Perle e diamanti dell’Oceano Indiano

MK Bhadrakumar, 26 ottobre 201410481477La visita nel porto di Hai Phong, Vietnam, il 5 agosto della INS Shivalik, l’avanzata fregata lanciamissili della Marina indiana, era davvero una spettacolare proiezione di forza dell’India nel suo “estero vicino”, oltre lo Stretto di Malacca. Delhi ha detto che “migliorare l’interoperabilità” con la marina vietnamita è una delle missioni principali della Shivalik. In effetti, la Shivalik è un fiore all’occhiello della Marina indiana, una nave da 4600 tonnellate di una classe di tre navi da guerra commissionate dall’India tra il 2010 e il 2012 dotata della cosiddetta tecnologia “stealth”, ridotte superficie radar e firma infrarossi della sovrastruttura. Orgogliosamente propagandata dalla Marina indiana come “piattaforma di comando e controllo multiruolo in grado di operare in un ambiente multi-minacce networkcentrico”. Non sorprende che la presenza della Shivalik nelle acque agitate del Mar Cinese Meridionale abbia crucciato ben lungi dalle coste dell’India. IHS Jane’s Navy International ha così commentato: “L’ultimo tentativo della Marina indiana di rafforzare le relazioni operative con i vietnamiti potrebbe essere una manifestazione dell’approccio della ‘collana di diamanti’ indiana, una strategia che forgia alleanze su sicurezza e difesa con vari Paesi asiatici, in particolare con coloro in rapporti non facili con Pechino, per la posizione strategica assertiva della Cina nel proiettare le proprie capacità navali… Nel dicembre 2013, l’India ha annunciato l’addestramento di 500 sommergibilisti vietnamiti per migliorare le capacità sottomarine della PAVN nell’ambito dei legami strategici e di difesa ampliati tra i due Paesi” (qui)).
Ritorniamo a “una domenica mattina” dello scorso dicembre, quando Pechino rivelò che uno dei suoi sottomarini d’attacco a propulsione nucleare aveva attraversato lo Stretto di Malacca. E due giorni dopo riemergere nei pressi di Sri Lanka e Golfo Persico, per poi riattraversare lo stretto e rientrare alla base in Cina tre mesi dopo, a febbraio. La proiezione di potenza della Shivalik ad agosto è presumibilmente la risposta indiana. Ora, avanti a fine settembre. Secondo un affascinante articolo del Wall Street Journal, “Il ministero della Difesa (di Pechino) convocava un addetto (navale estero) per ancora una volta rivelare un altro dispiegamento cinese nell’Oceano Indiano a settembre, questa volta un sottomarino diesel al largo dello Sri Lanka“. Il sottomarino cinese nello Sri Lanka ha scioccato Delhi, essendo successo durante la forte “correzione di rotta” del governo di Narendra Modi in Sri Lanka, con la politica discreta dell’India sul problema tamil, nell’ambito di una comprensione strategica che renderebbe i due Paesi più attenti ai reciproci interessi fondamentali. L’accordo offerto da Delhi era che la politica Dravida nel Tamil Nadu non avrebbe più permesso di gettare ombre sulla politica verso lo Sri Lanka dell’India. Il governo del Bharatiya Janata aveva adottato questa storica “correzione di rotta”, pilotata personalmente dal temibile Dr. Subramianian Swamy. Il presupposto era costringere Colombo all’amicizia irresistibile dell’India. Evidentemente, il successivo periodo “buonista” s’è dissipato in una notte. Delhi ha fatto marcia indietro mostrando disappunto per la presenza del sottomarino cinese nelle acque dello Sri Lanka. Forse, Delhi ha anche segnalato a Colombo che l’India potrebbe sempre avere la possibilità di scaricare senza tanti complimenti la “linea Swamy” e passare alla tradizionale politica verso lo Sri Lanka, che da il primato al problema tamil. In termini strategici, ciò diventa la storia del “filo di perle” della Cina contro la “collana di diamanti” dell’India. La Cina rinuncia alla necessità tattica di solcare i mari dell’Oceano Indiano attraversati dalla maggior parte dei propri flussi commerciali? L’India avanzerà la prerogativa del diritto internazionale di transitare sulle acque contese del Mar Cinese Meridionale e perforarvi pozzi di petrolio, se se lo ritiene, e a procedere a testare l'”interoperabilità” militare con il Vietnam? A dire il vero, un forte braccio di ferro si crea. Ma altre domande sorgono qui. In primo luogo, la spinta della protesta diplomatica di Delhi con Colombo non è nota. Spera faccia in modo che Colombo sicuramente risenta dell’indicazione che lo Sri Lanka rientra nella “sfera di influenza” dell’India.

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La visita del sottomarino cinese a settembre, dimostra che Colombo afferma la propria sovranità e non ritiene necessario chiedere il previo consenso di Delhi. In secondo luogo, è evidente che l’offensiva del fascino dei leader del BJP su Colombo è fallita miseramente. Colombo afferma che avrà legami strategici con Cina e India, e che non sarà un gioco a somma zero. Gettando sale sulla ferita, ironia della sorte, Colombo ha anche ospitato una delegazione della Difesa indiana (e Swamy stesso) per una conferenza a settembre. In terzo luogo, tutto ciò dimostra che i piccoli vicini degli indiani hanno imparato l’arte di giocare l’India contro la Cina nel mondo multipolare. Colombo può ora dettare non solo la politica dello Sri Lanka all’India, ma garantirsi che Delhi agisca in modo coerente ed efficace, cioè arretrando sulla questione tamil e smettendo di interferire sui diritti sovrani dello Sri Lanka. Oggi è lo Sri Lanka, domani potrebbe anche essere che il Bangladesh ad ospitare un sottomarino cinese, o il Myanmar o le Maldive. È interessante notare che il premier Modi si concentri sul Myanmar per una visita all’inizio di novembre. In effetti, perché non Dacca, e Colombo sì? La questione chiave è, fino a che punto l’India può affermare il proprio dominio sui Paesi della regione, tutte democrazie vivaci con opinioni pubbliche forti che non solo non sono ben disposte verso l’India, ma vedono le intenzioni indiane come “egemoniche”. Di recente, l’ascesa dello stridente nazionalismo indù in India li preoccupa in modo infernale. Nel frattempo, i venti della globalizzazione hanno raggiunto i nostri vicini e la leva economica dell’India non è così notevole da portarli nell’arena politica. Tutto sommato, il nocciolo della questione è che la dottrina indiana della “sfera d’influenza” è fuori moda. A pensarci bene, la dottrina non ha mai funzionato, se non in Bhutan e in una certa misura in Nepal.
Alla fine, l’India deve seriamente ripensare l’arte di conquistarsi gli amici nella regione. I risultati dei 5 mesi del nuovo governo sono irregolari. Un meraviglioso patrimonio lasciato in eredità dal precedente governo UPA, un decennio relativamente privo di tensioni nelle relazioni con il Pakistan, è stato sprecato. L’iniziativa di invitare i leader del SAARC a Delhi, a maggio, per la cerimonia inaugurale del Primo ministro, è stato un buon esercizio di pubbliche relazioni. Ma è giunto il momento d’iniettare un vero contenuto duraturo in ciò che altrimenti sarebbe vuota retorica. Infine, vale davvero la pena inseguire i sottomarini cinesi che trafficheranno nell’Oceano Indiano con maggiore frequenza? L’India ha seri limiti laddove anche una superpotenza come gli Stati Uniti è impegnata duramente ad affrontare gravi considerazioni di bilancio. In altre parole, l’India non deve pensare affatto a tale stravagante forza di proiezione nel Mar Cinese Meridionale? Certo, non può poiché India e Vietnam si preparano congiuntamente ad affrontare la Cina. Il problema è che con tali protagonismi, a volte anche innocui, previsti senza malizia, potrebbero generare gravi incomprensioni. Il punto è che la Cina rafforza la cooperazione militare con i vicini dell’India, proprio come fa l’India con i vicini della Cina, e l’India dovrebbe accettarlo come realtà geopolitica emergente o, in alternativa, parlarne silenziosamente con la Cina, in futuro, come sorta di modus vivendi, invece di farne un problema nei rapporti dell’India con i propri vicini. Anche in questo caso, lo Sri Lanka non è l’unico Paese nella regione che la Cina coltiva. In realtà, Cina e Iran accelerano visibilmente la cooperazione marittima e i rapporti globali nella difesa, come è evidente dalla visita del comandante della marina iraniana in Cina e la presenza, per la prima volta, di navi militari cinesi a Bandar Abbas, a due passi da Mumbai.
Basti dire che è importante analizzare con calma e razionalmente le motivazioni della Cina nella situazione internazionale prevalente e, in particolare, in relazione alla strategia degli Stati Uniti del ‘”pivot” in Asia, invece di riprendere le fantasiose ipotesi provenienti dagli Stati Uniti, di volta in volta, sul “filo di perle” ed altro, proponendo di prescrivere “linee rosse” ai nostri vicini che non possiamo imporre in ogni caso.

indian-oceanTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’India deve ripensare l’accordo sul Rafale

Rakesh Krishnan Simha RIR 26 ottobre 2014

L’ambasciatore russo a Nuova Delhi Aleksandr Kadakin sostiene che i Sukhoj Flanker cinesi spazzerebbero via i Rafale come zanzare, ma ciò che più preoccupa è l’India disposta a spendere 30 miliardi di dollari per un aereo tappabuchi.

Sukhoi_SU-30MKIGli aerei da combattimento si dividono in due categorie, cacciatori e prede. I francesi spacciano i loro Rafale come il re del dogfight, crème de la crème della caccia. Ma i russi non sono d’accordo. Aleksandr Kadakin, ambasciatore russo in India, dice che i Sukhoj Su-27 di fabbricazione cinese potranno schiacciare i Rafale come “zanzare in una notte d’agosto“. A questo punto è inutile dare un giudizio su quale aeromobile sia superiore. Il Rafale è in gran parte sconosciuto ai circoli dell’aeronautica. Come la maggior parte dei caccia francesi, è molto probabile che sia un aereo senza pretese, non spettacolare ma onesto. Ma ciò che non ha detto Kadakin è inquietante. Primo, ha detto che le centinaia di Su-27 Flanker fornite da Mosca a Pechino sono molto meno avanzati rispetto ai Flanker dell’India. Ora dimenticate il Su-27 per un po’ e parliamo dei due squadroni di recenti Su-35 Super Flanker che la Russia ha deciso di vendere alla Cina. Questa nuova versione è un enorme progresso rispetto al già potente Su-27. Se le prestazioni stupende del velivolo al Paris Air Show 2014 ne sono un’indicazione, allora il Rafale è probabile messo ancora peggio rispetto al Su-35.

Dogfight costoso
A dire il vero, l’aspetto più significativo della transazione sui Rafale è il costo. Originariamente ancorato a 10 miliardi di dollari, la dimensione della transazione è passata agli stratosferici 30 miliardi. Così, invece di rafforzare la potenza aerea del Paese, il Rafale minaccia un buco al bilancio della Difesa dell’India ridotto al minimo. L’India è la terza economia del pianeta, ma nel contesto dei numerosi progetti che richiedono parecchio denaro, Nuova Delhi non può permettersi di fare sfoggio sulle armi, soprattutto quando sono disponibili alternative assai meno costose. L’esigenza dell’IAF di 126 aeromobili può essere rapidamente soddisfatta ad una frazione del costo dei Rafale, introducendo ulteriori tecnologicamente superiori Su-30, che l’IAF descrive come “caccia da dominio aereo”, prodotto dall’Hindustan Aeronautics Ltd (HAL). Ogni Su-30 indiano costa circa 75 milioni di dollari. Quindi, se l’IAF ne prende 126 il costo totale sarebbe meno di 10 miliardi di dollari che, per coincidenza, è l’importo originariamente previsto. Inoltre, i Sukhoj fornirebbero ulteriore forza. “Questi aerei saranno la fascia alta della potenza aerea dell’India, e ci si può aspettare che restino sul mercato oltre il 2030, essendo competitivi o superiori ai migliori caccia europei e agli F-15 statunitensi“, dice Defense Industry Daily. Un’altra opzione è acquistare l’ancora più conveniente MiG-29, pilastro della forza intercettori dell’India che aveva frantumato il morale della Pakistan Air Force (PAF) durante la guerra di Kargil del 1999. Con 20 miliardi di dollari o quasi, risparmiati, l’India può importare avanzata tecnologia aeronautica da Francia, Russia, Germania e persino Stati Uniti, rinforzando la propria aeronautica militare. Con la produzione in calo negli Stati Uniti e in Europa e migliaia di posti di lavoro nell’industria della difesa che affrontano tagli, i tecnici occidentali sarebbero più che felici di lavorare in India. Esiste un precedente in questo settore. Dopo il 1991, i massimi tecnici e scienziati esperti in armamenti sovietici, che persero i loro posti di lavoro, li ritrovarono presso le aziende cinesi e della Corea del Sud. Scienziati e ingegneri , militari e civili russi trasformarono l’industria della Difesa di entrambi i Paesi asiatici. Anche l’India deve percorrere la stessa strada. L’assunzione di lavoratori europei dell’industria della Difesa disoccupati o sottoccupati ridurrebbe i tempi di sviluppo dei progetti della Difesa indiana. In effetti, anche il Pakistan ha una tenue connessione russa. Un amministratore della Commissione di Ricerca Spaziale e Alta Atmosfera del Pakistan, nel 1967-1970, era l’ingegnere aeronautico polacco commodoro Wladyslaw Turowicz. Nato in Siberia, diede un contributo significativo al programma missilistico del Pakistan. Ciò porta alla terza opzione. Il velivolo da combattimento leggero (LCA) indiano Tejas è operativo in numero limitato, e l’ulteriore sviluppo può facilmente farne un caccia di classe mondiale. L’India può produrre decine di LCA che costano circa 40 milioni di dollari per l’IAF. Per decenni la Cina ha adottato questa politica avendo centinaia di aerei obsoleti, perché “la quantità ha una qualità tutta sua“. Inviando gli LCA a sciamare nello spazio aereo pakistano si eliminerebbero completamente le difese di quel Paese. In effetti, la flotta di Tejas aprirebbe la via ai Sukhoj polverizzando gli obiettivi con i missili da crociera supersonici BrahMos. Lo LCA può anche diventare l’equivalente militare dell’utilitaria da 2000 dollari della Tata Nano, per la quale c’è in lista d’attesa lo Sri Lanka. Allo stesso modo, lo LCA potrebbe essere l’aereo ideale da esportare in piccoli Paesi dai budget limitati. Aerei come Su-30, MiG-29 e F-18 sono troppo costosi e troppo grandi per tali nazioni. L’India potrebbe essere la prima a commercializzare un caccia senza fronzoli.

1452243Perché il Rafale?
Quando la gara MMRCA fu lanciata più di dieci anni fa, sembrava una buona idea. Si proponeva quindi di ridurre la dipendenza schiacciante dell’India dalla Russia sulle armi avanzate. In secondo luogo, l’India voleva acquistare un aereo medio che colmare il divario tra lo LCA leggero e i Sukhoj. Il terzo motivo era puntellare la flotta di caccia in esaurimento della IAF. La forza dell’IAF sono 39,5 squadroni (uno squadrone di caccia dell’IAF si compone di 18 aeromobili in servizio e altri 3-4 in manutenzione), ma la sua flotta attuale comprende 34 squadroni. L’aeronautica richiede 44 squadroni per una guerra ampia con il Pakistan, pur mantenendo “una postura dissuasiva” contro la Cina. All’inizio di quest’anno, l’IAF ha detto alla commissione permanente parlamentare per la Difesa che una “minaccia collusiva” tra Cina e Pakistan sarebbe difficile da gestire. Ciò fu sfruttato dai media, non comparendo sulla stampa: l’IAF ha ammesso (nella stessa dichiarazione) che la Cina non può costituire “una minaccia collusiva” se ostilità dovessero scoppiare tra India e Pakistan. In effetti, perché mai i cinesi farebbero squadra con un Pakistan in rapida balcanizzazione e attaccare un alleato dei BRICS? Non è solo ineffettuale, ma anche ridicolo. Sulla minaccia dal Pakistan, è davvero uno scherzo. L’arrivo di MiG-29 e Sukhoj Su-30 negli anni ’90 diede all’IAF un temibile vantaggio qualitativo sulla PAF. Questo vantaggio s’è illustrato nella guerra del Kargil del 1999. Mentre un certo numero di velivoli IAF partecipò a questa campagna, la copertura fornita dai MiG-29 spaventò e demoralizzò i piloti della PAF. Dice Strategy Page in una relazione del 20 maggio 2005: “Mentre i caccia della PAF formavano pattuglie di combattimento aereo (CAP) durante il conflitto, rimasero entro lo spazio aereo pakistano. In più occasioni, i MiG-29 dell’IAF, armati dei micidiali missili R-77BVR aria-aria, potevano agganciare gli F-16 della PAF, costringendo questi ultimi a disimpegnarsi“. Tanta paura facevano ai piloti pakistani i MiG indiani che la “PAF semplicemente rifiutò di svolgere un qualsiasi ruolo” nella guerra. Nel rapporto “Potere aereo a 18000 piedi: l’IAF nella guerra di Kargil“, pubblicato dalla Carnegie Endowment for International Peace nel 2012, Benjamin Lambeth dice che gli F-16 pakistani “in genere mantennero una distanza di sicurezza di 10 a 20 miglia sul lato pakistano della Linea”.
Qualitativamente, la IAF si trova al culmine. Infatti, in un’intervista dl 2012, l’ex-capo dell’aeronautica NAK Browne smentì l’affermazione che la IAF stava divenendo più debole. Secondo Browne, la IAF sostituiva gli anziani MiG-21 con i Su-30, e disse che una volta che gli aeromobili più vecchi fossero stati sostituiti con Sukhoj nuovi di zecca, l’IAF avrà “di gran lunga maggiore potenza persino di quella attuale“. Se India e Francia risolvono i numerosi problemi dell’affare MMRCA e un contratto viene firmato quest’anno, i primi 18 Rafale arriveranno dalla Francia nel 2016. Se tutto va liscio, gli altri 102 velivoli potrebbero uscire della linee d’assemblaggio della HAL dal 2018. Ma qui sta il punto: intorno al 2020 un caccia stealth della Sukhoj, il PAK-FA, in cui l’India è partner minore, sarà pronto ad entrare nella IAF. Perché l’India si impegna per un aereo di ripiego, è un mistero.

181089423Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina respinge il perno in Asia degli Stati Uniti

MK Bhadrakumar, 24 ottobre 2014

xi-jinpingVenti Paesi hanno raggiunto la Cina quali “fondatori” dell’Infrastructure Asian Investment Bank (AIIB) in via di realizzazione da parte di Pechino. Il memorandum d’intesa intergovernativo è stato firmato a Pechino oggi. I 20 paesi includono i 10 Paesi dell’ASEAN, altri 5 dell’Asia del Sud come India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka e Nepal e 2 dell’Asia centrale (Kazakistan e Uzbekistan) e 3 Paesi del GCC (Qatar, Quwayt e Oman). Dell’Asia, gli assenti importanti sono tre, Australia, Indonesia e Corea del Sud, che appaiono incapaci di resistere alle forti pressioni statunitensi affinché non aderiscano all’iniziativa cinese. Pechino era entusiasta di avervi la Corea del Sud e spera di convincerla, ma pare indifferente verso l’Australia. C’è ancora tempo per Corea del Sud e Indonesia ad aderire all’AIIB prima che venga formalmente istituita entro la fine del 2015. I Presidenti Park Geun-hye e Xi Jinping s’incontreranno a margine del vertice APEC a Pechino il 10-11 novembre (dove si prevede che Xi annunci la costituzione dell’AIIB). A dire il vero, la Cina ha segnato una grande vittoria diplomatica. Inoltre, ciò è successo a dispetto dell’opposizione degli Stati Uniti (e del Giappone). Un modo di vedere come l’economia s’inventa la geopolitica, ma poi nell’economia non è mai del tutto assente la politica. Cioè i Paesi asiatici, tra cui Vietnam, Filippine e India, possono avere dispute territoriali con la Cina ma danno priorità allo sviluppo della loro politica regionale e comprendono l’importanza della Cina come motore della crescita. In altre parole, la strategia del ‘perno’ degli Stati Uniti volta al contenimento della Cina è fallita. D’altro canto, l’opposizione USA non era solo basata sulla strategia del contenimento della Cina. Il nucleo della questione è che l’AIIB colpisce al cuore le istituzioni finanziarie internazionali formatesi nell’ambito del sistema di Bretton Woods. Il regolamento interno di governo e gestione dell’AIIB sarà attentamente osservato. Vi è la grande probabilità che l’AIIB non seguirà le orme di FMI e Banca Mondiale nel prescrivere condizioni (volute da Washington di volta in volta) per motivi quali diritti umani, lavoro minorile, ambiente e così via, ai mutuatari.
eco Come l’indignato segretario al Tesoro degli USA Jacob Law ha detto a una conferenza all’inizio di questo mese a Washington, “Le domanda critica è, ‘l'(AIIB) segue le stesse pratiche usate per aiutare le economie a crescere e mantenersi forte e stabili?’” Ciò che la Cina persegue con la manovra a tenaglia che sfida il sistema finanziario globale dominato dagli Stati Uniti, l’avrà quando Pechino ospiterà l’AIIB, mentre la banca di sviluppo dei BRICS, come deciso a luglio, sarà a Shanghai. Infatti, ciò a cui la Cina punta è una matrice molto complessa, senza silurare l’architettura economica internazionale esistente, ma introducendo nuove regole di governance in sintonia con l’economia globale in trasformazione. Così l’AIIB coopererà e competerà con le banche di sviluppo esistenti. Sarà “più snella e più veloce” e sarà in sana concorrenza con le banche esistenti. Citando David Dollar, ex-rappresentante del Tesoro degli Stati Uniti e della Banca mondiale in Cina, “speriamo che il successo della banca (AIIB) favorisca la rapida riforma delle istituzioni più vecchie. Sarebbe il miglior risultato globale” (qui). Senza dubbio Tokyo ribolle di rabbia. L’AIIB inizia con 50 miliardi di dollari di capitale, in gran parte provenienti dalla Cina, ma mira chiaramente ad aumentare tale importo nel tempo. Considerando che, dopo decenni di esistenza, la Banca asiatica di sviluppo che Stati Uniti e Giappone controllano, aveva 175 miliardi di dollari di capitale alla fine del 2013 e 67 membri. Chiaramente, l’AIIB sarà in concorrenza con l’ADB dato che l’Asia ha bisogno di circa 8 miliardi di dollari di investimenti entro il 2020, per migliorare le infrastrutture martoriate della regione e affrontare il rallentamento della crescita economica, oltre a costringere il radicato cartello FMI-Banca Mondiale-ADB a ridurre la burocrazia e i lacci politici nei prestiti.
Il ministro delle Finanze della Cina Lou Jiwei ha detto a Pechino, dopo il vertice dei ministri delle Finanze dell’APEC, che l’AIIB farà “investimenti commerciali” sulle infrastrutture, piuttosto che legare i prestiti alle “preoccupazioni per alleviare la povertà nei richiedenti”. Detto ciò, naturalmente resta il fatto che la costituzione dell’AIIB è pur sempre una “necessità strategica”della Cina per più di una ragione convincente: fornisce una piattaforma per influenzare l’Asia; va assai oltre l’economia di produzione ad alta intensità di lavoro; migliora le prospettive del renminbi come valuta di scambio internazionale; crea un nuovo canale per diversificare la massiccia riserva in valuta estera da 3000 miliardi di renminbi della Cina; controbilancia il potere del Giappone e la presenza degli Stati Uniti nella regione asiatica (per cominciare) e così via. A mio avviso, però, in tale meraviglia svoltasi questa mattina, lo spettacolo più affascinante è stata la signora con gli occhiali indiana, in rappresentanza del ministero delle Finanze, presentarsi a Pechino questa mattina dietro la bandiera indiana, al tavolo della conferenza, per firmare il memorandum d’intesa sull’AIIB. Come mai l’India non ha seguito Giappone e Australia? Non prima che il governo di Narendra Modi entrasse in carica a maggio, il viceministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi, visitava Delhi e l’AIIB era un punto all’ordine del giorno nei colloqui con la nuova leadership indiana. Al vertice BRICS di luglio, Xi ha invitato Modi a fare dell’India un ‘socio fondatore’. Modi aveva chiaro da quel momento che l’India doveva far parte dell’AIIB e vide l’evoluzione di questa idea esclusivamente col prisma degli interessi nazionali. Le considerazioni dell’India possono essere riassunte come segue: a) l’India condivide l’apatia della Cina verso le ingiustizie dell’architettura finanziaria globale; b) l’India respinge le pratiche sui prestiti delle banche esistenti, legate a questioni non economiche quali diritti umani, l’ambiente, ecc; c) il partenariato nell’AIIB consente all’India di accedere a una nuova (anche se piccola) fonte di finanziamenti infrastrutturali; d) In poche parole, l’India s’interessa all’offerta della Cina dal valore geopolitico, laddove Pechino considera Delhi un partner nella rete politico-economica intessuta tra i Paesi vicini. In ultima analisi, l’India segue una politica estera indipendente.

Lou JiweiTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nuovo slancio nella cooperazione energetica indo-russa

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 14 ottobre 2014

0,,16320091_303,00La recente offerta russa alla ONGC Videsh Limited (OVL) di una quota del 10 per cento del campo petrolifero Vankor in Siberia centrale non fa notizia nei media; tuttavia ha un notevole significato per la cooperazione economica bilaterale e regionale. Oltre ad attestare il credo della mutua complementarietà tra i due tradizionali alleati, la recente offerta contiene molte promesse per la sicurezza energetica dell’India e per l’espansione della cooperazione energetica della Russia verso est e sud. Oltre a Vankor, il colosso energetico russo Rosneft ha anche offerto fino al 49 per cento del capitale di Jurubcheno-Tokhomskoe. Il giacimento Vankor, situato a nord del territorio di Krasnojarsk, in Siberia centrale, fu avviato nel 1988; all’inizio del 2014 le riserve recuperabili iniziali di petrolio ammontavano a 500 milioni di tonnellate di petrolio e condensati e a 182 miliardi di metri cubi di gas. Il dibattito sulla prospettiva dell’adesione dell’India al progetto Vankor non è né recente, né imposto dalle sanzioni occidentali alla società russe, tra cui Roseneft. L’interesse della Russia ad includere partner tradizionali nell’esplorazione energetica non è nuova. Nel lontano 2005, il primo vice-CEO di Rosneft, Sergej Alekseev, espresse interesse all’inclusione dell’India. Alekseev dichiarò: “Siamo lieti di avere la ONGC-Videsh Ltd. (OVL) nostro partner nel progetto petrolifero e gasifero Vankor da quando collaboriamo con successo nello sviluppo del giacimento di petrolio e gas Sakhalin-1“. La partecipazione dell’India a Sakhalin-1 è una storia ben nota di questa cooperazione bilaterale. La società indiana OVL acquisì il 20 per cento delle azioni di Sakhalin-1 del valore di 2,1 miliardi di dollari nel 2001, nel 2009 acquisì Imperial Energy. Ad agosto Rosneft ha inviato una proposta ad OVL per lo sviluppo congiunto del giacimento petrolifero Jurubcheno-Tokhomskoe nella Siberia orientale. Secondo un rapporto, OVL è alla ricerca di una fonte da un milione di barili al giorno di petrolio e gas equivalente in Russia.
ONGC Videsh logo Per soddisfare il 70 per cento del fabbisogno energetico, l’India ha ampliato le opzioni per l’acquisizione di risorse da diversi Paesi. Negli ultimi due anni, OVL ha effettuato nuove acquisizioni nella regione eurasiatica, tra partecipazioni nei campi Azeri, Chirag e Guneshli al largo dell’Azerbaigian; un ulteriore 12 per cento del blocco BC-10 del bacino Campos in Brasile, e dalla Videocon il 6 per cento del capitale del 1 Blocco offshore dell’Area Rovuma in Mozambico. Ma tra le acquisizioni delle partecipazioni estere, le probabilità dell’India di avere un accordo equo in Russia sono migliori per via della comprensione tra i leader dei due Paesi. Durante la riunione dei ministri degli Esteri dei due Paesi, a margine del vertice SCO di settembre 2014, l’espansione dei legami tra i due Paesi nei settori commerciale, degli investimenti, energia e difesa sono stati discussi. Sarebbe inverosimile sostenere che le sanzioni occidentali abbiano spinto la Russia a volgersi a sud e ad est per ampliare la cooperazione energetica. La visita di Putin in Cina qualche mese fa e la firma dell”affare del secolo’ sul gasdotto dalla Russia orientale della Cina, potrebbero aver contribuito a tale dibattito, ma la cooperazione energetica della Russia con India e Cina è guidata dai reciproci vantaggi economici. Le sanzioni di luglio pongono ostacoli all’accesso di Rosneft ai prestiti esteri, in particolare il divieto di ricevere prestiti con più di 30 giorni di scadenza. Lo scenario emergente dà luogo a molte prospettive di cooperazione e integrazione economica regionale. Questi Paesi, insieme ai loro partner, possono essere spinti a creare un regime di cambi senza il dollaro. Ad esempio, la Russia potrebbe essere interessata a sviluppare accordi bilaterali, come accordi finanziari Rupia-Rublo e Renminbi-Rublo per la cooperazione energetica. Gli attori multilaterali come BRICS e SCO possono anche sviluppare una rete energetica con complementarità reciproche e con organizzazioni come l’Unione economica eurasiatica, BRICS, SCO e altre regionali, quali attori. Vi sono altre aree di cooperazione economica recentemente deliberate. Pochi giorni prima il Primo Viceministro dell’Industria e del Commercio della Russia, Nikitin Gleb, con un team di rappresentanti di società russe come Kamaz Motorz Ltd, GAZ Group, REP e Uralmashzavodat, ha discusso con i funzionari indiani sulla prospettiva per rafforzare la cooperazione nei settori minerario, dei fertilizzanti e aerospaziale. Un articolo citava un funzionario del ministero del commercio indiano secondo cui “Con la crisi ucraina che inacidisce le relazioni della Russia con Unione europea e Stati Uniti, essa è pronta a indirizzare parte degli investimenti in nazioni amiche come l’India. Le parti si adopereranno a finalizzare alcune occasioni, prima della visita del Presidente Putin”. Da questo punto di vista, sembra che la prossima visita del Presidente Putin sarà promettente per le relazioni bilaterali.
Vi sono dibattiti anche sulla possibilità di un accordo di libero scambio per dare impulso alla cooperazione economica. La cooperazione bilaterale crescente ha sempre più ampie prospettive in Asia. Con l’effettiva partecipazione della Russia nel soddisfare le esigenze dei principali attori del continente come India e Cina, le prospettive di crescita del secolo energetico asiatico non si possono escludere. Questo non vuol dire che ampliare la cooperazione energetica della Russia in Asia porterà a revocare la cooperazione energetica con l’occidente, ma certamente darà alla Russia spazio sufficiente per adottare scelte politiche ed economiche non decise dall’occidente. Le incursioni a sud della Russia che affronta la crisi energetica, possono anche avere altre implicazioni. India e Pakistan, entrambi affamati di petrolio e gas, potranno collegarsi alla Russia nel quadro della sicurezza energetica. Forse problemi di sicurezza energetica e relazioni amichevoli della Russia con entrambi i Paesi e l’approccio positivo a progetti regionali come TAPI, IPI e corridoio nord-sud allevieranno le preoccupazioni sulla sicurezza territoriale che si traducono spesso in conflitti.

1382532513811980500Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’F-35 è un bersaglio dei Flanker

Rakesh Krishnan Simha RIR 12 ottobre 2014

Superato in potenza dalla famiglia degli aerei Su-30 e soffrendo difetti di progettazione critici, l’F-35 statunitense è sulla via dell’obsolescenza creando dei vuoti nelle difese aeree occidentali.

3056Costruito per essere il più letale degli aerei da caccia di tutti i tempi, l’F-35 è letteralmente diventato una preda. In ogni scenario dei giochi di guerra tra l’F-35 e il Su-30 Flanker, l’aereo russo esce vincitore. L’ultimo aereo stealth degli Stati Uniti, da 191 milioni dollari al pezzo, è così gravido di seri difetti di progettazione che probabilmente verrebbe spazzato via in uno scontro con i supermaneggevoli Sukhoj. Ali tozze (che riducono ascensionalità e manovrabilità), fusoliera a bulbo (che lo rende poco aerodinamico), scarsa velocità e un motore incandescente (tanto che anche un radar può rilevarlo) sono solo alcuni dei principali difetti che ne svelano la vulnerabilità nel combattimento aereo. Con più di 600 Flanker (Sukhoi-27 e successive varianti come Su-30, Su-34 e Su-35 Super Flanker) nelle forze aeree di tutto il mondo, il destino dell’F-35 sembra decisamente incerto. Esperti aerospaziali di tutto il mondo sempre più ritengono che il caccia dal programma di sviluppo più costoso degli USA (sui 1500 miliardi di dollari) sarà un facile bersaglio per i Flanker.
E’ un tacchino“, dichiara l’ingegnere aerospaziale Pierre Sprey in un’intervista alla televisione olandese. Poche persone sono qualificate nel parlare di aerei da caccia come Sprey. È il co-progettista dell’F-16 Fighting Falcon e del cacciacarri A-10 Warthog, due degli aerei di maggior successo dell’US Air Force (USAF). Winslow T. Wheeler, direttore dell’US Straus Military Reform Project del Centre for Defense Information è d’accordo. “L’F-35 è troppo pesante e lento per avere successo come caccia” dice. “Se mai affrontasse un nemico con una seria aeronautica, saremo nei guai“. Finora gli Stati Uniti hanno avuto la fortuna di non incontrare mai una forza militare “seria”. Nei cieli dell’esaurito Iraq, della minuscola Libia e dell’assolutamente indifeso Afghanistan, gli aerei statunitensi hanno operato impunemente. Ma la fortuna cambia, e se mai si scontrassero con le forze aeree di Russia, Cina o India, il risultato non sarebbe così unilaterale. In particolare, l’Indian Air Force ha battuto i caccia di quarta generazione dell’USAF utilizzando jet di terza e quarta generazione. Il problema più grande dell’F-35 è che i suoi progettisti statunitensi scommettono sul radar a lungo raggio e lo stealth per compensare scarsa velocità e manovrabilità. Ma la furtività non è davvero tutto ciò su cui puntare; non è il mantello dell’invisibilità. Inoltre, già eccellenti radar russi migliorano. Secondo il Defense Industry Daily (DID): “Nel frattempo, i radar più avanzati sono già schierati sui sistemi missilistici superficie-aria russi ed avanzati sistemi IRST (scansione e inseguimento a raggi infrarossi) sui caccia russi ed europei estendono il raggio di rilevamento degli aerei stealth. Entro il 2020 i radar dei caccia potranno rilevare (a 46 km) anche gli aerei ultra-furtivi come l’F-22, assieme alla capacità IRST d’identificare (a 92 km) lanci di missili aria-aria a medio-lungo raggio e aeromobili meno furtivi“. Nel frattempo, non c’è di meglio del radar in una guerra. “Vi sono molti radar“, spiega Sprey. “E non si può sfuggire a tutti i radar sul campo. Ci sarà sempre un radar che sbircia (dal basso) od osserva dall’alto. Tutti possono vederti“.

138031A corto di potenza di fuoco
Un altro problema è la forma complessiva del velivolo statunitense. “La maggior parte dei grandi aerei è bella perché cerca di ridurre la resistenza“, dice Sprey. “Ma qui, per la furtività, lo devono rendere assai bulboso e grande dovendo trasportare le armi all’interno perché le armi trasportate all’esterno riflettono le onde radar. Quindi c’è l’enorme penalità per le prestazioni del velivolo che ora è grande e goffo come un bombardiere“. Il basso carico interno indica che i progettisti della Lockheed-Martin hanno firmato la condanna a morte dell’F-35. L’aereo trasporta solo due grosse bombe e quattro piccole, e un massimo di quattro missili aria-aria (AAM) a puntamento oltre l’orizzonte (BVR). L’USAF afferma che il radar avanzato dell’F-35 vedrà gli aerei nemici prima e potrà abbatterli con i suoi quattro AAM a lungo raggio. Ma i centri con il BVR sono ancora un sogno per i piloti da caccia e sono piuttosto rari. In realtà, la dipendenza dall’acquisizione radar e dagli AAM può rivelarsi suicida, come in effetti fu una volta. Durante la guerra del Vietnam l’USAF era così innamorata del concetto di combattimento BVR che i primi caccia F-4 erano armati solo di missili. Ma dopo che i piloti dell’Aeronautica Vietnamita li abbatterono con l’artiglieria, gli statunitensi reintrodussero i cannoni sull’F-4. In realtà, la Russia, che ha la gamma più avanzata e variegata di missili BVR al mondo, arma i suoi Flanker con almeno otto missili per la semplice ragione che ci vogliono diversi colpi per centrare un bersaglio in rapido movimento. Gli statunitensi ignorano la lezione fondamentale che il combattimento aereo è confuso. In teoria, i piloti statunitensi giocherebbero ai “videogiochi” colpendo aerei nemici a 1000 km. In pratica, il combattimento aereo è come una lotta al coltello. Secondo DID, l’F-35 molto più probabilmente affronterà avversari più “immediati e diretti” di quanto i suoi sostenitori suggeriscono, mentre utilizzare efficacemente i missili BVR a guida ad infrarossi sarà una complicazione. A differenza dell’F-22, l’F-35 è descritto come “doppiamente inferiore” ai moderni caccia della famiglia Su-30 nei combattimenti ravvicinati. L’arsenale molto più grande e variegato di missili in combinazione con la super-manovrabilità, quindi, conferiscono ai Flanker un vantaggio senza precedenti nel moderno combattimento aereo.

F-35B-and-CScarsa disponibilità
Secondo la nuova filosofia del combattimento aereo definita dagli arrivisti di USAF-Lockheed-Martin, l’F-35 pigliatutto sostituirà tutti gli altri caccia ed aerei di supporto a terra. Ma qui sta il problema. Poiché l’F-35 è un aereo costoso, le forze aeree ne compreranno di meno. Per esempio, il Giappone ha attualmente 100 F-15, ma li sostituirà con soli 70 F-35. Inoltre, poiché l’F-35 è anche costoso da far volare e conservare, le forze aeree ne limiteranno le ore di volo. (Già i tagli alla spesa hanno costretto l’USAF ad eliminare più di 44000 ore di volo mettendo a terra 17 squadroni da combattimento). Ancora, lo ‘Stealth’ ha un prezzo. Sull’F-35 la maggior parte delle operazioni di manutenzione riguarda il rivestimento stealth. “E’ un ostacolo assurdo al combattimento”, dice Sprey. “Siete a terra per 50 ore a giocherellare sul velivolo cercando di renderlo furtivo quando non lo è comunque“. Inoltre, una disponibilità della flotta al 100 per cento è un’impossibilità logistica. La media USAF è circa 75 per cento, abbastanza decente, ma quando si tratta di aerei stealth i dati crollano. Il super-segreto bombardiere stealth USAF B-2A ha un tasso di disponibilità di appena il 46,7 per cento. E il caccia più costoso degli Stati Uniti, l’F-22, nonostante il prezzo di 350 milioni di dollari, ha un tasso di disponibilità del solo 69 per cento. Quindi, se siete per esempio l’aeronautica australiana, solo 48 dei previsti 70 F-35 della vostra flotta saranno pronti al combattimento in qualsiasi momento. Le vostre probabilità contro i cinesi, che hanno 400 Flanker, sono sempre più scarse. Potete scommettere che gli australiani non si uniranno alla lotta al coltello se non scortati dal grande fratello USA.
Wheeler, che si occupa di questioni della sicurezza nazionale degli Stati Uniti da oltre trent’anni, delinea le implicazioni per le forze aeree occidentali che intendono adottare l’F-35: “I piloti andranno peggio ricevendo assai meno addestramento, cosa più importante di qualsiasi problema tecnico. Ci saranno assai meno piloti mentre l’intera forza dovrà ridursi, e fondamentalmente si avrà un aereo che sarà un fiore all’occhiello inutile. Un vero monumento inutile che rovinerà qualsiasi aviazione che l’adottasse“. Il dogfight non è ancora iniziato e i Flanker già segnano 1-0.

13764801380674s_ablogin_su-30sm_57_1500Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’India dovrebbe isolarsi dalla guerra allo SI

M K Bhadrakumar 5 ottobre 2014Modi-2-621x414È la terza volta che l’India si trova a dover scegliere se unirsi alla guerra degli Stati Uniti contro il terrorismo. Nel 2001, il governo del BJP era piuttosto incline ad unirsi all’invasione dell’Afghanistan per rovesciarne il regime talib. Ma gli Stati Uniti erano più interessati ad imbrigliare l”alleato non-NATO’ Pakistan di Pervez Musharraf, ed accelerarono. La seconda volta fu nel 2003, quando in visita negli Stati Uniti, l’allora vicepremier LK Advani vide favorevolmente l’allora pretesa diplomatica del segretario alla Difesa statunitense Donald Rumsfeld secondo cui l’India doveva unirsi alla “coalizione dei volenterosi” per invadere l’Iraq. Ma la follia di Advani fu corretta dal Premier AB Vajpayee appena in tempo. Ora, il Premier Narendra Modi deve affrontare una scelta simile se far parte della “coalizione dei volenterosi” degli Stati Uniti contro lo Stato islamico in Iraq e Siria. Gli esperti della sicurezza indiani sembrano divisi. A complicare le cose, Israele ha anche lanciato al massimo livello ciò che sembra l’ultimo tentativo d’influenzare Modi, che mantiene apparentemente il senso delle proporzioni circa la mitica minaccia di al-Qaida in India. Tuttavia, sembra la toccata e fuga del nostro campeggio alla NSA di Washington nei fine settimana e causa del disagio che spinge “fonti altolocate” del governo indiano a spargere sistematicamente storie allarmistiche basate su congetture e intelligence scadente da pettegolezzo di bazar (qui e qui).
Tale gestione dei media suggerisce un attento piano per plasmare l’opinione pubblica a favore dell’abbraccio ‘Saath’ tra India e USA. (Saath, ‘andiamo avanti insieme’). Tuttavia, l’India farebbe un errore catastrofico associandosi alla “coalizione dei volenterosi” degli Stati Uniti contro lo SI. Il primo punto da ricordare è che si tratta di una guerra aperta. Il premier inglese David Cameron ha appena previsto che potrebbe essere una guerra generazionale. L’India ha la capacità di persistervi? In secondo luogo, le vite di oltre trenta indiani prigionieri dello SI sono nel mirino. Commettendo errori ci saranno ritorsioni e l’India sarà del tutto impotente, dato che gli Stati Uniti non faranno nulla per l’India oltre ciò che possono per il loro alleato chiave inglese, cioè niente. Il piano dello SI è forzare un Obama riluttante e un riluttante David Cameron ad inviare “soldati sul campo”, quindi vi sono alcune domande molto serie. Chiaramente, gli attacchi aerei contro lo SI non portano a nulla. Lo SI è già passato a una struttura orizzontale, senza comando supremo e centri di comando e controllo. Come un esperto di Medio Oriente ha dichiarato, opera come “un organismo rizoma”. Che vuol dire? Significa che gli Stati Uniti e i loro alleati presto non avranno “obiettivi”, mentre lo SI continua ad avanzare nonostante gli attacchi aerei degli Stati Uniti. Ha appena occupato una base militare irachena, con centinaia di soldati e catturato altre due città di confine in Siria. In breve, presto si dovrà riflettere sul ‘cosa succederà’ dopo gli attacchi aerei? La decisione della Turchia d’inviare truppe in Iraq e Siria e occuparne i territori anticipa l’attuale strategia militare degli Stati Uniti finire in un vicolo cieco, anche prima di quanto pensato. Persino in tale caso, nella “coalizione dei volenterosi” vi sono troppe contraddizioni. Gli Stati Uniti dipendono dagli stessi alleati del Golfo che il vicepresidente Joe Biden ha apertamente riconosciuto, in un discorso all’Università di Harvard, quali soli responsabili della creazione dello SI. In altre parole, i Paesi del Golfo e la Turchia (che finanziano, armano e assistono l’assalto dello SI) hanno un proprio ordine del giorno, diverso da quello degli Stati Uniti. Così l’amministrazione Obama affronta la difficile scelta tra fingere che i suoi partner della coalizione operino per sconfiggere militarmente lo SI inviando “stivali sul terreno” o, più plausibilmente, ad un certo punto accettare l’emergere dello SI e cercare di venirvi a patti.
A complicare le cose, l’Arabia Saudita è pericolosamente sovraestesa stiracchiando il proprio peso politico regionale. I confini con Iraq (900 km) e Yemen (1400 km) possono divenire vie d’infiltrazione di al-Qaida. Inoltre, ribolle la guerra tra fazioni nella famiglia reale saudita sulla successione di re Abdullah. Basti dire che tale crisi è quella del wahhabismo. La strategia saudita di sfruttare i salafiti negli ultimi 30-35 anni in Afghanistan, Pakistan, Siria e così via, chiude il cerchio con l’inevitabile radicalizzazione salafita che si muta nel movimento neo-wahabita qual è lo Stato islamico. Per quanto attese ed aspirazioni della gioventù saudita rimarranno lontane da carisma e forza dello SI? Questo è il problema centrale che emerge oggi. Citando l’analista del Medio Oriente di cui sopra, “la guerra in Medio Oriente è divenuta la guerra tra wahabismo e altri orientamenti del salafismo, come la Fratellanza musulmana (che i sauditi incolpano della nascita dello SI). È una guerra infra-sunnita, dei wahhabiti sauditi contro wahhabiti qatarioti, dei wahhabiti di Jabat al-Nusra contro lo SI; dei wahhabiti dell’Arabia Saudita e alleati contro i Fratelli musulmani“. Basti dire che si tratta di un calderone ribollente dalle inevitabili gravi ricadutee l’alta probabilità del ripetersi della rivoluzione islamica del 1979 in Iran, ma questa volta in Arabia Saudita.
Come osservatore di Obama, la mia impressione è che Obama traccheggi, sapendo perfettamente cosa ci sia in gioco. Obama sembra autorizzare gli attacchi aerei contro i movimenti senza troppa convinzione, intuendo la vulnerabilità terribile dell’Arabia Saudita. Naturalmente, il paradosso è che per la loro passività, gli Stati Uniti potrebbero finire per ripetere la follia in Iran degli anni ’70, rifiutando di fare pressione sul regime saudita per le riforme ed intuendo la vulnerabilità del regime, ma da spettatore paralizzato mentre lo SI avanza su Riyadh. Ma poi, che altro può fare Obama? L’opinione pubblica e l’establishment politico statunitensi non tollereranno che gli Stati Uniti inviino “stivali sul terreno” per salvare il regime saudita. Pertanto, l’India deve essere estremamente attenta a ciò che accade. Vi sono 7 milioni di indiani che si guadagnano da vivere nella regione. Non devono finire nel fuoco incrociato e ciò dovrà essere la prima preoccupazione. In prospettiva di lungo termine, l’India deve rivalutare potenzialità e/o pericoli dell’impennata dell’Islam politico nella mutazione del Medio Oriente. Se lo SI bussa alle porte di Riyadh, il rimbombo si farà sentire fino a Lahore. Questa non è una guerra al terrore. Le vecchie strategie regionali statunitensi perseguite in stretta alleanza con l’Arabia Saudita, hanno inesorabilmente portato all’attuale risultato esplosivo. Il patto faustiano degli Stati Uniti con i sauditi si disfa. L’India non ne ha alcun ruolo e non dovrebbe aspirare ad averne oggi, non importa chi sia il Mefistofele di New York che l’abbia sussurrato a Modi.

121613_Saudi_16x9Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra India-Pakistan del 1971: il ruolo di URSS, Cina, USA e Gran Bretagna

Sanskar Shrivastava The World Reporter 30 ottobre 2011

Nel 1971, i due rivali asiatici del sud si dichiararono guerra, causando notevoli perdite di vite e proprietà, e di territorio nel caso del Pakistan. Se il tema suona controverso, prima d’iniziare vorremmo dire che ogni informazione in questo articolo ha una provenienza. L’articolo è stato scritto dopo una particolare analisi delle varie fonti. Tutte le fonti rilevanti e immediate sono elencati alla fine dell’articolo.

1971_1Prima del 1971, il Bangladesh era parte del Pakistan come Pakistan orientale. Secondo Najam Sethi, giornalista molto rispettato e onorato in Pakistan, il Pakistan orientale si era sempre lamentato di ricevere meno fondi e meno attenzione dal governo del Pakistan occidentale (punjabi). I bengalesi del Pakistan orientale si opposero anche all’adozione dell’urdu come lingua di Stato. Le entrate delle esportazioni, il cotone del Pakistan Occidentale e la iuta del Pakistan orientale, erano gestite principalmente dal Pakistan occidentale. Infine, l’elezione di qualche mese prima della guerra, fu vinta dal leader pakistano orientale ma non ebbe potere, alimentando in tal modo la secessione del Pakistan orientale. L’esercito pakistano iniziò le attività nel Pakistan orientale per contenere il movimento e la rabbia dei bengalesi. L’esercito fu coinvolto in stragi e stupri di massa. L’India ne era consapevole e aspettava solo la scusa per avviare la guerra. L’India accolse un enorme numero di rifugiati, divenuti ingestibili, spingendola ad intervenire. La situazione presto attrasse l’attenzione di molti altri Paesi. Così la guerra non fu solo tra India e Pakistan, ma molti Paesi vennero coinvolti, direttamente o indirettamente. A maggio, Indira Gandhi scrisse a Nixon della ‘strage nel Bengala orientale‘ e del flusso di rifugiati che gravava sull’India. Dopo che LK Jha (ambasciatore indiano negli Stati Uniti) avvertì Kissinger che l’India avrebbe rispedito parte dei rifugiati come guerriglieri, Nixon commentò: ‘Per Dio, taglieremo gli aiuti economici (all’India).’ Pochi giorni dopo, quando il presidente degli Stati Uniti disse che ‘i maledetti indiani’ si preparavano a un’altra guerra, Kissinger rispose ‘sono le persone più dannatamente aggressive in giro‘.

I legami tra Stati Uniti e Cina, un fatto poco noto
(Estratti e fonti dalle 929 pagine dell’XI volume sulle relazioni estere degli Stati Uniti)
Gli USA compiangevano il Pakistan per vari motivi, tra cui due: primo, il Pakistan aderiva ai patti militari degli USA CENTO e SEATO; secondo, gli Stati Uniti credevamo che la vittoria dell’India potasse all’espansione dell’influenza sovietica nelle parti acquisite dall’India, essendo ritenuta una nazione filo-sovietica, anche se non erano alleate. In un telegramma inviato al segretario di Stato statunitense Will Roger, il 28 marzo 1971, il personale del consolato degli Stati Uniti a Dhaka si lamentava, ‘Il nostro governo non è riuscito a denunciare la soppressione della democrazia. Il nostro governo non è riuscito a denunciare le atrocità. Il nostro governo non ha adottato misure energiche per proteggere i propri cittadini, mentre si fa in quattro per placare il governo del Pakistan occidentale… come dipendenti pubblici professionali esprimiamo il nostro dissenso verso la politica attuale e speriamo che i nostri veri e duraturi interessi qui, possano essere definiti e le nostre politiche reindirizzati salvando la posizione della nostra nazione come leader morale del mondo libero‘. Così entrava la Cina. Gli USA avevano bisogno dell’aiuto della Cina e il messaggero fu il Pakistan. Si avvicinarono alla Cina segretamente a riguardo, contenta di ciò credendo che le relazioni con gli Stati Uniti potessero migliorare da allora in poi. Nella seconda settimana di luglio 1971, Kissinger giunse a Pechino, dove ascoltò il primo ministro cinese Zhu Enlai: ‘A nostro parere, se l’India continua il suo corso attuale in violazione dell’opinione del mondo, agirà incautamente. Noi, invece, sosteniamo la posizione del Pakistan, com’è noto a tutti. Se (gli indiani) sono giunti a provocare una situazione del genere, allora non possiamo stare a guardare.’ Kissinger rispose che la Cina doveva sapere che gli Stati Uniti appoggiavano il Pakistan su tale tema. Indira Gandhi, la prima ministra indiana, decise di visitare la maggior parte delle capitali occidentali per dimostrare le ragioni indiane ed avere sostegno e simpatia per i bengalesi del Pakistan orientale. Il 4 e 5 novembre incontrò Nixon a Washington. Nixon le disse direttamente che una nuova guerra nel subcontinente era fuori questione. Il giorno dopo, Nixon e Kissinger valutarono la situazione. Kissinger disse a Nixon: ‘Gli indiani sono dei bastardi comunque. Tramano la guerra‘. La pressione aumentò nel Pakistan orientale, attirando l’attenzione degli indiani che si preparavano alla guerra concentrandosi sul fronte orientale. Per deviare la pressione, il 3 dicembre, nella notte, prima ancora che l’India attaccasse il Pakistan orientale, il Pakistan aprì il fronte occidentale e compì attacchi aerei su sei basi aeree indiane in Kashmir e Punjab. La CIA riferì al presidente degli Stati Uniti che la prima ministra indiana riteneva che i cinesi non sarebbero intervenuti nel nord dell’India e quindi ogni azione cinese sarebbe stata una sorpresa per l’India, e che i militari indiani potevano crollare in una situazione tesa dovuta a combattimenti su tre diversi fronti (est, nord e ovest). Sentendo ciò, il 9 dicembre, Nixon decise d’inviare la portaerei USS Enterprise nel Golfo del Bengala, a minacciare l’India. Il piano era circondare l’India e costringerla a ritirarsi dal Pakistan orientale. Il 10 dicembre, Nixon incaricò Kissinger di chiedere ai cinesi d’inviare truppe verso la frontiera indiana. ‘Minacciano di muovere forze o spostarle, Henry, è quello che devono fare adesso.‘ La Cina temeva che una qualsiasi azione sull’India potesse avviare l’aggressione sovietica. Così, venne assicurato alla Cina che qualsiasi azione intrapresa dall’Unione Sovietica sarebbe stata neutralizzata dagli Stati Uniti, proteggendo la Cina. L’esercito pakistano aveva in qualche modo mantenuto le posizioni e resistito all’avanzata indiana. Credeva che la Cina si preparasse ad aprire il fronte nord, rallentando o fermando l’avanzata indiana. In realtà, il mito delle attività cinesi fu comunicato all’esercito del Pakistan per sollevarne il morale e mantenere la volontà di combattere e sperare. Il tenente-generale AAK Niazi, comandante dell’esercito pakistano a Dhaka, fu informato: “Il fronte della NEFA è attivato dai cinesi, anche se gli indiani, per ovvi motivi, non l’hanno annunciato.” Ma Pechino non fece mai nulla. A Washington, Nixon analizzò la situazione così: ‘Se i russi riescono a sconfiggere i cinesi e gli indiani i pakistani… potremmo vederci puntare la canna del fucile.’ Nixon non era sicuro della Cina; aveva davvero intenzione di avviare un’azione militare contro l’India?

nixon-chou-en-lai-1972Il ruolo dell’Unione Sovietica nella guerra indo-pakistana del 1971
Mentre l’India aveva deciso di continuare con la guerra, e Indira Gandhi, avuto sostegno e simpatia statunitensi per i bengalesi torturati nel Pakistan orientale, fece una mossa efficace e il 9 agosto firmò un trattato di amicizia e cooperazione con l’Unione Sovietica. Lo storico del dipartimento di Stato dice, ‘nella prospettiva di Washington, la crisi divenne più pericolosa, India e Unione Sovietica firmarono un trattato di amicizia e cooperazione‘. Fu uno shock per gli USA, perché era ciò che temevano, l’espansione dell’influenza sovietica in Asia meridionale. Temevano che il coinvolgimento dell’Unione Sovietica potesse sabotare il loro piano. Il 4 dicembre, il giorno dopo che il Pakistan aveva attaccato gli aeroporti indiani in Kashmir e Punjab dichiarando guerra all’India, il coinvolgimento degli USA nella guerra apparve chiaro. Pensando che l’Unione Sovietica potesse entrare in guerra, e una volta venuto a saperlo, causare notevoli danni al Pakistan e al materiale statunitense consegnatogli, l’ambasciatore degli USA alle Nazioni Unite, George HW Bush, (poi 41.mo presidente degli Stati Uniti e padre di George Bush) presentò una risoluzione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, chiedendo il cessate il fuoco e il ritiro delle forze armate di India e Pakistan. Credendo che l’India potesse vincere la guerra e Indira Gandhi fosse decisa a proteggere gli interessi dei bengalesi, l’Unione Sovietica pose il veto alla risoluzione, permettendo così all’India di lottare per la causa. Nixon e Kissinger fecero notevoli pressioni sui sovietici, ma la fortuna non li aiutò. Il 3 dicembre 1971, il mondo fu scosso da un’altra guerra tra India e Pakistan. L’aviazione pachistana colpì città e piste di atterraggio indiani. La premier indiana Indira Gandhi pose lo Stato di emergenza e ordinò all’esercito indiano di respingere l’aggressione. Feroci operazioni militari si ebbero a terra, aria e mare.
Documento storico: “Confidenziale, 10 dicembre 1971, Mosca. Al Maresciallo DM Andrej Grechko. Secondo le informazioni dal nostro ambasciatore a Delhi, nel primo giorno del conflitto il cacciatorpediniere indiano ‘Rajput’ aveva affondato un sottomarino pakistano con bombe di profondità. Il 4 e 9 dicembre, le motomissilistiche indiane avevano distrutto e danneggiato 10 navi da guerra pakistane usando i missili antinave sovietici P-15. Oltre 12 depositi di petrolio pakistani erano stati incendiati.”

Il confronto anglo-sovietico
Confidenziale. Al Comandante del Servizio d’Intelligence Militare Generale Pjotr Ivashutin. “L’intelligence sovietica ha riferito che le attività operative inglesi si avvicinano alle acque territoriali dell’India, guidate dalla portaerei Eagle (10 dicembre). Per aiutare l’amica India, il governo sovietico invia un gruppo di navi al comando del contrammiraglio V. Krugljakov“. Vladimir Krugljakov, l’ex-comandante del 10° Gruppo operativo da combattimento della Flotta del Pacifico (1970-1975) ricorda: “Mi fu ordinato dal Comandante in capo di monitorare l’avanzata della flotta inglese, posizionando le nostre navi da guerra nel Golfo del Bengala e sorvegliando la portaerei inglese Eagle”. Ma l’Unione Sovietica non aveva abbastanza forze per resistere, se incontravano la portaerei inglese. Pertanto, per sostenere la flotta sovietica nel Golfo del Bengala, incrociatori, cacciatorpediniere e sottomarini nucleari sovietici, dotati di missili antinave, furono inviati da Vladivostok. In reazione, la flotta inglese si ritirò a sud del Madagascar. Ben presto arrivò la notizia che la portaerei Enterprise e l’USS Tripoli statunitensi si dirigevano verso le acque indiane. V. Krugljakov, “Avevo ricevuto l’ordine dal Comandante in capo di non consentire l’arrivo della flotta statunitense presso le basi militari indiane. Li circondammo e puntammo i missili sull’Enterprise. Avevamo bloccato la loro rotta impedendogli di dirigersi da alcuna parte, né Karachi, né Chittagong o Dhaka“. Le navi sovietiche avevano missili a corta gittata (solo 300 km). Pertanto, per tenere l’avversario sotto tiro, i comandanti corsero il rischio di avvicinarsi al nemico il più possibile. “Il Comandante in capo mi aveva ordinato di far emergere i sottomarini, in modo che venissero notati dai satelliti-spia statunitensi o avvistati dalla marina militare statunitense!” per dimostrare che avevamo tutti i mezzi necessari nell’Oceano Indiano, compresi sottomarini nucleari. Li avevo fatti emergere e li riconobbero, quindi intercettammo le comunicazioni statunitensi. Il comandante del Battle Group Carrier, contrammiraglio Dimon Gordon, inviò una relazione al comandante della 7° flotta: ‘Signore, è troppo tardi. Ci sono sottomarini nucleari e numerose navi da guerra dei sovietici‘. Gli statunitensi rientrarono senza poter fare nulla. L’Unione Sovietica minacciò anche la Cina che, se mai avesse aperto un fronte contro l’India, avrebbe ricevuto una dura risposta da Nord.

3499673667_Indira-gandhiIl ruolo dello Sri Lanka
L’alto commissario pakistano a Colombo, Seema Ilahi Baloch disse nel suo discorso al consiglio d’affari pakistano-singalese a Colombo, nel giugno 2011, che il Pakistan non dimenticherà mai l’aiuto che lo Sri Lanka gli offrì durante la guerra del 1971. “Non possiamo in Pakistan dimenticare il supporto logistico e politico che lo Sri Lanka ci concesse nel 1971, quando ci aprì i suoi impianti di rifornimento“, ha detto. Gli aerei pakistani diretti nel Pakistan orientale volavano aggirando l’India via Sri Lanka, dato che non potevano volare nei cieli indiani. Ciò costrinse il Pakistan a far rifornire i propri aerei per strada. Lo Sri Lanka aiutò il Pakistan permettendo agli aerei pakistani di rifornirsi nell’aeroporto Bandaranaike. La guerra si concluse con la resa dell’esercito pakistano, avendo perso l’aiuto statunitense grazie all’azione sovietica che bloccò USA e Cina dall’impedire l’avanzata del’India. Così un nuovo Paese, il Bangladesh, fu creato e riconosciuto da tutto il mondo e dal Pakistan l’anno successivo, con l’accordo di Shimla.


Video tradotto da: Ella Salomatina, The World Reporter.

Fonti:
Guerra del 1971: Come gli Stati Uniti cercarono di accaparrarsi l’India
Volume XI delle relazioni estere del dipartimento di Stato degli Stati Uniti
Dicembre 1971: il conflitto indo-pakistano in mare – IV
“Nuove contorsioni della propaganda ‘Schiaccia l’India'”
Il Palistan ringrazia lo Sri Lanka per l’aiuto nella guerra del 1971

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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