Sinofobia, la Siria e la “sinistra degenerata”

Return2source 12 dicembre120209040617-china-syria-russia-flags-story-topIl formale riconoscimento del Dipartimento di Stato USA della coalizione dell’opposizione siriana (SOC) non è un piccolo intoppo della campagna mondiale imperialista per rovesciare il presidente siriano Bashar al-Assad. Pretendere, come molti nella sinistra degli Stati Uniti, che gli Stati Uniti e la Francia non combattano attivamente contro Assad sostenendo materialmente i ribelli, non è più possibile, anche dal punto di vista dei tecnicismi. Armi e munizioni continuano a fluire verso i ribelli in Siria, e se tale aiuto letale è opera della Central Intelligence Agency o dei regimi fantoccio nel Golfo Persico, non fa alcuna differenza fondamentale per la missione imperialista in Siria. Gli Stati Uniti non possono lanciare un attacco militare alla Siria, grazie al non trascurabile sostegno di Cina e Russia, che hanno dato solidarietà materiale sotto forma di dissuasione militare, ma i missili cruise di sinistra del The North Star non possono continuare a sostenere che “dal punto di vista dell’alleanza USA-Israele, non ci sarebbero vantaggi o buone opzioni dalla rivoluzione siriana.”(1)
In risposta alle accuse sulle armi chimiche, apparse la scorsa settimana, da parte di Washington, Pham Binh, autore di “Libia e Siria: Quando l’anti-imperialismo sbaglia”, ha scritto un’altra tirata a favore della ribellione denunciando la sinistra anti-imperialista. Binh sostiene che la minaccia di un intervento militare contro la Siria è vuota, ma va oltre nella sua denuncia dell’anti-imperialismo, affermando che gli Stati Uniti e l’Europa occidentale hanno tutto l’interesse a vedere Assad restare al potere. (Vecchia barzelletta già sentita riguardo Gheddafi. I ratti rossi sono monotematici e senza fantasia. NdT.)
L’individuazione, analisi e lotta contro le premesse di base di ciò che Takis Fotopoulos chiama “sinistra degenerata” sono importanti, alla luce della mancanza di unità della sinistra sulla questione della Siria. La maggior parte della sinistra non prende posizioni orribili, come quella di The North Star, ma il rifiuto del marxismo-leninismo come mezzo di comprensione dell’imperialismo ha messo molti, nella sinistra statunitense, dalla parte degli imperialisti. Una delle ragioni principali dell’abbandono dell’anti-imperialismo è la volontà della sinistra degli Stati Uniti di impegnarsi nella sinofobia e di non riconoscere l’importante ruolo della Cina nella politica mondiale. Come seconda più grande potenza economica del mondo, l’avanzata della Cina ha di fatto cambiato il modo di operare dell’imperialismo USA, e svolge oggi il ruolo di contrappeso all’aggressione alla Siria. Anche se il suo ruolo è carico di contraddizioni, identificare la Cina come un nemico piuttosto che come un alleato molto importante del movimento anti-imperialista globale, è un punto di partenza pericoloso che porta a conclusioni ugualmente pericolose, e degenerate.

La sinofobia e la “sinistra degenerata”
Vi è una sezione incredibilmente piccola della sinistra degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale, che sostiene la Cina come paese socialista (Workers World Party, Freedom Road Socialist Organization e il Party for Socialism and Liberation sono i tre gruppi marxisti più noti). Vi è una sezione leggermente più grande, della sinistra, che ha una visione ambivalente della Cina e dell’influenza cinese, inclusi ma non limitati al revisionista  Partito Comunista USA e il rifondatore Committee for Correspondence on Democracy and Socialism. Tuttavia, la maggior parte della sinistra degli Stati Uniti ha una visione del tutto negativa della Cina. Gruppi come International Socialist Organization (ISO) e l’International Marxist Tendency condividono la stessa visione della Cina del Wall Street Journal (WSJ) e dell’Economist, che la trattano da paese a capitalismo di stato. Inoltre, di norma l’ISO arriva oltre equiparando la Cina a una potenza imperialista uguale agli Stati Uniti. Anche la Segretaria di Stato Hillary Clinton potrebbe trovare un terreno comune con questa posizione, dato il suo commento in un vertice in Tanzania, lo scorso anno, secondo cui la Cina persegue una politica di “nuovo colonialismo” in Africa. Clinton ha fatto questi commenti senza un pizzico di ironia, così come non vi è alcuna ironia in “Record dell’imperialismo della Cina“, un articolo apparso sul Socialist Worker del 2009. Questo è ovviamente un parere condiviso da The North Star, che chiama la Cina “elemento di sostegno essenziale, forse il supporto essenziale, al dominio capitalista internazionale“. (2) Ciò è un importante punto di partenza per comprendere le basi teoriche della “sinistra degenerata” di cui The North Star fa parte.
Significativamente, nell’ultimo pezzo di Binh non vi è alcuna menzione della deterrenza militare o politica fornita da Cina e Russia sulla Siria. Nel pezzo originale, difendendo l’intervento della NATO in Libia e Siria, Binh fa menzione dell’opposizione della Cina e della Russia all’intervento in stile Libia, dicendo: “Paradossalmente, la vittoriosa campagna della NATO in Libia ha reso una futura campagna USA/NATO in Siria meno probabile. Russia e Cina sono ora determinate a bloccare qualsiasi tentativo di applicare il modello libico in Siria al Consiglio di sicurezza, e l’amministrazione Obama non è disposta a sfidarle avviando un’azione militare unilaterale in stile Bush, per il momento.” Cinque mesi più tardi, il ruolo di Cina e Russia non merita neanche una menzione, anche se Binh ridicolizza la sinistra anti-imperialista che risponde a nuovi segni di aggressione. Al contrario, la spiegazione della riluttanza di Washington ad intervenire direttamente per conto dei ribelli, si riduce a tre punti principali: (1) Washington non ha le truppe necessarie per invadere e occupare la Siria, (2) il Senato degli Stati Uniti limita la capacità di Obama di lanciare una no-fly zone, e (3) gli Stati Uniti fondamentalmente non vogliono vedere rovesciato Assad, perché la ribellione è pro-palestinese e i palestinesi sostengono la ribellione.

Il ruolo della Cina e della Russia come contrappesi all’imperialismo
Cominciamo con il secondo argomento sulla mancanza di sostegno politico interno, al Senato degli Stati Uniti, a una no-fly zone. L’argomento di Binh è risibile dato che Stati Uniti, Francia, e le altre potenze imperialiste hanno già spinto per una no-fly zone attraverso le Nazioni Unite, come hanno fatto un anno fa, per lanciare l’assalto alla Libia, a giugno. Se avessero affrontato le stesse astensioni di Cina e Russia, come è successo con la no-fly zone in Libia, non vi è motivo di ritenere che l’intervento militare non si sarebbe già verificato. Tuttavia, la Cina e la Russia hanno, infatti, posto il veto al Consiglio di sicurezza dell’ONU verso la no-fly zone, riducendo notevolmente la percezione  di un consenso internazionale verso le operazioni militari straniere in Siria.
Ad agosto, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, “ha avvertito l’occidente a non intraprendere azioni unilaterali contro la Siria, affermando che la Russia e la Cina sono d’accordo che violazioni del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, vanno vietate.” (3) Sia la Cina che la Russia continuano a supportare la Siria e a spezzare le sanzioni dell’occidente al governo di Assad, con la Russia che si fa avanti aiutando effettivamente il governo siriano nel conflitto. Sia la Cina che la Russia continuano a chiedere una soluzione politica della crisi siriana, e sconfessano esplicitamente la strategia dell’esercito libero siriano di prendere il potere attraverso la guerra. E sia la Cina che la Russia si sono opposte all’escalation degli Stati Uniti, tra cui il recente collocamento di missili Patriot sul confine turco-siriano.
La Cina e la Russia risponderebbero militarmente se l’occidente intervenisse unilateralmente in Siria? E’ difficile dirlo, anche se la Russia è molto più pronta a lanciare un contrattacco per difendere il governo di Assad. Il punto più saliente è che la Cina e la Russia hanno esercitato la loro influenza in contrappeso all’imperialismo occidentale, riguardo la Siria. Le potenze imperialiste occidentali possono ancora intervenire militarmente in Siria, ma vi assicuro che uno dei più grandi ostacoli che li ha tenuti a bada, finora, sono la Cina e la Russia. Che cosa dovremmo pensare dell’astensione della Cina e della Russia al voto per la no-fly zone in Libia, alle Nazioni Unite nel 2011, che ha facilitato il barbaro assalto della NATO contro il popolo libico e la caduta di Muammar Gheddafi? Ritengo che sia la Cina che la Russia la ritengano  un fallimento; un passivo ‘rimorso del compratore’. Martin Beckford del Telegraph ha segnalato questo, “nelle prime settimane dell’attacco della NATO: la Cina, che affronta spesso critiche per la soppressione dei propri movimenti democratici interni, ha detto che “deplora” l’azione militare e rispetta la sovranità della Libia. Un comunicato del Ministero degli Esteri ha dichiarato: “La Cina ha preso atto degli ultimi sviluppi in Libia, ed esprime rammarico per gli attacchi militari contro la Libia. Speriamo che la Libia sia in grado di ripristinare la stabilità nel più breve tempo possibile ed evitare ulteriori vittime civili, a causa dell’escalation del conflitto armato”, ha aggiunto.” (4) La reazione della Russia è stata simile.
La Cina ha raramente usato il suo potere di veto al Consiglio di Sicurezza, e la Russia post-1991 ha seguito questa strada e, nonostante ciò, entrambe hanno supportato in silenzio nazioni indipendenti come la Siria. Tuttavia, l’entità e la ferocia dell’assalto alla Libia ha spinto il Partito Comunista Cinese (PCC) a cambiare posizione, riassumendo la sua inazione come un fallimento di cui “rammaricarsi”.

Scemo e più scemo: la sinofobia e il cinismo fuori luogo della sinistra degenerata
Binh e quelli del The North Star saranno pronti a sottolineare gli interessi  commerciali in Siria di Cina e Russia, insieme alla loro stretta relazione economica con l’Iran. Yusef Khalil dell’ISO, ha descritto il veto della Cina e della Russia a una no-fly zone sulla Siria, come “una [mossa] per proteggere i propri interessi imperialisti nella regione.” (5) La questione della Russia è un argomento altrettanto importante, ma la dovremo riservare per un’altra volta. Certo, la Cina è partner commerciale della Siria e il più grande titolare estero nella partecipazione al petrolio siriano. (6) Dopo l’embargo paralizzante fissato dall’Occidente, la Cina ha continuato ad acquistare petrolio siriano, minando gravemente il successo della ‘guerra delle sanzioni’. (6) Tuttavia, questo inevitabile contro-argomento è difettoso e ridicolo come l’intera premessa secondo cui la Cina sia un paese imperialista. Adel al-Toraifi, capo- redattore di al-Majalla News, dipana gli argomenti di tutti coloro che sostengono che la posizione della Cina sulla Siria sia basata su considerazioni economiche: “…La Cina ha avuto rapporti commerciali con la Siria, e una forte cooperazione economica con il regime di Bashar al-Assad dal 2001, dopo che entrambe le parti hanno firmato un accordo di cooperazione economica e tecnica, il che significa che la Cina è il terzo più importante partner commerciale della Siria. Tuttavia, il volume degli scambi commerciali tra i due paesi, pari a 2,2 miliardi di dollari nel 2010, è nulla in confronto allo scambio commerciale tra la Cina e gli Stati del Golfo, che supera i 90 miliardi di dollari all’anno. Quindi la Cina non è troppo preoccupata per la perdita della Siria come partner economico, ma il problema non è la perdita di utili o di affari, in particolare gli interessi cinesi sono protetti opponendosi alle mosse statunitense ed europea per promuovere un cambiamento di regime nel Medio Oriente.” (7)
Sostenendo che la Cina, un paese che in linea di massima non ha esercitato il suo potere di veto al Consiglio di Sicurezza, improvvisamente segua un capriccio e sostenga un partner commerciale minore come la Siria, sfida la logica. Solo una analisi cruda dei numeri di base, rivela che la Cina aveva oltre 20 miliardi di investimenti nella Libia del governo di Gheddafi, quasi dieci volte l’ammontare degli investimenti in Siria. (8) Il petrolio è un fattore determinante nella diversa linea  della Cina sulla Siria, rispetto la Libia? Ma neanche ci si avvicina. La Siria è un piccolo  produttore di petrolio, per gli standard del Medio Oriente, meno dell’1% delle esportazioni di petrolio siriane va in Cina (meno di 4.000 barili al giorno). (9) La Cina ha importato più di 15000 barili di petrolio libico al giorno con Gheddafi, ovvero circa 37,5 volte la quantità importata dalla Siria. (10)
Potremmo continuare a svelare l’argomento dell’interesse economico della Cina attraverso altri confronti economici. Per il bene del lettore, però, andiamo al sodo: la Cina ha molto meno motivi di partecipare alla difesa della Siria dalle aggressioni occidentali, di quanto abbia fatto con la Libia, ma le due domande hanno suscitato risposte diverse. La sinistra degenerata e la destra degli Stati Uniti condividono un cinismo comune verso le azioni cinesi negli affari mondiali. Tuttavia, la destra usa cinicamente la sinofobia come una tattica di pura propaganda volta a suscitare il nativismo negli Stati Uniti. La sinistra degenerata, d’altra parte, sembra davvero credere a questa farsa, ripetendo le stesse bugie a danno del movimento mondiale anti-imperialista.

La sinofobia della sinistra degenerata la spinge a saltare nel neo-conservatorismo
La politica estera della Cina è un eco lontano dal supporto critico dell’Unione Sovietica alle lotte di liberazione nazionale in tutto il mondo. In realtà, è importante per gli anti-imperialisti notare e criticare gli errori di politica estera commessi da Pechino, durante il conflitto cino-sovietico, che fin troppi gruppi statunitensi del nuovo movimento comunista hanno abbracciato acriticamente. Tuttavia, la sinistra degenerata che paragona la Cina a un interessato concorrente mondiale imperialista degli Stati Uniti, ha trascurato  totalmente le effettive dinamiche in gioco.
Poiché la maggior parte della sinistra occidentale vede nel commercio globale solo un affare diretto da multinazionali, vede il ruolo della Cina nel mercato mondiale come parte della stessa macchina imperialista, contro cui protesta nei propri paesi. Un elemento di opportunismo politico gioca in questa analisi, anche se si considerano le fiammate sinofobe palesemente alimentate da molti sindacati degli Stati Uniti. La sinistra degenerata ha un atteggiamento cinico nei confronti della Cina, anche quando fa qualcosa di incredibilmente lodevole come porre il veto alla risoluzione per la no-fly zone, derivante principalmente dal suo abbraccio della propaganda sinofoba. The North Star, insieme ad altri blog come Politics in the Zeroes, continuano a tacciare la Cina per il “massacro” di Piazza Tiananmen, dicendo che negli USA non sarebbe accaduto. (11) Naturalmente la Cina è sempre falsamente indicata quale potenza imperialista, per il suo rapporto con il Tibet, nonostante gli interessi feudali e imperialisti che alimentano il movimento Free Tibet. (12)
Con tutte le sue contraddizioni, la Cina rimane un paese socialista. Le leve fondamentali dell’economia sono ancora controllate dallo Stato, che è controllato solo dal partito comunista ed è orientato verso gli operai e i contadini. Un settore capitalista si è sviluppato in Cina, dalle riforme di Deng Xiaoping che rispecchiavano la nuova politica economica di Lenin, ma questo settore è del tutto dipendente dallo stato socialista. E anche se la Cina non è più un fautore verbale della rivoluzione mondiale, molti definirebbero questo revisionismo, la sua linea sulla questione siriana dimostra l’impegno costante del PCC nell’anti-imperialismo e nello sviluppo indipendente. Respingendo la Cina e tutta l’esperienza socialista del 20° secolo, la sinistra degenerata accetta già le premesse di base dell’elite di destra e borghese degli Stati Uniti. Naturalmente non si ferma solo alla Cina.
Se si respinge la Cina quale capitalismo di stato, o anche come stato imperialista, allora si deve andare oltre, rifiutando gli stati nazionalisti borghesi, come il governo di Assad in Siria o il governo di Gheddafi in Libia. Ogni tentativo di sostenere contro l’aggressione occidentale questi governi, da parte della Cina, o anche la Russia, viene visto come un’azione inter-imperialista, secondo la sinistra degenerata. Con ciò, i cosiddetti marxisti dei vari gruppi possono rispolverare Lenin, citando fuori contesto alcune sue denunce della Seconda Internazionale, e riprendendole oggi. Alcuni, come Binh, saltano Lenin e arrivano a Malcolm X, stracciando “con ogni mezzo necessario” in modo così grossolanamente fuori contesto, usando uno dei leader più rivoluzionari della liberazione nazionale, per giustificare lo stesso imperialismo contro ha combattuto.
Tutti si compiacciono nella loro soddisfazione di opporsi alla tirannia, nemmeno più il capitalismo, ma il concetto metafisico della tirannia, per conto di un immaginario movimento dei lavoratori ‘dal basso’. Questo ultimo punto, riguardo la semplicistica e completamente anti-dialettica visione del mondo della sinistra degenerata, è molto importante per capire il suo rapporto con il neo-conservatorismo. Perché la Siria è uno stato borghese, con una economia capitalistica, il degenerato vede il governo di Assad e le sue azioni nel vuoto politico. Non vi è alcuna comprensione dialettica delle contraddizioni primarie e secondarie, che rivelano che la lotta delle nazioni oppresse contro le nazioni che opprimono sono la contraddizione principale che affronta il popolo siriano. Invece, Assad è visto dalla sinistra degenerata allo stesso modo con cui Saddam (Hussein) era visto dall’amministrazione Bush: un tiranno che nega la libertà e la democrazia alla propria gente. Secondo questa visione del mondo, Assad non può essere progressista in qualsiasi contesto, perché guida uno stato borghese. Non importa che sia un nazionalista in opposizione all’imperialismo occidentale! Non importa che l’economia siriana sia ancora in gran parte controllata dallo Stato! Non importa che sostenga le lotte di liberazione nazionale in Palestina e in Libano! Opprime il suo popolo; una frase particolarmente condiscendente verso qualsiasi cosa che possa far parlare di sé la gente. E naturalmente non c’è discussione o differenziazione verso i popoli colpiti dalla repressione dello stato siriano (collaboratori e simpatizzanti dell’imperialismo, terroristi).
La Cina è anche uno dei fattori in questa visione tautologica del mondo. Per il degenerato di sinistra, la solidarietà internazionale da uno Stato, ogni Stato, è categoricamente impossibile, perché ritiene che più o meno tutti gli Stati siano capitalisti. Si consideri la tautologia qui all’opera: quando la Cina vieta una risoluzione sulla no-fly zone, è una tirannia che supporta una tirannia. Quando la Cina non vieta la risoluzione sulla no-fly zone in Libia, fornisce un “supporto essenziale, forse il supporto essenziale, al dominio capitalista internazionale.” (2) Quando la Russia posiziona delle navi per compensare i missili Patriot degli Stati Uniti in Turchia, è una potenza imperialista che salvaguarda i suoi interessi strategici e commerciali. Se la Russia non si oppone all’intervento occidentale in Libia, è un partner silenzioso del progetto imperialista. … O forse dobbiamo affrontare la Cina, e la Russia, dialetticamente considerando il loro ruolo in relazione all’imperialismo in un determinato momento della storia!
E’ una sorpresa che molti trotzkisti del 20° secolo, che hanno costruito le loro misere carriere politiche “denunciando tutte le istanze del socialismo come capitalismo di Stato, siano diventati dei neo-conservatori nell’era Reagan?* Cominciamo a capire il caso vergognoso di Christopher Hitchens, guerrafondaio sull’Iraq, quando ci rendiamo conto del suo odio per tutti i paesi socialisti esistenti, che vede come potenze capitaliste e imperialiste, non migliori rispetto agli Stati Uniti.

La Siria, la Cina, gli Stati Uniti e la sinistra
L’intervento militare in Siria sembra più probabile ogni giorno. Tragicamente, la risposta della sinistra degli Stati Uniti sembra ridursi sempre più ad ogni guerra o azione militare lanciata dall’amministrazione Obama. Con i suoi importanti legami economici con gli Stati Uniti e il mercato mondiale, la Cina potrebbe assumere un ruolo più attivo facendo pressione economica sulle potenze imperialiste, affinché non intervengano. In definitiva se la NATO è stata dissuasa da un intervento in stile Libia, sulla questione delle armi chimiche, la presenza militare russa nel Golfo avrà probabilmente più a che fare con ciò. Il punto più saliente è che la sinistra degenerata continua a fiancheggiare le potenze imperialiste, a parole (The North Star) o con i fatti (ISO). La sinistra degli Stati Uniti deve scartare queste teorie fallite e abbracciare l’anti-imperialismo, se spera di costruire una resistenza militante a questi attacchi criminali, un anti-imperialismo che invii un messaggio unificato di supporto ad Assad e all’autodeterminazione siriana, in questo periodo di crisi, come abbiamo scritto lo scorso fine settimana.
Tuttavia, la sinofobia della sinistra degenerata continua a perseguitare i movimenti degli Stati Uniti, impossibilitati a distinguere l’amico dal nemico. Anche la russofobia, un argomento da affrontare un’altra volta, alimenta una visione semplicistica del mondo, aliena dalla teoria leninista dell’imperialismo. In realtà capitalista, la Russia non è ancora una potenza imperialista e, soprattutto, fa da contrappeso all’imperialismo insieme alla Cina. Il coinvolgimento sia della Cina che della Russia nella crisi in Siria ha diverse contraddizioni, ma gli anti-imperialisti riconoscerebbero che questi due paesi hanno reso la sottomissione del popolo siriano al capitale finanziario occidentale più difficile. Né la Cina né la Russia sono i leader del movimento mondiale anti-imperialista. Questa distinzione appartiene alla lotta delle masse  per l’autodeterminazione e la rivoluzione in Colombia, India, Palestina, Filippine, e in tutto il mondo. Ma la sinistra degli Stati Uniti deve riconoscere che la Cina è un amico, non un nemico, del movimento anti-imperialista, e inizierà a vedere questioni come la Siria molto più chiaramente.

Return to the Source ha difeso l’orientamento socialista della Cina e il suo ruolo nel commercio mondiale, e chi è interessato a un esame più approfondito deve fare riferimento a Cina e il socialismo di mercato: Una questione di Stato e rivoluzione.
* In nessun modo questa affermazione dovrebbe essere preso come un atto di accusa a tutti i gruppi che professano il patrimonio ideologico di Lev Trotzkij. Per quanto imperfetto, come noi crediamo, sulla linee e la strategie di organizzazione, molti di questi gruppi, come il Socialist Equality Party, hanno perlopiù confermato una posizione anti-imperialista sulla Siria.

Note
(1) Pham Binh, The North Star, ““Red Line” or Empty Threat? How the Left Gasses Itself on #Syria”, 6 dicembre 2012
(2) Gabriel Levy, The North Star, “The Trouble With Economic Growth”, 2 ottobre 2012
(3) Reuters, “Russia, China warn West against Syria intervention”, 21 agosto 2012
(4) Martin Beckford, The Telegraph, “Libya attacks criticised by Arab League, China, Russia and India”,  21 marzo 2011
(5) Yusef Khalil, Socialist Worker, “A Turning Point in Syria”, 31 maggio 2012
(6) Joel Wuthnow, The National Interest, “Why China would intervene in Syria”, 16 luglio 2012
(7)Adel al-Toraifi, al-Majalla, “Does China truly support Bashar al-Assad?” 16 febbraio 2012
(8) Michael Kan, The African Business Journal, “China’s Investments in Libya
(9) Energy Information Administration, “Country Analysis Briefs: Syria”, Updated August 2011
(10) Deborah Brautigam, “China in Africa: The Real Story, “China’s Oil Imports From Libya”,  23 marzo 2011
(11) Malcolm Moore, The Telegraph, “Wikileaks: No Bloodshead Inside Tianamen Square, cables claim”, 4 giugno 2011
(12) Michael Parenti, “Friendly Feudalism: The Tibet Myth”, gennaio 2007

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Corea che resiste! Il socialismo nella RPDC

Marxist-Leninist 19 gennaio 2012

Il 22 dicembre dello scorso anno, Fight Back! News, che spesso riflette le opinioni di Freedom Road Socialist Organization (FRSO), ha pubblicato un articolo straordinario sulla Corea del Nord e l’imperialismo degli Stati Uniti nella penisola coreana, dal titolo “Korea Stands Strong: Kim Jong-Il in Context“. Il brano ha svolto un tremendo lavoro delineando i progressi compiuti dal socialismo coreano e i problemi derivanti dalla continua occupazione occidentale della metà meridionale della nazione coreana. In risposta all’analisi approfondita di Fight Back!, insieme a due altri articoli del Partito per il Socialismo e la Liberazione (PSL) e del Workers World Party (WWP), David Whitehouse dell’Organizzazione Internazionale Socialista (ISO) ha pubblicato un pezzo contro Kim Jong-Il rispolverando le tipiche argomentazioni cliffite-trotzkiste contro il socialismo realmente esistente. ‘Socialism in One Dynasty’ pubblicato il 12 gennaio ha rimaneggiato le stesse linee anti-comuniste dell’ISO che caratterizzano il trotskismo.
La morte di Kim Jong-Il ha di nuovo stimolato la discussione nella sinistra sulla Corea Democratica con un elevato volume di propaganda anti-RPDC generata dall’occidente, ed è importante per i marxisti-leninisti registrare accuratamente i successi e le sfide della rivoluzione coreana. Il semplice fatto che la Corea del Nord sia sopravvissuta all’ondata della contro-rivoluzione che ha spazzato la maggior parte dei paesi socialisti, dimostra la forza e la resistenza delle masse coreane e la perseveranza della Corea Democratica di fronte alla schiacciante aggressione occidentale, richiede uno studio approfondito dai marxisti-leninisti del 21° secolo.

Corea divisa
Come l’articolo di Back Fight! News sottolinea, “La Corea è la sola nazione che sia stata forzatamente divisa dagli Stati Uniti subito dopo la seconda guerra mondiale.” (1) La Corea del Nord e la Repubblica di Corea esistono come due paesi distinti, ma il popolo coreano soddisfa tutte le caratteristiche di una nazione, “una comunità stabile di persone storicamente costituita, formata sulla base di una lingua comune, del territorio, della vita economica e psicologica che si manifesta in una cultura comune.” (2) Capire che la Corea non è due nazioni separate, è indispensabile per collocare le azioni della Corea del Nord nel loro contesto appropriato.
Temendo una popolarità diffusa della rivoluzione coreana nel nord e nel sud, gli Stati Uniti hanno continuato ad occupare militarmente la Repubblica di Corea dopo la Seconda Guerra Mondiale. I coreani furono esclusi dalla decisione di dividere il loro paese, e nonostante le promesse di eque elezioni nazionali volte alla riunificazione, gli Stati Uniti sono intervenuti in occasione delle elezioni della Corea del Sud, a favore del filo-occidentale e nazionalista di destra Syngman Rhee.
Molti studiosi e critici borghesi della Corea del Nord sostengono che l’Esercito Popolare di Corea (KPA), centrato nel nord, abbia avviato la guerra di Corea attraversando il 38° parallelo; l’atto viene spesso citato come l’inizio alla guerra di Corea. Se il KPA aveva mandato truppe in Corea del Sud il 25 giugno 1950, chiamarlo atto d’aggressione da parte di uno Stato sovrano nei confronti di un altro, legittima implicitamente la divisione imperialista della Corea alla conferenza di Potsdam nel 1945. Richard Stokes, ministro del lavoro britannico, si espresse così in un rapporto del 1950 sulle origini della guerra di Corea:
Nella guerra civile americana, gli americani non avrebbero mai tollerato per un solo momento la creazione di una linea immaginaria tra le forze del Nord e del Sud, e non vi può essere alcun dubbio quale sarebbe stata la loro reazione se gli inglesi fossero intervenuti in forze a favore del sud. Questo parallelo è pertinente, perché in America il conflitto non era solo tra due gruppi di americani, ma era tra due sistemi economici, come avviene in Corea.”(3)
Proprio come la guerra civile americana, qualsiasi cosiddetta aggressione da parte del Nord, era in realtà un tentativo di riunire una nazione divisa da una potenza straniera imperialista. Le critiche delle azioni della Repubblica Democratica della Corea in occasione dell’avvio del conflitto, dovrebbero condannare anche il presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln e l’esercito dell’Unione, per l’invio di rifornimenti per Fort Sumter alla vigilia dell’esplosione della guerra civile americana, la scintilla che de facto ha avviato il conflitto.
Naturalmente, i marxisti-leninisti sostengono gli sforzi di riunificazione del Nord, sia nella guerra civile americana che nella guerra di Corea, perché erano storicamente progressisti e rivoluzionari. La Corea fu occupata da un governo straniero imperialista, al momento dell’incursione del KPA nel sud, come i colonizzatori giapponesi avevano occupato il paese nei precedenti 35 anni. Come tale, l”invasione’ del KPA della Corea del sud è stata una campagna di una più grande lunga lotta per la liberazione nazionale, che era iniziata come lotta anticoloniale contro il Giappone imperiale.
L’occupazione straniera della Corea continua ancora oggi, e i marxisti-leninisti devono valutare le azioni della Corea del Nord nel quadro della lotta in corso per la liberazione nazionale. Le 28.000 truppe statunitensi di stanza in modo permanente nella Repubblica di Corea, attestano che il dominio imperialista continua sulla metà meridionale della nazione coreana.

Le vergognose calunnie sul socialismo coreano
Sebbene l’articolo dell’ISO fosse pieno di attacchi contro i marxisti-leninisti e la loro posizione sulla Corea del Nord, non aveva presentato nessuna confutazione all’articolo di Back Fight! News, un’omissione di per sé molto eloquente. La cosa più vicina a una confutazione di Whitehouse a tale articolo, era il seguente passaggio:
“FRSO, per esempio, si sofferma su un sistema di servizi sociali che comprende la copertura sanitaria universale e l’istruzione, così come l’alloggio gratuito.  Questo dato è notevole per un paese dalle limitate risorse come la Corea del Nord. Non è sorprendente, tuttavia, per un paese dove lo Stato controlla tutto.  Lo Stato fornisce assistenza sanitaria, istruzione e alloggio, perché non ci sono istituzioni al di fuori dello Stato, a meno che non si conti il Partito dei Lavoratori di Kim, che è legato allo Stato e permea tutti gli aspetti della vita della Corea del Nord.” (4)
Si noti che Whitehouse non contesta le affermazioni dell’articolo su Fight Back! relative al socialismo coreano. Whitehouse sostiene la scomoda posizione di ammettere che il dato dei servizi sociali della RPDC è ‘straordinario’, una sbalorditiva ammissione per un’organizzazione la cui dichiarazione di principi sostiene che, in realtà, i paesi socialisti già esistenti, come la Corea Democratica, “non hanno nulla a che fare con il socialismo.” (5) Al contrario, l’ISO tenta di minimizzare questi notevoli risultati, notando che lo Stato è l’unica entità organizzata nella società coreana in grado di fornire questi servizi.
Naturalmente questo pone una serie di domande: quale altro ente organizzato secondo l’ISO dovrebbe fornire questi servizi sociali essenziali nella Repubblica Democratica del Corea? Ritornando alla fonte, insieme con la Freedom Road Socialist Organization e altri marxisti-leninisti di tutto il mondo, sostiene la decisione dei governi socialisti di utilizzare il socialismo di mercato fortemente regolamentato per sviluppare le forze produttive, fornendo beni e servizi al popolo. Tuttavia, l’ISO rifiuta esplicitamente la strategia intrapresa da Cina e Cuba lo scorso anno, come prova ulteriore del ‘capitalismo di stato’ dei paesi. (6) Cosa dunque, in termini concreti, l’ISO piacerebbe vedere fuori dallo stato democratico coreano, se è già d’accordo sul fatto che i suoi servizi sono ‘notevoli’, lamentandosi che non esistano soggetti privati nel fornire questi servizi altrimenti, se allo stesso tempo rifiuta l’applicazione dei mercati fortemente regolamentati nei paesi socialisti?
C’è una risposta a queste domande, ma la verità non favorisce l’ISO. Le fazioni trotzkiste – i materialisti non dovrebbero mai fare riferimento a queste piccole organizzazioni come a dei partiti in senso marxista-leninista – non hanno mai guidato le masse verso la rivoluzione, proprio perché capiscono il socialismo e la rivoluzione solo in termini utopici. L’ISO non crede che la Corea democratica sia un paese socialista perché il PLC non è all’altezza del suo astratto, e spesso dogmatico, catechismo di Marx che usa nei suoi appelli ai comunisti per ‘vincere la battaglia per la democrazia’. (4) Ripetono fino alla nausea che il socialismo è una società in cui i lavoratori controllano i mezzi di produzione, ma il loro idealismo gli impedisce di riconoscere che una società rivoluzionaria come la Corea del Nord, sebbene imperfetta, ha già raggiunto tale scopo.
Nell’esaminare la Corea Democratica, dobbiamo valutare criticamente i suoi successi, ma solo nel contesto dell’aggressione imperialista insopportabile che si trova ad affrontare da parte degli Stati Uniti e della Repubblica di Corea. La Corea del Nord continua ad incontrare difficoltà nella costruzione socialista, ma la maggior parte di questi problemi derivano dalle sfavorevoli condizioni esterne e dall’aggressione imperialista. Dal momento della cessione delle ostilità nel 1953, gli Stati Uniti hanno “mantenuto sanzioni economiche globali contro la Corea del Nord.” (7) L’accesso ai beni essenziali e al cibo è fortemente limitato dagli Stati Uniti e dal Giappone, che hanno interrotto l’invio di riso in Corea del Nord nel 2003.
Mentre l’articolo di Whitehouse concede qualche parola alle sanzioni imposte alla Corea Democratica, insieme con l’eredità continua della distruzione causata dalla guerra di Corea, ha respinto queste condizioni avverse come un modo “per giustificare il comportamento del regime nazionale, agitando l’accusa che si tratta di una dittatura oppressiva.”(4) In effetti, il fatto che qualsiasi menzione della guerra di Corea sia limitata a quattro punti nell’articolo di 46 paragrafi, dimostra che l’ISO è più interessata a calunniare la RPDC e  a supportare la loro falsa linea sul capitalismo di Stato, piuttosto che applicare una rigorosa analisi dialettica materialista del socialismo coreano.
Come l’articolo di Back Fight! News ha opportunamente sottolineato, non si può capire la Corea del Nord senza un comprensione marxista-leninista della questione nazionale, che porta alla conclusione innegabile che la Corea è una nazione unica, occupata da una forza imperialista dalla fine delle ostilità nel 1953. La spesso fraintesa ‘segretezza’ del governo coreano, ha perfettamente senso alla luce della minaccia di distruzione imminente che si trova ad affrontare in tutta la zona di confine smilitarizzata.

Il socialismo coreano in azione
I marxisti-leninisti devono studiare le carenze della Repubblica Democratica della Corea, ma devono anche lodare con entusiasmo i successi eccezionali compiuti dalla rivoluzione coreana. Come Bruce Cumings, professore di storia coreana presso l’Università di Chicago, sottolinea nel suo libro del 2003, North Korea: Another Country, “La Corea moderna è emersa da una società grandemente divisa in classi e la più stratificata sulla faccia della terra, quasi arroccata nella sua gerarchia ereditaria.”(3) Cumings osserva che la schiavitù riguardava sempre il 60-90 percento della società, fino alla sua abolizione nel 1894, quando la maggior parte degli schiavi furono trasformati in contadini feudali governati dai feudatari coreani, e alla fine giapponesi. (3)
L’espulsione del colonialismo giapponese nella seconda guerra mondiale e l’instaurazione del socialismo nel nord, hanno messo fine a queste enormi disparità di classe e abusi da parte delle classi sfruttatrici. Cumings cita i rapporti di sicurezza statunitensi sulla situazione rivoluzionaria in Corea, per dimostrare che “per coloro definiti come contadini poveri e medi, non solo la loro vita era migliorata, ma erano diventati una classe privilegiata.” (3) L’impegno del PLC nel supportare la rivoluzione socialista, si è riflesso nella sua composizione di classe al momento della sua fondazione, in cui “i lavoratori costituivano il 20 per cento degli aderenti, i contadini poveri il 50 per cento, e i samuwon [colletti bianchi] il 14 per cento.” (3)
La rivoluzione coreana ha dato ai lavoratori e contadini poveri senza terra delle opportunità che erano impensabili nelle passate condizioni oppressive. Cumings scrive ancora: “In qualsiasi momento prima del 1945, era praticamente inconcepibile per dei contadini poveri ignoranti diventare funzionari statali o ufficiali dell’esercito. Ma in Corea del Nord, tale carriera è diventata normale.“(3) Rileva inoltre che matrimoni inter-classisti sono diventati normali, comuni e diffusi con la costituzione della Repubblica Democratica di Corea, e l’accesso educativo aperto a tutti i settori della società.
Sulla questione vitale della riforma agraria, il PLC ha avviato un processo graduale ma costante di conversione delle terre di proprietà privata in organizzazioni cooperative. A partire dal processo di ricostruzione post-bellica nel 1953, solo l’1,2% delle famiglie contadine erano organizzate come cooperative, che coprivano solo lo 0,6% della superficie totale. (13)  Nell’agosto del 1958, il 100% delle famiglie contadine era stato convertito in cooperative, coprendo il 100% della superficie totale. (13) Ellen Brun, un’economista il cui studio del 1976 sulla Corea socialista rimane il più completo fino ad oggi, scrive che “Nonostante la mancanza di moderni mezzi di produzione, le cooperative – con l’assistenza efficace dello stato – molto presto dimostrarono la loro superiorità ai singoli agricoltori, convincendo alla fine i contadini in passato riluttanti a partecipare al movimento.”(13)
Spesso causa di critiche dei comunisti di sinistra, dei trotskisti e degli anticomunisti, la collettivizzazione in Corea del Nord non ha prodotto alcuna carestia o fame di massa. Infatti, “in nessun momento della cooperativizzazione si ebbe una diminuzione del prodotto agricolo. Al contrario, il processo è stato accompagnato da un costante aumento della produzione” (13) Citando le statistiche della produzione alimentare, Brun mostra un forte aumento da circa 2,9 milioni di tonnellate, nel 1956, a 3,8 milioni di tonnellate nel 1960. (13)  A causa della spinta della Corea democratica all’autosufficienza, il PLC mise il paese sul percorso per aumentare la propria produzione alimentare in modo costante, nutrendo l’intero paese.
I comitati popolari locali, dove ogni lavoratore coreano può partecipare, eleggono la leadership per orientare la produzione agricola e collaborano con le autorità nazionali per coordinare l’efficienza nazionale. (13) Questi comitati popolari sono il mezzo principale con cui “il Partito rimane in contatto con le masse nelle varie fattorie collettive, consentendogli di sondare l’opinione pubblica sulle questioni che riguardano le politiche del Comitato del popolo verso il paese.” (13) Nel 1966, il PLC ha introdotto il “sistema di gestione di gruppo“, dove “gruppi da dieci a venticinque agricoltori, organizzano unità di produzione, ognuna responsabile definitivamente di una certa area di terreno, con un determinato compito o un certo strumento di produzione.”(13) Questo rappresenta un altro strumento di democrazia popolare attuato nella produzione socialista coreana.
Nessun antagonismo grave tra la campagna e i centri industriali si è sviluppato nel processo di costruzione del socialismo nella Repubblica Democratica del Corea. Osserva Brun che “decine di migliaia di uomini smobilitati e molti laureati e diplomati, nonché alunni delle scuole medie, vanno in campagna nelle stagioni di raccolto, e prestano aiuto per milioni di giornate di lavoro“, tutto volontariamente e senza costrizione da parte dello Stato. (13)
La cosa più importante, la costruzione del socialismo coreano ha riorganizzato la produzione industriale con e nell’interesse del proletariato coreano precedentemente espropriato. Sulla base della linea di massa – il metodo marxista-leninista di organizzazione, “sia causa che effetto della politicizzazione e del coinvolgimento delle masse nel processo di sviluppo economico e della costruzione socialista” – il PLC ha implementato il sistema di lavoro Daean, nel dicembre 1961. (13) In contrasto al sistema passato, in cui i manager venivano nominati unilateralmente a dirigere un luogo di lavoro da un membro del partito unico, “Il comitato di fabbrica del partito assume la massima autorità, a livello di impresa” nel sistema di lavoro Daean. (13) Brun descrive ulteriormente questo sistema, che citiamo estesamente:
Modi di risolvere le questioni che incidono sulla produzione e le attività dei lavoratori, nonché le modalità di esecuzione delle decisioni, si ottengono attraverso discussioni collettive in seno al comitato di fabbrica, i cui membri sono eletti dai membri del partito nella fabbrica. Per essere efficace questa commissione deve essere relativamente piccola, dal numero adeguato a seconda della dimensione dell’impresa. Nello stabilimento elettrico di Daean, con una forza lavoro di 5.000, il comitato di fabbrica del partito è composto da 35 membri che si riuniscono una o due volte al mese, mentre i 9 membri del comitato esecutivo si tengono in contatto continuo. Il sessanta per cento dei suoi membri sono addetti alla produzione, mentre il resto rappresenta una sezione trasversale di tutte le attività di fabbrica, compresi funzionari, dirigenti, vice dirigenti, ingegneri, tecnici, rappresentanti della lega delle donne,  membri della Lega della gioventù, membri del sindacato e impiegati dell’ufficio. La sua composizione dà così accesso a tutti gli aspetti socio-economici dell’impresa e alla vita dei suoi lavoratori.
Questo comitato è diventato quello che viene chiamato il ‘volante’ del gruppo industriale, avviando attività di sensibilizzazione ideologica e mobilitando i lavoratori nell’attuare le decisioni collettive e raggiungere l’obiettivo di produzione. Attraverso il suo collegamento con il partito che ha un quadro chiaro delle politiche globali e degli obiettivi, nonché dell’esatta funzione dell’impresa individuale nel contesto nazionale. In altre parole, questa configurazione garantisce che la politica abbia la priorità.”(13)
Lontano dalle caratterizzazioni semplicistiche e farsesche di Whitehouse e dell’ISO sulla Corea del Nord come “paese dove un uomo detiene il potere dittatoriale e la stragrande maggioranza della popolazione vive in povertà“, questo modello di organizzazione socialista rappresenta il massimo impegno per la democrazia operaia. (4) I lavoratori hanno la direzione e la supremazia nella produzione e interagiscono dialetticamente con lo stato progettando e realizzando la produzione collettivista in nome di tutto il popolo coreano.
Il posto di lavoro nella Repubblica Democratica del Corea non è semplicemente un luogo per la produzione, ma come sottolineato dal metodo dell’organizzazione Daean, un centro di educazione e di arricchimento. Dopo il 1950, “scuole di lavoro” organizzate iniziarono ad emergere nei luoghi di lavoro specifici, dove i lavoratori parteciparono ai programmi scolastici medi e superiori, mentre  lavoravano nel settore industriale, al fine di prepararsi a proseguire gli studi superiori. (13)
Il socialismo coreano ha raggiunto un livello impressionante di vita per il popolo coreano, prima del crollo del suo principale partner commerciale, l’Unione Sovietica, nel 1991. Come lo studioso indipendente Stephen Gowans sottolinea nel suo articolo del 2006, “Capire la Corea del Nord“, la Corea Democratica ha goduto di un tenore di vita comparabile ai suoi vicini del sud fino agli anni ’80. (14) Vivendo con uno stile di vita spartano, il popolo coreano fin dal 1967 era quasi autosufficiente in termini di industria leggera e beni di consumo, con merci come tessuti, biancheria intima, calze, scarpe e bevande alcoliche che divenivano sempre più disponibili a ogni cittadino. (13)
L’industria pesante, tuttavia, è rimasta “la spina dorsale dell’economia“, secondo Brun. Nota che “nonostante l’aiuto dei paesi del blocco socialista potesse essere stato notevole, all’inizio del periodo di riabilitazione, pochi anni più tardi – dopo l’anno record del 1954 – questo aiuto estero era cominciato a diminuire, e la Corea del Nord a poco a poco diventava autosufficiente”. (13) A causa della politica commerciale provocata dalla crisi cino-sovietica, la Corea del Nord a poco a poco perse una parte dell’aiuto ricevuto dall’Unione Sovietica. Tuttavia, è riuscita a sviluppare sostanzialmente la propria industria pesante, progredendo del 51,7% nella produzione industriale dal 1953-1955. (13)
Il socialismo coreano ha subito una battuta d’arresto tremenda nel 1991, con il crollo dell’Unione Sovietica e della maggior parte del blocco socialista.  Resistente come sempre, la nazione ha perseverato in questi anni difficili, nonostante affrontasse carestie, condizioni meteo atroci e l’accesso al commercio internazionale bloccato dalle potenze imperialiste occidentali. (14)  Stabilizzatasi la Corea Democratica, il suo impegno a una genuina democrazia operaia continua a rimanere più fermo che mai.

Kim Jong-Il e la grande importanza di una Corea nucleare
Ciò che ci dice molto è la scelta dell’ISO di non attaccare la tesi secondo cui la Corea Democratica, acquisendo armi nucleari, apporti uno sviluppo essenziale e positivo nella sicurezza a lungo termine della costruzione del socialismo  coreano. Dato che le capacità nucleari sono un aspetto importante dell’articolo di Back Fight! News, la scelta di Whitehouse nel non impegnarsi in questa linea di ragionamento è stata deliberata e consapevole, causata dalle scomode carenze della linea politica contro-rivoluzionaria dell’ISO. Dall’aritcolo di Fight Back! News:
L’importanza dell’acquisizione di armi nucleari da parte della Corea Democratica non può essere sopravvalutata. Nel 2005, gli Stati Uniti avevano presentato un ultimatum alla Libia e alla Corea del Nord, chiedendo di cedere i loro programmi di armi nucleari e di cooperare con l’imperialismo occidentale nella ‘guerra al terrore’. Il capo dello Stato libico Muammar Gheddafi rispose positivamente. Kim Jong-Il ha mostrato agli Stati Uniti il dito medio. Mentre ci avviciniamo alla fine del 2011, dopo aver assistito alla brutale invasione NATO della Libia e al rovesciamento del governo di Gheddafi, è dolorosamente chiaro che ha fatto la scelta giusta.”(1)
Perfino giornalisti borghesi come Tad Daley del Christian Science Monitor, sono d’accordo con questa valutazione di Fight Back! News. In un pezzo del 13 ottobre 2011, dal titolo “Lezione nucleare dalla Libia: non siate come Gheddafi, ma come Kim“, Daley scrive:
Se la Libia avesse posseduto la capacità, oh, di cancellare una grande base militare statunitense in Italia, o di vaporizzare un intero “Gruppo Portaerei” degli USA al largo della costa meridionale della Francia, quasi certamente avrebbe dissuaso Washington (per non parlare di Roma e Parigi) da un’azione militare. Se il regime libico avesse voluto garantire la propria sopravvivenza, quindi proprio come la Corea del Nord, avrebbe dovuto sviluppare un deterrente nucleare piccolo, resistente e abbastanza letale da infliggere danni inaccettabili per qualsiasi aggressore“. (8)
Il fatto che entrambi i leader, Gheddafi della Jamahiriya libica e Kim della Repubblica democratica della Corea, siano morti nello stesso anno in modi radicalmente diversi, fornisce un interessante contrasto. Gheddafi è stato estromesso dopo che dei ribelli sostenuti dagli imperialisti hanno lanciato una campagna razzista per rovesciare il governo rivoluzionario del Nord Africa, riuscendoci proprio a causa degli interventi della NATO. È morto linciato, ferito, sodomizzato, torturato e giustiziato in un canale di depurazione fangoso, senza processo.
Kim, d’altra parte, è morto pacificamente per un attacco di cuore sul treno,  andando ad un’ispezione di una fabbrica e in un incontro pubblico con i lavoratori coreani. Mentre la sua morte ha addolorato il popolo coreano, da Pyongyang a Pechino e oltre, la rivoluzione coreana continua e non mostra segni di esitazione. La vicinanza della Cina alla Corea è un fattore di sicurezza continua per la Corea Democratica, ma nulla trattiene i militari statunitensi da una vera e propria guerra per rovesciare il PLC, più della minaccia di una bomba nucleare, potendo distruggere una delle loro molte basi militari nella Repubblica di Corea. Il fatto che gli imperialisti non possono trasformare una operazione false-flag, come il cosiddetto ‘incidente Cheonan’ dell’anno scorso, in un incidente stile Golfo del Tonchino, causando una seconda guerra coreana, è dovuto alla deterrenza nucleare che la leadership di Kim Jong-Il ha reso possibile. (9)
L’ISO non può impegnarsi su questo argomento. E’ oggettivamente vero e offre forse la migliore prova dei contributi rivoluzionari di Kim Jong-Il al socialismo coreano. Criticando duramente il PLC per aver aggressivamente e segretamente perseguito un programma nucleare militare, invitano a criticare ancor più duramente la loro ridicola linea sul conflitto libico, che ha messo al centro gli appelli a rovesciare Gheddafi, piuttosto che condannare l’invasione della NATO.
Nutrita dall’ideologia cliffita-trotzkista, l’ISO ha una lunga storia di sostegno al rovesciamento dei governi rivoluzionari, che raggiunse il culmine nel 1991 quando la loro setta chiamò la caduta dell’Unione Sovietica un evento che “dovrebbe dare gioia ad ogni socialista autentico.”(10) Più di recente, l’ISO ha trascorso le fasi iniziali del conflitto libico ignorando la direzione palesemente filo-occidentale della contro-rivoluzione, che era iniziata a Bengasi, e minimizzando il terrorismo sistematico e razzista praticato dai “ribelli”. (11) Dopo che la NATO l’ha invasa, questa setta cliffita-trotzkista ha continuato a sostenere la linea ‘cacciare Gheddafi’ come suo centro focale, dimostrando ancora una volta e di nuovo, in pratica di funzionare de facto come una copertura a sinistra dell’imperialismo.
Imbarazzante, il gruppo non si è mai ritirato da questa linea e in modo scorretto ha riassunto la contro-rivoluzione libica come un movimento progressista co-optato dalla NATO. Anche dopo la morte di Gheddafi e la prova inevitabile che questi ribelli contro-rivoluzionari erano sostenuti dall’Occidente fin dall’inizio, il leader dell’ISO Alan Maass, ancora eseguiva una ginnastica logica per provare a spacciare la loro linea fasulla in qualcosa che assomiglia all’anti-imperialismo, sostenendo che, pur essendo vittima di una invasione imperialista per rovesciare il suo governo, Gheddafi era in realtà un fantoccio dell’Occidente. (12)
Chiunque legga il pezzo di Whitehouse riguardo Kim Jong-Il, dovrebbe riassumere questo come un’ammissione della sconfitta dell’ISO, sia per la sua linea sulla Libia che per la linea verso la Corea Democratica. I marxisti-leninisti possono avanzare una critica al governo di Gheddafi per aver ceduto il suo programma per le armi nucleari, di fronte alle enormi pressioni dell’Occidente, ma ciò significa che la scelta di Kim Jong-Il nel continuare a perseguire le armi nucleari è stato, senza dubbio, il percorso corretto. Daley si esprime così:
Ma invece, Gheddafi è stato sedotto dalle lusinghe dell’Occidente. Abbandona le armi di distruzione di massa, hanno detto, e sarai il benvenuto nella comunità internazionale. La Libia lo fece alla fine del 2003. E in retrospettiva, ha detto la Corea del Nord, era ormai chiaro che questo era stato null’altro che “una tattica per disarmare il paese” da parte dell’Occidente. Perché non appena il defunto Gheddafi compi delle azioni che erano dispiaciute ai padroni occidentali della Libia, il martello del più potente esercito del mondo sviluppato l’ha colpito.” (8)
Il fallimento dell’ISO nell’avanzare qualsiasi tipo di rifiuto – o qualsiasi menzione sulla questione nucleare – dimostra ancora una volta la comprensione non-materialista del socialismo da parte dell’ISO, sia nella teoria che nella pratica.

Il dolore delle masse in Corea del Nord
Centrale nell’attacco dell’ISO alla posizione marxista-leninista della Corea democratica, è la critica del sovente propagandato ‘culto della personalità’ che circonda Kim Jong-Il. Whitehouse la mette così:
“E’ vero che i rituali coreani, e la vita quotidiana dei coreani del resto, sono emotivamente espressivi, più di quelli cinesi o giapponesi. Ma è un’altra cosa  dire che era semplicemente “tradizionale” radunare centinaia di migliaia di persone al freddo per piangere la morte dei capi di Stato, all’ombra dei monumenti e delle foto che li ritraggono dieci o 100 volte la loro dimensione in vita. Ciò sembra “orchestrato”. E per quanto riguarda i soldati che marciano in formazione con le loro armi in imponenti colonne, non hanno dovuto esercitarsi?” (4)
Naturalmente, l’esclusione di una qualsiasi seria confutazione all’articolo di Back Fight! News dice ai marxisti-leninisti molto sulla natura artificiosa della linea politica dell’ISO. Affrontando le accuse che le dimostrazioni di dolore di massa sono una ‘messa in scena’ dell’Esercito Popolare di Corea (KPA), l’articolo di Fight Back! inizia con un aneddoto in un ristorante coreano a Pechino, lontano dagli occhi del KPA. Qui mi limiterò a citare estesamente l’articolo per illustrare il contrasto:
La mattina del 19 dicembre è iniziata come un normale Lunedì per il personale coreano del ristorante Dang Hae Hwa di Pechino. Il personale ha dato il benvenuto ai clienti affamati davanti alla porta, gli chef durante la preparazione hanno iniziato la loro raffinata selezione di kimchi e altri piatti coreani, e le cameriere e camerieri hanno cominciato a prendere le ordinazioni per i loro ospiti. Tutto questo è cambiato quando un reporter di un quotidiano cinese aveva citato, in una conversazione con una cameriera, che Kim Jong-Il, il capo di Stato della Repubblica democratica popolare di Corea (DPRK), era morto quella mattina per un attacco di cuore. In pochi minuti, l’intero staff coreano – dai camerieri ai cuochi in cucina – scoppiarono in lacrime e, dopo essersi scusati con i clienti, hanno chiuso il ristorante subito, così che potessero piangere insieme per la tragedia nazionale.
A diverse migliaia di chilometri di distanza, a Pyongyang, la tristezza di massa come quella avutasi in questo ristorante di Pechino, ha spazzato la capitale mentre uomini, donne e bambini – dal funzionario di partito più apprezzato al lavoratore d’acciaio – sono scesi in piazza per piangere la morte di Kim.” (1)
Questo è tremendamente scomodo per l’immagine che l’ISO vuole dipingere. Da un lato, non ha senso che un esercito possa costringere un’intera nazione a piangere all’unanimità e a mostrare pubblicamente dolore. Tuttavia, l’aneddoto del ristorante a Pechino, inficia enormemente le rivendicazioni di Whitehouse, dal momento che questi dipendenti del ristorante – sopraffatti dal dolore al punto di chiudere subito la cucina – si troverebbero a non dover affrontare alcuna ripercussione per non aver mostrato dolore.
Whitehouse attacca il FRSO utilizzando una riconfigurazione patetica delle argomentazioni proposte nell’articolo di Back Fight! News, che si possono classificare solo come quelle di un disonesto uomo di paglia. Piuttosto che impegnarsi nelle argomentazioni di Fight Back!, ri-scrive le loro argomentazioni per mostrare l’aneddoto citato quale prova “per certificare delle credenziali democratiche a un regime che a tutti gli altri sembra una autocrazia.” (4)
Mentre l’articolo di Fight Back! News così come questo autore, concordano sul fatto che il socialismo coreano è estremamente democratico, l’ultimo paragrafo esprime l’argomento centrale di questo pezzo:
Perché i coreani piangono la morte di Kim Jong-Il? E’ a causa della sua coraggiosa sfida al dominio degli Stati Uniti, il suo impegno per la riunificazione e le realizzazioni del socialismo reale. Di fronte a coloro che supportano la guerra per lo sfruttamento e l’oppressione, le decisioni di Kim rappresentato le aspirazioni di lavoratori, contadini, donne e bambini coreani – della Nazione Unita coreana – alla libertà. Anche se Kim Jong-Il è morto, il popolo coreano continua a marciare in avanti alzando la bandiera della riunificazione nazionale, dell’autodeterminazione e della rivoluzione.”(1)
Lungi dall’essere semplicemente la certificazione delle credenziali democratiche della Corea del Nord, la dimostrazione di massa del dolore da parte del popolo coreano, dimostra la diffusa comprensione delle conquiste del socialismo coreano e la lotta instancabile per la riunificazione nazionale.

Gulag nordcoreani?
Al centro dell’anticomunismo dell’ISO vi è una forte dipendenza dalle fonti borghesi, che si sono dimostrate incapaci di sopportare l’esame materialista più semplice. Per esempio, Whitehouse attacca l’articolo di Fight Back! News  dicendo che il titolo, “La Corea resta forte“, si riferisce alla forza dello Stato. “Quello stesso stato che mantiene 200.000 prigionieri politici, secondo Amnesty International. Quello stesso stato che ha ucciso tre cittadini nordcoreani che tentavano di attraversare il confine con la Cina, a fine  dicembre.”(4)
Un esame più attento del sistema carcerario in Corea del nord, indicato come un ‘gulag’ dalla borghesia e dall’ISO – viene ironicamente dallo storico borghese Bruce Cumings. Nel suo libro del 2004, North Korea: Another Country, osserva che la maggior parte delle affermazioni sul sistema penale coreano sono grossolanamente esagerate. Ad esempio, osserva che “i criminali comuni che commettono reati minori e di minutaglia [sic] che per una incomprensione del loro posto nella famiglia dello stato, hanno commesso reati politici di basso livello, vanno nei campi di lavoro o nelle miniere per lavorare duro con vari periodi di detenzione, l’obiettivo è rieducarli.”(3) Questo riflette una visione materialista delle radici della criminalità, derivanti in gran parte dalle condizioni materiali di una persona e dalle idee errate, che possono cambiare attraverso il mutamento delle condizioni di una persona. E’ importante notare che la stragrande maggioranza dei criminali nel sistema penale coreano, ricadono in questa categoria, e quindi l’obiettivo è riabilitare e rieducare, in contrasto con le finalità punitive del sistema penale statunitense.
Cumings rileva il contrasto tra il sistema della giustizia penale della Corea Democratica e quello degli Stati Uniti, soprattutto in termini di contatto con un prigioniero e di sostegno della famiglia. Scrive:
Gli Acquari di Pyongyang sono una storia interessante e credibile, proprio perché, nel complesso, non fornisce quel resoconto terribile della repressione totalitaria che i suoi editori francesi volevano dare, e invece suggeriscono che dopo un decennio di carcere, ma con la famiglia vicina, è stato in grado di sopravvivere e senza necessariamente che ciò ne ostacolasse l’adozione dello status d’élite derivante dalla residenza a Pyongyang e dall’ingresso all’università. Nel frattempo abbiamo un infinito e sterminato gulag pieno di neri nelle nostre prigioni, incarcerando più del 25 per cento di tutti i giovani neri.“(3)
Il fatto che la permanenza nel sistema coreano penale non si traduca in castigo sociale, come avviene nei paesi capitalisti, riflette un forte contrasto con i sistemi penali capitalistici. Utilizzando la propria famiglia come una rete di sostegno, lo Stato incoraggia la rieducazione politica e apre l’opportunità ai detenuti riabilitati di rientrare nella società coreana, come cittadini a pieno titolo.
In sé e per sé, lo scritto di Whitehouse sul socialismo coreano non vale lo spazio che occupa, perché non ha argomenti seri contro il pezzo di Fight Back! News a cui doveva rispondere. Tuttavia, resta importante per i marxisti-leninisti confrontarsi con la miscela unica ed inquietante dell’anticomunismo  di sinistra dell’ISO, quando si attivano per difendere le conquiste del popolo coreano.
Nonostante le sue sfide e carenze, la Corea Democratica è uno degli ultimi paesi rimasti in cui i lavoratori sono in grado di controllare la società collettivamente come una classe. Essendo uno dei paesi socialisti sopravvissuti  alla caduta dell’URSS, i marxisti-leninisti devono studiare e imparare dalla resistenza del popolo coreano.

Viva la rivoluzione coreana!
Giù le mani dalla Corea del Nord!
Una sola Corea!

(1) “Korea stands strong: Kim Jong-Il in context,” Fight Back! News, 21 dicembre 2011
(2) Josef Stalin, Marxism & the National Question, “1. The Nation,” 1913
(3) Bruce Cumings, North Korea: Another Country , The New Press, New York, 2004.
(4) David Whitehouse, “Socialism in one dynasty,” Socialist Worker, 12 gennaio 2011
(5) “Where We Stand,” The International Socialist Organization, Socialist Worker
(6) Ahmed Shawki, “China: Deng’s Legacy,” International Socialist Review, Issue 2, Fall 1997
(7) Dianne E. Rennack, “North Korea: Economic Sanctions,” Congressional Research Service, 24 gennaio 2003
(8) Tad Daley, “Nuclear lesson from Libya: Don’t be like Qaddafi. Be like Kim,” The Christian Science Monitor, 13 ottobre 2011
(9) Stephen Gowans, “US Ultimately to Blame for Korean Skirmishes in the Yellow Sea,” what’s left, 5 dicembre 2010
(10) Socialist Worker , September 1991; Quoted by Workers Vanguard, No. 866, 17 Marzo 2006, “Parliamentary Cretinism ISO Goes All the Way with Capitalist Greens”.
(11) Socialist Worker , editorial, March 9, 2011, “The US is no friend to the Libyan uprising
(12) Alan Maass, Lance Selfa, “Washington celebrates Qaddafi’s death,” Socialist Worker, 24 ottobre 2011
(13) Ellen Brun, Jacques Hersh, Socialist Korea: A Case Study in the Strategy of Economic Development, 1976, Monthly Review Press, New York e London
(14) Stephen Gowans, “Understanding North Korea,” what’s left, 5 novembre 2006

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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