La sinistra francese e la guerra in Libia

Jean Bricmont Michel Collon – 29/03/2011

Diversi lettori hanno fatto notare che la prima versione dell’intervista pubblicata sul sito Investig’Action era troppo veloce e faceva un’amalgama per quanto riguarda le posizioni della sinistra. Voyons donc plus en détail ces positions . Vediamo quindi più in dettaglio queste posizioni.

Vedasi l’intervista a Jean Bricmont: La Libye face à l’impérialisme humanitaire

L’eurodeputato Mélenchon, che è probabilmente il politico più importante del Partito della Sinistra Socialista, sostiene la guerra e si rifiuta di usare ancora questo termine, perché la guerra è autorizzata dalle Nazioni Unite [1].  Se adottiamo questo punto di vista, dovremmo smettere di parlare di “guerra di Corea” o “Guerra del Golfo“, perché anche queste sono state autorizzate dalle Nazioni Unite. Se Mélenchon si base sulla risoluzione, quale interpretazione dà  (ai russi, alla Lega Araba?) e che cosa risponde a chi crede che è stata già violata dai paesi aggressori, come il giurista italiano Danilo Zolo, che sottolineano che la risoluzione viola la Carta delle Nazioni Unite [2]?   Inoltre, la risoluzione delle Nazioni Unite consente forse alla Francia di intervenire, ma non ha l’obbligo di farlo. L’intervento rimane una scelta puramente politica francese (anche se il grosso dello sforzo bellico è difatti sostenuto dagli Stati Uniti). Mélenchon inoltre crede che ciò salverà la rivoluzione araba, minacciata dalla repressione di Gheddafi. Si rende conto che tale sostegno alla rivoluzione araba è accompagnata da Sarkozy e dagli emirati che non sanno quello che fanno o si sono improvvisamente convertiti alla rivoluzione? Mélenchon pensa che questo intervento sia nell’interesse della Francia, cioè, “è legato ai paesi dell’Africa del Nord. Non c’è futuro possibile per la Francia se lei si oppone al sentimento maggior parte dei popoli del Maghreb, vale a dire, per la libertà e contro i tiranni.” Beh, ma l’onorevole Mélenchon vive in un paese dove è illegale anche a sostenere il boicottaggio pacifico contro Israele. Chi può credere per un secondo che l’attuale atteggiamento di sostegno ai ribelli sarà interpretato dai popoli del Maghreb come supporto alla libertà e non, per esempio, al controllo di uno stato petrolifero, come la Libia, o a riprendere piede militarmente e politicamente contro le rivolte arabe e, per quanto possibile, dirigerle in base agli interessi occidentali? [3]
Passiamo al PCF, che ha espresso la sua “opposizione totale” all’intervento militare [4]. Si noti anzitutto che Mélenchon ha detto: “Ho votato per la risoluzione del Parlamento europeo secondo la direzione del PCF e della sinistra unita, in accordo con il collega Patrick Hyaric, deputato comunista, che lascia perplessi circa la totale opposizione del PCF a qualsiasi azione militare (ma che è successo alla disciplina di partito e, se Mélenchon mente, perché non denunciarlo?). Certo, la dichiarazione di Roland Muzeau [5] (fatta dopo la mia intervista) è coraggioso e si può  approvare. Ma gli argomenti avanzati in altre dichiarazioni lasciano sconcertati: quando il PCF esprime la sua totale opposizione alla guerra, dice che “i leader della rivolta popolare hanno ripetutamente espresso il loro rifiuto a un tale intervento.” Questa è il peggiore argomento possibile, dato che questi responsabili hanno cambiato pensieri, e che le loro opinioni dipendono in modo chiaro, principalmente dalla forza sul campo. La domanda da porre, ma che non lo è, data l'”urgenza“, è se è il ruolo delle truppe francesi sia intervenire ovunque è richiesto (a Gaza, i palestinesi, ad esempio, se la richiesta è stata fatta)? In un’altra dichiarazione, il Partito Comunista ha ribadito il suo “pieno sostegno alle forze che agiscono per la democrazia in Libia, con il Consiglio nazionale di transizione” [6]. Dimenticare il fatto che nessuno sa davvero se i ribelli agiscono per la democrazia (nel senso che si intende) e che i documenti di Wikileaks mettano in dubbio questo aspetto [7]. Ma è incoerente dare il proprio “pieno sostegno” alle forze politiche e negare, al tempo stesso, la loro richiesta principale, cioè il bombardamento delle truppe che gli si oppongono.  I ribelli non hanno ovviamente bisogno delle grandi dichiarazioni di solidarietà fatte a Parigi, ma di armi, aerei, bombe e così via. Si noti incidentalmente che questo vale anche per i combattenti afgani, palestinesi, del Bahrain, ecc. Nessuno ha bisogno di una “solidarietà” puramente verbale e senza alcuna azione politica concreta.
Il culmine in questo genere di dichiarazione di “solidarietà” è stato probabilmente raggiunto con l’appello del collettivo di solidarietà con il popolo libico”[8], che denuncia la “complicità dei governi occidentali” al momento (19 marzo) dove stanno già bombardando la Libia, probabilmente in violazione della lettera della risoluzione, richiede il “riconoscimento del Consiglio nazionale di transizione ad interime, unico rappresentante legittimo del popolo libico” e una “giustizia esemplare contro i crimini di Gheddafi“. E come potremo compiere tutte queste belle cose, senza una guerra? L’appello è stato firmato, tra gli altri, da Attac, LDH, NPA, PCF, PG e PIR. Difficile dopo di ciò non confondere tra le posizioni della sinistra.
Ovviamente abbiamo trovato lo stesso tipo di ragionamento in gruppi provenienti dal trotskismo. La NPA “ribadisce il suo sostegno ai ribelli contro la dittatura libica” [9], mentre si oppone all’intervento occidentale, ma senza spiegare che cosa significa il suo sostegno se rifiuta alla rivolta ciò che essa più desidera (l’intervento militare). La LCR Belga parla senza mezzi termini di “fallimento del chavismo” [10], a causa delle proposte di soluzione negoziata avanzata dall’Alleanza Bolivariana (da notare che l’opposizione a questa guerra non viene solo da Chavez, ma da 42 partiti di sinistra dell’America Latina [11]).
Questo tipo di discorso, che si trova in tutte le guerre, è la versione adattata all’attuale crisi del “né-né” (né con la NATO né con Milosevic, né con Bush né con Saddam, né con Hamas né con Netanyahu) [12]. Da un lato, si accettano tutti gli argomenti della propaganda sui  crimini di guerra del nemico, Gheddafi oggi, ma ieri Milosevic o Saddam, ma non si guarda mai alle fonti di informazioni alternative [13], e si afferma il pieno sostegno alla causa in nome della quale la guerra è condotta (kosovari albanesi, curdi, donne in Afghanistan, o l’opposizione libica). Poi, si rifiuta l’intervento militare “imperialista“, che è esattamente ciò che reclama coloro lo “sostengono“, senza offrire un’alternativa se non verbale. Si parla di armare i ribelli (che lo sono già), che è una forma di interferenza (e che cosa facciamo se queste armi non bastano?). Si lanciano parole d’ordine sulle Brigate Internazionali (chi le organizza?). E’ ovvio che questo tipo di argomenti “contro” la guerra non convincono quasi nessuno e aprono la strada ai controargomenti della sinistra interventista; c’è anche molto probabilmente la possibilità che la Francia sarà il paese dove le manifestazioni contro la guerra saranno le più scarse (come sempre accade, sulle questioni di guerra e di pace, dalla crisi dei missili nel 1980).
Il problema di fondo è che non c’è nessuna riflessione alternativa alla dottrina dell’intervento umanitario. Nessuna riflessione sul militarismo e su quale potrebbe essere una politica di pace e disarmo, nessuna riflessione sul mondo multipolare che si sta creando e su ciò che un vero internazionalismo significherebbe all’interno di ciò, e nessuna riflessione sugli effetti disastrosi della politica imperiale statunitense. A ogni crisi, si reagisce all’emergenza, “per salvare i civili”, dicendo che ci si penserà in seguito.  Ma mentre una riflessione non avviene mai, si rimane sempre “nell’emergenza“, vale a dire dietro il discorso dominante.
Tutti, specialmente a sinistra, amano prendersi gioco di BHL, ma in realtà la vittoria della rivoluzione (o contro-rivoluzione), nel pensiero francese compiuto dai nuovi filosofi negli anni 70-80, è stata totale. Da quel momento, il pensiero politico è stato sostituito da una sorta di senso di colpa religioso. La Francia e i francesi sono eternamente colpevoli, in modo maggiore, del regime di Vichy e delle deportazioni, e in modo minore, del colonialismo e della guerra in Algeria; molti “ex” comunisti, maoisti e via dicendo, sono essi stessi “colpevoli” di crimini di Stalin, Mao e Pol Pot. Questo clima genera, internamente, una straordinaria voglia di controllare ogni pensiero o parola eterodossi, che si suppone ci riportino all'”ora più buia della nostra storia“, per usare la formula consacrata. Ciò impedisce un qualsiasi pensiero indipendente del discorso dominante, almeno su temi come la sovranità nazionale.  Esternamente, il discorso della colpevolezza significa che la Francia ha l’obbligo di “venire in soccorso delle vittime“, per analogia, nella modalità principale, con le vittime ebree dei nazisti, e in modo minore, dei repubblicani spagnoli contro Franco. Di fronte a questo pensiero quasi-religioso, nessuna riflessione sul diritto, il militarismo e l’imperialismo è possibile.
Infine, mettiamo a confronto la posizione della sinistra e del Front national. Loro, a differenza di Mélenchon, parlano di guerra in Libia (che equivale a chiamare le cose col loro nome), e sono quasi gli unici a menzionare la sovranità nazionale e il diritto internazionale [14]. La loro opposizione è fatta in nome degli interessi francesi, come essi li vedono (in particolare, per impedire l’immigrazione). E naturalmente, da buoni “patrioti“, supportano le forze armate una volta che sono impegnate in combattimento. Ma se le cose vanno male per la coalizione (cosa improbabile, ma non si sa mai), si teme che questo tipo di opposizione, e non quella da parte della sinistra, che s’oppone fiaccamente alla guerra, è quella che sarà favorita dai francesi. Ai tempi, il PCF probabilmente avrebbe condannato la guerra in nome degli interessi del “popolo” o dei “lavoratori” francesi, ma la versione attuale dell’internazionalismo (che, in pratica, accetta la dottrina dell’intervento umanitario) vieta questo tipo di linguaggio. Tutto avviene come se il mondo dei media abbia superato il mondo del lavoro. Il FN ne approfitta, ahimè, per rivolgersi al “popolo” dimenticato.
Più comico, se si può dire, è che la sinistra non ha che parole come razzismo e multiculturalismo, che la porta ad adorare le culture degli “altri” (e spesso, attraverso queste, le religioni), ma è incapace di comprendere il discorso politico degli “altri” realmente esistenti, quando siano russi, cinesi, indiani, latino-americani o africani.

[1] [2]
[3] A giudicare da alOufok, la reazione in Tunisia e Algeria è per lo meno mitigata.
[4] [5] [6]
[7] Vedi anche Telegraph
[8] [9] [10]  [11]
[12] Cfr. Le Monde Diplomatique per una critica di questa ideologia.
[13] Per una testimonianza alternativa per quanto riguarda la Libia, si veda ad esempio. In francese
[14]

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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