Siria, o tempo sospeso

Dedefensa 18 maggio 2013

Syria_Russia_pic_1Questo 18 maggio 2013, M. K. Bhadrakumar ha descritto, sul suo Indian PunchLine, la situazione in Siria dopo l’incontro Obama-Erdogan a Washington. Non che questo incontro sia stato critico, in qualche modo, ma perché, è vero, ha una posizione simbolica di rilievo nel quadro generale. Non è irragionevole osservare che identifica, colorando la percezione e il giudizio generale, tratti di amarezza e disillusione già intuiti in ciò che noi percepiamo quale sensazione depressiva, l’11 maggio 2013. (Parliamo soprattutto degli “Amici della Siria” del blocco BAO che volevano da due anni la testa di Assad, e quindi l’amarezza e la delusione riguardo ai loro piani. Ma crediamo che questi due sentimenti vanno ben oltre la portata di questo piano…) Questa volta, perché spesso commenta distinguendo il vincitore nella parte diplomatica che osserva, l’ex diplomatico M. K. Bhadrakumar non si occupa, giustamente a nostro avviso, del dettaglio della “vittoria”, ma piuttosto descrive il crollo generale che non comporta necessariamente la vittoria dell’uno o dell’altro, in senso costruttivo o possibilmente ri-strutturativo, cosa che appassiona uno spirito diplomatico.
La visita del primo ministro turco Recep Erdogan a Washington, che dovrebbe fare pressione sull’amministrazione Obama affinché prenda una posizione più dura contro il regime siriano. Erdogan avrebbe preteso l’imposizione di una ‘no-fly-zone’ degli USA in Siria e maggiori rifornimenti di armi ai ribelli. Invece, Obama si è opposto insistendo che non vi è alcuna “formula magica” per risolvere la crisi [...] In poche parole, Obama non è disposto a lasciare che gli Stati Uniti siano coinvolti in un altro pantano simile all’Iraq. Il cambio di regime è un obiettivo che va bene, ma ci deve essere una transizione negoziata [...] Il video scelto mostra un Erdogan in piedi ed insolitamente sottotono, sotto la pioggia nel Giardino delle Rose, mentre Obama dettava le condizioni. Erdogan ascoltava educatamente, ma poi alla Brookings ha preso per la tangente e ha colpito di nuovo laddove fa male agli interessi degli Stati Uniti, insistendo sul fatto che Hamas è un legittimo partecipante ai colloqui di pace in Medio Oriente. Ha rivelato che si sarebbe presto diretto in Russia e nei Paesi del Golfo per dei colloqui sulla Siria, “per valutarne la situazione”. Erdogan aveva ulteriormente ribadito l’intenzione di visitare Gaza il mese prossimo. Erdogan non è l’unico che si sente deluso. I sauditi sono lividi. Il quotidiano governativo Asharq al-Awsat ha stracciato la politica degli Stati Uniti sulla Siria, con un articolo d’opinione dal titolo “Il tradimento di Obama”, a firma del caporedattore del quotidiano Eyad Abu Shakra. Dice: “Obama ha scelto l’interpretazione russa… Washington ha accettato in realtà che Bashar al-Assad rimanga al timone in Siria fino alla fine del mandato presidenziale nel prossimo anno, esattamente come la Russia e l’Iran vogliono.” [.. .] Non sorprende che la Russia stia tenendo le dita incrociate. Come l’analista strategico di Mosca Fjodor Lukjanov ha osservato in un articolo di opinione per l’agenzia di stampa ufficiale Novosti, è davvero una situazione in cui le cose potrebbero andare in entrambi i modi, “un momento critico, per gli avvinghiati sostenitori ed oppositori della soluzione negoziata in Siria. Infatti, ciò che la Russia può fare per il momento è assicurarsi che ogni impresa avventuristica occidentale che oggi voglia adottare l’intervento militare in Siria, lo trovi costoso e inaccettabile”.”
Nel suo commento, M. K. Bhadrakumar cita in realtà il testo del 16 maggio 2013 di Eyad Abu Shakra, direttore del quotidiano arabo pubblicato a Londra e rappresentante gli interessi sauditi, Asharq al-Awsat. C’è in realtà tutta la rabbia e il risentimento di chi si sente tradito dagli altri, soprattutto dal primo traditore (“Il tradimento di Obama“); nel suo testo Eyad Abu Shakra designa anche la Turchia come altro “traditore” che segue la propria strada, non facendosi carico di alcun rischio verso la Siria (“La retorica del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan è cambiata completamente, sottolineando in difensiva che la Turchia “non sarà trascinata nella deliberata trappola siriana“). Si capisce quindi la logica nel ricercare altre nuove disposizioni, come farebbe l’Arabia Saudita proprio con l’Iran, a cui M. K. Bhadrakumar si riferisce indicando il testo di DEBKAfiles che abbiamo postato il 14 maggio 2013.
Tuttavia, se guardiamo oltre l’ingenuità nel credere che i diritti umani siano l’unico fattore che muove la grande politica internazionale, troviamo che i risultati del vertice anglo-statunitense di questa settimana non siano così sorprendenti. Non è necessario essere un genio per capire che il presidente Obama ha accettato l’interpretazione russa dell’accordo di Ginevra sulla Siria. È ormai chiaro che Washington ha accettato la realtà di un Bashar al-Assad che rimane alla guida della Siria fino alla fine del mandato presidenziale del prossimo anno, esattamente come la Russia e l’Iran hanno voluto. Nessuno crederà alla promesse di Obama, o a quelle del suo alleato britannico, la cui retorica ha ingannato molti in questi ultimi mesi: le promesse di “una Siria senza Assad” senza scadenze e senza affermare che la partenza di Assad sia preludio necessario a qualsiasi risoluzione politica. Questo discorso dolce è solo una copertura per i fallimenti di una politica estera priva di senso o totalmente cospirativa verso una regione vitale per gli interessi della gente di Washington, che non vi vedono nulla di male nell’ignorare[...] Alla luce degli eventi degli ultimi due anni, l’adozione da parte dell’amministrazione statunitense dell’interpretazione di Mosca dell’accordo di Ginevra, rappresenta un tradimento del popolo siriano che, per molti versi, è parallelo al tradimento di Obama del popolo palestinese, dopo le promesse fatte nella sua prima visita presidenziale in Medio Oriente.”
• Le posizioni della maggior parte dei soggetti esterni sono paradossalmente definite dalle fluttuazioni più estreme, che riflettono la confusione e il disordine di questo periodo di transizione, che sono il marchio della situazione in Siria e dintorni. Un caso esemplare è dato dalla posizione d’Israele, dove si moltiplicano i segni della divisione interna, confermati dalla visita in Russia di Netanyahu e dai suoi colloqui con Putin. Eli Bardenstein ha scritto su Ma’ariv del 16 maggio:
Il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu condivide le preoccupazioni della Russia sulla caduta di Assad e l’ascesa delle forze islamiche radicali, ha detto un funzionario russo al corrente della conversazione che Netanyahu ha intrattenuto con il presidente russo Vladimir Putin a Sochi. Detto questo, un alto funzionario russo al corrente della conversazione [...] ha spiegato le differenze tra gli atteggiamenti russo e israeliano: “Israele non vuole che continui il governo di Assad, ma ha paura delle alternative, considerando che la Russia vuole che Assad sia parte della soluzione politica nel Paese, almeno nella fase iniziale.” Tali valutazioni sono conformi al fatto che ci siano differenze di opinione in Israele sul fatto di sostenere azioni che avrebbero portato alla caduta di Assad. Funzionari dei servizi segreti israeliani ritengono che, nonostante ciò [la caduta di Assad] rafforzi le forze ribelli radicali in Siria e aumenti la minaccia del terrorismo contro Israele, fermare il programma nucleare iraniano è l’obiettivo supremo di Israele, e la caduta di Assad servirebbe allo scopo, perché distruggerebbe l’asse del male composto da Iran, Siria e Hezbollah. In alternativa, altri funzionari israeliani ritengono che l’aumento del terrorismo nella Siria del post-Assad sarebbe lo scenario più preoccupante. A quanto pare, Netanyahu sostiene la seconda ipotesi.
• D’altra parte, tra i cambiamenti più drammatici, vi sono alcune osservazioni sulla consegna dei missili della difesa aerea russi S-300 alla Siria, di cui non si sa ancora nulla di chiaro (sono già stati consegnati? Lo devono essere? Ancora nulla di fatto? Ecc.). Alcuni commentatori israeliani considerano l’eventualità peggiore, l’attacco agli S-300 da parte d’Israele. Su al-Monitor Israel Pulse del 17 maggio 2013, Ben Caspit esplora l’ipotesi di un attacco del genere in una varietà di opzioni. In tutti i casi presi in considerazione, il pericolo è la considerevole estensione della crisi siriana a una guerra generalizzata nella regione, anche con il coinvolgimento di potenze esterne dal peso enorme, in questo caso la Russia… (Va notato che tutte queste situazioni si basano sul fatto, che sembra dato per dimostrato dai commentatori, che l’S-300 sia un’arma terrificante che paralizza completamente l’attività delle forze aeree israeliane. Si è visto [13 maggio 2013] che alcuni esperti non condividono per nulla questo punto di vista.)
La situazione è più pericolosa che mai, soprattutto perché tutti i soggetti coinvolti, e sono molti, vengono trascinati in una situazione del tipo “Comma-22″. Israele non può accettare la presenza dei missili S-300 in Siria, dal momento che questi missili possono essere utilizzati per abbattere i jet della sua aviazione appena decollano dalle basi in Israele. Questo sarebbe un duro colpo per il datato dominio aereo d’Israele in Medio Oriente. D’altra parte, se Israele attaccasse quei missili, si troverebbe impelagato contro tutti i suoi nemici in una sola volta, e anche con la Russia. Cosa troppo difficile da gestire, anche per Israele...”
I russi hanno una linea, sono coerenti e nella confusione generale appaiono a tutti una potenza specifica e un polo di stabilità, con una politica ben definita e financo solidamente poggiata su principi ben strutturati. Ecco perché, ovviamente, dominano la situazione in termini di potenza e d’influenza, ora essenziali in questa regione. Il loro più grande rivale, quindi, è il disordine, suscitato dal controllo totale del movimento ribelle da parte degli estremisti islamici, un disordine che causerebbe altri danni agli USA se lasciassero la loro linea attuale (quale possa essere giudicata) per un improvviso e più assertivo intervento che potrebbe causare altri attacchi israeliani, e così via. Per questo motivo, i russi hanno abilmente determinato la loro posizione d’influenza, perché è anche una posizione di autorità che potrebbe anche adottare un certo atteggiamento arbitrale e di fermezza, che appare soggettivamente favorevole ad Assad, ma soprattutto perché Assad è al momento l’ordine e la sovranità. Il problema attuale è che la situazione è così confusa che l’”alleanza” del blocco BAO e soci va crepandosi fortemente da tutte le parti, che la posizione dei ribelli sul terreno è assai incerta, che esistono varie tentazioni per una qualsiasi spinta o un qualsiasi tentativo disperato, il cui risultato temuto dai russi sarebbe per lo meno la vittoria a sorpresa del campo anti-Assad e un’improvvisa accelerazione e rapida espansione di un disordine che diventerebbe incontrollabile. Per loro, quindi, l’incerta conferenza di Ginevra (Ginevra-2) è diventato l’obiettivo primario, non per una sua virtù intrinseca, ma perché manca di meglio, perché questa conferenza è l’unica speranza per la stabilizzazione istituzionalizzata, almeno temporanea, della situazione. (“La Russia sta tenendo le dita incrociate [...] s’è davvero nella posizione in cui le cose potrebbero andare in entrambi i modi”, “un momento critico, con gli avvinghiati sostenitori e  oppositori della soluzione negoziata in Siria”. “Infatti, ciò che la Russia può fare per il momento è di assicurarla...”)
La cosa più notevole dell’atteggiamento russo è, infatti come abbiamo visto, questo desiderio del principio dell’ordine quasi ad ogni costo, soprattutto in quel “quasi”. I russi vi arrivano grazie ad una convergenza nella fermezza delle due personalità, Putin e Lavrov, a non farsi travolgere dalla fragilità e dalla vulnerabilità potenziale dell’unico attore responsabile fino ad apparire come l’arbitro del dramma siriano, implicita nella loro posizione, come accadrebbe nel caso se, per esempio, abbandonassero il principio della fornitura degli S-300, apparendo improvvisamente deboli nel loro ruolo, avendo speso tutta l’autorità e l’influenza in questo ruolo, acquisendo una certa tregua a breve termine, ma perdendo autorità e influenza. Mantenendo questa fermezza nella loro politica, si assumono rischi a breve termine, ma risparmiano le possibilità a lungo termine, e infine rafforzano la loro posizione; d’altra parte dicendosi pronti a un confronto, se nuove e brutali condizioni lo rendessero necessario. Tuttavia, iniziando in modo molto incerto e incentrato solo sulla comunicazione sul possibile uso di armi chimiche in Siria, il periodo è diventato molto importante, se non fondamentale (ma non ancora decisivo); in realtà transitoria (“tempo sospeso”), ma per uno scopo (vertice alla conferenza Ginevra-2) che, se raggiunto, stabilirà una nuova situazione che a sua volta genererebbe nuovi disordini. Si tratta di un periodo di transizione, la cui alternativa è in primo luogo un “progresso” che porrebbe soltanto i termini della crisi siriana sulle diverse direzioni in cui il disordine si svilupperebbe, in un modo o nell’altro, a seconda della possibilità dell’accelerazione improvvisa del disordine. Tutta la brillantezza dei russi non può fare nulla, fondamentalmente perché nessuno può fare nulla di essenziale. La presenza di ciò che chiamiamo l’infrastruttura critica non consente una risoluzione della crisi siriana con un processo politico convenzionale: la crisi siriana è parte del contesto generale della crisi e del crollo del sistema che dipende totalmente dall’evoluzione generale della crisi, che si esprime come “crisi acuta” per eccellenza. Ciò supera le capacità degli attuali sapiens del XXI.mo secolo.

 

 

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I russi avanzano

Dedefensa 14 maggio 2013

942740Osserviamo anzitutto che oggi Netanyahu è andato a presentare i suoi rispetti a Putin, a Sochi-Canossa, come abbiamo visto in altri tempi, quando per problemi di questa portata e di questo settore (la consegna o meno degli S-300 alla Siria dove si svolge una guerra che preoccupa la “comunità internazionale”) ci si rivolgeva agli Stati Uniti, e quando un primo ministro israeliano, se aveva qualcosa da dire a Mosca in questo campo, consultava prima gli USA facendovi affidamento. Ma oggi gli Stati Uniti sono, diciamo, nello spirito dell’”isolazionismo“. Così Netanyahu vedrà direttamente Putin. Putin… che dirige una potenza che diventa sempre più importante nel Medio Oriente. Alcuni possono pensare che la Russia stia cercando di ritrovare il suo posto nel Medio Oriente dei tempi della guerra fredda. Noi tendiamo ad andare oltre, vale a dire, basta considerare che i russi cercano di avere un ruolo di rilievo, mentre gli Stati Uniti scompaiono… Abbiamo dettagliato alcuni fatti che sembrano andare in questa direzione, a favore dei russi, direttamente o indirettamente.
• La flotta russa si è stabilita definitivamente nel Mediterraneo, tornando laddove schierava il 5° Squadrone Navale nel Mediterraneo, attivo dal 1967 fino al suo scioglimento nel 1992. La decisione di trasferire un’unità autonoma russa nel Mediterraneo è stata presa ad aprile e ora abbiamo dettagli sulla flotta permanente, che avrà il proprio stato maggiore e che disporrà possibilmente di sottomarini lanciamissili nucleari. (Novosti 12 maggio 2013.) “La Task Force Mediterraneo della Russia include 5-6 navi da guerra e può essere ampliata includendovi dei sottomarini nucleari, ha detto l’Ammiraglio Viktor Chirkov. “Nel complesso, già da quest’anno abbiamo in programma di disporre 5-6 navi da guerra e da trasporto [nel Mediterraneo], che saranno sostituite a rotazione da navi di ciascuna delle flotte del Mar Nero, del Baltico, del Nord e, in alcuni casi, anche della flotta del Pacifico. A seconda dello scopo e della complessità delle assegnazioni, il numero di navi da guerra della Task Force potrebbe aumentare”, ha detto Chirkov a RIA Novosti. “La marina russa ha detto il comandante, potrebbe anche schierare sottomarini nucleari nel Mediterraneo, se necessario.” “Forse, in prospettiva. I sottomarini erano già presenti all’epoca del 5° Squadrone. C’erano sia sottomarini nucleari che diesel. Tutto dipenderà dalle circostanze”, ha detto.”
• E’ chiaro che dopo gli attacchi israeliani contro la Siria, decisione della Russia di consegnare S-300 alla Siria rafforza i legami tra la Russia e la Siria. Lo stesso potrebbe accadere con l’Iran, se il vecchio accordo tra la Russia e l’Iran sulla consegna agli iraniani di S-300, che la Russia ha finora rifiutato di onorare su richiesta del blocco BAO, venga risolto nella stessa direzione (consegnando gli S-300 all’Iran). Allo stesso modo, i russi hanno intenzione di accelerare le consegne di armi all’Iraq dopo lo sblocco (27 aprile 2013), del grande contratto sulle armi russe ordinate dall’Iraq. Ben inteso, naturalmente, si tratta dell’alleanza Teheran-Baghdad-Damasco che segue una dinamica particolare, godendo del supporto materiale e attivo della Russia.
•… A ciò dobbiamo ora aggiungere Hezbollah. Le notizie sono riprese, commentate e arricchite da Jean Aziz, giornalista libanese del quotidiano al-Akhbar e della stazione OTV, su al-Monitor Pulse del Libano del 12 maggio 2013, sui recenti contatti tra la Russia ed Hezbollah, e le prospettive che si aprono per queste due parti, secondo una nuova dinamica della cooperazione. Si segnala la constatazione che le due parti parlano di equilibrio generale, in cui la Russia verrebbe ora chiamata a svolgere un ruolo di primo piano. “Per la seconda volta in nove giorni, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha compiuto un discorso televisivo, sapendo che le due apparizioni rientrano nello stesso contesto politico, già discusso in precedenza in queste pagine, indicando tre ragioni dietro la tempistica delle due apparizioni e discorsi. La sezione precedente ha dettagliato del primo motivo dietro l’apparizione di Nasrallah, confermando i principi religiosi e la giustificazione ideologica della presa di posizione di Hezbollah sulla situazione siriana. La seconda ragione era direttamente collegata agli sviluppi politici in Libano e nelle regioni vicine, a cominciare dalla visita del viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov a Beirut, il 26 e il 28 aprile. La visita del ministro russo nella capitale libanese dopo Teheran e Damasco non è priva di significato. Chiaramente Russia, Iran, Siria ed Hezbollah si coordinano ad un certo livello e affrontano gli sviluppi regionali e le posizioni, assunte al riguardo, da uno degli elementi di questo nuovo asse [...] Nel frattempo, fonti consapevoli dei risultati della visita di Bogdanov nella capitale libanese, hanno rivelato ad al-Monitor che la conversazione affrontava nettamente il ruolo della Russia nel proteggere le forze che le sono vicine nella regione, così come l’importanza di affrontare Washington e spostare a proprio favore l’equilibrio del sistema globale regionale, nel Medio Oriente almeno. Inoltre, i funzionari hanno commentato sia le prospettive che l’imposizione della delimitazione delle sfere di influenze internazionali in questa regione. In una conversazione netta e diretta hanno chiarito sia le divergenze che le convergenze ideologiche, economiche, geostrategiche e relative alla sicurezza degli interessi di Mosca e delle forze locali nel raggiungimento di tali obiettivi”.
• L’ultimo punto riguarda ciò che potrebbe essere la riconciliazione tra Arabia Saudita e Iran, una manovra che non dispiacerebbe alla Russia, che ha buoni rapporti con l’Iran e collegamenti decenti  con l’Arabia Saudita. La notizia viene riportata da DEBKAfiles (13 maggio 2013), che ora segue con particolare aggressività la sequenza di eventi che segnano il degrado della posizione degli Stati Uniti in Medio Oriente. “L’Arabia Saudita ha deciso di esplorare un dialogo con il suo grande rivale regionale dell’Iran, per porre fine al conflitto siriano e garantendo il futuro politico del Libano, riportano le fonti dal Golfo di DEBKAfile. Hanno rinunciato alla politica degli Stati Uniti verso la Siria, vedendo l’inflessibile supporto russo e iraniano a Bashar Assad, le sue battaglie vinte con l’aiuto di Hezbollah e delle forze iraniane Basij, e l’inazione della Turchia dopo l’attentato terroristico di sabato nella città di Reyhanli vicino al confine siriano, che ha causato 46 morti. Il ministro degli esteri saudita Saud al-Faisal ha approfittato dell’Organizzazione della Conferenza Islamica-OCI, a Jeddah questa settimana sul conflitto in Mali, per incontrarsi il 13 maggio con il ministro degli Esteri iraniano Ali Akbar Salehi che vi partecipava. Le nostre fonti indicano che la prima priorità di Riyadh è stabilizzare il Libano attraverso un accordo tra Arabia Saudita e Iran sugli equilibri politici a Beirut. Sarebbero i sauditi i prossimi a cercare un accordo con Teheran sulle conseguenze del conflitto civile siriano. I governanti sauditi sono giunti alla conclusione, che l’occidente e Israele tardano a riconoscere, che poiché l’alleanza militare iraniano-siriano-Hezbollah progredisce nel conflitto siriano e raccoglie  vittorie, farebbero meglio a guardare ai loro interessi in Libano, dipendendo pesantemente dal clan sunnita guidato da Saad Hariri. Se aspettano che un Hezbollah vittorioso arrivi marciando prendendo il potere a Beirut, la salvaguardia della comunitaria sunnita del Libano sarebbe molto più difficile...”
Il testo fa riferimento al basso credito presso i sauditi del progetto della conferenza organizzata da Stati Uniti e Russia insieme, soprattutto alla luce della mancanza di entusiasmo dimostrata da Obama sulla cosa, sottolineata dai commenti di Obama nella conferenza stampa del 13 maggio con Cameron sul “persistente sospetto ereditato dalla guerra fredda, tra Russia e Stati Uniti“. Questa osservazione è molto strana, dal momento che questo sospetto non è uno stato persistente, ma ovviamente è una re-invenzione degli Stati Uniti, a colpi dei lobbies, di “attacchi soft”, di accuse umanitarie, ecc. contro la Russia, mentre la Russia ha invece a lungo respinto questo tipo di sospetto di cui Obama parla. La frase di Obama, che potrebbe sorprendere alcuni obamanofili, piuttosto evoca la paranoia persistente negli Stati Uniti, questa paranoia così naturale che non ha bisogno della memoria della guerra fredda per farsi sentire, e che piuttosto è alimentata da quella complessità psicologica di cui gli Stati Uniti non hanno bisogno di nessuno per farla suscitare nel loro capo… In tutti i casi, la frase evoca la luce meno amichevole dello “spirito dell’isolazionismo” di cui parla Stephen M. Walt, la luce del disincanto scoraggiato da ciò che è in realtà è molto più che un ritiro tattico degli Stati Uniti, ma una posizione sempre più costretta dal proprio declino e del crollo del proprio potere. In questo caso, allora è notevole vedere, nella prospettiva di un possibile fallimento del tentativo russo-statunitense della conferenza sulla Siria, un Paese come l’Arabia Saudita considerare di rivolgersi all’Iran, e quindi per semplice sequenza, in parte alla Russia, per trovare un modo per stabilizzare un pasticcio che sfugge sempre più al controllo degli attori esterni. Se si affermasse, questa dinamica certamente non lascerebbe né la Giordania, né l’Egitto insensibili… In tale interpretazione, c’è anche una considerazione alquanto amena sulla Turchia, le cui sfrenate manovre di destabilizzazione per quasi due anni, hanno portato alla situazione di stallo che affligge il proprio territorio, cosa rimproverata anche da Obama a Erdogan. (Gli Stati Uniti sono particolarmente preoccupati per i grandi progetti di riunificazione del Kurdistan turco, con le sue parti siriani e iracheni, a causa delle minacce che il progetto pone non solo all’Iraq, ma alla Turchia stessa. Ma Erdogan oppone a queste paure l’assicurazione impeccabile di se stesso e delle sue politiche.)
La conclusione è che, dati gli sviluppi in Siria, il campo costituito dal blocco BAO comincia a cedere alle tendenze della disintegrazione in tutte le direzioni, mentre la Russia gestisce la posizione centrale di una possibile mediazione che diventa sempre meno possibile, puntando sull’organizzazione di un nuovo raggruppamento in Medio Oriente definito dai suoi legami con Iran, Siria, Iraq ed Hezbollah, e forse altri che diserteranno il campo BAO. Tutto ciò avviene come se il disordine abbia cominciato a esaurire coloro che hanno contribuito a crearlo, con la dispersione di questa coalizione eterogenea, da cui la Russia necessariamente emergerà quale attore esterno chiave nel Medio Oriente. Questa sarebbe una ricompensa logica, e solo se lo si vuole, del ruolo che ha svolto. E per il momento non è nulla di più che un punto di vista, e il disordine è ben lungi dall’aver detto l’ultima parola, e senza dubbio avrà sempre voce in capitolo nel contesto della sequenze attuali. Ma la tendenza generale è sempre più chiara, e si afferma a partire dal carattere insopportabile del processo di autodistruzione del sistema, che respinge o colpisce tutti coloro che hanno scommesso sul sistema, con qualcuno che già adesso è alla ricerca di una via d’uscita dal gioco. In ogni caso, vi è ora la possibilità di un interessante rovesciamento che darebbe alla “primavera araba” un aspetto inatteso, e questa possibilità, se viene necessariamente caratterizzata dall’apparente caos mediorientale, lo sarà soprattutto in questo caso, dalla gerarchia di influenze esterne, con la Russia che ritorna con forza in questa regione, non essendo lontana dal poter  soppiantare gli USA sempre più amareggiati, impotenti nella loro incomprensione della situazione, più stanchi che dotati di spirito, infine. In questo contesto, è possibile che l’israeliano Netanyahu parli a Putin di qualcosa di molto diverso degli S-300, gli israeliani potrebbero anche valutare che la loro scelta di aver un esclusivo “padrino” americanista, sia diventata discutibile. Infatti, a parte questi eventi che hanno significati diversi e talvolta sorprendenti, compare il fenomeno dell’esaurimento, con conseguente spostamento della politica verso direzioni completamente inaspettate. Questo esaurimento psicologico è un fattore centrale della crisi del collasso del Sistema, mentre continuiamo a sottolinearne le radici storiche fondamentali. Non è che un apparente paradosso se questa stanchezza colpisce gli attori periferici della crisi siriana, più che gli attori diretti, perché questi attori periferici sono collegati direttamente alla crisi del collasso del sistema.  La forte posizione della Russia, che ovviamente tiene alla sua politica di principio, in realtà è basata sulla promozione e la tutela dei principi strutturali, ed è l’unico modo per sfuggire alla stanchezza causata dalle forze di destrutturazione e disintegrazione del Sistema.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La valutazione degli attacchi israeliani in Siria

Conflicts Forum – Dedefensa

E’ noto (vedasi 22 ottobre 2013), che l’istituto di ricerca Conflicts Forum di Beirut, sotto la direzione di Alastair Crooke, produca un’eccellente analisi della situazione e della crisi in Medio Oriente, attualmente concentrandosi principalmente sulla crisi siriana. L’istituto  pubblica settimanalmente un commento generale della regione. In questa edizione del 3-10 Maggio 2013, Conflicts Forum si concentra esclusivamente sulla grande storia degli attacchi israeliani alla Siria, analizzando, interpretando e cercando di capire i motivi militari e/o politici dietro queste azioni, considerandone le conseguenze, ecc. Commento illuminante.

529056Conflicts Forum: Commento settimanale (3-10 maggio)
• L’obiettivo principale di questa settimana è valutare la ‘logica’ dietro gli attacchi israeliani contro la Siria negli scorsi venerdì e domenica, e di valutarne le conseguenze. Apparentemente, Israele ha sostenuto che le sue azioni erano dirette contro Hezbollah per impedirgli di ricevere le armi strategiche che ‘cambiano il gioco’. Questa politica è stata annunciata in occidente negli ultimi anni (per contesti diversi: prima i missili terra-aria S-300, poi i razzi Fateh-110 e ultimamente le armi chimiche). Gli Stati occidentali l’hanno accettato silenziosamente e quindi hanno approvato la rivendicazione di questo ‘diritto’, e tale pretesto viene quindi, senza alcun dubbio, visto in Israele come una cosa contro cui gli Stati occidentali non possono facilmente obiettare.  Quasi una settimana dopo, però, non ci sono prove sostanziali che le armi destinate a Hezbollah siano state difatti intercettate. È vero, la struttura di ricerca di Jurmana, vicino a Damasco, un sito noto per essere stato creato per soddisfare le esigenze militari dei movimenti di resistenza in Libano e in Palestina, è stato attaccato da missili con una spettacolare azione pirotecnica, domenica scorsa, ma informalmente le fonti di Hezbollah suggeriscono che una partita di armi “efficaci” era da poco già arrivata (questo è stato confermato anche dai giornalisti di alto livello della stampa israeliana).
Forse collegato a questo, il Libano, da venerdì in poi, è stato oggetto di continui sorvoli a bassa quota di aerei israeliani, come se gli israeliani avessero fallito nel loro obiettivo iniziale, ma che ancora cercassero di individuare il carico, senza riuscire a fermarlo (supponendo che la pretesa di Hezbollah venga considerata accurata, il che probabilmente è). E’ assai  probabile, comunque, che Israele abbia parzialmente ricevuto dell’intelligence su un trasferimento, che i funzionari israeliani hanno presentato nel loro show ambulante per l’Europa ottenendo sostegno alla loro missione.
In ogni caso, mentre la polvere si deposita, sembra che le vittime a Damasco siano state molto, molto meno di quanto affermato dalle fonti dell’opposizione (l’esercito siriano è un esercito di cittadini, e le grandi perdite, come sostenuto, non potrebbero realisticamente essere nascoste alla popolazione), e nessun risultato strategico militare ne è conseguito. Hezbollah è già completamente armato, e l’intelligence israeliana suggerisce da tempo che i missili Fateh-110 fanno già parte del suo arsenale.
Tutto ciò suggerisce quindi che l’attacco è stato più politico che sostanziale. Qual’è poi la logica d’Israele? Il parere in questa regione suggerisce due possibilità: la prima è collegata alla tempistica: il raid è avvenuto sulla scia dei sostanziali progressi dell’esercito siriano contro l’opposizione armata. Ci sono alcuni resoconti non sostanziati ma altamente visibili, secondo cui l’attacco d’Israele in stile colpisci e spaventa a Damasco, potesse essere  destinato a dare impulso all’opposizione, facilitandone un assalto all’interno di Damasco, poco prima della riunione di Kerry-Putin a Mosca, un evento che se fosse riuscito e avesse avuto successo, avrebbe rafforzato l’opposizione in questi colloqui. Più probabile, a nostro avviso, è che tutta questa vicenda sia stata costruita con l’obiettivo di sostenere l’opinione interna degli Stati Uniti a favore di un intervento più diretto in Siria. Israele senza dubbio ha calcolato (correttamente) che potrebbe cavarsela solo con un intervento così dimostrativo in Siria, senza iniziare una guerra, se gli interventisti riuscissero a spingere Obama ad ignorare la sua ‘linea rossa’ sulla questione della Siria utilizzando tale precedente, divenendo più forti nella loro posizione nei confronti di Obama e spingendolo a intervenire anche in Iran.
• Le implicazioni strategiche degli attacchi israeliani, effettivamente hanno alzato il conflitto siriano da guerra per procura contenuta, combattuta all’interno della Siria, a una in cui i soggetti esterni (Israele, Iran, Hezbollah e Russia) sono sull’orlo dell’intervento militare esterno diretto nel conflitto, conseguenza degli ultimi tre interventi diretti d’Israele in Siria, e nel caso in cui Israele montasse un nuovo attacco. In altre parole, le azioni israeliane ci fanno correre maggiori rischi, facendo evolvere il conflitto siriano in un grande conflitto regionale. Tra le conseguenze degli attacchi di domenica, gli israeliani e altre fonti (vedi qui) hanno segnalato la reazione fortemente contrariata dall’azione israeliana del Presidente Putin. Putin avrebbe avvertito direttamente Netanyahu che la Russia non avrebbe tollerato alcun ulteriore attacco alla Siria, e che una simile mossa avrebbe portato a una risposta diretta russa alle sue azioni, come l’invio di altri sistemi d’arma russi in Siria. (Netanyahu, inoltre, avrebbe ricevuto una fredda accoglienza nella sua successiva visita in Cina, ma non fino al punto del verbale ‘avvertimento’ che ha ricevuto da Mosca). La Guida suprema iraniana ha anch’egli promesso sostegno ‘integrale e senza limiti’ alla Siria, e il leader di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, ha parlato di una più stretta alleanza militare con la Siria, e della decisione della Siria, di conseguenza, di accelerarne l’approvvigionamento di armi e d’includervi nuovi ‘equilibri mutevoli’ a vantaggio di Hezbollah (una sfida diretta a Israele). Sorprendentemente, il leader di Hezbollah ha anche sottolineato la decisione siriana di ‘recuperare’ il Golan, come ulteriore ricaduta degli attacchi israeliani. Siamo quindi sull’orlo della guerra? A questo punto, probabilmente no. Gli sforzi (interni ed esterni) per trascinare Obama nell’intervento in Siria per una presunta violazione della sua ‘linea rossa’ sulle armi chimiche, sono alquanto ‘collassati’; come Obama ha spiegato: “Abbiamo la prova che vi è stato l’uso di armi chimiche in Siria, ma non prendiamo decisioni basate su ciò che viene “percepito”. E io non posso organizzare coalizioni internazionali sulla base della “percezione”. Abbiamo la prova che, in passato, tra l’altro, ciò non ha funzionato”. La prova non è lì, e il procuratore dell’ICC, Carla del Ponte ha dichiarato che vi erano sospetti sull’uso del gas nervino sarin, ma da parte dell’opposizione piuttosto che da parte del governo siriano, permettendo ad Obama di scalciare il problema nel sottobosco di una approfondita (e lunga) indagine. Conflicts Forum ritiene che Obama, tenendo a mente la sua eredità storica, si aggrappi ancora al desiderio di essere visto storicamente come l’uomo che ha fatto uscire gli USA dalle loro fastidiose guerre in Medio Oriente, piuttosto che di averne iniziate altre. Fonti iraniane hanno notato che a seguito dell’azione israeliana, è arrivato il messaggio a Iran, Siria e Russia che gli Stati Uniti non hanno intenzione d’intervenire militarmente, e che anche Israele, in seguito, ha inviato un’ondata di messaggi secondo cui non sta per iniziare una guerra.
• Dove ciò lascia la Siria? Emerge una posizione più fiduciosa e forte sia militarmente che politicamente (vedi qui per i recenti commenti ottimistici di un funzionario siriano). Per il momento, l’attenzione ora sarà sulla questione dei possibili negoziati in una conferenza internazionale proposta per la fine di maggio. In ambito politico, sono gli Stati Uniti, avendo chiuso gli occhi per primi, che si avvicinano alla posizione russa (cioè abbandonando la vecchia richiesta che Assad debba andarsene), mentre la Siria, l’Iran ed Hezbollah, in questi ultimi giorni, hanno espresso pubblicamente il consolidarsi di un rinvigorito Fronte della Resistenza. Ma l’occidente sarà in grado di svolgere la sua parte del patto con Mosca, presentando un’opposizione quale partner credibile (ed efficace) al tavolo dei negoziati? La Russia non avrà una corrispondente difficoltà con Damasco. E nel frattempo le forze governative siriane probabilmente perseguiranno il loro obiettivo di ampliare ulteriormente i loro successi militari sul campo. Ma questo, a quanto pare, non dispiace agli Stati Uniti: segnale, forse, dell’inizio di un grande cambiamento nel modo di pensare degli Stati Uniti. Rapporti dai colloqui di Mosca, suggeriscono che un obiettivo principale degli USA a Mosca è diventato il mantenimento dell’esercito siriano (anche sotto il comando di Assad). Sembra che  tardivamente gli Stati Uniti possano rinunciare alla speranza, se mai è veramente esistita al di là di un sogno irrealizzabile, che l’opposizione non abbia alcuna prospettiva (o addirittura volontà) di eliminare i gruppi armati islamisti, in particolare il Fronte al-Nusra collegato ad al-Qaida. E ora gli Stati Uniti sembrano orientati a ritenere che sia l’esercito siriano a rappresentare l’unica forza in grado di distruggere al-Qaida in Siria, e per di più riuscendoci. Forse nessun cessate il fuoco, quindi? L’esercito siriano continua ad attaccare l’opposizione islamista, mentre in parallelo l’opposizione non-jihadista verrebbe invitata alle trattative. Ciò è possibile? Possono i cosiddetti ‘laici’ accettare questa divisione? Gli statunitensi stanno già preparando l’opposizione alla trattativa, ma può l’opposizione più laica partecipare davvero alle trattative con il governo, mentre il Fronte al-Nusra viene distrutto dall’esercito siriano? Verrà mai tenuta la conferenza? Se no, allora cosa?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin, Netanyahu, S-300 e SS-26

Dedefensa 8 maggio 2013

6bec2d627576f415be813643cc1d4917Come già detto più volte, il sito DEBKAfiles deve essere decifrato tra le sue analisi orientate, se non fabbricate, e le osservazioni fondate e informate che riecheggiano le vere preoccupazioni della comunità di sicurezza nazionale d’Israele. Si porrà la notizia del 7 maggio 2013 nella seconda categoria. E’ un testo molto severo sul comportamento e la “strategia” di Netanyahu durante la sequenza degli attacchi israeliani in Siria. Il testo si conclude con questa osservazione effettivamente molto grave, in cui si ritiene che il fine manovratore che presumibilmente sarebbe stato Netanyahu, si è ritrovato intrappolato nel viaggio in Cina (5-10 maggio), che ha deciso di effettuare durante la situazione di emergenza tra Israele e la Siria…
“…Chiaramente, il primo ministro Netanyahu avrebbe fatto meglio a rimandare la visita cinese invece di recarvisi mentre le esplosioni dell’aviazione israeliana si riverberano ancora a Damasco. Rimanendo avrebbe mostrato una più solida e stabile mano sul timone. E dopo il decollo, avrebbe fatto bene a non indugiare per due giorni a Shanghai. Questo ha dato al leader russo la possibilità di spiazzarlo e somministrargli un forte rimprovero assai pubblicizzato, piombando così sull’agenda dei prossimi colloqui di Netanyahu con i leader cinesi.” Si noti che questa valutazione molto negativa del comportamento di Netanyahu è condivisa da diversi analisti, e anche dai leader politici intervenuti pubblicamente. Il più interessante di questi interventi è quello di Erdogan, alleato d’Israele nella guerra contro la Siria di Assad, ma dalla forte antipatia per Netanyahu e con una sfiducia generale verso Israele, che fa di questa “alleanza” una circostanza assai debole, se non incredibile. Novosti del 7 maggio 2013, riporta la reazione di Erdogan: “‘L’attacco israeliano contro Damasco è totalmente inaccettabile e non può avere alcuna giustificazione. Per il regime illegittimo di Assad, questo attacco è un dono e un bene prezioso’, ha detto Erdogan al gruppo parlamentare del partito al governo Giustizia e Sviluppo (AKP). E spiega che Assad potrebbe sfruttare il raid aereo per distrarre l’opinione pubblica mondiale dal sanguinoso conflitto in Siria“.
Nella sua analisi, DEBKAfiles fa riferimento a una conversazione telefonica tra Putin e il primo ministro israeliano del 6 maggio 2013, mentre il secondo era a Shanghai. Le circostanze erano davvero assai sfavorevoli per Netanyahu isolato a Shanghai, impegnato in un tour commerciale, mentre Putin sembra abbia parlato di cose ben più gravi. Se il riferimento di cui sopra (Novosti) non è preciso, DEBKAfiles al contrario non è per nulla avaro, facendo riferimento alle proprie fonti che possono essere giudicate un relè semi-diretto dei leader della sicurezza nazionale israeliana… La sfiducia della comunità è ben nota, se non l’ostilità verso la leadership politica israeliana in generale, e in particolare verso Netanyahu.
Putin non ha detto come, ma ha annunciato di aver ordinato l’accelerazione delle forniture delle più  avanzate armi russe alla Siria. Fonti militari hanno rivelato a DEBKAfile che il leader russo si riferiva ai sistemi antiaerei S-300 e ai missili di superficie con capacità nucleare 9K720 Iskander (codice NATO SS-26 Stone), abbastanza precisi da colpire un bersaglio entro 5-7 metri di raggio a una distanza di 280 chilometri. Nella sua telefonata a Netanyahu, il leader russo non ha fatto mistero della sua determinazione a non permettere che Stati Uniti, Israele o qualsiasi altra forza regionale (ad esempio Turchia e Qatar) rovescino il Presidente Bashar Assad. Ha consigliato il primo ministro di tenere ciò in mente. Le nostre fonti aggiungono: Delle squadre della difesa aerea siriane sono già state addestrati in Russia sulla gestione delle batterie di intercettori S-300, che possono entrare in servizio non appena vengano sbarcati da uno dei voli arerei quotidiani dalla Russia alla Siria. Ufficiali della difesa aerea russa supervisioneranno il loro schieramento e la loro preparazione operativa. Mosca non reagisce solo alle operazioni aeree di Israele contro la Siria, ma anche in previsione dell’imminente decisione dell’amministrazione Obama di inviare le prime armi statunitensi ai ribelli siriani.”
I dettagli delle armi russi sono importanti. Riguardano due sistemi d’arma verso cui gli israeliani hanno dimostrato di avere una grande paura. Hanno già chiesto ai russi, al massimo livello (primo ministro) e a più riprese fin dal 2007, di non inviare S-300 e SS-26 agli iraniani e ai siriani. Abbiamo già trovato numerose indicazioni sulla possibilità che i russi consegnino gli SS-26 ai siriani (28 agosto 2008, 11 dicembre 2012 e 20 dicembre 2012). Gli S-300 non hanno molta importanza per la Siria, per ora, ma è proprio adesso il problema. Entrambi i casi sono teoricamente molto preoccupanti per Israele.
• L’SS-26 è un’arma offensiva dalla gittata sufficiente a minacciare in profondità Israele dai Paesi vicini. È molto precisa, molto difficile da rilevare ed estremamente difficile da intercettare. In termini di comunicazione e di simbolismo (ovviamente non parliamo dell’efficacia), vi è il fatto che l’SS-26 è un arma a doppia capacità (convenzionale e nucleare).
• L’S-300, a causa della sua gittata, elimina il vantaggio aereo essenziale dell’IAF, che interviene spesso contro la Siria in modalità “stand-off”, cioè da una posizione distante (spesso lo spazio aereo libanese) e sparando missili a lungo raggio, ma questo intervallo è più o meno equivalente appunto all’S-300. La vasta gittata dell’S-300 è una grave minaccia siriana all’aviazione militare israeliana.
Non discutiamo qui il fatto se ci siano state effettivamente delle consegne… L’annuncio di molte  consegne o di possibili consegne di queste armi, è di per sé una terribile arma della comunicazione. Ciò significa che la Russia, se lo era, non si ritiene più obbligata ad alcun passato accordo con Israele a non inviare tali armi, se non nel caso estremo in cui ci sarebbe stata una tale decisione. Legami o relazioni tra Israele e Russia in materia di sicurezza sono complesse e talvolta sorprendenti. La Russia può avere nei confronti d’Israele un approccio “comprensivo”. Al contrario, se gli eventi l’ordinano, la Russia può avere una politica molto rigorosa, e gli israeliani, che conoscono e rispettano i russi, sanno che la determinazione russa in questo caso è un fattore importante che non ha nulla a che fare con la procrastinazione e la politica gommosa degli Stati Uniti in questo settore. Tutto ciò dimostra indirettamente che in questa circostanza, come in altre, ma forse ancora di più in questo caso, la critica dei responsabili della sicurezza nazionale a Netanyahu è fondata, e ricorda del resto quel che abbiamo riportato nel testo del 7 maggio 2013, che riguardava direttamente Netanyahu: “Secondo i capi del Shin Bet: mentre era al comando, Yaakov Peri, ritiene di non aver ricevuto durante i sei anni del suo mandato, alcun ordine dai successivi governi. Vi è questa formula, i cui termini sono condivisi dai suoi colleghi: Israele ha vinto la maggior parte delle battaglie, ma senza vincere la guerra. ‘Non sapevamo da che parte andare’, dice Peri. ‘C’era sempre una visione tattica, ma mai strategica’.”
Se Putin in realtà ha detto a Netanyahu ciò che DEBKAfiles dice, o anche solo la metà di quello che DEBKAfiles dice, per Netanyahu la situazione è grave… Erdogan ha ragione quindi nel parlare di un “regalo”, che si può definire stupido, fatto da Netanyahu alla Siria. Il vero “dono” fatto alla Siria è avere aperto la strada alla Russia… Finora la Russia consegnava armi alla Siria seguendo un argomento che continuava ad indebolirsi, secondo cui adempiva ai vecchi contratti e/o consegnava principalmente attrezzature che non avevano alcun ruolo nella “guerra siriana”. Valido un anno fa, questo argomento è ormai vulnerabile e traballante a causa del prorogarsi e dell’approfondirsi del conflitto, mettendo la Russia in una posizione più vulnerabile nei confronti del suo “partner” del blocco BAO. Ma poi improvvisamente Israele crea la nuova dimensione dell’aggressione esterna alla sovranità della Siria, un argomento convincente che implica l’illegalità, la minaccia di un conflitto più ampio che costituirebbe un rischio terribile per la sicurezza della regione, ecc.; tutti argomenti molto forti a favore dell’atteggiamento russo nei negoziati come nella crisi in generale. Quindi, la Russia può dire che invia armi ad Assad al fine di proteggere la sovranità di un Paese, per contrastare l’espansione della guerra, per rispondere a un comportamento che può essere descritto non solo illegale, ma anche irresponsabile e catastrofico, tutto a spese d’Israele. La Russia è ancora una volta in una posizione di grande forza, sapendo discretamente di poter anche intervenire, rendendo un fatto se questo e quest’altro armamento avanzato venga consegnato e gestito da squadre russe.
Vediamo che S-300 e SS-26, consegnati o no, sono armi molto potenti innanzitutto sul piano della comunicazione. La loro evocazione, in una situazione in cui diventa accettabile, e anche quasi logico e indirettamente “legale” fornire tali sistemi, introducendo una terribile minaccia per Israele, non avendo mai nascosto la propria paura per tali armi. Israele perde quei vantaggi che tanto gli servivano ora: una posizione di pseudo-neutralità molto assertiva, supportata dalla minaccia aerea  contro cui nessuno, nella regione, avrebbe potuto fare molto. Dalla scorsa settimana e dalla chiamata di Putin a Netanyahu di ieri, questa percezione è andata in frantumi. Israele viene ora visto strategicamente molto vulnerabile, e questo per un vantaggio aleatorio e puramente tattico. La Siria ha ricevuto un dono regale, la Russia è più che mai padrona del gioco. SS-26 o no, S-300 o no, vi è la possibilità che queste cose inquietanti vengano effettivamente introdotte in Siria…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I misteri della maratona di Boston

Thierry Meyssan, Rete Voltaire Damasco (Siria) 28 aprile 2013

Due settimane dopo gli attentati di Boston, le autorità statunitensi forniscono a uno a uno gli indizi che hanno scoperto. La questione ruota intorno all’origine cecena di “colpevoli” e alle conclusioni da trarre. Da parte loro, gli utenti della stampa e internet russi mostrano una storia diversa, secondo cui il “colpevole” principale è un agente della CIA.

CraftDue settimane dopo l’attentato di Boston (15 aprile, 14:49), le autorità statunitensi hanno indicato i fratelli Tamerlan e Dzhokhar Tsarnaev quali responsabili. Sostengono di aver ucciso il fratello maggiore e arrestato il suo complice. Il giovane 19enne è stato ricoverato in ospedale, ma le sue ferite gli avrebbero impedito di esprimersi se non annuendo. Indipendentemente da ciò, avrebbe ammesso i fatti. Tuttavia, non si sa nulla delle condizioni in cui Tamerlano è stato ucciso, o di quelle dell’arresto di Dzhokhar. Avrebbero ceduto alla “sindrome di Oswald” e fatti notare uccidendo senza ragione o testimoni, un agente della polizia della loro università. Poi hanno sequestrato una Mercedes di un autista anonimo, costringendolo presumibilmente a ritirare 800 dollari da un bancomat. L’uomo ha testimoniato alla polizia che avevano affermato di essere i colpevoli.
Finora, la stampa non ha incontrato il sospetto o intervistato il testimone. Si limita a riprendere le parole di amici e parenti degli indagati, tutti sorpresi di vederli coinvolti in questo caso. In ogni caso, la giudice Marianne B. Bowler ha incriminato Dzhokhar per “uso di armi di distruzione di massa“, ovvero delle pentole a pressione piene di chiodi. Questa è la prima volta che il termine “arma di distruzione di massa” viene applicato a uno strumento di uso comune.
Da parte sua, il leader democratico della commissione sull’intelligence, Dutch Ruppersberger, ha detto, dopo un incontro a porte chiuse con i funzionari di tre servizi d’intelligence, che Tsarnaev aveva usato un telecomando giocattolo per azionare le due bombe. Vedendone la conferma che i sospetti avevano imparato a produrre tale attrezzatura leggendo Inspire, la rivista online siglata da “Al-Qaida nella penisola arabica.” Tuttavia, se il numero 1 della rivista (datata “Estate 2010″) illustra in dettaglio la costruzione di una bomba con una pentola a pressione, da nessun’altra parte  mostra come utilizzare un telecomando giocattolo per azionare un esplosivo installato in un contenitore chiuso.
Tutto questo clamore ruota intorno a una sola conclusione: i fratelli Tsanaev sono ceceni, mettendo la Russia al centro della scena. Il presidente Vladimir Putin ha discretamente eliminato le domande sulla questione, durante la lunga sessione di risposte al popolo che ha avuto lo scorso giovedì. I  jihadisti ceceni in Siria hanno rapito due vescovi ortodossi. E il rischio che siano a Sochi durante le Olimpiadi. È interesse della Russia rafforzare la cooperazione antiterrorismo con gli Stati Uniti, soprattutto se effettivamente dispiegherà le truppe dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) in Siria. Nel frattempo, gli utenti di Internet sono divisi tra coloro che si allineano con l’FBI e coloro che lo sfidano. Due le principali obiezioni che circolano sul web.
La prima accusa i servizi di sicurezza di aver hanno inscenato una storia emozionante piena di figuranti. Le immagini estratte da un video mostrano due individui che cercano di manomettere il corpo di Jeff Bauman, che ha perso entrambe le gambe. Si tratterebbe in realtà di un tenente dell’esercito degli Stati Uniti che ha perso le gambe a Kandahar nel novembre 2011, Nick Vogt. Si resta stupiti dal fatto che “Jeff Bauman” abbia sempre la testa alta e non sembri soffrire dell’emorragia, mentre viene portato su una sedia a rotelle senza che le sue gambe mutilate siano state legate con lacci emostatici. La cosa è tanto più significativa perché è proprio la testimonianza di “Jeff Bauman” che ha permesso d’individuare i sospetti (conferenza stampa del 18 aprile, 05:20).
Il secondo è la presenza di un team di sicurezza, probabilmente dell’esercito privato della Craft International, che sembra avere lo stesso zaino che secondo l’FBI avrebbe contenuto una pentola a pressione. Ma la cosa più sorprendente è un’altra. Un’esercitazione con una bomba era stata condotta presso la maratona di Boston, due ore prima della tragedia, nel luogo esatto in cui le bombe sono esplose per davvero. Ma quando un giornalista ha chiesto di ciò alla conferenza stampa, l’agente speciale dell’FBI Richard Deslauriers si è rifiutato di rispondere e ha risposto a un’altra domanda.
Infine, secondo le Izvestija (24 aprile), Tamerlan Tsarnaev ha partecipato a un seminario in Georgia del Fondo per il Caucaso, un’associazione di facciata della Jamestown Foundation creata dalla CIA. Poi avrebbe seguito un corso per “aumentare l’instabilità in Russia” [1]. In una nota di protesta, il Fondo del Caucaso nega ed evoca un’omonimia [2]. E’ troppo presto per trarre delle conclusioni su ciò che è realmente accaduto a Boston. Una cosa è certa: l’FBI mente.

Thierry Meyssan al-Watan (Siria)

[1] “Тамерлана Царнаева завербовали через грузинский фонд?“, Izvestia, il 24 aprile 2013.
[2] “Нота протеста “Фонда Кавказа” по поводу публикации, касающейся Бостонского теракта, в газете “Известия” от 24 апреля 2013г?“, Fondo del Caucaso, 25 aprile 2013.

Boston: i Tsarnaev alleati dei Fuller
Rete Voltaire 28 aprile 2013

iRqoV394KcEULa figlia di Graham E. Fuller, Samantha A. Fuller, ha sposato Ruslan Tsarnaev, zio dei “sospetti” dell’attentato di Boston, Tamerlan e Dzhokhar Tsarnaev. Graham E. Fuller è l’ex capo della stazione della CIA in Afghanistan, ex “agente referente” di Fethullah Gulen negli Stati Uniti, ex analista della RAND ed ex collaboratore di Le Monde Diplomatique. Attualmente è professore a contratto presso la Simon Fraser University di Vancouver (Canada). Samantha A. Fuller ha lavorato, a metà degli anni ’90, per la Price Waterhouse, a Bishkek (Kirghizistan) nei programmi di privatizzazione. Ha sposato Ruslan Tsarnaev da cui ha divorziato nel 1999.
Ruslan Tsarnaev è il fratello di Ansor Tsarnaev, padre dei “sospetti.” Ha lavorato per l’USAID (che serve da copertura della CIA), e come quadro in diverse società del gruppo Halliburton. Ora vive a Montgomery Village, MD, e ha descritto i suoi nipoti come dei “perdenti”. Graham E. Fuller definisce “assurdo” qualsiasi tentativo di collegare l’ex di sua figlia all’atto dei nipoti.

Izvestija: Tamerlan Tsarnaev ha partecipato a un seminario della CIA nel 2012
Rete Voltaire 27 aprile 2013
ALQQ41P5likwBMHvSecondo il quotidiano russo Itzvestija, Tamerlan Tsarnaev ha partecipato nel 2012 ad un seminario dell’associazione georgiana Fondo per il Caucaso. Questa associazione è un ramo della Jamestown Foundation, un’agenzia di propaganda creata dalla CIA. Il Fondo per il Caucaso ha organizzato diversi seminari per giovani caucasici per “destabilizzare la Russia.” In una lettera di protesta pubblicata il giorno dopo, il Fondo per il Caucaso nega ciò e suggerisce un’omonimia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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