“Dopo Libia, Siria, Iraq, circondano la Russia…”

Aleksandr Kots e Dmitrij Steshin, Komsomolskaja Pravda 27 novembre 2014 – Slavjangrad7656916Un combattente della Brigata Vostok di Donetsk ci ha detto come fu inviato in URSS con un programma semi-segreto chiamato ‘Watan’, e perché è giunto nel Donbas.

Nipote di Hekmatyar
Abbiamo conosciuto Abdullah a Saur-Mogila. Incontrare persone straordinarie in guerra è sempre casuale. Non possono essere inventati; non vi è alcun programma per incontrarli. Compaiono sulla nostra strada, colorando il duro grigiore dei combattimenti con toni inaspettati. Nel Donbas, avere la barba è di moda tra la Milizia. Quindi, non riconosciamo immediatamente il ragazzo bruno con un mitra, nativo dell’Afghanistan. Tanto più che parla un russo molto scorrevole.

“Di dove sei?” chiede lo scrittore Aleksandr Prokhanov, in cima a Saur-Mogila. Abdullah lo scortava come guardia.
“Sono un pashtun della tribù Alokozai”, sorride il ragazzo con la barba. “Vicino il Waziristan”.

“Kipling intitolò una poesia ‘guado sul fiume Kabul'”, ricorda Prokhanov.
“Era una spia inglese”, continua Abdullah inaspettatamente. “C’era questa istituzione degli agenti politici in Afghanistan un secolo e mezzo prima che arrivassero i russi”.

“Chi contava nella tua tribù Alokozai?” chiediamo.
“Mio pro-zio Gulbuddin Hekmatyar” (capo del partito politico Hizb-e Islami), spiega senza imbarazzo il pashtun.
Hekmatyar è infausto. Nel 2003 gli Stati Uniti lo dichiararono terrorista internazionale per collaborazione con al-Qaida.

“Lo vidi a Peshawar dopo la guerra, per negoziare il rilascio dei nostri prigionieri. Mi ospitò e mi diede una tazza di tè”, continua Prokhanov con cautela, cercando di capire da che parte stia l’afghano. “Eri a Tora Bora?”
“Hekmatyar dominava il posto; aiutò bin Ladin”, scuote la testa Abdullah. “Ora, in vecchiaia ha capito che presto sarà al cospetto di Dio con le mani insanguinate. Cerca di fare buone azioni. Avete sentito la storia della rivolta nel carcere pakistano, dove i nostri agenti del KHAD (l’agenzia d’intelligence afghana nel 1980-1992) e dei russi erano detenuti? Si ribellarono”.

“Nessuno sopravvisse…”
“No, li martellato con gli obici. Proprio così”, il pashtun indica le rovine del complesso Saur-Mogila.
Cerchiamo di parlare, ma Abdullah, educatamente e anche valorosamente, si scusa essendo al lavoro, guardia di un ospite importante. L’incontriamo il giorno successivo, per capire cosa l’ha portato in Nuova Russia.

875316Il programma Watan
Abdullah giunse in Unione Sovietica nel 1985 col programma semi-segreto Watan. Orfani i cui padri erano stati uccisi dai Dushman (termine usato da afghani e russi per definire i mujahidin, dalla parola pashto “nemico”, ndr), Furono raccolti da diverse città, province e tribù. Il novanta per cento di loro erano figli di funzionari e soldati del governo filo-sovietico. In URSS ebbero una formazione fortemente laica per infondere nuova vitalità alla Repubblica Democratica dell’Afghanistan.
“Mio padre fu governatore della provincia di Badakhshan”, ricorda Abdullah. “Fu attirato in una trappola e poi ucciso con munizioni esplosive. Prima gli spararono alle mani, poi alle gambe. Gridavano ‘Allahu Akbar!’ Non è bene fare queste cose in nome di Dio”.

“La maggior parte della tua famiglia è laggiù?”
“La mia famiglia è divisa in due campi, filo-sovietica e pro-americana con l’idea della jihad. La mia famiglia è stata distrutta, come l’Afghanistan, dove ci siamo distrutti a vicenda. La linea paterna del mio clan è estinta. Per inciso, chi combatté le forze sovietiche ora se ne pente amaramente”.

“Cosa hai fatto nel programma ‘Watan’? Cosa ricordi della tua infanzia?”
“Naturalmente studiammo molto. Avevamo insegnanti russi e afghani. Studiammo le scienze profane e religiose… Ci insegnarono anche l’Islam. I cristiani non ci dissero: ‘Ecco il nostro unico vero Dio’. Sapevano che saremmo tornato nel nostro Paese e rispettarono le nostre tradizioni e caratteristiche genetiche. Per quanto ne so, 1800 bambini furono coinvolti nel programma. Ma ora metà di loro se n’è andata. Nei turbolenti anni ’90 molti ragazzi che ricevettero una formazione eccellente finirono per strada. Non ricevemmo cittadinanza e alcun documento: “Voi siete qui illegalmente. Tornate a casa…” A quel tempo eravamo già degli estranei (in Afghanistan). Al potere c’erano quelli contro cui fummo addestrati. E qui (in Russia) non eravamo i benvenuti. Alcuni furono deportati e uccisi lì come “agenti russi”. Finì in strada a quattordici anni. Tutto si capovolse. Coloro che ci parlarono del futuro luminoso divennero immediatamente democratici. Da compagni si trasformarono in maestri.

577547Paralleli tra le due guerre
“Cosa pensi di ciò che accade oggi, qui nel Donbas?”
“La guerra è la stessa che in Afghanistan. Gli USA l’hanno provocata lì e così il mio popolo ancora mendica. Il Paese più povero, il nostro. Il più devastato, il nostro. Vogliono fare le stesse cose qui. È uno schema collaudato. Vogliono che i russi bombardino la madre delle città russe, Kiev. L’hanno già calcolato. In ogni caso, saremo a Kiev”.

“C’è qualche somiglianza tra le due guerre, in Afghanistan e in Ucraina?”
“A parte terreno, mentalità e componente religiosa, sono identiche. Nel nostro team ci sono ragazzi che hanno prestato servizio in Afghanistan, persone già invecchiate. Una volta hanno aiutato il mio popolo, ed ora ho l’opportunità di aiutarli. Non voglio che la tua famiglia sia distrutta come la mia”.

“Che cosa succederà secondo te?”
“Se non si trova un terreno comune, sinceramente col cuore e non solo sulla carta, sarà una tragedia per secoli. Non ci sarà tranquillità, per Poroshenko o chiunque altro. Si aspetteranno sempre di essere assassinati, anche in esilio. L’altro ieri passavo per strada e una nonna chiedeva soldi alla gente. Mi fermò gridandomi: ‘Figlio mio, quando avremo le pensioni? Ho fame’. Per quattro mesi i pensionati non hanno avuto la pensione. Non so come riescano a sopravvivere. Tutto quello che abbiamo lo condividiamo con loro. Infatti, l’esito della guerra dipende non solo da chi è qui. Lì, a Kiev, la gente salta e grida ‘Chi non salta è un Moskal”.

1452510‘A Kiev saltano in attesa di noi’
“Chiaramente non sono per la pace…”
“In realtà pensano, ‘dovreste arrivare subito’. Costoro dovrebbero dirlo. Soprattutto la classe media, dalle lenzuola inamidate e nei suoi appartamenti… In caso contrario, i Grad pioveranno su quelle lenzuola inamidate, come qui. Sono la classe media, gli intellettuali, che Lenin definiva così nettamente, che permettono ai Grad di piovere sulle città del Donbas. L’elite può fermare tutto, ma vigliaccamente tace. È il momento di sostituirla”.

“Pensi che la pace sia possibile?”
“Ascolta, Ucraina e Russia sono una cosa sola. State solo per essere circondati. Guarda: Asia centrale, Libia, Siria, Iraq, Afghanistan, sono tutti alleati dei russi. Noi siamo quasi finiti; ora vengono da voi, e non si fermeranno. L’obiettivo principale non siamo noi o l’Ucraina, ma voi russi. Voi che passate le vacanze al mare, lavorate in ufficio, verranno anche da voi. Andrete in altre città pensando quanto la Russia sia vasta. Non si può tranquillamente guardare ciò che accade qui. O sarete schiavi o vi alzerete per imporvi. Uno dei vostri grandi disse: ‘La lingua russa salverà se stessa e il mondo‘. Penso che stia accadendo oggi, è una prova di Dio. Vedete chi servono. La televisione e i valori occidentali hanno praticamente espulso Dio dall’anima. Ma non del tutto. Ci sono ancora molti che si ricordano chi sono e da dove vengono. L’enorme numero di volontari ne è la prova. Molte volte si è tentato di prendere questa Terra; ora ci provano di nuovo. Ma non l’avranno e noi non bombarderemo Kiev come vorrebbero. Questa è la nostra città, il nostro Paese. Le persone sedute là fuori, in attesa… Saltano, saltano e aspettano quando arriveremo. E arriveremo. Siate pazienti solo un po’”.

1424535Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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