La lezione della storia libica

Vladimir Platov New Oriental Outlook 28/11/2013

A protester who is against former Egyptian President Mohamed Mursi holds a poster of U.S. President Barack Obama sporting a beard during a protest at Tahrir square in CairoSono passati due anni da quando gli Stati Uniti e la NATO effettuarono l’operazione armata volta al cambio di regime in Libia. La guerra, che durò per circa otto mesi, fu spacciata da Washington e dai suoi principali alleati nella NATO, Gran Bretagna e Francia, come intervento umanitario per proteggere i civili di questo Paese. È difficile anche dimenticare infine le trasmissioni delle reti  televisive globali che mostravano una eccitata e deliziata segretaria di Stato degli Stati Uniti Hillary Clinton dopo che i ribelli libici, addestrati e armati dalla Casa Bianca per “giusta causa”, uccisero Muammar Gheddafi in un attacco sanguinoso. Oppure la dichiarazione del presidente degli Stati Uniti Barak Obama sulla nascita di una “nuova Libia democratica” che fece dal giardino della Casa Bianca. Ciò che è anche abbastanza eloquente è il supporto all’intervento armato della NATO negli affari interni della Libia dimostrato dai partiti pseudosocialisti occidentali come Socialist Workers Party del Regno Unito, l’Organizzazione Internazionale Socialista statunitense e dai socialisti francesi, che sicuramente furono comprati dagli istigatori di questa guerra. E oggi, gli stessi partiti partecipano attivamente alle azioni informative degli stessi falchi che istigano nuovi focolai di conflitto in Siria e Iran, chiaramente ignorando lo scopo umanitario della lotta contro le guerre e altre tragedie che minacciano l’umanità.
Scatenando la guerra in Libia, Washington e i suoi alleati perseguirono il loro obiettivo principale,  sostituire l’influenza economica e politica della Russia e della Cina con la propria egemonia,  mettere le risorse energetiche della Libia sotto controllo e fermare la marcia vittoriosa delle rivoluzioni arabe contro i regimi filo-occidentali in Tunisia, Egitto e altri Paesi della regione. Ma quali furono il prezzo e i risultati di questa “realizzazione” pianificata ed eseguita in breve tempo dai Paesi della “democrazia”? Secondo stime incomplete, circa 50000 civili libici furono uccisi e altrettanti feriti. Migliaia di libici e lavoratori migranti della regione sub-sahariana sono tenuti in prigioni controllate da diverse milizie e vengono sottoposti a torture o giustiziati. Il tasso di disoccupazione nel Paese è superiore al 30%, l’economia è in rovina, lo Stato è distrutto e ritornato alla frammentazione coloniale. Le autorità locali non sono in grado di controllare la situazione nel Paese, in cui prevalgono banditismo e traffico di armi. Il primo ministro libico Ali Zaidan è stato recentemente rapito dalla milizia islamica. Il 15 novembre, i militanti che avevano combattuto contro Gheddafi con il sostegno della coalizione occidentale, hanno occupato basi militari, saccheggiato arsenali e nella capitale libica hanno sparato su una manifestazione pacifica, in cui donne e bambini partecipavano, uccidendo 43 persone e ferendone oltre 500. Il governo, che non è realmente supportato dall’esercito nazionale, non può garantire la sicurezza dei cittadini e delle frontiere del Paese. Il vasto deserto libico è diventato un rifugio per al-Qaida che si sottrae alle operazioni delle forze francesi in Mali. Il finanziamento generoso ai militanti libici delle monarchie del Golfo, ha inondato il Paese di armi trasformandolo nel rifugio dei gruppi terroristici regionali.  Ci sono continui scontri tra i gruppi militanti etnici e tribali concorrenti nella lotta per la terra e l’accesso alle ricchezze naturali. Dall’altra parte del confine meridionale, la violenza si diffonde in Niger, Ciad, Sudan e tutti gli altri Paesi della regione. Nel dicembre 2012, la Libia aveva anche chiuso il confine con Algeria, Niger, Ciad e Sudan a causa del deterioramento della situazione della sicurezza e dichiarato questa zona, zona militare. La produzione di petrolio è scesa drasticamente da 1,6 milioni di barili al giorno a 150000, con solo 80000 barili esportati ogni giorno. Più di 6430 milioni di dollari di reddito nazionale sono andati persi per violenze, scioperi e blocco dei porti petroliferi da parte dei miliziani. Questa situazione minaccia la sicurezza energetica europea, in quanto la Libia è il più grande fornitore di petrolio e gas dell’Europa.
La città orientale di Bengasi, il centro dell’industria petrolifera, è una zona vietata a statunitensi,  inglesi e francesi dall’uccisione dell’ambasciatore statunitense Chris Stevens nel settembre 2012. La città ha istituito un autonomo governo regionale e ha annunciato la costituzione di una propria compagnia petrolifera, la Libya Oil and Gas Corp, bypassando Tripoli. Dopo il rovesciamento sanguinoso del governo Gheddafi, il Consiglio nazionale di transizione non è ancora in grado di avere il consenso per nominare l’Assemblea Costituente, che ha lo scopo di sviluppare il testo della nuova costituzione del Paese. Ciò ostacola la creazione di un nuovo quadro legislativo adeguato agli sviluppi rivoluzionari verificatisi, e senza è impossibile sviluppare relazioni politiche, economiche e commerciali con altri Stati, nonché risolvere il problema del debito sovrano, sempre più grande col recente vuoto legislativo nazionale. Questa situazione ha anche spinto il primo ministro Ali Zaidan ad avvertire riguardo un possibile “intervento di forze armate esterne” al fine di proteggere la popolazione civile, ai sensi del capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, perché “la comunità internazionale non può tollerare uno Stato al centro del Mediterraneo che è fonte di violenza, terrorismo e omicidi“.
L’affermarsi del degrado della situazione in Libia, due anni dopo il golpe organizzato da Washington in questo Paese, viene direttamente indicato dall’editoriale di David Ignatius sul Washington Post a fine di ottobre: dall’inizio di quest’anno la Libia è la dimostrazione dei motivi per cui la credibilità e l’influenza degli Stati Uniti sono diminuite in Medio Oriente e nel mondo intero. Rimprovera il governo Obama per il fatto che non ha fatto nulla negli ultimi due anni per fermare il crollo della Libia e la sua caduta nell’anarchia. Purtroppo, l’esempio delle avventure militari di Washington non si limita alla Libia. La situazione attuale in Iraq o in Afghanistan dimostra chiaramente che le tattiche della Casa Bianca per imporre con la forza nuovi regimi nelle regioni strategicamente importanti per gli Stati Uniti, sono destinate al fallimento e comportano tragedie terribili per la popolazione di questi Paesi, aumentandone i sentimenti antiamericani.

Vladimir Platov, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il fronte giordano della guerra siriana

Dmitrij Minin Strategic Culture Foundation 12.10.2013

1003166Secondo quanto riferito da fonti dell’intelligence israeliana, la notte del 6-7 ottobre l’esercito governativo siriano ha iniziato una nuova offensiva, questa volta nel sud. Due brigate corazzate  (circa 200 carri armati e veicoli blindati) si dirigevano verso Quneitra. Gli israeliani credono che l’obiettivo immediato di questa grande operazione sia liberare dai ribelli i territori adiacenti alle alture del Golan occupate. Di conseguenza tutti i contatti tra i gruppi militanti illegali e l’esercito israeliano saranno tagliati, e non potranno ricevere assistenza militare da Israele… Inoltre, si presume che questo gruppo avanzerà nel triangolo strategico al confine giordano-israeliano-siriano del Governatorato di Daraa, al fine di impedire alle forze d’invasione e ribelli di crearsi una base in questa zona, per un attacco contro Damasco. I luoghi in cui si accampano vengono già attaccati dall’aviazione siriana. Finora, il comando dell’esercito siriano ha evitato simili grandi operazioni in questa regione, temendo che potessero provocare l’invasione israeliana o giordana, ma gli analisti militari ritengono che dopo la risoluzione del “problema chimico”, con l’aiuto della Russia, abbia preso fiducia e si proponga di raggiungere la vittoria totale.
In Giordania, due divisioni dell’esercito di stanza lungo la frontiera con la Siria, sono già state allertate. Inoltre, una divisione corazzata saudita, pronta a marciare attraverso il territorio della Giordania in direzione della Siria, è stata schierata al confine giordano. Le informazioni diffuse dai media affermano che i sauditi hanno fornito ai ribelli siriani in Giordania circa 100 carri armati, il che probabilmente significa la presenza di almeno una brigata di carri armati sauditi direttamente sul confine siriano, possibilmente con equipaggi in uniforme siriana; fatto inquietante. Tuttavia, queste azioni arrivano apparentemente troppo tardi. Amman è un importante alleato regionale degli Stati Uniti e un anello fondamentale nella sua strategia siriana. E’ stata una delle prime capitali arabe a sollecitare le dimissioni di Bashar al-Assad, cosa che può essere spiegata dall’eredità delle relazioni tra Siria e Giordania. I padri degli attuali leader dei due Paesi, il Presidente Hafiz al-Assad e il re Hussein, erano nemici. Il territorio della Giordania fu utilizzato dai servizi segreti stranieri, per lo più inglesi, per attività di sabotaggio contro la Siria negli anni ’60. A partire dal 1982 divenne la base logistica delle attività della Fratellanza musulmana siriana. Fu con i fatti del marzo 2011, nella città di Daraa, che confina con la Giordania e attraverso cui passa il secondo più importante canale di contrabbando per le forze ribelli, come il traffico di armi, che l’attuale conflitto armato in Siria è iniziato.
Lo spostamento del centro di gravità del conflitto a sud della Siria, significa che il comando siriano, guidato dal ministro della Difesa Generale al-Freij, ancora una volta spiazza i suoi avversari del Pentagono, che gestiscono le manovre dell’opposizione militante. Puntando la direzione principale dei loro attacchi nella parte settentrionale del Paese, nei pressi di Aleppo e al centro vicino Homs, i generali siriani apparentemente avevano deliberatamente creato la sensazione, tra i nemici, che stessero lasciando Damasco mal difesa, cosa in realtà non vera. Nella speranza che l’esercito finisse impantanato nel nord, i ribelli con il sostegno dell’occidente e delle monarchie arabe, tra cui la Giordania, hanno segretamente radunato forze nei pressi della capitale e nella zona del confine giordano-siriano, a poco più di un centinaio di chilometri da essa. Dopo aver visto questo, il comando dell’esercito siriano ha sospeso le operazioni attive in prossimità del confine con la Turchia e si è concentrato sulla difesa di Damasco. Secondo varie stime, entro la fine di agosto vi erano tra 17.000 e 25.000 ribelli concentrati nella periferia della capitale a Ghuta orientale e occidentale, pronti ad assaltare il centro di Damasco, dopo che le loro forze principali erano penetrate dalla Giordania. L’attacco preventivo a questo gruppo da parte delle forze governative, era previsto per il 21 agosto. L’attacco chimico avvenne poco prima dell’offensiva, chiaramente con lo scopo di interromperla. Nei giorni scorsi, delle informazioni sono apparse secondo cui, forse dei commando sauditi penetrati in Siria dal territorio della Giordania e operanti con i combattenti del gruppo terroristico Liwa al-Islam, fossero autori della provocazione delle armi chimiche.
Questa provocazione aveva infatti rallentato le manovre per respingere la forza d’attacco dei ribelli intorno alla capitale siriana, ma non più di questo. Dopo aver liberato quartiere dopo quartiere la Grande Damasco in una lotta ostinata, l’esercito siriano ora è pronto ad eliminare la pericolosa punta di diamante avanzando verso la Giordania. La leadership della Siria capisce perfettamente che, mentre Washington è costretta a moderare le proprie dichiarazioni bellicose riguardo la Siria, non ha abbandonato i suoi piani per rovesciare il regime e aspetta solo il momento giusto. In una situazione in cui gran parte del confine tra Siria e Turchia, ad est, si trova sotto il controllo delle forze curde, e ad occidente è sotto il controllo dei jihadisti di al-Qaida, l’attuazione del piano statunitense per colpire Damasco utilizzando le forze dell’esercito libero siriano filo-occidentale (ELS), è stata spostata a sud, verso la Giordania. I media arabi riferivano del “continuo dispiegamento lungo l’intero confine di 370 chilometri con la Siria” delle divisioni giordane e statunitensi. Il giornale quwaitiano al-Rai, per esempio, scrive che una notevole forza di diverse migliaia di soldati e decine di carri armati è concentrata in prossimità della città di al-Ramtha, a pochi chilometri dalla città siriana di Daraa. Il canale Sky News saudita ha riferito che le forze giordane si erano “addestrate per un’operazione in condizioni identiche a quelle in Siria” per diversi mesi. L’obiettivo dell’operazione potrebbe essere creare una “zona cuscinetto” a Daraa.
Alcune fonti arabe affermano che, nonostante le dichiarazioni ufficiali di Washington sulla natura “limitata” delle operazioni in programmazione contro la Siria, fin dall’inizio si era deciso ben altro del semplice attacco dei Tomahawk contro Damasco e le basi militari che la circondano. Si confermano le informazioni secondo cui due gruppi di carri armati sono al confine con la Siria, uno giordano e quello saudita. 3.000 combattenti dell’esercito libero siriano sono stati dispiegati alla frontiera, addestrati per parecchi mesi da istruttori della CIA. L’obiettivo dell’invasione è non solo creare una “zona cuscinetto”, ma anche dichiarare un governo temporaneo sul “territorio liberato” e porre una minaccia diretta a Damasco, interagendo con i gruppi islamisti. Batterie di Patriot sono state poste lungo il confine con la Siria, in caso di un contrattacco siriano. La possibilità di utilizzare le basi aeree e le stazioni radar nel nord della Giordania, nel caso di un attacco contro la Siria, è stata anche riportata. Nel frattempo, l’impiego di un gran numero di aerei militari e droni nel nord della Giordania è stato anch’essa segnalata. Fonti anonime del Washington Post hanno riferito che nelle ultime settimane la CIA ha inviato ulteriori gruppi militarizzati nelle basi segrete in Giordania, al fine di raddoppiare il numero di combattenti da far addestrare dagli istruttori statunitensi e da far armare con armi degli Stati Uniti. Washington è preoccupata dal fatto che i “ribelli moderati” stiano rapidamente perdendo le loro posizioni in guerra. Secondo le fonti del giornale, al momento l’obiettivo dell’operazione della CIA è determinato dal cinico contesto della Casa Bianca, dove il conflitto finito in un vicolo cieco non deve aver nessun vincitore. L’appoggio della CIA potrebbe essere sufficiente ai ribelli per non perdere, ma non sufficiente per vincere, scrive il Washington Post. Molto probabilmente, ciò significa che i 1000 marines statunitensi dell’Expeditionary Unit 26 arrivati in Giordania nel giugno 2013 nel porto di Aqaba, e poi schierati al confine siriano-giordano, a quanto pare vi rimarranno.
Approfittando della concentrazione di forze governative nelle vicinanze di Aleppo e Homs, così come dell’inizio delle operazioni per la liberazione della periferia di Damasco, le divisioni ribelli addestrate dagli statunitensi avevano sequestrato i valichi di frontiera sul confine siriano-giordano e ampliato i loro punti d’appoggio in una serie di settori in profondità nel governatorato di Daraa, alla fine di settembre. I comandanti dell’ELS hanno ammesso che il loro obiettivo è occupare la strategica autostrada Amman-Damasco. Tuttavia, il tentativo è stato preso in contropiede  dall’esercito governativo, imponendo un netto limite ai successi delle forze ribelli in questa regione. Ma le rassicurazioni dell’occidente di sostenere l’“opposizione moderata” in Siria non regge ad un esame. Infatti, le potenze occidentali sono sempre più a favore degli estremisti jihadisti. Ad esempio, secondo quanto riferito dal quotidiano panarabo al-Hayat, gli islamisti di Jabhat al-Nusra giocano un ruolo decisivo nell’occupazione dei valichi di frontiera al confine tra Siria e Giordania.  Cioè, il mito che l’opposizione filo-occidentale non stia collaborando con al-Qaida e che possa fare qualcosa indipendentemente, si è rivelato insostenibile anche qui. Il capo salafita giordano Muhammad Shalabi, noto anche come Abu Sayaf, che partecipa attivamente alla guerra a fianco dei ribelli siriani, ammette apertamente che non appena il presidente siriano sarà rimosso dal suo incarico, lui e i suoi uoimini chiederanno che l’ELS filo-occidentale deponga le armi e s’inizi la costruzione di uno Stato islamico. Per inciso, in passato Abu Sayaf fu coinvolto nell’organizzazione di un attentato terroristico contro le truppe statunitensi in Giordania. E sembra che non abbia cambiato le sue convinzioni da allora.

syria_2173349bLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Attività della CIA in Siria: gli USA compiono sempre gli stessi errori

Andrej Akulov, Strategic Culture Foundation, 05.10.2013

1376478Secondo il Washington Post (La CIA amplia il programma segreto di addestramento dei ribelli siriani moderati, 3 ottobre), la CIA espande l’operazione clandestina per addestrare i combattenti dell’opposizione in Siria, come hanno detto funzionari statunitensi. Il giornale riporta che la missione della CIA è stata definita dalla volontà della Casa Bianca di cercare una soluzione politica, basandosi sullo scenario di un’eventuale stallo tra le fazioni in guerra, piuttosto che di un netto vincitore. Di conseguenza, funzionari statunitensi hanno detto che i limiti all’autorità dell’agenzia le consentono di fornire il sostegno sufficiente per contribuire a garantire che le milizie politicamente moderate, supportate degli USA, non perdano, ma non abbastanza da vincere. Il Washington Post informa che i funzionari degli Stati Uniti, parlando in condizione di anonimato, avevano detto che l’agenzia ha inviato ulteriori squadre paramilitari in basi segrete in Giordania, nelle ultime settimane, nell’offensiva per raddoppiare il numero di combattenti ribelli addestrati e armati dalla CIA, prima di essere rispediti in Siria. Lo sforzo condotto dalla CIA è stato descritto come il tentativo urgente di sostenere le milizie siriane moderate per poter sfidare seriamente Assad. La CIA “allarga e amplia la sua operazione”, ha detto un funzionario USA a conoscenza delle operazioni in Siria, perché “è chiaro che l’opposizione sta perdendo, e non solo tatticamente ma  anche strategicamente”…
Tornando allo schieramento a giugno dei sistemi di difesa aerea Patriot e dei jet da combattimento F-16 degli Stati Uniti in Giordania, nell’ambito dell’esercitazione militare annuale chiamata “Eager Lion”, erano rimasti 700 truppe attrezzate e 200 consiglieri militari in Giordania per assistere, con una pianificazione a lungo termine, le forze giordane in caso di crisi sulle armi chimiche o di una grande missione di soccorso umanitario. Poi gli Stati Uniti annunciarono che avrebbero inviato armi leggere ai ribelli. A settembre il New York Times pubblicava un interessante articolo, Il presidente ottiene l’appoggio di McCain nell’attacco alla Siria, che diceva, “I funzionari hanno detto che nella stessa conversazione, assieme al senatore repubblicano della Carolina del Sud Lindsey Graham, Obama ha indicato che un’operazione segreta degli Stati Uniti per armare e addestrare i ribelli siriani, cominciava a dare risultati: la prima cellula di 50 combattenti, addestrati dalla CIA, si era intrufolata in Siria.” A maggio vi furono notizie che questo programma fosse già in corso da qualche tempo, e il LA Times, a giugno, rivelava che il programma era iniziato almeno dal novembre 2012, nelle basi degli USA in Giordania e in Turchia. Il 23 agosto, il francese Le Figaro aveva riferito che i ribelli addestrati dalla CIA avevano attraversato il confine con la Siria della Giordania. Erano stati addestrati per diversi mesi in un campo al confine giordano-siriano, da agenti della CIA nonché da commando giordani e israeliani, dice il giornale. Il primo gruppo di 300 soldati dell’esercito libero siriano aveva attraversato il confine il 17 agosto, nella regione di Daraa, e un secondo gruppo era stato inviato il 19 agosto, riferiva il giornale. Il giornale citava un ricercatore, dell’Istituto per l’analisi strategica francese, dire che il gruppo dei ribelli addestrati passava da Ghuta, sulla strada per Damasco.

Le attività della CIA oggi
L’addestramento della CIA è incentrato in Giordania. Il programma è volto a consolidare la capacità di combattimento delle unità del Consiglio supremo militare, l’organizzazione guidata dal generale Idris, destinatario principale del sostegno degli Stati Uniti. L’addestramento è guidato da piccole squadre di operatori provenienti dalla Divisione Attività Speciali della CIA, il ramo paramilitare che impiega molti contractor ed ex-membri delle forze speciali USA. I funzionari hanno detto che l’istruzione è rudimentale e in genere dura quattro-sei settimane. L’amministrazione Obama ha esplorato l’idea di usare l’esercito statunitense per espandere il programma di addestramento in ciò  che alcuni funzionari hanno descritto “forza industriale”. Non è chiaro se la Giordania sia favorevole a una tale presenza militare degli Stati Uniti, il che significherebbe la conversione di un programma segreto in uno ufficialmente riconosciuto dagli Stati Uniti. Vi sono anche ostacoli giuridici, tra cui una misura nota come legge Leahy che richiederebbe la determinazione che i destinatari dell’assistenza militare degli Stati Uniti non abbiano commesso violazioni dei diritti umani. I funzionari hanno detto che l’agenzia aveva inviato altre squadre paramilitari nelle basi segrete in Giordania, nelle ultime settimane, per lo sforzo di raddoppiare il numero di combattenti ribelli addestrati e armati dalla CIA, prima di essere rimandati in Siria. La CIA “allarga e amplia la sua operazione”, ha detto un funzionario degli USA a conoscenza delle operazioni in Siria, perché “è chiaro che l’opposizione sta perdendo, e non solo tatticamente ma anche a livello strategico“. La CIA ha rifiutato di commentare. L’ultima battuta d’arresto s’è avuta il mese scorso, quando le più grandi fazioni armate in Siria, tra cui alcune sostenute dagli Stati Uniti, hanno annunciato la formazione di un’alleanza con l’obiettivo di creare uno Stato islamico.

Tendenze nelle fila dell’opposizione siriana
Il 24 settembre 2013 è suonata la campana a morto per l’opposizione armata filo-occidentale in Siria. 13 principali organizzazioni dell’opposizione armata in Siria hanno deciso di unire i loro sforzi sotto la bandiera islamista jihadista dell”Alleanza islamista’, che pretende di rappresentare oltre il 75 per cento dei ribelli che combattono l’amministrazione Assad. L’alleanza vuole diffondere la sharia in tutta la Siria, respingendo formalmente la Coalizione nazionale siriana (Cns) filo-occidentale quale legittimo rappresentante. Significativamente, il gruppo include alcuni dei più grandi elementi dell’ELS ostentatamente moderati così come organizzazioni affiliate ad al-Qaida. Il supremo leader di al-Qaida ha calorosamente approvato la nuova alleanza, con uno speciale comunicato. “Un gruppo di potenti unità mujahidin ha rifiutato l’autorità della leadership filo-occidentale dell’opposizione siriana all’estero e ha chiesto di riorganizzarsi sotto un quadro islamico”. Non è solo una grave battuta d’arresto, ma piuttosto il fallimento totale e assoluto degli Stati Uniti e dell’occidente in generale nell’influenzare l’opposizione, così come di tutta la politica in Siria e nel presentare all’opinione pubblica la maggioranza dell’opposizione siriana come liberale e moderata, come aveva detto il segretario di Stato degli USA John Kerry. I funzionari dell’amministrazione degli Stati Uniti hanno fuorviato l’opinione pubblica e il Congresso sulla composizione delle forze ribelli siriane, minimizzando volutamente il ruolo dei gruppi islamici nell’opposizione.
L’unificazione dei radicali è diventata una tendenza chiara. L’Esercito dell’Islam è divenuto un altro attore islamista. Le brigate ribelli che operano dentro e attorno a Damasco hanno annunciato alla fine di settembre, di aver unito sotto un unico comando 50 gruppi con migliaia di combattenti. La formazione dell’Esercito dell’Islam rafforza i jihadisti salafiti, influenzati dell’Arabia Saudita, di un altro gruppo radicale, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL), un ramo di al-Qaida che nelle ultime settimane ha sottratto il controllo del territorio di altre forze islamiste nel nord e nell’est della Siria. Tutti questi gruppi riconoscono formalmente la sharia come “unica fonte di legislazione”. In sostanza, sono sempre stati tutti islamisti. Qualcosa su cui la Russia aveva più volte messo in guardia l’occidente. La miope politica occidentale in Siria ha portato l’islam radicale ad avere il sopravvento nell’opposizione in Siria, mettendo in pericolo l’Europa e l’intero Medio Oriente. Un nuovo santuario per i jihadisti di al-Qaida e i radicali locali, viene istituito nel nord e nell’est della Siria minacciando il vicino Iraq. L’obiettivo è un emirato sunnita sul Mediterraneo e al confine con la Turchia. I veterani un giorno ritorneranno nei Paesi dell’Europa occidentale o nello spazio ex-sovietico. In Iraq cercano di far rivivere la guerra civile tra sunniti e sciiti, con un’ondata di attentati suicidi, qualcosa che è diventata una notizia banale in TV. Suscitano anche tensioni nei Paesi limitrofi, tra cui il Libano, la Giordania e la Turchia. Questo è un problema universale, una minaccia per Stati Uniti, NATO, Unione europea, Russia e molti altri Stati. E in ciò è coinvolta la CIA, in attività volte a fare della Siria un santuario e una base di al-Qaida, che piaccia o no, ma è una realtà. Il governo del Presidente Assad ora è l’unica forza in grado di resistere all’offensiva dei radicali in Siria. Russia e Stati Uniti discuteranno la questione al massimo livello a margine del vertice Asia-Pacifico, la prossima settimana a Bali. Hanno molto di cui parlare. Mi chiedo se il segretario di Stato degli Stati Uniti dirà se, date le sue precedenti affermazioni dell’opposizione siriana, le attività della CIA migliorano le capacità dell’opposizione moderata o degli islamisti.
C’è anche un altro problema da discutere, ancora una minaccia all’attività delle Nazioni Unite sullo sfondo delle rivelazioni su ciò che la CIA fa. Il 3 ottobre, l’inviato del presidente russo in Medio Oriente, Mikhail Bogdanov, ha detto che la Russia teme che l’opposizione radicale in Siria prepari delle provocazioni sul programma per eliminare le armi chimiche. “Obiettivamente questo non può essere escluso, e non abbiamo certo la comprensione dei nostri partner occidentali in questo aspetto, in cui vi sono rischi reali e diversi tipi di provocazioni, perché i terroristi e gli estremisti non sono interessati a una soluzione pacifica della crisi siriana e potrebbero piazzare diversi ostacoli, piuttosto gravi, nel processo per eliminare le armi chimiche”, ha detto Bogdanov, viceministro degli Esteri. Ha spiegato che, “si possono avere depositi controllati dal governo in regioni controllate dall’opposizione”. “È per questo che si pone la questione su come attraversare queste regioni e garantire la sicurezza degli esperti dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche che vi lavoreranno”, ha aggiunto Bogdanov. La CIA aiuta coloro che pongono tale minaccia.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Colpo di scena: l’opposizione siriana passa ad al-Qaida

Dmitrij Minin, Strategic Culture Foundation 30.09.2013

545248Il 25 settembre è la data del colpo di scena in Siria. Le conseguenze possono influenzare l’ulteriore evolversi della situazione. I piani per inscenare una provocazione e coinvolgere l’occidente nel conflitto sono falliti, così l’opposizione ha gettato via il velo democratico e mostrato il suo vero volto. I tredici gruppi più efficienti hanno reciso i legami con la Coalizione nazionale siriana e l’Esercito libero siriano per formare una loro alleanza islamica. Jabhat-al-Nusra, un gruppo affiliato ad al-Qaida, è l’elemento centrale della nuova coalizione. Liwa al-Tawhid, Liwa al-Islam e Suqur al-Sham e un certo numero di gruppi più piccoli, si sono uniti alla nuova alleanza. Tutti ricevono assistenza militare dagli Stati Uniti. In una dichiarazione video di due minuti, chiamata ‘Comunicato n° 1′, hanno dichiarato che la Coalizione nazionale “non ci rappresenta, né vi ci riconosciamo”. Il gruppo ha chiesto “a tutti i gruppi militari e civili di unirsi nel chiaro contesto islamico basato sulla Sharia, l’unica fonte della legge”. Ha inoltre detto che i ribelli non avrebbero riconosciuto un qualsiasi futuro governo formato fuori dalla Siria, insistendo sul fatto che le forze che combattono nel Paese dovrebbero essere rappresentate da “coloro che hanno sofferto e preso parte ai sacrifici”. Secondo il Washington Post, l’alleanza islamista rappresenta il 75% di tutti i combattenti dell’opposizione (neppure il 15%, come ha detto John Kerry, né il 50% secondo il Jane’s intelligence), mentre “le speranze statunitensi di avere influenza sul litigioso movimento ribelle della Siria, sbiadiscono”.
Pochi giorni prima della formazione della nuova alleanza, attivisti e fonti militari avevano detto ad al-Jazeera che l’11° divisione, una delle più grandi brigate dell’esercito libero siriano, era passata al Fronte al-Nusra, nella provincia di Raqqah, confinante con la Turchia. Si svolse una parata militare per l’occasione, e le chiese cristiane ortodosse e armene furono profanate, icone e oggetti elativi bruciati mentre la bandiera di al-Qaida veniva issata. La notizia si era sparsa per la città. Gli abitanti cristiani, anche se pochi, così come i musulmani, sono scesi in piazza per protestare contro il sacrilegio, solo per essere picchiati e costretti a fuggire dai militanti. In realtà tutte le unità dell’ELS situate in prossimità delle due più grandi città, Damasco e Aleppo, hanno aderito agli islamisti. Nessun pezzo grosso anti-Assad è rimasto fuori dalla nuova alleanza, tranne lo Stato Islamico dell’Iraq e il Levante, o ISIS, rivale di al-Nusra nella lotta per diventare la forza dominante dei “guerrieri della jihad”. Secondo i rapporti, il 26 settembre ISIS ha fissato un termine di due giorni all’Esercito siriano libero per arrendersi, mentre esplodono le lotte intestine tra i militanti in Siria. E’ stato anche diffuso un manifesto che accusa l’Esercito libero siriano di essere sotto il comando dei mercenari della Blackwater, con esperienza acquista nel servizio militare attivo nelle forze armate israeliane. In questo modo l’Esercito libero siriano diventa irrilevante, un nulla in cui capi militari ben pagati, a spese dei contribuenti occidentali, non hanno alcun supporto sul posto. Alla notizia, il generale Salim Idris, che comanda l’ala militare della coalizione nota come Esercito libero siriano, ha sospeso la visita in Francia ed è tornato in Siria (in Siria? o in Turchia? NdT). Idris è a capo delle strutture cui passa l’aiuto occidentale, così la nuova alleanza ha sottolineato che non abbandona il Consiglio di Idris, ma solo la coalizione dell’opposizione politica in esilio. Ciò significa in realtà che a Idris è offerta la carica di consigliere militare dei gruppi islamisti. Ahmad Jarba, il capo dell’organizzazione chiave dell’opposizione, la Coalizione Nazionale siriana, ha denunciato gli estremisti che cercherebbero di “usurpare la nostra rivoluzione”, e ha accusato il regime di  supportarli. Ha fatto tale osservazione con visibile angoscia, in un discorso a New York ai rappresentanti degli Amici della Siria, i sostenitori internazionali dei ribelli che cercano di rovesciare il Presidente Bashar al-Assad. “Il popolo siriano sostiene la pace e la moderazione, la tolleranza e la convivenza”, ha detto Jarba. “Il fenomeno dell’estremismo è apparso con il supporto e la pianificazione del regime, che ha scommesso sulla trasformazione di una rivoluzione per la libertà in una guerra civile settaria”, ha aggiunto. Suona strano! Non avendo mai lasciato le capitali occidentali, sembra vedersi come colui che pone la peggiore minaccia per Bashar Assad, di coloro che lo combattono sul campo di battaglia. Sembra quasi così!
Ci sono due facce della medaglia, allo stesso modo la trasformazione impetuosa può avere una doppia natura per Damasco. Può facilitare il dialogo con la parte responsabile della comunità internazionale, in grado di avere giudizio. Non c’è altro modo di conservare una qualsiasi influenza dell’opposizione laica, se non raggiungere un compromesso ragionevole con Bashar Assad nel quadro del processo di pace di Ginevra. Ma può aggravare la situazione provocando combattimenti ancora più feroci nel Paese. Si dovrebbe dare ad al-Qaida il dovuto, ma è difficile combatterla in Siria. Ad esempio, utilizza gli autisti come kamikaze e non solo a scopo d’intimidazione. È una procedura standard frequentemente usata  per compiere le missioni in combattimento. Normalmente queste tattiche sono utilizzate per avere munizioni dall’obiettivo desiderato. Di regola, si tratta di un punto di controllo all’ingresso di una zona popolata o qualche altro obiettivo. Dopo l’esplosione i militanti si precipitano e iniziano un massacro. Ecco come la città cristiana di Malula è stata sequestrata. Secondo l’IHS Jane’s intelligence, la formazione di questa alleanza mina in modo significativo la Coalizione nazionale siriana (CNS) filo-occidentale e riduce la speranza di una fine negoziata del conflitto, data la capacità e l’intenzione dei jihadisti di combattere per uno Stato islamico. In realtà Damasco non ha nessuno con cui parlare a Ginevra. Si tratta della questione di “o la va o la spacca” per il governo di Assad, la cui caduta implicherebbe la distruzione di tutti i pilastri culturali dello Stato siriano. Date le circostanze, Washington ha iniziato a consegnare armi ai ribelli in Siria, dopo mesi di ritardo negli aiuti letali promessi dall’amministrazione Obama, secondo funzionari statunitensi e agenti siriani. Le spedizioni hanno cominciato ad arrivare nel Paese nel corso delle ultime due settimane, insieme con invii separati del dipartimento di Stato di veicoli e altre attrezzature, un flusso di materiale che segna la grande escalation del ruolo degli Stati Uniti nella guerra civile in Siria. I presunti alleati degli Stati Uniti sono apertamente passati alla jihad, per cui non è chiaro chi dovrebbe rappresentare l’opposizione alla conferenza di Ginevra-2. Questo è il guaio. La coalizione islamica ha già annunciato che non ha alcun interesse a parteciparvi.
Sorprendentemente appena un giorno prima che la formazione della potente alleanza di al-Qaida fosse annunciata, il presidente Obama aveva affrontato la sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite affermando che “al-Qaida si è frammentata in reti e milizie regionali, che non hanno effettuato un attacco come quello dell’11 settembre, ma ponendo una seria minaccia a governi, diplomatici, imprese e civili in tutto il mondo”. Si tratta di un esempio d’incompetenza o di egregie “sottigliezze” che Washington appare così confusa? La diplomazia statunitense è un puzzle. Sulle notizie circa i mutamenti dell’opposizione in Siria, nessuno del governo degli Stati Uniti ha fatto alcun annuncio sulla fine delle forniture militari in Siria. La doppiezza ufficiale di Washington è scioccante perché gli Stati Uniti indicano Jabhat al-Nusra come organizzazione terroristica. In senso stretto, i partecipanti delle “operazioni” di cui sopra, sono oggetto di inchieste penali secondo le leggi degli Stati Uniti, per aver fornito assistenza a qualcuno ufficialmente dichiarato nemico. Diversamente dalla sempre memorabile operazione “Iran-Contras” dei giorni di Ronald Reagan, questa volta nessuno si preoccupa neanche di coprire alcunché almeno con una foglia di fico. E’ uno Stato che si distingue per lo stato di diritto? Forse Richard Spencer del Daily Telegraph ha trovato un indizio nel comprendere questo strano atteggiamento. Dice che al popolo del Regno Unito è stato detto che i veterani jihadisti arriveranno dalla Siria (Somalia) per colpirlo. Ma il Regno Unito non è il bersaglio di una volta. Le sue forze armate sono tornate dall’Iraq, e l’operazione in Afghanistan sta per finire. È stato detto che i jihadisti avrebbero costantemente dovuto contribuire a creare scompiglio nelle zone musulmane del Caucaso russo: Cecenia, Inguscezia e Daghestan.
Da ora in poi, chiunque parli a Washington dei valori democratici da proteggere in Siria, la prosecuzione del sostegno alle forze dell’opposizione siriana significherà solo una cosa, un’alleanza minacciosa con al-Qaida, che esercita il controllo su oltre il 90 per cento dei militanti in Siria. Mai nella storia questo gruppo ha avuto un enorme esercito attivo. Decine di migliaia di combattenti costituiscono le sue fila. Come intende usare questo potere? È Richard Spencer ha ragione nel dire che l’odio irrazionale della Russia spinge certi ambienti di Washington ad incitare le bande di al-Qaida ad attaccare la Russia? Non è che si voglia crederci, ma i fatti sono qualcosa su cui difficilmente si può chiudere un occhio…

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cinque bugie sul rapporto dell’ONU sulle armi chimiche in Siria

Cinque bugie inventate per orientare il rapporto dell’ONU sull’attacco con armi chimiche in Siria
Tony Cartalucci Land Destroyer 17 settembre 2013

Come previsto giorni prima che la relazione sulle armi chimiche siriane delle Nazioni Unite fosse pubblicata, l’occidente ha iniziato a manipolarne i risultati per sostenere la propria vacillante storia riguardante i presunti attacchi con armi chimiche del 21 agosto 2013, a Damasco orientale, Siria. L’obiettivo, naturalmente, è continuare a demonizzare il governo siriano e contemporaneamente sabotare il recente accordo siriano-russo per far controllare e disarmare le scorte di armi chimiche della Siria da parte di osservatori indipendenti.

999688Una raffica di titoli sospetti ha tentato di collegare, nella mente dei lettori disattenti, la “conferma” delle Nazioni Unite sull’uso in Siria di armi chimiche e le pretese occidentali che sia stata opera del governo siriano. Inoltre, i governi statunitense, inglese e francese hanno rapidamente stilato una lista di balle volte a fare presentare il rapporto delle Nazioni Unite come favorevole alle loro accuse infondate contro il governo siriano. L’articolo della BBC, “Stati Uniti e Gran Bretagna indicano che il rapporto delle Nazioni Unite ‘incolpa la Siria’“, ancora una volta afferma inequivocabilmente ciò: “Il rapporto delle Nazioni Unite non attribuisce la colpa dell’attacco, non facendo parte del suo mandato”. Tuttavia ciò non ha impedito al ministro degli Esteri inglese William Hague dal sostenere: “Dalla ricchezza di dettagli tecnici nella relazione, anche sulla portata dell’attacco, la coerenza dei risultati dei test dei campioni nei laboratori indipendenti, le dichiarazioni dei testimoni e le informazioni sulle munizioni utilizzate e le loro traiettorie, è del tutto evidente che il regime siriano sia l’unico che avrebbe potuto esserne responsabile”. E l’ambasciatrice statunitense all’ONU Samantha Power ha dichiarato: “I dettagli tecnici del rapporto delle Nazioni Unite evidenziano che solo il regime avrebbe effettuato questo attacco con armi chimiche su grande scala”. Il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius avrebbe detto: “Quando si guardano i risultati con attenzione, le quantità di gas tossico utilizzate, la complessità delle miscele, la natura e la traiettoria dei vettori, non c’è alcun dubbio sull’origine dell’attacco”. Il Washington Post è andato oltre, e forse stupidamente, ha dato una spiegazione dettagliata di ogni montatura che l’occidente usa per strumentalizzare l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite. In un articolo intitolato “Il rapporto delle Nazioni Unite sulle armi chimiche è abbastanza schiacciante per Assad“, dove 5 punti vengono usati per motivare perché il rapporto delle Nazioni Unite “accusi” il governo siriano.

Le 5 bugie
Bugia n°1. Le armi chimiche, consegnate assieme alle munizioni, non sono state utilizzate dai ribelli: questa affermazione fa anche riferimento al “Syria watcher” Eliot Higgins, noto come “Brown Moses“, osservatore, seduto in una poltrona nel Regno Unito, della crisi siriana, che documenta le armi utilizzate nel conflitto sul suo blog. Mentre Higgins spiega che questi razzi, che hanno un calibro particolarmente grande (140 millimetri e 330 millimetri), non sono stati visti (da lui) nelle mani dei terroristi che operano all’interno e lungo i confini della Siria, vecchi suoi post mostrano razzi simili, ma più piccoli, certamente in costruzione e in azione nelle mani dei militanti. Il Washington Post sostiene che in qualche modo questi razzi più grandi richiedano una “tecnologia” cui i militanti non hanno accesso. Questo è decisamente falso. Un razzo viene lanciato da un semplice tubo, ed ai terroristi basterebbe la semplice tecnologia aggiuntiva per i razzi più grandi, quale un camion per montare il tutto. Per un fronte armato che schiera carri armati rubati, trovare un camion su cui montare tubi di metallo di grandi dimensioni sembrerebbe un compito piuttosto elementare, soprattutto se per effettuare un attacco simulato tale da giustificare l’intervento straniero e salvarne la vacillante offensiva.

Bugia n°2. Il sarin è stato lanciato da una zona controllata dal regime. Il Washington Post sostiene che: “La relazione conclude che i proiettili provenivano da nord-ovest del quartiere mirato. Quella zona era ed è controllata da forze del regime siriano ed è terribilmente vicina a una base militare siriana. Se i proiettili fossero stati sparati dai ribelli, probabilmente sarebbero giunti da sud-est, in mano ai ribelli”. Ciò che il Washington Post non cita sono i “limiti” che la stessa squadra dell’ONU ha indicato sulla credibilità delle proprie scoperte, a pagina 18 del rapporto (22 del .pdf), le Nazioni Unite dichiarano: “Il tempo necessario per condurre un’indagine dettagliata su entrambe le posizioni, nonché prelevare campioni, era molto limitato. I siti sono stati visitati da altri individui, sia prima che durante l’inchiesta. Frammenti e altre possibili prove sono stati chiaramente manipolati e spostati prima dell’arrivo della squadra investigativa”. Va inoltre notato che i militanti ancora controllano la zona dopo il presunto attacco e fino all’inchiesta del personale dell’ONU. La manomissione o l’inserimento di prove sarebbero stati effettuati da amici dell'”opposizione”, e sicuramente il governo siriano non punterebbe dei razzi in direzioni che potrebbero implicarlo.

Bugia n°3. L’analisi chimica suggerisce che il sarin probabilmente era parte di un rifornimento controllato, il Washington Post afferma: “Gli investigatori delle Nazioni Unite hanno analizzato 30 campioni, trovando che contenevano non solo sarin, ma anche “prodotti chimici rilevanti, come stabilizzatori.” Questo suggerisce che le armi chimiche sono state prese da un deposito controllato, dove avrebbero potuto essere trasformate per l’impiego da parte di truppe addestrate al loro uso. Solo, per effettuare un attacco sarebbe anche necessario utilizzare agenti chimici stabilizzati e personale addestrato al loro uso”. Dai depositi saccheggiati in Libia, alle armi chimiche segretamente trasferite da Stati Uniti, Regno Unito o Israele, attraverso l’Arabia Saudita o il Qatar, non vi è scarsità di fonti possibili. Per quanto riguarda i “ribelli” privi del necessario addestramento nell’usare armi chimiche, la politica degli Stati Uniti ha fatto in modo che non solo ricevessero l’addestramento necessario, ma aziende della difesa occidentali, specializzate nella guerra chimica, avrebbero affiancato i militanti in Siria. La CNN ha riferito, nel suo articolo del 2012 “Fonti: gli USA addestrano i ribelli siriani nella sicurezza delle armi chimiche“, che: “Gli Stati Uniti e alcuni alleati europei usano aziende della difesa private per addestrare i ribelli siriani su come proteggere le scorte di armi chimiche in Siria, hanno detto alla CNN un alto funzionario degli Stati Uniti e diversi diplomatici di alto livello. L’addestramento, che si svolge in Giordania e in Turchia, comprende come monitorare e proteggere le scorte, e gestire siti e materiali bellici, secondo le fonti. Alcuni contractor sono in Siria per collaborare con i ribelli nel monitorare alcuni dei siti, secondo uno dei funzionari”.

Bugia n°4. Caratteri cirillici sui proiettili, il Washington Post afferma: “Lettere russe sui proiettili di artiglieria suggeriscono fortemente che siano di fabbricazione russa. La Russia è un importante fornitore di armi del governo siriano, naturalmente, ma non al punto di rifornire direttamente o indirettamente di armi i ribelli”. La logica del Washington Post non vale una cicca. I terroristi che operano in Siria possiedono fucili e perfino carri armati di origine russa, rubati o acquisiti attraverso una vasta rete di trafficanti di armi costruita dalla NATO e dai suoi alleati regionali, per perpetuare il conflitto. Inoltre, inscenando gli attacchi, i terroristi e i loro sostenitori occidentali, in particolare gli attacchi la cui ricaduta dovrebbe suscitare un profondo cambiamento geopolitico a favore dell’occidente, avrebbero speso del tempo per far sembrare che l’attacco fosse opera del governo della Siria. L’uso di armi chimiche da parte di militanti contro una posizione di altri militanti, costituirebbe un attacco sotto “falsa bandiera” e ovviamente ciò richiederebbe una sorta di segno o prova incriminante sulle armi usate nel bombardamento.

Bugia n°5. Le osservazioni del Segretario Generale delle Nazioni Unite sulla relazione, il Washington Post ammette l’esiguità di questo ultimo punto, affermando: “Questo è forse il caso più circostanziale di tutti, ma è difficile ignorare il chiaro sottinteso della conferenza del Segretario Generale Ban Ki-moon nel discutere il rapporto...” Il Washington Post, e gli interessi che guidano il suo comitato di redazione, non riuscivano nemmeno a produrre cinque argomentazioni ragionevolmente convincenti sul perché il rapporto delle Nazioni Unite implichi, in qualche modo, il governo siriano, così mettendo in dubbio le affermazioni relative alla “ricchezza di dettagli tecnici” che accuserebbe il Presidente Bashar al-Assad. Il rapporto delle Nazioni Unite conferma che sono state utilizzate armi chimiche, un punto che non è contestato dalle parti in conflitto, né prima nè dopo che l’inchiesta delle Nazioni Unite avesse inizio. Ciò che l’occidente cerca di fare ora è sfruttare la propria narrativa della relazione e, ancora una volta, creare una giustificazione infondata per continuare la guerra contro la Siria, sia come elemento di una politica estera ufficiale che coperta.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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