acquisì il 20 per cento delle azioni di Sakhalin-1 del valore di 2,1 miliardi di dollari nel 2001, nel 2009 acquisì Imperial Energy. Ad agosto Rosneft ha inviato una proposta ad OVL per lo sviluppo congiunto del giacimento petrolifero Jurubcheno-Tokhomskoe nella Siberia orientale. Secondo un rapporto, OVL è alla ricerca di una fonte da un milione di barili al giorno di petrolio e gas equivalente in Russia.
ONGC Videsh logo Per soddisfare il 70 per cento del fabbisogno energetico, l’India ha ampliato le opzioni per l’acquisizione di risorse da diversi Paesi. Negli ultimi due anni, OVL ha effettuato nuove acquisizioni nella regione eurasiatica, tra partecipazioni nei campi Azeri, Chirag e Guneshli al largo dell’Azerbaigian; un ulteriore 12 per cento del blocco BC-10 del bacino Campos in Brasile, e dalla Videocon il 6 per cento del capitale del 1 Blocco offshore dell’Area Rovuma in Mozambico. Ma tra le acquisizioni delle partecipazioni estere, le probabilità dell’India di avere un accordo equo in Russia sono migliori per via della comprensione tra i leader dei due Paesi. Durante la riunione dei ministri degli Esteri dei due Paesi, a margine del vertice SCO di settembre 2014, l’espansione dei legami tra i due Paesi nei settori commerciale, degli investimenti, energia e difesa sono stati discussi. Sarebbe inverosimile sostenere che le sanzioni occidentali abbiano spinto la Russia a volgersi a sud e ad est per ampliare la cooperazione energetica. La visita di Putin in Cina qualche mese fa e la firma dell”affare del secolo’ sul gasdotto dalla Russia orientale della Cina, potrebbero aver contribuito a tale dibattito, ma la cooperazione energetica della Russia con India e Cina è guidata dai reciproci vantaggi economici. Le sanzioni di luglio pongono ostacoli all’accesso di Rosneft ai prestiti esteri, in particolare il divieto di ricevere prestiti con più di 30 giorni di scadenza. Lo scenario emergente dà luogo a molte prospettive di cooperazione e integrazione economica regionale. Questi Paesi, insieme ai loro partner, possono essere spinti a creare un regime di cambi senza il dollaro. Ad esempio, la Russia potrebbe essere interessata a sviluppare accordi bilaterali, come accordi finanziari Rupia-Rublo e Renminbi-Rublo per la cooperazione energetica. Gli attori multilaterali come BRICS e SCO possono anche sviluppare una rete energetica con complementarità reciproche e con organizzazioni come l’Unione economica eurasiatica, BRICS, SCO e altre regionali, quali attori. Vi sono altre aree di cooperazione economica recentemente deliberate. Pochi giorni prima il Primo Viceministro dell’Industria e del Commercio della Russia, Nikitin Gleb, con un team di rappresentanti di società russe come Kamaz Motorz Ltd, GAZ Group, REP e Uralmashzavodat, ha discusso con i funzionari indiani sulla prospettiva per rafforzare la cooperazione nei settori minerario, dei fertilizzanti e aerospaziale. Un articolo citava un funzionario del ministero del commercio indiano secondo cui “Con la crisi ucraina che inacidisce le relazioni della Russia con Unione europea e Stati Uniti, essa è pronta a indirizzare parte degli investimenti in nazioni amiche come l’India. Le parti si adopereranno a finalizzare alcune occasioni, prima della visita del Presidente Putin”. Da questo punto di vista, sembra che la prossima visita del Presidente Putin sarà promettente per le relazioni bilaterali.
Vi sono dibattiti anche sulla possibilità di un accordo di libero scambio per dare impulso alla cooperazione economica. La cooperazione bilaterale crescente ha sempre più ampie prospettive in Asia. Con l’effettiva partecipazione della Russia nel soddisfare le esigenze dei principali attori del continente come India e Cina, le prospettive di crescita del secolo energetico asiatico non si possono escludere. Questo non vuol dire che ampliare la cooperazione energetica della Russia in Asia porterà a revocare la cooperazione energetica con l’occidente, ma certamente darà alla Russia spazio sufficiente per adottare scelte politiche ed economiche non decise dall’occidente. Le incursioni a sud della Russia che affronta la crisi energetica, possono anche avere altre implicazioni. India e Pakistan, entrambi affamati di petrolio e gas, potranno collegarsi alla Russia nel quadro della sicurezza energetica. Forse problemi di sicurezza energetica e relazioni amichevoli della Russia con entrambi i Paesi e l’approccio positivo a progetti regionali come TAPI, IPI e corridoio nord-sud allevieranno le preoccupazioni sulla sicurezza territoriale che si traducono spesso in conflitti.

1382532513811980500Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’F-35 è un bersaglio dei Flanker

Rakesh Krishnan Simha RIR 12 ottobre 2014

Superato in potenza dalla famiglia degli aerei Su-30 e soffrendo difetti di progettazione critici, l’F-35 statunitense è sulla via dell’obsolescenza creando dei vuoti nelle difese aeree occidentali.

3056Costruito per essere il più letale degli aerei da caccia di tutti i tempi, l’F-35 è letteralmente diventato una preda. In ogni scenario dei giochi di guerra tra l’F-35 e il Su-30 Flanker, l’aereo russo esce vincitore. L’ultimo aereo stealth degli Stati Uniti, da 191 milioni dollari al pezzo, è così gravido di seri difetti di progettazione che probabilmente verrebbe spazzato via in uno scontro con i supermaneggevoli Sukhoj. Ali tozze (che riducono ascensionalità e manovrabilità), fusoliera a bulbo (che lo rende poco aerodinamico), scarsa velocità e un motore incandescente (tanto che anche un radar può rilevarlo) sono solo alcuni dei principali difetti che ne svelano la vulnerabilità nel combattimento aereo. Con più di 600 Flanker (Sukhoi-27 e successive varianti come Su-30, Su-34 e Su-35 Super Flanker) nelle forze aeree di tutto il mondo, il destino dell’F-35 sembra decisamente incerto. Esperti aerospaziali di tutto il mondo sempre più ritengono che il caccia dal programma di sviluppo più costoso degli USA (sui 1500 miliardi di dollari) sarà un facile bersaglio per i Flanker.
E’ un tacchino“, dichiara l’ingegnere aerospaziale Pierre Sprey in un’intervista alla televisione olandese. Poche persone sono qualificate nel parlare di aerei da caccia come Sprey. È il co-progettista dell’F-16 Fighting Falcon e del cacciacarri A-10 Warthog, due degli aerei di maggior successo dell’US Air Force (USAF). Winslow T. Wheeler, direttore dell’US Straus Military Reform Project del Centre for Defense Information è d’accordo. “L’F-35 è troppo pesante e lento per avere successo come caccia” dice. “Se mai affrontasse un nemico con una seria aeronautica, saremo nei guai“. Finora gli Stati Uniti hanno avuto la fortuna di non incontrare mai una forza militare “seria”. Nei cieli dell’esaurito Iraq, della minuscola Libia e dell’assolutamente indifeso Afghanistan, gli aerei statunitensi hanno operato impunemente. Ma la fortuna cambia, e se mai si scontrassero con le forze aeree di Russia, Cina o India, il risultato non sarebbe così unilaterale. In particolare, l’Indian Air Force ha battuto i caccia di quarta generazione dell’USAF utilizzando jet di terza e quarta generazione. Il problema più grande dell’F-35 è che i suoi progettisti statunitensi scommettono sul radar a lungo raggio e lo stealth per compensare scarsa velocità e manovrabilità. Ma la furtività non è davvero tutto ciò su cui puntare; non è il mantello dell’invisibilità. Inoltre, già eccellenti radar russi migliorano. Secondo il Defense Industry Daily (DID): “Nel frattempo, i radar più avanzati sono già schierati sui sistemi missilistici superficie-aria russi ed avanzati sistemi IRST (scansione e inseguimento a raggi infrarossi) sui caccia russi ed europei estendono il raggio di rilevamento degli aerei stealth. Entro il 2020 i radar dei caccia potranno rilevare (a 46 km) anche gli aerei ultra-furtivi come l’F-22, assieme alla capacità IRST d’identificare (a 92 km) lanci di missili aria-aria a medio-lungo raggio e aeromobili meno furtivi“. Nel frattempo, non c’è di meglio del radar in una guerra. “Vi sono molti radar“, spiega Sprey. “E non si può sfuggire a tutti i radar sul campo. Ci sarà sempre un radar che sbircia (dal basso) od osserva dall’alto. Tutti possono vederti“.

138031A corto di potenza di fuoco
Un altro problema è la forma complessiva del velivolo statunitense. “La maggior parte dei grandi aerei è bella perché cerca di ridurre la resistenza“, dice Sprey. “Ma qui, per la furtività, lo devono rendere assai bulboso e grande dovendo trasportare le armi all’interno perché le armi trasportate all’esterno riflettono le onde radar. Quindi c’è l’enorme penalità per le prestazioni del velivolo che ora è grande e goffo come un bombardiere“. Il basso carico interno indica che i progettisti della Lockheed-Martin hanno firmato la condanna a morte dell’F-35. L’aereo trasporta solo due grosse bombe e quattro piccole, e un massimo di quattro missili aria-aria (AAM) a puntamento oltre l’orizzonte (BVR). L’USAF afferma che il radar avanzato dell’F-35 vedrà gli aerei nemici prima e potrà abbatterli con i suoi quattro AAM a lungo raggio. Ma i centri con il BVR sono ancora un sogno per i piloti da caccia e sono piuttosto rari. In realtà, la dipendenza dall’acquisizione radar e dagli AAM può rivelarsi suicida, come in effetti fu una volta. Durante la guerra del Vietnam l’USAF era così innamorata del concetto di combattimento BVR che i primi caccia F-4 erano armati solo di missili. Ma dopo che i piloti dell’Aeronautica Vietnamita li abbatterono con l’artiglieria, gli statunitensi reintrodussero i cannoni sull’F-4. In realtà, la Russia, che ha la gamma più avanzata e variegata di missili BVR al mondo, arma i suoi Flanker con almeno otto missili per la semplice ragione che ci vogliono diversi colpi per centrare un bersaglio in rapido movimento. Gli statunitensi ignorano la lezione fondamentale che il combattimento aereo è confuso. In teoria, i piloti statunitensi giocherebbero ai “videogiochi” colpendo aerei nemici a 1000 km. In pratica, il combattimento aereo è come una lotta al coltello. Secondo DID, l’F-35 molto più probabilmente affronterà avversari più “immediati e diretti” di quanto i suoi sostenitori suggeriscono, mentre utilizzare efficacemente i missili BVR a guida ad infrarossi sarà una complicazione. A differenza dell’F-22, l’F-35 è descritto come “doppiamente inferiore” ai moderni caccia della famiglia Su-30 nei combattimenti ravvicinati. L’arsenale molto più grande e variegato di missili in combinazione con la super-manovrabilità, quindi, conferiscono ai Flanker un vantaggio senza precedenti nel moderno combattimento aereo.

F-35B-and-CScarsa disponibilità
Secondo la nuova filosofia del combattimento aereo definita dagli arrivisti di USAF-Lockheed-Martin, l’F-35 pigliatutto sostituirà tutti gli altri caccia ed aerei di supporto a terra. Ma qui sta il problema. Poiché l’F-35 è un aereo costoso, le forze aeree ne compreranno di meno. Per esempio, il Giappone ha attualmente 100 F-15, ma li sostituirà con soli 70 F-35. Inoltre, poiché l’F-35 è anche costoso da far volare e conservare, le forze aeree ne limiteranno le ore di volo. (Già i tagli alla spesa hanno costretto l’USAF ad eliminare più di 44000 ore di volo mettendo a terra 17 squadroni da combattimento). Ancora, lo ‘Stealth’ ha un prezzo. Sull’F-35 la maggior parte delle operazioni di manutenzione riguarda il rivestimento stealth. “E’ un ostacolo assurdo al combattimento”, dice Sprey. “Siete a terra per 50 ore a giocherellare sul velivolo cercando di renderlo furtivo quando non lo è comunque“. Inoltre, una disponibilità della flotta al 100 per cento è un’impossibilità logistica. La media USAF è circa 75 per cento, abbastanza decente, ma quando si tratta di aerei stealth i dati crollano. Il super-segreto bombardiere stealth USAF B-2A ha un tasso di disponibilità di appena il 46,7 per cento. E il caccia più costoso degli Stati Uniti, l’F-22, nonostante il prezzo di 350 milioni di dollari, ha un tasso di disponibilità del solo 69 per cento. Quindi, se siete per esempio l’aeronautica australiana, solo 48 dei previsti 70 F-35 della vostra flotta saranno pronti al combattimento in qualsiasi momento. Le vostre probabilità contro i cinesi, che hanno 400 Flanker, sono sempre più scarse. Potete scommettere che gli australiani non si uniranno alla lotta al coltello se non scortati dal grande fratello USA.
Wheeler, che si occupa di questioni della sicurezza nazionale degli Stati Uniti da oltre trent’anni, delinea le implicazioni per le forze aeree occidentali che intendono adottare l’F-35: “I piloti andranno peggio ricevendo assai meno addestramento, cosa più importante di qualsiasi problema tecnico. Ci saranno assai meno piloti mentre l’intera forza dovrà ridursi, e fondamentalmente si avrà un aereo che sarà un fiore all’occhiello inutile. Un vero monumento inutile che rovinerà qualsiasi aviazione che l’adottasse“. Il dogfight non è ancora iniziato e i Flanker già segnano 1-0.

13764801380674s_ablogin_su-30sm_57_1500Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’India dovrebbe isolarsi dalla guerra allo SI

M K Bhadrakumar 5 ottobre 2014Modi-2-621x414È la terza volta che l’India si trova a dover scegliere se unirsi alla guerra degli Stati Uniti contro il terrorismo. Nel 2001, il governo del BJP era piuttosto incline ad unirsi all’invasione dell’Afghanistan per rovesciarne il regime talib. Ma gli Stati Uniti erano più interessati ad imbrigliare l”alleato non-NATO’ Pakistan di Pervez Musharraf, ed accelerarono. La seconda volta fu nel 2003, quando in visita negli Stati Uniti, l’allora vicepremier LK Advani vide favorevolmente l’allora pretesa diplomatica del segretario alla Difesa statunitense Donald Rumsfeld secondo cui l’India doveva unirsi alla “coalizione dei volenterosi” per invadere l’Iraq. Ma la follia di Advani fu corretta dal Premier AB Vajpayee appena in tempo. Ora, il Premier Narendra Modi deve affrontare una scelta simile se far parte della “coalizione dei volenterosi” degli Stati Uniti contro lo Stato islamico in Iraq e Siria. Gli esperti della sicurezza indiani sembrano divisi. A complicare le cose, Israele ha anche lanciato al massimo livello ciò che sembra l’ultimo tentativo d’influenzare Modi, che mantiene apparentemente il senso delle proporzioni circa la mitica minaccia di al-Qaida in India. Tuttavia, sembra la toccata e fuga del nostro campeggio alla NSA di Washington nei fine settimana e causa del disagio che spinge “fonti altolocate” del governo indiano a spargere sistematicamente storie allarmistiche basate su congetture e intelligence scadente da pettegolezzo di bazar (qui e qui).
Tale gestione dei media suggerisce un attento piano per plasmare l’opinione pubblica a favore dell’abbraccio ‘Saath’ tra India e USA. (Saath, ‘andiamo avanti insieme’). Tuttavia, l’India farebbe un errore catastrofico associandosi alla “coalizione dei volenterosi” degli Stati Uniti contro lo SI. Il primo punto da ricordare è che si tratta di una guerra aperta. Il premier inglese David Cameron ha appena previsto che potrebbe essere una guerra generazionale. L’India ha la capacità di persistervi? In secondo luogo, le vite di oltre trenta indiani prigionieri dello SI sono nel mirino. Commettendo errori ci saranno ritorsioni e l’India sarà del tutto impotente, dato che gli Stati Uniti non faranno nulla per l’India oltre ciò che possono per il loro alleato chiave inglese, cioè niente. Il piano dello SI è forzare un Obama riluttante e un riluttante David Cameron ad inviare “soldati sul campo”, quindi vi sono alcune domande molto serie. Chiaramente, gli attacchi aerei contro lo SI non portano a nulla. Lo SI è già passato a una struttura orizzontale, senza comando supremo e centri di comando e controllo. Come un esperto di Medio Oriente ha dichiarato, opera come “un organismo rizoma”. Che vuol dire? Significa che gli Stati Uniti e i loro alleati presto non avranno “obiettivi”, mentre lo SI continua ad avanzare nonostante gli attacchi aerei degli Stati Uniti. Ha appena occupato una base militare irachena, con centinaia di soldati e catturato altre due città di confine in Siria. In breve, presto si dovrà riflettere sul ‘cosa succederà’ dopo gli attacchi aerei? La decisione della Turchia d’inviare truppe in Iraq e Siria e occuparne i territori anticipa l’attuale strategia militare degli Stati Uniti finire in un vicolo cieco, anche prima di quanto pensato. Persino in tale caso, nella “coalizione dei volenterosi” vi sono troppe contraddizioni. Gli Stati Uniti dipendono dagli stessi alleati del Golfo che il vicepresidente Joe Biden ha apertamente riconosciuto, in un discorso all’Università di Harvard, quali soli responsabili della creazione dello SI. In altre parole, i Paesi del Golfo e la Turchia (che finanziano, armano e assistono l’assalto dello SI) hanno un proprio ordine del giorno, diverso da quello degli Stati Uniti. Così l’amministrazione Obama affronta la difficile scelta tra fingere che i suoi partner della coalizione operino per sconfiggere militarmente lo SI inviando “stivali sul terreno” o, più plausibilmente, ad un certo punto accettare l’emergere dello SI e cercare di venirvi a patti.
A complicare le cose, l’Arabia Saudita è pericolosamente sovraestesa stiracchiando il proprio peso politico regionale. I confini con Iraq (900 km) e Yemen (1400 km) possono divenire vie d’infiltrazione di al-Qaida. Inoltre, ribolle la guerra tra fazioni nella famiglia reale saudita sulla successione di re Abdullah. Basti dire che tale crisi è quella del wahhabismo. La strategia saudita di sfruttare i salafiti negli ultimi 30-35 anni in Afghanistan, Pakistan, Siria e così via, chiude il cerchio con l’inevitabile radicalizzazione salafita che si muta nel movimento neo-wahabita qual è lo Stato islamico. Per quanto attese ed aspirazioni della gioventù saudita rimarranno lontane da carisma e forza dello SI? Questo è il problema centrale che emerge oggi. Citando l’analista del Medio Oriente di cui sopra, “la guerra in Medio Oriente è divenuta la guerra tra wahabismo e altri orientamenti del salafismo, come la Fratellanza musulmana (che i sauditi incolpano della nascita dello SI). È una guerra infra-sunnita, dei wahhabiti sauditi contro wahhabiti qatarioti, dei wahhabiti di Jabat al-Nusra contro lo SI; dei wahhabiti dell’Arabia Saudita e alleati contro i Fratelli musulmani“. Basti dire che si tratta di un calderone ribollente dalle inevitabili gravi ricadutee l’alta probabilità del ripetersi della rivoluzione islamica del 1979 in Iran, ma questa volta in Arabia Saudita.
Come osservatore di Obama, la mia impressione è che Obama traccheggi, sapendo perfettamente cosa ci sia in gioco. Obama sembra autorizzare gli attacchi aerei contro i movimenti senza troppa convinzione, intuendo la vulnerabilità terribile dell’Arabia Saudita. Naturalmente, il paradosso è che per la loro passività, gli Stati Uniti potrebbero finire per ripetere la follia in Iran degli anni ’70, rifiutando di fare pressione sul regime saudita per le riforme ed intuendo la vulnerabilità del regime, ma da spettatore paralizzato mentre lo SI avanza su Riyadh. Ma poi, che altro può fare Obama? L’opinione pubblica e l’establishment politico statunitensi non tollereranno che gli Stati Uniti inviino “stivali sul terreno” per salvare il regime saudita. Pertanto, l’India deve essere estremamente attenta a ciò che accade. Vi sono 7 milioni di indiani che si guadagnano da vivere nella regione. Non devono finire nel fuoco incrociato e ciò dovrà essere la prima preoccupazione. In prospettiva di lungo termine, l’India deve rivalutare potenzialità e/o pericoli dell’impennata dell’Islam politico nella mutazione del Medio Oriente. Se lo SI bussa alle porte di Riyadh, il rimbombo si farà sentire fino a Lahore. Questa non è una guerra al terrore. Le vecchie strategie regionali statunitensi perseguite in stretta alleanza con l’Arabia Saudita, hanno inesorabilmente portato all’attuale risultato esplosivo. Il patto faustiano degli Stati Uniti con i sauditi si disfa. L’India non ne ha alcun ruolo e non dovrebbe aspirare ad averne oggi, non importa chi sia il Mefistofele di New York che l’abbia sussurrato a Modi.

121613_Saudi_16x9Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra India-Pakistan del 1971: il ruolo di URSS, Cina, USA e Gran Bretagna

Sanskar Shrivastava The World Reporter 30 ottobre 2011

Nel 1971, i due rivali asiatici del sud si dichiararono guerra, causando notevoli perdite di vite e proprietà, e di territorio nel caso del Pakistan. Se il tema suona controverso, prima d’iniziare vorremmo dire che ogni informazione in questo articolo ha una provenienza. L’articolo è stato scritto dopo una particolare analisi delle varie fonti. Tutte le fonti rilevanti e immediate sono elencati alla fine dell’articolo.

1971_1Prima del 1971, il Bangladesh era parte del Pakistan come Pakistan orientale. Secondo Najam Sethi, giornalista molto rispettato e onorato in Pakistan, il Pakistan orientale si era sempre lamentato di ricevere meno fondi e meno attenzione dal governo del Pakistan occidentale (punjabi). I bengalesi del Pakistan orientale si opposero anche all’adozione dell’urdu come lingua di Stato. Le entrate delle esportazioni, il cotone del Pakistan Occidentale e la iuta del Pakistan orientale, erano gestite principalmente dal Pakistan occidentale. Infine, l’elezione di qualche mese prima della guerra, fu vinta dal leader pakistano orientale ma non ebbe potere, alimentando in tal modo la secessione del Pakistan orientale. L’esercito pakistano iniziò le attività nel Pakistan orientale per contenere il movimento e la rabbia dei bengalesi. L’esercito fu coinvolto in stragi e stupri di massa. L’India ne era consapevole e aspettava solo la scusa per avviare la guerra. L’India accolse un enorme numero di rifugiati, divenuti ingestibili, spingendola ad intervenire. La situazione presto attrasse l’attenzione di molti altri Paesi. Così la guerra non fu solo tra India e Pakistan, ma molti Paesi vennero coinvolti, direttamente o indirettamente. A maggio, Indira Gandhi scrisse a Nixon della ‘strage nel Bengala orientale‘ e del flusso di rifugiati che gravava sull’India. Dopo che LK Jha (ambasciatore indiano negli Stati Uniti) avvertì Kissinger che l’India avrebbe rispedito parte dei rifugiati come guerriglieri, Nixon commentò: ‘Per Dio, taglieremo gli aiuti economici (all’India).’ Pochi giorni dopo, quando il presidente degli Stati Uniti disse che ‘i maledetti indiani’ si preparavano a un’altra guerra, Kissinger rispose ‘sono le persone più dannatamente aggressive in giro‘.

I legami tra Stati Uniti e Cina, un fatto poco noto
(Estratti e fonti dalle 929 pagine dell’XI volume sulle relazioni estere degli Stati Uniti)
Gli USA compiangevano il Pakistan per vari motivi, tra cui due: primo, il Pakistan aderiva ai patti militari degli USA CENTO e SEATO; secondo, gli Stati Uniti credevamo che la vittoria dell’India potasse all’espansione dell’influenza sovietica nelle parti acquisite dall’India, essendo ritenuta una nazione filo-sovietica, anche se non erano alleate. In un telegramma inviato al segretario di Stato statunitense Will Roger, il 28 marzo 1971, il personale del consolato degli Stati Uniti a Dhaka si lamentava, ‘Il nostro governo non è riuscito a denunciare la soppressione della democrazia. Il nostro governo non è riuscito a denunciare le atrocità. Il nostro governo non ha adottato misure energiche per proteggere i propri cittadini, mentre si fa in quattro per placare il governo del Pakistan occidentale… come dipendenti pubblici professionali esprimiamo il nostro dissenso verso la politica attuale e speriamo che i nostri veri e duraturi interessi qui, possano essere definiti e le nostre politiche reindirizzati salvando la posizione della nostra nazione come leader morale del mondo libero‘. Così entrava la Cina. Gli USA avevano bisogno dell’aiuto della Cina e il messaggero fu il Pakistan. Si avvicinarono alla Cina segretamente a riguardo, contenta di ciò credendo che le relazioni con gli Stati Uniti potessero migliorare da allora in poi. Nella seconda settimana di luglio 1971, Kissinger giunse a Pechino, dove ascoltò il primo ministro cinese Zhu Enlai: ‘A nostro parere, se l’India continua il suo corso attuale in violazione dell’opinione del mondo, agirà incautamente. Noi, invece, sosteniamo la posizione del Pakistan, com’è noto a tutti. Se (gli indiani) sono giunti a provocare una situazione del genere, allora non possiamo stare a guardare.’ Kissinger rispose che la Cina doveva sapere che gli Stati Uniti appoggiavano il Pakistan su tale tema. Indira Gandhi, la prima ministra indiana, decise di visitare la maggior parte delle capitali occidentali per dimostrare le ragioni indiane ed avere sostegno e simpatia per i bengalesi del Pakistan orientale. Il 4 e 5 novembre incontrò Nixon a Washington. Nixon le disse direttamente che una nuova guerra nel subcontinente era fuori questione. Il giorno dopo, Nixon e Kissinger valutarono la situazione. Kissinger disse a Nixon: ‘Gli indiani sono dei bastardi comunque. Tramano la guerra‘. La pressione aumentò nel Pakistan orientale, attirando l’attenzione degli indiani che si preparavano alla guerra concentrandosi sul fronte orientale. Per deviare la pressione, il 3 dicembre, nella notte, prima ancora che l’India attaccasse il Pakistan orientale, il Pakistan aprì il fronte occidentale e compì attacchi aerei su sei basi aeree indiane in Kashmir e Punjab. La CIA riferì al presidente degli Stati Uniti che la prima ministra indiana riteneva che i cinesi non sarebbero intervenuti nel nord dell’India e quindi ogni azione cinese sarebbe stata una sorpresa per l’India, e che i militari indiani potevano crollare in una situazione tesa dovuta a combattimenti su tre diversi fronti (est, nord e ovest). Sentendo ciò, il 9 dicembre, Nixon decise d’inviare la portaerei USS Enterprise nel Golfo del Bengala, a minacciare l’India. Il piano era circondare l’India e costringerla a ritirarsi dal Pakistan orientale. Il 10 dicembre, Nixon incaricò Kissinger di chiedere ai cinesi d’inviare truppe verso la frontiera indiana. ‘Minacciano di muovere forze o spostarle, Henry, è quello che devono fare adesso.‘ La Cina temeva che una qualsiasi azione sull’India potesse avviare l’aggressione sovietica. Così, venne assicurato alla Cina che qualsiasi azione intrapresa dall’Unione Sovietica sarebbe stata neutralizzata dagli Stati Uniti, proteggendo la Cina. L’esercito pakistano aveva in qualche modo mantenuto le posizioni e resistito all’avanzata indiana. Credeva che la Cina si preparasse ad aprire il fronte nord, rallentando o fermando l’avanzata indiana. In realtà, il mito delle attività cinesi fu comunicato all’esercito del Pakistan per sollevarne il morale e mantenere la volontà di combattere e sperare. Il tenente-generale AAK Niazi, comandante dell’esercito pakistano a Dhaka, fu informato: “Il fronte della NEFA è attivato dai cinesi, anche se gli indiani, per ovvi motivi, non l’hanno annunciato.” Ma Pechino non fece mai nulla. A Washington, Nixon analizzò la situazione così: ‘Se i russi riescono a sconfiggere i cinesi e gli indiani i pakistani… potremmo vederci puntare la canna del fucile.’ Nixon non era sicuro della Cina; aveva davvero intenzione di avviare un’azione militare contro l’India?

nixon-chou-en-lai-1972Il ruolo dell’Unione Sovietica nella guerra indo-pakistana del 1971
Mentre l’India aveva deciso di continuare con la guerra, e Indira Gandhi, avuto sostegno e simpatia statunitensi per i bengalesi torturati nel Pakistan orientale, fece una mossa efficace e il 9 agosto firmò un trattato di amicizia e cooperazione con l’Unione Sovietica. Lo storico del dipartimento di Stato dice, ‘nella prospettiva di Washington, la crisi divenne più pericolosa, India e Unione Sovietica firmarono un trattato di amicizia e cooperazione‘. Fu uno shock per gli USA, perché era ciò che temevano, l’espansione dell’influenza sovietica in Asia meridionale. Temevano che il coinvolgimento dell’Unione Sovietica potesse sabotare il loro piano. Il 4 dicembre, il giorno dopo che il Pakistan aveva attaccato gli aeroporti indiani in Kashmir e Punjab dichiarando guerra all’India, il coinvolgimento degli USA nella guerra apparve chiaro. Pensando che l’Unione Sovietica potesse entrare in guerra, e una volta venuto a saperlo, causare notevoli danni al Pakistan e al materiale statunitense consegnatogli, l’ambasciatore degli USA alle Nazioni Unite, George HW Bush, (poi 41.mo presidente degli Stati Uniti e padre di George Bush) presentò una risoluzione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, chiedendo il cessate il fuoco e il ritiro delle forze armate di India e Pakistan. Credendo che l’India potesse vincere la guerra e Indira Gandhi fosse decisa a proteggere gli interessi dei bengalesi, l’Unione Sovietica pose il veto alla risoluzione, permettendo così all’India di lottare per la causa. Nixon e Kissinger fecero notevoli pressioni sui sovietici, ma la fortuna non li aiutò. Il 3 dicembre 1971, il mondo fu scosso da un’altra guerra tra India e Pakistan. L’aviazione pachistana colpì città e piste di atterraggio indiani. La premier indiana Indira Gandhi pose lo Stato di emergenza e ordinò all’esercito indiano di respingere l’aggressione. Feroci operazioni militari si ebbero a terra, aria e mare.
Documento storico: “Confidenziale, 10 dicembre 1971, Mosca. Al Maresciallo DM Andrej Grechko. Secondo le informazioni dal nostro ambasciatore a Delhi, nel primo giorno del conflitto il cacciatorpediniere indiano ‘Rajput’ aveva affondato un sottomarino pakistano con bombe di profondità. Il 4 e 9 dicembre, le motomissilistiche indiane avevano distrutto e danneggiato 10 navi da guerra pakistane usando i missili antinave sovietici P-15. Oltre 12 depositi di petrolio pakistani erano stati incendiati.”

Il confronto anglo-sovietico
Confidenziale. Al Comandante del Servizio d’Intelligence Militare Generale Pjotr Ivashutin. “L’intelligence sovietica ha riferito che le attività operative inglesi si avvicinano alle acque territoriali dell’India, guidate dalla portaerei Eagle (10 dicembre). Per aiutare l’amica India, il governo sovietico invia un gruppo di navi al comando del contrammiraglio V. Krugljakov“. Vladimir Krugljakov, l’ex-comandante del 10° Gruppo operativo da combattimento della Flotta del Pacifico (1970-1975) ricorda: “Mi fu ordinato dal Comandante in capo di monitorare l’avanzata della flotta inglese, posizionando le nostre navi da guerra nel Golfo del Bengala e sorvegliando la portaerei inglese Eagle”. Ma l’Unione Sovietica non aveva abbastanza forze per resistere, se incontravano la portaerei inglese. Pertanto, per sostenere la flotta sovietica nel Golfo del Bengala, incrociatori, cacciatorpediniere e sottomarini nucleari sovietici, dotati di missili antinave, furono inviati da Vladivostok. In reazione, la flotta inglese si ritirò a sud del Madagascar. Ben presto arrivò la notizia che la portaerei Enterprise e l’USS Tripoli statunitensi si dirigevano verso le acque indiane. V. Krugljakov, “Avevo ricevuto l’ordine dal Comandante in capo di non consentire l’arrivo della flotta statunitense presso le basi militari indiane. Li circondammo e puntammo i missili sull’Enterprise. Avevamo bloccato la loro rotta impedendogli di dirigersi da alcuna parte, né Karachi, né Chittagong o Dhaka“. Le navi sovietiche avevano missili a corta gittata (solo 300 km). Pertanto, per tenere l’avversario sotto tiro, i comandanti corsero il rischio di avvicinarsi al nemico il più possibile. “Il Comandante in capo mi aveva ordinato di far emergere i sottomarini, in modo che venissero notati dai satelliti-spia statunitensi o avvistati dalla marina militare statunitense!” per dimostrare che avevamo tutti i mezzi necessari nell’Oceano Indiano, compresi sottomarini nucleari. Li avevo fatti emergere e li riconobbero, quindi intercettammo le comunicazioni statunitensi. Il comandante del Battle Group Carrier, contrammiraglio Dimon Gordon, inviò una relazione al comandante della 7° flotta: ‘Signore, è troppo tardi. Ci sono sottomarini nucleari e numerose navi da guerra dei sovietici‘. Gli statunitensi rientrarono senza poter fare nulla. L’Unione Sovietica minacciò anche la Cina che, se mai avesse aperto un fronte contro l’India, avrebbe ricevuto una dura risposta da Nord.

3499673667_Indira-gandhiIl ruolo dello Sri Lanka
L’alto commissario pakistano a Colombo, Seema Ilahi Baloch disse nel suo discorso al consiglio d’affari pakistano-singalese a Colombo, nel giugno 2011, che il Pakistan non dimenticherà mai l’aiuto che lo Sri Lanka gli offrì durante la guerra del 1971. “Non possiamo in Pakistan dimenticare il supporto logistico e politico che lo Sri Lanka ci concesse nel 1971, quando ci aprì i suoi impianti di rifornimento“, ha detto. Gli aerei pakistani diretti nel Pakistan orientale volavano aggirando l’India via Sri Lanka, dato che non potevano volare nei cieli indiani. Ciò costrinse il Pakistan a far rifornire i propri aerei per strada. Lo Sri Lanka aiutò il Pakistan permettendo agli aerei pakistani di rifornirsi nell’aeroporto Bandaranaike. La guerra si concluse con la resa dell’esercito pakistano, avendo perso l’aiuto statunitense grazie all’azione sovietica che bloccò USA e Cina dall’impedire l’avanzata del’India. Così un nuovo Paese, il Bangladesh, fu creato e riconosciuto da tutto il mondo e dal Pakistan l’anno successivo, con l’accordo di Shimla.


Video tradotto da: Ella Salomatina, The World Reporter.

Fonti:
Guerra del 1971: Come gli Stati Uniti cercarono di accaparrarsi l’India
Volume XI delle relazioni estere del dipartimento di Stato degli Stati Uniti
Dicembre 1971: il conflitto indo-pakistano in mare – IV
“Nuove contorsioni della propaganda ‘Schiaccia l’India'”
Il Palistan ringrazia lo Sri Lanka per l’aiuto nella guerra del 1971

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia nell’odissea nello spazio dell’India

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 27 settembre 2014

1420Il successo della Mars Orbiter Mission ha messo l’India sulla scena mondiale come potenza spaziale. E’ l’unico Paese asiatico che ha effettuato con successo una missione su Marte, e l’unico Paese al mondo che riesce in tale missione nel primo tentativo. Il successo dello sviluppo della tecnologia nazionale e il suo uso nell’esplorazione spaziale, negli ultimi anni, sono davvero sorprendenti. Quest’anno è anche il trentesimo anniversario del volo dell’unico astronauta indiano, Rakesh Sharma, sulla stazione spaziale sovietica Saljut-7 dal cosmodromo di Bajkonur. La storia della cooperazione spaziale indo-russa (sovietica) effettivamente iniziò molto prima. L’Unione Sovietica fu il primo Paese non solo ad inviare un astronauta indiano nello spazio, ma anche a lanciarne i satelliti, come Aryabhatta nel 1970. Il crollo dell’Unione Sovietica incise sulle relazioni bilaterali, anche nella cooperazione spaziale. La controversia sulla tecnologia criogenica ne fu una questione. Tuttavia, la cooperazione spaziale fu ripresa gradualmente. Nel 2004, entrambi i Paesi firmarono un accordo per l’esplorazione pacifica dello spazio e un altro per lo sviluppo del sistema di navigazione satellitare GLONASS e il lancio di veicoli spaziali russi con missili indiani. Vi furono anche discussioni sullo sviluppo congiunto di apparecchiature per le sonde solari, la costruzione dell’osservatorio spaziale solare per studiare la radiazione a raggi X, e la ricerca sui motori elettrici per veicoli spaziali. Nel 2005 fu firmato un accordo sulla tecnologia di sicurezza, e uno per l’attuazione della cooperazione a lungo termine sullo sviluppo congiunto, operatività ed uso del sistema GLONASS. Tale accordo prevede il lancio di satelliti GLONASS usando il vettore indiano GSLV, e a sua volta la Russia fornisce l’accesso al sistema GLONASS agli indiani. E’ inoltre previsto lo sviluppo congiunto di apparecchiature per lo sfruttamento dei segnali per scopi commerciali. L’accordo apre la strada all’attuazione di un accordo del 2004 sulla progettazione congiunta e il lancio dei satelliti per comunicazione GLONASS, utilizzabili da entrambi i Paesi per scopi civili e militari. Fu firmato un accordo di cooperazione nel campo della fisica solare e le relazioni terrestri-solari nell’ambito del progetto Coronas-Photon, del 2005. Il progetto era volto alla ricerca nel campo della fisica solare e delle relazioni terrestri solari. L’accordo inoltre permise l’integrazione dei carichi indiani RT-2 sulla sonda Coronas-Photon e l’esperimento spaziale congiunto utilizzando le attrezzature RT-2. L’accordo fece rivivere il progetto sovietico Coronas-Photon con cui sei strumenti fabbricati presso l’Istituto Tata di ricerca fondamentale dell’India, furono installati sul satellite russo Photon. Nel 2007, l’agenzia spaziale dell’India ISRO e l’agenzia spaziale russa Roscosmos firmarono un accordo per lo sviluppo congiunto della missione indiana Chandrayana-2. Il veicolo spaziale venne lanciato nel 2013. Nel 2008, entrambi i Paesi firmarono un memorandum d’intesa sul programma di volo spaziale umano. La lista è infatti lunga, indicando il desiderio di entrambi i Paesi di voler sviluppare congiuntamente programmi spaziali con reciproco vantaggio.

2014: anno promettente
00-glo-3russia-india-flag-glonass.3 Quest’anno s’è dimostrato promettente per la cooperazione spaziale bilaterale. Nel febbraio 2014, il viceprimo ministro della Russia, e anche co-presidente della Commissione inter-governativa russo-indiana per la cooperazione culturale commerciale, economica, scientifica e tecnica, Dmitrij Rogozin, durante la sua visita in India ha ricordato la passata cooperazione spaziale ed ha sostenuto che v’è un ‘enorme potenziale’ per la cooperazione bilaterale spaziale, rivelando anche un nuovo accordo: “Abbiamo concordato una serie di consultazioni tra le nostre agenzie spaziali per coinvolgere i nostri partner indiani nei piani e progetti intrapresi dall’United Rocket and Space Corporation“. Nell’aprile 2014, il capo dell’agenzia spaziale russa Oleg Ostapenko ha ribadito l’interesse della Russia a sviluppare la cooperazione spaziale con India e Cina. Recentemente, la Russia ha annunciato una serie di programmi spaziali da miliardi di dollari. L’India può essere interessata a partecipare ad alcuni di questi programmi. Ciò rafforzerà la cooperazione bilaterale, fornendo all’India la tecnologia spaziale necessaria e alla Russia il capitale, rafforzandone la cooperazione spaziale. Oltre alla cooperazione tra governi, è anche fondamentale promuovere la cooperazione pubblico-privato e tra privati nel settore spaziale. Già vi sono esempi come la Sistema Shyam Teleservices Ltd. Anche se alcuni problemi sono emersi a causa di una truffa in India, i funzionari di entrambi i Paesi li maneggiano con destrezza. A luglio la società indiana Aniara ha firmato un accordo per la progettazione e produzione di satelliti per telecomunicazioni con la società russa Dauria Aerospace. Il progetto vale 210 milioni di dollari. Insieme a un’altra società, Dauria attuerà il progetto, responsabile per l’analisi del volo e controllo a terra della missione. La cooperazione congiunta si allargherà alla commercializzazione di Aniara, consentendole di entrare nei mercati della radiotelediffusione e comunicazione via satellite di altri Paesi. E’ necessario che i partenariati pubblici e privati siano incoraggiati. I milionari in India aumentano, e i nuovi ricchi indiani possono svolgere un ruolo chiave nel dare impulso alla cooperazione spaziale bilaterale.

Andare avanti
Le agenzie spaziali indiane e russe, tuttavia, devono risolvere le differenze in modo reciprocamente vantaggioso. Le differenze su progetti come Chandrayana-2 o il programma di volo spaziale umano avrebbero potuto essere meglio affrontate. Lo scorso ottobre, il capo dell’agenzia spaziale indiana ha espresso insoddisfazione per la lentezza degli sviluppi del programma e dichiarato l’intenzione dell’India di continuare da sola. Forse i problemi riguardanti il programma avrebbero potuto essere meglio gestiti se i funzionari che si occupano del programma avessero resistito alla tentazione di rendere pubbliche i dettagli delle differenze, tentando di risolverle nei forum bilaterali. Potrebbe essere possibile che il programma sia sviluppato congiuntamente e lanciato entro il 2016 o 2017, con la Russia che fornisce il lander e l’India che costruisce rover e orbiter. L’Odissea nello spazio dell’India non sarebbe stata possibile senza la cooperazione russa (sovietica). Sebbene i rapidi progressi spaziali dell’India non sarebbero stati possibili senza la cooperazione russa, non è utile aver nostalgia del passato, ignorando il presente. Entrambi i Paesi devono sinergizzarsi tenendo presenti le dinamiche mutevoli. E’ possibile che il prossimo Forum dell’Innovazione a Mosca, ad ottobre, sia testimone di alcuni sviluppi positivi nella cooperazione spaziale bilaterale.

sat6-IRNSSTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone guarda ancora all’Oceano Indiano

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 20/09/2014

Modi-AbeUno dei segnali che indicano la continua evoluzione nel processo di “normalizzazione” del Giappone è l’espansione delle proprie aree d’interesse politico. La geografia di tale spazio è determinata dalla necessità di risolvere due problemi sostanzialmente interconnessi e vitali per il Giappone. Il primo è garantirsi l’accesso alle risorse energetiche del Golfo Persico, così come il loro transito sicuro ai porti giapponesi. Il secondo, non ufficializzato ma abbastanza evidente, deriva dalla trasformazione della Cina in potenza globale, percepita come principale minaccia agli interessi nazionali e alla sicurezza del Giappone. Poiché la Cina “ricambia” con la propria valutazione del processo di “normalizzazione” giapponese, le relazioni tra questi due importanti Paesi asiatici sullo spazio politico globale sembrano sempre più seguire la “marcatura” tra due calciatori avversari durante la partita. La strategia attuata da entrambe le “squadre” inizia a svilupparsi in tutte le regioni del mondo, ma è particolarmente evidente nell’area della rotta che si estende attraverso Oceano Indiano, Stretto di Malacca e Mar Cinese Meridionale, terminando nei porti di Cina, Taiwan, Corea del Sud e Giappone.
Da quando è salito al potere alla fine del 2012, l’attenzione del primo ministro giapponese Shinzo Abe si è concentrata sulla crescente presenza giapponese nel Mar Cinese Meridionale e nello Stretto di Malacca. Il premier e i suoi ministri chiave hanno compiuto il maggior numero di visite nei Paesi del sud-est asiatico che circondano lo stretto. E’ importante notare che nelle visite e trattative con gli omologhi di questi Paesi, assieme all’uso del tradizionale strumento economico della politica estera del Giappone, l’aspetto militare e tecnico della cooperazione del Paese diventa sempre più importante. Ciò è fortemente incoraggiato dai Paesi del sudest asiatico per ragioni abbastanza ovvie. Va notato che i segnali che indicano il rinnovato interesse del Giappone per la regione dell’Oceano Indiano, ben evidente nelle due guerre mondiali, s’è già manifestato nel primo mandato di Shinzo Abe, nel 2006-2007, con la sua visita in India nel 2007, formulando il concetto di “arco d’instabilità”. Come notato dagli analisti, “con strana coincidenza”, l’arco si sovrappone alla suddetta vitale rotta per il Giappone. Nell’estate 2011, il Giappone aprì la sua prima base militare estera dal dopoguerra, dopo aver affittato dei terreni a Gibuti, nell’estremità occidentale della rotta di fondamentale importanza, per combattere i “pirati somali”, che sarebbero stati creati se non esistessero. Per inciso, per sopprimere la “minaccia dei pirati”, anche la Cina ha firmato un accordo con Gibuti per costruire una propria base militare all’inizio del 2013. Tuttavia, navi e aerei militari dei principali attori regionali da tempo pattugliano l’acceso al Golfo Persico.
La prova della nuova fase della politica attiva del Giappone nella regione dell’Oceano Indiano s’è avuta con i negoziati tra Shinzo Abe e il nuovo premier indiano Narendra Modi, durante la visita di quest’ultimo in Giappone all’inizio di settembre e il successivo tour asiatico del premier giapponese con soste in Bangladesh e Sri Lanka. Tuttavia, la nuova fase dei rinnovati interessi giapponesi nell’Oceano Indiano, forse iniziò nel maggio 2013 quando, in un altro tour nei Paesi del sudest asiatico, il premier giapponese si fermò anche in Myanmar. È un fatto che il Myanmar colleghi geograficamente le regioni dell’Oceano Indiano e del Sud-Est asiatico. Perciò la lotta per il controllo del suo territorio accelera nel gioco che si dispiega tra i protagonisti dello spazio circostante i bacini degli oceani Indiano e Pacifico. Nel viaggio in Giappone di Modi, gli analisti notarono subito che era il primo Paese visitato nei suoi tanti viaggi all’estero. La ragione principale di ciò è il consolidato rispetto di Modi per il Giappone e personalmente il suo attuale premier. Sebbene le foto delle agenzie di stampa delle riunioni bilaterali dimostrano tali sentimenti meglio di ogni parola. Il nuovo premier indiano prosegue sulla via di più stretti legami politici con il Giappone, come deciso dai suoi predecessori. Anche se il volume commerciale indiano con la Cina è di un ordine di grandezza maggiore di quello con il Giappone, la Cina è sempre più vista come un avversario geopolitico, mentre il Giappone come principale potenziale alleato politico dell’India. Quindi, sembra che con “gelosia” evidente la Cina abbia visto il viaggio di Modi in Giappone. I commenti della stampa cinese possono essere riassunti: “è meglio per l’India essere nostra amica” (vedasi: Modi sa che le relazioni con la Cina sono più importanti nel lungo periodo, di Liu Zongyi, Global Times). La stessa argomentazione “cinese” era presente nei commenti sulla visita di Abe in Bangladesh e Sri Lanka. Avviando le discussioni sulla proverbiale strategia del “filo di perle” che si suppone perseguita dalla Cina nel sud-est asiatico in generale e in India in particolare. Vi è anche l’ipotesi secondo cui il Giappone intende creare un proprio “filo di perle” nel sud-est asiatico, una rete di basi militari nello spazio tra Gibuti e lo Stretto di Malacca. Tuttavia, queste sono attualmente solo speculazioni e si può solo attendere per vedere come il gioco tra le nazioni leader regionali si svolge.
I prossimi eventi che meritano particolare attenzione saranno la visita del presidente cinese Xi Jinping in India e il successivo viaggio di Modi per la sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove ha in programma d’incontrare il presidente degli USA Barack Obama. Il secondo evento è particolarmente interessante perché, fino alla fine dello scorso anno, quando il Bharatiya Janata Party vinse le elezioni parlamentari, Modi era bandito dal suolo statunitense. Tuttavia, ora Modi è praticamente l’ospite più atteso dell’amministrazione statunitense, ed è abbastanza evidente perché.

l2014083056190Vladimir Terekhov, ricercatore presso il Centro per gli studi asiatici e del Medio Oriente dell’Istituto di ricerca strategica russo, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mistral e Rafale sotto lo sguardo dell’India

Dedefensa 17 settembre 2014akerfrance520Il 24 luglio 2014, Jean-Paul Baquiast aveva correttamente paragonato la consegna della portaelicotteri francese Mistral alla Russia ai 126 Rafale francesi ordinati dall’India, osservando che l’eventuale fallimento del primo minacciava il conseguimento del secondo. Tale legame s’è ulteriormente rafforzato quando s’è potuta distinguere una somiglianza, dato l’ultimo episodio (4 settembre 2014) del pero-presidente francese che annuncia la “sospensione” dell’attuazione della prima parte del contratto (consegna del primo esemplare) fino a novembre, dipendendo (la consegna della Mistral) dalla situazione in Ucraina. È ragionevole vedere nella nostra sfera di cristallo che qualcosa, un grave incidente, un attacco ai gentili, la distruzione di una aereo con pensionati occidentali o immigrati nordafricani nello spazio aereo violato dell’Ucraina, l'”invasione” di “omini verdi” su camion umanitari “tutti bianchi”, “qualcosa” che si dice accada in Ucraina orientale, verso la fine di ottobre, con cui accusare indignati i russi e da confermare alla corte della comunità internazionale, con la testimonianza-pera della mancata consegna della Mistral. A cosa acquisita (la mancata consegna), il presidente Obama s’è congratulato con il presidente Hollande. Infine, prendendola per ciò che vale, la nostra sfera di cristallo s’è dimostra inaffidabile, incapace di sviluppare una narrazione che abbia un senso. Tuttavia, possiamo concludere a favore della sfera di cristallo, se non è vero… L’ipotesi… della cosa (la relazione incestuosa tra due contratti) è in gran parte confermata da un articolo di Aleksandr Korablinov su RIR (Russia and India Report), rivista interessata a relazioni e iniziative tra Russia e India, riflettendo le opinioni dei commentatori indiani e russi sugli eventi internazionali.
Il 5 settembre 2014, Korablinov presentava una notiziola tratta da varie fonti, alimentando l’idea della triste e netta possibilità di un ripensamento dell’India sulla prospettiva di completare l’ordine dei Rafale. Un esperto francese dell’IRIS, parlando al sito russo Delovoj Peterburg, sarebbe stato citato, così come fonti indiane, su una dichiarazione del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare indiana all’Hindustan Times del 3 settembre 2014. Parlando del rifiuto di consegnare la Mistral francese, Korablinov osservava: “…La maggiore ripercussione sarebbe la perdita di reputazione della Francia come fornitrice affidabile, ha detto Arnaud Dubien, ricercatore presso l’Institut de Relations Internationales et Strategiques. “I funzionari del ministero della Difesa francese, in conversazioni private riconoscono che se non consegnano la Mistral alla Russia, la Francia perderà i contratti per la fornitura di 126 aerei da combattimento all’India”, ha detto Dubien. Dubien ritiene che la decisione del presidente francese Francois Hollande di sospendere la consegna della Mistral non è definitiva, ed è stata presa sotto la tremenda pressione di Stati Uniti e Germania. Ha aggiunto che una decisione definitiva sarà presa entro novembre, e molto dipenderà da come la situazione in Ucraina evolverà. Una fonte del ministero della Difesa indiano ha detto che l’India “guarda da vicino gli sviluppi”. La fonte ha aggiunto che è troppo presto per dire se ciò influenzerà il governo nella firma del contratto. “Quando dopo notevoli somme di denaro, un fornitore fa geopolitica ritardando o sospendendo le consegne, disturba” ha detto la fonte, che non era autorizzata a parlare ai media. Non è stato possibile raggiungere Ministero della Difesa indiano per un commento ufficiale. [...] il maresciallo dell’Aria indiano Arup Raha ha detto ad Hindustan Times che un accordo sul Rafale “sarà stipulato presto”. Gli osservatori del settore a Delhi però, dicono che ci sarà una crescente pressione a riconsiderare la Francia, dato il voltafaccia di questa settimana, riguardo la fornitura delle Mistral alla Russia”.
Questi piccoli e interessanti dettagli sul sentimento degli indiani verso Francia, Mistral e Rafale ci è data, attraverso un debito collegamento, da un altro autore di RIR, l’esperto indiano Rakesh Krishnan Simha, con un articolo del 13 settembre 2014. Simha analizza la logica delle sanzioni antirusse e soprattutto i loro effetti negativi sui “sanzionatori”; assai negativi. Il testo è anche interessante per riecheggiare i possibili sentimenti indiani in tal senso. Una sezione è dedicata agli affari militari con una constatazione sull’incomprensibilità del comportamento francese (e tedesco), come se la Francia cessi di essere un fornitore di armi indipendente, principale se non unica alternativa agli USA (anglosassoni) nel blocco BAO, per coloro che vogliono acquisire armi avanzate… Ma comunque, la Francia ha almeno il “matrimonio per tutti”!
Indica lo scarso pensiero strategico di Francia e Germania, così facilmente influenzati da USA-UK nel sabotare contratti militari già firmati con la Russia. Sanzioni a parte, la violazione del contratto mette in allarme altri acquirenti. Se Germania e Francia hanno in programma di cacciare i loro clienti, fanno un buon lavoro. Ma vediamola così: forse è proprio ciò che Stati Uniti e Regno Unito pianificano attirando gli acquirenti delusi. Nella sua modernizzazione militare, la Russia aveva chiesto alla Rheinmetall tedesca di costruire una moderna struttura di addestramento militare. Ma sotto la pressione degli Stati Uniti, la Germania ha annullato il contratto da 134 milioni di dollari. Strategy Page dice che la Russia può volgersi alla Cina per costruire il centro di addestramento, avendo la Cina ottenuto, o meglio trafugato, la tecnologia e costruito il proprio. “La crescente lista delle sanzioni contro la Russia ha colpito l’industria delle armi russe in modo particolarmente duro, perché le nuove armi russe dipendono dai fornitori occidentali per alcuni componenti di alta tecnologia”, dice Strategy Page. “La Cina ne approfitta facendo notare di essere un importante produttore di componenti elettronici e meccanici di fascia alta, e probabilmente sostituirà i fornitori occidentali per via delle sanzioni. Mentre la Russia non compra armi straniere compra componenti high-tech (soprattutto elettronici) dall’occidente. Molti di tali elementi sono prodotti a duplice uso che Cina e altri Paesi dell’Asia orientale fabbricano. La Cina sostiene i russi (sull’Ucraina) ed è ostile alle sanzioni (cui è stata sottoposta per decenni). Pechino ritiene di poter sostituire numerosi fornitori occidentali in Russia, creando circa 1 miliardo di dollari all’anno di attività aggiuntive per le imprese cinesi”. Inoltre, l’India guarda, tra divertimento e sgomento, la Francia piegarsi agli Stati Uniti abbandonando l’accordo da 1,6 miliardi di dollari sulle Mistral alla Russia. La Francia era un fornitore affidabile di sistemi di combattimento di qualità e non aveva mai stracciato un accordo con l’India. Tuttavia, ciò in passato, quando la Francia aveva scelto di non aderire alla NATO. Con Parigi che sincronizza la propria politica estera con i signori della guerra di Washington, i militari indiani saranno cauti verso la tecnologia ‘Made in France’…
rafale_omnirole Ciò che è notevole in questo articolo, è che l’esperto indiano ripete, nella rivista rivolta ad un pubblico internazionale, sopratutto in Russia e India naturalmente, nell'”internazionalizzazione” del pubblico, il grande timore espresso da alcuni esperti francesi sulle conseguenze per le esportazioni di armi francesi del comportamento della Francia sul caso delle Mistral. In qualche modo, si può dedurre, inciso sul piano cronologico, che il danno è già fatto con la “reputazione” della Francia appannata se non decisamente minata dal comportamento del presidente francese. La decisione di sospendere la decisione sulla consegna (delle Mistral), proprio per il vertice della NATO, è stata ampiamente apprezzata dagli ambienti interessati nei Paesi interessati, cioè dai clienti tradizionali e potenziali della Francia dalla politica nazionale indipendente, segno che la politica francese non ha nulla d’indipendente, e di come è ridotta, sul caso delle Mistral, a manovre vergognose da garzone beccato con le mani nel sacco. Anche se le Mistral saranno consegnate, la reputazione francese è già offuscata completamente, e ci vorrà un ampio cambio politico (qualcosa come l’uscita della NATO) per invertire tale devastante giudizio. La posizione indiana è alquanto delicata. È in procinto di completare il contratto sui Rafale, e tecnicamente e operativamente la scelta dell’aereo francese è parte essenziale della riconversione in termini tecnici, militari e industriali. Sul versante politico, la posizione è assai imprecisa, in quanto il Rafale ha due avversari su entrambi i lati: da una parte, non è una novità, i concorrenti anglosassoni principalmente, se non esclusivamente, vogliono sabotare il contratto, ben inteso facendo pressioni; se la pressione fallisce sul piano diretto, sarà un pessimo elemento perpetuo, soprattutto se la Francia avrà difficoltà politiche per la perduta reputazione d’indipendenza, come in tale caso… Dall’altro lato, vi sono circoli politici indiani che riflettono la nuova politica del Primo ministro Modi, che vuole una linea più indipendente per l’India, cioè in uscita dalle norme del Sistema (a preponderanza statunitense). Il paradosso inestinguibile è che tale linea favorisce chiaramente la Francia tradizionale nota gli indiani, cioè la Francia gollista; non questa straordinaria caricatura di Hollande illustratasi agli occhi di tutti facendo pensare che la Francia sia percepita totalmente sottomessa agli Stati Uniti. Se ciò è coerente con la vera situazione o meno, non importa dato che l’essenziale è la percezione degli osservatori. L’articolo di Simha in questo senso ne è un segno tangibile.
Concretamente, dove porre la verità reale della situazione, dal lato indiano e dell’ordine dei Rafale? E’ difficile dire se tra l’abbandono dell’ordine o la sua firma. Forse qualcosa in mezzo, secondo fonti indipendenti indiane. Questa l’ipotesi: l’India richiederebbe straordinarie clausole politiche di garanzia, mettendo a grave repentaglio (se non offensiva, per coloro che ricordano ciò che fu il Paese) certa politica francese, reale o virtuale; anche alludendo al precedente delle Mistral, e con l’incognita degli indiani che aspettano di vedere se i francesi le consegneranno; alludendo anche alla questione dei vecchi legami con la Russia. Qualcuno potrebbe pensare che alcune di tali condizioni potrebbero imbarazzare gravemente la Francia verso gli Stati Uniti da un punto di vista strettamente politico; Stati Uniti non più politicamente imbarazzati dall’intervenire senza resistenze negli affari francesi e, quindi, ritenendo di non poter vendere armi senza i requisiti politici pretesi dell’acquirente, immaginandosi quali e con quali condizioni. Tali condizioni potrebbero imbarazzare la Francia, pur ponendo il Paese davanti la necessità di una possibile scelta politica visibile e pubblica verso l’alleanza con gli Stati Uniti, che sarebbe portata a negare e denunciare se desiderosa di stipulare il contratto sui Rafale… Ma sembra che tali azioni possano essere, al momento, un pio desiderio; scritto ciò pensando che, oggi, le cose vanno molto, molto veloci.

mmrca-finalTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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