“Eager Lion”, operazione di esfiltrazione dei mercenari islamici in Siria?

Valentin Vasilescu, AVIC 12 giugno 2013

562316Nella guerra civile siriana, la posizione russa è stata fin dal principio di non interferenza, ma  monitora la situazione con migliaia di agenti sul terreno, con le apparecchiature ELINT a bordo delle navi militari nel porto di Tartus, attraverso immagini satellitari, ecc. In sostanza, la Russia è l’unica superpotenza che sa perfettamente tutto ciò che si muove in Siria ed è in grado di rispondere in modo efficace. Il peso della vittoria ha iniziato a pendere dalla parte del Presidente Bashar al-Assad, con la sconfitta del cosiddetto Esercito libero nelle operazioni di accerchiamento e conquista di Damasco, terminate il 5 febbraio 2013. Dopo il successo del contrattacco del marzo 2013, seguito da un approccio globale nelle operazioni offensive aero-terrestri di maggio e inizio giugno, guidate da Hezbollah e sostenute dall’esercito siriano, assicurandosi le frontiere prendendo di mira le linee di rifornimento in reclute, armi e munizioni dei ribelli.
Prendendo l’iniziativa, l’esercito nazionale fedele al presidente siriano Bashar al-Assad, ha potuto avviare l’attacco generale soltanto con la protezione della flotta russa schierata nel Mediterraneo, che ha la sua base nel porto siriano di Tartus. In un articolo precedente ho descritto in dettaglio, in concomitanza con le battaglie a terra, che nel Mediterraneo si è svolta una guerra più complessa tra le flotte russe e statunitense, con manovre di riposizionamento strategico estremamente rischiose, secondo ogni regola dell’arte militare moderna. Il ruolo del gruppo navale russo è impedire che i sottomarini e i cacciatorpediniere della Sesta flotta statunitense, inviati nel Mediterraneo orientale, lancino missili cruise contro la Siria per contrastare offensiva militare del governo. Gli errori commessi dagli israeliani negli attacchi aerei del 3/4-4/5 maggio contro la Siria e la revoca dell’embargo dell’UE, hanno permesso a Mosca d’inserirsi inviando i sistemi missilistici S-300PMU2 per garantirsi che Israele ed Europa non intervengano in Siria sul modello libico. Anche se i missili S-300 non sono ancora in Siria, i russi possono farli arrivare e attivarli in poche ore. Vi sono solo quattro batterie per lanciare la prima salva di 32 missili S-300, che non dispongono di una vasta gittata. I missili che equipaggiano l’S-300PMU2 non sono indipendenti, ma sono elementi di un complesso sistema di difesa integrato antiaereo, costituiti da radar e vari elementi per la guerra elettronica, in cooperazione con altri sistemi di difesa aerea a breve e a medio raggio. Erano alcuni di questi gli elementi indicati dal Presidente Bashar al-Assad, quando ha detto che una parte degli S-300 era arrivata in Siria.
Sappiamo già che il risultato è stata la distruzione dei centri offensivi dei ribelli di al-Qusayr (nodo di passaggio per armi, munizioni e reclute provenienti dal Libano) e Daraa (situata a 10 km dal confine meridionale con la Giordania e a 30 km a est del confine con Israele). Allo stesso tempo, l’esercito fedele al Presidente Bashar al-Assad ha consolidato la striscia di confine con la Turchia, lunga 50 km, a nord del Governatorato di Latakia (sulle coste mediterranee), attraverso cui venivano riforniti i ribelli con armi e munizioni. Per questa ultima manovra, una divisione di ribelli islamici, circa 15.000 combattenti che occupavano le aree del governatorato di Hama, a nord di al-Qusayr (Homs), è stata isolata da un’altra divisione di ribelli operanti nel vicino governatorato di Idlib. Il 27 maggio 2013, il senatore repubblicano John McCain, accompagnato dal comandante dell’esercito ribelle, il generale Idris Salim, ha attraversato il confine tra Turchia e Siria per incontrare la brigata dei combattenti guidata da Mohammed Nur. Quel giorno McCain e Idris hanno incontrato, nella città turca di Gaziantep, i comandanti dei gruppi islamisti di al-Qusayr, Homs, Hama, Idlib, Aleppo, Daraa e provincia di Damasco. McCain ha avuto colloqui con funzionari di Ankara, ha visitato il contingente statunitense ufficialmente preposto ai sistemi missilistici Patriot nella base militare di Incirlik. Il viaggio del senatore statunitense è stato organizzato dalla SETF (Task force di emergenza siriana), una ONG statunitense che sostiene l’opposizione siriana. Uno dei più importanti risultati tratti da McCain, era che il primo ministro turco Erdogan ha iniziato lo smantellamento dei centri di raccolta dei mercenari e degli islamisti in Turchia, rifiutandosi di consentire il transito di armi e munizioni verso la Siria. Coincidenza o no, il 30 maggio 2013 nel centro di Istanbul è esplosa la protesta “spontanea” contro il primo ministro Erdogan, che si è amplificata secondo gli schemi dei movimenti della “primavera araba”.
Il 9 giugno 2013, l’esercito siriano fedele al Presidente Bashar al-Assad ha lanciato l’operazione “Tempesta del Nord”, l’offensiva per sgomberare il governatorato di Aleppo nella Siria nord-occidentale. Si prevede che la resistenza armata, formata da 25.000 ribelli islamici, sarà più forte e più lunga di quella di al-Qusayr. Il terreno nelle vicinanze di Aleppo favorisce i difensori, essendo l’area in una depressione circondata da colline e trovandosi a 20-30 km dal confine con la Turchia (sia a nord che ad ovest). Uno dei principi della scienza militare raccomanda che le manovre militari al confine di uno Stato in guerra civile siano pianificati con l’intenzione d’intervenire nel conflitto a favore dell’altra parte. Ora che i ribelli stanno per essere sconfitti da Bashar al-Assad, l’esercito statunitense ha iniziato in Giordania l’operazione “Eager Lion” per un periodo di 12 giorni, che coinvolge 8.000 truppe di Paesi arabi, Stati Uniti (4500) e Regno Unito. L’Expeditionary Unit 26 è formata dalla nave d’assalto anfibio USS Kearsarge, arrivata il 14 maggio 2013 nel porto israeliano di Eilat, dove ha sbarcato il 3° battaglione marines dotato di LAV-25 e AAVP-7A1 e lo Squadrone 226 di supporto, dotato di V-22 Osprey. Oltre a queste due unità, l’esercito statunitense è attualmente impegnato in manovre con le batterie dei MIM-104 Patriot, unità dell’esercito e un certo numero di squadroni di F-16.
Il nord-est della Giordania, luogo delle esercitazioni, è zona di responsabilità del comando orientale giordano. In questo comando vi è la 2° Brigata meccanizzata della guardia, composta da due battaglioni meccanizzati equipaggiati con 80 veicoli da combattimento della fanteria M113, un battaglione blindato dotato di 40 carri modernizzati M60A3 Patton e una divisione con 24 obici semoventi M109. A tutto questo si aggiunge la 90° Brigata meccanizzata dell’esercito giordano composto da due battaglioni meccanizzati. La 3° Divisione corazzata è la forza strategica dell’esercito giordano consistente nelle 40°, 60° e 91° Brigata, ciascuna dotata di 90 carri armati al-Hussein (carri armati britannici FV4030/4 Challenger 1 modernizzati dalla giordana KADDB). L’aviazione giordana dispone di 12 F-16A Block-15 e 34 F-16AM Block-40, comprati usati da Belgio e Olanda, e 29 elicotteri d’attacco AH-1F Cobra. Questo esercito, sotto il comando degli Stati Uniti, non può eseguire che operazioni offensive limitate nel tempo e nella portata contro la Siria. Può tuttavia creare un corridoio di “esfiltrazione” in Giordania per le divisioni ribelli musulmane, circondate dall’esercito siriano a Idlib e Hama. Perché è così importante per gli Stati Uniti non lasciare che i mujahidin cadano prigionieri dei siriani? Ecco una domanda alla quale vi invito a rispondere nella sezione commenti.
A causa del logoramento delle unità dell’esercito siriano, dopo due anni di guerra civile, il corpo giordano-statunitense può entrare, in 24 ore per quasi 300 km dal confine giordano, bypassando Damasco fino a Idlib. La difesa aerea siriana è composta da 8 batterie missilistiche S-200 Angara (SA-5), 50 batterie di Dvina/S-75M (SA-2) e S-125 Neva/S-125M Pechora, da 20 batterie di missili 2K12 Kub (SA -6), 14 batterie di 9K33 Osa (SA-8) e 12 batterie di Pantsir-S1E (SA-22). Dopo aver discusso e sviluppato il piano, si nota lo schieramento di aerei giordani e statunitensi nella zona degli scontri di Idlib, cosi come di 5-6 batterie di Dvina/S-75M (SA-2) e di S-125 Neva/S-125M Pechora.

Valentin Vasilescu, pilota ed ex-vicecomandante delle forze militari a Otopeni, laurea in Scienze Militari presso l’Accademia di Studi Militari a Bucarest nel 1992.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il sogno degli Stati Uniti si schianta in Asia centrale

Atul Bhardwaj (India) Purple BeretsOriental Review 13 maggio 2013

198224475Il 3 maggio, un aereo cisterna KC-135 dell’aeronautica degli Stati Uniti si è schiantato nel nord del Kirghizistan. Tutti e tre i membri dell’equipaggi a bordo sono rimasti uccisi. In precedenza, il 27 aprile, quattro aviatori statunitensi sono morti quando un aereo da sorveglianza e ricognizione MC-12 si è schiantato nel sud dell’Afghanistan. Il 30 aprile, un’altra tragedia si è avuta quando un cargo Boeing 747 si è schiantato poco dopo il decollo nella base militare statunitense di Bagram, in Afghanistan. Tutte le sette persone a bordo sono morte. Il velivolo era impiegato dalla National Air Cargo, una controllata delle National Airlines della Florida. Nell’anno in corso, l’incidente dell’aero-cisterna è stato l’ottavo riguardante un aereo militare statunitense impegnato nelle operazioni in Afghanistan. Quattro elicotteri, un aereo da combattimento F-16 e un velivolo Beachcraft MC-12 Liberty dell’USAF sono tra i velivoli schiantatisi.
Le perdite di elicotteri sono regolari in Afghanistan e ricevono una copertura mediatica di routine.  Tuttavia, dato che gli incidenti degli aerei ad ala fissa sono rari, ricevono molto più spazio nei media. Gli incidenti aerei sono causati da vari motivi, ma un grande fattore nella maggior parte dei disastri aerei è la fatica degli equipaggi e l’eccesso di fiducia, che spesso emergono durante campagne militari prolungate. La ultradecennale campagna statunitense in Afghanistan s’è dimostrata essere assai impegnativa per gli effettivi delle forze armate degli Stati Uniti e gli effetti negativi iniziano a mostrarsi. Il KC-135 è precipitato vicino a Manas, la base militare statunitense presso la capitale del Kirghizistan Bishkek. Viene utilizzato dai militari degli Stati Uniti come base logistica nel trasferimento di attrezzature e truppe dentro e fuori l’Afghanistan. Manas è stata creata nel 2001 ed è sede di una flotta di aerei-cisterna con 1.500 effettivi statunitensi. Manas è stata il pomo della discordia tra Stati Uniti e la nazione ospitante, il Kirghizistan. Nel 2009, il Kirghizistan aveva affittato il terreno agli Stati Uniti per 60 milioni di dollari all’anno. Il contratto scadrà nel giugno 2014. Washington vuole una proroga del contratto di locazione, al fine di garantirsi il regolare ritiro delle truppe dall’Afghanistan, ma Bishkek è decisa a porre fine all’accordo sull’affitto.
Perdere un aereo in un Paese straniero non è una novità per gli USA, che gestiscono più di 800 basi militari all’estero. Da quando gli Stati Uniti sono profondamente coinvolti nelle operazioni militari in tutto il mondo, è naturale che vi perdano velivoli e uomini. Fino a quando gli statunitensi utilizzano aerei con o senza piloti nello spazio aereo internazionale, va bene. Tuttavia, quando violano lo spazio aereo di una nazione sovrana, cominciano i guai. Ad esempio, quest’anno, a metà  marzo, un drone MQ-1 Predator degli Stati Uniti, in ricognizione sul Golfo Persico, è stato intercettato da caccia iraniani. Alla fine, la questione si risolse dopo un duello verbale. Il drone venne scortato alla base da due aerei militari statunitensi. Tuttavia, nel novembre dello scorso anno gli iraniani spararono contro dei droni statunitensi. Nel dicembre 2011, l’Iran catturò un drone da ricognizione statunitense RQ-170, conosciuto come la ‘Bestia di Kandahar’. Il video del drone con le ali e il corpo completamente intatti fu diffuso dagli iraniani come prova per aver “spezzato” il codice del sistema di comunicazioni dell’RQ-170, facendolo atterrare in modo sicuro in un aeroporto dell’aviazione iraniana rimasto ignoto. Tuttavia, gli statunitensi reagirono aspramente alle affermazioni iraniane e dissero che l’RQ-170 si era schiantato in territorio iraniano.
L’incidente più pubblicizzato che coinvolse un aereo statunitense avvenne il 1° aprile 2001, quando un velivolo d’intelligence elettronica dell’US Navy EP-3E ARIES II, segnalò di aver avuto una collisione in volo con un intercettore J-8II della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN), sopra una zona economica esclusiva cinese. L’incidente sul Mar cinese meridionale causò l’uccisione del pilota cinese e l’atterraggio forzato dell’EP-3E sull’isola di Hainan. L’EP-3 era decollato dalla base aerea statunitense di Kadena a Okinawa, in Giappone. Presso l’isola di Hainan tutti i 24 membri dell’equipaggio dell’EP-3 furono catturati dai cinesi. Dopo le trattative, gli Stati Uniti scrissero una “lettera di doppie scuse” e la Repubblica popolare cinese rilasciò l’equipaggio.
Il più tragico incidente nella storia militare degli Stati Uniti accadde sul suolo canadese. Il 12 dicembre 1985, un aereo di linea DC-8-63CF, di un volo internazionale charter per il trasporto truppe statunitensi dal Cairo, in Egitto, alla base di Fort Campbell, Kentucky, via Colonia, in Germania, e Gander, a Terranova, si schiantò sulla pista di quest’ultima subito dopo il decollo. Tutti i 256 passeggeri, che appartenevano alle forze armate degli Stati Uniti, e l’equipaggio a bordo morirono. Il rapporto d’inchiesta sull’incidente ne individuò la causa nel: malfunzionamento dell’apparecchiatura, errore del pilota, impatto con un volatile o azione nemica. Tuttavia, indipendentemente dalle ragioni dell’incidente, i contribuenti degli Stati Uniti continueranno a perdere soldi, a meno che, naturalmente, l’amministrazione statunitense decida di ridurre l’impegno militare all’estero fornendo riposo e recupero ai propri soldati affaticati.

L’autore è un ricercatore presso la Scuola di Studi Liberali dell’Università Ambedkar, Delhi. È un alunno del College del Re, Londra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria e l’esaurimento psicologico washingtoniano

Dedefensa, 30 aprile 2013

603046L’articolo di Ben Hubbard, sul New York Times del 28 aprile 2013, ha causato scalpore. Tutti trattengono il fiato e continuano a rimbombargli  nella testa la frase centrale e simbolica del testo: “Da nessuna parte, nelle zone controllate dai ribelli, vi è una fazione combattente laica degna di questo nome”. Ciò significa che i ribelli che combattono Assad, in Siria, oggi non sono in generale che gruppi estremisti islamici, compresi quelli che i pianificatori washingtoniani riconoscono essere molto più pericolosi dello stesso Assad. Lo spettacolo descritto da Hubbard agghiaccia gli editorialisti del Sistema, e noi crediamo che sia stato scritto con questo intento…
Nella seconda città più grande della Siria, Aleppo, i ribelli allineatisi con al-Qaida controllano la centrale elettrica, i panifici e una corte che applica la legge islamica. Altrove, hanno occupato giacimenti di petrolio del governo, che potrebbero riattivare subito beneficiando del greggio che producono. In tutta la Siria, aree controllate dai ribelli sono punteggiate da tribunali islamici gestiti da avvocati e chierici, e da brigate combattenti guidate da estremisti. Anche il Consiglio supremo militare, l’organizzazione ombrello delle formazioni ribelli, con cui l’occidente sperava di emarginare i gruppi radicali, è pieno di comandanti che vogliono imporre la legge islamica con un futuro governo siriano. In nessuna parte controllata dai ribelli in Siria c’è una forza combattente secolare di cui parlare. Questo è il paesaggio che il Presidente Obama affronta mentre pensa a come rispondere alla crescente evidenza che ufficiali siriani hanno usato armi chimiche, attraversando la “linea rossa” che aveva tracciata. Più di due anni di violenze hanno radicalizzato l’opposizione armata che combatte il governo del Presidente Bashar al-Assad, lasciando pochi gruppi che condividono la visione politica degli Stati Uniti e che hanno la forza militare per andare avanti.”
Due giorni dopo, il 30 aprile 2013, il pomposo e maestoso quotidiano di riferimento giunge al culmine con un editoriale che simbolicamente afferma la posizione del giornale, dettagliando senza necessariamente voler essere appariscente, ma in modo particolare, le contraddizioni della posizione degli Stati Uniti (e del blocco BAO) in Siria, e quindi la paralisi che ne risulta. Considerando per lo meno contraddittorio e irresponsabile la posizione dei falchi al Congresso, tra cui i due amigos inevitabili Graham e McCain, l’editoriale nota che BHO ha agito con cautela, finora, ma che è intrappolato dalla visualizzazione della “linea rossa” per un intervento più deciso degli Stati Uniti, nel caso di uso di armi chimiche; e che se si scoprisse che vi è stato uso di queste armi, bisognerebbe agire per BHO; e questo sarebbe necessariamente a favore dei ribelli, ma ciò potrebbe essere catastrofico, perché è ormai chiaro, come abbiamo visto, che i “ribelli combattenti” islamisti sono più pericolosi di Assad…
A differenza di McCain e Graham, che hanno accusato il presidente Obama perfino del ritiro delle truppe dall’Iraq e che hanno cercato di indurlo ad un atteggiamento più militarista contro l’Iran, il presidente cerca di districare gli Stati Uniti dai conflitti d’oltremare e, di conseguenza, è stato molto cauto sul coinvolgimento militare in Siria. Ma potrebbe cambiare idea, ora che le forze di Assad vengono accusate di usare armi chimiche. Lo stesso Obama si è messo con le spalle al muro quando ha avvertito il leader siriano che l’uso di armi chimiche costituirebbero una “linea rossa” e un “punto di svolta”, suggerendo fortemente, forse incautamente, che attraversando quella riga scatterebbe qualche tipo di azione statunitense. L’incapacità di agire ora potrebbe essere fraintesa da Assad, come dai leader di Iran e Corea del Nord, i cui programmi nucleari sono sul radar degli Stati Uniti.  Obama deve agire solo se ha una documentazione convincente che il gas sarin sia stato utilizzato in un attacco da parte delle forze siriane, e che non sia il risultato di un incidente o di fertilizzanti. Il Financial Times ha riferito che la prova si basa su due distinti campioni prelevati dalle vittime degli attacchi. Con la guerra civile in Siria, che ora entra nel terzo anno e il bilancio delle vittime a oltre 70.000, la posizione è peggiorata. Assad resta al potere, le divisioni settarie si sono intensificate e i rifugiati nei Paesi limitrofi sono destabilizzanti. Ancor più preoccupante, i jihadisti legati ad al-Qaida sono diventati la forza di combattimento dominante e, come Ben Hubbard ha riportato su The Times, ci sono pochi gruppi di ribelli che condividono la visione politica degli Stati Uniti e che hanno la forza militare per andare avanti. Non ci sono mai stati facili opzioni per gli Stati Uniti in Siria, che non sono migliorate nel tempo. E la Russia e l’Iran che supportano Assad, meritano una particolare condanna. Senza il loro sostegno Assad non sarebbe durato così a lungo. Eppure, il Paese è importante per la stabilità regionale. Obama deve presto chiarire come ha intenzione di usare l’influenza americana nel trattare la minaccia jihadista e il finale di partita in Siria“.
In precedenza, un altro articolo sullo stesso giornale del 28 aprile 2013, attaccava le posizioni dei “consulenti [che] non sono pagatori“, di vari parlamentari e di altri che raccomandano “una forte azione” in Siria, sulla base di informazioni sull’uso di armi chimiche di cui è nota la poetica verità, ma che ognuno si sente in dovere di darvi un qualche credito. Si tratta, in questo caso, soprattutto per i falchi del Congresso come Graham-McCain e pochi altri, di avere come risultato un pasticcio enorme.
“...Domenica scorsa, molti repubblicani, tra cui i senatori Lindsey Graham del South Carolina e John McCain dell’Arizona, entrambi membri del Comitato per i Servizi Armati, che fanno le loro usuali apparizioni nei talk show televisivi avvertendo che l’assenza di un intervento in Siria favorirebbe nazioni come l’Iran e la Corea del Nord. “Se manteniamo questo approccio inattivo verso la Siria, con l’attuale indecisione verso la Siria, con questa sorta di azione senza scopo, inizieremmo una guerra con l’Iran perché l’Iran considererà la nostra inazione in Siria come una nostra mancanza di serietà sul loro programma di armi nucleari”, ha detto Graham al programma della CBS “Face the Nation”. Graham ha aggiunto: “Non c’è niente che si può fare in Siria senza rischi, il rischio maggiore è uno Stato fallito le cui armi chimiche cadano nelle mani degli islamisti radicali, che si stanno riversando in Siria.[...] Il senatore Saxby Chambliss, repubblicano della Georgia, anch’egli nel Comitato di servizi armati, ha detto a “Face the Nation” che aveva parlato la settimana prima con il re Abdullah II di Giordania di una no-fly zone, mentre il rappresentante Mike Rogers, repubblicano del Michigan e presidente del Comitato per l’Intelligence della Camera, ha detto che i deputati hanno ricevuto informazioni classificate che suggeriscono che il governo di Assad abbia usato armi chimiche negli ultimi due anni. “Il problema è, come si sa, che il presidente ha tracciato la linea,” ha detto Rogers al programma dell’ABC “This Week. “E non può essere una linea tratteggiata. Non può essere altro che una linea rossa. E più che la Siria, è l’Iran presta attenzione a ciò. La Corea del Nord presta attenzione a ciò”. I repubblicani convengono che gli Stati Uniti non dovrebbero mandare le truppe di terra. “La cosa peggiore che gli Stati Uniti potrebbero fare in questo momento è inviare truppe sul terreno in Siria”, ha detto  McCain al programma della NBC “Meet the Press”. “Cosa che metterebbe il popolo contro di noi”. I democratici, tra cui la senatrice Claire McCaskill del Missouri e il deputato Keith Ellison del Minnesota, sembrano meno propensi ad intensificare gli aiuti militari e ad aspettare che venga fornita assistenza umanitaria ai siriani che hanno abbandonato la lotta“.
Certamente non pretendiamo, con queste varie citazioni e i commenti che li accompagnano, di apportare nulla di nuovo a fatti ed eventi, come abbiamo visto altrove non sono che materiale sfuggente e improbabile per una guerra delle comunicazioni di cui nessuno controlla il senso e ne comprende davvero gli obiettivi. Piuttosto, si misura l’evoluzione del clima di Washington, che diffonde la sua schizofrenia indiscriminatamente, indubbiamente perché non è più possibile nascondere l’impotenza che ha portato questo stato. Il New York Times non esita più a descrivere la verità catastrofica della situazione sul terreno, e a scrivere editoriali dove ciò che viene scritto viene contraddetto, in successione, chiedendo di fare qualcosa in Siria ma che è impossibile fare qualcosa in Siria. Anche un’illuminata esaltata come Lindsay Graham, non si è nemmeno presa la briga di rimuovere o anche ridurre gli argomenti che contraddicono immediatamente la sua tesi guerrafondaia, citandoli subito dopo. Così dice che è necessario intervenire in modo netto in Siria (l’”utilizzazione” di armi chimiche) se no, Assad, Kim della Corea del Nord ed i mullah iraniani potranno facilmente schernire il potere americanista, aggiungendo subito che il peggior disastro (“il rischio peggiore“) è che i ribelli islamici catturino le armi chimiche (e non Assad che rimane al potere?), cosa che accadrebbe indubbiamente se gli USA saranno coinvolti “nettamente” in Siria, cioè aiutando i ribelli contro Assad, dal momento che gli unici ribelli combattenti, dice il New York Times, sono gli islamisti.
Ciò che è notevole non è il regno del sofismo, come abbiamo già descritto: si sapeva, naturalmente, e lo sapevamo. (Potremmo chiamarlo “sofisma siriano”, non avendo lo spirito di parlare di “sofismo libico” quando le stesse circostanze si manifestarono in Libia.) Ciò che è notevole è che Washington non prova nemmeno a rimuovere l’uno o l’altro dei suoi termini per argomentare meglio il suo caso, ma sembra abbandonare ogni speranza di contenere questa ondata di contraddizioni che alimenta proprio i sofismi in cui sono immersi gli USA (blocco BAO), dopo due anni di attività del tutto irresponsabili, o meglio infraresponsabili, intorno la Siria. Questo clima speciale che  miscela un’eruttazione belligeranza, ma usurata, e di paura alquanto esaurita dalle conseguenze di questo bellicismo, viene evidenziato con particolare forza dall’affermazione di McCain che gli Stati Uniti non invieranno nessuna truppa sul terreno in Siria (“La cosa peggiore che gli Stati Uniti potrebbero fare in questo momento, è inviare truppe sul terreno in Siria“). Questo è, però, un’opzione già ampiamente discussa dagli estremisti del Partito della Guerra di cui McCain è una delle fonti d’ispirazione più forte. (Per aggiungere la solita ciliegina sulla torta, necessaria e inevitabile quando si parla di Siria, riportiamo il giudizio di Shamus Cooke su Antiwar.com del 30 aprile 2013, secondo cui Obama, ancora molto misurato nelle sue opzioni interventiste, viene ampiamente superato “a sinistra” dai militari che sono più che mai contrari a qualsiasi intervento.) Questa specie di decomposizione delle trincee dialettiche e consolidate di Washington, che si è avuta finora, sembra indicare un interessante avanzamento del processo di dissoluzione, se non di entropizzazione dei giudizi sulla situazione in Siria e sulle opzioni politiche degli Stati Uniti. La psicologia dei leader americanisti comincia a sembrare seriamente infettata dai fattori dissolventi della “guerra siriana.” Ed alla luce dell’allarme “vero-falso” sull’uso, manipolato o meno, delle armi chimiche, in un momento in cui si misura l’intensa fatica psicologica di questi vari figuranti del Sistema, permettendo all’infezione di penetrare facilmente; questa intensa stanchezza, prossima all’esaurimento psicologico, grazie a una crisi che non giunge a determinare un parossismo che interessa il sistema, ma che s’impantana e l’impantana (“pantano critico”), in una sorta di amorfismo per loro incomprensibile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il cancro di Chavez è causato da un complotto statunitense?

Contrainjerencia 6 gennaio 2013

gty_hugo_chavez_ll_110929_wblogNel dicembre 2011, il presidente venezuelano Hugo Chavez aveva detto gli Stati Uniti potrebbero aver sviluppato la tecnologia per indurre il cancro su alcuni leader latino-americani, dopo che alla sua alleata e omologa dell’Argentina, Cristina Fernandez, era stato diagnosticato il male. “E’ molto, molto, molto strano che il cancro abbia colpito il presidente (del Paragay, Fernando) Lugo, e Dilma (Rousseff, presidente del Brasile). Grazie a Dio, Lugo ha superato il male (…) poi è toccato a me e “bam”, entrando in un anno elettorale, un paio di giorni dopo Lula e ora Cristina“, aveva detto Chavez alla televisione. Oggi che il leader bolivariano è ricoverato in ospedale a L’Avana, in una situazione descritta come “delicata”.
Il sito Contrainjerencia che individua e denuncia l’ingerenza straniera in America Latina, chiede ai lettori di rispondere a un sondaggio la cui domanda è la seguente: “Considerando ciò che ha subito il leader venezuelano Hugo Chávez, e l’ostilità imperiale verso di lui… pensi che il cancro possa essere il risultato di un complotto statunitense?
In quel discorso del 2011, Chavez aveva invitato i leader della Bolivia, Evo Morales, e dell’Ecuador, Rafael Correa, ad essere attenti alla salute. “La buona volontà si prenderà molta cura di Evo, Evo attenzione, attenzione Correa, naturalmente non si sa (…) quante cose siano state sviluppate dai paesi più potenti“. “Stanno cercando di destabilizzare nientedimeno che la Russia, una potenza nucleare mondiale, vedendo fino a che punto arriva la follia dell’impero, e tutta l’orchestra dei media internazionali scommette contro il candidato presidenziale Vladimir Putin“, aveva detto.

L’esercito USA ha pensato di uccidere dei leader con le radiazioni, durante la Guerra Fredda
Robert Burns – The Associated Press 9 ottobre 2007
Army Times

clip_image011In uno dei più lunghi segreti della Guerra Fredda, l’esercito ha esplorato la possibilità di usare veleni radioattivi per assassinare “persone importanti”, come capi militari o civili, secondo dei documenti recentemente declassificati ottenuti dall’Associated Press. Approvato ai più alti livelli dell’esercito nel 1948, il ben occultato piano, perseguito dai militari nel “nuovo concetto di guerra”, usava materiale radioattivo prodotto con la bomba atomica, per contaminare il territorio o basi militari, fabbriche o formazioni di truppe del nemico. Gli storici militari che hanno svolto ricerche sul grande programma di guerra radiologica, hanno detto che non avevano mai avuto prima una prova che esso includesse la ricerca di un’arma per assassinio. Mirare a personaggi pubblici, in questi attacchi, non è una cosa inaudita.
L’anno scorso, un ignoto aggressore aveva usato una piccola quantità di polonio radioattivo-210 per uccidere il critico del Cremlino Alexander Litvinenko, a Londra. Non sono citate persone vittime dell’arma per assassinio, nei documenti governativi declassificati in risposta ad una richiesta del Freedom of Information Act presentata dall’AP nel 1995. I documenti vecchi di decenni sono stati rilasciati di recente all’AP, pesantemente censurati dal governo per rimuovere le note relative agli agenti della guerra radiologica e altri dettagli. La censura riflette la preoccupazione per il potenziale utilizzo di veleni radioattivi come arma; si tratta  più di una nota storica, ma si crede che ciò venga studiato dagli attuali terroristi per attaccare obiettivi statunitensi. I documenti non danno alcuna indicazione se l’arma radiologica per l’assassinio mirato di individui di alto rango sia mai stata usata o addirittura sviluppata dagli Stati Uniti, e resta poco chiaro fino a che punto sia arrivato il programma dell’esercito.
Una nota del dicembre 1948 delinea il programma, e un altro promemoria di quel mese indicava che era avviato. Le sezioni principali di diverse relazioni successive, nel 1949, sono state rimosse dalla censura prima del rilascio all’AP. Lo sforzo più ampio sugli usi offensivi della guerra radiologica apparentemente finì nel 1954, almeno in parte a causa della condanna del Dipartimento della Difesa, secondo cui le armi nucleari erano una scommessa migliore. Se il lavoro è passato a un’altra agenzia, come la CIA, non è chiaro. Il progetto è stato definitivamente approvato nel novembre 1948 ed iniziò il mese successivo, solo un anno dopo la creazione della CIA, nel 1947. Fu un periodo turbolento della scena internazionale. Nell’agosto 1949, l’Unione Sovietica testò con successo la sua prima bomba atomica, e due mesi dopo i comunisti di Mao Zedong trionfarono nella guerra civile cinese.
Mentre gli scienziati statunitensi sviluppavano la bomba atomica, durante la seconda guerra mondiale, venne riconosciuto che agenti radioattivi, utilizzati o creati nel processo di produzione, avevano un potenziale letale. La prima relazione pubblica del governo sul progetto della bomba, pubblicata nel 1945, rilevava che i prodotti radioattivi della fissione di un reattore alimentato ad uranio, avrebbero potuto essere estratti e utilizzati “come forma particolarmente crudele di gas velenosi.” Tra i documenti comunicati all’AP, vi è una nota dell’esercito del 16 dicembre 1948, etichettata segreto, che descrive un programma accelerato per sviluppare una varietà di materiali radioattivi per scopi militari. I lavori per un’”arma sovversiva per l’attacco di individui o di piccoli gruppi” venne indicata come una priorità secondaria, da limitarsi a studi di fattibilità e a sperimentazioni. Le priorità indicate erano:
• Armi per contaminare “zone popolate o comunque critiche per lunghi periodi di tempo.”
• Munizioni combinanti esplosivi ad alto potenziale con materiale radioattivo “per infliggere danni fisici e contaminazione radioattiva nello stesso tempo.”
• Armi aeree e/o di superficie che avrebbero diffuso contaminazione su una zona da evacuare, rendendola così inutilizzabile da parte delle forze nemiche.
L’obiettivo dichiarato era produrre un prototipo per la prima e la seconda arma prioritaria, entro il 31 dicembre 1950. La quarta priorità riguardava “munizioni per attaccare singoli individui” con agenti radioattivi per i quali non vi è “alcuna possibilità di terapia.” “Questa classe di munizioni venne proposta per l’utilizzo da parte di agenti segreti o unità sovversive, in attacchi letali contro piccoli gruppi di individui importanti, ad esempio, in occasione di riunioni di leader civili o militari“, ha detto.
L’assassinio di figure straniere da parte di agenti del governo degli Stati Uniti non era esplicitamente vietata per legge, fino a quando il presidente Gerald R. Ford firmò un ordine esecutivo nel 1976, in risposta alle rivelazioni che la CIA aveva tentato, nel 1960, di uccidere il presidente cubano Fidel Castro, anche per avvelenamento. Il 16 dicembre 1948, l’appunto indicava che un attacco letale contro individui, utilizzando materiale radioattivo, doveva essere eseguito in modo da rendere impossibile rintracciarne il coinvolgimento del governo degli Stati Uniti; un concetto noto come “negazione plausibile”, fondamentale per le azioni segrete statunitensi. “L’origine della munizione, il fatto che un attacco è stato effettuato e il tipo di attacco non devono essere determinabili, se possibile”, diceva. “La munizione non deve essere appariscente e deve essere facilmente trasportabile.”
Agenti radioattivi furono ritenuti ideali per questo impiego, indica il documento, a causa della loro elevata tossicità e per il fatto che gli individui interessati non potevano sentirne l’odore, il gusto o comunque percepire l’attacco. “Dovrebbe essere possibile, ad esempio, sviluppare una munizione molto piccola che potrebbe funzionare in modo impercettibile e che avrebbe creato un’invisibile ma altamente letale concentrazione in una stanza, con gli effetti evidenziabili solo dopo l’attacco“. “Il periodo per gli effetti letali potrebbe, si ritiene, essere controllato dalla quantità di agente radioattivo disperso. Le tossicità dovrebbero essere tali che dovrebbero richiedere concentrazioni relativamente elevate, in base al peso, per dei primi effetti letali, e che anche tali concentrazioni possano essere maneggiabili.”
Tom Bielefeld, un fisico di Harvard che ha studiato il problema delle armi radiologiche, ha detto che mentre non aveva mai sentito parlare di questo progetto, gli obiettivi tecnici sembravano fattibili. Bielefeld ha osservato che il polonio, l’agente radioattivo usato per uccidere Litvinenko nel novembre 2006, è il solo ad avere le caratteristiche adatte per la missione letale descritta nella nota del 16 dicembre 1948. Barton Bernstein, professore di storia della Stanford che ha fatto ricerche approfondite sugli sforzi militari degli Stati Uniti nella guerra radiologica, ha detto di non credere che questo aspetto sia già venuto alla luce. “Questo è uno di quegli elementi che ci sorprende, ma non ci deve scandalizzare, perché nella guerra fredda tutti i modi di uccidere le persone, in ogni modo disumano, barbaro e peggio ancora, venivano periodicamente contemplati agli alti livelli del governo statunitense, in quello che veniva visto come una guerra giusta contro un nemico odiato e odioso“, ha detto Bernstein.
“Il progetto era gestito dal Corpo Chimico dell’US Army, comandato dal Magg. Gen. Alden H. Waitt, e supervisionato dall’ormai defunta agenzia delle Forze Armate, Programma per le Armi Speciali. Il Primo capo del progetto fu il Maggior-Generale Leslie R. Groves, capo dell’esercito nel Progetto Manhattan che realizzò le prime bombe atomiche. Il progetto radiologico venne approvato dal successore di Groves“, il Maggior-Generale Kenneth D. Nichols. I documenti rilasciati erano nei dossier del Programma Armi Speciali delle Forze Armate, in possesso dei National Archives.
Tra i funzionari indicati nella nota del 16 dicembre vi erano Herbert Scoville, Jr., direttore tecnico del Programma Armi Speciali delle Forze Armate e successivamente vicedirettore della CIA per la ricerca, e Samuel T. Cohen, fisico della Rand Corp. che aveva lavorato al Progetto Manhattan. Il primo via libera all’esercito nel proseguire il programma di armi radiologiche venne dato nel maggio 1948, un momento della storia degli Stati Uniti, dopo il riuscito bombardamento atomico del Giappone alla fine della seconda guerra mondiale, in cui l’esercito era impaziente di esplorare le implicazioni della scienza atomica nella guerra futura.
Una nota del luglio 1948 delinea l’intento del programma, prima di specificare di aver ricevuto l’approvazione finale, il cui obiettivo chiave era la contaminazione di lunga durata di aree terrestri di grandi dimensioni, in cui i residenti, a meno che le aree non fossero state abbandonate, probabilmente sarebbero morti per le radiazioni tra uno e 10 anni. “Si pensi che si trattava di un nuovo concetto di guerra, i cui risultati non potevano essere previsti“, affermava.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

La dissoluzione delle forze armate statunitensi

Dedefensa

Alla luce dello scandalo Petraeus che si allarga, è necessario riflettere sulle condizioni dell’evoluzione strutturale delle forze armate americaniste, il cardine del sistema di pressione offensiva e d’azione aggressiva nella crisi terminale del sistema. (In effetti, il comportamento offensivo dell’aggressione, a dimostrazione della superpotenza del sistema, apparentemente e paradossalmente rientra nella crisi terminale del sistema, in quanto la dinamica della superpotenza diventa sistematicamente una dinamica dell’autodistruzione.)
Il nostro scopo qui, è annunciato anche nella nota del testo presente, sempre del 14 novembre 2012: “… (La) situazione generale di estremamente rapida dissoluzione degli Stati Uniti d’America, che accelera sotto i nostri occhi con la dissoluzione delle istituzioni basilari (come i militari, su cui abbiamo il diritto ad iniziare a chiederci se non siano entrati in un processo di devastazione interna, attraverso le varie misure avviate nei confronti di generali e ammiragli).” Pertanto, è ovvio che l’oggetto del testo di riferimento (secessione o “rimessicanizzazione”) rientri nel medesimo campo trattato in questa sede, rappresentato anche dalla stessa parola “dissoluzione” nel titolo e nel testo. Consideriamo qui quello che è quasi certo, formalmente e informalmente, vale a dire il comportamento degli attuali capi militari che lo scandalo Petraeus ha rivelato, dopo vari esempi precedenti in questo campo. Tutto ciò è ovviamente suscettibile di ulteriori gravi peggioramenti, sia sulla base di ciò che è già noto, che con nuovi altri scandali.
Da tutto questo, scaturisce un “clima” spaventoso sui comportamenti e regole con cui questi personaggi stellati dirigono le forze armate e su come svolgono la missione, in particolare, d’insegnare lo spirito almeno con l’esempio. Anche se questi casi non sono necessariamente condannabili, questo “clima” rivela, nell’orgia di sfarzo e privilegi che caratterizzano le cariche di generali e ammiragli, uno straordinario potere di corruzione psicologica e tutto ciò che esso nutre. Nella cronaca di Danger Room del 13 novembre 2012, Noah Shachtman e Spencer Ackerman descrivono l’atmosfera terribile che caratterizzava la conferenza stampa, quello stesso giorno, al Pentagono, mentre il nuovo coinvolgimento del generale Allen (successore di Petraeus in Afghanistan e anche suo compare nelle frequentazioni sociali ed emotive) allargava lo scandalo Petraeus. Si trattava per la gente del Pentagono, di negare assolutamente qualsiasi traccia di scandali sessuali, rischi per la sicurezza nazionale, e così via… “A sentire il Pentagono, dicono, non c’è alcuno scandalo che faccia deragliare le promozioni dei comandanti sul campo in Afghanistan. Non c’è nessun rischio per la sicurezza, non ci sono relazioni sessuali e non ci può essere stato nulla di più di uno scambio di un paio di e-mail…” Alla fine del loro articolo, gli autori evidenziano la bolla di privilegi straordinari ed esorbitanti di questi comandanti slegati dalla realtà, e quindi dalle loro truppe, dagli incubi e dagli orrori della guerra, dall’evoluzione delle condizioni generali negli Stati Uniti e nei paesi in cui gli Stati Uniti intervengono…
Se c’è un possibile aspetto positivo di questa nube piuttosto strana e sgradevole, è che tali scandali possono provocare una rivalutazione di come i militari trattano i propri generali di rango più elevato. Oggi, molti tre e quattro stellette sono coccolati come i reali britannici, e noi tutti sappiamo il genere di problemi in cui tali Windsor s’infognano. “Mi preoccupa la strisciante lercia cultura”, dice a Danger Room un ex alto ufficiale. “Sono così lontani dalla realtà quotidiana, non se ne curano del tutto. Ci sono troppi orpelli e prebende, troppi benefici”, dice l’ex ufficiale. “Traghettato da un posto all’altro su SUV neri. Alcuni di loro hanno i propri aerei. Aiutanti gli prenotano la cena, prendono i loro vestiti puliti e gli cucinano anche la cene. Molti dei tizi che dirigono  grandi corporation non vivono così alla grande. Ma tutto gli sembra perfettamente normale”.”
Queste condizioni implicano un tremendo indebolimento psicologico per le élite militari, legate solo alla tutela e al godimento dei propri privilegi, da un lato, e alla lotta costante con gli altri centri di potere per garantirsi la carriera, dall’altro lato. I conflitti in corso sono lasciati alle cure delle pubbliche relazioni che riproducono in stile postmoderno le “vittorie”, del tipo in cui Petraeus era un maestro, senza la minima preoccupazione o rifiuto per la corruzione o il decadimento delle situazioni alla base di una struttura da superpotenza sempre più ossificata. Lo scandalo Petraeus è un grande indicatore di questa situazione e, di conseguenza, un acceleratore dell’indebolimento psicologico attuale e del decadimento delle strutture della superpotenza, dovuto alla stessa ragione.
La composizione delle forze armate degli Stati Uniti è completata, all’altro estremo dello spettro, da truppe sempre più minate da un tremendo deterioramento causato dal contagio delle patologie psicologiche davanti all’orrore, la futilità e l’inefficacia delle “guerre” scatenate, e dall’altra da una solitudine “sociale” al centro di quello che è sempre stato inteso come una “grande famiglia” (l’esercito). Questo è essenzialmente e tragicamente oggettivato con il suicidio, che supera ormai il numero delle vittime in combattimento, portando Mike Fayette, di Polymic, a chiedersi il 14 luglio 2012: “Se i membri dei nostri servizi uccidano se stessi più velocemente del “nemico”, ci si può allora chiedere chi sia il vero nemico?” Questa epidemia di suicidi si estende sulla base della crescente popolazione di veterani affetti, spesso, dalle gravi conseguenze patologiche delle loro psicologie devastate.
Il comportamento in combattimento delle forze USA si divide tra le barbarie e crudeltà più cieche e la totale depressione. Le relazioni umane tra i soldati sono ridotte al minimo, riducendo gli atteggiamenti sviluppati o la solidarietà, aggiungendo disumanizzazione alla disumanizzazione insita della guerra postmoderna, facendo di queste guerre una continua latente sconfitta infinita, nascosta e tenuta in soggezione dal tecnologismo overkill della potenza di fuoco americanista-occidentalista. Caratteristica di tutti questi aspetti, naturalmente, è l’assenza di un qualsiasi fondamentale elemento esterno al processo di decadenza e declino, ovviamente suggerendo una risposta alla domanda di Mike Fayette: “Se è il nemico che ci uccide, chi è il nemico, se non noi stessi?
Tutte queste realtà, tutte queste riflessioni suggeriscono e portano a diagnosticare, in modo efficace, un processo di dissoluzione accelerata delle forze armate, dell’istituzione delle forze armate degli Stati Uniti. Questa dissoluzione non si verifica in modo drammatico, brutale, violento (ammutinamento, diserzione, ecc.). È soprattutto un evento psicologico, silenzioso ed interno. Si adatta assolutamente alla crisi generale del sistema, e degli Stati Uniti, naturalmente, tanto nel Pentagono che con il JSF, stesso giro, tutto qui, invece che formare un fattore specifico dovuto alle condizioni della partecipazione alle guerre, come accadeva di solito. Le forze armate degli USA sono tarlate al proprio interno, come del resto gli Stati Uniti e il blocco BAO, con dei volgari e marci comportamenti che non impensieriscono, venendo prima il denaro da consegnare ai banchieri.
Questa situazione interna e relativamente tranquilla, può effettivamente essere aggiornata dal tipo di scandalo rappresentato da quello di Petraeus, colpendo in Petraeus l’eroe militare postmoderno per eccellenza, dunque il più vezzeggiato e il più mediocre contemporaneamente; Petraeus come una sorta di “ultimo uomo” nietzscheano con un’uniforme imbrattata e soffocata da file interminabili di decorazioni, come un albero di Natale sovraccarico di palle colorate (a tale riguardo, i marescialli sovietici dell’era Breznev, che erano specialisti di “Alberi di Natale”, vengono superati di molto).
Lo spettacolo della dissoluzione dell’elite militare degli Stati Uniti, moralmente dissoluta, ma in realtà dalla mediocrità tipica dei servi del sistema, è anch’esso un acceleratore, lo spettacolo del processo di dissoluzione accelera la dissoluzione qui descritta… E, le successive sorprese in serbo per noi a seguito della vicenda Petraeus, ci potranno fare assistere all’ulteriore superpotenza della dissoluzione…
(E infine l’aggiunta di poche righe ironiche “del grande vecchio”, il già ospite William Pfaff, riguardo ai generali “alberi di Natale”, in particolare Petraeus, descritto da un uomo (Pfaff) che ha trascorso molti anni nelle forze armate degli Stati Uniti, fin dagli anni ’50 (13 novembre 2012): “Come ex-militare, sono stato a lungo confuso dalla proliferazione di mostrine e altre decorazioni sul petto degli alti ufficiali dell’esercito di oggi. Il generale Petraeus, che ha lasciato l’accademia militare nel 1974, ora ha il diritto di indossare 45 mostrine e 13 medaglie sulla sua giacca militare (diversi distintivi di unità, ma anche dei paracadutisti di tre eserciti stranieri, oltre il suo). Ha visto un solo combattimento attivo (ma senza doversene occupare) e solo come comandante della 101.ma Divisione Aviotrasportata, durante i tre giorni di operazioni di terra nella guerra del Golfo. La sua decorazione in combattimento è solo la stella di bronzo con V (Valore, senza dubbio mostrato durante la guerra del Golfo). Indossa il distintivo da soldato scelto di fanteria, ma senza la pregiata corona che indica la partecipazione a un combattimento della fanteria.)”

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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