Attacco alla Libia: Perché Odyssey’s Dawn è condannata
marzo 29, 2011 Lascia un commento
Yoichi Shimatsu Global Research, 27 marzo 2011 – Newamericamedia.org
Se c’è mai stato un nome fatidico di un’operazione militare, questa è Alba dell’Odissea, il nome in codice per l’attacco in corso sulla Libia.
Il nome deriva dal poema epico di Omero, l’Odissea. In esso, una banda di guerrieri greci guidati da Odisseo, eroe di guerra, meglio conosciuto come Ulisse, è sulla via di casa dopo la vana vittoria in un assedio di 10 anni a Troia. Gli uomini esausti cercano un porto su una penisola della costa nordafricana. Bisognosi di cibo e acqua, mandano degli esploratori che non ritornano. Questa è la terra dei Lotofagi, dove tutti coloro che entrano diventano immemori delle loro responsabilità per la famiglia e patria. Ora, un pugno di alleati occidentali – Stati Uniti, alcuni paesi europei, Emirati Arabi Uniti e Qatar – si sono persi in un simile sogno da loto. Questi pochi coraggiosi sono determinati a combattere per la pace, l’armonia e la beatitudine in un deserto ostile in cui tali ideali non sono mai esistiti. Nel frattempo, stanno dimenticando i propri guai interni sempre più profondi.
Ogni guerra che inizia come una commedia, sicuramente finisce tragicamente. Il primo impegno in una “limitata azione“, come descritto dal presidente Barack Obama, non è stato pienamente rivelato nei suoi dettagli imbarazzanti – l’aviogetto ribelle che è stato abbattuto in fiamme, è stata una vittima del fuoco amico degli intercettori dell’aviazione francese. Questo ‘proiettile nel piede’ è stato poi seguito dal lancio di 112 missili da crociera Tomahawk dalle navi USS Stout e Barry, nonché dai sottomarini Florida e Providence. I politici a favore della guerra giustificano l’intervento straniero come uno sforzo per salvare vite umane, anche se è ovvio che l’azione di apertura con un tiro di sbarramento di cento missili presagire che molte più persone, tra i civili, moriranno, più dei combattenti locali abbandonati a se stessi.
Scopo recondito
Nel racconto di Omero, gli ordini del lucido eroe greco ai suoi compagni deliranti sono contro i loro desideri di ritornare sulla loro nave per il viaggio di ritorno. Mostrando un atteggiamento severo simile a un Ulisse sobrio, molti leader nazionali non vogliono avere nulla a che fare con l’attuale scappatella del Nord Africa, tra cui la tedesco Angela Merkel, Manmohan Singh dell’India, e anche l’ex leader brasiliano Lula da Silva.
Tentato da qualche altro scopo – forse il desiderio di impadronirsi del petrolio della Libia parla da se – statunitensi, britannici e francesi si ritrovano come compagni d’armi con il Gruppo combattente islamico ribelle, l’elemento più radicale della rete di al-Qaida. La Segretaria di Stato Hillary Clinton ha ammesso i rischi della diabolica alleanza in una audizione al Congresso, dicendo che l’opposizione libica è probabilmente più anti-americana di Muammar Gaddhafi. Un decennio fa, questa stessa illusione di una partnership occidentale-islamista in Kosovo, Bosnia e Cecenia, terminò bruscamente negli attentati dell’11/9.
Confondere il nemico con l’alleato
La protezione ai malcontenti, tra cui i militanti di al-Qaida, rintanati a Bengasi, è la peggiore idea di tutti gli interventi di tutta la storia statunitense. Se questa logica contorta dovesse essere trasferita in Afghanistan e Iraq, i marines dovrebbero risparmiare gli avamposti talebani dall’esercito afghano o fornire sicurezza ai conducenti delle auto-bomba contro la polizia irachena.
Dall’inizio della guerra in Afghanistan, Usama bin Ladin ha spostato la sua strategia dall’Asia meridionale verso la costruzione di un nuovo emirato in tutto il Nord Africa. Il trio di dirigenti regionali che ha rifiutato di pagare “il pizzo” ai rinascenti estremisti – mentre altri l’hanno fatto in tutta la regione – e combattuto vigorosamente l’accrescersi dei terroristi sono stati Muammar Gaddhafi, Hosni Mubarak in Egitto e Ben Ali in Tunisia.
La brutalità e le violazioni dei diritti umani delle loro forze di sicurezza non erano peggio di quello che i militari e agenti dei servizi segreti statunitensi hanno e continuano a fare nei raid notturni e negli interrogatori. Eppure, dall’inizio di quest’anno, con la “politica islamica” di Obama nel corteggiare gli aspiranti terroristi, Washington ha complottato con simpatizzanti e sostenitori della militanza islamista, per rovesciare queste tre custodi dell’occidente.
Fare concessioni sui diritti civili con coloro che sono ingiustamente accusati è ragionevole e giusto, ma sollecitare e armare i fanatici per attaccare i loro governi, va ben al di là della compromissione dei propri valori. Sì, Gaddhafi è colpevole di aver ucciso i suoi cittadini, ma era la stessa legge che vigeva nell’Impero Britannico, così come con George Washington e Abraham Lincoln. Le guerre civili, a volte, sono necessarie, e le potenze straniere non hanno assolutamente alcuna ragione morale per prendere posizione.
Alcune cose sono difficili da dire, ma devono essere dette. La partecipazione degli Stati Uniti nel sostegno ai ribelli libici è un grottesco affronto alla memoria degli statunitensi e degli altri assassinati negli attacchi terroristici al World Trade Center e al Pentagono, nel 2001. Washington ha voltato
le spalle alla giustizia per le vittime, oramai, sostenendo dei fanatici che hanno causato l’insensata guerra, distruzione e paura degli ultimi dieci anni. I terroristi, per demenziali e fuorviati che siano, non hanno tutte le colpe, in quanto è la politica estera belligerante e la passata doppiezza degli Stati Uniti che ha alimentato la rabbia, l’odio e le vendette senza fine.
Navigare nelle Coste Barbaresche
Per gli statunitensi, la Libia è una trappola, un porto sicuro pieno di mine, la buca che si spalanca in una duna di sabbia. Petrolio e terminali sono l’esca. Questo non è il primo passo falso libico dei militari USA. La Marina degli Stati Uniti s’impegnò a Tripoli nel 1801, iniziando una disavventura di quattro anni chiamata Prima Guerra di Barberia o Guerra tripolitana. Una delle azioni precedenti, lungo la costa dei pirati, è stata la cattura della USS Philadelphia da parte del pascià di Tripoli, che ha poi chiese il riscatto per la liberazione dell’equipaggio statunitense. In un espediente per riprendersi la fregata, il tenente Stephan Decatur, assunse le sembianze di un pirata, scivolando nel porto con un ketch catturato. La sua infiltrazione fu scoperta e la missione si è concluso con Decatur che appiccava il fuoco alla Philadelphia, per impedirne il suo utilizzo da parte del nemico.
Dopo la battuta d’arresto iniziale, la forza di spedizione statunitense si trovò in una situazione precaria, ad alto rischio di cattura o morte, lontano da casa. Le loro incursioni mordi e fuggi non portavano da nessuna parte. Il soccorso, infine, venne da un gruppo di mercenari stranieri – greci, ladri arabi e berberi pagati in oro – che s’infiltrarono da Alessandria d’Egitto, per catturare la roccaforte dei pirati di Derna. In tempi recenti, la città orientale libica è stato un primario centro di reclutamento di attentatori suicidi al-Qaida contro le truppe statunitensi inviate in Iraq e in Afghanistan. Derna è ora sotto la protezione della no-fly zone occidentale. La guerra di Tripoli non finì gloriosamente, come l’inno dei Marine suggerisce, ma in una tregua oscura e umiliante. Come primo passo verso la potenza mondiale, la guerra Barbaresca espose la follia e l’auto-inganno del sogno imperiale.
I marinai della giovane repubblica americana non sono stati gli ultimi o i primi a sperimentare gli inganni e le insidie della costa libica. Migliaia di anni prima, degli eroi greci di ritorno dalla devastata Troia, furono messi in guardia dall’avventurarsi nella Terra dei Lotofagi, perché coloro che l’hanno fatto, non ritornarono a casa. Echi di avvertimento che attraversano i secoli fino ad oggi.
Yoichi Shimatsu, ex editore associato della Pacific News Service e direttore del Japan Times Weeky, ha riferito dell’aumento della militanza islamica in Nord Africa fin dai primi anni ’90.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru







