L’opposizione ucraina soffre tra crisi diplomatica e crescenti preoccupazioni

Martin Harris New Oriental Outlook 13/02/2014

Viktor Yanukovych at the ECLo scambio diplomatico recentemente trapelato tra l’assistente del segretario di Stato per gli affari europei e eurasiatici degli Stati Uniti, Victoria Nuland, e l’ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina, Geoffrey Pyat, è solo un’altra rivelazione imbarazzante di come Washington valorizzi la democrazia e guidi la politica estera. La conversazione telefonica spiata e caricata su Youtube con il nome “Maidan Puppets” (riferendosi all’epicentro del movimento d’opposizione), senza mezzi termini dimostra la mancanza di qualsiasi approccio unificato occidentale a una soluzione praticabile della crisi politica in Ucraina (per non parlare dei crescenti problemi economici) che potrebbero  compensare la crescente dipendenza del Paese dalla Russia. La divergenza chiaramente forte degli interessi è ben chiarita quando Nuland viene registrata dire “si fotta l’UE“, mentre parlava con l’ambasciatore statunitense. I due diplomatici inoltre hanno discusso come il leader dell’opposizione Vitalij Klishko, cui è stato offerto il posto di viceprimo ministro da Janukovich, non debba aver un ruolo nel potenziale nuovo governo.
Oltre a rendere chiara la posizione globale degli Stati Uniti sul ruolo dell’UE in Ucraina come entità politica, il discorso riflette l’intenzione degli Stati Uniti di minare l’influenza della Germania nell’opposizione ucraina. Nell’UE, la Germania ha forse i più stretti legami con l’opposizione ucraina. Inviando finanziamenti attraverso la Fondazione Konrad Adenauer, Berlino ha costruito legami sostanziali con il tedescofilo Klishko, la cui Alleanza per la Riforma Democratica ucraina ha per obiettivo principale integrare l’Ucraina alle strutture occidentali. Indipendentemente dalle intenzioni degli Stati Uniti, Janukovich continua a tenere campo, dando alla tempistica della fuga un ulteriore significato. La crisi ucraina ha già subito una trasformazione sostanziale, soprattutto in termini di percezione esterna. La fuga può quindi essere vista come un tentativo di liquidare l’opposizione mostrandone le debolezza e seminando discordia tra i leader dell’opposizione e i loro partner occidentali, che ora appaiono in contrasto sul modo migliore di risolvere, o anche di approcciare, una crisi sempre più profonda. Facendo un passo indietro, è difficile immaginare che Janukovich non abbia anticipato la forte reazione dopo che il Parlamento ucraino aveva approvato le assai controverse leggi anti-protesta, il 16 gennaio, in particolare degli elementi più radicali. Ma così facendo, il centro delle proteste, iniziate quando Janukovich non ha firmato gli accordi di cooperazione con l’UE durante il terzo vertice del partenariato orientale di Vilnius, alla fine dell’anno scorso, è passata dalla questione strategica della politica estera del Paese a questioni più interessate alla politica interna. Già molti ucraini, manifestanti attivi o simpatizzanti, hanno dismesso la questione dell’integrazione europea, sostenendo che le proteste sono invece puramente indotte dalle scarse prestazioni generali del governo. Tuttavia, per la narrazione mediatica occidentale, la situazione è rimasta sostanzialmente invariata. Dopo ogni lancio di pietra o bastone, l’occidente era pronto a condannare il governo in ogni occasione, presentando il “regime” agitarsi sull’orlo del collasso tra disordini persistenti di cui, secondo la loro vulgata, Janukovich è l’unico responsabile. È quindi chiaro che qualsiasi uso della forza, limitata e giustificata, sarà immediatamente condannato dall’occidente che, a secondo le dimensioni, porterebbe a richieste di sanzioni contro il governo ucraino. Tali azioni porterebbero solamente il governo ancor più tra le braccia dei russi.
Dopo un esame attento, si osserva un governo che s’è notevolmente trattenuto nell’affrontare i manifestanti, perfino impegnandosi in negoziati con i leader dell’opposizione e offrendo serie concessioni politiche. In queste condizioni sarebbe stato gravemente imprudente, per Janukovich,  contribuire a rafforzare la narrativa dell’opposizione sul “dittatore” che impone violentemente un giro di vite. L’uso di tattiche pesanti in risposta ai manifestanti, anche nel caso di rivolte ed occupazioni di edifici governativi, potenzialmente avrebbero esasperato la situazione a vantaggio dell’opposizione. Tale restrizione dovrebbe essere vista nell’ambito della strategia per guadagnare tempo mentre le fratture dell’opposizione esplodono, il pubblico si stanca dei disordini e, infine, scompare il supporto occidentale. Rifiutando le concessioni politiche di Janukovich, i capi  dell’opposizione restano senza risposte alle loro pretese di cambiamento totale della leadership. Basarsi sullo slancio dei manifestanti difficilmente può essere una strategia seria e i capi  dell’opposizione non hanno chiaramente una visione di come affrontare le ampie conseguenze che il loro Paese probabilmente subirebbe se prendessero il potere. Mentre i negoziati continuano, le concessioni ottenute finora, come la revisione delle leggi anti-protesta e le dimissioni del primo ministro Nikolaj Azarov e di altri membri del governo, probabilmente saranno viste come vittorie dalla parte dell’opposizione disposta a risolvere pacificamente la crisi. Anche così, l’accettazione di tali concessioni sarebbe, in ultima analisi, lontana dalle ragioni originarie delle manifestazioni: la decisione del governo di mollare legami più stretti con l’UE optando per il piano di salvataggio economico russo, comprendente l’importazione di gas notevolmente scontato. Questa svolta decisa dal governo, avviene anche nel contesto delle sfide crescenti nell’UE. Con la crisi economica che si approfondisce in Europa, l’UE chiaramente non è nella posizione per poter allargare l’adesione (che per molti conti è già troppo estesa). Tale realtà indebolisce l’efficacia complessiva dei progetti d’integrazione preliminari dell’UE, quali l’iniziativa del partenariato orientale (PO). Ciò, a sua volta, genera un falso senso di speranza, spesso con conseguenze pericolose per gli aspiranti Stati membri. Anche in condizioni economiche ideali, ogni futura discussione dello status di adesione all’UE dell’Ucraina si scontrerebbe con una forte opposizione interna ed esterna.
Forse l’elemento più significativo nella crisi ucraina è la partecipazione dei gruppi ultra-nazionalisti e di estrema destra. Durante la crisi, chiaramente hanno avuto un ruolo centrale nel contestare Janukovich, ma il loro coinvolgimento, allo stesso tempo, ha preoccupato le capitali occidentali, come sottolinea il dilemma dell’UE se restare aperta a nuove nazioni, anche se nell’Unione vi è un  costante aumento del supporto ai partiti di estrema destra, dell’intolleranza e dei sentimenti anti-integrazione dovuti a una disoccupazione alle stelle e ad altri fattori socio-economici interni. Laddove Bruxelles e Berlino potevano comprarsi con le chiacchiere i manifestanti pro-UE dell’Ucraina, alla fine dell’anno scorso, molti ora vi vedono il peggior incubo del progetto UE che potenzialmente si manifesta alle sue porte. Riconoscendo l’apparente incoscienza del PO, soprattutto riguardo i rapporti economici ed energetici della Germania con la Russia, molte domande si sollevano. Tali considerazioni strategiche forse sono state riassunte al meglio quando al primo giorno di lavoro, Gernot Erler, nuovo capo delle relazioni con la Russia e i Paesi del vicinato orientale della Germania, ha detto ai giornalisti, a Berlino il 30 gennaio, che l’UE s’è sbagliata a non aver analizzato il possibile conflitto con la Russia, prima di offrire il cosiddetto partenariato orientale a Paesi come l’Ucraina.

Martin Harris, giornalista e analista freelance nella regione eurasiatica, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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