Siria: i ribelli usano armi chimiche saudite

Questo articolo è una collaborazione tra Dale Gavlak di Mint Press News (e dell’Associated Press) e Yahya Ababneh.
Land Destroyer

cartoonqatarGhuta, Siria. Mentre la macchina dell’intervento militare degli USA accelera il passo verso la Siria, la settimana dopo l’attacco chimico, gli Stati Uniti ed i loro alleati avrebbero preso di mira il bersaglio sbagliato. Le interviste con gente di Damasco e Ghuta, sobborgo della capitale siriana, dove l’agenzia umanitaria Medici Senza Frontiere ha detto che almeno 355 persone sono morte, la scorsa settimana, a causa di ciò che crede sia un agente neurotossico, sembrano indicare altro.
Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, così come la Lega Araba, hanno accusato il regime del presidente siriano Bashar al-Assad di aver effettuato un attacco con armi chimiche contro principalmente dei civili. Le navi da guerra degli Stati Uniti, di stanza nel Mediterraneo, starebbero per lanciare attacchi contro la Siria, per punirla del massiccio attacco chimico. Gli Stati Uniti e gli altri non sono interessati ad esaminare ogni prova contraria, con il segretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry che afferma che la colpa di Assad era “un giudizio… già chiaro al mondo.” Tuttavia, da numerose interviste con medici, residenti di Ghuta, combattenti ribelli e le loro famiglie, emerge un quadro diverso. Molti credono che alcuni ribelli abbiano ricevuto armi chimiche tramite il capo dell’intelligence saudita, principe Bandar bin Sultan, e di essere responsabili dell’esecuzione dell’attacco con i gas. “Mio figlio è venuto da me due settimane fa per chiedermi cosa pensare delle armi che gli era stato chiesto di trasportare“, ha detto Abu Abdel-Moneim, padre di un ribelle che lottava per spodestare Assad, e che vive a Ghuta. Abdel-Moneim ha detto che suo figlio e altri 12 ribelli furono uccisi in un tunnel usato per immagazzinare le armi fornite da un islamista saudita, noto come Abu Ayesha, che guidava un battaglione. Il padre ha descritto le armi come “simili a tubi“, mentre altre erano simili a “enormi bombole di gas.” I cittadini di Ghuta hanno detto che i ribelli utilizzavano moschee e case private per dormire durante l’immagazzinamento delle loro armi nei tunnel. Abdel-Moneim ha detto che suo figlio e gli altri sono morti durante l’attacco chimico. Lo stesso giorno, il gruppo militante Jabhat al-Nusra, collegato ad al-Qaida, annunciava che avrebbe attaccato i civili nel cuore del regime di Assad di Lataqia, sulla costa occidentale della Siria, per una pretesa rappresaglia. “Loro non ci hanno detto che armi fossero queste o come usarle“, si lamenta una combattente di nome ‘K.’ “Non sapevamo che erano armi chimiche. Non avremmo mai immaginato che fossero armi chimiche.” “Quando il principe saudita Bandar fornisce tali armi, li deve dare a coloro che sanno come utilizzarle“,  avvertiva. Lei, come altri siriani, non vogliono usare i loro nomi completi per paura di ritorsioni.
Secondo un noto leader dei ribelli di Ghuta, chiamato ‘J’, “i militanti di Jabhat al-Nusra non cooperano con altri ribelli, se non nei combattimenti. Non condividono le informazioni segrete. Semplicemente usano alcuni ribelli ordinari per trasportare e usare questo materiale“, ha detto. “Eravamo molto curiosi di queste armi. E purtroppo, alcuni dei combattenti le hanno usate in modo improprio facendole esplodere“, ha detto ‘J’.
I medici che hanno curato le vittime dell’attacco con armi chimiche, hanno avvertito gli intervistatori di stare attenti nel fare domande su chi, esattamente, sia responsabile dell’attacco mortale. Il gruppo umanitario Medici Senza Frontiere ha aggiunto che operatori sanitari hanno detto che 3.600 pazienti presentavano sintomi simili, tra cui bava alla bocca, difficoltà respiratorie, convulsioni e visione offuscata. Il gruppo non è in grado di verificare in modo indipendente tali informazioni. Più di una dozzina di ribelli intervistati ha riferito che i loro stipendi provengono dal governo saudita.

Coinvolgimento saudita
In un recente articolo su Insider Business, il giornalista Geoffrey Ingersoll evidenziava il ruolo del principe saudita Bandar in due anni e mezzo di guerra civile siriana. Molti osservatori ritengono che Bandar, con i suoi stretti legami con Washington, sia al centro della spinta alla guerra degli USA contro Assad. Ingersoll fa riferimento ad un articolo del Daily Telegraph inglese sui colloqui segreti russo-sauditi, sostenendo che Bandar abbia offerto petrolio a buon mercato al presidente russo Vladimir Putin, in cambio dell’abbandono di Assad. “Il principe Bandar s’impegna a salvaguardare la base navale della Russia in Siria, se il regime di Assad viene rovesciato, ma ha anche accennato agli attacchi terroristici ceceni alle Olimpiadi invernali di Sochi in Russia, se non vi è un accordo“, ha scritto Ingersoll. “Posso darvi la garanzia di proteggere le Olimpiadi invernali del prossimo anno.  I gruppi ceceni che minacciano la sicurezza dei giochi sono controllati da noi“, avrebbe detto Bandar ai russi. “Insieme a funzionari sauditi, gli Stati Uniti avrebbero dato al capo dell’intelligence saudita il via libero a questi colloqui con la Russia, e ciò non sorprende”. “Bandar è di formazione statunitense, sia militare che collegiale, è stato un assai influente ambasciatore saudita negli Stati Uniti, e la CIA ama questo tizio“, ha aggiunto Ingersoll. Secondo il quotidiano Independent del Regno Unito, è stata l’agenzia d’intelligence del principe Bandar che per prima, a febbraio, ha presentato all’attenzione degli alleati occidentali le accuse sull’utilizzo di gas sarin del regime. Il Wall Street Journal ha recentemente riferito che la CIA ritiene l’Arabia Saudita “decisa” a rovesciare Assad, da quando il re saudita ha chiamato il principe Bandar a condurre tale operazione. “Credono che il principe Bandar, un veterano degli intrighi diplomatici di Washington e del mondo arabo, possa fornire ciò che la CIA non può: aerei carichi di denaro e di armi e, come un diplomatico degli Stati Uniti ha indicato, metterci sottobanco una pezza araba“.
Bandar ha portato assai avanti l’obiettivo della politica estera dell’Arabia Saudita: sconfiggere Assad, i suoi alleati iraniani ed Hezbollah, riferisce il WSJ. A tal scopo, Bandar ha collaborato con Washington nel gestire un programma per armare e addestrare i ribelli presso una base militare in Giordania. Il giornale riferisce che i “giordani erano a disagio riguardo a tale base“: ebbe incontri ad Amman con il re di Giordania Abdullah, a volte in sessioni di otto ore. “Il re avrebbe scherzato: ‘Oh, Bandar sta arrivando di nuovo? Cerchiamo di avere due giorni liberi per la riunione’“, ha detto un partecipante alle riunioni. La dipendenza finanziaria della Giordania dall’Arabia Saudita potrebbe aver avuto un forte effetto leva. Un centro operativo in Giordania è stato attivato nell’estate del 2012, e comprende una pista di atterraggio e depositi per le armi. I sauditi hanno procurato AK-47 e munizioni, afferma il WSJ citando funzionari arabi. Anche se l’Arabia Saudita ufficialmente sostiene di supportare i ribelli moderati, il giornale riferisce che “fondi e armi venivano incanalati ai radicali, sufficienti a contrastare l’influenza degli islamisti rivali sostenuti dal Qatar.” Ma i ribelli intervistati hanno detto che il principe Bandar viene indicato come “al-Habib” o ‘l’amante’ dei militanti di al-Qaida che combattono in Siria.
Peter Oborne, scrivendo sul Daily Telegraph, ha indicato con cautela il tentativo di Washington di punire il regime di Assad con un cosiddetto attacco ‘limitato’, che non significava rovesciare il leader siriano, ma diminuirne la capacità di usare armi chimiche. Considerate ciò: gli unici beneficiari delle atrocità sono i ribelli, che stanno perdendo la guerra, e che ora hanno Gran Bretagna e USA pronti ad intervenire al loro fianco. Mentre sembrano esserci dubbi se siano state utilizzate armi chimiche, non c’è dubbio su chi le abbia dispiegate. E’ importante ricordare che Assad è già stato accusato di usare gas asfissianti contro i civili. Ma in quella occasione, Carla del Ponte, commissario ONU sulla Siria, concluse che i ribelli, non Assad, ne fossero i probabili responsabili.
Alcune informazioni contenute in questo articolo possono none essere verificabili in modo indipendente. Mint Press News continuerà a fornire ulteriori informazioni e aggiornamenti.

Dale Gavlak è corrispondente dal Medio Oriente per Mint Press News e Associated Press. Gavlak è stato ad Amman, in Giordania per l’Associated Press per oltre vent’anni. Esperto in affari mediorientali, Gavlak attualmente segue la regione del Vicino Oriente per AP, National Public Radio e Zecca Press News, scrivendo su argomenti tra cui politica, questioni sociali e tendenze economiche. Dale ha un master in Studi sul Medio Oriente presso l’Università di Chicago.
Yahya Ababneh è un giornalista freelance giordano e attualmente lavora a un master in giornalismo, ha seguito gli eventi in Giordania, Libano, Arabia Saudita, Russia e Libia. I suoi scritti sono apparsi su Amman Net, Saraya News, Gerasa Notizie e altrove.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Non ci sono prove sulle accuse degli USA contro la Siria

Tony Cartalucci Land Destroyer 28 agosto 2013

60128Il Wall Street Journal ha confermato ciò che molti sospettavano, che le cosiddette “prove” del mondo occidentale sugli ultimi presunti “attacchi chimici” in Siria, e che accusavano il governo siriano, sono invenzioni tramate dalle dubbie agenzie d’intelligence dell’occidente. Il Wall Street Journal rivela che informazioni dell’intelligence israeliana, il Mossad, sono alla base delle accuse della Central Intelligence Agency (CIA) degli Stati Uniti, una ripetizione delle invenzioni che portarono alla guerra in Iraq e in Libia, ed utilizzate da 3 anni per giustificare il continuo supporto agli estremisti che operano all’interno e lungo i confini della Siria.
L’articolo del Wall Street Journal, “Stati Uniti e alleati pronti ad agire mentre l’intelligence avanza sulla Siria“, afferma: “Un pezzo cruciale del caso in questione s’è avuto dai servizi di spionaggio israeliani, che hanno fornito alla Central Intelligence Agency informazioni da un’unità speciale di élite siriana che sovrintende alle armi chimiche di Assad, hanno detto dei diplomatici arabi. Le informazioni che la CIA ha potuto verificare, mostrano che alcune armi chimiche furono inviate in anticipo nella stessa periferia di Damasco in cui l’attacco avrebbe avuto luogo la settimana scorsa, hanno detto i diplomatici arabi”. Sia il Mossad che la CIA sono chiaramente compromessi sul piano dell’oggettività e della legittimità. Né esiste, né si prevede di fornire alcuna prova imparziale, ma piuttosto di facilitare con tutti i mezzi necessari, l’agenda, gli interessi e gli obiettivi egoistici dei rispettivi governi. Sia Israele che gli Stati Uniti, nel lontano 2007, cospirarono apertamente per rovesciare il governo della Siria con un bagno di sangue settario accuratamente progettato, così screditando completamente le due agenzie di intelligence. Proprio per questo motivo, un’indagine imparziale di terze parti è stata richiesta dalla comunità internazionale e concordata con il governo siriano, un’indagine di terze parti che gli Stati Uniti sono ormai solleciti nel voler annullare prima dei previsti attacchi militari.
Il Wall Street Journal riporta: “In una e-mail di domenica, la consigliera per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca Susan Rice, ha detto secondo l’ambasciatrice all’ONU Samantha Power e altri alti funzionari, che la missione delle Nazioni Unite è inutile perché le prove sulle armi chimiche erano già conclusive, hanno detto i funzionari. Gli Stati Uniti esortano le Nazioni Unite, in privato, a ritirare gli ispettori, permettendo al presidente Barack Obama di promuovere eventualmente la risposta militare, hanno detto i funzionari”. Gli Stati Uniti quindi, non la Siria, tentano l’insabbiamento, presentando le invenzioni di screditate fonti dell’intelligence compromesse e  minacciando attacchi militari imminenti, che metterebbero in pericolo la sicurezza del gruppo d’ispezione delle Nazioni Unite, che dovrebbe concludere le indagini e ritirarsi.
Il Wall Street Journal ha anche ribadito che gli Stati Uniti prevedono di eludere completamente il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e di procedere unilateralmente con i loro partner: “...Se gli Stati Uniti hanno scelto di colpire, lo farebbero con gli alleati e senza le Nazioni Unite, al fine di eludere il prevedibile veto russo.” Gli Stati Uniti procedono ora con disprezzo assoluto del diritto internazionale, ma dichiarando di non aver intenzione di fornire prove credibili sulle loro accuse al governo siriano. Si tratta di una corsa verso la guerra, con tutte le caratteristiche della pericolosa disperazione per la sorte dei fantocci dell’occidente schiacciati dai militari siriani. I vertici militari occidentali devono prendere in considerazione gli aspetti strategici e gli esempi storici riguardanti i pericoli e la follia di un guerra frettolosa e imprudente, in particolare una guerra combattuta per proteggere interessi e agende politiche particolari, piuttosto che per difendere il proprio territorio.
Le popolazioni dell’occidente devono considerare quali benefici hanno tratto in questo decennio di conquiste militari cui hanno lasciato indugiare i loro leader. Le economie che sprofondano pur di  conservare interessi particolari, la crescita degli apparati di sicurezza interna volti a mantenere questi interessi al riparo dall’opposizione nazionale ed estera, sono problemi che potranno solo acutizzarsi.
Al di fuori dell’occidente, a Mosca, Pechino e Teheran, i leader devono prendere in considerazione un futuro in cui gli interessi particolari occidentali possono invaderli impunemente, senza il necessario sostegno dell’opinione pubblica, e anche di una parvenza di giustificazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bahrain, la molla della ‘primavera’

Dedefensa 21 febbraio 2013

Bahrain-mapL’articolo di Jerome Taylor su The Independent del 21 febbraio 2013, c’informa sulla situazione in Bahrein. L’effetto della “primavera araba” è iniziato poco dopo l’inizio dei disordini in Egitto, nel febbraio 2011. Il Bahrain è molto meno soggetto alla “nostra” attenzione, in particolare a causa della politica del blocco BAO al riguardo; come sappiamo di questa politica, mostra una considerevole dose d’ipocrisia. In ogni caso, la situazione così descritta dimostra notevolmente, piuttosto che le situazioni libica, egiziana, siriana, ecc., il vicolo cieco che rappresenta la “primavera araba”, sia per le cinghie di trasmissione del blocco BAO in Medio Oriente, sia per la politica del blocco BAO. Taylor sottolinea in particolare una radicalizzazione significativa del potere in Bahrain, tramite intrighi di palazzo (non importano le influenze specifiche al riguardo, è importante che vi sia una logica tendenza), la più interessante è che l’effetto non è solo un indurimento nei confronti dei manifestanti, ma anche nei confronti del blocco BAO, Stati Uniti e Regno Unito in particolare. Taylor vi aggiunge, senza indugio, ma è almeno altrettanto importante, la radicalizzazione delle proteste, nel senso di una maggiore ostilità verso il blocco BAO.
La famiglia reale del Bahrein è sempre più controllata da una fazione estremista che mantiene stretti legami con l’Arabia Saudita e si oppone con veemenza a concessioni; ciò potrebbe portare in pochi mesi al conflitto settario nel travagliato regno. Relazioni da Manama suggeriscono che l’acquisizione della famiglia reale da parte della cosiddetta “fazione Khawalid”, sia diventata un tale successo che gli alleati principali del Bahrain, Londra e Washington iniziano a temere che la monarchia, normalmente filo-occidentale, stia per essere usurpata da un gruppo dalla virulenta visione antiamericana e antibritannica. Voci su un gruppo ultraconservatore sempre più influente, abbondano nel regno del Golfo fin da quando sono esplose le proteste della maggioranza sciita della popolazione del Paese, nel febbraio 2011, contro il dominio della dinastia sunnita degli al-Khalifa.
Gruppi di opposizione sciiti accusano i Khawalid di essere gli ispiratori della repressione contro di loro, che provocarono più di 80 morti e il blocco delle richieste riforme democratiche che avrebbero dato agli sciiti, emarginati, una voce più grande sulla gestione del Paese. Ma con un passo assai inusuale, i membri della famiglia reale oggi iniziano a criticare i loro rivali, la prima chiara ammissione che la famiglia regnante sia, infatti, divisa. In un’intervista anonima al quotidiano Wall Street Journal di questa settimana, un “reale” reagisce contro i suoi cugini lamentandosi del fatto “coloro che circondano il re sono tutti potenti khawalid.
Khawalid è un termine usato in Bahrain per descrivere la fazione ultraconservatrice nella famiglia reale, il cui lignaggio risale a Khaled bin Ali al-Khalifa, fratello minore del potente emiro negli anni ’20. Condusse la brutale repressione contro una rivolta sciita e fu imprigionato dagli inglesi. I suoi sostenitori erano noti per la loro intensa avversione verso la popolazione a maggioranza sciita dell’isola, trascorrendo gran parte del restante ventesimo secolo nei corridoi del potere. Figure chiave khawalid sono riuscite a entrare in posizioni di responsabilità nella famiglia reale, e negli ultimi anni sembrano aver messo da parte le figure più in sintonia con le riforme economiche e politiche, come il principe ereditario Salman bin Hamid al-Khalifa [...]
Ironia della sorte, l’ascesa di una fazione antioccidentale nella famiglia reale, coincide con l’aumento dei sentimenti antibritannici e antiamericani tra i gruppi di protesta sciiti. Inizialmente moderati, i gruppi sciiti come l’attuale principale partito Wefaq, speravano che Londra e Washington sostenessero le loro richieste di riforme democratiche. Quando ciò non accadde, i gruppi più radicali, come la Coalizione della Gioventù del 17 febbraio, divennero più influenti e cominciarono ad adottare sempre più la retorica antioccidentale“.
Il Bahrain è il modello del “vicolo cieco che rappresenta la ‘Primavera araba’ [...] secondo il criterio del blocco BAO” perché presenta una situazione in cui il potere, del tutto acquisito al blocco, è ancora al suo posto, mentre la contestazione a questo potere, nata dalla “primavera araba”, mostra una resistenza estrema che prosegue attivamente negli ultimi due anni, nonostante la repressione costante e consistente che affronta. Di fronte a questa situazione, la politica del blocco BAO (principalmente Stati Uniti d’America, il fedele seguace Regno Unito e il resto che segue) è stata sostenere il potere (l’interesse politico), pur criticandolo in messaggi riservati ma tuttavia pubblici (dirittumanitarismo politicamente corretto), mostrando ufficialmente una certa comprensione verso la contestazione (dirittumanitarismo politicamente corretto) senza far nulla per sostenerla attivamente, e addirittura aiutando sottobanco la repressione (interesse politico).
C’è in questa duplice attiva asimmetria tutta l’ipocrisia consustanziale della politica BAO (dimostrazione inutile, non c’è tempo da perdere), in particolare, qualcosa di più interessante, vi è una contraddizione costantemente operativa e quasi insolubile. Il risultato è che il BAO blocco supporta reciprocamente (potere e contestazione), nel limite della sua influenza, ovviamente, appena sufficiente per far continuare il conflitto, ma insufficiente per la risoluzione del conflitto con un compromesso o la vittoria di uno o dell’altro. Il blocco BAO manifesta la sua costante e impotente interferenza in un modo che non soddisfa nessuna delle due parti, e dà a tutti l’impressione che il blocco, alla fine, segretamente desideri che vinca l’avversario. La tendenza naturale, in questo termine, è in realtà la radicalizzazione di entrambi i partiti, in cui lo stesso blocco BAO viene preso di mira contemporaneamente da tutti come un avversario, perché visto corresponsabile nel sostenere l’attività dell’avversario. Non c’è dubbio che questa sia la “formula” destinata a diventare la classica posizione del blocco BAO. Essa mostra la finalità profonda, naturale e superiore della “primavera araba” come movimento collettivo, aldilà delle varie spiegazioni sulle manipolazioni non meno varie, nonostante gli avatar di Libia e Siria e in parte soltanto l’avatar egiziano, viene essenzialmente messa in discussione la catena dei poteri creati dal blocco BAO per i propri interessi, dimostrando come la “primavera araba” sia, prima di tutto, un attacco contro il sistema.
Da questo punto di vista, il Bahrain è in realtà un anello importante, dove la situazione può solo peggiorare presentando e ripristinando un’immagine costante, e in effetti molto corretta, della “primavera araba”, con importanti conseguenze, a lungo termine, proprio per il Bahrain (senza speculare sugli effetti più ampi dei cambiamenti nella situazione del Bahrain). Una delle conseguenze sarebbe la possibilità di mettere in discussione lo status dei critici impianti della Quinta Flotta degli Stati Uniti nel Paese, uno status che è già in stato d’incertezza. Ci sono in effetti voci di un trasferimento di parte delle strutture e delle funzioni degli Stati Uniti dal Bahrain al Qatar, che non è neanche esso un luogo più sicuro per la marina militare degli Stati Uniti, per motivi diversi dal caso del Bahrein, o anche negli Emirati Arabi Uniti, che non sono comunque molto entusiasti di tale impegno. (Vedasi per le voci in proposito, 23 ottobre 2012): “La domanda che rimane aperta è tra l’altro se questa base [installata in Qatar], sia solo un centro logistico che copre l’intera area, già vecchia, o se sia stato ampliato di recente e decisamente a centro di comando e controllo navale, riguardo al trasferimento di tutto o parte del personale operativo e del comando della Quinta Flotta della marina degli Stati Uniti [...] [La Quinta Flotta] è stata ufficialmente costituita nel Bahrein, nel porto di Manama, nel luglio 1995. Dei recenti cambiamenti, ma assai poco documentati, potrebbero essersi verificati (il condizionale giansenista è necessario)“. L’articolo sulla Quinta Flotta di Wikipedia implica che il centro comando operativo della flotta potrebbe essere stato trasferito discretamente nel 2011, in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, in seguito ai disordini in Bahrain.)
Un’altra importante conseguenza di natura politica, mostrando un curioso “cambio di corrente” del tipo “occhio per occhio”, potrebbe essere l’influenza della situazione in Bahrain su quella già tesa in Arabia Saudita, mentre attualmente dovrebbe essere il contrario, data l’influenza della “tutela” saudita sulla  sicurezza del Bahrain, con il dispiegamento delle forze saudite in Bahrain. Invece, la radicalizzazione in Bahrain, notevolmente anti-BAO ma anche in direzione di una destabilizzazione potrebbe influire, nello stesso senso, sulla situazione in Arabia Saudita, già estremamente instabile. In tutti i casi, non vi è alcuna garanzia che i sauditi cerchino di fermare il Bahrain sul punto particolare del possibile indurimento anti-blocco BAO (anti-USA), nella misura in cui loro stessi evolvono in questa direzione, sempre per gli stessi motivi suscitati dall’impotente politica degli Stati Uniti del “troppo poco e troppo tardi” riguardo al loro sostegno ai regimi al potere pro-BAO.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Mali, un paese ricco di petrolio, gas e di miniere d’oro

Elisabette Studer, Le Blog Finance, 13 gennaio 2013 Mali_Mines_Ministry_mapIl Mali ha decisamente delle risorse del suolo molto promettenti… che potrebbero portare a una nuova maledizione del petrolio? Il paese è di grande interesse per le grandi compagnie petrolifere come Total, per via delle enormi risorse energetiche del bacino del Taoudeni, a cavallo tra il Mali, Mauritania, Niger e Algeria, oltre che per il giacimento di gas situato nelle vicinanze della capitale Bamako e delle miniere d’oro che possono suscitare cupidigia. Per non parlare del coltan, materia prima altamente apprezzata, utilizzata per la produzione di telefoni cellulari.

Mali, un paese ricco di idrogeno e futuro esportatore di elettricità?
La Société d’exploitation pétrolière du Mali (Petroma) ha scoperto di recente un enorme giacimento di gas a Bourakèbougou, a 60 km dalla città di Bamako e a 45 km da Kati, la città-guarnigione. Meglio ancora, si tratta di idrogeno puro (98,8% di idrogeno e 2% di metano e azoto), una cosa molto rara al mondo, se dobbiamo credere ad Aliou Diallo, l’uomo d’affari a capo della Petroma. Ciliegina sulla torta: il gas si trova a soli 107 m di profondità.
Una scoperta che consente al direttore della società di considerare la produzione di elettricità dall’idrogeno, in Mali. Ha detto che la sua società sarebbe anche in grado di generare energia per l’intera Africa occidentale, per meno di 10 Franchi CFA (2 centesimi di euro) per ogni kilowatt contro, i 106 franchi Franchi CFA di oggi. Molto interessante se si considera che la vicina Mauritania ha recentemente dichiarato di voler esportare elettricità in Mali e Senegal, mentre quest’ultimo si trova ad affrontare delle difficoltà strutturali energetiche. Meglio ancora, la Petroma ha appena acquistato un impianto per condurre le  ricerche affinché si scopra il petrolio, i cui segni positivi sono stati rilevati nella zona.

Un paese con significative risorse aurifere
Di recente, vi è stata l’inaugurazione della miniera d’oro di Kodieran, sempre di proprietà della Petroma, cui ha partecipato Aliou Boubacar Diallo, Amministratore Delegato della società mineraria Wassoul’Or-Sa, una controllata della Gold Pearl, che ne detiene una quota del 25%. Aliou Boubacar Diallo è anche membro del Consiglio di Sorveglianza della Gold Pearl.
Situata a Kodieran, la Wassoul’Or è una delle società minerarie del Mali con la logistica più promettente e le infrastrutture ben sviluppate (300 km di strade, a sud di Bamako), secondo il proprio sito. Un impianto pilota, con una capacità di 1000 tonnellate/giorno (materia prima) opera con successo, ed è stato attivato per testare il processo di produzione aurifera e per evidenziarne la percentuale in oro. Dopo aver iniziato con un rendimento iniziale di 5.000 tonnellate al giorno, all’inizio del 2012,  gradualmente è passato alle 11.000 tonnellate al giorno.

Petroma e Canada, per l’oro e il petrolio
Ricordiamo, a fini pratici, che la Petroma è una società canadese specializzata nella ricerca, sfruttamento, trasporto e raffinazione di petrolio e gas, il cui 98% del capitale è del Mali e il resto della Petroma Ink (una società canadese) che ha investito più di 10 milioni di dollari nel progetto di Bourakèbougou, che secondo gli indicatori è un grande giacimento. La costruzione della prima unità aurifera di Kodierana è stata compiuta dalle aziende canadesi Bumigeme e ABF Mines,  interamente finanziata dal Fondo Oro Mansa Moussa.

Mali settentrionale: una regione dal forte potenziale energetico e minerario
Con particolare riguardo al nord del Mali, dove vi sono le tensioni principali, si nota che se questa regione contribuisce molto poco, per il momento, al PIL del paese, il sottosuolo delle regioni di Gao, Kidal e Timbuktu solleva grandi speranze: 850000 kmq di petrolio e di gas potenziali, secondo gli studi condotti dall’Autorità per il petrolio (AUREP). Un contesto che potrebbe in parte spiegare la situazione attuale e le tendenze che potrebbero giustificare la partizione del paese. In ogni caso, quattro bacini principali sono stati identificati in questa regione: Tamesna (a cavallo tra Mali e Niger), Taoudeni (che copre anche parte di Algeria e Mauritania), la regione di Gao e la faglia di  Nara (Mopti).
Dal 2005, l’Autorità per la Promozione della Ricerca di Idrocarburi (AUREP), un’organizzazione del Ministero delle Miniere del Mali, ha eseguito la suddivisione di questi bacini in 29 lotti da esplorazione. La maggior parte di essi sono stati acquistati da imprese di piccole dimensioni, ma anche dall’algerina Sonatrach (attraverso la su controllata Sipex Internationale) e dall’italiana ENI. È anche presente la compagnia petrolifera francese Total. Ma l’insicurezza in questa parte del paese limita alquanto l’entusiasmo degli investitori, nonché i costi di trasporto del materiale, che dovrebbero aumentare a causa della situazione attuale. Quest’ultima molto probabilmente congelerà i lavori.
Peggio ancora, secondo l’Africa Energy Intelligence, tre giorni dopo il suo rientro nel governo, il ministro delle miniere del Mali Amadou Baba Sy ha firmato, il 18 dicembre 2012, un decreto attestante l’acquisizione da parte dello Stato del blocco 4 del bacino di Taoudeni, precedentemente concesso a ENI e Sipex (Sonatrach).

Quando il Wall Street Journal ha dedicato un articolo all’imprenditore maliano Aliou Boubacar Diallo
Ma il Mali non ha solo risorse energetiche. Esplorazioni condotte nell’Adrar des Ifoghas (Kidal) hanno rivelato un terreno favorevole alla presenza di oro e uranio, mentre la provincia di Ansongo  (regione di Gao) celerebbe manganese. Il vero nodo del conflitto in corso?
In ogni caso, il famoso e prestigioso Wall Street Journal del 30 maggio 2012 dedicava un articolo ad Aliou Boubacar Diallo, dopo la sua partecipazione, accanto alle società finanziarie internazionali, alla settimana di lavoro della Conferenza per l’Africa di Francoforte, Germania.
Nel corso della conferenza dedicata alle risorse naturali e minerarie, il proprietario di Wassoul’Or è intervenuto per spiegare “come conciliare gli interessi dei paesi ricchi di risorse naturali e gli investitori stranieri“. A questo proposito, Aliou Boubacar Diallo aveva indicato i “quattro punti essenziali” che secondo lui “meglio controllati, possono conciliare i diversi interessi“: “un quadro giuridico chiaro ed equo, una sicurezza giuridica per gli investimenti, fornita da codici minerari e petroliferi, fare in modo che il popolo africano benefici dell’estrazione e sfruttamento del petrolio e, cosa più importante, stabilità politica“.
Come no…

Fonti tratte della stampa africana

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Fine dei giochi in Siria: scenario strategico nella guerra segreta del Pentagono contro l’Iran

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 7 gennaio 2013

525968Dall’avvio del conflitto in Siria nel 2011, è stato riconosciuto, da amici e nemici, che gli eventi in quel paese sono legati a un piano che prende di mira, in ultima analisi, l’Iran, il primo alleato della Siria. [1] Scollegare la Siria dall’Iran e scardinare il Blocco della Resistenza che Damasco e Teheran hanno formato, è uno degli obiettivi della politica estera supportata dalle milizie anti-governative in Siria. Tale divisione tra Damasco e Teheran cambierebbe l’equilibrio strategico del Medio Oriente a favore degli Stati Uniti e di Israele. Se ciò non può essere realizzato, però, si paralizzerà la Siria  evitando che possa fornire all’Iran una qualsiasi forma effettiva di sostegno politico, economico, diplomatico e militare di fronte alle minacce comuni, di cui sono obiettivo primario. Impedire una qualsiasi continua cooperazione tra le due repubbliche è l’obiettivo strategico. Questo include impedire il terminale energetico Iran-Iraq-Siria in fase di costruzione e la conclusione del patto militare tra i due partner.

Tutte le opzioni sono finalizzate a neutralizzare la Siria
Il cambio di regime a Damasco non è l’unico o il principale modo, per gli Stati Uniti ed i loro alleati, di evitare che la Siria resti al fianco dell’Iran. Destabilizzare la Siria e neutralizzarla come  Stato fallito e diviso, ne è la chiave. Le lotte settarie non sono un risultato casuale dell’instabilità in Siria, ma un progetto alimentato dagli Stati Uniti e dai loro alleati, che hanno costantemente fomentato con il chiaro intento di balcanizzare la Repubblica araba siriana. A livello regionale, soprattutto Israele, tra tutti gli altri stati, ha la partecipazione più importante nel garantire tale risultato. Gli israeliani, in realtà, hanno delineato in diversi documenti a disposizione del pubblico, tra cui il Piano Yinon, la distruzione della Siria in una serie di piccoli Stati confessionali; uno dei loro obiettivi strategici. E questo lo prevedono i pianificatori militari statunitensi.
Come il vicino  Iraq, la Siria non ha bisogno di essere formalmente divisa. A tutti gli effetti, il paese può essere diviso come il vicino Libano, in vari feudi e tratti di territorio controllati da diversi gruppi, durante la guerra civile libanese. L’obiettivo è degradare la Siria in un ruolo esterno. Dalla sconfitta israeliana in Libano nel 2006, vi è stata una rinnovata attenzione verso l’alleanza strategica tra l’Iran e la Siria. Entrambi i paesi si oppongono decisamente ai progetti statunitensi nella regione. Insieme sono stati protagonisti nell’influenzare gli eventi in Medio Oriente, dal Mediterraneo orientale al Golfo Persico. La loro alleanza strategica ha indubbiamente svolto un ruolo importante nel plasmare il paesaggio geopolitico in Medio Oriente.
Anche se i critici di Damasco dicono che ha fatto molto poco riguardo un’azione sostanziale contro gli israeliani, i siriani sono stati i partner di questa alleanza che hanno sopportato il maggior peso nel confronto con  Israele, ed è stato grazie alla Siria che Hezbollah e i palestinesi hanno avuto santuari, logistica e una profondità strategica iniziale contro Israele. Fin dall’inizio i leader dell’opposizione estera supportata dagli stranieri, hanno reso chiara la loro politica estera, che può essere fortemente indicata come un riflesso degli interessi che servono. Le forze antigovernative e i loro leader hanno anche dichiarato che allineeranno la Siria contro l’Iran.  Usando perciò un linguaggio settario per farla rientrare “nell’orbita naturale degli arabi sunniti“. Questa è una mossa chiaramente favorevole agli Stati Uniti e ad Israele.
Rompere l’asse tra Damasco e Teheran è fin dagli anni ’80 anche uno degli obiettivi principali di Arabia Saudita, Giordania e petro-sceiccati arabi, nell’ambito del piano per isolare l’Iran durante la guerra Iran-Iraq. [2] Inoltre, il linguaggio settario usato fa parte di un costrutto che non è un riflesso della realtà, ma un riflesso di congetture e desideri orientalisti che, falsamente, prevedono che i musulmani che si percepiscono sciiti o sunniti, siano di per sé in opposizione gli uni agli altri come nemici.
Tra i leader della prostrata opposizione siriana che perseguirebbero gli obiettivi strategici degli Stati Uniti vi è Burhan Ghalioun, l’ex presidente del Consiglio nazionale siriano di Istanbul patrocinato dall’estero, che aveva detto al Wall Street Journal, nel 2011, che Damasco avrebbe posto fine alla sua alleanza strategica con l’Iran e al suo sostegno a Hezbollah e ai palestinesi, non appena le forze antigovernative avessero occupato la Siria. [3] Questi esponenti dell’opposizione sponsorizzata dall’estero, sono anche stati usati per convalidare, in un modo o nell’altro, le varie narrazioni che pretendono che sunniti e sciiti si odino a vicenda.
I media mainstream nei paesi che operano in sincronia per un cambiamento di regime a Damasco, come gli Stati Uniti e la Francia, hanno sempre presentato il regime in Siria come un regime alawita, alleato con l’Iran perché gli alawiti sono un ramo dello sciismo. Anche questo è falso, perché la Siria e l’Iran non condividono una comune ideologia, ma sono alleati a causa della comune minaccia e condividono obiettivi politici e strategici. Né la Siria è diretta da un regime alawita, essendo la composizione del governo riflettere la diversità etnica e religiosa della società siriana.

Il ruolo di Israele in Siria
La Siria è tutto per l’Iran secondo Israele. Come se Tel Aviv non avesse nulla a che fare con gli eventi in Siria, i commentatori e gli analisti israeliani ora insistono pubblicamente sul fatto che Israele ha bisogno di colpire l’Iran, intervenendo in Siria. Il coinvolgimento di Israele in Siria, insieme agli Stati Uniti e alla NATO, si è cristallizzato nel 2012. E’ chiaro che Israele sta cooperando con un conglomerato composto da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Turchia, NATO, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, minoranza dell’Alleanza del 14 Marzo in Libano, e dagli usurpatori filo-NATO che hanno conquistato e distrutto la Jamahiriya Araba di Libia.
Anche se dovrebbe essere letta con cautela, si segnala la corrispondenza piratata di Reva Bhalla della Strategic Forecast Incorporated al suo capo, George Friedman, su una riunione del dicembre 2011 al Pentagono tra lei (che rappresentava Stratfor) e funzionari inglesi, statunitensi e francesi sulla Siria. [4] La corrispondenza di Stratfor sosteneva che gli Stati Uniti e i loro alleati nel 2011 avevano inviato forze militari speciali per destabilizzare la Siria, e che in realtà non c’erano molti siriani tra le forze antigovernative sul terreno o, come scrive Bhalla, “non c’è molto da prendere dell’esercito libero siriano per l’addestramento”. [5]
The Daily Star, di proprietà della famiglia libanese Hariri, coinvolta nelle operazioni di cambio di regime contro la Siria, subito dopo aveva riferito che tredici agenti segreti francesi erano stati catturati dai siriani nelle operazioni ad Homs. [6] Invece di un no categorico alle informazioni relative agli ufficiali francesi catturati, la risposta  pubblica del ministero degli esteri francese era di non poter confermare nulla, cosa che può essere indicata come un’ammissione di colpa. [7] Giorni prima, al-Manar di Hezbollah aveva rivelato che armi ed equipaggiamenti di fabbricazione israeliane, dalle granate e binocoli notturni ai dispositivi di comunicazione, erano stati catturati insieme ad agenti del Qatar nella roccaforte degli insorti di Bab Amr a Homs, verso la fine di marzo e l’inizio di aprile. [8] Un anonimo funzionario degli Stati Uniti avrebbe poi confermato, nel luglio 2012, che il Mossad affianca la CIA in Siria. [9]
Appena un mese prima, a giugno, il governo israeliano aveva iniziato a chiedere pubblicamente un intervento militare in Siria, presumibilmente degli Stati Uniti e del conglomerato dei governi che lavorano con Israele per destabilizzare la Siria. [10] I media israeliani ha anche cominciato a segnalare, casualmente, che dei cittadini israeliani, anche se uno era stato identificato come arabo-israeliano (vale a dire un palestinese con cittadinanza israeliana) erano entrati in Siria per combattere contro l’esercito siriano. [11]
In genere qualsiasi israeliano, in particolare quelli arabi, che entrano in Libano e/o Siria, vengono processati e condannati dai tribunali delle autorità israeliane, e le notizie israeliane si concentrano su questo aspetto delle storie. Tuttavia, non è stato così in tale caso. Va inoltre ricordato che gli oppositori palestinesi ad Israele che vivono in Siria, sono presi di mira proprio come i palestinesi che vivevano in Iraq venivano presi di mira dopo che gli Stati Uniti e il Regno Unito l’invasero nel 2003.

La Siria e l’obiettivo di isolare l’Iran
Il giornalista Rafael D. Frankel ha scritto un articolo per Washington Quarterly, rivelando ciò che i politici statunitensi e i loro partner pensano della Siria. Nel suo articolo Frankel ha sostenuto che a causa della cosiddetta primavera araba, un attacco contro l’Iran di Stati Uniti e Israele non innescherebbe più una risposta coordinata regionale dell’Iran e dei suoi alleati. [12] Frankel ha sostenuto che a causa degli eventi in Siria, vi era l’occasione per Stati Uniti e Israele di attaccare l’Iran senza innescare una guerra regionale che coinvolgesse Siria, Hezbollah e Hamas. [13] La linea di pensiero di Frankel non è andata persa nei circoli della NATO o d’Israele. In realtà la sua linea di pensiero scaturisce dai punti di vista e dai piani di questi circoli stessi. Come rafforzamento psicologico delle loro idee, il testo è effettivamente arrivato nella sede della NATO di Bruxelles, nel 2012, come materiale di documentazione. Mentre Israele ha pubblicato il rapporto della sua intelligence su questo argomento.
Secondo il quotidiano israeliano Maariv, il rapporto dell’intelligence al ministero degli esteri israeliano concludeva che la Siria e Hezbollah non saranno più in grado di aprire un secondo fronte contro Israele se dovesse entrare in guerra con l’Iran. [14] Nella pubblicazione del rapporto israeliano, un alto funzionario israeliano avrebbe detto: “la capacità dell’Iran di danneggiare Israele in risposta a un nostro attacco, è diminuita drasticamente“. [15] Molti giornali, documenti e scrittori su posizioni ostili verso la Siria e l’Iran, come The Daily Telegraph, hanno immediatamente replicato i risultati del rapporto di Israele sull’Iran e i suoi alleati regionali. Due delle prime persone a riprodurre le conclusioni della relazione israeliana, Robert Tait (reporter dalla Striscia di Gaza) e Damien McElroy (espulso dalla Libia nel 2011 dalle autorità del paese durante la guerra con la NATO), riassumono in modo significativo i risultati della relazione, precisando effettivamente come gli alleati chiave dell’Iran nel Levante siano stati neutralizzati. [16]
Il rapporto israeliano ha trionfalmente dichiarato che la Siria è ripiegata ed è troppo occupata per sostenere il suo alleato strategico iraniano contro Tel Aviv, in una guerra futura. [17] Le conseguenze della crisi siriana hanno anche posto gli alleati libanesi dell’Iran, Hezbollah in particolare, in una posizione instabile, dove le loro linee di rifornimento sono a rischio, e sono politicamente danneggiati per il loro sostegno a Damasco. Se qualcuno in Libano dovesse fiancheggiare l’Iran in una futura guerra, gli israeliani hanno detto che l’invaderanno attraverso massicce operazioni militari terrestri. [18]
Il ruolo del nuovo governo egiziano nel favorire gli obiettivi degli Stati Uniti sotto la presidenza di Morsi, diventa anch’esso chiaro, secondo quanto afferma il rapporto israeliano circa il suo ruolo di sostegno: “La relazione del ministero degli esteri ha anche previsto che l’Egitto avrebbe impedito ad Hamas, il movimento islamista palestinese, di aiutare l’Iran con il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza“. [19] Ciò porta credito all’idea che Morsi abbia avuto il permesso dagli Stati Uniti e da Israele per mediare una pace tra la Striscia di Gaza e Tel Aviv, che impedirebbe ai palestinesi di appoggiare l’Iran durante una guerra. In altre parole, la tregua egiziana è stata posta per legare le mani di Hamas. I recenti annunci del governo Morsi di impegnarsi politicamente con Hezbollah, può anche essere indicato come un prolungamento della stessa strategia applicata a Gaza, ma in questo caso per distaccare l’Iran dai suoi alleati libanesi. [20]
Inoltre si chiede a gran voce una procedura per scollegare Hezbollah, l’Iran e, per estensione, i loro alleati cristiani in Libano. Il German Marshall Fund ha presentato un testo che sostanzialmente dice che ai cristiani libanesi alleati di Hezbollah, Siria e Iran, deve essere presentata una narrazione politica alternativa, che sostituisca quella in cui si crede che l’Iran sia una grande potenza del Medio Oriente. [21] Anche ciò è teso ad erodere ulteriormente il sistema di alleanze iraniano.

Missione compiuta?
Il conflitto in Siria non è solo un affare israeliano. La lenta erosione della Siria interessa altre parti che vogliono distruggere il paese e la sua società. Gli Stati Uniti sono al primo posto tra le parti interessate, seguiti dai dittatori arabi dei petro-sceiccati. La NATO inoltre vi è sempre stata segretamente coinvolta. Il coinvolgimento della NATO in Siria rientra nella strategia degli Stati Uniti, che utilizza l’alleanza militare per dominare il Medio Oriente. Per questo motivo si è deciso di istituire una componente dello scudo missilistico in Turchia. Questo è anche il motivo per cui i missili Patriot sono stati dispiegati sul confine turco con la Siria.
L’Istanbul Cooperation Initiative (ICI) e il Dialogo Mediterraneo della NATO sono anch’essi componenti di questi piani. Inoltre, la Turchia ha tolto il suo veto contro l’ulteriore integrazione di Israele nella NATO. [22] La NATO si riorienta verso la guerra asimmetrica e una maggiore enfasi viene ora posta nelle operazioni di intelligence. Gli strateghi della NATO hanno sempre studiato i curdi, l’Iraq, Hezbollah, la Siria, l’Iran e i palestinesi. Nello scenario di una guerra totale, la NATO si è preparata per evidenti ruoli militari in Siria e Iran.
Anche l’Iraq è stato destabilizzato ulteriormente. Mentre gli alleati dell’Iran a Damasco sono stati colpiti, i suoi alleati a Baghdad non lo sono. Dopo la Siria, lo stesso conglomerato di paesi che opera contro Damasco rivolgerà le sue attenzioni all’Iraq. Ha già iniziato ad operare in Iraq per galvanizzare ulteriormente le sue linee di frattura settarie e politiche. Turchia, Qatar e Arabia Saudita stanno giocando un ruolo di primo piano, con questo obiettivo. Ciò che sta diventando evidente è che le differenze tra musulmani sciiti e sunniti, che Washington ha coltivato dall’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003, sono inasprite dal settarismo curdo. Sembra che molti della dirigenza politica israeliana ora credano di esser riusciti a spezzare il Blocco della Resistenza. Che sia giusto o sbagliato è una questione dibattuta.
La Siria è ferma, la Jihad islamica palestinese (che era di gran lunga il gruppo palestinese più attivo nel combattere Israele a Gaza, nel 2012) e altri palestinesi si schiereranno con l’Iran, anche se Hamas avrà le mani legate dall’Egitto, ma vi sono sempre degli alleati di Teheran in Iraq, e la Siria non è la sola linea di rifornimento dell’Iran per armare il suo alleato Hezbollah. Ma è anche molto chiaro che l’assedio contro la Siria è un fronte della guerra occulta multidimensionale contro l’Iran. Solo questo dovrebbe far riconsiderare le dichiarazioni dei funzionari degli Stati Uniti e dei loro alleati, di preoccuparsi del popolo siriano soltanto per motivi umanitari e democratici.

Note
[1] Mahdi Darius Nazemroaya, “Obama’s Secret Letter to Tehran: Is the War against Iran On Hold? ‘The Road to Tehran Goes through Damascus,’” Global Research, 20 gennaio 2012.
[2] Jubin M. Goodarzi, Syria and Iran: Diplomatic Alliance and Power Politics in the Middle East (London, UK: I.B. Tauris, 2009), pp.217-228.
[3] Nour Malas and Jay Solomon, “Syria Would Cut Iran Military Tie, Opposition Head Says,” Wall Street Journal, 2 dicembre 2011.
[4] WikiLeaks, “Re: INSIGHT – military intervention in Syria, post withdrawal status of forces,” 19 ottobre 2012.
[5] Ibid.
[6] Lauren Williams, “13 French officers being held in Syria,” The Daily Star, 5 marzo 2012.
[7] Ibid.
[8] Israa Al-Fass, “Mossad, Blackwater, CIA Led Operations in Homs,” trans. Sara Taha Moughnieh, Al-Manar, 3 marzo 2012.
[9] David Ignatius, “Looking for a Syrian endgame,” The Washington Post, 18 luglio 2012.
[10] Dan Williams, “Israel accuses Syria of genocide, urges intervention,” Andrew Heavens ed., Reuters, 10 giugno 2012.
[11] Hassan Shaalan, “Israeli fighting Assad ‘can’t go home,’” Yedioth Ahronoth, 3 gennaio 2013.
[12] Rafael D. Frankel, “Keeping Hamas and Hezbollah Out of a War with Iran,” Washington Quarterly, vol. 35, no. 4 (Fall 2012): pp.53-65.
[13] Ibid.
[14] “Weakened Syria unlikely to join Iran in war against Israel: report,” The Daily Star, 4 gennaio 2013.
[15] Ibid.
[16] Damien McElroy and Robert Tait, “Syria ‘would not join Iran in war against Israel,’” The Daily Telegraph, 3 gennaio 2013.
[17] “Weakened Syria,” The Daily Star, op. cit.
[18] “Syria and Hezbollah won’t join the fight if Israel strikes Iran, top-level report predicts,” Times of Israel, 3 gennaio 2013.
[19] McElroy and Tait, “Syria would not,” op. cit.
[20] Lauren Williams, “New Egypt warms up to Hezbollah: ambassador,” The Daily Star, 29 dicembre 2011.
[21] Hassan Mneimneh, “Lebanon – The Christians of Hezbollah: A Foray into a Disconnected Political Narrative,” The German Marshall Fund of the United States, 16 novembre 2012.
[22] Hilary Leila Krieger, “Israel to join NATO activities amidst Turkey tension,” Jerusalem Post, 23 dicembre 2012; Jonathon Burch and Gulsen Solaker, “Turkey lifts objection to NATO cooperation with Israel,” Mark Heinrich ed., Reuters, 24 dicembre 2012; “Turkey: Israel’s participation in NATO not related to Patriots,” Today’s Zaman, 28 dicembre 2012.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA riconoscono i terroristi quali rappresentanti dei “siriani”

Gli USA ammettono che al-Qaida sia “tra” i ribelli siriani che riconoscono come “legittimi rappresentanti del popolo siriano.”
Landdestroyer – 12 dic 2012

267239L’esercito siriano combatte al-Qaida
Come previsto, dopo una lunga pausa di finta “riflessione”, gli Stati Uniti hanno riconosciuto i militanti che armano, finanziano, aiutano logisticamente e sostengono diplomaticamente poiché, come già nel 2007, sarebbero i “rappresentanti legittimi del popolo siriano” con l’aggiunta dell’avvertenza “in opposizione al regime di Assad.” Il Wall Street Journal avrebbe riferito che nell’annuncio del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, effettivamente si legge: “La Coalizione nazionale delle forze rivoluzionarie e di opposizione siriane, che riflette e rappresenta sufficientemente la popolazione siriana, la riteniamo il legittimo rappresentante del popolo siriano in opposizione al regime di Assad.” La bizzarra e incerta formulazione invia un messaggio sia di incertezza che di illegittimità clamorosa, indicando che gli stessi Stati Uniti riconoscono la vera natura della cosiddetta opposizione “siriana”, che appare evidente a un numero crescente di persone, sia pubblici ufficiali che dell’opinione pubblica, e che un certo grado di distanza retorica deve essere mantenuto.
La manifesta natura estremista dei militanti che operano in Siria, è diventata una carta sempre più difficile per l’occidente. Torrenti di video e report confermano e documentano le atrocità dei militanti, tra cui il mitragliamento di prigionieri legati, e un video particolarmente raccapricciante di un bambino armato di una spada dai militanti per decapitare uomini che indossano abiti civili, in ciò confermando i peggiori timori espressi dagli analisti geopolitici e dai governi di tutto il mondo, secondo cui l’opposizione siriana è di fatto al-Qaida. Quindi, si tratta della prova schiacciante che il presidente Obama è stato costretto a riconoscere, infine, affermando: “C’è una piccola parte di coloro che si oppongono al regime di Assad affiliata ad al-Qaida in Iraq… e ci accingiamo a distinguere questi elementi dall’opposizione.
Il Wall Street Journal, nel suo articolo, “Gli USA riconoscono il principale gruppo ribelle della Siria“, segnala anche: “L’amministrazione Obama, martedì ha pubblicato per la prima volta l’intelligence che collega direttamente un potente gruppo ribelle siriano ai comandanti di al-Qaida in Iraq. Funzionari degli Stati Uniti hanno formalmente sancito la milizia, chiamata Jabhat al-Nusra, congelando qualsiasi attività che negli Stati Uniti e nel blocco filo-statunitense possa avere a che fare con essa, a causa dei timori diffusi che possa ottenere un potere sproporzionato sui gruppi ribelli che cercano di rovesciare Assad”. Nonostante ciò, tali sanzioni restano simboliche e applicate selettivamente. Come nel caso del Mujahedeen-e-Khalq (MEK) e del Gruppo combattente islamico libico (LIFG), che ufficialmente si è fuso con al-Qaida nel 2007, secondo una relazione del Centro per la lotta al terrorismo (CTC) dell’esercito degli Stati Uniti di West Point, “I combattenti stranieri di al-Qaida in Iraq.” Eppure, nel 2011, la NATO aveva armato, finanziato e fornito supporto aereo al LIFG durante il rovesciamento premeditato del governo libico.

Gli USA supportano consapevolmente al-Qaida da anni
Elementi del LIFG sono dietro l’attacco al consolato statunitense di Bengasi e alla morte dell’ambasciatore Christopher J. Stevens. Sono inoltre confermati l’invio di combattenti e armi attraverso la Turchia, membro della NATO, dove si addestrano prima di impegnarsi nelle operazioni di combattimento in Siria. Nel novembre 2011, il Telegraph, nel suo articolo, “il leader libico islamico ha incontrato il gruppo dell’opposizione armata libera siriana“, citava proprio il LIFG quando segnalava: “Abdulhakim Belhadj, capo del Consiglio militare di Tripoli ed ex-leader del gruppo combattente islamico libico, ‘ha incontrato il leader dell’esercito libero siriano a Istanbul e al confine con la Turchia’, ha detto un ufficiale che coopera con Belhadj. ‘Mustafa Abdul Jalil (il presidente ad interim libico) l’aveva inviato lì.” Un altro articolo del Telegraph, “I nuovi governanti della Libia offrono armi ai ribelli siriani”, ammette: “I ribelli siriani hanno avuto colloqui segreti con le nuove autorità della Libia, volti a garantirsi armi e denaro per la loro rivolta contro il regime del presidente Bashar al-Assad, ha appreso il Daily Telegraph. ‘Nel corso della riunione, che si era tenuta a Istanbul tra funzionari turchi e i siriani, è stato chiesto ‘aiuto’ ai rappresentanti libici che hanno offerto armi e possibilmente volontari. C’è qualcosa in programma per l’invio di armi e anche di combattenti libici in Siria’, ha detto una fonte libica, parlando in condizione di anonimato. ‘C’è un intervento militare in rotta. Nel giro di poche settimane si vedrà.’ Più tardi, quel mese, circa 600 terroristi libici sarebbero entrati in Siria per iniziare le operazioni di combattimento, invadendo il paese da quel momento.”
Chiaramente non si organizzano “segretamente” centinaia di combattenti sotto il naso del consolato statunitense a Bengasi, in Libia, e di “nascosto” vengono inviati in uno stato membro della NATO per recarsi in Siria. Lo fanno con il supporto della NATO, con la NATO che certamente fornisce sostegno ai militanti lungo il confine della Turchia con la Siria, utilizzando le stesse reti regionali di al-Qaida identificate dai militari statunitensi durante l’occupazione dell’Iraq, spiegando così anche da dove Jabhat al-Nusra proviene. Ulteriori affermazioni sostengono che gli Stati Uniti hanno identificato e tentano di separare dall'”opposizione” gli estremisti settari, con l’ammissione, già fatta nel 2007, che la politica estera degli Stati Uniti cercò esplicitamente di utilizzare ampiamente questi estremisti settari per rovesciare con la violenza il governo siriano.
In effetti, nel 2007, il giornalista vincitore del Premio Pulitzer Seymour Hersh, pubblicò un articolo intitolato “The Redirection“, per il New Yorker, in cui funzionari di Stati Uniti, Arabia Saudita e Libano descrivevano il loro complotto. Nella relazione viene specificato: “Per indebolire l’Iran, che è prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, che è sunnita, nelle operazioni clandestine destinate  ad indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno inoltre preso parte ad operazioni segrete contro Iran e Siria, sua alleata. Una conseguenza di queste attività è stato il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam, e che sono ostili agli USA e vicini ad al-Qaida“. “The Redirection“, Seymour Hersh (2007) L’articolo di Hersh continua affermando: “Il governo saudita, con l’approvazione di Washington, avrebbe fornito fondi e aiuti logistici per indebolire il governo del presidente Bashir Assad, in Siria. Gli israeliani credono che mettendo sotto tale pressione il governo di Assad, lo renderebbe più conciliante e aperto ai negoziati.” “The Redirection“, Seymour Hersh (2007)
Il legame tra gruppi estremisti e finanziamento saudita viene anche menzionato nell’articolo, e riflette le prove presentate dal CTC di West Point che indicano che la maggior parte dei combattenti e dei finanziamenti dietro la violenza settaria in Iraq, proviene dall’Arabia Saudita. L’articolo di Hersh afferma esplicitamente: “…[Il saudita] Bandar e altri sauditi hanno assicurato la Casa Bianca che ‘non mancheranno di tenere sott’occhio i fondamentalisti religiosi’. Il loro messaggio per noi era ‘Abbiamo creato questo movimento, e siamo in grado di controllarlo. ‘ Non è che non vogliamo che i salafiti lancino bombe, ma che non li passino a Hezbollah, Moqtada al-Sadr, all’Iran e ai siriani,  continuando a collaborare con Hezbollah e l’Iran“. “The Redirection“, Seymour Hersh (2007) L’articolo sembra una profezia, testualmente avveratasi negli ultimi 2 anni.
Il Wall Street Journal segnala apertamente che il conflitto siriano si sta trasformando in una guerra per procura contro l’Iran, così come è stato previsto nel 2007. L’ignoranza simulata, la sorpresa e l’impegno per ridurre i gruppi terroristici degli Stati Uniti sono finzioni, create di proposito soprattutto per l’opinione pubblica. Bande di estremisti settari che distruggono la Siria è un piano stabilito da anni, un piano ormai prossimo all’attuazione.

Il Wall Street Journal ammette che in Siria le minoranze lottano per la vita, il leader del CNS ammette di voler creare uno “Stato islamico”
E anche se il presidente americano Obama tenta di assicurare il pubblico e la comunità internazionale affermando che l’occidente espelle gli estremisti, il Wall Street Journal ammette che si stanno formando milizie in tutta la Siria, assemblate dalle minoranze della Siria per proteggersi da quello che è chiaramente un assalto settario, e non un movimento pro-democrazia. Nel descrivere le milizie, il Wall Street Journal riporta: “Molti provengono dalle minoranze religiose della Siria, per lo più dalla setta sciita alawita a cui appartiene la famiglia del presidente, ma anche cristiani e drusi, che sempre più spesso si confrontano in una battaglia contro una rivolta principalmente sunnita.” Naturalmente, il Wall Street Journal tenta di ritrarre le milizie come mercenari al servizio del presidente siriano Bashar al-Assad, pur ammettendo la natura settaria dell’opposizione e ammettendo che è confermato che al-Qaida opera in Siria.
La natura settaria del bagno di sangue era stata già programmata negli Stati Uniti, nel 2007 venne menzionata anche da Seymour Hersh su “The Redirection“. Una previsione venne fornita da un ex ufficiale della CIA in Libano, che aveva dichiarato: “Robert Baer, un ex veterano della CIA in Libano, è un critico severo di Hezbollah e ha messo in guardia dai suoi legami con il terrorismo  sponsorizzato dall’Iran. Ma ora mi ha detto, ‘ci sono gli arabi sunniti che si preparano a un conflitto catastrofico, e avremo bisogno di qualcuno per proteggere i cristiani in Libano. L’avevano fatto i francesi e gli statunitensi, e lo faranno Nasrallah e gli sciiti.'” “The Redirection”, Seymour Hersh (2007).
Chiaramente, i cristiani in Siria avrebbero bisogno di protezione. E mentre gli Stati Uniti tentano di rassicurare il mondo che la nidiata di terroristi che hanno allevato e ora ufficialmente riconosciuto come “rappresentanti del popolo siriano”, sia “pro-democrazia” in sé, il recentissimo leader creato dagli Stati Uniti a Doha, in Qatar, per guidare la nuova coalizione dell’opposizione, Moaz al-Khatib, ha ammesso in un’intervista ad al-Jazeera che vuole stabilire uno “stato islamico” in tutta la Siria, oggi secolare. Modellato sul regime sempre più dispotico dei Fratelli musulmani guidati da Mohammed Morsi, che attualmente invia bande di stupratori per disperdere i manifestanti che si oppongono alla sua dittatura in ascesa, la visione di al-Khatib del futuro della Siria sarà rifiutata anche da molti sunniti siriani.
Dichiarare questa minoranza violenta, potenziata dai terroristi stranieri volti ad avviare la creazione di una brutale teocrazia, sotto la falsa cartina patinata della “democrazia”, quali “rappresentanti del popolo siriano”, non è un “un grande passo”, come ha dichiarato il presidente Obama. Al contrario, si tratta di un passo tanto illegittimo e immorale quanto disperato. Si tratta di un ulteriore passo falso, e che rischia di far inciampare gli USA su coloro che hanno armato e sostenuto.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Rosneft diventa la prima società petrolifera mondiale

Alfredo Jalife-Rahme, Rete Voltaire, Città del Messico (Messico) 12 novembre 2012

Dopo aver acquistato la maggior parte di Jukos ed essere entrata in una joint venture con Exxon-Mobil per l’estrazione di petrolio nel Mar Nero, la Rosneft ha assorbito la TNK-BP. In tal modo, la Russia, che controlla la Gazprom, la prima società gasifera del mondo, acquisisce anche la prima azienda petrolifera del mondo. L’analista Alfredo Jalife-Rahme confronta la strategia nazionale di Vladimir Putin con la logica mercantile liberale che prevale nel suo paese, il Messico, un parallelo che è un esempio.

Il petrolio resta sempre la materia prima geostrategica per eccellenza del pianeta, e sarebbe un grave errore analizzare la sua acquisizione da parte dello Stato in una prospettiva puramente mercantilista: ciò che è in gioco è la sicurezza energetica dei paesi produttori. Se gli Stati Uniti, i principali acquirenti di petrolio messicano, ammettono che il petrolio è strategico, è inconcepibile che i paesi venditori non prendano in considerazione ciò. Eppure è qui che è stato commesso il peccato mortale dei dirigenti formatisi all’ITAM (Istituto Tecnologico Autonomo del Messico) in Messico, dimostrando una patetica ignoranza geopolitica; la questione non è privatizzare o nazionalizzare, termini variabili che hanno un significato spesso superficiale, sia negli Stati Uniti che in Messico, ma di concentrarsi su chi controlla le materie prime di importanza geostrategica in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, le aziende private degli idrocarburi, come Exxon-Mobil, fanno parte dell’ampio sistema di sicurezza nazionale ed internazionale, in Messico non vi è alcuna garanzia a questo proposito, nel caso delle imprese private a capitale straniero o nazionale operanti in Messico e spesso soggetti al credito di Wall Street, che trucca ai dadi e mette a repentaglio la sicurezza nazionale, dal momento che nessun controllo effettivo può essere esercitato su di essi: nel quadro della deregolamentazione finanziaria generale, il loro finanziamento diventa casuale. [1]
Il Messico neoliberista “educato” dall’ITAM è l’eccezione, dal momento che le grandi potenze recuperano le loro risorse petrolifere perse con una vasta ri-nazionalizzazione e de-privatizzazione: come nel caso della riorganizzazione del portfolio della Rosneft in Russia, subito dopo quella della leggendaria BP inglese, simbolo dell’indipendenza inglese. Il sito geopolitico StratRisks della Florida, ha detto che Rosneft ha sostituito Exxon-Mobil al primo posto della produzione mondiale, dopo l’acquisizione della TNK-BP (joint venture costituita da oligarchi russi e britannici, condensata nell’azienda AAR). TNK-BP era tra le prime 10 compagnie petrolifere private più grandi al mondo, e nel 2010 ha prodotto 1,74 milioni di barili al giorno dai suoi siti attivi in Russia e Ucraina. Putin ritiene che l’operazione, dalla portata senza precedenti, consentirà la produzione di più di 4 milioni di barili al giorno. Parlando delle tribolazioni della TNK-BP, già una volta una multinazionale privata, il suo riscatto dalla Rosneft è stata una ri-nazionalizzazione e de-privatizzazione in due fasi: in primo luogo la “Rosneft acquisisce il 50% di TNK-BP con un’alleanza strategica (joint venture) con la BP, in cambio di contanti e azioni della Rosneft per un importo di 27 milioni di dollari, assegnando il 19,75% di BP alla Rosneft“. In una seconda fase, “gli oligarchi dell’AAR otterrebbero 28 miliardi dollari (in contanti) per la metà della co-proprietà della TNK-BP, anche se l’accordo non è stato ancora concluso.” E l’impresa statala (sic) Rosneft erogherà 55 miliardi dollari per averne la maggioranza, con una minoranza della BP, società privata (sic) la cui posizione è di molto ridotta: si tratta proprio di una de-privatizzazione, concomitante con la ri-nazionalizzazione della Rosneft.
Per StratRisks, si tratta realmente di una nazionalizzazione: Putin ha saputo creare un gigante petrolifero nazionale che gli permetterà di attuare il suo piano per rafforzare l’influenza russa nel mondo attraverso il controllo dei fabbisogni energetici degli altri paesi. In questo nuovo quadro, Rosneft sarà in grado di estrarre quasi la metà del petrolio prodotto in Russia, un cifra enorme se confrontata con l’Arabia Saudita: la Russia è una superpotenza energetica e nazionalizzando gradualmente le risorse, Putin rafforza il controllo sul fabbisogno europeo. Rimane un problema: la Russia non ha sufficiente know-how tecnologico nel settore degli idrocarburi, motivo per cui ha assicurato la permanenza della BP come azionista di minoranza, per non commettere l’errore dell’Arabia Saudita che aveva nazionalizzato il settore petrolifero nel 1980, quando produceva più di 10 milioni di barili al giorno, e che in cinque anni con l’Aramco (di proprietà statale) ha visto diminuire la sua produzione del 60%. Putin ritiene che la sua influenza a livello internazionale aumenterà dopo l’operazione della Rosneft. La sua mossa strategica aumenterà il prezzo del petrolio e porterà a un incredibile incremento del mercato dell’energia.
A mio parere, con le sue testate nucleari, Putin gioca scaltramente la sua carta petrolifera, mentre in Messico, la kakistrocrazia (“il governo del peggio”) dell’ITAM ha perso completamente la visione geostrategica del presidente Lázaro Cárdenas (che aveva espropriato e nazionalizzato tutte le risorse del sottosuolo, nel 1938). Quest’ultimo, un buon generale, aveva già  capito, 74 anni fa, il significato geostrategico degli idrocarburi. Si tratta si sapere, in ultima analisi, chi ha il controllo del petrolio messicano, in una prospettiva multidimensionale, e chi ne garantisce la disponibilità, quando lo Stato si allontanerà: ciò si chiama Sicurezza Nazionale. Cerchiamo di creare l’equivalente di una Televisa (conglomerato multimediale del Messico, il più grande in America Latina e nel mondo ispanico) con il petrolio messicano, che ci consegnerà ai suoi interessi totalitari? In Messico, il petrolio era nelle mani degli inglesi, con i risultati catastrofici che conosciamo, oltre al danno ambientale che abbiamo ereditato [dopo la marea nera causata dalla piattaforma petrolifera BP Deepwater Horizon nel 2010, il gruppo petrolifero del Regno Unito è in avanzate trattative con gli Stati Uniti per cedere i giacimenti petroliferi nel Golfo del Messico per 7 miliardi di dollari, scrive il Wall Street Journal. Ma altri gruppi hanno espresso interesse per le attività della BP, e un altro acquirente potrebbe emergere, afferma il giornale finanziario. Fonte: Le Figaro, 20 settembre 2012].
Il sito StratRisks sottolinea che l’Europa dipende dal petrolio e dal gas russo, e che la manovra di Putin rafforza questa dipendenza, così come il potere della Russia; e ciò va dalla costruzione degli oleodotti fino a controllare il 40% della capacità di arricchimento dell’uranio complessiva. L’acquisizione delle due metà della TNK-BP da parte della Rosneft, una società statale, ne farà un Golia nel settore petrolifero globale, in modo che la Russia possa asfissiare controllando l’offerta, se decide un aumento dei prezzi. Secondo  StratRisks, con una eventuale adesione della Russia all’OPEC, il cartello petrolifero controllerebbe più della metà e la maggior parte delle riserve potenziali del mondo, e con tale influenza i paesi dell’OPEC potrebbero decidere a loro discrezione i prezzi che il resto del mondo dovrebbe semplicemente pagare. Non è così facile, ciò potrebbe portare a una guerra mondiale, ma non è neanche impossibile. In sintesi, secondo StratRisks, la Gazprom, la società gasifera russa, già controlla il gas europeo e la Rosneft il petrolio, potendo così strangolare la supremazia occidentale e aprendo la via ad un nuovo ordine mondiale guidato dalla Russia. Si tratta di geopolitica, ben lungi dall’animo da pezzente decorato dalla paccottiglia modernista che caratterizza il governo neoliberista messicano, che pretende di consegnare ad altri, e a occhi chiusi, il petrolio messicano, dimenticando che il petrolio e il potere, foneticamente simili, vanno profondamente assieme.

Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada (Messico)

[1] Cfr. La vulnerabilità finanziaria di Petrobras e la sua dipendenza da Wall Street e dalla City, nel nostro articolo su La Jornada del 24 ottobre 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio –  SitoAurora

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