L’espansione della NATO fino alle isole Curili

Svetlana Gomzikova, Svpressa, 04/05//2016 – Southfront1998x1393La cancelliera tedesca Angela Merkel ha cercato di convincere il Giappone ad aderire alla NATO. Come riportato dalla TASS, il giornale The Japan News, del maggiore conglomerato mediatico del Giappone noto come Yomiuri Shimbun, se ne usciva con questa storia. Secondo il giornale, la proposta fu fatta nel marzo 2015, quando la cancelliera tedesca visitò la “terra del sol levante” incontrando il Primo ministro Shinzo Abe a Tokyo, 7 anni dopo l’ultima visita. Merkel avrebbe invitato il Giappone ad unirsi all’alleanza del Nord Atlantico rassicurando Abe che sarebbe stato facile “convincere” il primo ministro inglese Cameron e il presidente francese Hollande, e che non ci sarebbero state obiezioni. Secondo The Japan Times, il capo di Stato giapponese avrebbe risposto nella migliore tradizione della diplomazia orientale, “per non essere scortesi”, che “si trattava di una possibilità futura”. Resta inteso che l’adesione del Giappone alla NATO interferirebbe con i negoziati con la Russia per la conclusione di un trattato di pace formale della Seconda guerra mondiale e per risolvere la disputa territoriale sulle isole Curili. È importante notare che la “fuga” s’è verificata prima della visita di Shinzo Abe in Russia e del suo incontro con il Presidente russo Vladimir Putin in programma il 6 maggio a Sochi. La domanda è, era una coincidenza? “Ho seri dubbi che tale conversazione riportata nella pubblicazione giapponese abbia effettivamente avuto luogo”, commentava il direttore dell’Istituto russo di analisi politica Aleksandr Shpunt. “Dobbiamo ricordare che la NATO è un’alleanza del Nord Atlantico. Anche l’inclusione della Turchia fu abbastanza controversa, e fu giustificata solo dal fatto che parte del territorio della Turchia si trova in Europa. Pertanto, l’adesione del Giappone, o per esempio, dell’Australia, altro importante partner strategico dell’occidente, è semplicemente impossibile. Merkel lo sa bene, ed ovviamente tale conversazione non avrebbe avuto luogo. Inoltre, sarebbe strano se tali trattative riguardanti un nuovo possibile membro della NATO siano condotte dai tedeschi piuttosto che dagli statunitensi, che controllano la NATO“.

SP: Ma potrebbe Merkel aver svolto tale missione, forse per volere di Washington?
“Penso che sia del tutto impossibile. Invece, avrebbe potuto essere una conversazione sulla possibile cooperazione giapponese con la NATO. Vi sono molti esempi di tale tipo di collaborazione come Israele e la Finlandia”.

SP: Ma il Giappone, come è noto, fa parte del programma “Global Partnership” della NATO, assieme ad Australia, Corea del Sud, Iraq e molti altri Paesi…
“Voglio dire che non basterebbe. Non è probabile che si parli di qualcosa di serio. Cosa c’è di più, il Giappone ha il suo accordo bilaterale con gli Stati Uniti. Questo patto di difesa mantiene sostanzialmente la presenza militare degli Stati Uniti nel Pacifico. Vi ricordo che gli Stati Uniti rifiutarono di creare un blocco militare nel Pacifico, optando invece per accordi bilaterali; hanno questa metafora, ‘mozzo e raggi’, dove il mozzo sono gli Stati Uniti e i raggi gli alleati Giappone, Corea del Sud, Finlandia e Australia… Sulla prossima visita di Abe in Russia, è senza dubbio importante ma difficilmente risolverà il problema delle isole Curili. Va preso in considerazione altro”.

SP: Che vuol dire?
“Va considerato che Abe è il più militarista primo ministro giapponese nella storia del dopoguerra. Parla spesso di come il bilancio della difesa giapponese sia solo l’uno per cento del PIL. Tuttavia, in primo luogo è già di più. Abe ha saltato l’ostacolo anche se non è un grande aumento della spesa, ma è stata una decisione simbolica. In secondo luogo, è l’uno per cento di un enorme economia. Oggi, il bilancio militare del Giappone è pari a quelli della Francia e superiore a quello della Germania. La scorsa settimana, il Giappone ha fatto decollare il nuovo caccia di quinta generazione ed è il quarto Paese dopo Stati Uniti, Cina e Russia, nella tecnologia stealth. L’esercito giapponese, almeno secondo gli esperti militari, è uno degli eserciti più promettenti del 21° secolo. A differenza, ad esempio, dell’Arabia Saudita, che spende molto per la difesa, il Giappone è una potenza ad alta tecnologia e non si limita a comprare armi dagli Stati Uniti; ne produce, come il caccia X-2 appena citato, che è giapponese. L’ambizione militare del Giappone, in un modo o nell’altro, si proietterà nella politica”.

SP: In che modo? Le forze armate giapponesi sono ancora ufficialmente chiamate forze di autodifesa…
“Prima di tutto, affronta la Cina sulle isole contese nel Mar Cinese Meridionale. In secondo luogo, vi è un forte raffreddamento delle relazioni con la Corea del Sud. Il Giappone non ha mai avuto un particolare rapporto stretto con questo Paese, ma oggi raggiunge quasi la crisi. E in terzo luogo, tenta di costruire un nuovo formato nelle relazioni con gli Stati Uniti in cui il Giappone avrebbe un ruolo più serio. Visto sotto questa luce, la notizia è fondamentalmente un test per esporre alla società giapponese nuove idee. La conversazione è finta, è solo un tentativo di scoprire come la società giapponese reagirebbe al rafforzamento dei legami con la NATO. Difficilmente ciò avrebbe effetti diretti sulla visita di Abe in Russia. Anche se, come ho già detto, è il primo ministro più militarista della storia del dopoguerra, non pesa sul rapporto con la Russia. Le relazioni di Tokyo con Mosca non sono a livello di minacce e provocazioni militari”.

SP: A proposito, l’ordine del giorno della prossima riunione di Sochi è abbastanza neutro. Rapporti ufficiali suggeriscono che le due parti prevedono di discutere l’opportunità della cooperazione nel commercio e nella sfera umanitaria, nonché varie altre questioni internazionali. Significa che le questioni sensibili non saranno toccate?
“Preciso. Questa è la posizione di Abe: è inutile discutere di questioni per le quali non esiste una risposta politica. In questo momento le isole contese con la Cina sono molto più importanti per il Giappone che le isole contese con la Russia. Le isole del Mar Cinese Meridionale sono un problema che va risolto immediatamente. Le isole contese con la Russia certamente possono aspettare. La Russia già fa ciò che va fatto. Vi ricordo che la nostra Flotta del Pacifico aumenta più velocemente di tutte le altre flotte. In secondo luogo, vi è il trasferimento delle basi dei sottomarini strategici dal Primorye alla Kamchatka. Questo è un fattore molto importante, aumentando la sicurezza delle basi ed ampliando la zona d’impiego, soprattutto lungo le coste americane. Sì, il rafforzamento militare del Giappone va monitorato, ma non significa che domani il Giappone attaccherà le isole Curili. In questo momento non vedo nemmeno una ragione politica per farlo. Il capo del Dipartimento economico e politico del Centro Giappone dell’Istituto di Studi Asia-Pacifico dell’IMEMO, Vitalij Shvidko, ha anche espresso dubbi sulle “offerte allettanti” di Merkel: “Sono voci. Nella logica generale e nello stile delle interazioni tra questi leader, un dialogo simile appare assai improbabile”. Un’altra cosa è che in realtà non vi è desiderio di eccitare l’atmosfera politica con tali sensazionalismi dubbi, per qualsiasi motivo. E chiaramente, potrebbe essere collegato con la prossima visita di Abe. Vi sono alcuni, anche in Giappone, che ritengono che sia un passo ingiustificato. Non la chiamerei provocazione, più probabilmente voci sentite solo da coloro che sono pronti a crederle. Va detto che in questi ultimi anni il rapporto russo-giapponese non è cambiato in modo significativo, né in meglio, né in peggio. Vi sono delle aspettative da entrambe le parti non ancora soddisfatte, perché le condizioni della parte russa e della parte giapponese sono diverse. Si spera che un compromesso sia raggiunto su questioni più delicate. Per ora, tuttavia, non vi è alcuna indicazione che ciò accada al più presto.A prototype of the first Japan-made stealth fighter X-2 Shinshin, formerly called ATD-X, takes off to mark it's maiden flight in Nagoya Airfield, also known as Komaki Airport, in Toyoyama town, Aichi prefecture, JapanTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il nucleare in Giappone: una ripida salita

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 22/04/2016Tomari_Nuclear_Power_Plant_01Sono passati cinque anni dal disastro nucleare della centrale nucleare giapponese di Fukushima Daiichi. Le conseguenze del disastro ancora interessano fortemente il Giappone. La catastrofe ha quasi messo fine all’uso dell’energia nucleare in Giappone, dato che il pubblico ha espresso timore e diffidenza verso le centrali nucleari rimanenti in Giappone, sia operative che in costruzione. In base a tale pressione il governo giapponese non ha avuto altra scelta che fermare tutti i reattori esistenti per condurre un controllo approfondito sulla loro sicurezza. Inoltre, la costruzione dei nuovi reattori ha avuto una brusca frenata. Tuttavia, ci sono sempre più voci che suggeriscono che il Giappone dovrebbe abbandonare completamente l’uso del nucleare, passando all’utilizzo degli idrocarburi, raggiungibile solo nel 2030. Ma una volta che panico ed emozioni sono passati si è avuto modo di comprendere che il Giappone è un Paese con una grande popolazione dalle esigenze energetiche immense. Dato che non ha risorse naturali, difficilmente può permettersi di voltare le spalle al nucleare relativamente a buon mercato. Una volta che le centrali nucleari hanno cessato la produzione di elettricità nel 2012, il Giappone ha subito sperimentato le spiacevoli conseguenze di tale decisione, tra cui il calo della produzione e suo trasferimento all’estero provocando immediatamente la caduta del PIL. Ciò non sorprende, dato che vi erano 54 reattori operativi in Giappone prima del disastro nucleare di Fukushima Daiichi, che producevano il 30% dell’energia elettrica consumata dal Paese. Inoltre, era previsto che gli impianti nucleari coprissero il 40% del fabbisogno energetici del Giappone entro il 2020. Le centrali nucleari sono state costruite in Giappone per decenni e molta speranza era legata alla spinta che avrebbero potuto dare all’economia giapponese. Particolare attenzione fu prestata all’introduzione della tecnologia dei neutroni veloci, permettendo di riutilizzare il combustibile impoverito e di produrre solo una piccola quantità di rifiuti. Inoltre, il governo spese molto per convincere la popolazione che l’energia nucleare era relativamente sicura. Si può solo immaginare la perdita che l’economia giapponese ha sostenuto dopo la chiusura di tutte le centrali nucleari. Quando lo shock sull’energia è passato e le conseguenze economiche cominciarono a cumularsi, il governo giapponese cominciava gradualmente ad abbandonare l’intenzione di chiudere tutti i reattori nucleari. La dura verità è che il Giappone non può permettersi uno sviluppo senza l’energia nucleare, almeno finché le fonti di energia rinnovabili non saranno utilizzabili. Il governo giapponese ha annunciato ufficialmente nel 2013 che non abbandonava l’uso degli impianti nucleari, portando alla graduale ripresa dell’economia. Eppure, non c’è dubbio che questa amara esperienza ha insegnato alle compagnie nucleari giapponesi a prestare maggiore attenzione alla sicurezza. Negli anni in cui tutti i reattori erano fermi, le compagnie li sottoposero ad una serie di controlli installando ulteriori dispositivi di sicurezza per impedire che terremoti, tsunami e altri disastri naturali provochino massicci danni alle strutture. Le cause dell’incidente di Fukushima Daiichi sono accuratamente studiate e le informazioni ottenute dagli scienziati giapponesi nel corso dell’indagine sono disponibili gratuitamente alla comunità internazionale. Dopo un’attenta valutazione dei rischi, il Giappone ha iniziato l’apertura delle centrali nucleari nel 2014 e ha proceduto alla costruzione di nuove centrali nucleari. Entro la fine del 2015, due reattori erano pienamente operativi presso la centrale nucleare di Sendai, mentre altri cinque sono stati autorizzati ad avviarsi. Pur decidendo il riavvio della centrale nucleare di Sendai, le autorità locali hanno chiarito che il motivo principale della decisione era l’alto costo del carburante tradizionale, il gas liquefatto. Tuttavia, hanno assicurato il pubblico che l’impianto ha superato tutti i test e può sostenere l’impatto di ogni futura catastrofe naturale.
Dall’inizio del 2016 si è parlato di riavviare il reattore autofertilizzante veloce sperimentale di Joyo in riparazione dall’incidente del 2007. Prima, solo un singolo reattore autofertilizzante era operativo nel Paese, la centrale nucleare di Monju, chiusa nel 2015. L’uso di reattori autofertilizzanti veloci non è semplicemente una questione economica, ma anche politica. A causa della cessazione dell’utilizzo, il Paese ha accumulato un eccesso di plutonio, quasi 50 tonnellate alla fine del 2014, provocando preoccupazioni nella comunità internazionale, dato che il plutonio può essere utilizzato per la produzione di armi nucleari. La Cina ha espresso profonda preoccupazione sul tema nella 70.ma sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, quando i rappresentanti di Pechino dichiaravano che il Giappone ha abbastanza plutonio per produrre 1350 testate nucleari. Secondo la stampa cinese, il primo ministro giapponese Shinzo Abe condivide certe idee dell’estrema destra e potrebbe adottare drastiche misure per aumentare la capacità di difesa del Giappone. Tuttavia, la Cina non è l’unica interessata. Nel 2014, gli Stati Uniti chiesero che il Giappone restituisse il plutonio acquistato da Washington negli anni ’60-’70. Il Giappone ha soddisfatto la richiesta nel 2016, ma comunque ha ancora molto plutonio a disposizione. Così, il riavvio dei reattori autofertilizzanti veloci è fondamentale per ripristinare la reputazione del Giappone agli occhi delle altre nazioni. È un altro motivo per cui il Giappone non può abbandonare l’energia nucleare. E’ ovvio che la decisione non è presa alla leggera dal Giappone, dato che è associata a rischi considerevoli. Il Paese ancora lotta contro le conseguenze del disastro nucleare di Fukushima Daiichi ed è una lotta dura. Nel novembre 2015, Tokyo ospitò la conferenza sulle tecnologie nucleari russe, dove i rappresentanti giapponesi dichiaravano che la loro nazione non possiede sufficienti risorse e tecnologie per superare le conseguenze del disastro. Pertanto, il Giappone si rivolse alla Russia per aiuti, molto probabilmente a causa delle crepe lunghe 500 metri comparse nel muro protettivo di Fukushima Daiichi, progettato per evitare che l’acqua contaminata fluisca nell’oceano. La Russia non ha fatto attendere il Giappone a lungo e lo stesso giorno della conferenza il Vicedirettore di Rosatom, Kirill Komarov, dichiarava che la società è pronta ad offrire supporto al Giappone nel superare le conseguenze del disastro nucleare, oltre a permettergli di spegnere le centrali nucleari insicure. In realtà, la cooperazione russo-giapponese nell’energia nucleare ha una lunga storia, e dal disastro nucleare di Fukushima Daiichi i legami si sono rafforzati. Per esempio, nel 2014 le compagnie russe sono state scelte per ripulire le acque radioattive presso Fukushima Daiichi. Il Giappone ha ancora una lunga e difficile strada davanti a sé. Deve far fronte alle conseguenze del disastro nucleare per garantire la sicurezza ambientale, mentre allo stesso tempo deve preoccuparsi della sicurezza energetica. La Russia può aiutare il Giappone ad adempiere ad entrambi gli obiettivi, dando modo di sviluppare le relazioni bilaterali tra Russia e Giappone.20120220JAIF-StatusNPP-JapanDmitrij Bokarev, politologo, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Iran: nuova era di cooperazione militare

Rusplt, Southfront, 04/05/2016235513872Il 27-28 aprile Mosca ha ospitato la Quinta Conferenza Internazionale sulla Sicurezza cui partecipavano circa 500 rappresentanti delle Forze Armate di oltre 80 Paesi, aderenti anche ad organizzazioni come ONU, OSCE, CIS, CSTO e CICR. I temi principali erano la lotta al terrorismo, la sicurezza nella regione Asia-Pacifico, i rapporti Russia-Europa e la cooperazione militare. La Repubblica islamica dell’Iran era rappresentata dal Ministro della Difesa e Logistica delle Forze Armate Hossein Dehghan, in visita su invito del Ministro della Difesa della Federazione Russa Sergej Shojgu. Dopo il messaggio del Presidente Vladimir Putin e il discorso Shojgu, i capi della delegazione ospiti presentavano la posizione del proprio Paese sulle questioni regionali e internazionali, come anche nel caso del Ministro della Difesa iraniano. La retorica iraniana da diversi anni rimane invariata. Dehgan ha accusato le autorità di Paesi regionali ed extra-regionali di fornire aiuto finanziario, tecnico-militare e logistico a gruppi terroristi e radicali che operano in Afghanistan, Iraq, Siria, Libano, Libia, Yemen. In particolare, l’Iran ha accusato Stati Uniti, “regime sionista” (Israele) e Arabia Saudita di supportare il terrorismo. Da un lato può sembrare che Dehgan non abbia detto nulla di nuovo e sensazionale. Ma d’altra parte forse è la posizione costruttiva e coerente di Teheran la chiave del successo della politica estera dell’Iran nella regione e nel mondo. Fin dall’inizio della “primavera araba” e della guerra in Siria, l’Iran ha accusato gli stessi Paesi di favorire il terrorismo, mentre l’occidente (Stati Uniti ed Europa) e le monarchie arabe hanno accusato l’Iran di finanziare il terrorismo, di avere un piano per la bomba nucleare e d’interferire negli affari interni di altri Stati. Ma da un paio di anni è chiara al mondo la prova inconfutabile delle armi inviate dall’occidente alla cosiddetta opposizione armata in Siria, delle attività economiche del SIIL nel settore petrolifero e nella vendita dei costosi oggetti d’antiquariato dei musei della Siria. La stessa posizione è tenuta sullo Yemen, dove c’è una guerra all’ombra del conflitto siriano. Durante la presidenza di Mahmud Ahmadinejad, l’Iran aveva la stessa politica, ma una retorica tagliente e un principio con cui l’occidente creò l’immagine di un Iran aggressivo. Dopo l’elezione, Hassan Rouhani cambiò retorica e prese provvedimenti per la soluzione dei conflitti, ma la posizione di Teheran sulla sicurezza rimane la stessa, a differenza dell’occidente. Nel periodo del caos in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno cambiato ogni anno posizione. Washington ha visto come nemico Iran, Russia, Bashar al-Assad e infine SIIL. Grazie alla posizione coerente dell’Iran sulla questione della lotta al terrorismo e della sicurezza in Medio Oriente, generalmente coincidente con la posizione di Mosca, Vladimir Putin, nell’aprile dello scorso anno firmò un decreto per la ripresa delle forniture dei sistemi missilistici antiaerei S-300 all’Iran. Inizialmente, l’Iran aveva bisogno degli S-300 per proteggere gli impianti nucleari a Natanz, Bushehr, Arak, perché nello spazio aereo su tali strutture l’Iran aveva abbattuto vari droni israeliani (Harop, cosiddetti “drone kamikaze” che si autodistruggono con una bomba interna), poi impiegati sul confine iraniano dall’Azerbaigian nella “guerra di quattro giorni” contro la Repubblica del Nagorno-Karabakh del 2-5 aprile. Oggi la gamma di minacce s’è ampliata notevolmente, visto il successo del coinvolgimento dell’Iran nel conflitto in Siria, Iraq, Yemen, rivelatosi irritante per occidente e Paesi del Golfo Persico (Stati membri (UAE, Qatar, Arabia Saudita) del Consiglio di cooperazione Golfo (GCC)).
La fine delle sanzioni economiche contro Teheran ha permesso di espandere la cooperazione tecnico-militare che i ministri della Difesa dell’Iran e della Federazione russa sottolineavano. Le parti hanno sottolineato l’importanza di rafforzare e sviluppare la cooperazione tecnico-militare tra i due Stati e d’intensificare ulteriormente la lotta al terrorismo. Dehgan definiva la cooperazione militare tra Iran e Federazione russa un “modello di successo” nei rapporti. La visita della dirigenza iraniana era definita inizio di una “nuova era” della cooperazione militare. I prerequisiti furono il viaggio di Sergej Shoigu a Teheran lo scorso anno, e la visita del Segretario del Consiglio Supremo della Sicurezza Nazionale Ali Shamkhani a Mosca e, naturalmente, la fornitura degli S-300. A questo proposito, si pongono varie domande. Perché con il potente sostegno militare della Federazione Russa, non contribuisce all’adesione dell’Iran alla CSTO? O forse vi è la possibilità di creare una nuova organizzazione? Forse l’Iran può agire da garante della sicurezza in Medio Oriente? Queste domande trovano risposta dall’esperto russo su Iran e Medio Oriente, docente alla RAD Anton Evstratov: “La CSTO è dominata dalla Russia, ma il problema principale dell’inclusione dell’Iran nell’organizzazione era lo status di Stato paria dalle sanzioni del 2012 e, in senso più ampio, dalla rivoluzione del 1979. All’Iran non è ancora permesso acquistare alcuni tipi di armamenti, e alcuni politici e militari sono nella lista delle sanzioni delle Nazioni Unite e non possono ufficialmente lasciare i confini del proprio Paese. Qual è poi il potenziale della cooperazione militare nel quadro dei blocchi politico-militari? Allo stesso tempo la Russia ha iniziato il processo di attualizzazione della cooperazione militare con Teheran, anche per aumentare la popolarità nella Repubblica islamica dell’Iran, nell’ambito della lotta per uscire dall’isolamento sollecitato dall’occidente, nel panorama geopolitico post-conflitto ucraino. Un’altra domanda è la cooperazione militare in Medio Oriente, in particolare in Siria, dove l’Iran ha bisogno della Russia; ma è stata quest’ultima che ha inviato il maggior numero di consiglieri militari, e sono le sue truppe che guidano le operazioni più complesse, inviando anche dei generali che hanno sollevato la scarsa preparazione al combattimento delle Forze Armate siriane. Vi hanno formato un blocco militare de facto, a cui, oltre l’Iran si è unito “Hezbollah” e, con qualche riserva, anche il governo iracheno. In futuro si potrà parlare di adesione al blocco delle associazioni curde (YPG); ma questo, tuttavia, dipenderà dalla posizione di Damasco. L’Iran ha un enorme impatto sulla popolazione sciita di Iraq, Siria, Libano, Yemen e Stati del Golfo, mentre cerca di raggiungere la stabilità nella regione, soprattutto dopo il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq. La Repubblica islamica dell’Iran cerca di risolvere i problemi economici e sociali e di adempiere alla modernizzazione, e non è interessata a conflitti ai confini e nella propria sfera di influenza, ma al momento è costretta, anche se senza successo, a combattere. Forse la cooperazione con la Russia è la chiave per l’adempimento graduale degli obiettivi iraniani, ma dobbiamo capire che combattere insieme la minaccia salafita e affrontare gli Stati Uniti sono un obiettivo comune, ma a livello globale Teheran e Mosca hanno ancora interessi divergenti nella regione. La ricerca di un compromesso a lungo termine è necessaria per entrambi i Paesi, se si desidera una seria cooperazione, ma se si è memori delle differenze nel passato sulle questioni economiche, vi è ancora un percorso accidentato da fare“.
La guerra imposta all’Iran, la guerra Iran-Iraq del 1980-1988, e i decenni successivi hanno dimostrato che Teheran può garantire la sicurezza anche per l’intera regione. Oggi è coinvolta in quasi tutti i conflitti regionali, e si offre anche di mediarne uno dei più difficili, il conflitto del Karabakh (tra Azerbaigian e Armenia). Avere un alleato dalla posizione netta e che non può essere assoggettato alla pressione di Stati più potenti, è un vantaggio per qualsiasi Paese.235522992Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

T-14 Armata: salto generazionale nella guerra dei corazzati

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 04/05/201613047779Il nuovo carro armato principale (MBT) della Russia T-14 Armata fece la prima apparizione un anno fa, durante la Parata del Giorno della Vittoria del maggio 2015. A differenza di oggi, il mezzo era solo un prototipo segreto. E’ noto da poco che Uralvagonzavod fornirà il primo lotto di 100 carri armati operativi T-14 Armata alle forze di terra russe tra il 2017 e il 2018. L’esercito russo prevede di acquisire 2300 T-14 prima del 2020. Sergej Chemezov, amministratore delegato della società statale Rostec, ha detto a Wall Street Journal che il carro armato è in produzione di serie. Il mezzo dovrebbe apparire alla Parata del Giorno della Vittoria del 2016 a Mosca. Il nuovo carro armato pesa 48 tonnellate e può raggiungere una velocità di oltre 90 km/h. La stampa 3D è stata utilizzata dal 2015 per la produzione dei prototipi, una rivoluzione tecnologica!
Attualmente il carro armato è dotato del cannone standard da 125mm in grado di sparare diversi tipi di munizioni. La torretta è automatizzata e priva di condotto d’espulsione. Il ritmo di tiro è di 10-12 colpi al minuto. La gittata massima con effettiva penetrazione è 8 km. Il raggio di rilevamento dei sensori ottici del serbatoio è oltre 5 km per obiettivi dalle dimensioni di un carro armato di giorno e di almeno 3,5 km di notte con i visori termici. Il telemetro laser ha una portata massima teorica di 7,5 km. Questi sistemi sono duplicati; inoltre vi è un terzo sistema che può sparare in movimento. Il veicolo può essere facilmente dotato di un molto più potente cannone da 152 mm in futuro. L’armamento secondario è composto da una mitragliatrice da 12,7 mm KORD (GRAU 6P49) con 300 colpi e una mitragliatrice da 7,62,mm PKTM (6P7K) con 1000 colpi. Tutte le armi sono telecomandate. Inoltre, altri 1000 colpi possono essere immagazzinati. Una mitragliatrice da 12,7mm è installata sul visore della torretta del comandante, evitando ostacoli visivi, mentre la parte anteriore della torretta ha una feritoia presumibilmente destinata alla mitragliatrice coassiale da 7,62 mm. Un sistema di controllo digitale dirige il movimento del carro armato, insegue gli obiettivi e attiva i sistemi di difesa, permettendo all’equipaggio di concentrarsi sul combattimento. Il carro armato è dotato di GLONASS e GPS NAVSTAR. “Armata è di gran lunga migliore dei migliori analoghi stranieri nei sistemi di protezione integrati”, osserva l’esperto della controllata Impianto Trattori. “Alcuno all’estero incorpora le principali protezioni a strati. La Russia sì”, ha detto Mikhail Alekseev, direttore della ricerca e capo progettista dell’Istituto di Ricerca sull’Acciaio. Un’altra caratteristica specifica è il sistema di protezione attiva (APS) Afghanit. Il sistema include un radar millimetrico per rilevare, monitorare, intercettare e interrompere il sistema di guida delle munizioni anticarro, con penetratori cinetici o doppia carica. Il veicolo è inoltre dotato di una suite di contromisure per disturbare i sistemi di guida laser nemici. E’ possibile utilizzare dei proiettili intercettori per l’APS, dotati di penetratori esplosivi. Se un proiettile riesce a superare l’APS, il veicolo è protetto da due strati di corazza esplosiva reattiva Malakit oltre a robuste blindature passive. Piastre blindate proteggono alcune zone altrimenti vulnerabili ai lanciagranate.
L’equipaggio di tre effettivi è protetto dalla capsula blindata interna. Il telaio e la torretta sono dotate di armatura reattiva esplosiva anteriormente, lateralmente e superiormente. La forma della torretta è progettata per ridurne le firme radar e termica. Il T-14 utilizza il sistema di controllo computerizzato integrato che monitora stato e funzioni dei moduli del serbatoio. In battaglia, il software può analizzare le minacce e poi suggerire o attivare automaticamente le azioni per eliminarle. Può rilevare e correggere gli errori dell’equipaggio. Il T-14 è propulso dal motore diesel a controllo elettronico ChTZ 12N360 (A-85-3A) da 1500 CV. L’autonomia operativa è di oltre 500 km. Il carro armato si distingue per la mobilità strategica con una velocità di 90 chilometri all’ora. Il peso moderato di 48 tonnellate permette di essere facilmente trasportato via ferrovia e con il rimorchio, preservando la vita operativa di motore e trasmissione, e può attraversare la maggior parte dei ponti. 2 carri armati con i loro equipaggi e tutte le attrezzature associate possono essere facilmente aerotrasportati dall’aereo da trasporto pesante An-124. Il carro armato è dotato di un radar da 26,5-40 GHz dalla portata di 100 km, utilizzato principalmente dal sistema di protezione attiva. 40 bersagli aerei e 25 terrestri con dimensioni minime di 0,3 m possono essere monitorati contemporaneamente. Il sistema di sorveglianza provvede automaticamente al tiro per la distruzione del bersaglio, e può passare all’APS e ai principali computer di controllo dell’arma. Il carro armato può indicare i bersagli all’artiglieria e svolgere funzioni di difesa aerea e ricognizione. Il T-14 utilizza canali di comunicazione altamente protetti che collegano il gruppo di T-14 al posto di comando. Riassumendo il tutto, va sottolineato che il veicolo ha una serie di caratteristiche uniche che lo fanno risaltare sugli altri carri armati nel mondo. Ha un sistema di protezione moderno, una torretta automatica e un compartimento per l’equipaggio protetto da ogni diffusa arma del nemico.
La piattaforma di combattimento universale Armata costituisce il principale carro armato da battaglia T-14, il veicolo da combattimento pesante per la fanteria T-15, il veicolo recupero corazzato T-16 e una miriade di altri veicoli. La flessibilità della piattaforma Armata dà buone possibilità sul mercato dell’esportazione. Il T-14 ha un potenziale illimitato nella modernizzazione, insieme a un costo di produzione ragionevole, aumentandone significativamente le possibilità di esportazione. Armata può soddisfare le diverse esigenze dei possibili clienti, operando su tutto lo spettro dei combattimenti. Altro importante vantaggio, il carro armato avrà un costo di soli 250 milioni di rubli (3,75 milioni di dollari) quando sarà in produzione di serie, mettendo il carro armato in posizione di forza nel competere con i concorrenti europei e degli Stati Uniti sul mercato globale dell’esportazione. I concorrenti dell’Armata, come Leopard 2 tedesco, M1 Abrams statunitense e Challenger 2 inglese costerebbero comunque 6,8 – 8,6 milioni di dollari. Egitto, Cina, India e Iraq sono potenziali acquirenti. Senza dubbio, l’Armata ha un grande futuro. Dopo tutto, è il il carro armato leader mondiale dal design più nuovo e radicale da molti anni. E non vi è quasi alcun rivale in vista.13130923La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La geopolitica del massacro di Odessa

Katehon, 02/05/2016

"Ricordiamo, non dimentichiamo, non ci arrendiiamo, ci vendicheremo!!! Genocidio!"

“Ricordiamo, non dimentichiamo, non ci arrendiamo, ci vendicheremo!!! Genocidio!”

Il 2 maggio 2014 i neonazisti ucraini, con la connivenza diretta delle autorità ucraine, uccisero e carbonizzarono più di 100 persone a Odessa. Secondo alcune stime il numero delle vittime del massacro arriva a 300. Tra le vittime vi erano donne, bambini e anziani. La predeterminata tragedia di Odessa fu un’ulteriore escalation del conflitto nell’Ucraina orientale e dell’inizio delle operazioni nel Donbas.

Golpe filo-occidentale: il primo sangue
Prima degli eventi del 2 maggio 2014, Odessa era uno dei centri di resistenza al colpo di Stato con cui i capi della proteste di piazza pro-UE nella capitale del paese, Kiev, salirono al potere. I politici sostenuti dall’occidente (UE e USA) provocarono scontri con le forze di sicurezza a Kiev. Come risultato di tali provocazioni, il primo sangue fu versato. Cecchini non identificati molto probabilmente subordinati al capo della “difesa” di Majdan Andrej Parubij, provocarono scontri armati con più di un centinaio di morti. Gruppi neonazisti unificatisi a Maidan nell’organizzazione “settore destro” parteciparono attivamente al colpo di Stato. Dmitrij Jarosh, l’allora capo di settore destro, era anche assistente dell’ex-capo del servizio di sicurezza ucraino, Valentin Najvalichenko, noto per gli stretti legami con la CIA.

Il Sud-Est reagisce
I nuovi capi ucraini decisero di sottomettere completamente la politica estera del Paese all’occidente. Il parlamento, da cui i deputati dell’ex-dirigente “Partito delle Regioni” furono cacciati, cominciarono a piazzare nei ministeri neonazisti dichiarati. La legge che protegge lo status regionale della lingua russa e delle altre lingue delle minoranze nazionali fu abolita. Di conseguenza, la maggioranza russofona del sud-est del Paese, che si considera parte del mondo russo, riconobbe le intenzioni del governo chiaramente ostili. Ampie proteste iniziarono nel sud-est dell’Ucraina, e nel marzo 2014 la Crimea tenne un referendum sovrano sulla secessione unendosi alla Federazione Russa, che non poteva lasciare questa strategicamente importante penisola all’incerto futuro geopolitico dell’Ucraina. Nell’aprile 2014, i ribelli nella regione di Donetsk procedettero a creare la resistenza armata a Kiev. Odessa rimase una delle città più strategicamente importanti dove la maggioranza della popolazione non si considera ucraina e non ha alcun desiderio di vivere sotto la nuova Ucraina nazionalista.

L’importanza geopolitica di Odessa
La nuova dirigenza ucraina riconobbe che la perdita di Odessa significava la catastrofe geopolitica che inevitabilmente avrebbe provocato, tramite l’effetto domino, il collasso del Paese. Tale prospettiva si realizzava difatti nella situazione di Odessa: dalla primavera 2014, le forze filo-russe ad Odessa avevano attivamente invitato gli abitanti di Odessa a ripetere lo scenario della Crimea riecheggiando il leader crimeano Aksjonov. Inoltre, Odessa è in prossimità della Transnistria filo-russa, con una base militare russa e forze armate di 15000 militari. Se necessario, la Russia poteva trasferire truppe a Odessa dalla Crimea. Al momento, Odessa rimane l’ultimo grande porto dell’Ucraina, con l’eccezione di Nikolaev e Marjupol il cui destino al momento era in bilico. La flotta ucraina, partita da Sebastopoli ora russa, si basa ad Odessa. Quindi, la perdita di Odessa avrebbe immediatamente comportato la perdita di Nikolaev e l’esclusione dell’Ucraina dal mare. Queste considerazioni spiegano perché i neonazisti ucraini ebbero carta bianca per intimidire la popolazione di Odessa, approfittandone. L’agonia di più di 100 persone, per cui nessuno colpevole è stato punito, fu soprattutto un’intimidazione. Dopo la strage del 2 maggio a Odessa, il movimento pro-russo fu praticamente distrutto.

Il ruolo degli eventi Odessa nell’escalation del conflitto
Tuttavia, il massacro di Odessa portò anche alcune conseguenze impreviste per gli autori. Con la tragedia, l’idea nazionale ucraina si era chiaramente dimostrata mostruosa e disumana. Il fatto che una parte significativa di ucraini abbia accolto con gioia la dolorosa morte di oltre un centinaio di concittadini, dimostra ancora una volta il carattere nichilistico e distruttivo del nazionalismo ucraino. Ciò contribuì all’asprezza delle contrapposizione e scissione definitiva dalla società ucraina. Fu la tragedia di Odessa che di fatto contribuì al radicalismo nel Donbas, fattore principale che ispirò la popolazione e la maggioranza dei volontari delle altre regioni d’Ucraina e dei Paesi della CSI a prendere le armi. Gli autori del massacro di Odessa conservano temporaneamente Odessa, ma persero il Donbas. Per una parte della popolazione ucraina, ciò che successe a Odessa fu un punto di orgoglio. Per gli altri, fu un crimine terribile che dimostra che non avrebbero mai potuto coesistere nel Paese a meno che l’Ucraina sia de-nazificata.

La crescita dei sentimenti anti-ucraini in Russia
Gli eventi ad Odessa e i conseguenti crimini di guerra commessi dagli ucraini contribuivano all’isolamento dell’Ucraina dalla Russia, non solo a livello statale ma anche sociale. Per la prima volta nella storia, l’Ucraina viene percepita distante dalla Russia, e solo negativamente. In precedenza, la dirigenza ucraina poté sfruttare i rimanenti miti dell’era sovietica dell'”amicizia dei popoli” e della vicinanza dei due Paesi, ma in seguito agli eventi di Donbas e Odessa tale meccanismo non funzionava più. La volontà della leadership russa di dialogare con Poroshenko quale “male minore” fu complicata dal rifiuto della società russa di dialogare con gli ucraini. Così, la memoria del massacro di Odessa ostacola gli sforzi della sesta colonna in Russia nel reintegrare il Donbas all’Ucraina.

Martiri del totalitarismo liberale
Da una prospettiva globale, il massacro di Odessa è uno dei tanti episodi in cui l’occidente (Europa e Stati Uniti) ha commesso i peggiori crimini a vantaggio di forze e alleanze geopolitiche. Ciò va di pari passo al sostegno dei terroristi in Siria. Tale politica non è una novità, la natura selvaggia di simili crimini sanguinari fu denunciata la prima volta nella pulizia etnica contro i serbi in Kosovo. Nel complesso, tali crimini dimostrano la vacuità delle promesse “umanitarie” del liberalismo europeo e statunitense.

Poroshenko copre gli assassini di Odessa

Poroshenko copre gli assassini di Odessa

11139009Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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