Russia, “Centro del fronte anti-sistema”

Dedefensa 16/03/2012 – Bloc-Notes

I russi hanno un atteggiamento sempre più sospettoso, anche ostile, nei confronti dell’Occidente in generale (quello che noi chiamiamo blocco BAO), nei confronti degli Stati Uniti, nei confronti delle istituzioni del blocco BAO come la NATO, secondo un sondaggio del Centro Levada, un istituto privato. Questa diffidenza, che va dalle riserve all’ostilità, è segnata da una crescente distanza e un senso di ripiego verso la dimensione nazionale, almeno rispetto l’Occidente, di questa potenza che è la Russia.
(Il Centro Levada è un’organizzazione di ricerca sociologica non governativa, indipendente, dal nome del professore di sociologia Jurij Levada, che l’ha diretto fino alla sua morte nel 2006. Il Centro Levada, noto anche con le iniziali VCIOM, creato nel 1987 e riformato nel 2003, fa parte dei gruppi privati di ricerca della Russia post-sovietica, completamente liberi dalle pratiche dell’epoca comunista. L’influenza politica estera, compresa quella del governo, dovrebbe essere considerata ridotta, assicurando ai risultati delle indagini un credito indiscutibile nel riferire la situazione sociologica e, potremmo aggiungere, psicologica in Russia.)
Russia Today, il 15 marzo 2012, riportava i risultati dell’ultimo sondaggio del Centro Levada sull’atteggiamento dei russi nei confronti dell’Occidente, dando degli elementi di confronto con i risultati precedenti. Più che risultati spettacolari, ma spesso effimeri o troppo strutturati – come focolai giustificati, ma emozionali, di anti-americanismo, per esempio – questo tipo di indagine riferisce delle tendenze fondamentali e spesso “coscientizzate” attraverso delle domande molto dettagliate su vari aspetti del problema considerato. Il risultato è effettivamente a sfavore del blocco BAO.
La percentuale di russi che credono che Mosca debba smettere di prestare attenzione alle critiche dell’Occidente è salita di cinque ha punti percentuali negli ultimi due anni, passando dal 45 per cento del 2010 al 50 per cento di quest’anno. Nel 2007, solo il 38 per cento dei russi manifestava sentimenti simili verso l’Occidente.
“I ricercatori dell’organizzazione dei sondaggi afferma che la maggioranza degli intervistati (40 per cento) è del parere che l’Occidente veda la Russia come un concorrente e che stia tentando di indebolire il paese; un altro 29 per cento degli intervistati crede che gli occidentali in generale abbiano una scarsa comprensione della vita russa, e quindi sono più inclini a criticarla. Altri ancora (26 per cento) dicono che l’Occidente critica la Russia perché ha un atteggiamento intrinsecamente ostile verso il paese.
“Per quanto riguarda la posizione che la leadership della Russia dovrebbe prendere, alla luce di questo tipo di ramanzina occidentale, il 39 per cento degli intervistati dice che la Russia deve mantenere una maggiore distanza dagli Stati Uniti; un’altra categoria degli intervistati (34 per cento) ritiene che l’attuale rapporto con gli Stati Uniti deve essere conservato, il 15 per cento è del parere che le relazioni tra gli ex rivali della Guerra Fredda dovrebbero essere ancora più strette. [...]
Un anno fa, il 5 per cento dei russi intervistati aveva dichiarato che la Russia dovrebbe cercare l’adesione all’alleanza militare occidentale. Oggi, il dato si trova su un terreno infido di solo 3 per cento. Contemporaneamente, il numero di sostenitori della cooperazione Russia-NATO nella sicurezza comune si è ridotto dal 29 al 26 per cento, mentre il numero di coloro che chiedono di contrastare l’espansione della NATO formando un’unione difensiva, è aumentato dal 21 al 23 per cento.
Infine, il 36 per cento degli intervistati tende verso una strategia di difesa più isolazionista, dicendo che Russia dovrebbe astenersi dall’aderire a una qualsiasi alleanza militare, con un incremento di 5 punti percentuali in più, in un anno.
La sorpresa notevole di questa indagine è senza dubbio che non reca nessuna sorpresa rispetto a quello che potevamo giudicare intuitivamente dell’evoluzione del sentimento collettivo russo, e dell’accordo di quel sentimento con l’evoluzione del sentimento della dirigenza politica russa che abbiamo notato, nel senso di una conferma, nel periodo elettorale. A differenza del blocco BAO, e in particolare degli Stati Uniti, vi è una notevole unità di giudizio psicologico e politico tra il sentire dei cittadini russi e la loro dirigenza politica, anche nella sicurezza nazionale, considerando questo aspetto nel suo senso più ampio. (L’idea di un confronto con gli Stati Uniti viene realmente subito in mente. C’è una disconnessione costante negli Stati Uniti tra il sentimento popolare e la politica estera statunitense, in particolare su problemi fondamentali legati all’aspetto meccanicistico guerrafondaio della politica degli Stati Uniti, come l’Afghanistan o la prospettiva di un attacco contro l’Iran.)
Naturalmente, le pressioni del blocco BAO, l’interferenza manifesta sotto forma di sovvenzioni all’opposizione filo-occidentale in Russia o ciò che sia; il tipo di organismi cinghie di trasmissione che appaiono nell’organizzazione ciò che abbiamo designato come “nuova guerra”, costituiscono alcuni dei più importanti eventi congiunturali che alimentano lo sviluppo della tendenza qui riportata. Questo evento ciclico non può essere considerato l’unica causa, e neppure la causa principale, dell’andamento del sentire profondo della popolazione russa. Integra ai nostri sensi, una tendenza generale chiaramente identificabile almeno dal periodo 2006-2008, con la svolta della crisi di sistema del 2008, che è  piuttosto il generale declino dei sentimenti filo-occidentali, che avevano segnato il primo periodo post-sovietico. C’è, crediamo, in questa evoluzione, un giudizio collettivo piuttosto generale e, anche e soprattutto, una potente intuizione collettiva della sostanza del sistema che domina assolutamente un Occidente divenuto il blocco BAO. Questo suggerisce che l’unità d’intenti tra la popolazione e la direzione generale è un pensiero reale e accettato come tale, e perciò costituisce un punto di forza, forse senza equivalente effettivo nel contratto collettivo, della situazione politica nella Russia di oggi. alal luce di ciò, deve essere considerato estremamente secondario nell’atteggiamento dei russi la necessità di una riforma, soprattutto in senso “democratico”, interpretata secondo la visuale occidentalista-americanista, e che il sistema, attraverso la sua cinghia di trasmissione (“l’occidente diventato blocco BAO”), continua a proporre per cercare di delegittimare la dirigenza russa riguardo la sua popolazione.
Questo è certamente parte di quello che noi abbiamo interpretato, nelle elezioni per la presidenza di Putin, come processo di legittimazione del nuovo presidente. Oggi sappiamo che non si tratta di un uomo in quanto tale (Putin), secondo l’approccio dell’Occidente che ne fa una sorta di “dittatore” corrotto estremamente stereotipato, con le sue regolari rivelazioni sensazionali su e contro di lui, ma della direzione che questo uomo rappresenta riguardo al sentire dei russi, e che corrisponde esattamente a quella sensazione. La questione non è quindi certamente giudicare le virtù o meno di Putin, ma di constatare che la personalità di Putin e le sue scelte fanno parte di una corrente collettiva, di una forte tendenza popolare. (La domanda non è nemmeno se Putin sia popolare o amato, ma se per davvero corrisponde più precisamente, tra i leader politici, a ciò che i russi considerano intuitivamente essere necessario oggi per la loro nazione. Lì, la percezione di fondo, probabilmente inconsapevole, del grande pericolo rappresentato da questo periodo in generale e, in particolare, dalle pressioni di destrutturazione e dal desiderio di dissoluzione del sistema. Questo corrisponde al giudizio di Israel Shamir nel testo già indicato, sul periodo attuale: “… è un fatto saliente che questo paese sia nelle mani di Putin”.
Da questo punto di vista, concludiamo che ciò conferma che la Russia è molto meno, radicalmente meno, dipendente dal sistema in generale, che non il blocco BAO ben inteso, e che evolve sempre più verso una posizione di diffidenza, e anche di ostilità, a questo sistema. La Russia, nelle sue varie componenti e in tutti i suoi caratteri, è un punto fondamentale della resistenza al sistema. Non solo la Russia è evidentemente ciò che designiamo come un sistema anti-sistema, che non necessariamente implica una nozione di coscienza attiva o un concetto dinamico, ma rappresenta senza dubbio ciò che noi chiameremmo “un centro della resistenza anti-sistema“. Si tratta di essere a un livello superiore, un “centro di resistenza anti-sistema” che coinvolge un concetto dinamico e qualcosa che sia vicino alla coscienza di ciò a cui ci si oppone.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia e il mondo che cambia

Vladimir Putin parla della sua politica estera (Parte 2)
Vladimir V. Putin, Réseau Voltaire 9 marzo 2012

Nella seconda parte del suo articolo sulla politica estera, Putin ha fornito un aggiornamento sulle relazioni della Russia con l’Asia e il nuovo partenariato con la Cina, affronta il problema dello scudo missilistico degli USA, della crisi in Europa e il progetto di Unione Economica Eurasiatica, l’adesione della Russia all’OMC e il soft-power russo nel mondo. La politica estera intesa da Vladimir Putin, dimostrata dalla posizione di Mosca al Consiglio di sicurezza, tiene conto degli interessi della Russia, ma apre anche una via ai paesi che cercano di liberarsi dal dominio imperiale.

L’Asia-Pacifico acquista una nuova dimensione
La Cina, centro nevralgico dell’economia globale, è un vicino della Russia. Le deliberazioni sul suo futuro ruolo nell’economia globale e negli affari internazionali sono oramai oggi di voga. L’anno scorso, la Cina è salita al secondo posto al mondo in termini di PIL, e a breve termine, secondo gli esperti internazionali, tra cui statunitensi, supererà gli Stati Uniti in questo indice. La potenza globale della Repubblica popolare cinese è in ascesa, compresa la sua capacità di proiettare le proprie forze in varie regioni.
Quale atteggiamento la Russia dovrebbe adottare nel contesto del fattore cinese che è in rapida crescita?
In primo luogo, sono convinto che la crescita dell’economia cinese non sia una minaccia, ma una sfida che ha un enorme potenziale nella cooperazione nel campo degli affari, e la possibilità anche di gonfiare le “vele” dell’economia russa con il “vento cinese”. La Russia dovrebbe stabilire più attivi legami di collaborazione con la Cina, che unisce il potenziale tecnologico e industriale dei due paesi e sfruttando, ovviamente in modo intelligente, il potenziale della Cina per la ripresa economica della Siberia e dell’estremo oriente della Russia.
In secondo luogo, la politica della Cina sulla scena mondiale non offre alcun pretesto per accusare Pechino di cercare di dominare il pianeta. La voce della Cina è, infatti, sempre più udibile in tutto il mondo, e la Russia si rallegra, perché Pechino condivide la visione russa di un ordine mondiale equilibrato, in fase di sviluppo. I due paesi continueranno ad aiutarsi a vicenda a livello internazionale, regolando congiuntamente i problemi  regionali e globali più acuti, rafforzando la cooperazione in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), la Shanghai Cooperation Organization (SCO), il G20 e altre agenzie multilaterali.
E in terzo luogo, la Russia ha risolto tutti i problemi cruciali nelle relazioni politiche con la Cina, il più grande dei quali era la disputa sui confini. Un meccanismo forte e supportato da documenti giuridicamente vincolanti, è stato istituito nelle relazioni bilaterali. I due governi hanno raggiunto un livello di fiducia senza precedenti nelle loro relazioni. In questo modo la Russia e la Cina agiranno con spirito di autentico partenariato, basato sul pragmatismo e il riconoscimento dei reciproci interessi. L’attuale modello delle relazioni sino-russe sembra estremamente promettente.
Detto questo, le relazioni tra la Russia e la Cina non sono certo prive di problemi. Degli attriti nascono di volta in volta. Gli interessi commerciali di entrambi gli Stati in paesi terzi, non sempre coincidono, la Russia non è pienamente soddisfatta dalla struttura  commerciale e del basso livello degli investimenti reciproci. La Russia si sta preparando a monitorare i flussi migratori dalla Cina.
Tuttavia, la mia idea chiave è questa: la Russia ha bisogno di una Cina prospera e stabile, e sono fiducioso che la Cina, a sua volta, abbia bisogno di una Russia forte e prospera.
Un altro gigante asiatico, l’India, è anch’esso in rapida crescita. Russia e India sono tradizionalmente vincolate da rapporti di amicizia ed entrambi i governi le descrivono come il partenariato strategico privilegiato. Il suo rafforzamento darà beneficio a entrambi i nostri paesi, come all’intero sistema policentrico in fase di sviluppo, in tutto il mondo.
Stiamo assistendo non solo alla crescita della Cina e dell’India, ma al ruolo maggiore della regione dell’Asia-Pacifico nel suo complesso. In questo contesto, nuove prospettive di lavoro fruttuoso si offrono nel quadro della presidenza russa nella Cooperazione Economica Asia-Pacifico (APEC). Nel settembre del 2012, la Russia ospiterà il summit APEC a Vladivostok, dove si stanno rapidamente sviluppando infrastrutture moderne, contribuendo così allo sviluppo della Siberia e dell’Estremo Oriente della Russia, e a consentire alla Russia di raggiungere i processi dinamici d’integrazione nella “Nuova Asia”.
La Russia sta lavorando e continuerà in futuro a dare massima priorità alle relazioni con i suoi partner dei BRICS. Questa struttura unica, creata nel 2006, è la dimostrazione più spettacolare della transizione da un sistema unipolare a un ordine mondiale più equilibrato. Il gruppo  riunisce cinque paesi la cui popolazione è pari a quasi tre miliardi di persone, e sono dotati delle economie emergenti più importanti, di enormi risorse naturali e del lavoro, e di colossali mercati nazionali. Dopo l’adesione del Sud Africa, i BRICS hanno ottenuto una dimensione veramente globale, e generano già oltre il 25% del PIL mondiale.
I membri del gruppo si stanno abituando a collaborare in questa struttura e ad adattarsi l’uno con gli altri. Si tratta, in particolare, di stabilire un migliore coordinamento nella politica internazionale e di cooperare più strettamente in seno all’ONU. Tuttavia, dopo aver raggiunto la loro velocità di crociera, i BRICS, con i suoi membri cinque, influiranno notevolmente nell’economia e politica mondiali.
Negli ultimi anni, la diplomazia e la comunità imprenditoriale russe hanno iniziato ad attribuire maggiore importanza allo sviluppo della cooperazione con i paesi asiatici, dell’America Latina e Africa. In queste zone, la Russia gode ancora di simpatia sincera. Credo che uno degli obiettivi del prossimo periodo, sarà l’intensificazione degli scambi e della cooperazione economica tra la Russia e questi paesi, così come la realizzazione di progetti congiunti nei settori dell’energia, delle infrastrutture, degli investimenti, delle scienza e tecnologia, delle banche e del turismo.
Il ruolo crescente delle regioni summenzionate nel sistema democratico di gestione economica e della finanza globale, si riflette nell’attività del G20. Penso che questo gruppo diventerà presto uno strumento di importanza strategica, non solo nella gestione delle crisi, ma anche nelle riforme a lungo termine dell’architettura finanziaria ed economica del pianeta. La Russia presiederà il G20 nel 2013. Certo, il paese dovrebbe utilizzare la sua presidenza per migliorare, tra l’altro, l’interazione tra il G20 e le altre strutture multilaterali, in particolare il G8 e, naturalmente, le Nazioni Unite.

Il fattore europeo
La Russia è parte integrante ed organica della Grande Europa, della civiltà europea nel senso più ampio. I cittadini russi si considerano europei. Siamo ben lungi dall’essere indifferenti verso l’evoluzione dell’Unione europea.
Per questo motivo la Russia avvia la trasformazione dello spazio tra l’Atlantico e l’Oceano Pacifico in una entità economica e umanitaria unificata, che gli esperti russi descrivono come Unione dell’Europa, e che rafforzerà ulteriormente i mezzi e le posizioni della Russia nel quadro della sua svolta economica verso la “Nuova Asia”.
Nel contesto della crescita di Cina, India e altre economie emergenti, gli shock finanziari ed economici che hanno scosso l’Europa, un tempo oasi di stabilità e ordine, non ci lasciano indifferenti. La crisi nell’area dell’euro incide naturalmente sulla Russia, soprattutto perché l’UE è il principale partner economico e commerciale del nostro paese. Ovviamente, la situazione in Europa è largamente determinante per le prospettive di sviluppo del sistema economico globale nel suo complesso.
La Russia ha aderito attivamente allo sforzo internazionale per sostenere le economie europee in difficoltà, partecipa costantemente al processo decisionale collettivo in seno al Fondo monetario internazionale (FMI). La Russia non esclude in linea di principio la possibilità di offrire, in alcuni casi, assistenza finanziaria diretta.
Tuttavia, credo che apporti finanziari provenienti dall’estero possano essere solo una soluzione parziale. La risoluzione completa del problema richiede forti misure sistemiche. I leader europei devono affrontare la necessità di attuare riforme radicali, per rivedere ampiamente i meccanismi finanziari ed economici tesi a garantire una vera e propria disciplina fiscale. La Russia ha interesse ad avere a che fare con una forte Unione europea, corrispondente alla visione di Germania e Francia, perché ci rendiamo conto del grande potenziale del partenariato tra la Russia e l’UE.
L’interazione attuale della Russia con l’Unione europea non è ancora all’altezza delle sfide globali, soprattutto in termini di rafforzamento della competitività del nostro comune continente. Suggerisco ancora una volta, uno sforzo per creare un’armoniosa comunità delle economie da Lisbona a Vladivostok. Alla fine, sui tratta della creazione di una zona di libero scambio, o anche più sofisticati meccanismi di integrazione economica. Questo ci permetterebbe di godere di un mercato continentale comune, pari a diverse migliaia di miliardi di euro. C’è qualcuno che può mettere in dubbio che ciò sarebbe una grande idea, e che questo corrisponda  agli interessi russi ed europei?
Una più stretta cooperazione nel settore energetico, fino alla creazione di un complesso energetico unito d’Europa, è un altro argomento di discussione. Le tappe più importanti per arrivare a ciò sono la costruzione del gasdotto Nord Stream attraverso il Baltico e del South Stream attraverso il Mar Nero. Entrambi i progetti hanno ricevuto il sostegno di numerosi governi, e le più grandi compagnie energetiche dell’Europa vi partecipano. Dopo aver avviato il pieno sfruttamento di questi oleodotti, l’Europa avrà un sistema di approvvigionamento di gas affidabile, flessibile e indipendente dal capriccio politico di chiunque. Sarà un contributo reale, non artificiale, alla sicurezza energetica del continente. Tuttavia, questo problema è particolarmente importante, data la decisione di alcuni paesi europei di ridurre o abbandonare completamente l’energia nucleare.
Sono costretto a dichiarare apertamente che il terzo pacchetto dell’energia, di cui la Commissione europea ha assicurato un lobbying volto ad escludere dal mercato le aziende integrate russe, non contribuisce a rafforzare le nostre relazioni. Inoltre, poiché la destabilizzazione dei fornitori di petrolio altri  dalla Russia, aggrava i rischi sistemici che minacciano il settore energetico europeo ed è un potenziale ostacolo agli investimenti in nuovi progetti infrastrutturali. Molti politici europei che si intrattengono con me, sono critici verso il pacchetto. Si tratta di avere il coraggio di eliminare questo ostacolo dal percorso della cooperazione reciprocamente vantaggiosa.
Credo che un vero partenariato tra la Russia e l’Unione europea sia impossibile senza l’eliminazione degli ostacoli ai contatti economici e umani, in primo luogo, quello del regime dei visti. L’introduzione di un regime senza visti darebbe un forte impulso ad una reale integrazione della Russia e dell’UE, sarebbe utile per ampliare i contatti commerciali e culturali, soprattutto tra le piccole e medie imprese. La minaccia per l’Europa di un afflusso di cosiddetti migranti economici dalla Russia, è in gran parte una fantasia. I russi hanno la possibilità di usare la loro professionalità nella loro patria, e la gamma di queste possibilità si sta allargando.
Nel dicembre del 2011, la Russia ha concertato con l’Unione europea di sviluppare azioni comuni per stabilire un regime senza visti. Può  e deve essere attuato senza ulteriori indugi. La mia intenzione è di continuare a dedicarmi a questo problema nel modo più attivo.

Le relazioni russo-statunitensi
Negli ultimi anni, molti sforzi sono stati fatti per sviluppare le relazioni tra Russia e Stati Uniti. Tuttavia, la matrice di questi rapporti non è ancora stata radicalmente cambiata, e continuano ad esservi alti e bassi. Tale instabilità del partenariato tra la Russia e gli Stati Uniti è dovuta in parte alla resistenza di certi stereotipi e fobie. Il modo con cui la Russia viene percepita dal Congresso degli Stati Uniti è particolarmente rivelatore. Tuttavia, il problema fondamentale risiede nel fatto che il dialogo bilaterale e la cooperazione non sono basati su una solida base economica. Il commercio è ben lungi dall’essere all’altezza delle potenzialità delle economie della Russia e degli Stati Uniti. Lo stesso vale per gli investimenti bilaterali. Così la rete di protezione che eviterebbe alle nostre relazioni le oscillazioni cicliche, non è stata ancora tessuta. Si tratta di crearla.
La comprensione reciproca tra i due paesi non sta migliorando, non più dati gli sforzi regolari degli Stati Uniti nel condurre una ‘”ingegneria politica”, in particolare nelle zone tradizionalmente importanti per la Russia, e anche durante la campagna elettorale della Russia.
Ripeto che l’iniziativa degli Stati Uniti di creare l’ABM europeo solleva  preoccupazioni da parte nostra, del tutto legittime. Perché la Russia è più allarmato rispetto ad altri paesi? Il fatto è che l’ABM europeo influenza le forze strategiche di deterrenza nucleare, che solo la Russia possiede in questo teatro, sconvolgendo il l’equilibrio politico e militare raffinato per decenni.
Il legame inestricabile tra l’ABM e armi strategiche offensive è sancito dal nuovo trattato di riduzione delle armi nucleari START, firmato nel 2010. Il trattato è entrato in vigore e si dimostra efficace. Questo è un risultato fondamentale della politica internazionale. La Russia è pronta a prendere in considerazione vari elementi possibili dell’agenda russo-statunitense  sul controllo degli armamenti, per il prossimo periodo. La regola immutabile in questo campo è il rispetto dell’equilibrio del potere e l’abbandono dei tentativi di utilizzare i colloqui per assicurarsi vantaggi unilaterali.
Permettetemi di ricordare che nel 2007 ho proposto al presidente George W. Bush, a Kennebunkport, di risolvere il problema dell’ABM. Se fosse stato approvato, la mia iniziativa avrebbe modificato la natura tradizionale delle relazioni Russia-USA, e avrebbe dato un impulso positivo al processo. Inoltre, realizzando all’epoca un progresso nel campo dell’ABM, avremmo letteralmente spianato la strada alla creazione di un modello fondamentalmente nuovo di cooperazione, una stretta alleanza, soprattutto in diverse altre aree sensibili.
Questo non successe. Sarebbe certamente utile esaminare la registrazione dei colloqui a Kennebunkport. Negli ultimi anni, il governo russo ha fatto anche altri sforzi per trovare un terreno comune riguardo l’ABM. Tutte queste proposte restano valide.
In ogni caso, non avremmo messo una croce sulla ricerca di un compromesso per risolvere il problema dell’ABM. Vorremmo evitare che il sistema statunitense venga schierato a una tale scala, che richiederebbe l’attuazione delle contromisure che la Russia ha reso pubbliche.
Recentemente ho incontrato il signor Kissinger. Ci incontriamo regolarmente. E sono completamente d’accordo con questo vero professionista, secondo cui la stretta collaborazione e uno spirito di fiducia tra Mosca e Washington, siano particolarmente necessari, quando il mondo sta attraversando un periodo turbolento.
Nel complesso, la Russia è pronta a fare uno sforzo molto importante per sviluppare le relazioni con gli Stati Uniti e per ottenere un miglioramento qualitativo, a condizione che gli statunitensi mettano in pratica il principio di un partenariato equo e reciprocamente rispettoso.

La diplomazia economica
Nel dicembre del 2011, la Russia ha aderito all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) dopo una lunga epopea durata diversi anni. Vorrei far notare che nell’ultimo passo di questo processo, l’amministrazione Barack Obama e i leader di varie potenze europee, hanno contribuito attivamente alla finalizzazione degli accordi.
In tutta onestà, questo processo lungo e faticoso spesso ci ha spinto a “sbattere la porta” e a lasciare tutto. Tuttavia, la Russia non ha ceduto alle emozioni. In definitiva, il nostro paese ha raggiunto un compromesso vantaggioso: gli interessi dei produttori industriali ed agricoli  russi sono stati soddisfatti, in attesa di una maggiore concorrenza da società straniere. Gli operatori economici russi potranno beneficiare di notevoli nuove opportunità per accedere al mercato mondiale ed essere in grado di proteggere i loro diritti in modo civile. Per me, questo è ciò che costituisce il principale risultato e non il fatto simbolico dell’adesione della Russia al “club” mondiale del commercio.
La Russia sarà conforme alle norme dell’OMC, così in tutti gli altri suoi impegni internazionali. Mi aspetto un analogo rispetto delle regole del gioco da parte dei nostri partner. Mi si permetta di notare di passaggio, che abbiamo già inserito i principi del WTO sulla base giuridica dello Spazio economico comune, che comprende Russia, Bielorussia e Kazakhstan.
Analizzando il nostro modo di promuovere gli interessi delle imprese russe sulla scena mondiale, ci rendiamo conto che siamo ancora nella fase d’apprendimento in modo sistemico e coerente. A differenza dei nostri partner occidentali, non abbiamo ancora la tecnologia per promuovere correttamente le azioni a favore delle compagnie russe, sulle piattaforme dove si effettueranno gli scambi del commercio internazionale.
Tuttavia, è nostra responsabilità il compito di risolvere i problemi critici in questo settore, tenendo a mente che lo sviluppo innovativo è una priorità per la Russia. Si tratta di garantire eque posizioni della Russia nel sistema attuale di relazioni economiche globali, e di ridurre al minimo i rischi inerenti l’integrazione del paese nell’economia globale, in particolare nel contesto della menzionata adesione all’OMC, e dell’imminente adesione della Russia all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE).
Il presupposto necessario è un accesso più aperto e non discriminatorio della Russia ai mercati esteri. Al momento non affrontiamo l’estero con gli operatori economici russi. Affrontiamo restrizioni di natura politica e commerciale, si erigono barriere che svantaggio le aziende russe nella concorrenza.
Lo stesso in materia di investimenti. La Russia cerca di attirare capitale straniero nella sua economia, mediante l’apertura delle zone più interessanti e offrendo veri e propri “pezzi scelti”, in particolare nel settore dell’energia e degli idrocarburi. Tuttavia, gli investitori russi non sono ben accolti all’estero, o vengono spesso ostentatamente respinti.
Gli esempi sono innumerevoli. Basti ricordare la storia della Opel tedesca, che gli investitori russi non sono stati, in ultima analisi, in grado di acquisire anche nonostante l’approvazione della transazione da parte del governo della Repubblica federale di Germania e la risposta positiva dei sindacati tedeschi. Ci sono anche casi scandalosi, in cui alle compagnie russe sono negati il godimento dei diritti d’investitore, dopo aver investito forti somme in attività estere. Questi esempi sono particolarmente comuni nell’Europa centrale e orientale.
Tutto questo ispira l’idea della necessità di rafforzare il sostegno politico e diplomatico delle società russe sui mercati esteri. e di fornire un sostegno più solido ai nostri grandi progetti, recanti un’importanza simbolica. Non bisogna dimenticare che di fronte a una concorrenza sleale, la Russia è in grado di reagire in modo simmetrico.
Il governo e le associazioni degli operatori economici russi dovrebbero coordinare i loro sforzi più precisamente, nella scena internazionale, promuovendo al meglio gli interessi delle società russe e assistendole nell’implementazione nei nuovi mercati.
Vorrei anche richiamare l’attenzione su un fatto importante, che determina in gran parte il ruolo e il posto della Russia nel rapporto delle forze politiche ed economiche presenti e future, a livello internazionale. Si tratta dell’immenso territorio del nostro paese. Sicuramente non corrisponde più a un sesto della superficie terrestre, tuttavia la Federazione Russa rimane lo stato più grande e più ricco di risorse del mondo. Io non parlo solo di petrolio e gas, ma anche di boschi, campi agricoli e riserve d’acqua dolce pura.
In altre parole, il territorio russo è la sorgente della forza potenziale della Russia. In precedenza, l’immensa distesa del territorio russo ha principalmente garantito la protezione della Russia contro le invasioni straniere. Oggi, applicando una buona strategia economica, potrebbe diventare la base fondamentale per far accrescere la competitività del paese.
Voglio ricordare in particolare che la carenza di acqua dolce è in rapida crescita in tutto il mondo. Si può prevedere, a breve termine, che ciò darà luogo a una competizione geopolitica per le risorse idriche e alla capacità di realizzare prodotti che richiedono un elevato utilizzo di acqua. La Russia ha un grande vantaggio. Ma essa è consapevole della necessità di gestire questa ricchezza con parsimonia e facendo calcoli strategici.

Il supporto ai russi all’estero e la cultura russa nel contesto internazionale
Il rispetto per la propria patria è particolarmente condizionata dalla capacità di quest’ultima di proteggere i suoi cittadini e le persone appartenenti allo stesso gruppo etnico all’estero. E’ importante non dimenticare mai gli interessi di milioni di russi paesi che vivono all’estero o visitano altri paesi, in congedo o in missione. Vorrei sottolineare che il Ministero degli affari esteri russo, e tutte le rappresentanze diplomatiche e consolari, sono tenute a fornire aiuto e assistenza concreti ai russi, 24 ore su 24. I diplomatici devono rispondere immediatamente, senza attendere che i media lancino l’allarme, agli scontri che si verificano tra i nostri cittadini e le autorità locali, nonché a eventuali incidenti.
Agiremo con la massima determinazione, per ottenere dai governi lettoni ed estoni l’attuazione delle molte raccomandazioni dalle più importanti organizzazioni internazionali in materia di rispetto dei diritti, generalmente accettati, delle minoranze etniche. Lo status infame di “non-cittadino” è inaccettabile. Come possiamo anche accettare il fatto che un lettone su sei ed un estone su tredici siano dei “non-cittadini” privi di diritti politici, elettorali e sociali, e anche della possibilità di utilizzare liberamente la lingua russa.
Prendiamo ad esempio il referendum che si è tenuto recentemente in Lettonia sullo status della lingua russa. Ha ancora chiarito alla comunità mondiale la gravità del problema. Il fatto è che più di 300.000 “non cittadini” si sono visti, ancora una volta, negare il diritto al voto. E il rifiuto della Commissione elettorale centrale della Lettonia di concedere alla camera sociale russa lo status di osservatore, in occasione del referendum, è assolutamente disgustoso. Tuttavia, le organizzazioni internazionali incaricate di far rispettare le regole democratiche, sembrano essersi murate nel loro silenzio.
In generale, mentre le questioni relative ai diritti umani vengono sfruttate nel contesto delle relazioni internazionali, è improbabile che soddisfino la Russia. In primo luogo, gli Stati Uniti e altri paesi occidentali cercano di monopolizzare la tutela dei diritti umani, politicizzandoli e rendendole completamente un mezzo per fare pressione. Nel frattempo, non tollerano le critiche contro di essi, e reagiscono in modo estremamente malsano. In secondo luogo, la scelta degli oggetti per il monitoraggio dei diritti umani, è selettiva. Invece di applicare criteri universali, gli Stati che hanno “privatizzato” questo argomento, fanno quello che vogliono.
La Russia si sente vittima dalla parzialità, dai pregiudizi, dal partito preso e dall’aggressività delle critiche malintenzionate cui è soggetta, e che spesso superano ogni limite. Le critiche giustificate dei difetti non possono che essere accolte con favore e portare a conclusioni appropriate. Ora, di fronte a critiche infondate, che si abbattono onda dopo onda, e mirano a manipolare sistematicamente gli atteggiamenti dei cittadini di un paese nei confronti della Russia, e di influenzare direttamente la situazione politica in Russia, ci rendiamo conto che questi sforzi non sono motivati dai principi democratici della più alta moralità.
Il campo dei diritti umani non dovrebbe essere monopolizzato da nessuno. La Russia è una democrazia giovane, e si mostra spesso estremamente modesta per risparmiare l’orgoglio dei suo partner più agguerriti. Ma la Russia ha qualcosa da dire: nessuno è perfetto per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Le democrazie consolidate hanno anch’esse commesso gravi violazioni in questo campo, e non dobbiamo ignorarlo. Certamente, non si tratta di uno scambio insulso delle accuse stupidamente offensive, sapendo che tutte le parti beneficiano di una discussione costruttiva sulle questioni relative ai diritti umani.
Alla fine del 2011, il Ministero degli Esteri russo ha pubblicato la sua prima relazione sulla situazione dei diritti umani in alcuni paesi. Credo che questa attività debba essere intensificata, in particolare per contribuire a una maggiore e più leale cooperazione nella totalità delle questioni umanitarie e alla promozione dei principi fondamentali della democrazia e dei diritti umani.
A questo proposito, i fatti citati sono solo una parte delle attività di accompagnamento informativo e di propaganda delle attività diplomatiche e internazionali della Russia, e della creazione di un’immagine obiettiva della Russia all’estero. Siamo costretti a riconoscere che i nostri successi in questo settore non sono numerosi. Spesso siamo battuti sul campo dell’informazione. Questo è un problema sfaccettato, a cui ci si deve impegnare seriamente.
La Russia ha ereditato una grande cultura riconosciuta sia in Occidente che Oriente. Ma il nostro investimento nelle industrie culturali e nella loro promozione sul mercato mondiale è ancora basso. La rinascita dell’interesse globale nella cultura e nelle idee, che porta al coinvolgimento delle società e delle economie della rete dell’informazione globale, offre nuove opportunità alla Russia, con talenti qualificati nella produzione di valori culturali.
La Russia non è solo in grado di mantenere la sua cultura, ma di utilizzarla come un potente fattore di promozione sui mercati mondiali. La lingua russa è diffusa praticamente in tutti i paesi dell’ex URSS e in una parte significativa dell’Europa orientale. Non si tratta di un impero, ma di espansione culturale. Non sono i cannoni, né l’importazione di regimi politici, ma l’esportazione dell’istruzione e della cultura, che contribuiranno a creare un ambiente favorevole ai prodotti, servizi e idee della Russia.
La Russia ha bisogno di rafforzare di molto la sua presenza nel mondo in materia di istruzione e cultura, e di accrescerla soprattutto nei paesi in cui una parte della popolazione parla o capisce il russo.
E’ necessario discutere seriamente il modo più efficace per migliorare la percezione oggettiva della Russia, attraverso l’organizzazione nel nostro paese di grandi eventi internazionali, vale a dire il vertice della Cooperazione Economica Asia-Pacifico (APEC) nel 2012, i vertici del G20 e del G8 nel 2013 e nel 2014, le Universiadi del 2013 a Kazan, le Olimpiadi Invernali del 2014 e la Coppa del Mondo di Hockey e calcio nel 2016 e nel 2018.
La Russia è disposta a continuare a garantire la sicurezza e la difesa dei suoi interessi nazionali attraverso una sua partecipazione più attiva e più costruttiva nella politica mondiale e nella risoluzione dei problemi globali e regionali. Il nostro Paese è aperto alla cooperazione seria e reciprocamente vantaggiosa, così come al dialogo con tutti i suoi partner stranieri. Stiamo lavorando per capire e prendere in considerazione gli interessi dei nostri partner, ma vi chiediamo anche di rispettare i nostri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin, il nuovo Pietro il Grande?

Marc Rousset Correspondance Polémia – 5 marzo 2012
Marc Rousset: Economista, scrittore, autore di La Nouvelle Europe Paris-Berlin-Moscou.

Gli Stati Uniti, dopo aver avvallato il serpente Putin dopo l’età dell’oro di Gorbaciov e Eltsin, del declino accelerato e perfino della prossima frammentazione della Russia, sognata da Zbigniew Brzezinski nella Grande Scacchiera (*), oggi disperano, perdendo la speranza di sbarazzarsi di Putin, così come si sbarazzarono del generale De Gaulle nel 1969. Questo spiega il tentativo disperato di una nuova rivoluzione arancione in Russia, con il nuovo ambasciatore USA a Mosca, Mac Faul, che si definisce “un esperto di democrazia, movimenti antidittature e rivoluzioni”. L’attuale opposizione, senza leader, senza alcuna unità, con tendenze diametralmente opposte al suo interno, è una creazione dei media occidentali; ma sembra in realtà l’armata Brancaleone e ricorda la favola di Jean De La Fontaine delle rane che chiedevano un re!
I popoli, nelle democrazie occidentali, da tempo non supportano statisti con una visione storica e che chiedono autorità, impegno, perseveranza, il coraggio non solo di riprendersi, ma di sviluppare l’ampliamento e la potenza di un paese. Preferiscono il pentimento, il piacere, il pensionamento all’età di 60, le 35 ore, il lassismo e uno svergognato indebitamento pubblico; ed è anche più facile per essere rieletti!
Gli Stati Uniti credevano quindi di aver in Medvedev un nuovo Gorbaciov, che in nome dello sviluppo economico, della libertà di espressione e del dirittumanismo alla russa, avrebbe di fatto, con la lode e l’incoraggiamento dell’Occidente, finito l’opera di distruzione massiccia della potenza dell’Unione Sovietica iniziata da Gorbaciov, ancora oggi popolare in tutto il mondo, ma non nella sua patria! L’errore grottesco di Medvedev di astenersi alle Nazioni Unite dal porre il veto allo sfacciato intervento militare della NATO in Libia, dietro lo schermo umanitario, dava delle speranze agli Stati Uniti e all’occidente. Ciò che insaporiva la buona minestra, era l’ingenuità e non l’invidia che mancava ad Alain Juppé, che eccelle in questo campo, di giocare alla Russia lo stesso trucco riguardo la Siria. Vladimir Putin, riprendendosi il controllo della politica estera, ha sventato in modo preveggente i piani dello Zio Sam in Siria e in Medio Oriente! Venendo rieletto da 70 milioni di russi, con quasi il 64% dei voti, a Presidente della Federazione Russa, potrebbe ostacolare in modo irreversibile e per altri dodici anni, il progetto degli USA di accerchiare la Russia e la Cina!

Un autoritarismo necessario
Putin è l’uomo che gli statunitensi non si aspettavano e che non solo ha raddrizzato la Russia, ma l’ha salvata da un smembramento in tre tronconi. Il sogno geopolitico degli Stati Uniti, se la Russia avesse perso la guerra in Cecenia, era quello di farne una nuova Grande Polonia, riducendola a Stravopol, punto di partenza della colonizzazione russa nel XIX secolo.
Putin si è anche opposto con successo allo sfruttamento delle risorse naturali in Russia da parte di gruppi stranieri, obiettivo dichiarato di Mikhail Khodorkovsky, capo della Jukos, che è stato arrestato il 25 Ottobre 2003 in un aeroporto in Siberia, mentre tornava da un forum affaristico a Mosca, di pochi giorni prima, in compagnia di Lee Raymond, direttore della Exxon, l’azienda che era in procinto di partecipare con 25 miliardi di dollari, alla fusione Jukos-Sibneft. I capitali statunitensi della Exxon-Mobil e Chevron-Texaco, infatti, volevano infiltrarsi con una quota del 40% nel santuario siberiano degli idrocarburi russi. Perdendo le sue risorse finanziarie, infine, la Russia avrebbe perso ogni chance di riprendersi.
Putin è riuscito finora a contenere, ma non a rompere completamente, l’accerchiamento da parte della NATO e del gasdotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC). Con il programma dello scudo antimissile che ritorna all’ordine del giorno, gli Stati Uniti avranno un avversario difficile che continuerà a dirgli il fatto loro.
Vladimir Putin è anche l’uomo del KGB che ha visto arrivare, e riuscire ad affrontare fino ad oggi, tutte le riuscite rivoluzioni arancioni in Ucraina, Georgia, Kirghizistan, Uzbekistan; le attuali e future manifestazioni anti-Putin in Russia non sono che il loro canto del cigno, un ultimo singulto, un ultimo tentativo da parte dell’Occidente di sbarazzarsi di Vladimir Putin!
Il nuovo presidente ha fatto affidamento sui valori tradizionali, al senso di grandezza, al patriottismo e alla Chiesa ortodossa per evitare il “disastro”. L’autoritarismo è perfetto ed è assolutamente necessario anche in Russia – come lo è in Cina, del resto – per evitare la temuta implosione del paese. Per quanto riguarda la corruzione, ha egualmente continuato incessantemente in Ucraina con l’avvento al potere della musa della rivoluzione arancione, Julija Tymoshenko; ciò che tutti i russi sanno, è che questo potere politico forte è un antidoto assai migliore delle oligarchie politiche di stampo occidentale, poiché queste ultimi non farebbero altro che collaborare con gli oligarchi russi, cosa che si tradurrebbe in un crollo ancora più veloce di quello dell’Europa occidentale di oggi.

Putin, un nuovo Pietro il Grande?
Il Patriarca ortodosso Cirillo aveva ragione nel sostenere che Putin potrebbe essere considerato, nel 2024, come il Pietro il Grande del ventunesimo secolo, a quattro condizioni:
- Sviluppare un riarmo molto intenso e la modernizzazione in corso dell’esercito russo;
- completare lo sviluppo e la diversificazione già iniziata da Medvedev dell’economia russa;
- continuare a combattere il tasso di denatalità russa, cosa di cui Putin è ben consapevole;
- far rientrare nell’orbita russa, cosa storicamente inesorabile a lungo termine, la Bielorussia e l’Ucraina, per creare un contrappeso umano con duecento milioni di persone, nel trattare con la Cina, l’Asia centrale e il Caucaso.
Il confronto attualmente in corso tra Putin e gli Stati Uniti può essere paragonato alla lotta del giovane zar Pietro il Grande contro Carlo XII, che con la battaglia di Poltava, l’8 luglio 1709, pose fine alla supremazia svedese sul Baltico. Pietro il Grande, mentre rafforzava e ammodernava l’esercito russo, non commise l’errore di dimenticare poi l’innovazione dell’economia e delle arti, cosa che ha dimostrato nel 1717, durante un viaggio in Europa. Pietro il Grande ancorò la Russia a una finestra sull’Europa, fondando San Pietroburgo. Putin, nativo di quella città, che parla tedesco, una ex spia del KGB a Dresda prima della caduta del muro di Berlino, ha una visione europeo-continentale e vuole avvicinarsi per motivi geopolitici a Francia e Germania. Maurice Druon non si sbagliava quando una volta ha visto Putin come il difensore europeo di un mondo multipolare, piuttosto che di un mondo che obbedisce allo sceriffo globale, e “uno dei nostri alleati più decisivi”. Per Putin, il futuro è europeo!
Ma la Russia guarda anche ad est e a sud, da cui possono provenire molti pericoli, la fine dell’intervento occidentale in Afghanistan non è l’ultimo di essi. Aldilà dei suoi sforzi demografici per raggiungere almeno i 130 milioni di persone e non cadere sotto ai 100 milioni nel 2050, l’equivalente della popolazione turca in quel momento, la Russia ha bisogno in futuro della Bielorussia e dell’Ucraina. Questi due paesi, uno dei quali è la sua culla religiosa, rappresentano un contributo umano di circa 60 milioni di abitanti, sufficienti a costituire una superpotenza di fronte alla Cina e all’Asia centrale. Se Putin, durante la sua presidenza, riuscirà in questa impresa, iniziando molto probabilmente dalla Bielorussia, potrà davvero essere paragonato a Pietro il Grande, altrimenti, non avrà un demerito e potrà essere paragonato almeno a De Gaulle, Churchill, Bismarck, Clemenceau e Richelieu, i grandi statisti che hanno avuto una visione storica, un coraggio e una continuità tanto necessaria ai nostri piccoli politici europei di oggi, atlantisti, liberisti, democratici, demagogici e dirittumanisti; e non sarebbe poi così male!

(*)Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera, Longanesi, 1997

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Vladimir Putin spiega la sua politica estera

La Russia e il mondo che cambia – prima parte
Vladimir Putin Réseau Voltaire Mosca (Russia) 3 marzo 2012

Réseau Voltaire riproduce l’articolo che il candidato Putin ha dedicato alla sua futura politica estera, sul quotidiano Moskovskie Novosti. In questa prima parte, ha osservato l’erosione del diritto internazionale derivante dall’ingerenza politica dell’Occidente, e consegna l’interpretazione russa della “primavera araba” come una rivoluzione colorata. Torna sulla catastrofe morale e umanitario risultante dalla attacco alla Libia ed esamina le origini della bellicosità occidentale in Siria. Infine parla delle sfide per la Russia in Afghanistan e Corea del Nord. Cinque anni dopo il suo discorso alla conferenza di Monaco, rimane fedele agli stessi principi. La Federazione Russa si pone come garante della stabilità globale e del dialogo tra le civiltà, basandosi sul rispetto del diritto internazionale.

Nei miei articoli [1], ho già discusso le principali sfide esterne che la Russia si trova ad affrontare oggi. Tuttavia, vale la pena di discutere questo argomento in modo più dettagliato, e non solo perché la politica estera è una parte integrante di una qualsiasi strategia nazionale. Le sfide esterne e il mondo che cambia intorno a noi ci incoraggiano a prendere decisioni di carattere economico, culturale, fiscale e negli investimenti.
La Russia fa parte di un mondo più vasto, sia in termini di diffusione dell’economia che della cultura. Non possiamo e non vogliamo isolarci. Speriamo che la nostra apertura migliorarà il benessere e la cultura dei cittadini russi e rafforzi la fiducia, che diventa una risorsa scarsa.
Ma sosterremo sempre i nostri interessi e obiettivi, e non prenderemo mai decisioni dettate da qualcun altro. La Russia è rispettata e presa sul serio quando è forte e resta ferma sulle sue posizioni. La Russia ha quasi sempre avuto il privilegio di condurre una politica estera indipendente. E questo accadrà anche in futuro. Inoltre, sono convinto che sia possibile garantire la sicurezza nel mondo con la Russia, e non cercando di scacciarla, indebolendone la posizione geopolitica e le capacità di difesa.
Gli obiettivi della nostra politica estera sono strategici, non congiunturali, e riflettono il posto unico della Russia sulla mappa del mondo politico, il suo ruolo nella storia e nell’evoluzione della civiltà.
Continueremo, ovviamente, una politica proattiva e costruttiva, volta a rafforzare la sicurezza globale, a rinunciare al confronto, per rispondere efficacemente alle sfide quali la proliferazione nucleare, i conflitti e le crisi regionali, il terrorismo e il traffico di droga. Faremo in modo che la Russia disponga delle più recenti conquiste del progresso scientifico e tecnologico, e di garantire alle nostre società un posto importante nel mercato globale.
Faremo in modo che l’attuazione del nuovo ordine mondiale, basato sulla realtà geopolitiche contemporanee, avvenga gradualmente, senza inutili turbative.

La fiducia erosa
Come prima, penso che i principi fondamentali comprendano il diritto fondamentale alla sicurezza per tutti gli Stati, l’irricevibilità del ricorso eccessivo alla forza e la stretta aderenza ai principi fondamentali del diritto internazionale. Il disprezzo di queste regole fa sì che si susciti la destabilizzazione delle relazioni internazionali.
Ed è proprio attraverso questo prisma che noi percepiamo alcuni aspetti del comportamento degli Stati Uniti e della NATO, che non rientra nella logica dello sviluppo contemporaneo, e sono basate su stereotipi della politica dei blocchi. Tutti capiscono cosa voglio dire. Si tratta dell’espansione della NATO, che si riflette in particolare nello schieramento di nuove infrastrutture militari e di progetti dell’Alleanza (su iniziativa degli statunitensi) per l’attuazione in Europa dello scudo antimissile (ABM). Non avrei affrontato il problema se queste azioni non fossero state effettuate in prossimità dei confini russi, se non indebolissero la nostra sicurezza e non contribuissero all’instabilità del mondo.
La nostra tesi è ben nota, non vale la pena tornarvi, ma purtroppo non è considerata dai nostri partner occidentali, che si rifiutano di ascoltarla.
E’ preoccupante vedere che benché le nostre “nuove” relazioni con la NATO non hanno ancora preso una forma definita, l’Alleanza si impegna già ain tti che non contribuiscono in alcun modo a stabilire un clima di fiducia. In sé, questa pratica influisce sul calendario internazionale, preclude la definizione di un’agenda positiva nelle relazioni internazionali e rallenta il cambiamento strutturale.
Una serie di conflitti armati, condotta sotto il pretesto di obiettivi umanitari, mina il principio secolare della sovranità nazionale. Un altro vuoto, morale e legale, viene creato nelle relazioni internazionali.
Si dice spesso che i diritti umani hanno la precedenza sulla sovranità nazionale. E’ innegabile, nello stesso modo in cui i crimini contro l’umanità devono essere sanzionati dalla Corte penale internazionale. Ma quando si applica tale disposizione, la sovranità nazionale viene facilmente violata, quando i diritti umani sono difesi dall’esterno in modo selettivo, e quegli stessi diritti sono violati durante il processo della “difesa”, compreso il diritto sacro alla vita, non si ha a che fare con una causa nobile, ma con una vera e propria demagogia.
E’ importante che l’ONU e il Consiglio di Sicurezza possano efficacemente opporsi ai dettami di alcuni paesi e all’arbitrarietà sulla scena internazionale. Nessuno ha il diritto di concedere privilegi e poteri delle Nazioni Unite, soprattutto per quanto riguarda l’uso della forza contro degli stati sovrani. È soprattutto una questione della NATO, che cerca di arrogarsi poteri che non sono quelli di una “alleanza difensiva”. Tutto questo è più che grave. Ricordiamoci le inutili esortazioni a rispettare le norme giuridiche e della decenza umana da parte di Stati che sono stati vittime di operazioni “umanitarie” e di bombardamento  operate in nome della “democrazia”. Non sono state ascoltate, e non si volevano sentire.
A quanto pare, la NATO, e soprattutto gli Stati Uniti, hanno la loro percezione della sicurezza, che è fondamentalmente diversa dalla nostra. Gli statunitensi sono ossessionati dall’idea di avere l’invulnerabilità assoluta, cosa irrealistica e impraticabile, sia tecnicamente che geopoliticamente. Questo è esattamente l’essenza del problema.
L’invulnerabilità assoluta di uno, implica la vulnerabilità assoluta di tutti gli altri. E’ impossibile accettare una simile prospettiva. Tuttavia, per ragioni ben note, molti paesi preferiscono non parlarne apertamente. Ma la Russia chiamerà sempre le cose con il loro nome, e lo farà apertamente. Vorrei sottolineare ancora una volta che la violazione dei principi di unità e del carattere inalienabile della sicurezza, e questo nonostante i numerosi impegni in tal senso, rischia di creare minacce molto gravi. In definitiva, questo concerne anche gli Stati che, per vari motivi, sono responsabili di tali violazioni.

La primavera araba: lezioni e conclusioni
Un anno fa, il mondo aveva di fronte ad un nuovo fenomeno – dimostrazioni quasi contemporanee in molti paesi arabi contro i regimi autoritari. Inizialmente, la primavera araba è stata interpretata come la speranza per un cambiamento positivo. I russi erano dalla parte di coloro che aspiravano alle riforme democratiche.
Tuttavia, ben presto divenne evidente che in molti paesi, la situazione non evolveva verso uno scenario civile. Invece di affermare la democrazia e difendere i diritti delle minoranze, c’è stata l’espulsione dell’avversario, il suo rovesciamento, una forza dominante veniva sostituita da un’altra forza più aggressiva.
L’ingerenza esterna, che si è schierata con una parte del conflitto, così come la natura militare di questa ingerenza, ha contribuito ad una evoluzione negativa della situazione. Tanto che alcuni paesi hanno eliminato il regime libico attraverso l’aviazione, riparandosi dietro slogan umanitari. E il culmine è stato raggiunto dallo spettacolo ripugnante del barbaro linciaggio di Muammar Gheddafi.
Bisogna impedire che si ripeta lo scenario libico in Siria. Gli sforzi della comunità internazionale dovrebbero essere principalmente incentrati sulla riconciliazione in Siria. E’ importante riuscire a fermare la violenza più velocemente, qualunque sia la sua origine, per aprire finalmente un dialogo nazionale, senza precondizioni, senza interferenze straniere e rispettando la sovranità del paese. Questo creerebbe le premesse per l’effettiva attuazione delle misure di democratizzazione annunciate dal governo siriano. La cosa più importante è impedire una guerra civile totale. La diplomazia russa ha lavorato e lavorerà in questa direzione.
Dopo una amara esperienza, siamo contrari all’adozione di tali risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che potrebbero essere interpretate come un via libero alle ingerenze militari nel processo interno della Siria. Ed è seguendo questo approccio di base che la Russia e la Cina hanno bloccato, all’inizio di febbraio, una risoluzione che in pratica, per la sua ambiguità, incoraggiava la violenza esercitata da una delle parti in conflitto.
A questo proposito, data la reazione molto violenta e quasi isterica ai veti russo-cinese, vorrei mettere in guardia i nostri colleghi in Occidente, contro la tentazione di ricorrere allo schema semplicistico usato prima: in assenza dell’avvallo del Consiglio di Sicurezza Nazioni Unite, formare una coalizione di Stati interessati. E attaccare.
La logica di tale comportamento è perniciosa. Essa non conduce a nulla di buono. Comunque, non contribuisce a risolvere la situazione in un paese colpito dal conflitto. Peggio ancora, destabilizza ancora più l’intero sistema di sicurezza internazionale e mina l’autorità e il ruolo centrale delle Nazioni Unite. Ricordiamo che il veto non è un capriccio, ma una parte integrante del nuovo ordine mondiale stabilito dalla Carta delle Nazioni Unite – su insistenza degli Stati Uniti, d’altronde. Tale diritto include il fatto che le decisioni a cui si oppone almeno un membro permanente del Consiglio di Sicurezza, non possono essere coerenti ed efficaci.
Mi auguro che gli Stati Uniti e altri paesi riflettano su questa amara esperienza e non cerchino di lanciare un’operazione militare in Siria, senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Inoltre, non riesco a capire da dove provengano questi “pruriti bellicosi”. Perché manca la pazienza di sviluppare un approccio collettivo adeguato ed equilibrato, soprattutto ora che cominciava a prendere forma nel progetto di risoluzione siriano, citato in precedenza. Non restava che chiedere la stessa cosa all’opposizione armata e al governo, in particolare, ritirare le unità armate dalle città. Rifiutare di fare questo è cinico. Se vogliamo garantire la sicurezza dei civili, la priorità della Russia, è necessario ragionare con tutte le parti coinvolte nel conflitto armato.
E c’è anche un altro aspetto. Si scopre che nei paesi colpiti dalla primavera araba, proprio come in Iraq, al momento, le aziende russe cedono le loro posizioni acquisite nel corso di decenni nei mercati locali, e perdono contratti commerciali importanti. E i vuoti vengono colmati dagli attori economici dei paesi che hanno contribuito al rovesciamento dei regimi.
Si potrebbe pensare che in una certa misura, questi tragici eventi non sono motivati dalla preoccupazione per il rispetto dei diritti umani, ma dal desiderio di ridistribuire i mercati. In ogni caso, non possiamo certo stare a guardare. E abbiamo intenzione di lavorare attivamente con i nuovi governi dei paesi arabi, per ripristinare velocemente la nostra posizione economica.
Nel complesso, gli eventi nel mondo arabo sono molto istruttivi. Mostrano che il desiderio di portare la democrazia con la forza spesso può far sì che il risultato sia l’opposto. Stiamo assistendo all’emergere di forze, compresi gli estremisti religiosi, che cercano di cambiare la direzione dello sviluppo dei paesi e la natura secolare della loro gestione.
La Russia ha sempre avuto buoni rapporti con i rappresentanti moderati dell’Islam, la cui ideologia è vicina alle tradizioni dei musulmani russi. E noi siamo pronti a sviluppare questi rapporti nelle condizioni attuali. Siamo interessati a rafforzare i legami politici, e le relazioni economiche ed commerciali con tutti i paesi arabi, tra cui, ripeto, coloro che hanno attraversato un periodo di disordini. Inoltre, credo che ci siano le condizioni reali per la Russia per mantenere a pieno titolo le sue posizioni di leadership sulla scena mediorientale, dove abbiamo sempre avuto molti amici.
Per quanto riguarda il conflitto arabo-israeliano, la “ricetta magica” che avrebbe risolto la situazione non è ancora stata trovata. Non bisogna in nessun caso rinunciare. Data la vicinanza delle nostre relazioni con il governo israeliano e i leader palestinesi, la diplomazia russa continuerà a contribuire attivamente al restauro del processo di pace bilaterale e nell’ambito del Quartetto per il Medio Oriente, coordinando le sue azioni con la Lega Araba.
La primavera araba ha anche evidenziato l’uso particolarmente attivo delle tecnologie avanzate di informazione e comunicazione, nella formazione dell’opinione pubblica. Si può dire che Internet, social network, telefoni cellulari, ecc. si sono trasformati, con la televisione, in efficaci strumenti sia per la politica nazionale che internazionale. Questo è un fattore nuovo, che richiede un ulteriore esame, soprattutto per continuare a promuovere l’eccezionale libertà di comunicazione sul web, riducendo il rischio del suo uso da parte di terroristi e criminali.
Viene usato sempre più spesso il concetto di “potere morbido” (soft power), un insieme di strumenti e metodi per svolgere compiti di politica estera senza l’utilizzo di armi, attraverso le leve informative e di altro tipo. Purtroppo, questi metodi sono spesso utilizzati per incoraggiare e provocare l’estremismo, il separatismo, il nazionalismo, la manipolazione della coscienza dell’opinione pubblica e alla diretta ingerenza nella politica interna degli Stati sovrani.
Si dovrebbe fare una chiara distinzione tra libertà di espressione e la normale attività politica, da un lato, e l’uso illegittimo di strumenti del soft power dall’altro. Si può solo salutare il lavoro  civile di organizzazioni umanitarie e caritatevoli non governative. Comprese la loro attiva critica delle autorità. Tuttavia, le attività di “pseudo-ONG” ed altre organizzazioni che mirano a destabilizzare, con il sostegno estero, la situazione nei singoli paesi, sono inaccettabili.
Voglio dire, nel caso in cui l’attività di una organizzazione non governativa non è motivata da interessi (e risorse) di locali gruppi sociali, ma è finanziata e mantenuta da forze esterne. Attualmente, nel mondo ci sono molti “agenti di influenza” delle grandi potenze, delle alleanze e delle corporazioni. Quando agiscono apertamente, si tratta semplicemente di una forma di lobbying civile. La Russia dispone anche di tali istituzioni – l’Agenzia federale Rossotrudnichestvo, la fondazione Russkij Mir (Mondo russo), così come le nostre principali università, che ampliano la ricerca all’estero degli studenti talentuosi. Ma la Russia non usa le ONG nazionali in altri paesi e non finanzia le ONG e le organizzazioni politiche estere per promuovere i propri interessi. Neanche Cina, India e Brasile lo fanno. A nostro avviso, l’influenza sulla politica nazionale e l’opinione pubblica di altri paesi, dovrebbe essere esclusivamente aperta. Così, i giocatori potranno agire nel modo più responsabile possibile.

Nuove sfide e minacce
L’Iran è attualmente sotto i riflettori. Ovviamente, la Russia è preoccupata per la crescente minaccia di lanciare un’operazione militare contro quel paese. Se ciò accadesse, le conseguenze sarebbero veramente disastrose. E’ impossibile immaginare la loro reale portata.
Sono convinto che questo problema dovrebbe essere risolto solo con mezzi pacifici. Proponiamo di riconoscere il diritto dell’Iran a sviluppare il suo programma nucleare civile, compreso il diritto di produrre uranio arricchito. Ma deve essere fatto attraverso l’inserimento di tutta l’attività nucleare iraniana sotto il controllo attento e affidabile dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Se funziona, possiamo abolire tutte le sanzioni contro l’Iran, anche quelle unilaterali. L’Occidente è trascinato dalla sua tendenza a voler punire alcuni paesi. Alla minima provocazione, ingaggia delle sanzioni o addirittura lanciare un’operazione militare. Ricorderei che non siamo più nel XIX° e XX° secolo.
La situazione intorno al problema nucleare nordcoreano è ugualmente grave. Piegando il regime di non proliferazione, Pyongyang chiede apertamente il diritto di avere armi nucleari e ha già condotto due test nucleari. Lo status nucleare della Corea del Nord è inaccettabile per noi. Siamo sempre a favore della denuclearizzazione della penisola coreana, con i soli mezzi politici e diplomatici, e chiediamo la ripresa dei colloqui a sei.
Tuttavia, ovviamente, tutti i nostri partner non condividono questo approccio. Sono convinto che dobbiamo essere particolarmente attenti ora. I tentativi di testare la resistenza del nuovo leader nord-coreano, provocando delle contromisure avventate, sono inaccettabili.
Ricordiamo che la Russia e la Corea del Nord condividono un confine, e, come sappiamo, non si possono scegliere i vicini. Continueremo un dialogo attivo con il governo di questo paese e lo sviluppo di relazioni amichevoli, esortando Pyongyang a risolvere il problema nucleare. Sarebbe ovviamente più semplice se il clima di fiducia reciproca sulla penisola s’intensificasse e se il dialogo intercoreano fosse ripreso.
Nel contesto delle passioni scatenate dai programmi nucleari di Iran e Corea del Nord, inevitabilmente si inizia a pensare a come i rischi della proliferazione delle armi nucleari appaiano, e ciò che li rafforza. Si ha l’impressione che i casi d’ingerenza straniera, brutali e anche armati, diventati più frequenti negli affari nazionali di un paese, possono indurre un particolare regime autoritario (e non solo) ad acquisire armi nucleari. Pensando che il possesso di questa arma li proteggerebbe. E quelli che non l’hanno, possono solo aspettarsi un “intervento umanitario”.
Che ci piaccia o no, l’ingerenza straniera in realtà spinge verso questo tipo di pensiero. Ed è per questo che il numero dei paesi con la tecnologia militare nucleare “a portata di mano” non diminuisce, ma aumenta. In queste condizioni, l’importanza delle aree liberate delle armi di distruzione di massa e create in diverse parti del pianeta, aumenta. Su iniziativa della Russia, una discussione sui parametri di tale zona in Medio Oriente ha avuto inizio.
Dobbiamo fare tutto in modo che nessuno sia tentato dall’ottenere un’arma nucleare. A tal fine, i combattenti della non proliferazione devono cambiare se stessi, specialmente quelli che sono abituati a punire le altre nazioni con la forza militare, a dispetto della diplomazia. Come è stato, ad esempio, nel caso dell’Iraq, i cui problemi sono solo peggiorato dopo un’occupazione di quasi dieci anni.
Se riuscissimo a eradicare definitivamente le motivazioni per cui gli Stati debbano possedere armi nucleari, si potrebbe quindi rendere il regime di non proliferazione nucleare internazionale, veramente universale e solido, grazie ai trattati in vigore. Un tale sistema permetterebbe a tutti i paesi interessati di trarre pieno vantaggio del nucleare civile sotto il controllo dell’AIEA.
Sarebbe molto utile per la Russia, poiché stiamo lavorando attivamente sui mercati internazionali, costruire nuove centrali nucleari con la tecnologia moderna e sicura, e partecipare alla realizzazione dell’arricchimento dell’uranio e alle banche internazionali del combustibile nucleare.
Il futuro dell’Afghanistan è anch’esso motivo di preoccupazione. Abbiamo sostenuto l’operazione militare volto a fornire assistenza internazionale in quel paese. Ma il contingente militare internazionale sotto l’egida della NATO, non ha adempiuto al compito assegnatogli. Il pericolo del terrorismo e della narcominaccia provenienti dall’Afghanistan, rimangono. Annunciando il ritiro delle loro truppe da quel paese nel 2014, gli Stati Uniti hanno creato in questo paese e in quelli vicini, delle basi militari senza un mandato, senza uno scopo chiaro o una dichiarata durata delle attività. Naturalmente, questo non fa per noi.
La Russia ha evidenti interessi in Afghanistan. E questi interessi sono legittimi. L’Afghanistan è il nostro vicino prossimo, ed è nel nostro interesse che questo paese si  sviluppi stabilmente e pacificamente. E sopratutto che  cessi di essere la principale fonte della narcominaccia. Il traffico di droga è diventata una grave minaccia, mina il fondo genetico di intere nazioni, creando un ambiente prospero per la corruzione e la criminalità e portando alla destabilizzazione della stessa situazione in Afghanistan. Va notato che non solo la produzione di stupefacenti in Afghanistan non si riduce, ma l’anno scorso è aumentata di quasi il 40%. La Russia è il bersaglio di una vera aggressione dell’eroina, infliggendo un danno immenso alla salute dei nostri cittadini.
Data l’entità della minaccia della droga afgana, è possibile lottare contro di essa solo unendosi, e basandosi sull’ONU e le organizzazioni regionali – (CSTO, l’Organizzazione del trattato la sicurezza collettiva), SCO (Organizzazione della Cooperazione di Shanghai) e CIS (Comunità degli Stati Indipendenti). Siamo pronti a prendere in considerazione un aumento significativo della partecipazione della Russia nelle operazioni di aiuto alla popolazione afghana. Ma a condizione che il contingente internazionale in Afghanistan agisca con più energia, anche nel nostro interesse, dedicandosi alla distruzione fisica delle piantagioni di droga e dei laboratori clandestini.
Le intense operazioni antidroga in Afghanistan devono essere accompagnata dallo smantellamento del trasporto degli oppiacei sui mercati esteri, dalla rimozione dei flussi finanziari che sponsorizzano il traffico di droga, e dal blocco delle forniture di sostanze chimiche utilizzate per la fabbricazione dell’eroina. L’obiettivo è stabilire nella regione un complesso sistema di sicurezza antidroga. La Russia contribuirà in maniera efficace all’unificazione effettiva degli sforzi della comunità internazionale, per avere un cambiamento radicale nella lotta contro la narcominaccia globale.
E’ difficile fare previsioni circa l’evoluzione della situazione in Afghanistan. La storia ci insegna che la presenza militare straniera non ha portato la pace. Solo gli afghani sono in grado di risolvere i propri problemi. Penso che il ruolo della Russia sia aiutare gli afghani a creare un’economia stabile e a migliorare la capacità delle forze armate nazionali, nella lotta contro la minaccia del terrorismo e del traffico di droga, con la partecipazione attiva dei paesi limitrofi. Noi non siamo contrari a che l’opposizione armata, tra cui i taliban, partecipino al processo di riconciliazione nazionale, a condizione che rinunci alla violenza, riconosca la costituzione del paese e rompa i legami con al-Qaida e lealtre organizzazioni terroristiche. In linea di principio, credo che l’istituzione di uno Stato afghano pacifico, stabile, indipendente e neutrale sia abbastanza fattibile.
L’instabilità perdurante per anni e decenni, è un terreno fertile per il terrorismo internazionale.  Chiunque riconosce che questa è una delle sfide più pericolose per la comunità internazionale. Vorrei sottolineare che le aree di crisi che generano minacce terroristiche in prossimità dei confini russi, molto più che ai nostri partner europei o americani. Le Nazioni Unite hanno adottato una strategia antiterrorismo globale, ma sembra che la lotta contro questo male non sia sempre condotto secondo un piano universale e coerente, ma in risposta alle manifestazioni più acute e barbare del terrorismo, quando la pubblica indignazione provocata da azioni provocatorie dei terroristi raggiunge il suo apogeo. Il mondo civilizzato non dovrebbe aspettare un’altra tragedia simile a quella dell’11 settembre 2001 di New York o della scuola di Beslan per cominciare ad agire collettivamente e in modo determinato.
Tuttavia, sono ben lontano dal negare i risultati nella lotta contro il terrorismo internazionale. Sono  tangibili. Negli ultimi anni, la cooperazione tra servizi di intelligence e forze dell’ordine dei diversi paesi, è notevolmente aumentata. Ma le riserve della cooperazione anti-terrorismo sono evidenti. Che cosa si può dire se finora, una politica dei due pesi e delle due misure rimane, e che a seconda del paese, i terroristi sono percepiti in modo diverso, considerandoli  “cattivi” o “non troppo cattivi.” Alcuni non esitano a utilizzarli nel loro gioco politico, ad esempio per destabilizzare dei regimi considerati indesiderabili.
Vorrei anche dire che tutte le istituzioni della società, dei media, delle organizzazioni religiose, delle organizzazioni non governative, del sistema educativo, scientifico ed economico, devono essere pienamente utilizzate nella prevenzione del terrorismo. Abbiamo bisogno di un dialogo interconfessionale e nel senso più ampio, inter-civile. La Russia è un paese multi-confessionale e non abbiamo mai avuto guerre di religione. Potremmo dare il nostro contributo al dibattito internazionale su questo argomento.

[1] Nelle ultime settimane, Vladimir Putin ha scritto una serie di articoli che descrivono le sue intenzioni politiche sui temi principali della campagna presidenziale.

Fine della prima parte

Traduzione di Alessandro LattanzioSitoAurora

Compagno Zjuganov: “il ritorno dei Rossi”?

Le elezioni presidenziali in Russia del 4 marzo
Jean-Marie Chauvier Mondialisation 2 marzo 2012

Gennadij Zjuganov, il segretario generale del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF), è l’unico candidato che può competere con Putin, se non prevale al primo turno. Un personaggio curioso e originale, certamente, che spicca sul paesaggio delle istituzioni politiche in Russia.
Difende ‘tutta’ l’eredità sovietica – la rivoluzione, Lenin (ma non Trotzkij), la Rivoluzione Culturale, Stalin, la Vittoria del 1945, lo Sputnik e le grandi conquiste sociali – e come si suol dire, “cavalca l’onda della nostalgia” delle generazioni che hanno conosciuto e rimpiangono l’era sovietica in molti modi e per molte ragioni. Zjuganov è oggetto di questa critica: la sua assoluta fedeltà agli ideali comunisti di stampo sovietico, il suo rifiuto di condannare Stalin (anche se ha ammesso alcuni errori e i crimini di questo tragico passato), il suo rifiuto di seguire la via socialdemocratica o “neo-comunista“, suggerita da molti dei suoi compagni, financo di abbandonare l’etichetta “comunista”. Ha fatto tutto l’opposto: Zjuganov la rivendica, ne fa un vanto, esprimendo un giudizio senza riserve sul patrimonio rivoluzionario che ritiene “glorioso”. Per lui, abbandonare la questione dell’identità, significa essere come Gorbaciov e Eltsin: andare verso il tradimento e la sconfitta. Venti anni dopo la caduta dell’URSS, ci si pensa due volte! Va notato che la maggior parte delle persone in Russia non ha “celebrato l’evento“! Anche i liberali rimpiangono l’URSS come una famiglia di popoli … e un mercato unico. L’anti-sovietismo è caduto in disgrazia.
Ma Zjuganov, allo stesso tempo, flirta con gli eredi della contro-rivoluzione, quali sono i gerarchi della Chiesa ortodossa. Si ricorda che furono alleati di Stalin contro gli invasori nazisti. E così sarebbe anche oggi, fronteggiando l’invasione dei valori occidentali capitalistici. Zjuganov si richiama, in fin dei conti, alla “Grande Russia Eterna”, dove i cori ortodossi e quelli dell’Armata Rossa intonerebbero un solo lungo canto. Ha anche flirtato con i nazionalisti che farebbero rivoltare nel suo mausoleo quel vecchio internazionalista di Lenin. Precisiamo: non con l’estrema destra liberale anticomunista di Zhirinovskij (fatta eccezione per le iniziative di tattica elettorale) o con i neo-nazisti e altri fascisti della “Marcia Russa” del 4 novembre, il cui nazionalismo “etnico” ripugna al partigiano della Russia multinazionale quale resta Zjuganov. E neanche con il “bolscevismo nazionale” di un Eduard Limonov, che dopo essersi dichiarato “rosso e bruno”, si è unito ai liberali.
No, Zjuganov flirta con un nazional-stalinismo volentieri antisemita e xenofobo  come quello di Aleksandr Prokhanov, un seguace del neo-imperialismo russo. Oppure con i simpatizzanti dell’eurasiatismo, nel senso di alleanza anti-occidentale per preservare la “singolarità” della Russia e costruire legami con la Cina, l’India e il mondo musulmano, piuttosto che con il blocco euro-atlantico. Zjuganov è l’uomo della geopolitica continentale eurasiatica che garantisce la continuità tra l’impero zarista, l’Unione Sovietica e una potente Russia da far rivivere. Che è un po’ come la quadratura del cerchio: come conciliare la bandiera rossa e la tradizione monarchica nero-giallo-bianca? Zjuganov ci crede, pur continuando a mettere in mostra esclusivamente slogan e simboli comunisti e sovietici. Fino a nuovo ordine? Uno dei suoi alleati critici, il politologo Sergej Kurginjan, si sforza di portare i comunisti in un fronte unico “anti-arancione” riunendo tutti i patrioti contro la manovra per destabilizzare la Russia che gli Stati Uniti starebbero telecomandando, tramite le proteste, con il pretesto di fondare un’improbabile “Russia senza Putin“. Ma l’opposizione di Zjuganov a Putin sembra rimanere più forte del suo desiderio di resistere a questa “offensiva imperialista“, che ritiene esagerata dalla propaganda del Cremlino e dalla passione anti-americana di Kurginjan.
Zjuganov subisce la concorrenza, nel campo del nazionalismo, di Putin, che ha ripreso una parte della retorica patriottica. Così, il 7 novembre, il PC celebrava ancora la Rivoluzione d’Ottobre, che Putin condanna, ma il Cremlino teneva lo stesso giorno, come in epoca sovietica, una parata militare sulla Piazza Rossa per celebrare …non la rivoluzione, ma … il corteo storico del 7 novembre 1941, quando le truppe della parata andarono direttamente al fronte, essendo i tedeschi alle porte di Mosca. Putin non ricorda che la sfilata del 1941 celebrava la “Rivoluzione”, ma accetta che siano esibite le bandiere rosse. Come il 9 maggio, Giorno della Vittoria del 1945, si sventola ancora la bandiera piantata sul Reichstag. Quindi, una concorrenza attorno ai simboli “comunisti”, il cui valore dilaga soprattutto tra le fila comuniste.
Zjuganov gioca ovviamente sul prestigio dei valori sovietici, significativamente superiore a quello delle idee comuniste: sono i valori cui hanno creduto delle generazioni e che sono associati a delle vittorie, mentre l’ideologia e il Partito comunista dell’URSS sono identificati nella migliore delle ipotesi al “passato di un’illusione“, e nel peggiore dei casi, a un tragico errore e a una situazione di stallo finale che è costata la vita dell’URSS. Rimane una minoranza, è vero, attaccata agli ideali originari del comunismo, non è essa che dà il tono, ma Zjuganov la tiene in conto. Ma proporre un candidato, a questo punto rivolto verso il passato, alle giovani generazioni che – né specialmente “pro”, né necessariamente “anti” Sovietiche – vivono nella Nuova Russia, trasformata dal capitalismo, e che non è concepibile che possa “tornare al passato“? Zjuganov ha fatto delle proposte concrete e credibili per il prossimo futuro, che rispondono alle aspettative degli strati sociali che non sono più “il proletariato“, i “colcosiani” e l’”intellighenzia sovietica” – i tre strati ufficiali dell’ex URSS – ma i nuovi intellettuali, informatici, impiegati di banca, così come dipendenti pubblici, lavoratori salariati, contadini individuali, piccoli imprenditori, anche dei “grossi padroni”, invitati a “rilanciare il paese“? Riconoscendo questa eterogeneità della società, il PC di Zjuganov ha rinunciato alla “lotta di classe” e cerca invece di “unire il popolo“. Senza rinunciare a un anti-capitalismo di principio.
Inutile cercare in Zjuganov ciò che si trova talvolta nella sinistra radicale e libertaria: un’alternativa al sistema industriale, una prospettiva ecologica …. Questi problemi non hanno alcuna attualità qui nel dibattito politico russo. Ciò che è “attuale” è estrarre la Russia dal suo ruolo di riserva di materie prime e di fornitrice di energia del mondo sviluppato, salvarla in quanto stato federatore di molti popoli, mentre si ridefinisce una “identità russa” che, dopo la caduta dell’Impero e dell’Unione Sovietica, è estremamente confusa. Ciò che è “attuale” e politicamente “reale” è la capacità del PC di potersi presentare quale partito di governo responsabile. Sarà giudicato in base al suo programma. Se non dalle “azioni” che il PC non può attuare, finché resta “interdetto dal governo“. Tuttavia, Putin non è ancora riuscito a emarginarlo completamente. Si dice spesso che un tale partito è “utile” perché dimostra che un’opposizione parlamentare sussiste. Vero: ma i poteri del parlamento sono molto limitati dalla Costituzione presidenziale adottata nel 1993 (dai democratici liberali e molto utile per Putin) e dove il PC può “vegetare” (e invecchiare) lontano dal business. Ma è chiaro che nel caso in cui Zjuganov sia eletto e in grado di attuare il suo programma, la Russia avrebbe una radicale svolta “a sinistra“.

Qualche idea forza di Zjuganov
Nel preambolo, la constatazione del fallimento del capitalismo che in tutto il mondo semina miseria, conflitti e guerre, degrado culturale e problemi ambientali, e ha causato enormi perdite in Russia su tutti i campi, tra cui una colossale disuguaglianza sociale, una catastrofe demografica. Zjuganov promette di fermare questo degrado, imporre il rispetto dei diritti umani e il ripristino dell’”Amicizia dei Popoli”.

Le riforme politiche
Un sistema elettorale “aperto e onesto.” Pieni poteri al Parlamento. Ridurre il mandato presidenziale a cinque anni. L’elezione diretta dei governatori.

La politica estera
Ampliare il numero di alleati e partner della Russia. Rafforzare il ruolo delle Nazioni Unite, ridotto dalla NATO. Nuova “Unione dei popoli fratelli“, formazione comune di carattere economico tra Russia-Bielorussia-Ucraina-Kazakistan. Rafforzare le capacità difensive del paese.

Economia 
Nazionalizzazione delle risorse naturali, bancarie, energetiche, aerospaziali, del trasporto ferroviario. “Il 99% dei cittadini ne avrà beneficio, anche le piccole e medie imprese.” Nuova industrializzazione basata sul progresso scientifico e tecnico. Rilancio dell’agricoltura e dei villaggi in Russia.
Introduzione di una tassazione progressiva.
 
Sociale
Nuovo codice del lavoro per proteggere i lavoratori. Abolizione delle misure di commercializzazione della sfera sociale. Pensioni aumentate di due volte. (Tre volte per le più basse). Asili nido: colmare i vuoti. Ripristinare “la più grande conquista del potere sovietico: l’istruzione gratuita generale.” Aumentarne i finanziamenti dal 4% all’8-10% del PIL. Proposte simili per il sistema sanitario pubblico.
 
Cultura
Ripristinare i valori culturali e le tradizioni di tutti i popoli della Russia. Aumentare il livello culturale della TV, “liberare” i telespettatori dalla pubblicità. Difendere la lingua e la cultura russa e degli altri popoli della Russia. Elezioni presidenziali russe.

Traduzione di Alessandro LattanzioSitoAurora

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