Siria, o tempo sospeso

Dedefensa 18 maggio 2013

Syria_Russia_pic_1Questo 18 maggio 2013, M. K. Bhadrakumar ha descritto, sul suo Indian PunchLine, la situazione in Siria dopo l’incontro Obama-Erdogan a Washington. Non che questo incontro sia stato critico, in qualche modo, ma perché, è vero, ha una posizione simbolica di rilievo nel quadro generale. Non è irragionevole osservare che identifica, colorando la percezione e il giudizio generale, tratti di amarezza e disillusione già intuiti in ciò che noi percepiamo quale sensazione depressiva, l’11 maggio 2013. (Parliamo soprattutto degli “Amici della Siria” del blocco BAO che volevano da due anni la testa di Assad, e quindi l’amarezza e la delusione riguardo ai loro piani. Ma crediamo che questi due sentimenti vanno ben oltre la portata di questo piano…) Questa volta, perché spesso commenta distinguendo il vincitore nella parte diplomatica che osserva, l’ex diplomatico M. K. Bhadrakumar non si occupa, giustamente a nostro avviso, del dettaglio della “vittoria”, ma piuttosto descrive il crollo generale che non comporta necessariamente la vittoria dell’uno o dell’altro, in senso costruttivo o possibilmente ri-strutturativo, cosa che appassiona uno spirito diplomatico.
La visita del primo ministro turco Recep Erdogan a Washington, che dovrebbe fare pressione sull’amministrazione Obama affinché prenda una posizione più dura contro il regime siriano. Erdogan avrebbe preteso l’imposizione di una ‘no-fly-zone’ degli USA in Siria e maggiori rifornimenti di armi ai ribelli. Invece, Obama si è opposto insistendo che non vi è alcuna “formula magica” per risolvere la crisi [...] In poche parole, Obama non è disposto a lasciare che gli Stati Uniti siano coinvolti in un altro pantano simile all’Iraq. Il cambio di regime è un obiettivo che va bene, ma ci deve essere una transizione negoziata [...] Il video scelto mostra un Erdogan in piedi ed insolitamente sottotono, sotto la pioggia nel Giardino delle Rose, mentre Obama dettava le condizioni. Erdogan ascoltava educatamente, ma poi alla Brookings ha preso per la tangente e ha colpito di nuovo laddove fa male agli interessi degli Stati Uniti, insistendo sul fatto che Hamas è un legittimo partecipante ai colloqui di pace in Medio Oriente. Ha rivelato che si sarebbe presto diretto in Russia e nei Paesi del Golfo per dei colloqui sulla Siria, “per valutarne la situazione”. Erdogan aveva ulteriormente ribadito l’intenzione di visitare Gaza il mese prossimo. Erdogan non è l’unico che si sente deluso. I sauditi sono lividi. Il quotidiano governativo Asharq al-Awsat ha stracciato la politica degli Stati Uniti sulla Siria, con un articolo d’opinione dal titolo “Il tradimento di Obama”, a firma del caporedattore del quotidiano Eyad Abu Shakra. Dice: “Obama ha scelto l’interpretazione russa… Washington ha accettato in realtà che Bashar al-Assad rimanga al timone in Siria fino alla fine del mandato presidenziale nel prossimo anno, esattamente come la Russia e l’Iran vogliono.” [.. .] Non sorprende che la Russia stia tenendo le dita incrociate. Come l’analista strategico di Mosca Fjodor Lukjanov ha osservato in un articolo di opinione per l’agenzia di stampa ufficiale Novosti, è davvero una situazione in cui le cose potrebbero andare in entrambi i modi, “un momento critico, per gli avvinghiati sostenitori ed oppositori della soluzione negoziata in Siria. Infatti, ciò che la Russia può fare per il momento è assicurarsi che ogni impresa avventuristica occidentale che oggi voglia adottare l’intervento militare in Siria, lo trovi costoso e inaccettabile”.”
Nel suo commento, M. K. Bhadrakumar cita in realtà il testo del 16 maggio 2013 di Eyad Abu Shakra, direttore del quotidiano arabo pubblicato a Londra e rappresentante gli interessi sauditi, Asharq al-Awsat. C’è in realtà tutta la rabbia e il risentimento di chi si sente tradito dagli altri, soprattutto dal primo traditore (“Il tradimento di Obama“); nel suo testo Eyad Abu Shakra designa anche la Turchia come altro “traditore” che segue la propria strada, non facendosi carico di alcun rischio verso la Siria (“La retorica del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan è cambiata completamente, sottolineando in difensiva che la Turchia “non sarà trascinata nella deliberata trappola siriana“). Si capisce quindi la logica nel ricercare altre nuove disposizioni, come farebbe l’Arabia Saudita proprio con l’Iran, a cui M. K. Bhadrakumar si riferisce indicando il testo di DEBKAfiles che abbiamo postato il 14 maggio 2013.
Tuttavia, se guardiamo oltre l’ingenuità nel credere che i diritti umani siano l’unico fattore che muove la grande politica internazionale, troviamo che i risultati del vertice anglo-statunitense di questa settimana non siano così sorprendenti. Non è necessario essere un genio per capire che il presidente Obama ha accettato l’interpretazione russa dell’accordo di Ginevra sulla Siria. È ormai chiaro che Washington ha accettato la realtà di un Bashar al-Assad che rimane alla guida della Siria fino alla fine del mandato presidenziale del prossimo anno, esattamente come la Russia e l’Iran hanno voluto. Nessuno crederà alla promesse di Obama, o a quelle del suo alleato britannico, la cui retorica ha ingannato molti in questi ultimi mesi: le promesse di “una Siria senza Assad” senza scadenze e senza affermare che la partenza di Assad sia preludio necessario a qualsiasi risoluzione politica. Questo discorso dolce è solo una copertura per i fallimenti di una politica estera priva di senso o totalmente cospirativa verso una regione vitale per gli interessi della gente di Washington, che non vi vedono nulla di male nell’ignorare[...] Alla luce degli eventi degli ultimi due anni, l’adozione da parte dell’amministrazione statunitense dell’interpretazione di Mosca dell’accordo di Ginevra, rappresenta un tradimento del popolo siriano che, per molti versi, è parallelo al tradimento di Obama del popolo palestinese, dopo le promesse fatte nella sua prima visita presidenziale in Medio Oriente.”
• Le posizioni della maggior parte dei soggetti esterni sono paradossalmente definite dalle fluttuazioni più estreme, che riflettono la confusione e il disordine di questo periodo di transizione, che sono il marchio della situazione in Siria e dintorni. Un caso esemplare è dato dalla posizione d’Israele, dove si moltiplicano i segni della divisione interna, confermati dalla visita in Russia di Netanyahu e dai suoi colloqui con Putin. Eli Bardenstein ha scritto su Ma’ariv del 16 maggio:
Il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu condivide le preoccupazioni della Russia sulla caduta di Assad e l’ascesa delle forze islamiche radicali, ha detto un funzionario russo al corrente della conversazione che Netanyahu ha intrattenuto con il presidente russo Vladimir Putin a Sochi. Detto questo, un alto funzionario russo al corrente della conversazione [...] ha spiegato le differenze tra gli atteggiamenti russo e israeliano: “Israele non vuole che continui il governo di Assad, ma ha paura delle alternative, considerando che la Russia vuole che Assad sia parte della soluzione politica nel Paese, almeno nella fase iniziale.” Tali valutazioni sono conformi al fatto che ci siano differenze di opinione in Israele sul fatto di sostenere azioni che avrebbero portato alla caduta di Assad. Funzionari dei servizi segreti israeliani ritengono che, nonostante ciò [la caduta di Assad] rafforzi le forze ribelli radicali in Siria e aumenti la minaccia del terrorismo contro Israele, fermare il programma nucleare iraniano è l’obiettivo supremo di Israele, e la caduta di Assad servirebbe allo scopo, perché distruggerebbe l’asse del male composto da Iran, Siria e Hezbollah. In alternativa, altri funzionari israeliani ritengono che l’aumento del terrorismo nella Siria del post-Assad sarebbe lo scenario più preoccupante. A quanto pare, Netanyahu sostiene la seconda ipotesi.
• D’altra parte, tra i cambiamenti più drammatici, vi sono alcune osservazioni sulla consegna dei missili della difesa aerea russi S-300 alla Siria, di cui non si sa ancora nulla di chiaro (sono già stati consegnati? Lo devono essere? Ancora nulla di fatto? Ecc.). Alcuni commentatori israeliani considerano l’eventualità peggiore, l’attacco agli S-300 da parte d’Israele. Su al-Monitor Israel Pulse del 17 maggio 2013, Ben Caspit esplora l’ipotesi di un attacco del genere in una varietà di opzioni. In tutti i casi presi in considerazione, il pericolo è la considerevole estensione della crisi siriana a una guerra generalizzata nella regione, anche con il coinvolgimento di potenze esterne dal peso enorme, in questo caso la Russia… (Va notato che tutte queste situazioni si basano sul fatto, che sembra dato per dimostrato dai commentatori, che l’S-300 sia un’arma terrificante che paralizza completamente l’attività delle forze aeree israeliane. Si è visto [13 maggio 2013] che alcuni esperti non condividono per nulla questo punto di vista.)
La situazione è più pericolosa che mai, soprattutto perché tutti i soggetti coinvolti, e sono molti, vengono trascinati in una situazione del tipo “Comma-22″. Israele non può accettare la presenza dei missili S-300 in Siria, dal momento che questi missili possono essere utilizzati per abbattere i jet della sua aviazione appena decollano dalle basi in Israele. Questo sarebbe un duro colpo per il datato dominio aereo d’Israele in Medio Oriente. D’altra parte, se Israele attaccasse quei missili, si troverebbe impelagato contro tutti i suoi nemici in una sola volta, e anche con la Russia. Cosa troppo difficile da gestire, anche per Israele...”
I russi hanno una linea, sono coerenti e nella confusione generale appaiono a tutti una potenza specifica e un polo di stabilità, con una politica ben definita e financo solidamente poggiata su principi ben strutturati. Ecco perché, ovviamente, dominano la situazione in termini di potenza e d’influenza, ora essenziali in questa regione. Il loro più grande rivale, quindi, è il disordine, suscitato dal controllo totale del movimento ribelle da parte degli estremisti islamici, un disordine che causerebbe altri danni agli USA se lasciassero la loro linea attuale (quale possa essere giudicata) per un improvviso e più assertivo intervento che potrebbe causare altri attacchi israeliani, e così via. Per questo motivo, i russi hanno abilmente determinato la loro posizione d’influenza, perché è anche una posizione di autorità che potrebbe anche adottare un certo atteggiamento arbitrale e di fermezza, che appare soggettivamente favorevole ad Assad, ma soprattutto perché Assad è al momento l’ordine e la sovranità. Il problema attuale è che la situazione è così confusa che l’”alleanza” del blocco BAO e soci va crepandosi fortemente da tutte le parti, che la posizione dei ribelli sul terreno è assai incerta, che esistono varie tentazioni per una qualsiasi spinta o un qualsiasi tentativo disperato, il cui risultato temuto dai russi sarebbe per lo meno la vittoria a sorpresa del campo anti-Assad e un’improvvisa accelerazione e rapida espansione di un disordine che diventerebbe incontrollabile. Per loro, quindi, l’incerta conferenza di Ginevra (Ginevra-2) è diventato l’obiettivo primario, non per una sua virtù intrinseca, ma perché manca di meglio, perché questa conferenza è l’unica speranza per la stabilizzazione istituzionalizzata, almeno temporanea, della situazione. (“La Russia sta tenendo le dita incrociate [...] s’è davvero nella posizione in cui le cose potrebbero andare in entrambi i modi”, “un momento critico, con gli avvinghiati sostenitori e  oppositori della soluzione negoziata in Siria”. “Infatti, ciò che la Russia può fare per il momento è di assicurarla...”)
La cosa più notevole dell’atteggiamento russo è, infatti come abbiamo visto, questo desiderio del principio dell’ordine quasi ad ogni costo, soprattutto in quel “quasi”. I russi vi arrivano grazie ad una convergenza nella fermezza delle due personalità, Putin e Lavrov, a non farsi travolgere dalla fragilità e dalla vulnerabilità potenziale dell’unico attore responsabile fino ad apparire come l’arbitro del dramma siriano, implicita nella loro posizione, come accadrebbe nel caso se, per esempio, abbandonassero il principio della fornitura degli S-300, apparendo improvvisamente deboli nel loro ruolo, avendo speso tutta l’autorità e l’influenza in questo ruolo, acquisendo una certa tregua a breve termine, ma perdendo autorità e influenza. Mantenendo questa fermezza nella loro politica, si assumono rischi a breve termine, ma risparmiano le possibilità a lungo termine, e infine rafforzano la loro posizione; d’altra parte dicendosi pronti a un confronto, se nuove e brutali condizioni lo rendessero necessario. Tuttavia, iniziando in modo molto incerto e incentrato solo sulla comunicazione sul possibile uso di armi chimiche in Siria, il periodo è diventato molto importante, se non fondamentale (ma non ancora decisivo); in realtà transitoria (“tempo sospeso”), ma per uno scopo (vertice alla conferenza Ginevra-2) che, se raggiunto, stabilirà una nuova situazione che a sua volta genererebbe nuovi disordini. Si tratta di un periodo di transizione, la cui alternativa è in primo luogo un “progresso” che porrebbe soltanto i termini della crisi siriana sulle diverse direzioni in cui il disordine si svilupperebbe, in un modo o nell’altro, a seconda della possibilità dell’accelerazione improvvisa del disordine. Tutta la brillantezza dei russi non può fare nulla, fondamentalmente perché nessuno può fare nulla di essenziale. La presenza di ciò che chiamiamo l’infrastruttura critica non consente una risoluzione della crisi siriana con un processo politico convenzionale: la crisi siriana è parte del contesto generale della crisi e del crollo del sistema che dipende totalmente dall’evoluzione generale della crisi, che si esprime come “crisi acuta” per eccellenza. Ciò supera le capacità degli attuali sapiens del XXI.mo secolo.

 

 

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La carta curda giocata da Washington

Olga Zhigalina (Russia) New Oriental OutlookOriental Review 14 maggio 2013
INTER-201025-Turquie-Kurdistan_grandL’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo Persico hanno interesse nel piano per istituire un “Grande Kurdistan”, elemento importante della dottrina statunitense del “Grande Medio Oriente”.  Queste monarchie vogliono che l’Iraq, la Siria, l’Iran e la Turchia vengano rapidamente smembrate.  Non è la prima volta che Washington prova a giocare la “carta curda” nella regione, ed intende utilizzare i curdi come “quinta colonna” per aumentare la pressione sui regimi al potere, in particolare in Iran e Siria. Marcate modifiche si sono avute proprio in questo secolo, nel movimento democratico nazionale curdo. La caduta del regime di Saddam Hussein in Iraq e la sua occupazione da parte delle forze della coalizione a guida USA, è stato un fattore importante nel scatenare il nazionalismo tra i curdi iracheni. Il processo politico iracheno ha contribuito al riconoscimento dell’autonomia del Kurdistan iracheno nella costituzione del nuovo stato federato del 2005. L’élite nazionale curda ha accettato il federalismo nell’Iraq post-Saddam e ha proposto una nuova versione nazionalista della semi-indipendenza della loro regione. Nel 2012, i curdi in Siria occuparono parte del Kurdistan siriano e formarono una regione curda autonoma. Il governo iraniano si avvicinava all’opposizione curda con la proposta di avviare negoziati. Le nuove tendenze in atto in Turchia poterono in grado di facilitare i progressi sul problema curdo.
L’interesse del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan nel mantenere il Partito Sviluppo e Giustizia (AKP) al potere e le sue aspirazioni verso la presidenza, hanno contribuito a qualche allentamento della sua linea dura contro i curdi: apparentemente aveva iniziato a mostrare la volontà di modificare la costituzione del Paese e di alterarne il sistema politico. La montante crisi siriana e il deterioramento della situazione al confine turco-siriano (lungo 500 km ed abitato prevalentemente da curdi) hanno spinto Erdo?an ad adottare misure più drastiche. A un tratto si è reso conto che la politica della Turchia verso la Siria, e in particolare il suo sostegno all’opposizione siriana, veniva giocata dai curdi della Turchia, in particolare dal PKK, sostenendone e favorendone l’avanzata  demografica, politica e militare. Ciò significava che il coinvolgimento della Turchia nelle ampie  azioni internazionali e regionali volte a limitare l’influenza iraniana su Damasco avrebbe complicato le relazioni turco-russe e intensificato il conflitto armato con il PKK. Pertanto, la preoccupazione per la questione curda in Turchia e la creazione dell’autogoverno curdo in parte del Kurdistan siriano, ha spinto i leader della Turchia a moderare le loro mire espansionistiche verso la Siria e fare il passo inedito di aprire dei colloqui con Abdullah Ocalan, nonostante l’opposizione dai nazionalisti e dei militari turchi.
I colloqui avviati dal gruppo parlamentare curdo coinvolsero rappresentanti dell’intelligence turca,  producendo un accordo con il capo del PKK Ocalan. Il PKK era stata dichiarata organizzazione terroristica dai leader della Turchia ed opera illegalmente in Turchia. Nonostante un penoso processo di raggiungimento di un accordo sia in corso, si può dire che riguarda disposizioni intese a frenare le aspirazioni nazionaliste dei curdi. L’élite politica curda ha reagito in modo ambivalente verso la riconciliazione di Ocalan con le autorità turche, con gli oppositori che affermano che le speranze dei curdi possono realizzarsi solo attraverso la “disintegrazione” di altri Paesi, in particolare la Siria e l’Iraq. Diffidano dell’accordo di Ocalan nel disarmare e ritirare i combattenti curdi provenienti dalla Repubblica di Turchia. Altri sostengono la tesi contraria, che il cessate il fuoco aiuterà il movimento curdo ad espandersi e nel fornire ai curdi più opportunità per soddisfare le loro richieste nell’ambito della struttura statale esistente. L’Unione europea, gli Stati Uniti e i curdi iracheni vedono il processo dei negoziati come una mossa positiva. Washington ha detto che sosterrà il popolo della Turchia nei suoi sforzi per risolvere il problema. L’UE ha esortato le parti ad incontrarsi e a raggiungere la pace promettendo pieno sostegno al processo di pace. I rappresentanti dei curdi iracheni hanno espresso soddisfazione per i curdi turchi che si muovono nella giusta direzione, anche se sentono che sia ancora presto.
Nel frattempo, c’è tensione in Turchia tra sostenitori e oppositori della politica conciliante sulla questione curda. Alcuni curdi ritengono che tale politica può causare una spaccatura nel PKK e la sua eliminazione progressiva, e che ciò interessa le autorità turche e l’occidente. Ci sono aspetti positivi e negativi nei tentativi del governo della Turchia di raggiungere un accordo con il PKK. Il governo turco ha riconosciuto per la prima volta che Ocalan è il leader politico dei curdi della Turchia e non un terrorista, ed ha ritenuto opportuno avviare negoziati con lui sulla questione curda. I politici si sono rifiutati di discutere con lui di una prospettiva nazionalista. Vogliono porre la questione di far tornare le relazioni turco-curdi a prima del periodo di Kemal, all’epoca dell’impero ottomano, quando il Kurdistan godeva di uno status speciale. Erdogan ha anche accennato alla possibilità di discutere una struttura federata, in futuro. Tuttavia, questo non significa che i curdi guadagnano terreno verso il raggiungimento dei loro obiettivi nazionali, come la creazione di uno Stato curdo. Nel suo messaggio del marzo 2013, tuttavia, il leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) Ocalan ha detto che la fine della lotta armata tra i combattenti curdi e l’esercito turco apre le porte a una nuova fase dello sviluppo del movimento curdo, all’intensificazione della lotta democratica e all’espansione del movimento. Possiamo supporre che, accettando le garanzie costituzionali ai diritti dei curdi, prenderanno respiro iniziando una nuova fase della loro lotta.
Nel frattempo, né la Turchia (e gli altri leader regionali), né gli Stati Uniti sono interessati a creare uno Stato curdo. Gli Stati Uniti sono sempre stati disposti a mantenere in vita il problema curdo,  riuscendo a mantenere vantaggiosamente l’equilibrio delle forze di cui hanno bisogno nella regione. Infatti, la perdita del Kurdistan della Turchia ne indebolirebbe significativamente la posizione geopolitica in Asia occidentale, impedendole di realizzare i piani strategici per l’Asia centrale, il Caucaso e la Russia. Uno Stato curdo unificato (costituito dalle aree curde della Turchia e dell’Iraq) dominerebbe le regioni del sud-est e dell’est della Turchia, bloccandone l’accesso all’Azerbaigian, al Caucaso e alle repubbliche turche dell’Asia centrale. Rivali della Turchia nell’influenza nel Caucaso e in Asia centrale, gli Stati Uniti si sono già assicurati posizioni decenti in Azerbaigian. Se il gasdotto che collega il giacimento di Shah Deniz in Azerbaigian con la città turca di Erzurum (attraverso il quale già passa un gasdotto che collega la Turchia e l’Iran) verrà costruito, gli Stati Uniti, dopo aver ottenuto il sostegno dei curdi turchi, saranno in grado di controllare le forniture energetiche dall’Asia centrale alla Turchia.
Prendendo l’iniziativa politica di placare i curdi turchi, allontanandoli dagli Stati Uniti, i leader turchi cercano di evitare che gli Stati Uniti e Israele utilizzino il fattore curdo per bloccare gli interessi della Turchia nel Caucaso e nella regione del Mar Caspio. Anche ignorando le critiche degli Stati Uniti, bypassando Baghdad per concludere contratti petroliferi diretti con la regione del Kurdistan iracheno. La Turchia continua a rafforzare il suoi contatti commerciali ed economici con i curdi iracheni nonostante le preoccupazioni dell’amministrazione Obama che ciò possa destabilizzare l’Iraq. In una conversazione telefonica con il presidente del Kurdistan Massoud Barzani, il segretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry ha insistito sul fatto che i curdi iracheni non devono stipulare contratti di forniture di greggio alla Turchia ignorando Baghdad, sostenendo che ciò potrebbe portare alla disintegrazione del Paese. Desiderando rimanere l’unico arbitro regionale, gli Stati Uniti tentano di bloccare e indebolire la posizione della Turchia in Iraq e nel Kurdistan turco, dove la Turchia ha iniziato a rivendicare un ruolo nuovo e più significativo. Il processo di pace nel Kurdistan turco, innescato dagli eventi in Siria, favorisce Erdogan che vuole concorrere alla presidenza, così come alcuni politici turchi che cercano di espandere i loro progetti politici ed economici nel Caucaso e in Asia centrale. Tuttavia, è ancora troppo presto per valutarne l’impatto sui curdi della Turchia.

Olga Zhigalina, Dr. sc.  (Storia), è capo della sezione di curdologia e studi regionali del Medio Oriente e Senior Fellow del Centro per lo Studio dei Paesi del Medio Oriente dell’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Obama e Putin si spartiranno il Medio Oriente?

Thierry Meyssan Rete Voltaire Damasco (Siria) 22 febbraio 2013

pb-120618-obama-putin-01_photoblog900In un articolo pubblicato il 26 gennaio in Russia, Thierry Meyssan espone il nuovo piano di partizione del Medio Oriente su cui lavorano la Casa Bianca e il Cremlino. L’autore rivela i dati principali dei negoziati in corso, senza pregiudicare l’accordo finale o la sua attuazione. L’interesse dell’articolo è che permette di capire le posizioni ambigue di Washington, che spingono i suoi alleati in una situazione di stallo, imponendo un nuovo ordine nel prossimo futuro, pena l’esclusione.

Nel 1916, il Regno Unito e la Francia si divisero il Medio Oriente (accordo Sykes-Picot). Quasi un secolo dopo, gli Stati Uniti e la Russia stanno discutendo un nuovo piano di partizione che gli permetterebbe di sgomberare a loro profitto l’influenza franco-britannica. Il presidente Obama è in procinto di cambiare completamente la sua strategia internazionale, nonostante l’opposizione che il suo progetto genera nella propria amministrazione. I fatti sono semplici. Gli Stati Uniti stanno diventando indipendenti sul piano energetico, grazie al rapido sfruttamento del gas di scisto e delle sabbie bituminose. Pertanto la Dottrina Carter (1980) per garantirsi l’accesso al petrolio del Golfo è un imperativo della sicurezza nazionale finito. Come del resto l’accordo del Quincy (1945) secondo cui Washington si impegnava a proteggere la dinastia dei Saud se gli avesse garantito l’accesso al petrolio della penisola arabica.
I tempi sono maturi per un ritiro massiccio e per trasferire i GI in Estremo Oriente, a contenere l’influenza cinese. D’altra parte, tutto deve essere fatto per evitare un’alleanza militare sino-russa. Dovrebbero pertanto essere fornite delle opportunità alla Russia per allontanarsi dall’Estremo Oriente. Infine, Washington soffoca per le sue relazioni con Israele, troppo strette. Per gli Stati Uniti esse sono estremamente costose, ingiustificabili a livello internazionale, ritrovandosi contro tutte le popolazioni musulmane. Inoltre, dovrebbe essere chiaramente punita Tel Aviv, che ha interferito in modo sorprendente nella campagna elettorale presidenziale degli Stati Uniti, mettendosi sempre più contro il candidato che ha vinto. Questi sono i tre elementi che hanno portato Barack Obama e i suoi consiglieri a proporre un patto a Vladimir Putin, Washington implicitamente riconosce di aver fallito in Siria, ed è pronta a lasciare che la Russia s’installi in Medio Oriente senza contropartita, e di condividerne anche il controllo della regione.
E’ con questo spirito che è stato scritto da Kofi Annan, a Ginevra, il Comunicato del 30 giugno 2012. A quel tempo si trattava solo di trovare una soluzione alla questione siriana. Ma l’accordo è stato subito sabotato da elementi interni dell’amministrazione Obama. Lasciando che gli europei  facessero trapelare alla stampa diversi elementi della guerra segreta in Siria, tra cui l’esistenza di un ordine esecutivo presidenziale che impone alla CIA di schierare propri uomini e mercenari sul terreno. Incastrato, Kofi Annan si era dimesso dal suo incarico di mediatore. Da parte sua, la Casa Bianca ha tenuto un basso profilo per non manifestare le divisioni durante la campagna per la rielezione di Barack Obama. Nell’ombra, tre gruppi si opponevano al comunicato di Ginevra
• Gli agenti coinvolti nella guerra segreta;
• Le unità militari incaricate di contrastare la Russia
• I relè d’Israele.
Il giorno dopo la sua elezione, Barack Obama ha iniziato la Grande Purga. La prima vittima è stato il generale David Petraeus, pianificatore della guerra segreta in Siria. Cadendo in una trappola sessuale tesa da un ufficiale dei servizi segreti militari, il direttore della CIA è stato costretto a dimettersi. Poi una dozzina di ufficiali superiori sono stati posti sotto inchiesta per corruzione. Tra questi, il comandante supremo della NATO (l’ammiraglio James G. Stravidis) e il suo successore designato (general John R. Allen), così come il comandante della Missile Defense Agency, cioè lo “Scudo missile “, (generale Patrick J. O’Reilly). Infine, Susan Rice e Hillary Clinton sono state oggetto di attacchi feroci per l’occultamento al Congresso degli aspetti della morte di Chris Stevens l’ambasciatore ucciso a Bengasi da un gruppo islamico probabilmente sponsorizzato dal Mossad.
Dopo che le sue diverse opposizioni interne sono state disintegrate o paralizzate, Barack Obama ha annunciato un profondo rinnovamento della sua squadra. In primo luogo, John Kerry al dipartimento di Stato. Un sostenitore dichiarato della cooperazione con Mosca su temi d’interesse comune. E’ anche un amico personale di Bashar al-Assad. Poi Chuck Hagel al dipartimento della Difesa. È un sostenitore della NATO, ma un realista. Ha sempre denunciato la megalomania dei neoconservatori e il loro sogno sull’imperialismo globale. Si tratta di nostalgici della Guerra Fredda, quel periodo benedetto in cui Washington e Mosca condividevano il mondo a basso costo. Con il suo amico Kerry, Hagel ha organizzato nel 2008 un tentativo di negoziare la restituzione da Israele delle alture del Golan alla Siria. Infine, John Brennan alla CIA. Questo assassino a sangue freddo è convinto che il vero punto debole degli Stati Uniti è avere creato e sviluppato il jihadismo internazionale. La sua ossessione è eliminare il salafismo e l’Arabia Saudita così, in ultima analisi, alleviando il Nord del Caucaso russo.
Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha continuato i suoi negoziati con il Cremlino. Ciò che dovrebbe essere una soluzione semplice per la Siria è diventato un progetto molto più ampio di riorganizzazione e condivisione del Medio Oriente. Ricordiamo che nel 1916, dopo otto mesi di negoziati, il Regno Unito e la Francia si divisero in segreto il Medio Oriente (accordo Sykes-Picot). Il contenuto di questi accordi fu rivelato al mondo dai bolscevichi quando andarono al potere. Ma ha persistito per quasi un secolo. Ciò che l’amministrazione Obama sta prendendo in considerazione, è un rimodellamento del Medio Oriente per il XXI secolo, sotto l’egida degli Stati Uniti e della Russia.
Negli Stati Uniti, anche se Obama succede a se stesso, non può che gestire gli affari correnti. Non riprenderà le sue massime funzioni che al giuramento del 21 gennaio. Nei prossimi giorni, il Senato sentirà Hillary Clinton sul mistero dell’omicidio dell’ambasciatore in Libia (23 gennaio), poi sentirà John Kerry per confermarne la  nomina (24 gennaio). Subito dopo i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza si riuniranno a New York per discutere le proposte di Lavrov-Burns sulla Siria. Queste includono la condanna delle interferenze esterne, e il dispiegamento di una forza di pace delle Nazioni Unite, appellandosi a diversi giocatori, in modo tale da formare un governo di unità nazionale e pianificare le elezioni. La Francia dovrebbe opporsi, ma senza la minaccia di usare il veto contro il suo padrone degli Stati Uniti.
Il piano originale prevedeva che la forza delle Nazioni Unite dovrebbe essere composta principalmente da soldati dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Il presidente Bashar al-Assad rimane al potere. Negoziando subito una carta nazionale con i leader dell’opposizione non armata scelti con l’approvazione di Mosca e Washington, e che avrebbero adottato questa carta con un referendum sotto il controllo degli osservatori. Questo accordo è stato preparato molto tempo fa dal generale Hassan Tourkmani (assassinato il 18 luglio 2012) e Nikolaj Bordjuzha. Una dichiarazione comune dei ministri degli esteri della CSTO è stata firmata il 28 settembre 2012 e il protocollo è stato firmato dal dipartimento delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace e la CSTO, che adesso ha gli stessi poteri della NATO. Esercitazioni congiunte UN/CSTO si sono svolte in Kazakhstan sotto il titolo “Fratellanza Inviolabile” (dall’8 al 17 ottobre 2012). Infine, un piano di schieramento dei “colbacchi blu” è stato discusso al Comitato militare delle Nazioni Unite (8 dicembre).
Una volta stabilizzata la Siria, una conferenza internazionale si terrà a Mosca sulla pace globale tra Israele e i suoi vicini. Gli Stati Uniti ritengono che non sia possibile negoziare una pace separata tra Israele e Siria, con i siriani che esigono prima una soluzione della Palestina nel nome del panarabismo. Ma non è possibile negoziare una pace con i palestinesi, perché sono molto divisi, a meno che la Siria venga incaricata a costringerli a rispettare un accordo di maggioranza. Pertanto, i negoziati dovranno essere globali, sul modello della Conferenza di Madrid (1991). In questo caso, Israele si ritirerebbe il più possibile nei suoi confini del 1967. I Territori Palestinesi e la Giordania si fonderebbero per formare uno stato palestinese unico. Il suo governo verrebbe affidato ai Fratelli musulmani che renderebbero la soluzione accettabile agli attuali governi arabi. Poi, le alture del Golan sarebbero restituite alla Siria in cambio dell’abbandono del Mare di Galilea, lungo le linee previste una volta dai negoziati di Shepherdstown (1999). La Siria garantirebbe il rispetto dei trattati da parte giordano-palestinese.
Come in un domino, ci sarebbe poi la questione curda. L’Iraq verrebbe smantellato per dare vita a un Kurdistan indipendente e la Turchia sarebbe destinata a diventare uno Stato federale concedendo l’autonomia alla regione curda. Gli Stati Uniti, vorrebbero estendere il rimodellamento sacrificando l’Arabia Saudita, diventata inutile. Il paese sarebbe diviso in tre, mentre alcune province verrebbero riunite alla federazione giordano-palestinese o all’Iraq sciita, secondo un vecchio piano del Pentagono (“Taking Saudi out of Arabia“, 10 luglio 2002). Questa opzione permetterebbe a Washington di lasciare un ampio spazio all’influenza di Mosca, senza dover sacrificare parte della propria influenza. Lo stesso comportamento è stato osservato quando il FMI, a Washington, decise di aumentare i diritti di voto dei paesi BRICS. Gli Stati Uniti non fecero nulla, cedendo il loro potere e costringendo gli europei a rinunciare a parte dei loro voti in fare dei BRICS.
Questo accordo politico-militare verrebbe accompagnato da un accordo energetico-economico, sul vero problema della guerra contro la Siria, in cui la maggior parte dei giocatori cerca di conquistarne i giacimenti di gas. Grandi giacimenti, infatti, sono stati scoperti nel sud del Mediterraneo e in Siria. Posizionando le sue truppe nel Paese, Mosca si garantirebbe un controllo più ampio sul mercato del gas, nei prossimi anni. Il dono della nuova amministrazione Obama a Vladimir Putin raddoppia di valore. Non solo allontana dall’Estremo Oriente i russi, ma viene anche  usato per neutralizzare Israele. Se un milione di israeliani ha la doppia cittadinanza degli Stati Uniti, un altro milione è di lingua russa. Installatesi in Siria, le truppe russe dissuaderanno gli israeliani dall’attaccare gli arabi e gli arabi dall’attaccare Israele. Pertanto, gli Stati Uniti non avrebbero più bisogno di spendere ingenti somme per la sicurezza della colonia ebraica. Il nuovo accordo richiederebbe che gli Stati Uniti riconoscano, infine, il ruolo regionale dell’Iran. Tuttavia, Washington pretenderebbe che Teheran si ritiri dall’America Latina dove ha stabilito relazioni, tra cui il Venezuela. Ignoriamo la reazione iraniana a questo aspetto dell’accordo, ma Mahmoud Ahmadinejad è già ansioso di sapere se Barack Obama avrebbe fatto tutto quanto in suo potere per aiutarlo a prendere le distanze da Tel Aviv.
I perdenti in questo piano sono, in primo luogo, la Francia e il Regno Unito, la cui influenza si affievolisce. Quindi Israele, privato dell’influenza negli Stati Uniti e restituito al giusto status di piccolo Stato. Infine, l’Iraq verrebbe smantellato. E forse l’Arabia Saudita, che ha lottato per settimane per venire a patti con gli uni e con gli altri per sfuggire al destino che gli è stato promesso. Vi sono anche dei vincitori. Prima di tutto Bashar al-Assad, ieri indicato quale criminale contro l’umanità dall’occidente, e domani glorificato come il vincitore sugli islamisti. E soprattutto Vladimir Putin, per la sua tenacia durante il conflitto, riuscendo a far uscire la Russia dal suo “contenimento”, riaprendola al Mediterraneo e al Medio Oriente, e riconoscendole la supremazia sul mercato del gas.

Thierry Meyssan

Fonte: Odnako (Federazione Russa) Settimanale informazioni generali. caporedattore: Mikhail Leontiev.
Articolo pubblicato il 26 gennaio 2013 sul settimanale russo Odnako (rivista vicino a Vladimir Putin)

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Violenza: nuovo modus operandi della contestazione “rivoluzionaria” in Egitto

Ahmed Bensaada, Reporters, 19 febbraio 2013 – Mondialisation.ca

mueren-policias-manifestantes-port-said_ediima20130126_0061_4-580x32625 gennaio 2013. Seconda repubblica egiziana. Anno 2. Si torna al punto di partenza. “Irhal” (Vattene) è riapparso, ma con una differenza: lo slogan della rivolta è: “Il popolo vuole la caduta dei Fratelli“. Neanche le mura del palazzo presidenziale sono state risparmiate dai graffiti anti-islamisti. E questo cambiamento non è uno slogan banale, tutt’altro. Certo fa parte di un “continuum” delle proteste che non sono mai cessate dal gennaio 2011, ma è soprattutto l’espressione di un profondo mutamento della rivolta, così come dell’identità dei soggetti e dei suoi metodi di azione. Si ricordi che la “primavera” egiziana anti-Mubaraq è stata avviata e organizzata da giovani informatici (in particolare, da quelli appartenenti al Movimento del 6 aprile), i cui leader avevano ricevuto una formazione finanziata da varie agenzie statunitensi per l’”esportazione” della democrazia. Alcuni di loro sono stati formati, dai serbi di CANVAS, all’ideologia della resistenza non-violenta individuale, teorizzata dal filosofo statunitense Gene Sharp. [1]
Questa non-violenza sostenuta dai cyberdissidenti contro uno Stato di polizia noto per i suoi metodi brutali, era una caratteristica della “primavera” dell’Egitto, ed è sicuramente il segreto della sua efficacia. A un certo punto, lo stesso Gene Sharp in persona si è detto particolarmente orgoglioso del lavoro svolto dai giovani egiziani. [2] Insieme ai giovani discepoli della scuola sharpiana, gruppi dei movimenti di hooligan hanno, fin dall’inizio, partecipato alla rivolta egiziana. Dopo aver subito la repressione poliziesca dell’era Mubaraq, fin dalla loro creazione alla metà degli anni 2000, gli “Ultras” di sostenitori incondizionati di alcune squadre di calcio egiziane hanno sviluppato competenza nel confronto con la polizia. Considerati teppisti e delinquenti, prima della “rivoluzione”, si sono guadagnati i loro galloni per il “know-how” acquisito durante gli anni della ribellione contro la brutalità delle forze di sicurezza. Descritti dalla stampa come “temerari”, sono noti per essere sempre in prima linea negli scontri contro la polizia, durante le varie manifestazioni della “primavera” in Egitto.
Più di recente, un nuovo movimento di protesta è entrato nel paesaggio dell’insurrezione violenta egiziana. I “Black Bloc”, un’organizzazione ispiratasi alle fazioni anarchiche europee. Mascherati e vestiti di nero, hanno investito le piazze, non esitando a usare la forza per combattere il governo islamico del presidente Morsi. Con la violenza come strumento di contestazione, gli ultras e il black bloc sono attualmente la punta di diamante della protesta popolare in Egitto. Appena due anni dopo l’inizio della “primavera” araba, la teoria di Gene Sharp è stata completamente messa da parte.

Gli ultras: “All cops are bastards
Quattro lettere sono il leitmotiv degli ultras: ACAB, acronimo di “Tutti i poliziotti sono bastardi” (All cops are bastards). Ben prima delle rivolte della primavera araba, gli ultras avevano dichiarato guerra a tutto ciò che rappresentasse l’autorità. Gli eventi dei primi mesi del 2011 hanno offerto loro l’opportunità di mostrarne le capacità al di fuori degli stadi. Secondo alcuni esperti, gli ultras non hanno un chiaro profilo sociale. Si tratta di giovani “uniti per età e codici d’onore,  segnati dalla fedeltà alla propria squadra e dalla loro ostilità alle forze di sicurezza“. [3]
Anche se di ambienti ben diversi di quelli degli hacktivisti, la loro azione è considerata di primaria importanza. Gli è stato riconosciuto un ruolo importante, in particolare contro i “baltaguia” nella famosa “battaglia dei cammelli” del 2 febbraio 2011 [4], nonché nella lunga e sanguinosa battaglia contro la polizia alla Mohamed Mahmoud Street, nel novembre 2011 [5]. Ogni grande squadra di calcio egiziana ha i suoi ultras. Ad esempio, gli Ahlawy della al-Ahly, i Cavalieri Bianchi della Zamaleq, le Aquile Verdi della Port Said, la Magia Verde dell’Alessandria e i Dragoni Gialli dell’Ismailia. Gli ultras hanno un grande potere di mobilitazione che suscita l’invidia dei partiti politici. “I Cavalieri Bianchi da soli possono portare 25.000 persone pronte a combattere per strada, in pochi minuti”, dice un membro di questo gruppo [6].
Anche se diversi gruppi ultras si odiano in “periodo di pace”, la “primavera” araba è riuscita a conciliarli attorno ad un progetto comune: molestare le forze di sicurezza e proteggere i manifestanti. Così abbiamo visto i Cavalieri bianchi e gli Ahlawy unire le forze in piazza Tahrir e nelle piazze “calde” di Cairo.
Secondo James Dorsey, autore del blog “Il mondo turbolento del calcio in Medio Oriente“, “gli [ultras] rappresentano una delle forze più importanti del Paese, se non la seconda, dopo la Fratellanza musulmana” [7]. Questa collusione degli ultras nei confronti delle autorità egiziane è stata seriamente compromessa da ciò che viene comunemente chiamata “la tragedia di Port Said“, dove almeno 74 persone sono morte e centinaia sono rimaste ferite. La partita, che si è svolta il 1 febbraio 2012 a Port Said tra l’Ahly di Cairo contro la squadra locale, si trasformò in una battaglia campale. Il massacro si svolse sotto lo sguardo compiacente delle forze dell’ordine, che non mossero un dito per fermarlo, e in cui un gran numero di tifosi dell‘Ahly vi persero la vita.
Il motivo? Secondo i sostenitori del club di Cairo, tutto venne progettato per vendetta dagli ultras Ahlawy, per il loro ruolo nella rivolta primaverile e lo spirito aggressivo che l’esercito e la polizia subiscono regolarmente. Gli ultras del Club di Port Said sono stati accusati di complicità con la polizia, rilevando che, a differenza degli Ahlawy e delle Aquile Verdi, hanno intonato slogan pro-militari durante la partita. Da parte loro, gli ultras di Port Said hanno negato qualsiasi coinvolgimento negli omicidi. In un articolo sul tema pubblicato dal quotidiano “Egitto Independente“, si legge che “la violenza di Port Said è stata opera di agenti infiltrati e non degli ultras” [8].
Il fatto è che questa tragedia non solo ha creato notevole risentimento, ma per lo più ha diviso le fila degli ultras, un risultato cercato dalla polizia, secondo alcuni. Gli ultras Ahlawy hanno minacciato il governo di ritorsioni se i responsabili della morte dei loro sostenitori non venissero puniti severamente. Pochi giorni prima del processo, hanno manifestato a gran voce bloccando il traffico e una stazione della metropolitana. Il loro motto: “La giustizia o il caos“. La prima sentenza sulla “tragedia di Port Said” ha avuto luogo il 26 gennaio 2013. Ventuno persone sospettate di essere coinvolte nel massacro sono state condannate a morte. Gli ululati dei familiari delle vittime risuonarono nell’aula del tribunale e gli Ahlawy hanno celebrato il verdetto.
Le famiglie dei detenuti, a loro volta, non hanno accettato il verdetto. Va detto che nessun funzionario di polizia è stato incluso nella lista dei 21 condannati a morte. [9] Le rivolte seguite alla sentenza, hanno fatto quasi tante vittime quanto “la tragedia di Port Said.” Cinque giorni dopo il verdetto, vi furono 56 morti, la maggior parte nella città di Port Said, ribattezzata “Port-Shahid” (Porto del Martire. NdT) dagli attivisti della città. Dobbiamo anche dire che il governo Morsi ha compiuto un vero e proprio errore di interpretazione del concetto di tempo. Far quasi coincidere, (il giorno prima) una sentenza così sensibile con il secondo anniversario dell’inizio della rivolta contro Mubaraq, mentre il clima sociale è esplosivo, è vera e propria incoscienza. Il presidente Morsi non ha trovato un’idea migliore che twitterare le condoglianze alle famiglie delle vittime, atto pochissimo gradito dai destinatari. Mentre i tentativi di riconciliazione tra Ahlawy e le Aquile Verdi sono falliti [10], il prosieguo del processo sulla “tragedia di Port Said” è previsto per il 9 marzo. Anche le manifestazioni e gli scontri.

I Black Bloc: “Caos contro l’ingiustizia
La recente comparsa dei Black Bloc nelle manifestazioni egiziane è stata molto pubblicizzata, sia a livello locale che internazionale. Anche un giornale titolava: “In Egitto, i Black Bloc detronizzano i rivoluzionari“. [11] Questo non significa molto. Tutti gli sforzi fatti dal campo dei “rivoluzionari” della prima ora per fare della loro “rivoluzione” un modello di non-violenza, che avrebbe fatto trepidare di piacere il loro maestro Gene Sharp, furono vani. La modalità di azione dei Black Bloc  è l’opposto di ciò che viene insegnato dai serbi del CANVAS. Mascherati, vestiti di nero, armati di bastoni e molotov, hanno la fama di essere “teppisti”, anche se lo negano. Eppure il “caos contro l’ingiustizia” è il loro slogan.
I membri del Black Bloc “Siamo chiamati “generazione perduta”, siamo trattati da teppisti. Ma ciò che è importante è  salvare l’onore dei martiri”, ha detto uno di loro in posa da co-fondatore del movimento. [12] Come gli ultras, sono contro gli “agenti di polizia che erano stati processati per aver ucciso manifestanti ed erano stati tutti assolti, [devono essere] riprocessati. Abbiamo i loro nomi. Li abbiamo trasmessi al Procuratore Generale“. [13] Ma nel loro primo comunicato postato su Youtube, il loro obiettivo principale è il governo del presidente Morsi e la Fratellanza musulmana da cui proviene. I membri del Black Bloc appaiono nel video sventolando bandiere anarchiche e una banda a scorrimento  recita: “Siamo il gruppo dei Black Bloc, parte di un tutto nel mondo. Facciamo campagna da anni per la liberazione dell’essere umano, la demolizione della corruzione e per rovesciare il tiranno. Per farlo, abbiamo dovuto apparire in modo ufficiale per affrontare il tiranno fascista (i Fratelli musulmani) e il loro braccio armato [...] Gloria ai martiri. Vittoria alla rivoluzione“. [14]
Mentre i membri dei Black Bloc egiziani rivendicano che il loro movimento non è né politico, né religioso, o sportivo (un confronto con gli ultras), Issam al-Haddad, Consigliere per gli affari esteri del Presidente Morsi, li accusa di “violenza sistematica e criminalità organizzata nel Paese“, mentre criminalizza l’opposizione per sostenere il movimento. Queste accuse sono state riprese dai Fratelli musulmani che li hanno definiti “gruppo di teppisti” che attaccano le istituzioni statali, la polizia e la proprietà privata. [15] Il Procuratore Generale della Repubblica d’Egitto, Ibrahim Abdallah Talaat (recentemente nominato dal governo Morsi, suscitando una levata di scudi da parte dell’opposizione), ha ordinato l’arresto di chiunque sia sospettato di appartenere al Black Bloc, definendola una “organizzazione terroristica”. [16]
Dopo i primi arresti di presunti membri appartenenti al Black Bloc, l’ufficio del pubblico ministero ha detto che uno di loro verrà processato per il suo coinvolgimento in un “piano di sabotaggio israeliano”. [17] Alcuni giornalisti hanno osservato che i membri della milizia della Fratellanza musulmana che aveva attaccato i manifestanti durante gli scontri nei pressi del palazzo presidenziale, nel dicembre 2012, erano anch’essi incappucciati, senza che ciò suscitasse reazioni nella presidenza o nell’ufficio del pubblico ministero. Queste milizie hanno pubblicato un video in cui minacciano di uccidere “gli anarchici che puntano alla caduta del regime”. [18]
Un altro gruppo islamista, la Jamaa Islamiya, ha invocato la “crocifissione” dei membri del Black Bloc. [19] Per parte loro, i “rivoluzionari” della prima ora, pretendono che i Black Bloc siano Fratelli musulmani e che la loro azione tenda a minare la loro protesta. [20] Wail Ghonaim, una delle cyber-figure egiziane più pubblicizzate [21], ha partecipato a un incontro organizzato ad al-Azhar il 31 gennaio 2013, alla presenza di leader religiosi, membri dell’opposizione del Fronte di salvezza nazionale, della Fratellanza musulmana e un certo numero di attivisti. Al termine della riunione, Ghonaim ha detto: “Lo scopo di questo incontro non è politico, ma piuttosto volto ad avviare un’iniziativa per porre fine alle violenze. Si tratta di un’iniziativa morale per fermare lo spargimento di sangue. È per questo che i giovani del Movimento 6 aprile hanno chiesto ad al-Azhar di tenere questa riunione e portarvi tutte le forze politiche dell’Egitto” [22].
Piccolo problema: anche se i Fratelli musulmani erano presenti alla riunione, nessun membro ufficiale del governo aveva aderito all’iniziativa di pace. I cyber-attivisti della prima ora, riporteranno la loro “rivoluzione” nel suo paradigma iniziale non-violento? Senza una reale apertura del governo islamico attualmente al potere in Egitto, e la formazione di un governo di unità nazionale che coinvolga tutte le forze del Paese, non è certo.

Ahmed Bensaada

Questo articolo è stato originariamente pubblicato dal quotidiano algerino Reporters 19 febbraio 2013 (pp. 12-13)

Riferimenti
1. Ahmed Bensaada, «Arabesque américaine: Le rôle des États-Unis dans les révoltes de la rue arabe», Éditions Michel Brûlé, Montréal (2011); Éditons Synergie, Algeri (2012)
2. Aimée Kligmanm, «Why is Gene Sharp credited for Egypt‘s revolution?», Examiner.com, 5 marzo 2011
3. Lucie Ryzova, «The Battle of Muhammad Mahmud Street: Teargas, Hair Gel, and Tramadol», Jadaliyya, 28 novembre 2011
4. Les Inrocks, «Égypte: les Ultras d’Al-Ahly, gardiens de l’après-révolution à Tahrir», 10 dicembre 2012
5. Vedasi nota 3
6. Claire Talon, «Égypte: génération ultras», Le Monde, 17 ottobre 2011
7. So Foot, «En privé, les ultras égyptiens se préparaient aux manifestations», 3 dicembre 2012
8. Abdel-Rahman Hussein, «Port Said violence was work of infiltrators, not ultras, say locals», Egypt Independent, 2 febbraio 2012
9. Egypt Independent, «No police officers sentenced to death in Saturday Port Said ruling», 26 gennaio 2013
10. Ali Radi, «Les Ultras Green Eagles refusent la réconciliation avec les fans d’El-Ahly», Ahly Sport, 9 febbraio 2013
11. Marwan Chahine, «En Égypte, les Black Bloc détrônent les révolutionnaires», Le Nouvel Observateur, 29 gennaio 2013
12. RTS, «Le Black Bloc égyptien, une nouvelle race de révolutionnaires», 30 gennaio 2013
13. Hélène Sallon, «Les “Black bloc”, nouveau visage de la contestation égyptienne», Le Monde, 2 febbraio 2013
14. Youtube, «Premier communiqué. Black Bloc Égypte», 23 gennaio 2013
15. Maggie Michael, «Masked ‘Black Bloc’ a Mystery in Egypt Unrest», Time World, 28 gennaio 2013,
16. Arabic CNN, «Égypte: un mandat d’arrêt pour tous les membres du Black Block», 29 gennaio 2013
17. Taïeb Mahjoub, «Égypte: le Black Bloc, un groupe mystérieux dans le collimateur du pouvoir», AFP, 31 gennaio 2013
18. Aliaa Al-Korachi, «Contestations: Black Block, derrière les masques noirs, la violence», Al-Ahram Hebdo, 30 gennaio 2013
19. Peter Beaumont and Patrick Kingsley, «Violent tide of Salafism threatens the Arab spring», The Guardian, 10 febbraio 2013
20. Moïna Fauchier Delavigne, «Les Black bloc, ces nouveaux révolutionnaires égyptiens prêts à employer la force», France 24, 31 gennaio 2013
21. Ahmed Bensaada, «Le rôle des États-Unis dans les révoltes de la rue arabe: le cas de l’Égypte», Mondialisation, 24 febbraio 2011
22. Nancy Messieh et Tarek Radwan, «Egypt’s al-Azhar Talks», Atlantic Council, 1 febbraio 2013

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Turchia e la SCO, non è uno scherzo…

Dedefensa 2 febbraio 2013

putin-erdogan3Si tratta di un’idea generata durante un’intervista televisiva al Primo ministro turco Erdogan lo scorso luglio (vedasi 30 luglio 2012), riferendosi a ciò che aveva detto, in modo molto informale, alcuni dicono scherzando, durante una riunione nel luglio 2012 con il presidente russo Putin. Erdogan ha sollevato la possibilità di abbandonare definitivamente il progetto turco di entrare nell’Unione europea, e di discutere della possibilità di un’adesione della Turchia alla SCO (Shanghai Cooperation Organization, basata principalmente sull’asse Mosca-Pechino, assieme ad alcuni paesi dell’Asia centrale e con molti Paesi invitati in qualità di osservatori, che possono essere tentati di avvicinarsi, o anche più, all’organizzazione, come Pakistan, India, Afghanistan, Iran, ecc.)
Ora Erdogan mette la questione sul tappeto. Stranamente, si parla in maniera sostenuta e con  ritardo, della dichiarazione di Erdogan fatta il 25 gennaio 2013 nello stesso canale televisivo che aveva dato la precedente notizia. Questa ipotesi sembra al tempo stesso folle, anche se improbabile, che per qualche tempo si è esitato a commentare. Tuttavia, la dichiarazione di luglio di Erdogan è ora classificata come uno “scherzo”, e quella del 25 gennaio 2013 è considerata molto più seria. Il 29 gennaio 2013, l’eccellente sito al-Monitor che copre tutti gli affari del Medio Oriente, nella sua rubrica Turkey Pulse, riprendeva un articolo di Can Dundar, commentatore del giornale turco Milliyet. L’articolo si fa beffe dal punto di vista politico, dell’idea proposta da Erdogan, ma che ancora considera seria. La derisione sta nel fatto che il commentatore vede questa prospettiva nella SCO come un “passo indietro” per la Turchia, schematizzando secondo il nostro stato d’animo caricaturale, la Turchia volta le spalle alla civiltà (il blocco BAO) per abbracciare la barbarie sino-russa e company…
…Il mio modo di vedere è questo: il campo della Shanghai è comodo. Non ci sono progressi da affrontare. Non ci sono considerazioni sulle violazioni dei diritti umani, nessun barometro della democrazia e né ispettori che indagano. I media sono soppressi, i giornalisti sono in prigione, e a chi importa? In ogni caso siamo in competizione con la Russia per il primo posto nelle violazioni dei diritti umani, proposta alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Come la Cina, impone il controllo dei media, gli arresti arbitrari e la tortura. In gran parte assomigliamo a Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan quando si tratta di dispotismo. Certo che vuole essere vicina a questo campo. E’ come dire: “Beh, non abbiamo potuto emulare l’occidente, quindi cerchiamo di andare ad est, che è già più simile a noi. Abbiamo sempre descritto il nostro Paese come un “trampolino di lancio”, ma non poteva avere il favore di entrambe le parti. L’occidente ci vede orientali, e l’oriente ci vede occidentali. Siamo sospesi in aria…”
Il 31 gennaio 2013, sullo stesso sito di al-Monitor, sempre nella rubrica Turkey Pulse, Kadri Gursel, giornalista sempre del giornale turco Milliyet, spiega il problema, ma con un tono diverso… “Il primo ministro turco ha annunciato la sua prima intenzione di portare il suo paese nella Shanghai Cooperation Organization [SCO], nota anche come “Shanghai Five”, in un’intervista del 25 luglio scorso a un canale televisivo turco vicino al suo partito. Erdogan poi ha detto: “Ho scherzato con Putin”. Ma ora basta scherzare con noi e chiediamoci ciò che stiamo facendo con l’UE. Ora è il mio turno di scherzare. Venite, accettateci alla Shanghai Five e noi riconsideremo l’UE.” Al momento Erdogan non è stato preso troppo sul serio, perché ha detto che stava scherzando con Putin. Il 25 gennaio, sullo stesso canale televisivo, quando ha sostenuto l’adesione della Turchia alla SCO, l’opinione pubblica turca lo ha preso sul serio. Questa volta non stava scherzando. La sua intenzione era seria. Ecco cosa ha detto Erdogan questa volta: “L’UE vuole dimenticarci, ma non può. E’ riluttante. Sarebbe meglio che lo dicesse. Invece di restare in stallo, siamo noi che lo diremo, e andremo sulla nostra strada. Naturalmente…, quando questa vicenda [dell'UE] non procede bene, il Primo ministro di 75 milioni di abitanti inizia a guardarsi intorno per trovare delle alternative. Questo è ciò che ho detto a Putin l’altro giorno, ‘Prendeteci nei Shanghai Five e noi dimentichiamo l’Unione europea.’ Portateci nei Shanghai Five e diremo addio all’UE. Qual è il punto di questo stallo? A una domanda se la SCO sia l’alternativa all’Unione europea, il primo ministro turco ha risposto: “I Shanghai Five sono migliori, sono più forti”. [...]
Ci possono essere coloro che a prima vista potrebbero avere la sensazione che non sia serio e che ancora Erdogan tenti di spaventare l’UE con il “ricatto della SCO” per accelerare il processo di adesione. Ma qui la stampa si sbaglia, perché Erdogan è serio. Il mio suggerimento a chi pensa che la preferenza di Erdogan per la SCO non sia seria, non è di respingerla come la frivola mentalità del governo arbitrario che prevale in Turchia. L’obiettivo della SCO è serio e coerente con lo stile del governo arbitrario. [...] Anche il paragone fatto è fuori luogo. La Turchia, per diventare un membro della SCO, prima di dimenticare l’UE dovrebbe lasciare la NATO, perché questi organismi sono alternativi l’uno all’altro. La SCO, che era nell’agenda nascosta dell’AKP per la Turchia, è oggi un dichiarato punto dell’agenda. Gli alleati occidentali del mondo libero della Turchia, prendono sul serio gli scherzi di Erdogan…
Nello stesso testo del 30 luglio 2012, ovviamente abbiamo commentato le precedenti dichiarazioni del primo ministro turco Erdogan. Per ingenuità o non conoscenza delle persone, del clima e delle cose, o per ignoranza, avevamo preso sul serio quello che si sarebbe dimostrato essere uno “scherzo” di Erdogan … Ma non su questo punto, che ci sembra, in ultima analisi, piuttosto non essere uno “scherzo”, perché ritornandoci, seriamente, rinveniamo la prova che lo dimostra. Ripetiamo qui alcune delle nostre osservazioni del 30 luglio 2012, in cui è chiaro che noi non vedevamo come scherzo la dichiarazione di Erdogan, anche se forse è stato detto in questa forma, ma ovviamente nascondendo una prospettiva molto seria. (Una prospettiva che Kadri Gursel mette sotto una luce nuova, rifiutando l’interpretazione dello “scherzo” quando scrive: “La SCO, che era nell’agenda nascosta dell’AKP per la Turchia, è oggi un punto dichiarato dell’agenda.” Lo “scherzo”  dimostra dunque una prospettiva molto seria.)
“…Nel frattempo, si comprende il processo per quello che è, senza alcun apprezzamento delle sfumature interpretative, della divinazione e di altri secondi fini. Resta quindi Erdogan che chiede a Putin supporto alla domanda di adesione a un’organizzazione che riunisce gli avversari del blocco di potenze BAO, spingendo Putin in una zona altamente strategica che, in caso di successo, lo  classificherebbe almeno come “sospetto alla NATO”, se non “nemico della NATO.” Ora, la Turchia da un lato fa parte della NATO, con un impegno strategico in questo senso con la politica-sistema del grande blocco BAO (l’impegno nell’antimissile della BMDE ne è l’aspetto principale), d’altra parte, la Turchia è in prima fila tra gli “Amici della Siria”, e quindi fa parte necessariamente del carrozzone del blocco BAO. Ciò è compatibile con l’appartenenza alla SCO?
In secondo luogo e al contrario, fino al caso siriano, e almeno dal 2009 (dopo la guerra tra la Georgia e la Russia [vedi 18 agosto 2008]), la Turchia ha seguito un percorso molto originale che, a quanto pareva, l’allontanava decisamente dal blocco BAO e l’avvicinava alla Russia. La sua posizione estremamente critica su Israele, con gli incidenti che seguirono, ne dava testimonianza. (Inoltre, nonostante la sua “evoluzione” recente, la Turchia è ancora fredda verso Israele.) Secondo questa logica, naturalmente, la Turchia sembrava promessa ad avvicinarsi alla SCO e inoltre la Turchia ha effettivamente partecipato al recente vertice dell’Organizzazione (vedi 11 giugno 2012), come “partner del dialogo”. Ma lo status di membro a pieno titolo va ben oltre ed introduce un elemento del tutto nuovo e completamente inaspettato. (Si legga, ad esempio, lo stesso cronaca di M. K. Bhadrakumar del 23 luglio 2012 su Atimes.com, che prendeva in considerazione la visita di Erdogan a Mosca, ma senza menzionare l’adesione alla SCO, cronaca assai pessimista a nostro avviso, dando un grande ruolo agli Stati Uniti e dando per scontato il coinvolgimento di Israele in Siria sulle sostanze chimiche siriane, e così via, tutte cose completamente rimesse in questione, al momento.)
Invece di spossarci con innumerevoli ipotesi che vanno in tutte le direzioni, sostenute dalle “informazioni del momento” e su tante analisi contraddittorie e incontrollabili, proclamiamo immediatamente la nostra clausola d’inconsapevolezza, rimanendo sul fatto da noi considerato importante (la domanda di adesione alla SCO), dopo aver osservato che il zig-zag e le variazioni della politica turca possono benissimo derivare, infine, dal caos suscitato dalle relazioni internazionali e da vari piani contraddittori. Erdogan ha fatto un annuncio estremamente contorto sull’atto fondamentale della sua domanda di adesione alla SCO, in cui si impegna nei confronti di Mosca, qualcosa di estremamente serio per Erdogan e la Russia, tutto ciò dimostra che desidera far notare questo atto fondamentale, pur essendo consapevole della sua incongruenza rispetto alla caotica evoluzione della Siria. Per noi, se dobbiamo scegliere tra l’impegno turco in Siria e la richiesta di adesione alla SCO, qui il secondo caso va oltre il primo per importanza…”
Non si aggiunge nulla di fondamentale a tutto questo, ma si osserva che le varie condizioni nel passaggio sopra riportato hanno solo rafforzato, in particolare, il ruolo sia destabilizzante che falsificante di molte posizioni naturali degli uni e degli altri sulla crisi siriana. Semplicemente, o meglio in modo complicato, la crisi siriana è davvero diventata ancor più complicata, sempre meno distinta in due campi e sempre più scatola e vaso colmi di contraddizioni, paradossi, calcoli falsi e reali, ecc., rispetto alle grandi linee di forza politica. In questo caso, ovviamente, saremmo portati a considerare la questione sollevata ancora una volta da Erdogan in modo serio, anche se a volte sembra avere sia l’apparenza dello “scherzo”, sia del carattere del tutto fondamentale. Portando al commento alquanto sprezzante di Can Dundar (“Abbiamo sempre descritto il nostro Paese come un “trampolino di lancio”, ma non può avere il favore di entrambe le parti.  L’occidente ci vede orientali, e l’oriente ci vede occidentali. Siamo sospesi in aria…”), con Dundar, diciamolo ancora, che ovviamente propende per l’abbraccio senza riserve del “civile blocco BAO”, portandolo a tali commenti ma rilevandoci, a differenza di quanto suggerisce Dundar, che la Turchia non sia “sospesa in aria”, ma che abbia chiaramente scelto il blocco BAO da decenni (l’adesione alla NATO non è niente?…), e la “sospensione in aria” non risale in realtà che al 2008, con gli errori di Erdogan e la crisi siriana che, come venti del disordine, impediscono di fissare una decisione netta. E quindi, da questo punto di vista, l’opzione della SCO diventa una cosa molto seria, più che mai considerata tale, e quindi l’osservazione di Gursel assume assolutamente tutto il suo significato sia dal punto di vista fondamentale, che dal punto di vista delle circostanze: “La SCO, che era nell’agenda nascosta dell’AKP per la Turchia, è oggi un punto dichiarato dell’agenda.”
Questo… è un dibattito fondamentale, perché per la Turchia (come per qualsiasi grande paese nella stessa posizione), la questione “Ovest-Est” (estranea alla Guerra fredda) è del tutto essenziale, poiché questa è la sfida del Sistema. Oltre a questo, il calderone in Medio Oriente e la crisi siriana, le ambizioni regionali, le esplosioni arcaiche e utopiche fra sunniti, sciiti, islamisti radicali e liberali, vari trafficanti e industrie del petrolio, non hanno alcun valore duraturo. Nel migliore dei casi, fanno parte di un disturbo che non si è sviluppato ancora abbastanza, paradossalmente, per passare a una posizione accettabile ai margini del movimento anti-Sistema. Nel peggiore dei casi si tratta di un disturbo da deviazione della questione fondamentale, e cioè del Sistema. (Questo fatto è un bene per la Turchia, perché ha altre opzioni, ma non è valido per altri Paesi incassati nel Medio Oriente, in grado di analizzare la loro posizione, rispetto al disordine generale della regione, in modo diverso), invece l’equazione simbolica della NATO contro la SCO rappresenta pienamente per la Turchia, la logica perenne della nostra crisi globale: la Turchia nella NATO rimane nel Sistema, passando alla SCO la Turchia diventa anti-Sistema.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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