I sei modi con cui Assad ha cambiato la marea in Siria

Max Fisher The Washington Post 13 maggio 2013

40817Il presidente siriano Bashar al-Assad e le sue forze “stanno cominciando a cambiare il corso della guerra nel Paese“, Liz Sly del Washington Post riferisce da Beirut, spiegando che Assad è “sospinto da una nuova strategia, con il sostegno di Iran e Russia e l’assistenza dei combattenti del movimento Hezbollah del Libano.” Sly scopre che “il pendolo sta oscillando in favore di Assad“.
Come hanno fatto le forze di Assad? Ecco alcune delle tendenze che Sly ha trovato, più una da un’altra fonte:
1) Rimpasto settario all’interno delle forze armate. La maggior parte dei siriani è sunnita, e così lo sono i ribelli siriani. Ma il regime siriano è dominato da gruppi minoritari come gli alawiti. Hezbollah, un gruppo militante libanese, alleato della Siria, è sciita. Mettendo l’accento sui combattenti delle minoranze il regime aggira il problema sunnita, con un minor numero di defezioni e soldati più impegnati, anche se rischia di esacerbare le tensioni settarie.
2) Impiego delle milizie. Il regime ha integrato 60.000 “irregolari” miliziani nelle forze armate, dando loro sia più potenza di fuoco che un qualitativamente diverso tipo di potenza di fuoco, più adatta ad affrontare i ribelli sul loro stesso terreno.
3) L’addestramento di Hezbollah nella guerra urbana. I ribelli avevano un vantaggio nella città, nei combattimento da strada. Ora, con l’aiuto di esperti, le forze del regime stanno colmando il gap.
4) Escludere i ribelli dalle linee di approvvigionamento, indica Sly: “I lealisti di Assad premono costantemente sui ribelli, isolandoli gli uni dagli altri e tagliando i loro approvvigionamenti, dicono i ribelli. Le unità sono a corto di munizioni, e qualcuna è sempre più disperata.”
5) Concentramento di tutta l’energia sui principali nodi, il regime sembra puntare la propria schiacciante forza militare su una manciata di “nodi” strategici: periferia di Damasco, il crocevia “cruciale” di Homs e i porti costieri, tra gli altri. Ciò significa trascurare le zone meno strategiche per ora, ma probabilmente non per sempre.
6) Capisaldi impenetrabili. CJ Chivers del New York Times, in una recente intervista a “Fresh Air” di NPR, ha spiegato che il regime ha usato il suo vantaggio tecnologico ritirandosi in una serie di capisaldi nel Paese, da cui impiega l’artiglieria, i mortai e gli attacchi aerei contro i ribelli. Poiché i ribelli non hanno la potenza di fuoco per colpire queste strutture, non possono impedire o sottrarsi al bombardamenti.

© The Washington Post Company

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Srebrenica: genocidio o propaganda?

De-Construct 4 maggio 2007
Il ‘genocidio di Srebrenica’ è una bufala?
Aleksandar Pavic WorldNetDaily

3678_mudzahedini_5Per più di 10 anni, il termine “Srebrenica” è stato usato per indicare il massacro di “musulmani innocenti” per mano di cristiani, specificamente dall’esercito serbo-bosniaco, secondo cui si presume siano stati massacrati, secondo la versione attualmente accettata dalla maggior parte dei principali media, “tra 7.000 e 8.000 musulmani” quando presero quel paesino nella Bosnia orientale, a metà del luglio 1995. Secondo la leggenda, i serbi di Bosnia catturarono questa “zona protetta dall’ONU” e  procedettero a deportare e giustiziare migliaia di uomini, donne e bambini nel giro di pochi giorni, per poi seppellirli nelle fosse comuni, che sono ancora ricercate dopo quasi 12 anni.

1. Numeri truccati
Lo storico e ricercatore di Belgrado Milivoje Ivanisevic, che ha documentato le vittime della guerra civile jugoslava per più di un decennio, ha recentemente contestato le rivendicazioni in un nuovo opuscolo, “La carta d’identità di Srebrenica“, che documenta che centinaia dei corpi sepolti nel Srebrenica Memorial non furono uccisi nel luglio 1995, quando il presunto genocidio avrebbe avuto luogo, ma che si trattava di persone decedute di morte naturale ben 13 anni prima che gli eventi avessero avuto luogo. L’ultima prova offerta da Ivanisevic indica che il numero di coloro che sono sepolti presso il Complesso Memoriale di Srebrenica, non solo non sono stati uccisi nel luglio del 1995, ma in realtà sono morti molto prima, perfino nei primi anni ’80, più di 10 anni prima che iniziasse la guerra civile in Jugoslavia.

2. I morti votano
Secondo Ivanisevic, a partire dal marzo 2007, più di 12 anni dopo l’evento, un totale di 2.442 corpi vennero sepolti al Memorial. Tra questi, un 914, oltre il 37 per cento, erano sulle liste elettorali delle elezioni del 1996 in Bosnia, tenutesi un anno dopo il presunto “genocidio”. Le liste elettorali furono approvate e controllate dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa [OSCE], che curò le elezioni.

3. I musulmani “massacrati” sono morti di cause naturali
Una seconda scoperta ancora più significativa, indicava il fatto che “almeno 100 persone” sepolte nel Memoriale sono morte per cause naturali. Ivanisevic afferma che i numeri sarebbero ancora più alti se gli fosse stato consentito l’accesso ai registri anagrafici di Srebrenica e delle città circostanti. Tuttavia, tra i diversi nomi, con date di nascita, morte e luogo di morte, vi sono: Fetahija (Nazif) Hasanovic, n. 1955 – m. 15 dicembre 1996, Srebrenica, Sukrija (Amil) Smajlovic, n.1946 – m. 2 maggio 1996, Zaluzje; Maho (Suljo) Rizvanovic, n.1953 – m. 3 gennaio 1993, Glogova; Mefail (Meho) Demirovic, n.1970 – m. 10 maggio 1992, Krasanovici; Redzic (Ahmet) Asim, n.1949 – m. 22 aprile 1992, Bratunac.

4. Presunte “vittime di Srebrenica” uccise prima di Srebrenica
In terzo luogo, Ivanisevic afferma che diverse centinaia di soldati e civili sono stati trasferiti al Memorial di Srebrenica da altri cimiteri e riseppelliti con rituali musulmani. Uno di questi è il corpo di Hamed (Hamid) Halilovic, trasferito dal vicino cimitero di Kazani, che a quanto pare è morto ben 13 anni prima del “genocidio” di Srebrenica. Altri corpi trasferiti da Kazani al Memoriale di Srebrenica comprendono quelli di Osman (Ibro) Halilovic, Nurija (Smajo) Memisevic, Salih (Saban) Alic, Mujo (Hasim) Hadzic, Ferid (Ramo) Mustafic e Hajrudin (Ismet) Cvrk. In quarto luogo, utilizzando registri catturati all’esercito musulmano-bosniaco, Ivanisevic elenca più di una dozzina di nomi di soldati alle cui famiglie furono concessi alloggio e servizi sociali dovuti ai familiari dei soldati uccisi in azione prima dell’11 novembre 1993, quando i documenti vennero catturati dall’esercito serbo-bosniaci. In quinto luogo, sulla base dei documenti acquisiti nello stesso modo, Ivanisevic fornisce i nomi di decine di combattenti dell’esercito musulmano-bosniaco uccisi prima del 7 marzo 1994.

5. I macellai della Jihad camuffati da vittime innocenti
Ivanisevic continua a fornire i nomi dei soldati bosniaci musulmani sepolti presso il Memoriale di Srebrenica implicati in numerosi massacri di civili serbi nella zona vicina, in cui vennero uccisi oltre 3.000 serbi. È interessante notare che il comandante della forze dell’esercito bosniaco a Srebrenica, Naser Oric, fu condannato a due anni dal Tribunale penale internazionale per la Jugoslavia, o ICTY, nel giugno 2006 per la sua partecipazione a questi omicidi, alcuni dei quali ripresi in video e diffusi dal giornalista del Washington Post John Pomfret, che lo incontrò nella “zona di sicurezza delle Nazioni Unite” nel 1994. [Bill Schiller sul Toronto Star del Canada]

Il Dipartimento di Stato della Clinton, ancora in carica, condivide il mito
Negli anni ’90, l’amministrazione Clinton ha utilizzato il preteso “genocidio di Srebrenica” per intervenire nella guerra civile bosniaca dalla parte dei musulmani bosniaci e applicare il successivo accordo di pace di Dayton per la Bosnia-Erzegovina, nel novembre 1995, con il riconoscimento reciproco tra Jugoslavia (ora Serbia), Croazia e Bosnia. Più in generale, la burocrazia del Dipartimento di Stato della Clinton ha utilizzato il “genocidio di Srebrenica”, come da allora è stato definito a seguito delle controverse sentenze pronunciate dal Tribunale Penale Internazionale per la Jugoslavia a L’Aia, per giustificare il suo sostegno ai movimenti politici musulmani non solo in Bosnia, ma in Macedonia e nella regione del Kosovo della Serbia, che attualmente cerca l’indipendenza. E poiché la maggior parte degli indirizzi della Clinton è affidata al Sottosegretario di Stato per gli affari politici Nicholas Burns, che continua l’esecuzione della strategia degli Stati Uniti nei Balcani, la sua azione politica è rimasta tale fino ad oggi.
Così, anche se l’indipendenza albanese del Kosovo è pesantemente sostenuta dagli Stati Uniti, dagli inglesi e dai tedeschi, ai serbo-bosniaci, infelici per la prospettiva di rimanere chiusi dentro una Bosnia a maggioranza musulmana, è stata negata l’indipendenza, grazie al “genocidio di Srebrenica” utilizzato come argomento principale, vale a dire che i vantaggi della guerra conseguiti attraverso il “genocidio” non possono essere sanzionati. Molti osservatori, tra cui una recente analisi del Bollettino G2, collega il sostegno occidentale dei musulmani nei Balcani a spese dei cristiani, nel quadro di una più ampia politica per placare i regimi “moderati” sunniti in Medio Oriente, nell’ambito di una coalizione anti-iraniana.

Srebrenica trasformata in un santuario per la Jihad
Tra gli elementi radicali bosniaci musulmani, il racconto di Srebrenica è stato utilizzato non solo per ottenere il sostegno alla causa generale della jihad, suscitando il sentimento tra i musulmani di essere oppressi e perseguitati dai non-musulmani, ma per costruire ciò che alcuni chiamano il “primo santuario musulmano in Europa”, un luogo di ritrovo per i musulmani di tutto il mondo con intenzioni anti-occidentali, anti-europee e anti-cristiane. Il complesso del memoriale di Srebrenica ora serve come luogo di pellegrinaggio dove i musulmani possano vedere, in prima persona, i risultati di quello che credono essere un’atrocità senza precedenti contro i loro compagni di fede.

I mass media occidentali perpetuano il mito
L’intero racconto di Srebrenica è stato supportato fondamentalmente dai media mainstream occidentali, con in testa New York Times, Washington Post, Los Angeles Times, Wall Street Journal e i principali media britannici, tedeschi e francesi, che hanno collegato le notizie dai Balcani, nel corso degli anni, con riferimenti al “genocidio di Srebrenica” definendolo, tra le altre cose, “la peggiore atrocità in Europa dalla seconda guerra mondiale“, e “macchia sulla coscienza dell’Occidente“, ecc. Fin dall’inizio, numerose voci di dissenso, sia in occidente che in ex-Jugoslavia, hanno contestato sia i mass media occidentali, sia le accuse e le sentenze dell’ICTY connesse a Srebrenica, ma non hanno ricevuto quasi nessuna pubblicità di sorta.

Il Gruppo di Ricerca su Srebrenica demistifica la menzogna
Nell’estate del 2005, nel 10° anniversario della manifestazione, il “Gruppo di Ricerca su Srebrenica” composto in gran parte de figure accademiche e mediatiche anglo-statunitensi e, così come gli ex funzionari civili ed osservatori militari delle Nazioni Unite, con esperienza sull’ex-Jugoslavia, creò  un sito web in cui l’intera storia del “massacro di Srebrenica” è stata riconsiderata e demistificata. Invece sul dato di 7-8000, i funzionari delle Nazioni Unite e gli esperti del Congresso degli Stati Uniti parlano di “700-800″, “poche centinaia”, “un totale di circa 2.000 musulmani e serbi”, ecc. Henry Wieland, capo della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite, che ha passato diversi giorni ad intervistare i profughi di Srebrenica nel luglio 1995, avrebbe detto che non aveva trovato “nessuno che avesse visto con i propri occhi una qualsiasi atrocità.”

I risultati e i verdetti forensi dell’ICTY contestati
I risultati forensi vennero richiamati all’ordine e venne affermato che l’intero processo di scavo e identificazione dei corpi era stato controllato da un’organizzazione fondata dal defunto leader islamico bosniaco Alija Izetbegovic. E un professore canadese di diritto internazionale smontò i verdetti del ICTY su Srebrenica, dimostrando, tra le altre cose, che il generale serbo-bosniaco Radoslav Krstic, condannato a 46 anni, è stato, nel verdetto del tribunale, assolto dalla partecipazione o anche dalla conoscenza del massacro, invece di essere condannato in base alla ricostruzione dell’ICTY della sua “responsabilità di comandante”.
Il testimone dell’accusa, Drazen Erdemovic, un croato bosniaco che misteriosamente apparve nelle file dell’esercito serbo-bosniaco dopo aver precedentemente combattuto nei ranghi dell’esercito musulmano bosniaco, che sostenne di aver partecipato al massacro di 1.200 musulmani a Srebrenica, venne esentato dal contro-interrogatorio perché ritenuto dalla stessa corte “mentalmente instabile” e, in definitiva, ebbe una condanna a cinque anni per la sua “cooperazione”. Eppure, i media, senza eccezioni, hanno ignorato i risultati del gruppo, anche quelli che citano i rapporti degli stessi media presenti sul terreno in quel momento.

Istituto olandese: Srebrenica era un rifugio sicuro per diverse migliaia di armati musulmani bosniaci che devastavano i villaggi serbi nei dintorni
L’Istituto olandese per la documentazione di guerra ha pubblicato un ampio rapporto, nel 2002: “Srebrenica, uno spazio ‘sicuro’“, che dettaglia tra le altre cose che Srebrenica, anche se dichiarata “zona di sicurezza delle Nazioni Unite“, in realtà non è stata mai smilitarizzata, e che molte migliaia di truppe musulmane bosniache vi erano di stanza, da dove organizzavano numerose incursioni letali contro i villaggi serbi nelle vicinanze. L’accusa è stata ulteriormente corroborata dalla relazione del segretario generale dell’ONU all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, del 15 novembre 1999. Il libro di Ivanisevic sarà presto tradotto in inglese.
Resta da vedere se i mass media occidentali aziendali continueranno ad ignorare questa e altre prove che sfatano l’affermazione che un “genocidio” anti-musulmano ha avuto luogo a Srebrenica, nel luglio del 1995. Alcuni personaggi pubblici nei Balcani hanno chiesto che una commissione internazionale su Srebrenica riesamini le prove e faccia una nuova valutazione più equilibrata e indipendente di ciò che accadde nella Bosnia orientale, durante le ultime fasi della guerra civile, nell’estate del 1995.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I fratelli d’Egitto attuano un colpo di stato preventivo

Melkulangara Bhadrakumar, Strategic Culture Foundation, 15.08.2012

Il presidente egiziano Mohammed Morsi ha fatto l’impensabile – affermando la supremazia civile su quella militare. Questo è stato un atto che doveva andare ben oltre le capacità della Fratellanza musulmana per un colpo come questo. Qualcosa è accaduto. Sei decenni di storia politica dell’Egitto sono stati chiusi. Ma questo è più di una svolta nella storia. Paesi vicini e lontani – Stati Uniti, Israele, Iran e Arabia Saudita, in particolare – ne terranno conto.
C’è silenzio nell’aria. A dire il vero, gli Stati Uniti e Israele sono traumatizzati. Israele, che non è mai a corto di parole, è senza parole. La cacciata del maresciallo Mohammed Tantawi, ministro della difesa dell’Egitto, rimuove il numero uno degli interlocutori-collaboratori degli Stati Uniti nel calcolo del potere a Cairo. Washington sembra aver completamente frainteso il panorama politico egiziano. Non più tardi di due settimane fa, il segretario alla difesa statunitense Leon Panetta aveva visitato Cairo ed espresso il suo convincimento che Tantawi e Morsi se la cavavano bene. In un commento che lo perseguiterà, oggi, Panetta aveva detto: “A mio avviso, in base a quello che ho visto [a Cairo], il presidente Morsi e il feldmaresciallo Tantawi hanno un rapporto molto buono e collaborano agli stessi obiettivi”. Ciò che Panetta diceva, era che gli interessi degli Stati Uniti a Cairo erano al sicuro, non importava la transizione democratica dell’Egitto e l’ascesa dei Fratelli musulmani, a condizione che Tantawi fosse al comando. L’autorevole opinionista del Washington Post, David Ignatius, che è collegato alla dirigenza degli Stati Uniti, ha riassunto l’acutezza del dilemma attuale dell’amministrazione statunitense:
Ciò che è indiscutibile è che i Fratelli musulmani, di cui Morsi è membro da tempo, ha rafforzato la sua presa sull’Egitto, controllando i militari, nonché la presidenza e il parlamento. Questo è un esempio di democrazia in azione e di controllo civile delle forze armate, o un colpo di stato dei Fratelli musulmani, a seconda del vostro punto di vista. Probabilmente è entrambe le cose”. Ignatius ha aggiunto, “la mossa di Morsi è avvenuta con la repentinità di un colpo di stato”. Evidentemente, vi è stato un fallimento dell’intelligence a Washington. La prima reazione della Casa Bianca è stata di rassegnazione. “E’ importante che l’esercito egiziano e i civili (il governo) lavorino a stretto contatto per affrontare la sfida economica e di sicurezza che affronta l’Egitto”, ha detto ai giornalisti il capo ufficio stampa della Casa Bianca, Jay Carney. “Ci auguriamo che l’annuncio del Presidente Morsi servirà gli interessi del popolo egiziano … e continueremo a lavorare con i leader civili e militari in Egitto, per far avanzare i molti nostri interessi comuni.”
Gli Stati Uniti capiscono che non è in loro potere sovvertire quanto è successo. Gli eventi di domenica testimoniano il drammatico declino dell’influenza degli Stati Uniti in Egitto, lo scorso anno. Ma Washington ha rapidamente risposto sostenendo che il nuovo ministro della Difesa, Abdel Fattah al-Sissi, nominato da Morsi, è una ‘nota’ figura che ha partecipato all’addestramento in un istituto militare degli Stati Uniti, circa tre decenni fa. Questo para il vero problema. Il cuore della questione è che la mossa di Morsi va ben al di là della questione dei nuovi volti militari. Ha anche annullato la dichiarazione costituzionale volta a contenere i poteri presidenziali e gli ha dato i poteri militari legislativi e altre prerogative. Ha modificato la costituzione ad interim negando all’esercito qualsiasi ruolo nella definizione delle politiche pubbliche, del bilancio e qualsiasi ruolo nella scelta di una assemblea costituente per redigere la nuova costituzione. Questo è a dir poco la presa, da parte dei Fratelli musulmani, delle leve del potere.
Chiaramente, Morsi ha agito secondo la decisione collettiva della leadership dei Fratelli musulmani. Si tratta di una decisione ben ponderata e le sue ramificazioni nella futura traiettoria delle politiche egiziane resta da vedere. Ignatius riassume, “Gli israeliani hanno detto di essere più preoccupati per la purga di domenica, preoccupati da Morsi che sta prendendo una serie di passi che possono portare verso una collisione con Gerusalemme. Ma per gli Stati Uniti e Israele, osservare gli sviluppi in Egitto è un po come andare a cavallo di una tigre, potenzialmente molto pericolosa e impossibile da governare”.
Ciò che gli Stati Uniti (e Israele) devono soppesare con attenzione in questo momento, è la connessione tra l’attentato terroristico in Sinai del 5 agosto, e la decisione di Morsi di frustare i militari. Il punto è se ci sia una connessione.

Una sceneggiatura hollywoodiana
In effetti, Washington ha rapidamente fatto seguito all’attacco terroristico del Sinai, offrendo ai militari egiziani un pacchetto di assistenza. Non prima che l’attacco terroristico avesse luogo, Israele si era anch’esso subito presentato come il miglior alleato che l’Egitto potrebbe mai pensare di avere in questi tempi pericolosi. Tuttavia, i Fratelli musulmani hanno volutamente ritenuto il Mossad israeliano responsabile della gestione dell’attacco in Sinai. Significativamente, il primo importante cambiamento di Morsi, che ha fatto seguito al misterioso attacco terroristico in Sinai del 5 agosto, è stato il licenziamento del capo dei servizi segreti, il generale Murad Muwafi, ampiamente ritenuto il singolo ‘asset strategico’ più importante degli Stati Uniti (e d’Israele) nella direzione della sicurezza egiziana.
In poche parole, i Fratelli sono diffidenti nei confronti dei tentativi degli Stati Uniti di portare il terrorismo al centro della scena del discorso egiziano, in questo frangente, quando Morsi deve ancora consolidare la sua presa sulla struttura di potere. I Fratelli sanno che se il centro si sposta sulla ‘guerra al terrorismo’, ciò inevitabilmente spingerà Cairo a ricercare la cooperazione nella sicurezza con Washington (e Tel Aviv), un’eventualità che danneggerebbe Morsi erodendone la base politica. Inoltre, ci sarebbe anche un programma che metterebbe ancor più i militari alla guida, e per molto tempo. In effetti, nelle ultime settimane, gli Stati Uniti hanno spinto la questione. Il mese scorso, quando il segretario di stato statunitense Hillary Clinton e Panetta visitarono Cairo, chiesero che l’esercito egiziano agisse con fermezza contro i militanti che operano in Sinai. Washington contava sull’esercito egiziano per stringere ulteriormente i legami del paese con gli Stati Uniti, in una comune ‘guerra al terrore’ nel Sinai. Gli Stati Uniti hanno promesso maggiore assistenza nella sicurezza all’esercito egiziano.
Poco dopo la sua visita a Cairo, Clinton ha detto alla CNN: “Abbiamo degli americani nel Sinai.  Abbiamo delle preoccupazioni per la loro sicurezza. Quindi questo non riguarda solo l’Egitto e Israele, si tratta anche degli Stati Uniti e degli altri membri di questa forza multinazionale. Perciò è nell’interesse di tutti lavorare insieme per fare in modo che la sicurezza sia vigente nel Sinai”. Vale a dire, Clinton implica che la presenza dei 700 soldati statunitensi nella forza internazionale di pace nel Sinai (con il trattato di Camp David) obbligato Washington ad intervenire per garantire che il governo Morsi non si discosti dalla politica perseguita da Hosni Mubarak verso il Sinai (implicando uno stretto coordinamento e cooperazione con Israele). Insomma, era un avvertimento a malapena dissimulato riguardo la ‘linea rossa’.
Si tratta di semplice buon senso, poiché il Sinai è una terra di nessuno senza legge, dove l’intelligence israeliana è molto attiva. Non sorprende che gli attacchi del 5 agosto abbiano sollevato una serie di domande per le quali non ci sono in realtà risposte facili. Gli attacchi hanno avuto luogo subito dopo che Morsi aveva ricevuto il capo di Hamas, Khaled Mashaal, e ordinato la progressiva eliminazione delle restrizioni al valico di Rafah, una parodia del blocco israeliano di Gaza. Ovviamente, la correzione politica di Morsi su Gaza e la sua bonomia verso la leadership di Hamas, fa suonare i campanelli d’allarme a Washington e Tel Aviv. Basti dire che Washington e Tel Aviv erano sempre più ottimiste, dopo le ultime visite a Cairo di Clinton e Panetta, verso la leadership militare egiziana, su cui potrebbero contare per un proseguimento degli orientamenti della politica estera dell’era Mubarak, nei confronti di Israele. Ma gli eventi di domenica hanno spazzato via questo ottimismo.
Chiaramente, a partire da domenica, la scommessa si ferma con Morsi. La realtà della situazione attuale è tale che solo la magistratura rimane al di fuori del controllo della presidenza egiziana. Né gli USA, né Israele, hanno un indizio su cosa pensino di fare i Fratelli nel prossimo periodo.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La “guerra all’umanità” dell’occidente

La libertà è schiavitù, il sostegno popolare è autoritarismo
La neolingua del Washington Post
Lizzie Phelan Information Clearing House 26 luglio 2012

Un recente articolo sul Washington Post di Juan Forero, intitolato ‘I nuovi autoritari dell’America Latina‘, è solo l’ultimo esempio di come la macchina mediatica degli imperialisti sia costantemente impegnata nella guerra mediatica contro le nazioni sovrane nel Sud, al fine di fertilizzare il terreno per una nuova o maggiore aggressività economica e militare contro di esse. Tali campagne di psy-op cercano anche d’influenzare gli eventi sul campo nei paesi presi di mira, in questo caso nel Venezuela in vista delle elezioni di ottobre, in cui tutti i segni puntano a un’altra clamorosa vittoria dell’attuale presidente Hugo Chávez Frías.
L’articolo fa parte dell’ala psicologica di ciò che il sito web nicaraguense ‘Tortilla con sal’ definisce “guerra all’umanità” dell’Occidente, al fine di convincere il mondo della superiorità morale di una minoranza (l’élite occidentale/imperialista) sulla maggioranza, in modo da ridurre al minimo la minaccia di uno sforzo di massa organizzato per contestare i tentativi della minoranza, sempre più volti a raggiungere una totale egemonia globale.
Nella sua morale, la minoranza sostiene attraverso la sua vasta rete di propaganda, che mentre bombarda la maggioranza, è superiore in quanto universale e quindi deve difendersi e vincere a qualsiasi costo, compresa la distruzione di intere nazioni, per non parlare dei milioni e milioni di vite, i cui governi si mettono di traverso, come il caso della Libia ha dimostrato ultimamente. Fatti scomodi, come l’impareggiabile record di crimini delle potenze  NATO/imperialiste che sostengono la loro superiorità morale, deve inesorabilmente essere legittimato attraverso i media imperialisti (compreso il Washington Post) e la rappresentazione dello spettacolo dei crimini della NATO come atti di libertà, mentre gli atti di resistenza e l’autodifesa dei loro avversari che mettono a repentaglio le pretese sulla superiorità morale e l’obiettivo dell’egemonia totale, sono presentati come crimini contro l’umanità. E così guardando attraverso la lente di Forero, le nazioni sovrane dell’America Latina, che stanno consolidando la loro libertà dal dominio occidentale attraverso l’unificazione crescente del continente, sono il male emergente contro cui il governo degli Stati Uniti dovrebbe fare qualcosa.
Il suo gancio è il recente assalto di Human Rights Watch contro il Venezuela nella sua relazione intitolata “Tightening the Grip” che, come urla il titolo, è un documento che sostiene che Chavez sia diventato più autoritario che mai. E in un colpo solo Forero trascina tutti i leader eletti dal popolo delle nazioni sovrane e progressiste del continente nella relazione su Chavez, focalizzandosi su coloro con il sostegno più grande: Rafael Correa in Ecuador e il nicaraguense Daniel Ortega.

Forero/HRW e il malvagio uomo di paglia della magistratura venezuelana
In Venezuela il punto cruciale del velenoso articolo, in linea con il rapporto di HRW, è puntato contro il sistema giudiziario del paese. Né l’articolo né la relazione menzionano che il governo venezuelano ha recentemente pubblicato un piano, per i prossimi sei anni, di cui una sezione è interamente dedicata al sistema giudiziario, che ribadisce l’intenzione del governo di affrontare questo sistema dal “carattere razzista e classista … e l’impunità“. In Occidente, tali omissioni avvengono dopo lunghe, fasulle e costose inchieste pubbliche. Questi governi non si sognerebbero mai di riconoscere il razzismo, il classismo e l’impunità diffusa in modo palese nei propri sistemi, senza, ad esempio, le decine di imbarazzanti omicidi razzisti e una sostenuta pressione dell’opinione pubblica da parte delle famiglie delle vittime, come è accaduto quando una pubblica inchiesta ha “scoperto” che la polizia britannica era istituzionalmente razzista, sulla scia dello scandaloso processo agli assassini di Stephen Lawrence.
Nel suo caso Forero cita due ex giudici che hanno accusato il governo venezuelano di dirottare il sistema giudiziario. Alti funzionari del governo, dice, avrebbero chiesto all’ex-magistrato Eladio Aponte, che nel frattempo ha cercato asilo negli Stati Uniti, dei “favori”. Forero evita convenientemente d’informare il lettore che Aponte è stato licenziato perché accusato di accettare denaro da trafficanti di droga e di fornire all’infame barone della droga, ora in carcere, Walid Makled, una carta d’identità. Durante il processo, Makled asseriva che aveva dato circa 70.000 dollari ad Aponte. Né l’articolo ricorda che Aponte prima era fuggito in Costa Rica, per eludere il processo, da dove si è recato negli Stati Uniti su un aereo dell’US Drug Enforcement Administration, niente di meno. Aponte ha negato le accuse, ma non ha fornito prove a sostegno della sua smentita. Le autorità venezuelane hanno detto che presenteranno le prove delle loro accuse contro Aponte.
Forero dedica una sola frase per ricordare che l’ex giudice Maria Lourdes Afiuni è sotto processo dopo aver “fatto infuriare Chavez con una delle sue decisioni“. Se più di 23 parole sono state dedicate al caso di Afiuni, è forse perché alcuni fatti avrebbero avuto il senso di una buona storia, come dice il vecchio adagio. Perché Afiuni, dopo aver emesso una sentenza in cui non erano presenti i procuratori (in contrasto con la legge) con cui Eligio Cedeño, un finanziere che è stato accusato di essersi appropriato di milioni di dollari e di aver avuto un ruolo in altri enormi casi di corruzione, veniva liberato, per poi subito dopo scortarlo fuori dall’aula e vedergli prendere una motocicletta su cui ha iniziato la sua fuga che, infine, l’ha portato a Miami. Indipendentemente dalla legittimità della sentenza, Afiuni ha violato unilateralmente la normale procedura di invio alla parte convenuta al centro di detenzione della corte, mentre le procedure amministrative, per quanto riguarda il suo rilascio venivano completate. E’ questo scandalo di proporzioni così gravi che fece infuriare l’opinione pubblica venezuelana e il governo, ed è per questo che Afiuni è sotto processo.
Il Washington Post comprende un paragrafo liberatorio che ammette che i leader “filo-americani“, come in Colombia, hanno “indebolito la governance democratica“. Così la Colombia è una democrazia debole, ma Venezuela, Nicaragua ed Ecuador sono regimi autoritari? Questa è un altra inversione totale della realtà. La Colombia, destinatario principale degli aiuti militari statunitensi del continente (e uno del mondo) che vanta sette basi militari statunitensi, detiene attualmente circa 5.700 prigionieri politici e ha una vista annebbiata sui 3,6 milioni di profughi interni. Tale situazione desolante è totalmente incomparabile con la realtà negli stati non-clienti degli USA, come quelli su cui Washington Post e HRW hanno concentrato la loro ira.
E in effetti il quadro più abissale globalmente, in termini di abuso interno del sistema giudiziario, è nelle mani del regime degli Stati Uniti. A differenza di Venezuela, Nicaragua ed Ecuador, negli Stati Uniti si può essere detenuti a tempo indeterminato senza accusa. Uno ogni 48 uomini in età lavorativa, si trova dietro le sbarre e la cifra non comprende le decine di migliaia di immigrati che affrontano la deportazione e le persone in attesa di condanna. Gli Stati Uniti imprigionano cinque volte più persone del Venezuela, sei volte del Nicaragua e otto volte dell’Ecuador. Mentre gli Stati Uniti sono in cima alla lista globale della popolazione carceraria, gli altri tre sono molto indietro, rispettivamente 98, 122 e 160.mo posto.
Le condizioni nelle carceri degli Stati Uniti non hanno eguali, soprattutto considerando che circa 2,3 milioni di persone vi languono. I tassi di abuso sessuale sono impressionanti e le aziende utilizzano i detenuti a buon mercato, come fonti gratuite di lavoro. Questo è il 21° secolo della schiavitù sistematica del mondo “sviluppato”, e tale fenomeno pericoloso significa che vi è in realtà un enorme incentivo monetario per l’elite aziendale, che tira le fila del sistema politico degli Stati Uniti, per incarcerare sempre di più.
Mentre il Venezuela si è impegnato ad affrontare il carattere razzista del suo sistema giudiziario, e ha sostenuto la creazione di una serie di gruppi di origine africana, che fungeranno da gruppi di pressione per garantire la lotta contro il razzismo, gli Stati Uniti hanno storicamente compiuto un giro di vite contro le organizzazioni afro-americane che lottano veramente per tali progressi. Non c’è posto in questo pianeta dove il trattamento dei neri sia peggiore, che non nel regime statunitense, come esemplificato dal fatto che dei 2,3 milioni di detenuti degli Stati Uniti, il 46 per cento sia nero, nonostante che i neri costituiscono appena il 13 per cento della popolazione degli Stati Uniti.
Ma né il Washington Post, né HRW dedicano un rapporto per scrutare lo stato dei diritti umani negli Stati Uniti, come fanno con il loro rapporto dal titolo sexy “Tightening the Grip” per il Venezuela, e la menzione sugli abusi interni negli Stati Uniti restano sepolti nelle loro relazioni annuali mondiali. Così sono i cinesi a farlo ogni anno.
Mentre HRW si adopera per propagandare la caduta del governo siriano, basandosi su una serie di traballanti video di YouTube, che pretendono di mostrare le forze di sicurezza siriane usare armi contro dei manifestanti pacifici, al riguardo il capo della Commissione ONU per i diritti umani che indaga sulla Siria, Paulo Pinheiro, ha detto: “YouTube non è un mezzo affidabile di indagine … C’è la manipolazione dei media.”, non ci sarebbe modo di montare una campagna per un cambiamento di regime negli Stati Uniti sulla base di quei video molto reali, e che dicono molto al riguardo, sulla polizia degli Stati Uniti che apre il fuoco sui manifestanti disarmati nella città della California di Anaheim.

Leader popolare o autoritario repressivo?
Continuando con questa corsa per distogliere l’attenzione su chi siano i più grandi nemici dell’umanità, il sottotono dell’articolo di Forero è che le masse venezuelane che appoggiano Chavez non sono, in qualche modo, nel pieno controllo delle propri capacità mentali, e questo è quindi un altro segno di come il governo venezuelano affamato di potere inganni il suo popolo. E così cita un giudice venezuelano che parla della sua fedeltà alla Rivoluzione Bolivariana del Venezuela e a Chavez, come esempio di come i sostenitori di Chavez siano ovunque, anche nelle istituzioni più importanti del paese. La logica ridicola sembra essere che la popolarità è pericolosa perché, con persone in tutto il mondo che sostengono il governo, ci saranno meno persone che seguiranno il suo ordine del giorno, indipendentemente dal fatto che tale ordine del giorno sia migliorare il destino di tutti i venezuelani, come ha dimostrato finora di avere fatto.
Forero ritrae con condiscendenza le masse di poveri venezuelani come pecore sotto l’incantesimo di un “accattivante leader messianico”, come se  sostenessero Chavez per nessun altro motivo se non il lavaggio del cervello del suo carisma. Ancora più aberrante, è l’uso dell’accademico Javier Corrales, autore di un libro su Chavez con il titolo apertamente razzista di Dragon in the Tropics, come fonte per aggiungere le stridule voci che sostengono che Chavez stia abusando della sua popolarità.
Non importa allora che la popolarità sia una conseguenza diretta del fatto che, da quando Chavez ha vinto la sua prima elezione nel 1999, il paese che aveva uno dei più ampi squilibri al mondo tra ricchi e poveri, abbia visto la povertà  ridursi di oltre il 50 per cento, l’analfabetismo sradicato, decine di milioni di persone ormai in grado di accedere all’assistenza sanitaria gratuita, altri milioni di persone entrare nell’istruzione superiore, cui partecipano gratuitamente, la creazione di decine di migliaia di consigli comunali che danno alla popolazione l’opportunità di partecipare al sistema politico, l’emergere di 200.000 cooperative, l’emergere di una serie di organizzazioni di donne, indigeni, di già indicati discendenti africani, e molto altro ancora. Queste sono le ragioni per le quali, come per il presidente del Nicaragua Daniel Ortega, Chavez, quando parla alle piazze, cosa che gli imperialisti non avrebbero mai il coraggio di sognare, milioni di persone accorrono per sentirli parlare. Questo è il motivo per cui, nuovamente, giunsero a milioni per difenderlo dal fallito colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti nel 2002, ed è per questo che l’hanno ripetutamente votato a milioni.
Lontani dal potere consolidato in poche mani, sia il Nicaragua che il Venezuela sono in costante movimento per rafforzare e ampliare gli organi di democrazia diretta. I consigli comunali del Venezuela sono stati citati sopra, mentre in Nicaragua, il modello di potere del cittadino continua a migliorare i modi in cui le comunità locali possono decidere come il denaro pubblico venga speso nei loro comuni. Il collegamento tra questo modello e le recenti statistiche che hanno mostrato l’FSLN riuscire a dimezzare la povertà estrema nel secondo paese più povero delle Americhe, dopo Haiti, è chiaro. E’ la gente del posto che conosce al meglio le esigenze della propria comunità e, come tali, sono loro che decidono dove gli investimenti pubblici dovrebbero avere la priorità, per uno sviluppo infrastrutturale enorme, vale a dire strade, case, tetti e lo sviluppo di energia elettrica, e le iniziative sociali che sono state rivolte, in particolare, a consentire alle donne più povere del Nicaragua a diventare autosufficienti. Il partito al governo dell’FSLN ha inoltre ampliato il numero dei rappresentanti dei governi locali, pur non aumentando il budget per i loro stipendi. Questa è una mossa che garantisce una rappresentanza più equilibrata e taglierà lo stipendio dei dipendenti pubblici, per migliorare il servizio di incentivazione monetaria/sociale di tale posizione a favore di questi ultimi.
Rivolgersi ai bisogni materiali e spirituali della maggioranza povera e degli emarginati, come le nazioni insultate da Forero hanno fatto e stanno facendo, è la chiave per garantire che godano delle condizioni che gli consentano di partecipare alla costruzione della democrazia. Nel frattempo, negli Stati Uniti e in Inghilterra per esempio, l’idea che i cittadini dovrebbero poter avere più voce in capitolo sulle politiche che riguardano le loro comunità locali, al di là di scegliere ogni tre o quattro anni, tra due o tre partiti che rappresentano tutti gli stessi interessi corporativi, che per davvero hanno voce in capitolo, è inaudito.
In Libia, lo stile preferito dall’Occidente di “democrazia” è arrivato in groppa al fosforo bianco e ai missili da crociera Tomahawk, a spese del sistema di democrazia diretta che vi si stava costruendo, per non parlare delle decine di migliaia di vite, di milioni esistenze, di una stabilità e un livello di sviluppo che avevano portato il popolo libico al più alto standard di vita in Africa.

Smascherare il missionario
Ma HRW ha una preferenza per la propaganda a favore della distruzione tali progressi nei paesi in cui, l’equilibrio di potere, non è a favore delle potenze della NATO. Dalla sua fondazione nel 1978 come Helsinki Watch, ad opera della Fondazione Ford, HRW ha costantemente promosso l’intervento umanitario nei paesi considerati avversari dall’Occidente. Più di recente in Libia, HRW è stato uno dei firmatari del documento che ha portato alla sospensione della Libia dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, in violazione delle procedure delle Nazioni Unite, e alle successive risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che hanno portato a nove mesi di attacchi aerei supportati da circa 40 paesi della NATO.
Nella sua lunga e sporca storia, HRW nel 2010 annunciò che avrebbe accettato 100 milioni dollari da George Soros, che è il vaso di miele dietro cui vi sono alcune dei più potenti think-tank, gruppi di pressione e ONG degli Stati Uniti, e che perciò gode di un peso notevole nell’influenzare la politica estera imperialista degli Stati Uniti. Nella lunga lista di malvagi sostenitori di HRW  vi è la Fondazione Sandler, che ha dato circa 30 milioni di dollari al gruppo. La fondazione è una creatura di Herb e Marion Sandler, che sono stati i donatori principali dei democratici e che hanno contribuito a fondare una serie di think-tank e gruppi di pressione, tra cui il Center for American Progress, anch’esso finanziato da Soros e guidato da John Podesta, il capo di stato maggiore della Casa Bianca sotto la presidenza Clinton. Non sorprende perciò che la fondazione abbia costantemente promosso l’ingerenza degli Stati Uniti nel sud, compreso il sostegno alla saga KONY2012 che faceva appello a un intervento militare in Uganda con un pretesto completamente fasullo.
In breve, se si segue il denaro dei paesi della NATO nella vasta rete di think-tank, lobbisti, ONG, giornali, siti web, canali di notizie, musica e industria del cinema, Washington Post e HRW inclusi, quasi sempre può essere riconducibile a una élite aziendale o “filantropica”, che ha interesse nel promuovere l’agenda dell’egemonia globale dei paesi della NATO.
Ho notato una certa sorpresa da parte di persone che scoprono il ruolo delle organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International. Il discorso dell’intervento umanitario, tuttavia, è forse uno dei più vecchi trucchi nel libro dell’impero occidentale, ma si è solo evoluto il suo travestimento. Questo articolo di Global Research ha fatto bene a chiamare le ONG occidentali moderni “Missionari dell’Impero” o come Black Agenda Report ha etichettato HRW, “Guerrieri dei diritti umani per l’impero“. I resoconti della prima presenza inglese in Africa, come quelli indicati in Things Fall Apart di Chinua Achebe, mostrano il modo insidioso con cui i missionari, in seguito alla prima spartizione dell’Africa alla Conferenza di Berlino, s’infiltrarono nelle comunità africane e usarono alcuni punti di tensione come opportunità per promuovere l’idea, a sezioni delle minoranze di quelle comunità, che le loro rimostranze verso la loro comunità erano esempi di grave sofferenza, la cui causa era l’arretratezza morale della loro società e che poteva essere risolta abbracciando l’unico percorso morale corretto, la chiesa inglese. Questa scissione della comunità ha fatto sì che, sul momento, le conseguenze disastrose divenissero chiare a tutti, mentre le assai più gravi sofferenze venissero sentite quando era troppo tardi.
Le ONG operano più o meno allo stesso modo oggi, facilitando i disegni imperiali che portano solo a guerra, instabilità e miseria alla maggioranza dei popoli del Sud, dietro la maschera delle persone dei “diritti umani“. E’ una maschera, tuttavia, che viene strappata, prima con l’appello di ALBA ai paesi membri a espellere l’USAID e i suoi rappresentanti, e poi questa settimana con il presidente russo Vladimir Putin che firma un disegno di legge che obbligherà tutte le ONG che ricevono finanziamenti esteri, a registrarsi come agenti stranieri, e più recentemente con Chavez che ha espulso dal Venezuela l’Inter-American Human Rights Court dell’OSA. L’OSA è naturalmente un altro strumento di dominio occidentale sulla regione, un corpo che dovrebbe promuovere la democrazia che è di per sé antidemocratico e continua a violare la volontà della maggioranza dei suoi membri di porre fine al blocco criminale contro Cuba.
La decisione di Chavez di ritirarsi, ha detto, proviene “dalla dignità, e li accusiamo di fronte al mondo di essere inadatti a definirsi un gruppo per i diritti umani.” Non è inaudito che tali gruppi siano banditi dai governi del  Sud dai loro paesi, quando si trovano ad affrontare un’effettiva aggressione militare. Ma la guerra contro tali paesi sovrani comincia molto tempo prima di un’azione militare diretta. Inizia con articoli come quello di Forero.

Phelan è una giornalista freelance specializzata nelle lotte dei popoli che difendono il loro paese contro le violazioni alla sua sovranità. Attualmente in Nicaragua, ha fatto corrispndeza dalla Siria e dalla Libia per PressTV e Russia Today. Il suo blog.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il governo siriano ha ragione, gruppi armati operano in Siria

Infosyrie

Vi proponiamo la traduzione di un articolo pubblicato il 3 agosto sul blog di Joshua Landis, Syria Comment, uno dei più acuti sulla questione, assai  consultato dai giornalisti statunitensi e anglosassoni, Landis ha scritto per i media e i giornali più prestigiosi degli Stati Uniti – CNN, New York Times, Wall Street Journal, Washington Post, ecc. Joshua Landis, uno statunitense sposato con una siriana, affronta qui il problema dei gruppi armati, la cui esistenza è costantemente negata in generale – o ignorata – dai media occidentali. Il suo articolo è stato scritto dopo l’uscita del famosa e terribile video che mostra dei manifestanti chiaramente islamiti e certamente anti-regime, appendere dei cadaveri insanguinati dal ponte sul fiume Oronte, ad Hama. Si riferisce anche a un altro video – pubblicato il 3 agosto da Infosyrie.fr - che mostra due camion dell’esercito siriano cadere in un’imboscata a Banias, ad aprile: è uno dei nove soldati uccisi in questa occasione era un cugino della moglie di Landis, il tenente colonnello Yasser Qash’ur. Questo dramma familiare, ma anche attento esame degli elementi esistenti di altre prove del coinvolgimento di gruppi armati dell’opposizione a Jisr al-Shoughour o Hama, porta Joshua Landis a concludere che le versioni fornite dalle autorità siriane su questi incidenti sanguinosi sono corrette, e che la stampa occidentale ha sempre rifiutato di vedere la verità in faccia, per motivi legati alla buona coscienza e alla conformità ideologica. Sì, ripete Landis, ci sono gruppi armati che operano in Siria, che tentano, con successo finora, di coinvolgere il noto e fatale ciclo “provocazione-repressione“, ben noto ai professionisti delle rivolte e della destabilizzante.
Questa conclusione di un esperto riconosciuto di questioni siriane, tanto più che la seconda parte dell’articolo di Landis non è altro che favorevole al regime baathista: afferma che troppi siriani attualmente soffrono la povertà e un totale mancanza di prospettive, e sono quindi ideali per essere reclutati dai gruppi armati eversivi: avremo riserve sul quadro molto desolante di Landis sul regime che ha comunque suscitato molti anni di progresso sociale ed economico.  Ma la sua tesi, preoccupante, sulla frangia radicale degli oppositori e dell’irrigidimento parallelo dei sostenitori del regime è credibile: lo spettro della guerra civile in Iraq è iniziata ha profilarso in Siria, nei pressi di Hama e Homs. I pompieri piromani della France – il tandem Juppé-Sarkozy – e altrove – che spalleggiano l’Unione europea o, talvolta precedono i desideri del Pentagono, del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca – ne devono essere ben consapevoli.

La controversia sui gruppi armati
Joshua Landis 4 agosto 2011

Ho parlato della “polemica sui gruppi armati” nei miei ultimi due articoli. Nella sezione commenti, i siriani hanno discusso se l’opposizione  accoglie nelle sue fila elementi attivisti che uccidono i soldati siriani. Un certo numero di analisti, tra cui un tale Majd Eid, si univano al dibattito di ieri su France24, sostengono che è una rivolta non violenta. Essi insistono sul fatto che le truppe siriane uccidano altri soldati, non elementi dell’opposizione.  Questi massacri avvengono quando le forze di sicurezza rifiutano gli ordini di sparare sulla folla, insistono. Ad oggi, non ci sono prove che l’esercito siriano abbia ucciso suoi commilitoni per aver rifiutato un ordine diretto. Al contrario, la maggior parte delle prove disponibili rafforza le affermazioni del governo, secondo cui elementi armati dell’opposizione sparano alle forze di sicurezza.
Questa polemica è nata ad aprile durante le proteste di Banias, quando nove soldati sono stati uccisi sulla strada principale, su due veicoli al di fuori della città. Gli attivisti hanno annunciato che i soldati erano stati assassinati a Banias da altri soldati per essersi rifiutati di sparare sulla folla. Questa storia s’è dimostrata falsa, ma è stata trasmessa dalla maggior parte della stampa occidentale e non è mai stata corretta. Ho scritto un articolo su questa polemica il 14 aprile con il titolo: La stampa occidentale esagera – Chi ha ucciso i nove soldati di Banias? Non le forze di sicurezza siriane. La ragione per cui mi sono interessato a questo caso è che il cugino di mia moglie, il tenente colonnello Yasir Qash’ur, è stato uno dei nove soldati uccisi quel 10 aprile. Noi lo conoscevamo bene. Abbiamo parlato con il fratello di Yasser, il colonnello ‘Uday Ahmad, che era seduto nella parte posteriore del camion in cui sono stati uccisi Yasir e diversi soldati. ‘Uday ci ha detto che i loro due camion militari sono stati attaccati mentre stavano attraversando un cavalcavia, da uomini bene armati nascosti dietro le barriere e le piante, sui tetti degli edifici, lungo la strada. Hanno tempestato il convoglio con armi da fuoco automatiche, uccidendo nove persone. L’incidente non aveva niente a che fare con soldati che rifiutano gli ordini. La sua descrizione dei fatti era in contraddizione con tali le storie che ho letto sulla stampa, ed ho iniziato a scavare sull’argomento. Un video successivo sullo scontro a fuoco è stato trovato e mostrato alla televisione siriana. Ha confermato il racconto di ‘Uday. La stampa occidentale e gli analisti non sono disposti a riconoscere che elementi armati sono diventati attivi. Hanno preferito raccontare una bella favola di “buoni” che combattono dei “cattivi”. Non vi è dubbio che la maggior parte dell’opposizione è pacifica ed è stata presa di mira da soldati e da cecchini egualmente assassini. Ci si chiede solo perché questa storia non poteva essere raccontata tenendo conto della realtà – che elementi armati che sono venuti per uccidere, hanno anche un ruolo.
Durante gli scontri sanguinosi di Jisr al-Shoughour, la stampa occidentale per la maggior parte ha ripetuto le affermazioni dell’opposizione, che aveva annunciato che 100 soldati erano stati uccisi, non da elementi dell’opposizione, ma da altri soldati. I giornali hanno insistito che i militari siriani erano stati uccisi in questa città da altri soldati per aver rifiutato gli ordini di sparare sulla gente. Le dichiarazioni del governo, che dicono che i soldati sono stati uccisi da elementi armati che hanno teso un agguato, furono sistematicamente ignorate. Oggi, ecco un video che supporta la versione  degli eventi del governo: i soldati di stanza in città sono stati attaccati da un’opposizione armata e organizzata. Ecco un video che mostra alcuni di questi soldati prima che fossero uccisi. I primi minuti mostrano i soldati dopo che sono stati uccisi. Ecco il video originale, inedito, i corpi prima di essere messi sul camion.
Nella battaglia di Hama, il video che mostra i corpi gettati da un ponte in un fiume è stato oggetto di controversie. Questo video, realizzato mettendo a confronto la vista del ponte da Google Earth con quello che abbiamo visto nel video, dimostra che il film è nuovo, viene da Hama e mostra elementi dell’opposizione gettare i corpi dei soldati dal ponte autostradale sul fiume ‘Asi, a nord di Hama, sull’autostrada per Aleppo.
Qual è il significato dell’emergere degli elementi dell’opposizione armata? Un dei principali attivisti anti-governativi, parlando alla CNN, l’ha ben spiegato. Ecco la storia di Arwa Damon e Nada Husseini, trasmessa alla CNN il 2 agosto:
Un importante attivista anti-governativo, che ha chiesto di non essere nominato a causa dei pericoli associati alla divulgazione di queste informazioni, ha detto alla CNN che la relazione sulla televisione di stato siriana era corretta. I corpi sono quelli dei membri della polizia segreta uccisi da miliziani siriani provenienti dall’Iraq per unirsi alla lotta contro il governo, ha spiegato l’attivista, che ottiene informazioni relative agli eventi da una vasta rete di corrispondenti.
“L’attivista stesso ha sottolineato che questi estremisti non sono rappresentativi del movimento di protesta. Elementi marginali violenti sono emersi per fomentare i torbidi in Siria. Secondo uno studio dell’International Crisis Group, rilasciata il mese scorso, alcuni elementi anti-governativi hanno preso le armi. Tuttavia, afferma il rapporto, “la stragrande maggioranza delle perdite riguarda manifestanti pacifici, e la stragrande maggioranza della violenza è stata perpetrata dai servizi di sicurezza. L’attivista ha anche detto che la pubblicazione di questo video è come una spada a doppio taglio per gli avversari.
“Da un lato, dice, i manifestanti pacifici devono essere consapevoli dell’esistenza di questi elementi marginali. Questo dovrebbe incoraggiare più persone a rifiutare sia il regime che questo tipo di aggressione armata, e conservare gli obiettivi di una protesta pacifica. Ma a llo stesso tempo, ha detto, gli incidenti danno credito alle affermazioni del governo siriano, secondo cui attacca solo “bande armate”. Una tale violenza (da parte degli attivisti, ndr), dice ancora una volta, potrebbe far sì che la comunità internazionale sia riluttante nell’aumentare la pressione sul regime siriano“.
Molti sostenitori del movimento rivoluzionario hanno risposto a questi video, chiedendo: “Cosa si aspettavano? I siriani aspetterebbero di farsi uccidere? Naturalmente la violenza genera violenza. Questo è normale e l’unica sorpresa è che si ci sia voluto tanto tempo per scoppiare.”
E’ un argomento incontestabile. L’opposizione siriana è stata lenta a prendere le armi nel tentativo di rovesciare il regime baathista. Il Movimento degli ufficiali liberi è sempre più importante. Il video più recente pubblicato dal MUL mostra che il numero dei membri è cresciuto, anche se l’organizzazione è ancora balbettante. Il suo leader dice che difenderà i civili contro le “azioni barbariche del regime e dei suoi Shabbiha (giovani delinquenti della comunità alawita nella regione costiera del nord del paese, che si ritiene abbiano avuto un ruolo nella repressione di determinate manifestazioni dell’opposizione, ndr) “. Altre organizzazioni armate sono scese in strada, ma nessuno ha ufficialmente dichiarato la loro esistenza o obiettivi politici definiti. Questo dovrebbe certamente essere fatto nei prossimi mesi.
Fin dall’inizio, abbiamo avuto una guerra dei video. Quello di una donna che dice addio al marito, ucciso a Hama il 2 agosto, è patetico. Questi video sono come una chiamata alle armi.
Il regime si batterà fino alla fine e ha ancora uno spirito combattivo. I militari hanno molti vantaggi rispetto ad un’opposizione divisa. E’ improbabile che il sistema “collassi“, come previsto da alcuni attivisti, o evapori alla maniera di quello di Ceaucescu. Se deve essere sconfitto, sarà sul terreno e con la forza. E’ difficile immaginare un esito diverso. Naturalmente, se Damasco e Aleppo manifestano in massa assieme, la rottura potrebbe essere accelerato, ma l’esercito e il Baath non rinunceranno alla partite. Le divisioni della Siria sono troppo profonde. La paura della vendetta e della pulizia etnica rafforzerà la determinazione di tutti coloro che hanno sostenuto il regime in vigore per decenni. Se la leadership siriana avesse voluto passare il potere pacificamente e  stabilire una sorta di accordo costituzionale, lo avrebbe fatto.
La povertà e la perdita di dignità sperimentata da molti siriani sono una dimensione molto pesanti della realtà in questo paese. Il 22% dei siriani vive con due dollari al giorno o meno. Questo è un fatto sorprendente. Sarà molto peggio quando le difficoltà economiche e la perdita di posti di lavoro cominceranno a moltiplicarsi. La Siria è piena di persone che hanno poco da perdere, che hanno un basso livello di istruzione e poche prospettive per una vita migliore e più dignitosa. Il potenziale di violenza e criminalità è importante. Ancora più preoccupante è la mancanza di leadership delle forze dell’opposizione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 151 follower