La desolante realtà di Isao Takahata

Le esperienze infantili del regista hanno dato forma alle sue opinioni su animazione e tentativi di revisione della Costituzione pacifista del Paese
Masami Ito, Japan Times 12 settembre 2015tumblr_noegdmvt5l1svkn3wo3_1280Essendo sopravvissuto a un devastante raid aereo degli Stati Uniti sulla città natale, nella seconda guerra mondiale, il regista Isao Takahata ha subito in prima persona gli orrori della guerra. E’ forse non sorprende quindi che si opponga fermamente al tentativo del primo ministro Shinzo Abe di far passare la controversa legge sulla sicurezza alla dieta. C’è un antico proverbio romano, Takahata dice durante un’intervista presso lo Studio Ghibli di Tokyo, a Koganei: “Se vuoi la pace, prepara la guerra“. Takahata, uno dei registi di animazione più influenti del Paese e co-fondatore dello Studio Ghibli, dice che preferisce la versione del poeta francese Jacques Prevert del 1953: “Se non si desidera la guerra, prepara la pace“. “Non si può mantenere la pace scegliendo un’arma“, dice Takahata. “Deve essere raggiunta con la diplomazia, in realtà la posizione del Giappone fino a poco tempo fa. Ora, però, Abe vuole trasformare il Giappone in un Paese che può entrare in guerra“. La Costituzione che rinuncia alla guerra vige intatta da quando entrò in vigore nel 1947. I legislatori conservatori come Abe da tempo sostengono la revisione della Costituzione, elaborata durante la occupazione alleata. Infatti, uno dei principi fondatori del Partito democratico liberale al governo è rivedere la Costituzione. Takahata, premiato regista di “Tomba per le lucciole”, film d’animazione sulla lotta disperata di due fratelli per sopravvivere alla seconda guerra mondiale, si oppone a tali mosse. E’ uno dei membri fondatori di Eigajin Kyujo no Kai (cineasti per l’articolo 9), che mira a proteggere la clausola pacifista da una “modifica indesiderabile”. L’articolo 9 della Costituzione stabilisce che “il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Il governo ha sostenuto che il Giappone può usare solo la forza militare per l’autodifesa. Invece della revisione della Costituzione, che deve essere sostenuta da almeno due terzi dei parlamentari di entrambe le camere della dieta e da una maggioranza referendaria, Abe ha deciso di modificare l’interpretazione del governo della Carta. “La situazione al momento è estremamente pericolosa”, dice Takahata. “E’ meraviglioso poter celebrare il 70° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale. Tuttavia, è importante assicurarsi che le cose restino così per poter celebrare il 100° anniversario“.

‘Fortunato di esserne uscito vivo’
SONY DSCIsao Takahata è nato nella città di Ujiyamada (ora Ise), Prefettura di Mie, nel 1935. Il più giovane di sette fratelli cresciuti nella Prefettura di Okayama, aveva solo 9 anni quando gli USA bombardarono la sua città natale il 29 giugno 1945. Takahata fuggì da casa terrorizzato dal raid aereo, scappando a piedi nudi e in pigiama con una delle sorelle. Le bombe incendiarie scatenarono una tempesta di fuoco che devastò la città. “Siamo stati fortunati a uscirne vivi“, dice. Takahata ricorda mucchi di cadaveri per le strade, mentre ritornavano a casa. Il resto della famiglia, nel frattempo, sopravvisse ai bombardamenti nascondendosi in un rifugio antiaereo nel giardino e Takahata poté raggiungerla il giorno seguente. Ricorda vividamente il momento in cui si riunì con la madre. Non era la gioiosa occasione che si ha in genere in tali circostanze e mostrò poca emozione oltre a sorridere imbarazzato alla madre. I morsi del rammarico dopo quel momento ispirarono Takahata nel dare al personaggio della sua serie televisiva del 1974, “Heidi, la bambina delle Alpi”, quella personalità. “La natura spensierata di Heidi deriva dalla mia immagine ideale di ciò che un bambino dovrebbe essere, qualcosa che non potei essere“, dice Takahata. “Da allora ho capito che gli adulti non dovrebbero cercare di decidere la personalità di un bambino e così ora mi assicuro che i miei personaggi siano più realistici“. Takahata riassume alcune sue esperienze sul raid aereo sulla città di Okayama nel suo film del 1988 “La tomba delle lucciole”. Il film mostra le bombe distruggere la città dove il 14enne Seita e la sorella Setsuko vivono. Le bombe incendiare sibilano forte mentre cadono dal cielo. “Molti telefilm e film che illustrano le bombe incendiarie non sono precisi”, spiega Takahata. “Non fanno scintille o esplosioni. C’ero e l’ho visto, quindi so cos’erano“. Il regista dice di aver voluto usare una struttura simile nei film giapponesi giocando sulle emozioni riguardo la tragica trama del doppia suicidio, rivelando al pubblico la fine già all’inizio del film, prima di riprendere dai tempi felici, mostrando come la situazione della coppia peggiori. “La tomba delle lucciole” inizia con una scena che mostra Seita morire e riunirsi a Setsuko, già scomparsa. “E’ traumatizzante per un pubblico vedere la vita di due persone felici degradare col tempo fino a una morte tragica“, dice Takahata. “Se un pubblico sa all’inizio del film che i due muoiono, è più disposto a vederlo. Provo a diminuire il dolore di un pubblico rivelando tutto all’inizio“. Takahata raffigura i due personaggi principali del film come fantasmi nel tentativo di riflettere le opinioni dei cittadini giapponesi sulla vita e la morte. Osserva come la gente in generale crede che gli spiriti dei loro cari rimangano a proteggerla dai pericoli. Allo stesso tempo, dice, le persone sentono anche che i loro antenati li osservano impedendogli di fare qualcosa di sbagliato. “Il film mi ha dato l’opportunità di esplorare una nuova forma di espressione nell’animazione, catturando il mondo in cui i due bambini vivevano”, dice Takahata. “Ho anche voluto rivelare ciò che le persone fanno quando sono spinte in un angolo“.Tomba-luccioleL’obiettività nei film
Takahata entrò nel mondo dell’animazione nel 1959, entrando in ciò che ora è chiamato Toei Animation, dopo la laurea presso l’Università di Tokyo, in letteratura francese. Ebbe il primo lavoro da regista nel 1963 con la serie TV “Ken il ragazzo-lupo”. Fu alla Toei Animation che Takahata incontrò colui che divenne l’amico di una vita e co-fondatore dello Studio Ghibli, Hayao Miyazaki. Miyazaki, di cinque anni più giovane, entrò alla Toei Animation nel 1963. Sorprendentemente, Takahata e Miyazaki s’incontrarono la prima volta grazie alle attività sindacali nello studio. Da lì iniziarono a lavorare su vari progetti di animazione, tra cui “Lupin III Parte 1” e “Heidi, la bambina delle Alpi”. Takahata ricorda i suoi primi giorni con Miyazaki con affetto, lo descrive come un “giovane vivace”. “Siamo diventati subito amici“, dice Takahata. “Abbiamo parlato di ogni sorta di cose, da che tipo di animazione creare alla vita in generale. E una volta che abbiamo iniziato a lavorare insieme, ha mostrato un enorme talento“. Dopo esser passati ad alcune studi di animazione, Takahata e Miyazaki fondarono lo Studio Ghibli nel 1985. Lo studio creò una serie di film d’animazione premiati, tra cui “La storia della principessa splendente” di Takahata, nominato nel 2015 all’Academy Awards e “Solo ieri”, che uscirà negli Stati Uniti nell’inverno del 2016. Nel frattempo, Miyazaki ha continuato a creare film come “Il mio vicino Totoro” e il premio Oscar “La città incantata“. Takahata dice di aver riconosciuto il talento di Miyazaki all’inizio ed evitato che riferimenti comuni apparissero nei loro lavori. “Non è che non mi piaceva quello che faceva, solo non potevo competere con lui“, dice Takahata. “Sapevo molto bene di fare il cinema che lui avrebbe evitato, e sapevo che faceva lo stesso verso di me. Rimaniamo vicini ma non abbiamo lavorato insieme per molto tempo“. Takahata descrive il suo rapporto con Miyazaki come reciproca comprensione, fino al punto in cui l’uno critica il lavoro dell’altro. “Non avremmo mai criticato l’altro faccia a faccia perché avrebbe creato uno scontro, so che ha criticato il mio lavoro“, dice Takahata con una risata. “Non mi dispiace affatto, perché è così che il nostro rapporto è. Ci frequentiamo senza entrare in discussioni sui nostri film“. I film di Takahata si sforzano di essere i più realistici possibili, anche se con elementi di fantasia. “Pom Poko”, per esempio, segue un gruppo di procioni che cerca di salvare la propria casa, mentre “La storia della principessa splendente” è la storia di una piccola principessa trovata in un albero di bambù, ma tuttavia nelle mani di Takahata le loro storie assumono un senso di realismo. Tuttavia, Takahata disegna personaggi di fantasia dai superpoteri che gli consentono di compiere l’impossibile. “Non dico che la fantasia sia un male. A me stesso piace il genere, di tanto in tanto. Tuttavia, non sono d’accordo ad eccitare il pubblico vedendo un personaggio fare qualcosa d’incredibile che sfida la logica“, dice. “Troppi film di oggi hanno personaggi che superano le difficoltà utilizzando nient’altro che la forza dell’amore e ul coraggio“, dice. L’avanzata della computer grafica negli ultimi dieci anni ha cambiato il mondo dell’animazione, contribuendo a infondere nuova vita alla fantasia. Da “Toy Story”, il primo film di animazione in CG uscito nel 1995, diversi successi al botteghino sono apparsi, tra cui “Monsters & Co.” della Pixar e “Alla ricerca di Nemo”. Gli studi di animazione della Walt Disney hanno vinto l’Academy Award per il miglior film d’animazione negli ultimi due anni, con “Frozen” nel 2014 e “Big Hero 6” che batté “La storia della principessa splendente” di Takahata, nel 2015. Le immagini di vita reale, però, lasciano poco spazio all’immaginazione, dice Takahata. “(Prima della computer grafica), l’animazione era solo piatta e bidimensionale. Non poteva mai essere veramente reale”, dice. “Ma quello era il punto: mantenendo tutto piano, l’animazione consente agli spettatori d’immaginare cosa ci sia dietro le immagini“. I film d’animazione di Ghibli hanno anche cambiato l’idea preconcetta che l’animazione sia per bambini. Gli adulti possono vederli quanto i bambini, e coloro che rivedono un film di Takahata da adulti notano che le loro impressioni del film o dei personaggi cambiano. A differenza dei tipici film per bambini, che presentano inevitabilmente un personaggio malvagio che affronta il protagonista, i film di Takahata sono più oggettivi. Nel mondo, la vita non è mai veramente nera o bianca. “I bambini spesso credono che gli adulti siano meglio o peggio di quello che sono”, dice. “Voglio rappresentare i veri adulti, non solo personaggi che esistono solo per minacciare i bambini”.02Impedire la guerra
Takahata ha vinto numerosi premi nazionali e internazionali, tra cui la medaglia dal nastro viola nel 1998 e il Pardo d’onore al Festival di Locarno nel 2009. Fu nominato anche Ufficiale dell’Ordine delle Arti e delle Lettere francesi nell’aprile 2015, non solo per i suoi film, ma anche per le sue traduzioni di poesie francesi in giapponese. Il 70° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale fu celebrato il 15 agosto e le organizzazioni mediatiche nazionali trasmisero la scaletta standard su guerra e pace, tra cui “La tomba delle lucciole” di Takahata. Nel frattempo, “Nihon no Ichiban Nagai Hi” (“L’Imperatore di agosto”), un remake della versione del 1967 del famoso “giorno più lungo del Giappone”, fu trasmesso ad agosto, mostrando la complessità di come fu presa la decisione della resa. Il regista Masato Harada dichiarò che era un film contro la guerra. Un po’ a sorpresa però, Takahata dice che “La tomba delle lucciole” non è un film contro la guerra, nonostante raffiguri la tragedia della seconda guerra mondiale. Parlare solo delle atrocità della guerra non impedirà un’altra guerra dice, perché ci saranno sempre persone che insistono sul fatto che il Giappone deve rafforzare l’esercito in modo che non soffra mai di nuovo una tale sconfitta ignominiosa. “Il Giappone fu devastato dalla guerra“, dice Takahata. “Non dobbiamo mai dimenticarlo, proprio come non dobbiamo mai dimenticare che abbiamo anche inflitto molta sofferenza ad altri Paesi. Tuttavia, nessuno sa quanto sarà terrificante una guerra all’inizio delle ostilità. “La tomba delle lucciole” non è un film contro la guerra semplicemente perché non può impedire che un’altra guerra accada“. Oltre alle attività cinematografiche, Takahata parla a conferenze e simposi. Partecipa anche ai movimenti di protesta per opporsi alla legge sulla sicurezza di Abe per impedire che il Giappone “diventi un Paese che può entrare in guerra”. Eigajin Kyujo no Kai, che vede Takahata e il regista Yoji Yamada, ha rilasciato una dichiarazione che afferma “che la legge di guerra” di Abe “distruggerà completamente l’articolo 9“. La dichiarazione fu approvata dal 10 settembre da 751 personaggi del cinema, tra cui le pluripremiate attrici Sayuri Yoshinaga e Chieko Baisho. Con la maggioranza della coalizione dominante del Partito liberale democratico e Komeito alle camere della Dieta, la legge potrebbe già passare questa settimana (come è avvenuto. NdT). Takahata, però, non cede. “Ho intenzione di continuare a protestare, anche se la legge sarà emanata, perché viola chiaramente la Costituzione“, dice. “Quando sarà il momento giusto, credo che potremo rottamarla“.p14-masami-isao-takahata-b-20150913Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli intellettuali di sinistra vogliono dirottare le proteste operaie in Francia

Gearóid Ó Colmáin, AHTribune 25 maggio 2016

L’ondata di scioperi in tutta la Francia mostra che la militanza della classe lavoratrice rimane forte. Ma il movimento operaio deve rompere con la collaborazione di classe e la socialdemocrazia, se vuole avere successo nel promuovere la causa dei poveri.Tete-manif28avril-LyonIn tutta la Francia scioperi e manifestazioni sono in corso. La gente protesta contro il tentativo del governo francese di riformare le leggi sul lavoro che renderebbe più facile assumere e licenziare. Le leggi sul lavoro francesi sono sempre state viste come ostacolo al progresso dalla classe dominante per via della modesta protezione assicurata ai lavoratori. Dal fronte popolare del 1936 e in particolare dal Consiglio Nazionale della Resistenza formato dopo la liberazione nel 1945, l’operaio francese ha tratto significativi progressi. Questi ‘acquis sociaux’ o conquiste sociali vengono ora brutalmente ritirati da una potente oligarchia che spinge al ribasso il costo del lavoro e aumenta i profitti dei capitalisti. Uno dei motivi per cui la società francese ha compiuto tale netto progresso economico e sociale dopo la seconda guerra mondiale era la forte presenza del Partito comunista francese (PCF). Il PCF ha giocato un ruolo chiave nel resistere e rovesciare l’occupazione nazista. Alla fine della guerra era il più grande e potente partito in Francia. I comunisti ebbero una notevole influenza sulle politiche del Consiglio Nazionale della Resistenza e nell’alleanza con i gollisti crearono una forte economia guidata dall’industria statale, istruzione gratuita, assistenza sanitaria universale e modesti miglioramenti nel tenore di vita. Tuttavia, i comunisti francesi non attuarono mai una strategia rivoluzionaria per prendere il potere e imporre la dittatura del proletariato. L’Internazionale comunista non aveva mai approvato la nomina di Maurice Thorez a Segretario generale del partito comunista negli anni ’30, giudicando correttamente che non aveva afferrato la concezione marxista dello Stato. La morte dei grandi comunisti francesi Henri Barbusse e Fernand Grenier prima e durante la guerra ne mise in crisi le prospettive di effettiva direzione rivoluzionaria. Discorsi e scritti di Thorez rivelano che era più vicino a Rousseau che a Marx; il comunista francese era più di un umanista piccolo-borghese che un leninista rivoluzionario. Il Presidente De Gaulle avrebbe osservato che non ci sarebbe stata alcuna rivoluzione comunista in Francia finché Thorez era a capo del PCF, ed aveva ragione. Già nel 1947, Thorez disse alla rivista Time che i comunisti francesi erano alla ricerca della ”terza via” al socialismo, una forma di collaborazione di classe che avrebbe miracolosamente portato all’eliminazione della classe; tale assurdità opportunistica pervase tutti i Paesi europei (ad eccezione dell’Albania) che affermavano di costruire il socialismo, preferendo usare il termine ‘democrazia popolare’ al posto di dittatura del proletariato. Nella Repubblica democratica tedesca, per esempio, il saggio consiglio di Mosca di non tentare la costruzione socialista finché il Paese non si fosse riunificato venne ignorato da Walter Ulbricht, capo del Partito di Unità Socialista. I sovietici avevano capito che un tentativo di costruire il socialismo nell’altamente agraria e sottosviluppata Germania orientale, avrebbe avvantaggiato la zona occidentale occupata dagli Stati Uniti; gli Stati Uniti avrebbero indotto i contadini della Germania orientale a fuggire nella zona più industrializzata, le cui industrie furono volutamente risparmiate dai bombardamenti alleati. Di conseguenza, Eric Honecker ammise nel 1972 che il Paese non era ancora socialista. I tedeschi orientali intrapresero al ‘terza via’, creando una socialdemocrazia piccolo-borghese in cui i partiti democratici e liberal-cristiani sedevano a fianco del Partito di Unità Socialista al Volkskamer (parlamento).
Negli scioperi a Marsiglia e in Francia nel 1947, il Paese fu a un punto morto. I lavoratori francesi furono sorpresi dalle condizioni dell’austerità imposta dal governo De Gaulle durante la ricostruzione della Francia. A causa dell’atteggiamento sulla ‘terza via’ piccolo-borghese della leadership del PCF, non vi era alcuna strategia rivoluzionaria per prendere il potere ed espropriare gli espropriatori. Gaston Defferre, sindaco socialista di Marsiglia, collaborò con la CIA per spezzare lo sciopero importando lavoratori stranieri e riabilitando la narcomafia locale contro i sindacati organizzati dai comunisti. Una grande opportunità fu persa. Nel 1968 in Francia scoppiarono di nuovo importanti scioperi e manifestazioni contro le cattive condizioni di lavoro e dei salari. Vi erano due aspetti chiave da considerare per comprendere le rivolte di Parigi nel 1968. Uno riguarda la geopolitica e l’altra la lotta di classe degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti volevano chiaramente cacciare De Gaulle e avvicinare la Francia alla NATO e all’economia neo-liberale. Dall’altra parte, la militanza della classe lavoratrice minacciava di rovesciare l’ordine borghese. Scioperi di massa diedero vantaggi significativi alla classe operaia francese, riuscendo a ottenere un aumento del salario minimo. Questi progressi furono presto vanificati, tuttavia, con l’inflazione dopo il 1968. Inoltre, i capi delle proteste degli studenti, in particolare Daniel Cohn-Bendit, erano sul libro paga della CIA. Cohn-Bendit continuò la carriera illustre nell’UE una volta sabotata la rivolta popolare in nome dell’imperialismo, non l’unico crimine di cui il politico francese fu accusato. Vi furono numerose accuse di molestie a bambini. La rivolta del 1968 fu l’inizio della fine per la prospettiva di un cambiamento rivoluzionario in Francia. La maggior parte dei capi della sinistra, in età avanzata, divennero chiassosi sostenitori dell’imperialismo degli Stati Uniti e del sionismo; Bernard-Henri Lévy, André Glucksman, Alain Krivine, Bernard Kouchner, Daniel Bensaïd, Henri Weber, Pierre Lambert. Tiennoch Grumbach, Marc Kravetz e molti altri divennero i sostenitori più fanatici del capitalismo e dell’imperialismo degli Stati Uniti. Con De Gaulle scomparso, l’embargo sulle armi ad Israele, imposto nel 1967, venne prontamente sollevato dal presidente Pompidou e nel 1973 fu approvata la legge Rothschild che privava lo Stato francese del diritto di stampare moneta. Il risultato fu il crollo dello standard di vita e l’esplosione del debito nazionale, con 1400 miliardi di euro solo sugli interessi da pagare, soprattutto, a banchieri privati stranieri.
L’ibridismo della rivolta del 1968 è una lezione attuale. Mentre i lavoratori francesi intraprendono azioni concrete, occupando raffinerie di petrolio, centrali nucleari e fermando i mezzi pubblici, il regime di Hollande affronta la prospettiva di una rivolta popolare incontrollabile. Non sorprende quindi che gli oligarchi responsabili della primavera araba assolutamente reazionaria e controrivoluzionaria promuovano ‘nuit debout’. L’élite dominante ha capito da tempo come manipolare la piccola borghesia, che Lenin descrisse come classe oscillante, utilizzata nel mondo dal capitalismo finanziario come un ariete contro ciò che resta dello stato sociale. Gli intellettuali di sinistra di ‘Nuit debout’ cercano di controllare il movimento dei lavoratori. A ciò si deve resistere con pugno di ferro! Alcun slogan è più specioso di ‘repubbliche sociali’ e ‘un altro mondo è possibile!’ E’ tempo per i lavoratori francesi di controllare le aziende pubbliche e private. Il movimento operaio deve capire la connessione tra fasulla guerra al terrore, guerre infinite e oppressione di classe. Gli attentati terroristici che richiedono più militarizzazione e sospensione delle libertà civili saranno utilizzati dallo Stato per schiacciare la solidarietà di classe dei lavoratori, incitando al razzismo e alla xenofobia. L’emigrazione coercitiva ingegnerizzata, con cui gli oligarchi come George Soros finanziano la sostituzione dei lavoratori europei con i migranti, sarà usata anche per schiacciare l’unità della classe operaia. Pertanto, la prima tappa dell’emancipazione sociale richiede l’affermazione della sovranità nazionale, la fine degli slogan dell’ultra-sinistra infantile su ‘senza confini’, che ha sempre significato ‘capitalismo senza frontiere’. Se questo movimento è guidato dai lavoratori, allora la rivoluzione nazionale può diventare socialista, diffondendosi in Europa e nel mondo.manifestation-CGT1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli 'sbufalatori' nazipiddini, una torma di troll assoldati dal PD, quando non veri e propri gerarchetti del PD, vi diranno che la foto è fasulla. I realtà spiega bene cos'è la politica socio-economica del PD, il partito che da da mangiare agli 'sbufalatori' di professione, ligi e lesti quando si tratta di ripulire faccia e culo di gente come Clinton, Obama, Renzi e accoliti. Ma quando si tratta si smentire la propaganda e le menzogne spacciate dai governi occidentali, dalle ONG di regime o dai fogli come repubblica e fattoquotidiano, gli 'sbufalatori' nazipiddini stanno zitti e scompaiono regolarmente nel pozzo nero da cui provengono.

Gli ‘sbufalatori’ nazipiddini, una torma di troll assoldati dal PD, quando non veri e propri gerarchetti piddini, vi diranno che la foto è fasulla. In realtà spiega bene cos’è la politica socio-economica del PD, il partito che da da mangiare agli ‘sbufalatori’ di professione, ligi e lesti quando si tratta di ripulire faccia e culo di gente come Clinton, Obama, Renzi e accoliti. Ma quando si tratta di smentire la propaganda e le menzogne spacciate dai governi occidentali, dalle ONG di regime o dai fogli come repubblica e fattoquotidiano, gli ‘sbufalatori’ nazipiddini stanno zitti e scompaiono regolarmente nel pozzo nero da cui provengono.

Cina e Giappone: amici per sempre?

Stati Uniti e Cina nel Pacifico: Quale destino per il Giappone?
Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 27/05/2016

East & Southeast AsiaDa alcuni anni, il Pacifico è testimone dell’avanzata della Cina e del simultaneo indebolimento delle posizioni degli Stati Uniti. La Cina lentamente ma inesorabilmente scaccia gli statunitensi dalla regione, estendendo l'”area di influenza” dall’ASEAN al Medio Oriente. La Cina ha anche dimostrato una determinazione impressionante ad agire su tutti i fronti. Pechino attua la strategia del filo di perle nell’Oceano Indiano. Preme per la delimitazione delle sfere di influenza nell’Oceano Pacifico assicurando che l’influenza degli Stati Uniti non vada oltre le Hawaii. Questo era il tema dell’incontro dell’estate 2013 tra il Segretario Generale del Partito comunista cinese Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. La stessa dichiarazione fu espressa nel maggio 2014, in occasione della Conferenza sull’interazione e le misure di rafforzamento della fiducia in Asia. Xi Jinping abbastanza esplicitamente sottolineò che la Cina gioca un ruolo dominante nella regione. Sulla politica della Cina nel Mar Cinese Meridionale e Mar Cinese Orientale, la Cina scaccia energicamente gli Stati Uniti dalla regione, costruisce nuove isole artificiali ed v’installa sistemi di difesa aerea. Nel settembre 2015, quando Xi Jinping e Barack Obama ebbero una riunione ordinaria, il presidente degli Stati Uniti espresse malcontento per la costruzione delle isole artificiali. Xi Jinping rispose che gli interessi immediati della Cina volevano che i lavori di costruzione continuassero. Tutti i Paesi del Pacifico seguono da vicino lo sviluppo della situazione, dato che le costruzioni inciderebbero su ciascuno di essi in un modo o nell’altro. Mentre alcuni Paesi considerano il passaggio della leadership nella regione alla Cina un vantaggio, altri sono sempre più allarmati. Il Giappone, la cui dipendenza dagli Stati Uniti è forte dalla fine della Seconda guerra mondiale, è il Paese più interessato ai progressi della Cina. Il riflusso dell’influenza statunitense dalla regione costringe il Paese del Sol Levante a pensare alla propria sicurezza. Nonostante tutti gli sforzi per creare almeno una parvenza di relazioni amichevoli tra Giappone e Cina (basti ricordare l’aiuto finanziario a lungo termine che la Cina ebbe dal Giappone in passato), e nonostante la cooperazione economica attiva di oggi (nel 2015 il commercio tra i due i Paesi fu di 278 miliardi di dollari) il ritiro degli Stati Uniti dalla regione lascerebbe il Giappone in una posizione vulnerabile. Le relazioni sino-giapponesi sono state dure per secoli. I ricordi della guerra 1937-1945, e in particolare degli orrori del massacro di Nanchino del 1937, quando i soldati giapponesi uccisero circa 300000 pacifici cittadini cinesi in 40 giorni, sono ancora freschi in Cina. Questi ricordi dolorosi, per entrambi i Paesi, riaffiorano ogni volta che c’è un inasprimento delle relazioni sino-giapponesi. A volte la stessa memoria sconvolge le relazioni bilaterali. Per esempio, quando nell’ottobre 2015 l’UNESCO decise d’includere i documenti cinesi che attestano il massacro di Nanchino nel patrimonio mondiale, il Giappone protestò immediatamente. Al momento il governo giapponese affermò che i cinesi falsificarono i fatti e minacciò d’interrompere il finanziamento dell’UNESCO che riceve il 10% del bilancio dal Giappone (il Giappone è il secondo maggior donatore dell’UNESCO dopo gli Stati Uniti). Mentre alcuni politici giapponesi negano lo stesso massacro, alcuni dicono che il numero delle vittime fu fortemente esagerato. Non importa come i giapponesi valutano la strage, la comunità globale non ha dubbi sulla veridicità dei fatti, anche se il numero delle vittime citate varia secondo le fonti (da 200 a 300 mila persone). Ciò che è importante, però, è che nessuno in Cina mette in dubbio il massacro, in cui il sentimento revanscista è ancora forte e potrebbe avere implicazioni negative sull’ulteriore sviluppo delle relazioni sino-giapponesi, soprattutto se il Giappone non è più sostenuto dagli Stati Uniti. Nessuno parla di possibilità di conflitto militare, naturalmente, ma è risaputo che i cambiamenti dell’equilibrio di potere militare si riflettono sempre nella politica internazionale.
L’aspetto politico delle relazioni sino-giapponesi di oggi, descritte come estremamente tese, lascia molto a desiderare. La crisi è iniziata nel 2012 quando le autorità giapponesi dichiararono l’intenzione di nazionalizzare le gasifere isole Senkaku nel Mar Cinese orientale, che la Cina considera suo territorio. La dichiarazione scatenò numerose proteste anti-giapponesi e un’ondata di violenze in Cina. Per aggiungere la beffa al danno, le isole contestate hanno iniziato a vedere più navi cinesi e giapponesi che mai. Presto Taiwan ne fu coinvolta: ci fu un conflitto tra equipaggi di navi giapponesi e taiwanesi con l’uso di cannoni ad acqua. Il braccio di ferro continua. Nel frattempo, il Giappone aumenta le spese militari secondo la strategia di sicurezza dello Stato adottata nel 2013. La Cina, a sua volta, continua ad innervosire il vicino orientale conducendo esercitazioni militari nel Mar del Giappone (le ultime condotte nell’agosto 2015). Ad aprile il Giappone ha inviato navi da guerra nelle Filippine, dopo aver sottolineato che l’obiettivo principale della visita era compensare la crescente influenza militare della Cina nel Mar Cinese Meridionale. Molti politici giapponesi vedono l’attenuazione delle posizioni degli Stati Uniti in Asia come un’opportunità per il Giappone di “staccarsi” dalla morsa degli Stati Uniti e diventare attore indipendente nella regione. Molti giapponesi sognano di ripristinare l’ex potenza militare del loro paese. Secondo l’articolo 9 della Costituzione giapponese, il paese non Può creare ed utilizzare le Forze Armate se non per l’auto-difesa. Ultimamente, l’idea di abbandonare l’articolo 9 guadagna sempre più sostenitori. Nell’autunno 2015, il parlamento giapponese approvava la legge che permette alle Forze di Autodifesa giapponesi di impegnarsi in azioni fuori dei confini giapponesi. Il ritiro delle truppe statunitensi dalla regione potrebbe essere un’ottima occasione per denunciare dell’articolo 9 e creare un esercito vero e proprio col pretesto di proteggersi dalla Cina. A maggio è aumento il sentimento anti-americano ad Okinawa che ospita una base aerea degli Stati Uniti. A quanto pare, il Pacifico è all’inizio di grandi cambiamenti. Lo spazio che gli Stati Uniti abbandonano sarà inevitabilmente occupato da altri Stati, rigorosamente in competizione per dominarlo. In questo frangente storico, è particolarmente importante per tutti i Paesi del Pacifico rimanere fedele alle regole del diritto internazionale e risolvere i problemi in un modo diplomatico per garantirsi cambiamenti al meglio. Da un lato, l’indebolimento dell’influenza statunitense paralizza la stabilità regionale, dall’altro le variazioni aprono sempre una porta a nuove opportunità e a una nuova impostazione politica regionale. E il Giappone, a quanto pare, fa tutto ciò che deve per essere tra i nuovi leader.

Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.6352114832638620311111Cina e Giappone: amici per sempre?
Lau Nai-keung, Gpolit 21 maggio 2016

japan3Introduzione di Thomas Hon Wing Polin: “I rapporti sino-giapponesi sono i più importanti e i più duri rapporti internazionali in Asia orientale. Tanta amarezza è passata tra i vicini dal secolo scorso che la gente spesso dimentica che tale animosità è in realtà un’aberrazione storica. Nel precedente millennio e mezzo Cina e Giappone ebbero generalmente cordiali e talvolta notevoli legami amichevoli. Nei primi anni di quel periodo fu essenzialmente un rapporto insegnante-studente, con i giapponesi che importarono elementi chiave dalla Cina utilizzati per modellare parti sostanziali della propria cultura. Più tardi, in particolare durante il periodo Meiji di rapida modernizzazione, il Giappone considerò l’ex-mentore arretrato portando al disprezzo in certo ambienti. Poi vi fu la catastrofe del 20° secolo che vide un’invasione strisciante ed una grande invasione della Cina da parte dell’esercito imperiale giapponese, con decine di milioni di persone uccise. Balzando al presente. Dopo decenni di tiepidi ma sempre crescenti legami tra Cina e Giappone, il sinofobo di destra Shinzo Abe saliva al potere nel 2012. Il “pivot in Asia” degli USA (traduzione: perno per contenere la Cina) era appena stato lanciato ed Abe ne divenne ben presto il più appassionato proselite in Asia. Risultato: i più tesi rapporto sino-giapponesi a memoria. Come la Cina e i cinesi vedono il Giappone? Il commentatore di Hong Kong e consulente di Pechino Lau Nai-keung mescola prospettive contemporanee e storiche per valutare la questione“.

Lau Nai-keung: “Ridacchiai leggendo le ultima notizie su navi da guerra giapponesi attraversare il Mar Cinese Meridionale. Questi sciocchi chiedono un pugno in faccia, ma i cinesi non glielo daranno, non ancora e non qui. Dal punto di vista cinese, il Giappone è una storia d’amore-odio. La Cina non potrà mai davvero odiare il vicino, anche dopo le atrocità indicibili inflitte dall’esercito imperiale al suo popolo. Nonostante 14 anni di guerra e decine di milioni di vite perse, né il governo nazionalista né il governo comunista chiesero mai alcun compenso. Testimoni oggi le decine di milioni di turisti cinesi che affollano il Giappone scambiando merci per miliardi di yen, nonostante il rischio dell’esposizione radioattiva. Ancora oggi, molti cinesi credono che il popolo giapponese discenda da 500 giovani cinesi guidati dal prete taoista Xu Fu in Giappone 2000 anni fa, alla ricerca della leggendaria erba della vita eterna, e che gli imperatori giapponesi ne siano la progenie. I più accettano l’idea che cinesi e giapponesi siano della stessa razza e condividano la stessa lingua, ma ciò è falso. Comunque hanno ragione, i due Paesi dovrebbero essere amici per sempre. La Cina non invase il Giappone, tranne forse durante la dinastia Yuan. Ma nel periodo Yuan (1271-1368) la Cina era sotto il dominio mongolo. Al contrario, il Giappone provò, ma non riuscì, a sottomettere il continente più volte, spesso venendo fermato nella penisola coreana. I ronjin giapponesi saccheggiarono le coste della Cina orientale quattro secoli fa, portando all’embargo totale della Cina sul commercio marittimo. Durante la prima guerra sino-giapponese del 1895, la Cina subì una grave sconfitta navale mentre difendeva la Corea. Poi il Giappone lanciò la grande invasione della Cina nel 1931, innescando 14 anni di sanguinosi combattimenti fino alla resa giapponese del 1945. A giudicare dal comportamento finora, il Giappone non s’è mai pentito dei crimini di guerra o accettato la sconfitta dalla Cina. Infatti, nonostante il precoce apprendistato cinese, sembra che il Giappone in realtà guardi dall’alto in basso i cinesi dalla dinastia Song del 13° secolo, pensando che la sua cultura sia stata compromessa dai barbari del nord. Alcuni osservatori ipotizzano che una nuova guerra sino-giapponese nel Mar Cinese orientale sia inevitabile, forse sulle isole Diaoyu (isole Senkaku per il Giappone). Finora la Cina ha rifiutato di essere coinvolta nello scontro, anche se gode della superiorità militare globale sul Giappone, quantitativamente e qualitativamente. A differenza del Giappone, che vuole mostrare al mondo di essere un “Paese normale”, la Cina non deve dimostrare niente col suo PIL nominale di oltre 2,5 volte superiore a quello del Giappone e in crescita. In combattimento, le dimensioni contano. Inoltre, il tempo non è dalla parte del Giappone. Con l’invecchiamento della popolazione che in realtà diminuisce, il Giappone è destinato ad affrontare la deflazione continua in futuro. Questo Paese affonda visibilmente. Se la Cina vuole lottare, sarebbe il bullo. Ecco perché Pechino è bloccata in una guerra ibrida con gli Stati Uniti. Ma col Giappone? Scherzate. In realtà, la Cina ha sempre più il controllo del Mar Cinese Meridionale, più un’ancora di salvezza per i giapponesi che per i cinesi. Non sarebbe saggio per Tokyo entrare in guerra con un avversario che può soffocarlo in qualsiasi momento. Ancora una volta, la Cina è sempre stata riluttante ad odiare il Giappone. Sono vecchi vicini. “Ehi piccoletto, qual è il tuo problema?“, pensa il più grande. “Posso essere di aiuto? Ricorda, il mio bis-bis-bisnonno t’insegnò a leggere e scrivere. Dobbiamo essere amici per sempre”. In effetti, era praticamente questo il rapporto, prima delle intrusioni occidentali nel 19° secolo. Non vi è alcun motivo per cui non possa essere così anche in futuro. Non è troppo bello per essere vero l’altruismo, ma coi piedi per terra del realismo. E la politica di buon vicinato che opera da quasi due millenni”.japan japanese prime minister shinzo abe china chinese president xi jinpingTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La parola del leader sulle isole

Una spedizione della Società Geografica Russa esplora le profondità della penetrazione del Giappone nelle isole Curili
Grigorij Jakovlev, VPK, 27.05.2016 – South Frontmap_kuril_iclandsUno dei temi nei colloqui con Vladimir Putin e il Primo ministro giapponese Shinzo Abe era il trattato di pace tra Russia e Giappone. Non è il primo né sicuramente l’ultimo vertice dedicato al problema delle differenze territoriali. Il nucleo della controversia si restringe al fatto che governo e politici giapponesi impongono affermazioni prive di fondamento suoi “Territori del Nord” nostro Paese, ciò che alcuni intendono le quattro isole Curili del sud, d altri – tutto l’arcipelago, e altri ancora anche Sakhalin del Sud. Ci sono motivi legali per questo, il fallimento dell’Unione Sovietica a firmare il Trattato di San Francisco del 1953, dove Tokyo declinava le rivendicazioni territoriali, la possibile offerta di Krusciov di consegnare due delle quattro isole. In quel momento, alcuna delle due parti suppose che l’altro rinunciava alla propria posizione; Pertanto non vi era alcuna soluzione al problema.

Il prezzo delle isole Curili
Secondo la leadership militare russa, il controllo del nostro Paese delle Curili, in particolare delle quattro isole del sud, è essenziale. La posizione degli stretti è la via di uscita più breve dal Mare di Okhotsk all’Oceano Pacifico. Nessuno può rispondere dove va la quantità enorme di materiale militare portato verso l’isola dai giapponesi e il motivo per la costruzione di una strada che conduce sulla cima di un vulcano attivo L’argomento economico è anche di notevole importanza. Il prezzo complessivo dei minerali negli standard dei prezzi internazionali è di almeno 44,05 miliardi di dollari, tra cui oro, argento, zinco, rame, piombo, ferro, titanio, vanadio, agata e zolfo. Qui, circa 1,2 milioni di tonnellate di pesce viene pescato ogni anno, mentre i Paesi baltici ne pescano 340 mila tonnellate. Per la Russia, cedere le quattro isole al Giappone diminuirà il volume di pescato dell’Estremo Oriente di oltre un terzo. In termini monetari, non meno di 2 miliardi di dollari. Riguardo la cessione alle pretese giapponesi della leadership russa, le condizioni prevalenti al Cremlino e l’equilibrio di potere interno rendono ancora più improbabile seguire gli anni passati. Come gli eventi degli ultimi dieci anni hanno dimostrato, la disputa territoriale è entrata in un vicolo cieco, e non si vede un’uscita. Fin dall’inizio, la questione del ritorno delle isole Curili e di Sakhalin meridionale è diventata politica di Stato standard per qualsiasi governo del Giappone. Sarebbe ingenuo cercare un ingiustificato azzardo col Paese del Sol Levante, decidendo di provocare un confronto con la società e rinunciare ad almeno una posizione sulle rivendicazioni territoriali. Tradizionalmente, il sistema d’istruzione e formazione dei politici e diplomatici giapponesi ha orientamento anti-russo e la convinzione che eventuali reclami verso il vicino del nord produca una soluzione positiva, prima o poi.

In cambio della pioggia d’oro
E’ un errore per certe figure politiche russe credere che, per migliorare il rapporto e accordarsi col Giappone, che porterebbe finanze al business nell’Estremo Oriente russo, sia necessario fare concessioni territoriali. Secondo quanto riferito, tal mossa darebbe anche accesso a tecnologie elettroniche, di produzione e in altre aree. I sostenitori di questo approccio ritengono che i negoziati con il Giappone non dovrebbero essere condotte da una posizione di forza e persistenza nel sostenere l’integrità territoriale della Russia, ma essere pronti a cedere e, di conseguenza avanzare nuove proposte di natura politica ed economica che ammorbidiscano l’asserzione giapponese accelerando la stipula del trattato di pace. Si è dimenticato che le azioni di Tokyo, in realtà, non sono tanto determinate dalle decisioni di ministri e diplomatici, ma dai desideri dei potenti leader del mondo degli affari. Un punto caratteristico nella comunità mondiale l’ultima volta ha rivelato che tale comunità non mostr interesse significativo nei colloqui tra Russia e Giappone sulla questione territoriale. Ad esempio, il rappresentante del vertice dei “Venti”, tenutosi a Toronto nel luglio 2010, concluse che Tokyo ha una posizione piuttosto traballante su come averre almeno due isole meridionali, in quanto vi sono molte prove che suggeriscono che alcuna distinzione fu fatta tra Nord e Sud Isole Chishima (Curili). Se ci rivolgiamo alla Corte internazionale delle Nazioni Unite o un corpo giuridico simile, allora saranno probabilmente assegnati i diritti su Shikotan e Habomai, che la Russia era disposta a cedere in determinate circostanze. Inoltre, i potenziali benefici economici che la Russia riceverà dalla soluzione della controversia sono minimi. Ci sono molte altre ragioni, pensa l’occidente, perché Mosca non voglia soddisfare la richiesta di Tokyo e rinunciare a tutte le isole. Pertanto, il principale ostacolo alla risoluzione della controversia è la riluttanza del Giappone a un compromesso sulla questione di quanto territorio la Russia debbe cedere. Ma l’attuale governo giapponese è debole e si trova a dover affrontare questioni più urgenti, come le relazioni con Stati Uniti e Cina. Pertanto, un cambiamento di rotta è improbabile. Nel valutare l’impatto della disputa territoriale sulle relazioni russo-giapponesi, i rappresentanti occidentali hanno sottolineato che è minimo. Fu così durante la guerra fredda. Il commercio bilaterale continuò senza tener conto della questione territoriale. Ma i giapponesi non perdono la speranza che prima o poi la Russia, con capi come Krusciov, Eltsin o Gorbaciov che arrivino al potere, e contrariamente all’opinione pubblica e la volontà del popolo, facciano un “gesto di buona volontà” e cedendo su tutte le richieste sulle isole o almeno su una parte.

Tempo di nuove scoperte
In risposta alle pressioni dal Giappone, la leadership politica e militare della Russia prende misure concrete volte a sfidare, quando il ministro degli Esteri russo si accorge che la Federazione russa è pronta a condurre colloqui sostanziali sulla cooperazione in campo economico e nell’uso reciproco di alcune isole nello sviluppo territoriale. Il 18 febbraio, in occasione della riunione del Media Club della Società Geografica Russa, il Presidente Sergej Shojgu parlava dei progetti più evidenti per il 2016. E’ prevista una spedizione per l’isola di Matua, al centro delle Curili. I giapponesi trasformarono questo pezzo di terra in una vera e propria fortezza prima della Seconda guerra mondiale. “Ci sono molti misteri. Fino ad oggi nessuno può dire che fine abbia fatto l’enorme quantità di materiale militare che fu portata sull’isola. Inoltre, non vi è risposta alla domanda del perché una strada che porta sulla cima di un vulcano attivo venne costruita“, ha ricordato il ministro. Sergej Shojgu ha detto che c’erano molte strutture fortificate sull’isola, come gallerie, miniere e casematte. Al fine di esplorarne alcune, subacquei saranno inclusi nella spedizione, dato che le entrate a questi labirinti sotterranei si trovano sotto l’acqua. Vi sono due piste riscaldate da sorgenti calde che suscitano curiosità. Si presume che siano ancora operabili. “Almeno pensiamo così, finché non ci arriviamo“. E’ ben noto che il Ministero della Difesa russo ha costituito un gruppo di consiglieri che esplorerà la possibilità di creare una base navale su una delle isole Curili con tutte le conseguenze: la costruzione di attracchi per le navi da guerra della Flotta del Pacifico, la costruzione di un moderno aeroporto con una pista per velivoli tattici e bombardieri, un potente sistema di difesa aerea e un nodo per le comunicazione. Chiaramente, la Russia non ha intenzione di rinunciare alle isole. E non dimentichiamo: tra le rivendicazioni territoriali giapponesi, le Curili non sono al primo posto. Il Giappone non nasconde il fatto che l’attuale crescita delle spese militari è direttamente correlata a una Cina sempre più forte e alle pretese sull’arcipelago petrolifero delle Senkaku, un territorio che contende con Pechino. Questo tentativo della Cina “di cambiare con la forza lo status quo nei mari della Cina orientale e meridionale, e anche in altre regioni” è valutato dalla strategia difensiva del Giappone quale grave minaccia, insieme al programma nucleare e missilistico della Corea democratica.1124614Generale Grigorij Jakovlev, Professore dell’Accademia di Scienza Militare

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Operazione Condor 2.0: golpe contro il Venezuela

Nil Nikandrov  Strategic Culture Foundation 27/05/2016maduro-fanb-63003Nei discorsi il Presidente venezuelano Nicolás Maduro ritorna costantemente sul tema del nuovo piano Condor che gli Stati Uniti cercano d’intraprendere in America Latina e nei Caraibi. Il nome in codice “Condor” fu usato la prima volta per camuffare l’oppressione orchestrata dalle giunte militari in Sud America (principalmente Cile, Brasile, Argentina, Bolivia, Uruguay e Paraguay) negli anni ’70-’80. Molto si sa oggi del sostegno attivo delle agenzie d’intelligence e del dipartimento di Stato degli USA a tali operazioni repressive. La campagna fu coordinata dal segretario di Stato del momento Henry Kissinger, e un tribunale penale internazionale ancora detiene i documenti che l’incriminano. Almeno 7000 persone furono uccise nelle operazioni Condor: politici, sindacalisti, personaggi pubblici, giornalisti, diplomatici, accademici… Il Venezuela è l’obiettivo principale del nuovo piano Condor. L’amministrazione Obama fa di tutto per precipitare il Paese nel caos e nella violenza sottoponendolo a terrorismo criminale, fame e saccheggio, cercando d’innescare l’intervento militare diretto. Pochi giorni fa il dipartimento di Stato ha ospitato un incontro di tre ore cui partecipavano l’uruguaiano Luis Almagro, segretario generale dell’OAS e filo-statunitense, e il comandante dell‘US Southern Command. Il Presidente venezuelano Nicolás Maduro ha descritto la riunione tra “complici”, sottolineando che sa bene ciò di cui discutevano: “Sono ossessionati dal Venezuela. E perché? Perché non possono sopprimere la rivoluzione bolivariana”. Maduro sostiene che il Venezuela è sottoposto ad “aggressione mediatica, politica e diplomatica, così come da estremamente gravi minacce negli ultimi dieci anni”. Una strategia attuata per giustificare l’intervento straniero. La minaccia statunitense a indipendenza e sovranità del Venezuela appare molto più credibile. L’ordine esecutivo del presidente Obama nomina il Venezuela come Paese che pone una minaccia alla sicurezza nazionale degli USA, allarmando i leader bolivariani. Il Ministero degli Esteri russo ha risposto a tale ordine in modo simile, “ciò incoraggia direttamente la violenza e l’interferenza straniera negli affari interni del Venezuela”. L’appello dell’ex-presidente colombiano Alvaro Uribe affinché truppe straniere invadano il Venezuela è considerato dalla dirigenza bolivariana come l’ultimo capitolo della guerra delle informazioni “approvata da Washington” nel periodo che precede la guerra stessa. L’US Southern Command pianifica ulteriori sviluppi sul fronte del Venezuela, seguendo tale scenario.
Il sistema di difesa aerea del Venezuela ha registrato l’incremento delle attività di spionaggio del Pentagono. Nella conferenza stampa del 17 maggio il Presidente Maduro ha rivelato che i confini del Paese sono stati violati due volte da un Boeing 707 E-3 Sentry utilizzato dall’US Air Force per supportare le comunicazioni continue con unità armate nelle zone di conflitto o disattivare le apparecchiature elettroniche di governo ed esercito. Un portavoce del Pentagono ha smentito: “I nostri aerei volano minimo a 100 miglia dal confine del Venezuela”, aggiungendo che “i piloti statunitensi rispettano i confini nazionali riconosciuti a livello internazionale”. Nessuno in Venezuela crede a tale sfacciata menzogna del Pentagono sul “rispetto dei confini”, perché nessuno ha dimenticato gli attacchi contro Jugoslavia, Libia e Iraq. Le operazioni speciali della CIA sono anche un ricordo forte come il tentativo del 2004 d’infiltrare un distaccamento di “paramilitares” in Venezuela dalla Colombia per attaccare il palazzo presidenziale e assassinare il Presidente Hugo Chávez. La risposta del Venezuela è stata rafforzare le difese. Dopo l’incidente con l’aereo spia statunitense, esercitazioni su larga scala soprannominate Independencia II sono state lanciate coinvolgendo non solo i militari, ma anche le forze di difesa civile. La parlamentare Carmen Meléndez, già Ministra della Difesa durante l’amministrazione Chávez, ha dichiarato senza mezzi termini “Dobbiamo essere pronti a qualsiasi scenario”. Le esercitazioni sono state eseguite in sette Regioni della Difesa Integrale, 24 zone territoriali della Difesa Integrale e 99 aree della Difesa Integrale. 520000 soldati e miliziani bolivariani vi hanno preso parte. Il Ministro della Difesa Vladimir Padrino è stato categorico nella valutazione dei risultati delle esercitazioni: “Non c’è altra scelta se non trasformare il Venezuela in una fortezza inespugnabile, e questo può essere raggiunto attraverso un’alleanza civile-militare”. Alla luce della difficile situazione nel Paese, l’aggravarsi della crisi economica e l’aumento delle proteste di un segmento di pubblico influenzata dall’opposizione, il Presidente Maduro ha firmato un decreto che dà poteri di emergenza al governo. Il documento, valido per 60 giorni, espande l’autorità del governo nell’adottare ulteriori misure per garantire la sicurezza. I militari possono anche intervenire per puntellare l’ordine pubblico. Aziende, società, imprese, organizzazioni non governative con legami stranieri saranno soggette a controlli più rigorosi e i loro conti congelati, e anche i beni confiscati, se viene rilevata qualche attività sleale. Saranno forniti cibo ed energia elettrica alle classi più vulnerabili della popolazione. Il Ministero degli Esteri del Venezuela agisce per limitare il personale diplomatico degli Stati Uniti a 17-18 persone. Questo è molto scomodo per l’ambasciata degli Stati Uniti dato che le sue agenzie d’intelligence hanno bisogno di circa 180-200 diplomatici statunitensi attivi per lavorare. Per rappresaglia l’ambasciata degli Stati Uniti ha annunciato che non avrebbe più rilasciato visti turistici o di lavoro: “E’ impossibile mantenere il precedente standard di servizio per centinaia di migliaia di cittadini venezuelani che visitano l’ambasciata degli Stati Uniti di Caracas ogni anno”.
In preparazione per la seconda edizione del repressivo Piano Condor in Venezuela, le agenzie d’intelligence statunitensi hanno assegnato un ruolo importante all’intrattabile opposizione interna, che Chavez ha sempre dichiarato essere al servizio del governo degli Stati Uniti. Per le agenzie d’intelligence statunitensi e i gruppi di opposizione che controllano, le elezioni parlamentari in Venezuela del 6 dicembre 2015 aprono ulteriori opportunità per destabilizzare il Paese. L’opposizione ha promesso che dopo le elezioni le lunghe code e le carenze dei consumi sarebbero scomparse, ottenendo per la prima volta la maggioranza nell’Assemblea Nazionale dopo 17 anni. Tuttavia, il Paese non ci ha guadagnato nulla e l’opposizione ora utilizza il Parlamento per soffiare ancora sul fuoco dei disordini civili. Il Presidente Maduro ha dichiarato la disponibilità a dichiarare lo Stato di emergenza se la sovversione dell’opposizione continua. Per esempio, l’ultima marcia a Caracas dell’opposizione del Blocco di Unità Democratica (MUD) si è conclusa con scontri tra opposizione e polizia. Le forze dell’ordine, tra cui alcune donne, hanno riportato ferite quando sono stati spietatamente picchiate con barre di metallo. Alcuni aggressori sono stati rapidamente perseguiti e arrestati. Si è scoperto che la “protesta” era stata organizzata da Coromoto Rodríguez, capo della sicurezza del capo del parlamento Ramos Allup. Negli anni ’70 Rodríguez era un membro della polizia segreta (conosciuta come DISIP) coinvolto nelle torture dei prigionieri e poi nel servizio di sicurezza del presidente Carlos Andrés Pérez, mentre lavorava per la CIA. Gli arresti dei militanti ha permesso ai Sebin (servizi segreti bolivariani) di scoprire il ruolo di Rodríguez nell’istigare le rivolte a Caracas. Ora l’opposizione venezuelana si appresta a tenere un referendum per far dimettere il Presidente Maduro. Ai primi di maggio ha incaricato il Consiglio Nazionale Elettorale di verificare gli 1,85 milioni di firme (invece delle 200000 previste per legge) a una petizione per il referendum abrogativo. Tuttavia, il Vicepresidente Aristóbulo Istúriz ha affermato che ci sono molte irregolarità nella raccolta delle firme dell’opposizione e che il referendum non si terrà fino a che ognuno di quei nomi sarà verificato. I capi del MUD cercano di sfruttare la situazione per provocare “proteste spontanee” chiudendo strade, appiccando incendi e sabotando le linee elettriche e idriche e le forniture di cibo. Ma vi è una campagna molto più radicale di terrore all’orizzonte che potrebbe sostituire l’attuale torbida crociata dei radicali. Sempre più gli agenti dei Sebin e della polizia scoprono arsenali di armi da fuoco di fabbricazione statunitense, granate ed esplosivi a Caracas e in altre città.
Gli statunitensi da tempo alimentano una sete vendicativa per dare una lezione ai bolivariani, risalente a quando Hugo Chávez era ancora in vita, una volta che iniziò a perseguire una politica indipendente fin dall’insediamento nel 1999. Le sue iniziative per modernizzare l’America Latina a favore degli interessi dei latinoamericani furono sostenute da Cuba e abbracciate da una nuova generazione di leader latino-americani. Il dominio degli Stati Uniti sull’emisfero occidentale ha iniziato a indebolirsi. Chavez e i suoi sostenitori hanno combattuto per creare blocchi regionali unificati, spingendo a creare un’alleanza difensiva sudamericana, a usare il Sucre come valuta regionale e a sviluppare altri progetti senza input statunitensi. Ora il successore di Chávez, il Presidente Maduro, è oggetto di aspre accuse. I media filo-statunitensi l’accusano del fallimento del “modello economico bolivariano” citando statistiche fasulle su “indici di gradimento bassi” e propagandano aggressivamente l’idea di cacciare il presidente con la forza. I capi dell’opposizione, molti dei quali hanno parteciparono a precedenti iniziative per destabilizzare il regime, fanno appello direttamente alle Forze Armate del Paese chiedendo d’“intervenire”… Henrique Capriles Radonski, dagli stretti legami con la CIA, era soprattutto diretto. Ma il Ministro della Difesa Generale Padrino López ha esposto la posizione dell’esercito: “Il Presidente è la massima autorità dello Stato a cui abbiamo giurato lealtà e sostegno incondizionato”. I tentativi dell’opposizione di suscitare una ribellione tra i militari non hanno finora avuto successo. Gli ideali patriottici di Hugo Chavez sono ancora vivi sotto le armi e si spera che l’Operazione Condor faccia cilecca in Venezuela: i militari venezuelani rimarranno fedeli a costituzione bolivariana e Presidente.nicolas-maduro-miliciasLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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