Come Maduro risponde alla nuova offensiva imperialista

Venezuela Infos 4 maggio 2018

Roger Noriega, ex-assistente del Segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, noto “falco” alleato diretto dei golpista e terroristi della destra latinoamericana, pubblicava sul New York Times un articolo intitolato: “Le opzioni sono esaurite per il Venezuela” dove ribadiva la richiesta di altre politiche repubblicane a favore del colpo di Stato militare per rovesciare il Presidente Nicolas Maduro. Altri funzionari della politica estera degli Stati Uniti rilasciavano dichiarazioni simili a quelle del vicepresidente Mike Pence che annunciava che i prossimi Paesi da liberare saranno “Nicaragua, Venezuela e Cuba”, o Mike Pompeo, ex-capo della CIA e nuovo segretario di Stato degli Stati Uniti, che autorizzava un nuovo gruppo di diplomatici statunitensi nel promuovere il cambio in Venezuela. La giornalista Stella Calloni rilasciava un nuovo documento dal Comando Sud delle Forze Armate statunitensi, firmato dall’ammiraglio Kurt Walter Tidd, che spiega in undici pagine, metodicamente ciò che gli Stati Uniti intendono fare per impedire la vittoria del Presidente Nicolás Maduro alle elezioni del 20 maggio o, in caso di fallimento, usare il potere mediatico per lanciare e giustificare un intervento. Tale piano denunciato dal Presidente Evo Morales fu redatto prima dell’organizzazione delle elezioni presidenziali del 20 maggio, conferisce un ruolo all’opposizione ma ne riconosce anche l’inefficienza data la mancanza di base sociale, e divisioni, prevaricazione e corruzione che vi regnano. L’esercito statunitense parla di “rinascita della democrazia” in America Latina e cita l’esempio di Brasile, Ecuador e Argentina. Ritiene che sia arrivata la volta del Venezuela. Se, come indicano la maggior parte dei sondaggi di aziende private, Nicolás Maduro vince alle urne, verrà schierato ogni strumenti del Pentagono per la guerra psicologica per creare un clima favorevole all’azione militare. A tal fine, afferma il documento, lavorano con Paesi alleati degli Stati Uniti, Brasile, Colombia, Argentina, Panama e Guyana, per preparare una forza congiunta sotto la bandiera dell’OAS, l’Organizzazione degli Stati americani, e sotto la supervisione del suo Segretario Generale Luis Almagro. Il comando meridionale utilizzerà basi in Colombia, strutture di sorveglianza elettronica regionali, ospedali e enclavi nella foresta panamense di Darién, così come le ex-basi di Howard e Albrrok nella zona del canale. La prima fase del piano è già in corso: consiste nell’aggravare i problemi interni del Venezuela, in particolare carenza di cibo e beni di prima necessità, blocco alla valuta estera, esacerbazione della violenze, esaurimento del potere d’acquisto della moneta nazionale e, allo stesso tempo, lanciare l’apparato della propaganda per accusare il governo di Nicolás Maduro delle crisi, e accusar lui e i suoi principali collaboratori di presunta corruzione.
Dopo il fallimento delle “guarimbas” (violenze di estrema destra) organizzate da aprile a luglio 2017 e presentate dai media internazionali come “rivolta popolare”, la destra concentrava gli sforzi sul terreno economico, rafforzando variabili come aumento dei prezzi, tasso di cambio e contrabbando. Di fronte a questa sfaccettata guerra che mira a minare il sostegno popolare al chavismo, il Presidente Nicolas Maduro accelera la risposta moltiplicando la distribuzione di cibo sovvenzionato alla popolazione. Allo stesso tempo, colpisce il cuore del sistema capitalista: i capi della megabanca privata Banesco, impegnata nel massiccio traffico di valuta venezuelana e riciclaggio di denaro, furono arrestati e la banca posta sotto tutela pubblica. All’apice della ricchezza petrolifera, Banesco aprì la via alla fuga di capitali verso paradisi fiscali come Repubblica Dominicana, Colombia, Panama, Porto Rico e Florida (Stati Uniti) dove iniziarono ad apparire filiali della Banesco con un capitale molto più alto, come nel famoso caso Banesco Panamá, rispetto a grandi banche statunitensi come Citibank. Fino a poco tempo prima, l’ascesa di Banesco fu presentata conseguenza delle grandi qualità del suo fondatore, Juan Carlos Escotet. Tuttavia, nel 2015, Banesco Panamá fu multata per 614000 dollari per aver violato le norme sulla prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo. Il mito ebbe la sua prima dose di realtà…
Nel frattempo, al confine con la Colombia, l’operazione “mani di carta” smantella il contrabbando di banconote venezuelane e riciclaggio di dollari dalla mafia colombiana per acquistare beni sovvenzionati dal governo bolivariano e rivenderli a 100 volte il prezzo sul mercato colombiano. Le autorità nazionali e regionali hanno scoperto molti hangar con passaggi segreti dove riso, burro, zucchero, olio, fungicidi e una grande quantità di alimenti protetti dallo Stato venezuelano furono raccolti e imballati dai mafiosi con imballaggi colombiani. Per non parlare del massiccio traffico di benzina, una flotta di camion cisterna. Nella capitale furono scoperti depositi di cibo monopolizzato poi ridistribuito alla popolazione dai comitati di approvvigionamento. Per proteggere i salari dei lavoratori, Maduro decretava il 30 aprile l’ulteriore aumento del 95% della retribuzione legale, annunciava l’aumento delle indennità e una copertura del 100% dei pensionati, e moltiplicava le assegnazioni ai più vulnerabili: anziani, studenti, donne incinte, donne che allattano, ecc. La replica delle catene di distribuzione come produzione e vendita, era per l’80% nelle mani private, consisteva nell’aumentare i prezzi il giorno seguente. Maduro annunciava che se sarà rieletto il 20 maggio fermerà la mafia dei supermercati e rilancerà il “governo della piazza”, città per città, rafforzare il controllo della distribuzione da parte dei cittadini e del governo.
Il candidato dell’opposizione presidenziale, Henri Falcon, affermava che con la dollarizzazione del Venezuela, si conquisterebbe la fiducia delle organizzazioni internazionali come Banca mondiale (WB) e Fondo monetario internazionale (FMI). Il Presidente Nicolás Maduro considera al contrario, di rendere il Paese indipendente dal dollaro, creando la divisa Petro: “Che un Paese come il nostro possa avere una propria valuta internazionale sarebbe un successo senza precedenti nel mondo” aggiunse riferendosi al Petro lanciato dal governo bolivariano“.

5 aree di lavoro
Nell’ambito del coordinamento della proposta del Presidente, il Comitato economico stabiliva diverse aree di lavoro: sicurezza e sovranità alimentare, nuova architettura finanziaria per la gestione delle finanze pubbliche, rapporto col capitale straniero, economia di produzione, nuovo modello economico che esponga le motivazioni all’Assemblea costituente e problema dell’energia dai diversi punti deboli. Uno di questi è PDVSA Gas Communal: servizio diretto e distribuzione in bombole parte essenziali del lavoro data l’importanza che hanno nelle case. Inoltre, il problema dei flussi di raffinazione fu enfatizzato per valorizzare lavorazione, sfruttamento ed estrazione del greggio. Alla domanda sul destino delle maggiori riserve petrolifere del mondo, il deputati Paravisini dichiarava che le risorse della Hugo Chávez Orinoco Oil Belt continuano ad essere utilizzate come strumento di geopolitica globale. “Chiunque voglia petrolio deve adattarsi alle condizioni stabilite dallo Stato. Si prevede addirittura di stabilire condizioni più severe con questo rapporto di proprietà: 60% alla Repubblica e 40% all’investitore privato da associare che porta tecnologia oltre al finanziamento“. La democratizzazione della gestione dell’industria deve continuare perché nonostante il controllo del governo su Petróleos de Venezuela (PDVSA) che, prima del colpo di Stato e dello sciopero del 2002-2003 contro il Presidente Hugo Chávez, era controllato da “una casta burocratica” che si faceva chiamare meritocrazia, continua a essere gestita da una struttura strettamente legata ai poteri delle multinazionali. Il decreto presidenziale 3368 pubblicato il 12 aprile nella Gazzetta Ufficiale del Venezuela n. 41376, rappresenta un passo in questa direzione. Lo scopo è riorganizzare le operazioni petrolifere e ridurre al minimo la burocrazia nell’impresa statale e nelle joint venture per ripristinarne la capacità produttiva. “L’attività dell’industria petrolifera si è totalmente distorta. Da una cosiddetta acquisizione di tutte le variabili con la nazionalizzazione del petrolio nel 1975 che in realtà diventò un Ministero del Petrolio molto forte, ma con un’industria in realtà gestita dalle multinazionali attraverso prestanomi, passiamo ad un’altra in cui entrambi i lati vanno controllati dallo Stato“. Ciò ne ha determinato il rafforzamento sul momento, ma in pratica “abbiamo perso il controllo sul problema del petrolio. Oggi, l’abbiamo perso nell’industria e abbiamo perso la forza del ministero“, dichiarava Paravisini, dell’Assemblea costituente. “PDVSA era una creazione dell’imperialismo e della CIA. Rómulo Betancourt, inizialmente, si oppose alla sua creazione e quindi l’accettò a condizione che le compagnie fossero dirette dagli ex-direttori delle transnazionali”, ricordava.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’ultima minaccia di Trump alla Corea democratica rende impossibile un accordo

Moon of Alabama, 18 maggio 2018Il presidente Trump ha di nuovo sabotato i negoziati con la Corea democratica. Sarà difficile riavviarli. L’atteggiamento che ha mostrato ne rende improbabile uno qualsiasi. La Corea democratica minacciava di cancellare il vertice col presidente degli Stati Uniti Trump. I commenti del Consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Bolton secondo cui il “modello libico” sarebbe stato applicato alla Corea democratica, sono stati considerati un insulto. La Libia aveva acquistato alcune attrezzature che potevano essere utilizzate per avviare l’arricchimento di uranio. Ma non ha mai avuto un programma per lo sviluppo di armi nucleari, né base industriale ed accademica per perseguirne uno simile. Per uscire dalle sanzioni, la Libia rinunciò al poco materiale che aveva. Tutto fu spedito negli Stati Uniti prima che le sanzioni fossero revocate. Bolton probabilmente si riferiva solo a questa parte del “modello libico”. Ma c’è anche altro. Pochi anni dopo che la Libia aveva abbandonato il suo minuscolo materiale nucleare, Francia, Regno Unito e Stati Uniti (FUKUS) avviarono la guerra per il cambio di regime contro di essa. Con l’aiuto degli Stati Uniti, Muammar Gheddafi fu assassinato dagli islamisti e Hillary Clinton persino ci scherzò. Da allora la Libia è nel caos totale e in una guerra tribale dalle continue ingerenze straniere. La Corea democratica respinge naturalmente il modello libico. Si ritiene, giustamente, Stato nucleare a tutti gli effetti. Richiede negoziati sulla base della parità. Dopo le minacce nordcoreane di cancellare il vertice, il portavoce della Casa Bianca ritirava il “modello libico” di Bolton: “Riferendosi al confronto con la Libia, la segretaria stampa della Casa Bianca Sarah Sanders ha detto che non l’ha visto “come parte di alcuna discussione, quindi non so se sia un nostro modello. Non lho visto come specifico, so che quel commento fu fatto. Non esiste un modello di stampa che possa funzionare“.
Il treno per il vertice sembrava marciare ancora. Poi Donald Trump lo deragliava di nuovo. Alla conferenza stampa del 17 maggio gli fu chiesto del problema “modello Libia” e, con un commento apparentemente scontato, approfondiva il confronto: “Il modello, se si guarda a quello con Gheddafi, fu la decimazione totale. Siamo andati lì per batterlo. Ora quel modello avrebbe avuto luogo se non avessimo fatto un accordo, molto probabilmente. Ma se facciamo un accordo, penso che Kim Jong-un sarà molto, molto felice“. Si potrebbe chiamare “l’arte della mafia”: “Firmi o ti uccido”. Alcuni media fingono che Trump abbia solo “assicurato” Kim Jong-un. Reuters indicava che Trump cercava di placare Kim su un vertice incerto; il New York Times: Trump e Corea democratica rifiutano il “Modello Libia” di Bolton; Politico: Trump offre assicurazioni a Kim e un avvertimento. La “decimazione totale” sembra più di “un avvertimento”. The Guardian aveva l’approccio più realistico: Minaccia di Donald Trump a Kim Jong-un: fai l’accordo o subisci la stessa sorte di Gheddafi. La minaccia di Trump alla Corea democratica dimostra la giustezza di acquisire armi nucleari e capacità di lanciarle sugli Stati Uniti continentali. Cederle sarebbe un suicidio. Trump aveva anche borbottato che avrebbe dato “forti rassicurazioni” a Corea democratica e Kim Jong-un sulla loro sicurezza se faranno l’accordo. Non spiegava quali sarebbero. Il modo in cui Trump aveva distrutto l’accordo nucleare con l’Iran, attuato con le “forti rassicurazioni” di un presidente degli Stati Uniti e l’appoggio del Consiglio di sicurezza dell’ONU, dimostra che alcuna garanzia degli Stati Uniti è degna della carta su cui è scritta. Quando fu annunciato il vertice, si sapeva che aveva poche possibilità di successo perché c’erano troppi interessati a mantenere il conflitto con la Corea democratica, come John Bolton, i militari statunitensi e il premier giapponese Abe.
La Corea democratica sicuramente risponderà alla minaccia della “decimazione totale” di Trump. Probabilmente uscirà dal vertice previsto per il 12 giugno a Singapore. Potrebbe tornare se la Casa Bianca tornerà sui suoi commenti. La Cina, che spinge Corea democratica e Stati Uniti a un accordo, lascerà che la Casa Bianca sappia cosa fare. Ma credo che il vertice, se avrà luogo, non ha possibilità di successo. Trump non sa nulla dei dettagli politici e tecnici e non ha idea della cultura asiatica. Sbufferà e insulterà il partner dei negoziati. Probabilmente richiederà il totale disarmo nucleare della Corea democratica. Non ci sarà alcun accordo. Solo dopo questo fallimento imparerà che la “decimazione totale” della Corea democratica non è un’opzione che può perseguire.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Di Maio, Salvini, Palenzona, Berlusconi e le fake news

Di Maio, Salvini, Palenzona, Berlusconi e le fake news

La Via della Seta passa per Anversa e… l’Iran

Venice Affre, Lemoci

Dopo aver percorso 11000 chilometri viaggiando per 16 giorni sulle nuove rotte ferroviarie della seta, il primo treno merci che collega direttamente la Cina ad Anversa (Belgio) arrivava il 12 maggio nel porto di Anversa. Il 26 aprile, il treno lasciava la città portuale di Tangshan (provincia di Hubei) nella Cina nord-orientale prima di raggiungere il porto fiammingo, dopo aver attraversato Kazakistan, Russia, Bielorussia, Polonia e Germania. Questo primo collegamento ferroviario diretto tra Cina e Anversa è un progetto avviato dalla città di Tangshan e dal suo porto, in collaborazione con la compagnia di navigazione cinese statale Cosco Shipping Lines e la China Railway Container Transport Corp. (CRCT).

La nuova linea ferroviaria della seta passerà per Anversa
Il treno fa parte dell’Iniziativa cinese Fascia e Via (BRI), l’ambizioso programma del governo cinese per far rivivere le rotte commerciali dall’antica Via della Seta dall’Asia all’Europa. Con la nuova strategia aziendale del programma One Belt One Road (OBOR), il Presidente Xi Jingping vuole offrire alla Cina opportunità in Medio Oriente, Africa ed Europa. “Questa linea ferroviaria diretta pone il nostro porto sulla rotta BRI (Belt and Road Initiative) e rafforzerà ulteriormente i nostri legami con la Cina“, affermava Luc Arnouts, direttore commerciale del porto di Anversa, citato da una nota dell’autorità portuale di Anversa. “Abbiamo lavorato a lungo a questo progetto, che rappresenta un passo importante nelle nostre relazioni commerciali con la Cina“, aggiungeva. La durata media del viaggio marittimo dal porto di Tangshan con navi convenzionali è di 35 giorni. Il treno, trasportando 34 container di minerali per l’industria della carta e la produzione di ceramiche, può compiere il viaggio Tangshan-Anversa “in un tempo record di 16-20 giorni e a costi relativamente bassi“, affermava Geert Gekiere, amministratore delegato di Euroports Belgium, citato nel comunicato stampa. La Cina è il quarto partner di Anversa nel traffico annuale di 14 milioni di tonnellate di merci. A questo proposito, il governo cinese prevede di commissionare un treno diretto ad Anversa una o due volte al mese. In questo contesto, la città di Tangshan cerca di rafforzare la cooperazione col porto di Anversa e intende firmare un memorandum d’intesa con la città di Anversa. Inoltre, la China Railway Container Transport Corp. studia la fattibilità dell’apertura di un ufficio vendite in Europa.

La Cina inaugura un collegamento ferroviario con l’Iran
Le Vie della Seta continuano a tracciare i solchi anche nelle zone di tensione. Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sullo smantellamento nucleare firmato con l’Iran nel luglio 2015, noto come Piano d’azione globale congiunto (JCPOA), che ha destato serie preoccupazioni nella comunità internazionale, in particolare tra i firmatari dell’accordo (Germania, Francia, Regno Unito, Cina, Russia), non impedisce a Pechino di continuare ad aprire rotte commerciali verso Teheran. Come riportato in un articolo del Washington Post dell’11 maggio, la Cina inaugurava il 10 maggio. esattamente due giorni dopo l’annuncio ufficiale di Donald Trump di ritirare il suo Paese dall’accordo nucleare di Vienna, un nuova linea ferroviaria tra Bayannur, città della Regione autonoma della Mongolia Interna, e l’Iran. “Mentre gli Stati Uniti ora chiedono alle compagnie straniere di ridurre le attività in Iran, la Cina sembra fare il contrario“, scriveva il Washington Post. Col lancio di questa nuova linea dei trasporti merci, Pechino intende intensificare i rapporti commerciali coll’Iran. La Cina è il maggiore fornitore dell’Iran che acquistava lo scorso anno 10,9 miliardi di euro in merci, un aumento del 23,86% delle importazioni iraniane rispetto al 2016, secondo Global Trade Atlas (GTA)/IHS Markit. Le importazioni cinesi dall’Iran ammontavano a 16,4 miliardi di euro (+21,78% in un anno) di cui 10,8 miliardi di euro imputati alla voce “combustibili minerali, oli, materiali bituminosi”. Con questa nuova linea ferroviaria, la Cina invia un messaggio chiaro a Donald Trump: “Continueremo a commerciare con l’Iran”, come riporta il Washington Post, secondo cui il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Geng Shuang dichiarava in una conferenza stampa del 9 maggio che Iran e Cina, “manterranno normali legami economici e commerciali. Continueremo, aveva detto, la nostra cooperazione pratica normale e trasparente con l’Iran basandoci sulla non violazione dei nostri obblighi internazionali”. La Cina, ricordava il quotidiano, affronta lo stesso problema degli alleati degli Stati Uniti in Europa. Infatti, anche se i governi europei si oppongono a nuove sanzioni contro l’Iran, le compagnie del vecchio continente dovrebbero rispettare tali regole o esporsi a pesanti multe. Inoltre, come riporta Le Monde, “il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif scelse Pechino, primo partner commerciale dell’Iran, per la prima tappa, il 13 maggio, del viaggio volto a salvare l’accordo internazionale sul programma nucleare dopo il ritiro degli Stati Uniti dell’8 maggio”. Secondo lo stesso articolo, l’omologo Wang Yi promise che la Cina avrebbe adottato un “atteggiamento oggettivo, equo e responsabile” e “continuerà a lavorare per mantenere l’accordo“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il massacro di Gaza illustra l’ipocrisia occidentale

Finian Cunningham SCF 18.05.2018Questa settimana, il Presidente Vladimir Putin inaugurava il ponte di 19 chilometri che collega la Crimea alla Russia meridionale. A migliaia di chilometri di distanza, nella Palestina occupata, i soldati israeliani compivano un massacro col pieno appoggio degli Stati Uniti mentre apriva la nuova ambasciata. I due eventi non sono così distanti come si potrebbe pensare a prima vista. Entrambi implicano l'”annessione”; una fittizia e l’altra molto reale. Ma l’ipocrisia occidentale inverte la realtà. Mentre i dignitari statunitensi aprivano la nuova ambasciata USA a Gerusalemme, in pompa magna, circa 60 manifestanti palestinesi disarmati venivano uccisi a sangue freddo dai cecchini israeliani. Tra i morti c’erano otto bambini. Migliaia di altri furono mutilati dal fuoco vivo. Il bagno di sangue potrebbe crescere nei prossimi giorni. Il trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme occupata da Israele, ordinata dal presidente Trump, è stata rimproverata dalla maggioranza delle nazioni. La mossa preclude qualsiasi accordo di pace negoziato che avrebbe dovuto lasciare in eredità Gerusalemme Est capitale di un futuro Stato palestinese. La decisione di Trump di trasferire l’ambasciata USA sostiene le affermazioni israeliane sull’intera Gerusalemme come “capitale indivisa dello Stato ebraico”. Israele occupa Gerusalemme, scontrandosi con la legge internazionale, dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967. In altre parole, Washington è passata dall’accettazione tacita ad una politica apertamente complice dell’annessione israeliana del territorio palestinese, un’annessione che va avanti da settant’anni, dalla nascita dello Stato d’Israele nel 1948. L’approvazione, di fatto, dell’annessione di Gerusalemme segnata dall’apertura dell’ambasciata statunitense, è il culmine di 70 anni di espansione e occupazione israeliana.
Nel frattempo, Putin svelava il ponte che collega la terraferma del sud della Russia alla penisola di Crimea, promemoria puntuale della sfacciata ipocrisia degli Stati occidentali. Da quando la Crimea votò il referendum del marzo 2014 per ricongiungersi alla patria Russia, Washington ed alleati si sono continuamente lamentati della presunta “annessione” di Mosca della penisola sul Mar Nero. Non importa che il popolo di Crimea fu indotto a tenere il referendum sull’adesione dopo il sanguinoso colpo di Stato in Ucraina contro un governo legittimo, da parte dei neo-nazisti sostenuti dalla CIA nel febbraio 2014. Il popolo della Crimea votò un referendum pacificamente costituito per separarsi dall’Ucraina ed unirsi alla Russia, di cui storicamente faceva parte fino al 1954, quando l’Unione Sovietica assegnò arbitrariamente la Crimea alla giurisdizione della Repubblica Sovietica dell’Ucraina. Negli ultimi quattro anni, i governi occidentali, i loro media corporativi, i loro think-tank e l’alleanza militare NATO guidata dagli Stati Uniti, hanno lanciato un’intensa campagna anti-russa di sanzioni economiche, denigrazione e offese basato sulla pretesa dubbia che la Russia abbia “annesso” la Crimea. Le relazioni tra Stati Uniti ed Unione europea verso la Russia sono congelate da una nuova e potenzialmente catastrofica guerra fredda, presumibilmente motivata dal principio secondo cui Mosca avrebbe violato il diritto internazionale e modificato i confini con la forza. La presunta “annessione” della Crimea è citata come segno che Mosca minaccia l’Europa con un’aggressione espansionista. Putin è stato denigrato come “nuovo Hitler” o “nuovo Stalin” a seconda del proprio analfabetismo storico. Tale distorsione occidentale sugli eventi in Ucraina dal 2014 può essere facilmente contestata da fatti concreti come palese falsificazione per nascondere ciò che era in realtà ingerenza illegale di Washington e alleati europei negli affari sovrani dell’Ucraina. In breve, l’interferenza occidentale riguardava il cambio di regime con l’obiettivo di destabilizzare Mosca e proiettare la NATO ai confini della Russia. Questo è un modo per sfidare la narrativa occidentale su Ucraina e Crimea. Attraverso la valutazione di fatti concreti, come le sparatorie dei cecchini majdaniti sostenuti dalla CIA contro dozzine di manifestanti a Kiev nel febbraio 2014. O l’attuale offensiva filo-occidentale delle forze neo-naziste di Kiev contro le repubbliche del Donbas, nell’Ucraina orientale . Un altro modo è accertare l’integrità del presunto principio giuridico occidentale circa la pratica generale dell’annessione do territori.
Ascoltando l’incessante costernazione espressa da governi e media occidentali sulla presunta annessione della Crimea da parte della Russia, si potrebbe pensare che la presunta espropriazione sia una grave violazione del diritto internazionale. Oh, per quanto cavallereschi si potrebbero pensare Washington ed europei a difesa della sovranità territoriale, a giudicare dal loro apparente giusto rifiuto dell'”annessione”. Tuttavia, l’apertura grottesca dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, accompagnata dal massacro di manifestanti palestinesi disarmati, dimostra che le preoccupazioni professate dagli occidentali sull'”annessione” non sono altro che una diabolica menzogna. In sette decenni di espansione dell’occupazione illegale del territorio palestinese da parte degli israeliani, Washington ed europei non hanno emanato alcuna opposizione. Ma quando si tratta di Crimea, anche se le loro pretese non sono valido, le potenze occidentali non smettono mai di tormentarsi per l’annessione alla Russia, come se fosse il peggiore crimine della storia moderna. Peggio dell’ipocrisia, Stati Uniti ed Unione europea sono silenziosi complici d’Israele nella continua annessione di territorio palestinese, nonostante la violazione del diritto internazionale. I massacri periodici e l’intera popolazione detenuta sotto un brutale assedio nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania non hanno mai registrato alcuna opposizione dalle potenze occidentali. Questa settimana, Washington ha fatto un ulteriore passo avanti, in effetti, esultando l’annessione israeliana del territorio palestinese nel modo più provocatorio, aprendo l’ambasciata nella Gerusalemme occupata. Quindi, oltre a tale violazione del diritto internazionale, abbiamo l’oscenità della Casa Bianca di Trump che difende il massacro di civili disarmati come “autodifesa” dell’esercito israeliano che occupa illegalmente, ed è armato dagli Stati Uniti. La licenza di uccidere dalla Casa Bianca. La patetica, muta risposta di Unione Europea e Nazioni Unite nei confronti di questo terrorismo di Stato e crimine n’espone la vigliacca complicità. L’ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Nikki Haley accusava istericamente per mesi la Russia di violazioni in Ucraina e Siria. Eppure, sulla strage di palestinesi di questa settimana, Haley rimaneva muta. Le sue uniche osservazioni erano le congratulazioni ad Israele per la nuova ambasciata degli Stati Uniti nella Gerusalemme occupata. Quindi, la prossima volta che sentiremo Washington ed alleati europei pontificare sull'”annessione” della Russia, l’unica risposta appropriata dovrà essere il disprezzo per la loro vile ipocrisia nei confronti dei diritti e del genocidio dei palestinesi sotto l’occupazione sostenuta dall’occidente.Traduzione di Alessandro Lattanzio