MH370 è stato abbattuto?

Aanirfan

MH370 planeGli scienziati sono scettici sui dati della società satellitare Inmarsat sullo scomparso volo malese MH370.
Gli scienziati dubitano della qualità dei dati rilasciati dalla società satellitare inglese Inmarsat  utilizzati per determinare dove il volo della Malaysia Airlines MH370 si sarebbe schiantato nell’Oceano Indiano. Hanno detto che le informazioni sono insufficienti per tracciarne la rotta“.

ADF assistance to Malaysia Airlines MH370.Il capo della Emirates chiede perché nessun caccia abbia intercettato il volo scomparso MH370.
Il capo della Emirates Tim Clark si chiede perché i caccia non intercettarono il volo Malaysia Airlines 370 quando andò fuori rotta. Clark ha detto a The Australian Financial Review che l’aereo sarebbe stato intercettato da velivoli militari se avesse volato fuori rotta, negli altri Paesi. ‘Se volando da Londra a Oslo spariste sul Mare del Nord, virando ad ovest sull’Irlanda, in due minuti avreste Tornado, Eurofighter intorno a voi,’ ha detto.”

article-2579955-1C3EA19400000578-177_634x419MH370 sarebbe stato abbattuto al largo della costa del Vietnam durante un’esercitazione militare congiunta USA-Thailandia. Il volo scomparso Malaysia Airlines MH370 è stato ‘abbattuto’. Mike McKay lavorava sulla piattaforma petrolifera Songa Mercur al largo delle coste del Vietnam. Dice che l’8 marzo 2014 vide ciò che pensa fosse l”MH370 in fiamme’. (Stuff) (DailyMail)
Mike Mckay inviò una e-mail sul suo avvistamento ai suoi dirigenti. L’email è trapelata ai media. L’indirizzo email fu inondato da domande. ‘Divenne tutto insopportabile e fui mandato via dalla piattaforma e mai più richiamato’, ha detto a Sunday Star Times della Nuova Zelanda. Nella sua email, McKay descrive la sua posizione sulla piattaforma petrolifera, la posizione dell’aeromobile in relazione alla piattaforma, la distanza approssimativa dell’aereo dall’impianto di perforazione, la corrente sulla superficie dell’acqua e la direzione del vento. Dopo aver letto l’e-mail, le autorità vietnamite iniziarono una ricerca nel Mar Cinese meridionale. Questa ricerca fu sospesa quando la caccia all’MH370 passò nel Mare delle Andamane e poi nella parte meridionale dell’Oceano Indiano. Da allora, dice, le squadre di ricerca malesi e australiani non lo contattarono più.

ZnfMwJPTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L'”Air Defense Identification Zone” cinese: un errore o un passo strategicamente considerato?

Vladimir Terehov New Oriental Outlook 08.01.2014
5700368-adiz-05-800x546L’introduzione della cosiddetta Air Defense Identification Zone (ADIZ) nel Mar Cinese Orientale (ECS), il 23 novembre da parte del Ministero della Difesa della Repubblica Popolare Cinese, rimane uno dei maggiori eventi politici mondiali degli ultimi mesi. Dobbiamo ricordare che questo passo è stato compiuto da Pechino 40 anni dopo che una zona simile venisse adottata dal Giappone, cioè, uno dei principali oppositori regionali della Cina e che potrebbe diventarne il principale avversario in futuro. Il significato speciale della comparsa dell’ADIZ cinese è determinato dal fatto che questa zona si trova su parte della superficie della Regione Asia-Pacifico, in cui il centro della politica globale si sposta. Tale zona marittima, adiacente alle coste orientali della Repubblica Popolare Cinese e all’Hindustan è un moderno “Balcani” politico, un punto particolarmente sensibile in cui gli interessi degli attori più importanti del mondo s’intersecano.
In connessione con l’introduzione dell’ADIZ di Pechino, alcuni esperti nazionali hanno espresso l’opinione che ciò sia un “errore conseguente ed evidente” della diplomazia cinese. Vi sono alcuni motivi per tali considerazioni, se ricordiamo le conseguenze della politica dell'”assertività” perseguita dal 2009 dall’ex-dirigenza del PRC, soprattutto nel Mar Cinese Meridionale. In risposta alle rivendicazioni territoriali cinesi sul Mar Cinese Meridionale, alcuni Paesi rivieraschi chiesero aiuto, prima di tutto Filippine e Vietnam. Tali appelli furono ascoltati da Washington, e poi la sub-regione del Sud-Est asiatico è stata spesso visitata dai principali statisti statunitensi, che hanno ignorato le richieste cinesi di non interferenza di “forze esterne alla regione” nelle dispute territoriali fra Pechino e i suoi vicini. La serietà delle intenzioni degli Stati Uniti è stata sottolineata dall'”esplorazione” del Mar Cinese Meridionale delle navi della Settima Flotta degli Stati Uniti. A quanto pare, la Cina si è subito resa conto di rafforzare la posizione del suo principale avversario geopolitico, nella sub-regione di fondamentale importanza, con le proprie azioni. Negli ultimi mesi, ciò ha comportato una svolta positiva nella retorica della leadership cinese, in relazione ai suoi vicini meridionali. Tuttavia, il rafforzamento della presenza militare e politica nel Mar Cinese Meridionale è divenuto un fatto compiuto, e ciò è stato confermato ancora una volta dal recente incidente causato dalle manovre dell’USS Cowpens pericolosamente vicino alla portaerei cinese Liaoning che partecipava ad una esercitazione di routine della Flotta del Mar del Sud della Cina.
L’opinione che la Cina abbia commesso l’ennesimo errore in politica estera, con l’introduzione dell’ADIZ, si basa su alcuni punti ragionevoli. In primo luogo, dato che un arcipelago subacqueo, di fatto sotto il controllo della Corea del Sud (ma rivendicato dalla Repubblica Popolare Cinese), rientra nell’ADIZ, ha provocato il deterioramento delle relazioni tra Pechino e Seul. Nel frattempo, l’istituzione di fiduciose relazioni bilaterali negli ultimi anni è un traguardo importante per la politica estera della Cina, in quanto ha bloccato gli annosi sforzi di Washington nel formare un’alleanza politico-militare tripartita “USA-Giappone-Corea del Sud”. Sebbene i commenti ufficiali del Ministero della Difesa della Cina indicano chiaramente che l’introduzione dell’ADIZ sia rivolta contro il Giappone (rapporti che sembrano difficili da peggiorare), piuttosto che contro la Corea del Sud, la leadership di quest’ultima potrebbe semplicemente non avere scelta se non riavvicinarsi a Tokyo. Nonostante il fatto che il sentimento anti-giapponese cresca tra i coreani. Comunque, vi sono già state segnalazioni di un possibile coordinamento dei tentativi di entrambi i Paesi per contrastare eventuali azioni militari cinesi nello spazio delineato dall’ADIZ. In secondo luogo, Giappone, Corea del Sud e Taiwan non hanno riconosciuto la legittimità di questa zona cinese, e gli aerei delle loro compagnie ignorano i prerequisiti stabiliti dal Ministero della Difesa della Cina per volare nell’ADIZ. Tutto ciò fornisce motivi per valutare queste attività della RPC come controproducenti. Eppure, nonostante gli evidenti costi tattici attuali, a quanto pare la decisione d’introdurre l’ADIZ si basa sulla definizione di obiettivi strategici. Quest’ultima sembra probabile, almeno perché notizie sono state diffuse sulla possibile istituzione dell’ADIZ anche sul Mar Cinese Meridionale da parte di Pechino, dopo la manifestazione delle conseguenze negative di questa decisione per la Cina.
Possibili aspetti strategici di questa misura della Cina sono indicati, in particolare, dalla monografia di Robbin F. Laird e Edward Timperlake, recentemente pubblicata, “Ristrutturazione del Potere militare USA nella regione Asia-Pacifico“. Pubblicata un mese prima dell’introduzione dell’ADIZ dalla Cina, gli autori, naturalmente, hanno ritenuto necessario commentare una delle più notevoli vicende politiche regionali degli ultimi tempi, con un articolo speciale. Quando analizzano i motivi e le conseguenze dell’azione del Ministero della Difesa della Cina qui discussi, si basano sul concetto formulato nel libro del “quadrilatero strategico allungato” formato dai quattro principali alleati regionali degli Stati Uniti: Giappone, Australia, Singapore e Sud Corea. L’efficienza del  triangolo del potere statunitense, formato dalle basi militari sul territorio degli Stati Uniti (arcipelago hawaiano, isola di Guam) e in Giappone, può essere raggiunta solo in condizioni di libertà di movimento sul mare e negli spazi aerei del quadrilatero. Pertanto, sulla base di dette posizioni, l’introduzione dell’ADIZ cinese, interna al “quadrilatero”, indica che la RPC crea la base per adempiere ai propri obiettivi strategici militari. Ciò è dovuto dalla necessità di violare la libertà di movimento delle unità da combattimento e da trasporto militare degli oppositori regionali di questo “quadrilatero”, se tale necessità diventasse rilevante. In particolare, ciò può verificarsi se Pechino perde la pazienza riguardo Taiwan, che sempre più diventa uno Stato indipendente de facto, invece di rientrare, in una forma o nell’altra, nella “madre patria” (continente). Ciò contraddice gli obiettivi finali della politica della Repubblica Popolare Cinese sullo sviluppo delle relazioni economiche e culturali con Taiwan. In caso di passaggio a mezzi “non pacifici” per affrontare il problema di “ristabilire l’unità della nazione”, come previsto dall’atto legislativo del Congresso Nazionale del Popolo nel 2005, il compito d’impedire agli Stati Uniti d’interferire nel conflitto (molto probabilmente in collaborazione con il Giappone) diventerà molto rilevante.
Contrariamente all’opinione popolare secondo cui lo scopo principale dell’introduzione dell’ADIZ cinese siano le isole Senkaku/Diaoyu, il cui possesso la Cina contesta al Giappone, Zachary Keck, viceredattore del giornale elettronico The Diplomat, popolare nella regione, ritiene che il principale obiettivo sia Taiwan. Se le speculazioni degli esperti sono vicine alla verità, ciò vorrà dire che l’istituzione dell’ADIZ della Cina nel Mar Cinese Orientale dimostra che Pechino ha scelto una strategia politica di contrasto controffensivo diretto ai tentativi dei suoi avversari regionali di limitarne la libertà di azione nello spazio immediatamente adiacente al territorio della Repubblica Popolare Cinese. Solo ulteriori sviluppi dimostreranno se tale versione sia corretta o meno. Tuttavia, anche oggi non vi è dubbio che la scelta strategica militare e politica dello “spigolo contro spigolo” tipico della tradizione cinese, sarà accompagnata da notevoli rischi. Ad esempio, alcuni membri dell’elite politica di Taiwan parlano della necessità di proteggere la propria ADIZ e di coinvolgervi Giappone e Corea del Sud, per contrastare una possibile azione militare della Repubblica Popolare Cinese.
Infine, si deve rilevare di non sottovalutare il potenziale del pensiero strategico della leadership cinese, un Paese la cui storia ha più di un millennio. In queste circostanze piuttosto disagiate (in gran parte conseguenza dei propri errori), la Cina non ha apparentemente nessuna politica “buona” e deve sceglierla tra “cattiva” e “pessima”.

Vladimir Terekhov, ricercatore presso il Centro Asia e Medio Oriente del Russian Institute for Strategic Studies, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La strategia della Russia nella Regione Asia-Pacifico

Sofia Pale New Oriental Outlook  23/12/2013

Vladimir-Putin-and-Hu-JintaoDopo il collasso economico iniziato nel 2008 e che ben presto ha travolto il mondo intero, la Russia ha significativamente modificato la propria politica estera. In conseguenza della crisi, Stati Uniti ed Europa hanno subito le maggiori perdite finanziarie. Minori perdite sono state subite da Cina, Australia e un certo numero di Paesi dell’ASEAN (basti ricordare il termine “Cindonesia“, di moda nel 2009, verso il triangolo economicamente inaffondabile Cina, India e Indonesia). La Russia è riuscita ad affrontare con successo lo shock globale, ma ha dovuto rivedere la sua politica estera, in precedenza volta a una partnership quasi esclusivamente con l’occidente. La nuova direzione ad Est della Russia è stata progettata ed implementata al massimo livello e con successo, come questi ultimi anni hanno dimostrato. La mossa della Russia verso “oriente” segue due direzioni: economica e strategica. Soprattutto nella regione Asia-Pacifico, dove dal 2010 è aumentata la domanda di energia. Dato che negli Stati Uniti e in Europa, il consumo di materie prime è sceso, il riorientamento delle priorità per l’esportazione della Federazione russa verso i Paesi dell’Asia-Pacifico è diventata un passo naturale e logico, necessario per lo sviluppo dell’economia russa. La Russia è anche riuscita a rafforzare la propria influenza politica nella regione dell’Asia-Pacifico per via del marcato crollo delle posizioni statunitensi. Il culmine della politica estera russa in tale  direzione è stata la presidenza della Federazione russa al vertice APEC, tenutosi a Vladivostok nel 2012, e l’annuncio di politiche economiche chiare nel successivo vertice del 2013 a Bali, in Indonesia.

La Russia entra nel “Pacifico”
Il primo passo della leadership russa per stabilire legami più stretti con la regione Asia-Pacifico è stata la cooperazione regionale, vale a dire, il cuore dell’organizzazione regionale, l’ASEAN. In un primo momento, i Paesi dell’Asia orientale sospettavano delle intenzioni della Federazione russa nella regione Asia-Pacifico. Tuttavia, dopo il 2009, è diventato chiaro che il tradizionale dominatore del Pacifico, gli Stati Uniti, avranno bisogno di molti anni per riprendersi economicamente, mentre il potere finanziario, politico e militare della Cina, al contrario, si amplia rapidamente (si ricordi il conflitto sul Mar Cinese Meridionale aggravatosi nel 2013). Poi un certo numero di Paesi dell’ASEAN inizia a mostrare un’interesse particolare verso la Russia. Certo, approfittano della strategia “di attirare il grande per dissuadere il grande“, ritenendo che la presenza nella regione di un nuovo “leader”, la Russia, contribuirà a “calmare” le crescenti ambizioni della Cina. A questo proposito, il vertice dell’Asia orientale (EAS, che comprende i 10 Paesi dell’ASEAN e 6 partner del dialogo), portava la Russia e gli Stati Uniti a collaborare nel 2011 sul nuovo formato ASEAN+8, ma a poco a poco l’iniziativa è sbiadita alla luce dell’instabilità economica mondiale e del raffreddamento generale dei rapporti russo-statunitensi in particolare. Inoltre, se il vertice Russia-ASEAN pre-crisi del 2005 e quello post-crisi del 2010, si svolsero con la partecipazione del presidente della Russia, ampiamente seguiti dai media, nel 2013 il vertice si svolse già a livello ministeriale, affaristico e culturale, senza più ricevere grande pubblicità mediatica. Tuttavia, in occasione della riunione ministeriale Russia-ASEAN del 2013, le parole fiduciose del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ancora indicavano che il “potenziale per approfondire il partenariato è ben lungi dall’essere esaurito“, e “oggi possiamo vedere quali altre opzioni potrebbero essere interessate“. Il fatto è che negli ultimi anni la retorica è stata sostituita da azioni specifiche e mirate, che saranno discusse di seguito.

Il partenariato della Russia con i Paesi dell’Asia Orientale
Già nel 2010, tra la sofferenza di Nord America ed Europa per gli effetti della crisi globale, Mosca aveva annunciato ufficialmente che la priorità della politica estera della Russia sarebbe stata l’accesso ai mercati della regione Asia-Pacifico. Uno degli esempi più eclatanti di partenariato tra la Russia e un membro chiave dell’EAS, la Cina, è stato il lancio del trading in Yuan/Rublo sul MICEX nel dicembre 2010, al fine di ridurre la dipendenza di tali monete dal dollaro. Questo evento è significativo per il fatto che il MICEX è diventato la prima piattaforma estera in cui lo Yuan viene scambiato. (A proposito, per ridurre il ruolo del dollaro come intermediario nelle transazioni commerciali internazionali, nel 2013 la Cina ha proposto la creazione di un fondo dei Paesi BRICS in crediti nelle loro monete (o RMB) ad un tasso fisso, “bypassando” il FMI. Tale fondo, avviato dalla Cina, ha avuto successo nella regione Asia-Pacifico durante l’Iniziativa di Chiang Mai del 2005, raggiungendo un volume pari a 240 miliardi di dollari nel 2012). Nel 2010 Russia e Cina si sono anche accordate sull’acuto problema regionale della Corea democratica. Un ruolo chiave nel preservare le relazioni a lungo termine tra i due Paesi l’ha avuto la Pipeline Russia-Cina, avviata nell’autunno dello stesso anno, i cui profitti compensano la flessione dei ricavi delle vendite di gas russo in Europa. Nel 2013, il volume annuo di investimenti cinesi nell’economia russa è stato pari a 3,7 miliardi di dollari, e nell’ottobre 2013 la Russia e la Cina hanno firmato una serie di documenti sugli investimenti cinesi nell’economia russa nel complesso, e nello sviluppo delle regioni più povere della Russia in particolare. Tale evento storico per l’economia russa, è stato definito dal primo ministro russo Dmitrij Medvedev “lo speciale rapporto della partnership strategica“, sostenuto dalle promesse della Cina di portare gli investimenti annuali a 12 miliardi entro il 2020. Un altro gasdotto, “Siberia orientale – Oceano Pacifico” (ESPO), avviato nel 2013, dovrebbe trasformare l’Estremo Oriente russo nel principale fornitore di petrolio per Giappone, Cina, Stati Uniti, Corea del Sud, Filippine, Singapore e Taiwan.
Con un altro importante giocatore dell’EAS, la Corea del Sud, la Russia ha sviluppato un rapporto regolare, non offuscato dalla posizione di Mosca sulla questione della Corea democratica, che non corrisponde alle aspettative di Seul. Da quando la Corea del Sud ha un partenariato con gli USA sulla sicurezza e con il Giappone per le esportazioni high-tech, la Russia ha il ruolo tradizionale della “grande potenza delle materie prime“. In tale ottica, Mosca e Seoul, nel novembre 2010 hanno firmato un accordo per la fornitura di gas naturale liquefatto alla Corea del Sud per 1,5 milioni di tonnellate all’anno per 20 anni, nell’ambito del Progetto Sakhalin-2. Fornitrice è l’azienda russa Sakhalin Energy, che ha un motto promettente: “Essere la principale fonte di energia della regione Asia-Pacifico“. Inoltre, nel 2012, la Corea del Sud è diventata uno degli investitori per le strutture  costruite a Vladivostok per il vertice APEC. Relazioni speciali si hanno tra Russia e Australia. L’Australia è un altro partner affidabile degli Stati Uniti nella sicurezza regionale, ma il Paese è molto interessato a preservare le relazioni economiche e commerciali con la Cina. Contemporaneamente l’Australia cerca di inibire la crescita dell’influenza di Cina e Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico. Inoltre, se nel 2005 Canberra era categoricamente contraria ad invitare la Russia nell’Asia Orientale, considerandola un giocatore “estraneo” alla regione, nel 2010 ha volentieri appoggiato l’adesione del Paese all’organizzazione, sperando che la presenza di un terzo gigante, la Russia, controlli le due “egemonie” concorrenti. La posizione australiana sull’invito della Russia nel “Pacifico” fu sostenuta da Tokyo, nonostante la controversia irrisolta tra Russia e Giappone sulle isole Curili. Tuttavia, dal 2011 il Giappone acquista gas naturale liquefatto da Sakhalin e in misura molto maggiore rispetto alla Corea del Sud. Inoltre, le società giapponesi Mitsui e Mitsubishi possiedono il 22,5% delle azioni di Sakhalin Energy, la società del Progetto Sakhalin-2. Tuttavia, nella costruzione della relazioni con l’Asia Orientale, la Russia non si concentra solo sui giocatori che possono acquistare materie prime russe, ma anche su partnership strategicamente opportune, secondo il ministero degli Esteri, come con Nuova Zelanda, Vietnam e India che, a differenza di altri Paesi dell’Asia Orientale, storicamente non hanno avuto rapporti troppo solidi con gli Stati Uniti; tuttavia, l’unico settore in cui Mosca vede prospettive di cooperazione con tali Paesi è un loro coinvolgimento nell’Unione doganale EurAsEC. L’unica cosa da decidere sarà la base del baratto e il trasporto tra Federazione Russa, Nuova Zelanda, Vietnam e India che, in realtà, sarà forse il compito più complesso del prossimo decennio.

Prospettive in Estremo Oriente
Nell’ottobre 2013, al vertice APEC a Bali (che, per inciso, fu ancora ignorato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama), Mosca aveva indicato chiaramente un piano per attrarre investimenti dai suoi partner strategici dell’Est asiatico per sviluppare le regioni dell’Estremo Oriente russo. La difficoltà principale nella realizzazione di tali piani era forse il fatto che l’Estremo Oriente russo suscita forti preoccupazioni negli investitori orientali, per via del suo sottosviluppo economico e delle “selvagge” pratiche commerciali. C’è un altro problema da affrontare al massimo livello, che il dr. in Scienze Politiche S. Pestsov ha descritto come: “Una delle condizioni più importanti per il successo della strategia di penetrazione e consolidamento della Russia nell’Asia Orientale è fornire più spazio ed opportunità alle regioni della Siberia e dell’Estremo Oriente (della Russia) per includerle nei processi d’integrazione regionale, nei progetti di partenariato transfrontalieri e nella cooperazione. Fino ad allora, se l’autonomia regionale viene percepita solo come una minaccia per l’unità del Paese, una reale integrazione regionale sarà fuori questione.” Queste parole sono state finalmente ascoltate, nell’ottobre 2013; durante un vertice del World Economic Forum a Mosca, il viceprimo ministro russo Igor Shuvalov ha detto che “è tempo di trasferire ulteriori poteri dal governo federale alle regioni”, fornendo l’opportunità alle regioni di raccogliere ulteriori fondi da investitori nazionali e stranieri. I fatti hanno seguito le sue parole: incentivi fiscali per nuovi progetti di investimento in Estremo Oriente avranno effetto dal 1° gennaio 2014. Inoltre, il Presidente Vladimir Putin ha proposto di estendere gli sgravi fiscali all’intera Siberia orientale nel 2015.

Chi sarà il partner chiave della Russia nell’Asia orientale?
Nonostante i tentativi della Russia d’introdurre il rublo russo come affidabile mezzo di pagamento (dovrebbe anche essere posizionato il simbolo del rublo sulle tastiere russe nel 2014), nei prossimi anni, il nucleo della cooperazione della Russia con l’Asia-Pacifico potrebbe diventare il capitale cinese, sostenuto dalle riserve in valuta estera della Cina che, nel 2004-2012, sono aumentate del 721% raggiungendo i 3300 miliardi di dollari (abbastanza per comprare due volte le riserve auree di tutte le banche centrali del mondo). La Cina costruisce una politica equilibrata e prudente nelle relazioni con i suoi vicini più prossimi, i Paesi dell’ASEAN e i loro interlocutori nell’Asia orientale, per non aver problemi nel “soggiogarne” le economie, spostandole gradualmente dal dollaro allo yuan nelle operazioni di trading. La Federazione russa s’inserisce naturalmente in questi piani, in quanto considera la Cina suo partner strategico, pronto a sua volta ad investire grandi quantità di denaro nello sviluppo delle regioni russe, acquistando materie prime russe in grandi volumi.
In generale, negli ultimi anni la dinamica delle relazioni della Russia non solo con la Cina, ma anche con il resto dell’Asia orientale, è aumentata notevolmente e forse il prossimo decennio sarà una pietra miliare della Storia della politica estera russa, rafforzando la posizione della Russia nella regione dell’Asia-Pacifico.

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Sofia Pale, Ricercatrice in Storia e membro del Centro per il Sud-Est asiatico, Australia e Oceania della RAS di Studi Orientali, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dietro la storia di successo dei MiG

Anton Valagin, Rossiskaja Gazeta, 13 dicembre 2013RIR

Il costruttore aeronautico sovietico Artjom Mikojan creò l’aereo dai 55 record mondiali. Rossijskaja Gazeta esamina cinque dei progetti più interessanti prodotti dall’Experimental Design Bureau della MiG.  

fYkbbIl MiG-9 fu il primo aereo a reazione sovietico. Nonostante il fatto che i piloti avessero paura di volare su un aereo senza elica, e i meccanici non avessero alcuna esperienza con i motori a reazione, l’esperienza che il Mikojan Gurevich Design Bureau acquisì nella creazione di questo aereo permise di produrre il MiG-15, uno dei migliori caccia del suo tempo. Il momento migliore per tali aerei MiG fu durante la guerra di Corea. Per gli statunitensi l’aspetto più moderno dei caccia sovietici fu una sorpresa assoluta: il MiG-15 aveva facilmente il sopravvento sui lenti caccia F-80 e riuscirono a scacciare i bombardieri. Di conseguenza, gli statunitensi inviarono immediatamente i loro F-86 Sabre, che erano appena entrati in servizio, in Estremo Oriente. Come disse il comandante di squadrone Sergej Kramarenko, che conseguì 13 vittorie in Corea, “molto spesso il risultato del duello veniva deciso dall’attacco iniziale. I MiG salivano più rapidamente dopo l’attacco, mentre i Sabre facevano il contrario, puntando verso terra. Ognuno avrebbe cercato di utilizzare al meglio le caratteristiche in combattimento del proprio aereo, quindi a volte l’incontro si limitava ad un singolo attacco, dopo di che salivamo in quota mentre gli statunitensi andavano a bassa quota.” Il MiG-15 fu il più prodotto aereo a reazione da combattimento del mondo. A parte l’URSS, fu prodotto su licenza in Polonia, Cecoslovacchia e Cina. In tutto oltre 15000 di questi velivoli furono realizzati e il caccia fu in servizio in più di 40 Paesi per oltre mezzo secolo.

971331Il demolitore di ‘Phantom’
Il MiG-19 ha la quota maggiore di vittorie in combattimento aereo della guerra del Vietnam, così come del conflitto tra India e Pakistan. Copie cinesi del MiG-19, conosciute come J-6, pilotati da piloti locali abbatterono Phantom statunitensi, mentre sul Kashmir indiano distrussero i Su-7 dell’Indian Air Force. Il potente armamento del caccia, 3 cannoni da 30 mm, si armonizzava con l’eccellente manovrabilità e la buona velocità di salita. I piloti avrebbero spesso rimarcato l’eccellente affidabilità del velivolo. Il MiG-19 fu utilizzato in URSS per intercettare gli aerei che violavano i suoi confini. Abbatté sulla Regione Polare un velivolo statunitense da ricognizione a lungo raggio RB-47, nel 1960, così come vari aeromobili dell’aviazione statunitense, distrutti nei cieli della Repubblica democratica tedesca, insieme ad un gran numero di aerostati da ricognizione.

a_tsyupka_mig-21_lancer_c_1200La micidiale ‘Balalajka’
Il successivo successo di Mikojan fu il MiG-21, il più diffuso caccia supersonico del mondo. Questo aereo entrò in produzione di serie più di mezzo secolo fa, ed è ancora in produzione in Cina. Una caratteristica importante di questo aereo è il suo basso costo di produzione: la versione d’esportazione costa meno di un BMP-1 (Boevaja Mashina Pekhotij – blindato per trasporto truppe).  La NATO diede al MiG-21 il soprannome insondabile di Fishbed, strato geologico ricco di resti fossili di pesci. I piloti sovietici chiamarono il velivolo Balalajka per via dell’ala di forma triangolare. Il MiG-21 combatté con successo in Vietnam a fianco del suo predecessore. Questo piccolo e maneggevole caccia fu un serio avversario per i Phantom statunitensi di seconda generazione. Una tattica speciale fu anche sviluppata negli USA per il combattimento aereo contro i MiG-21. I piloti vietnamiti adottarono le tattiche sovietiche: essendo guidati sul bersaglio da terra, i caccia avrebbero cercato di posizionarsi dietro e sotto l’aereo statunitense, che avrebbero poi attaccato con missili, ritornando poi alla base.

1537018L’occhio vigile
L’aereo da attacco al suolo MiG-27 era conosciuto come il “balcone con vista sul campo di battaglia”, in riconoscimento dell’eccellente visibilità dalla cabina di pilotaggio. In realtà, sarà l’intercettore MiG-31 a dover diventare il vero aereo da vigilanza. Il MiG-31 fu il primo aereo al mondo ad adottare un sistema radar phased array, che permette di individuare bersagli aerei (compresi obiettivi dalla scarsa visibilità) ad una distanza di 320 km. L’elettronica di bordo può tracciare 24 obiettivi, seguirne 10 e selezionare i quattro più importanti contro cui poi spara missili aria-aria a lungo raggio. Quattro MiG-31 possono controllare uno spazio aereo che copre un fronte di 800 chilometri per 900 chilometri di lunghezza.

1425512Agile e capiente
Il MiG-29 modificato è il principale caccia dell’aviazione russa e allo stesso tempo funge da  laboratorio volante per testare nuove tecnologie. Questo velivolo è dotato di motori che impiegano la spinta vettoriale, dandogli un nuovo livello di manovrabilità. I piloti nominarono i primi MiG-29 “aereo d’allarme interno”, perché non avevano abbastanza carburante per volare lontano dalla  propria base aerea. Oggi il modificato SMT è dotato della più moderna elettronica di bordo, di serbatoi supplementari, nonché di attrezzature per il rifornimento in volo.

1240350Il caccia del futuro
Il prototipo di quinta generazione del caccia Progetto 1.44 doveva essere designato MiG-35 MFI (Mnogofunktsjonalnik Frontovoj Istrebitel – caccia multiruolo tattico). Questo velivolo avrebbe dovuto essere dotato di motori che impiegavano la spinta vettoriale e di tecnologia stealth, ampiamente utilizzate per la sua produzione. Nel 2002, tuttavia, il governo emanò un decreto relativo alla creazione del PAK-FA (Perednij Aviatsionnij Kompleks Frontovoj Aviatsij – Complesso Aereo Avanzato di Prima Linea), che mise termine allo sviluppo del 1.44. L’unico prototipo funzionante, che volò il 29 febbraio 2000, è oggi al Gromov Flight Research Institute di Zhukovskij.

164976Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Relazioni USA-Cina e la geopolitica del Trans Pacific Partnership Agreement (TPPA)

Jane Kelsey Global Research, 11 novembre 2013

Nel criticare i leader della sua nativa Nuova Zelanda per la loro miopia nel trattare il TPPA da accordo internazionale depoliticizzato, Jane Kelsey sostiene che la Cina è l’obiettivo finale di ogni grande proposta degli Stati Uniti per tale ‘accordo di nuova generazione, del ventunesimo secolo’.

Pesident-Obama-China-001Il termine ‘imperialismo competitivo’ si applica dove il ‘libero commercio è asservito al fine di proiettare l’influenza su un altro Paese o territorio di una regione, e il controllo effettivo o percepito dei reciproci sforzi da un’altra potenza’. Nell’ultimo decennio è stato utilizzato per descrivere la corsa tra Stati Uniti e Unione europea (UE) per garantirsi accordi di libero scambio di nuova generazione (ALS) per motivi strategici. Oggi, l”imperialismo competitivo‘ è più propriamente usato per descrivere la crescente disperazione degli USA nel neutralizzare l’ascesa dei ‘Paesi BRICS’, Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. La Cina è preminente tra essi, al punto che anche se non fa parte del proposto accordo di partenariato trans-Pacifico (TPPA), è l’elefante  costantemente in camera ed obiettivo finale delle proposte sempre più aggressive degli USA. La dimensione strategica e diplomatica del TPPA ha particolarmente gravi conseguenze per un Paese come la Nuova Zelanda, che vuole rimanere la migliore amica di entrambe le parti. Da un lato, il ministro del commercio Tim Groser aveva avvertito, nel febbraio 2012, che la Nuova Zelanda si sarebbe ritirata dai negoziati se i politici degli Stati Uniti li usavano per cercare di contenere l’ascesa della Cina. Si ritiene che gli alti rappresentanti governativi di Nuova Zelanda e Australia, fossero  assai a disagio con una certa retorica anticinese di Washington. Come di seguito dettagliato, la retorica non accenna a diminuire, ma prevedibilmente Groser non se ne allontana. Altre volte, i leader politici e i giornalisti ricorrono a quel luogo felice ove la Nuova Zelanda può rivendicare la neutralità di piccola potenza indipendente e giocare in entrambe le squadre. Alla fine del 2012, il primo ministro John Key accolse con favore i colloqui per un mega-accordo con la Cina e l’Associazione del Sud-Est asiatico (ASEAN), ‘ma il TPP è la nostra grande scommessa in questo momento‘.
L’approccio della Nuova Zelanda è trattare il TPPA come accordo economico internazionale depoliticizzato ed estraneo alla geopolitica. Ciò può essere realizzabile nelle prime fasi, ma se  vi sarà una guerra fredda per delega, gli amici di ogni parte si aspetteranno che ne diveniamo alleati. Una simile miopia studiata informa il grande piano di tutti i membri del forum Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) e i loro altri accordi aggregati a questo trattato USA-centrato che  forma l’accordo di libero scambio regionale dell’APEC. I ripetuti tentativi di raggiungere tale obiettivo sono falliti da quando fu proposto, nei primi anni ’90, perché vi sono modelli economici e relazioni strategiche divergenti tra i 23 membri dell’APEC. E’ vero che tutti i Paesi TPPA hanno le loro ragioni per partecipare a questo gioco, e alcuni come il Vietnam, lo vedono per costruire un proprio baluardo contro la Cina. Ma non ci sono prove che suggeriscano che quei decenni di resistenza al modello vincolante ed esecutivo statunitense per la regione Asia-Pacifico,  semplicemente si sciolgano.

Il secolo del Pacifico degli Stati Uniti
Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e la segretaria di Stato Hillary Clinton hanno suscitato dubbi al vertice  dell’APEC ospitato a Honolulu nel novembre 2011, circa gli scopi del TPPA. Gli Stati Uniti si propongono di far rivivere le proprie geopolitica, influenza strategica ed economica nella regione asiatica per contrastare l’ascesa della Cina, in parte attraverso la costruzione di un regime giuridico regionale, al servizio dei loro interessi, e gestito dagli Stati Uniti e dalle loro aziende. Nel contesto del TPPA, ciò che gli Stati Uniti vogliono è in definitiva ciò che conta. Ampliando l’articolo intitolato ‘US Pacific Century’ sul numero di novembre 2011 della rivista Foreign Policy, Clinton ha detto che le sfide alla sicurezza ed economiche che attualmente affronta l’Asia-Pacifico, ‘richiede la leadership statunitense’. I funzionari hanno descritto il ruolo degli Stati Uniti come ‘l’ancora della stabilità regionale‘, impegnata ‘nella gestione del rapporto con la Cina, economicamente e militarmente’. Secondo i consiglieri di Obama, è divenuto ‘molto chiaro‘ nei  colloqui bilaterali con il presidente della Cina Hu Jintao ‘che il popolo e la comunità imprenditoriale statunitensi sono sempre più impazienti e frustrati verso il cambiamento nella politica economica della Cina e l’evoluzione del rapporto economico USA-Cina‘. La Cina non era riuscita a dimostrare lo stesso senso di ‘leadership responsabile’ che gli Stati Uniti avevano cercato di avere.
Al vertice dei leader TPPA, Obama aveva parlato di stabilire norme internazionali che sarebbero ‘un bene per gli Stati Uniti, l’Asia, il sistema del commercio internazionale, per qualsiasi Paese che affronti questioni come l’innovazione e la disciplina Stato-imprese statali (SOE), creando un campo di gioco competitivo e di livello‘. Soprattutto, il TPPA creerebbe norme internazionali che sarebbero ottime per riesumare l’egemonia strategica e economica degli USA.
Il tono bellicoso s’era intensificato durante la campagna per le presidenziali del 2012 negli Stati Uniti. Il candidato repubblicano Mitt Romney si era lamentato che Obama non era stato abbastanza duro verso la Cina e aveva avallato il TPPA come ‘drammatico baluardo geopolitico ed economico contro la Cina‘. Obama era altrettanto bellicoso. Mentre la Cina potrebbe essere un partner, gli USA ‘inviavano un segnale molto chiaro’ di essere una potenza del Pacifico destinata ad avervi presenza. In un riferimento codificato al TPPA, disse ‘Stiamo organizzando relazioni commerciali con Paesi diversi dalla Cina, in modo che la Cina inizi a sentire una maggiore pressione nell’aderire agli standard internazionali fondamentali. Questo è il tipo di leadership che abbiamo dimostrato nella regione. Questo è il tipo di leadership che continueremo a mostrare‘. Vi è una certa tensione antagonistica tra la posizione in politica estera del dipartimento di Stato e gli obiettivi commerciali del TPPA. La Cina è l’obiettivo finale di ogni grande proposta degli Stati Uniti in questo ‘accordo di nuova generazione del XXI° secolo‘, in particolare la tutela più rigorosa dei diritti di proprietà intellettuale, le discipline ‘anticoncorrenziali’ sulle imprese di proprietà dello Stato e processi e regole per fermare una regolamentazione ‘ingiustificata ed eccessivamente onerosa’. Non è chiaro in che modo intendano spingere la Cina ad adottare tali regole. A volte sembra una strategia di accerchiamento, creando un modello che domini l’Asia-Pacifico e la Cina in primo luogo, forzandola ad adattarsi e in ultima analisi ad aderire al TPPA. Altre volte, l’obiettivo sembrano essere alleanze e operazioni della Cina in Paesi terzi, per minarne le basi d’appoggio economico e  d’influenza strategica.
La potenziale leva degli Stati Uniti sulla Cina s’è intensificata con l’annuncio a febbraio 2013 dei negoziati per una Trans-Atlantic Free Trade Area (TAFTA) tra gli Stati Uniti e il blocco dei 27 Paesi UE. Esiste una sinergia tra la strategia globale dell’UE per esternalizzare il suo regime normativo interno e l’obiettivo degli Stati Uniti per il TPPA di fornire un contesto normativo trasparente per capitali, beni, servizi, dati e personale d’elite nella regione Asia-Pacifico. Ma c’è la questione appiccicosa di quale regime governerebbe, dati i vecchi conflitti in settori quali l’agricoltura, la sicurezza alimentare, le telecomunicazioni e la proprietà intellettuale. L’attrattiva commerciale e strategica di un patto transatlantico è evidente, soprattutto per gli Stati Uniti. Se potessero stipularli gli USA abbraccerebbero i potenti blocchi TPPA e TAFTA, aumentando massicciamente la loro potenza nei confronti dei BRICS.

La risposta diplomatica della Cina
la risposta pubblica cinese è stata misurata. Alla fine di settembre 2011, l’ambasciatore della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) disse diplomaticamente che aveva ‘obiezioni al TPP‘ ed era in attesa di vedere se c’era la possibilità che la Cina potesse essere coinvolta nelle discussioni. Parlando immediatamente prima del vertice APEC nel 2011, un alto funzionario cinese criticò aspramente gli obiettivi degli Stati Uniti come ‘troppo ambiziosi’ e chiese equilibrio tra la TPPA e ‘altre vie per la liberalizzazione del commercio multilaterale e regionale‘. I negoziati del TPPA dovrebbero essere ‘aperti’, e la Cina non era stata invitata a parteciparvi. Gli Stati Uniti  risposero che ogni Paese deve chiedere di aderire e dimostrare di esser pronto ad agire secondo regole del gold standard del 21° secolo del TPPA. La Cina ha un certo numero di opzioni.  Ignorando il TPPA, nella speranza che vada in stallo, e che seguire i negoziati dell’OMC del Doha Round e della moribonda Area di Libero Commercio delle Americhe, comporti un rischio troppo elevato. La Cina potrebbe cercare di aderire ai colloqui indirettamente tramite Hong Kong, ma  portando le estese proprietà delle aziende di Stato cinesi di Hong Kong sotto la disciplina del TPPA. Ciò esporrebbe anche i processi governativi di Hong Kong ad obblighi sgradevoli su gestione, divulgazione e partecipazione esterna. La Cina potrebbe fare una richiesta diretta per partecipare al TPPA. Cosa che scatenerebbe frenesia tra i Paesi negozianti il TPPA che non hanno un accordo di libero scambio con la Cina: gli Stati Uniti, oltre a Canada, Giappone, Messico e Australia. Ma l’adesione comporta un processo lungo e umiliante di discussioni bilaterali e approvazione da ciascun membro partecipante, quindi la decisione collettiva per consentirne l’ingresso, seguita da una notifica di 90 giorni dal Congresso degli Stati Uniti. Il processo per il Canada e il Messico durò un anno. Dissero che dovettero accettare tutto ciò che era stato concordato nel momento in cui formalmente aderirono ai negoziati, ma non ebbero il permesso di vederne il testo prima. Anche se gli Stati Uniti assicurarono che l’adesione del Giappone fosse accelerata, arrivò ai negoziati di fine luglio 2013 nelle stesse condizioni: il Giappone non ebbe accesso ai testi formali e non potrà riaprire tutto ciò che era già stato concordato nei negoziati. In realtà, molti dei capitoli di maggiore interesse per il Giappone non sono stati conclusi, facendo in modo che la scadenza di ottobre sia irraggiungibile.
Sembra inconcepibile che la Cina si accordi a un processo di discussioni bilaterali e ardue precondizioni solo per arrivare al tavolo dei negoziati ed accettare una serie di regole elaborate dagli USA volte a paralizzare le principali basi del vantaggio commerciale della Cina. L’opzione più realistica per la Cina è accrescere il proprio mega-gruppo. Cosa già avviata. La Cina ha un accordo di libero scambio con l’ASEAN, la cui portata si è progressivamente ampliata dai beni ai servizi agli investimenti. Ed ha iniziato negoziati bilaterali con la Corea del sud e le prime trattative Cina-Giappone-Corea si sono svolte a marzo 2013. Queste relazioni sono fondamentali per la Cina. Vi sono tensioni in politica estera con il Giappone sulle isole contese di Diaoyu/Senkaku e questo è chiaramente un fattore che ha spinto il Giappone ad unirsi ai colloqui TPPA, nonostante la vigorosa opposizione interna. Tuttavia, la Corea del Sud ha detto che non farà altrettanto, in questa fase, perché si concentra sulle trattative con la Cina e l’accordo a tre con il Giappone. Altra grande contromanovra della Cina è il partenariato regionale globale economico (RCEP) di 16 nazioni, che coinvolge la Cina, i 10 Paesi dell’ASEAN, India, Corea del Sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda, ma non gli Stati Uniti. I colloqui furono avviati nel novembre 2012. La retorica è simile al TPPA, con i sostenitori che lo descrivono come ‘un quadro entro cui le imprese possono utilizzare le risorse della regione per migliorare e generare più alti standard di vita e di benessere per i popoli della regione’. Vi sono aspettative simili nella liberalizzazione di servizi, investimenti, filiere e  connettività, ma sono più deboli in materia di proprietà intellettuale, riforme normative nazionali, ambiente, lavoro, appalti pubblici e misure non tariffarie, quali le leggi di tutela dei consumatori.
Mentre gli Stati Uniti vedono il TPPA come veicolo per la loro leadership nella regione Asia-Pacifico, i ricercatori dell’ASEAN affermano sia nell’interesse dell’Asia orientale e del mondo intero che ‘l’Asia orientale sia il motore della crescita dell’economia mondiale‘, pur essendo aperta al resto del mondo. I negoziati e l’accordo RCEP dovrebbero seguire il precedente della Comunità economica dell’ASEAN, seguendo la ‘via dell’ASEAN‘. L’ethos del progetto della Cina e dell’ASEAN, è fondamentalmente diverso dal TPPA degli USA. Invece di un impegno comune a un ‘accordo gold-standard del XXI.mo secolo‘, il RCEP riconoscerà ‘circostanze individuali e diverse ai Paesi partecipanti‘. Considerando che il TPPA rifiuta qualsiasi trattamento speciale e differenziato per i Paesi più poveri oltre un certo periodo e qualche assistenza tecnica, mentre il RCEP promette di ‘includere adeguate forme di flessibilità tra cui l’accantonamento per un trattamento speciale e differenziato‘, soprattutto per i Paesi meno sviluppati.
Sette Paesi attualmente seguono entrambe le trattative: Australia, Brunei, Giappone, Malesia, Nuova Zelanda, Singapore e Vietnam. Il lasso di tempo per concludere un accordo RCEP è entro la fine del 2015. Gli Stati Uniti evidentemente non vogliono che questi negoziati vadano avanti finché non avranno bloccato i Paesi interessati nell’orbita delle proprie regole TPPA, specialmente quelli con cui non dispone già di un accordo di libero scambio. Cosa che diventerà difficile nel negoziato con il Giappone. Se entrambi gli accordi saranno conclusi, Paesi come la Nuova Zelanda, che vi partecipano, dovrebbero affrontare alcune decisioni difficili, alla fine. I due accordi riflettono paradigmi così come alleanze geopolitiche divergenti. Le parti sarebbero tenute a implementare  obblighi abbastanza diversi, e il loro rispetto verrebbe imposto da Stati ed imprese straniere.

706700Jane Kelsey è professoressa di diritto presso l’Università di Auckland in Nuova Zelanda. Da diversi decenni il suo lavoro s’incentra sul rapporto tra globalizzazione e neoliberismo nazionale, in particolare nella libertà degli accordi commerciali e di investimento. Dal 2008 ha svolto un ruolo centrale nella campagna internazionale e nazionale per sensibilizzare e opporsi all’accordo di partenariato trans-Pacifico. Quanto sopra è estratto dal suo nuovo libro Hidden Agendas: What We Need to Know About the TPPA (Bridget Williams Books, Maggio 2013).
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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