La rivolta di Badaber e la vendetta del KGB

Aleksandr Sitnikov, Russkaja Semjorka, 6 maggio 2015 – RBTH

Il mondo intero, tranne nell’URSS a quanto appare, sa ciò che successe nel forte di Badaber, presso la città pakistana di Peshawar, il 26-27 aprile 1985. I media occidentali ritenevano che il KGB avesse vendicato la morte dei prigionieri di guerra sovietici uccisi nella prigione segreta di Badaber.991400e1e3021f7b370b9aec024La fortezza di Badaber presso Peshawar era un centro in cui gli statunitensi (e i pakistani) addestravano i gruppi afghani a combattere i sovietici. Gli statunitensi convertirono la fortezza in prigione, che all’inizio della guerra era il centro della CIA a Peshawar, in Pakistan. Durante la guerra in Afghanistan, Badaber ospitava un presunto centro umanitario per rifugiati afghani per impedirgli di morire di fame. Ma in realtà era una copertura del centro di addestramento militare del partito controrivoluzionario afghano Jamaat-e Islami, dove erano segretamente tenuti dei prigionieri di guerra sovietici considerati dispersi in Patria.

Dukhovchenko

Dukhovchenko

Evasione
30 anni fa, il 26 aprile 1985, quando l’Unione Sovietica si preparava all’imminente 40.ma Giornata della Vittoria, dei colpi furono sentiti alle18:00 nella fortezza di Badaber. Approfittando del fatto che la maggior parte delle guardie del campo era andata a pregare, un gruppo di prigionieri di guerra sovietici avrebbe “eliminato” due guardie presso l’armeria delle fortezza, preso le armi, occupato il centro di controllo radiofonico della fortezza, liberato altri prigionieri e cercato di fuggire. Come ricordò l’ex-presidente afghano e leader della Repubblica islamica dell’Afghanistan, Burhanuddin Rabbani, uno dei soldati sovietici (Viktor Dukhovchenko, secondo Wikipedia) avviò la rivolta, riuscendo a disarmare la guardia che gli portava il rancio, quindi liberò i prigionieri che sequestrarono le armi lasciate dai rangers del carcere. Ci sono divergenze su ciò che poi accadde. Secondo alcune fonti, i ribelli cercarono di sfondare la porta nel tentativo di fuga. Secondo altri, mirarono alla torre radio per contattare l’ambasciata sovietica. Il fatto che i prigionieri di guerra sovietici fossero trattenuti in Pakistan è la prova significativa dell’intervento pakistano negli affari afghani.

Assalto alla prigione
I prigionieri sovietici riuscirono a prendere il controllo dell’arsenale e posizioni adatte per la distruzione dei posti di guardia. Avevano mitragliatrici pesanti, mortai (M-62) e granate anticarro. L’allarme sollevò tutto il personale della base, circa 3000 effettivi con istruttori di Stati Uniti, Pakistan ed Egitto. Ma i loro tentativi di assaltare le posizioni dei ribelli furono sconfitti. Alle 23:00 Rabbani richiamò il reggimento dei mujahidin Qalid ibn Walid, circondò la fortezza e chiese ai ribelli di arrendersi in cambio della vita. I ribelli sovietici risposero di voler comunicare con i rappresentanti delle ambasciate dell’URSS e della Repubblica Democratica dell’Afghanistan, con la Croce Rossa e le Nazioni Unite. Quando seppe che l’offerta era stata rifiutata, Rabbani ordinò l’assalto alla prigione.5336569La salva fatale
La feroce battaglia durò tutta la notte e le perdite tra i mujahidin dimostrarono che i russi non si arrendevano. Lo stesso Rabbani quasi perse la vita sotto il tiro delle granate a razzo. Vedendo la resistenza, tutte le forze disponibili furono lanciate contro i ribelli, con salve sparate da carri armati e persino dall’aeronautica del Pakistan. Ciò che successe dopo rimarrà probabilmente un mistero per sempre. Secondo informazioni declassificate, segnalazione della radio-intelligence della 40.ma Armata intercettarono il rapporto di un pilota pakistano sul bombardamento contro i prigionieri in rivolta che aveva colpito il deposito di armi con due milioni di razzi e proiettili. Uno dei prigionieri di Badaber, Nosirzhon Ummatkulovich Rustamov, descrisse la scena: “Rabbani scappò e poco dopo apparvero i cannoni a cui ordinò di sparare. Quando spararono, centrarono il deposito di munizioni provocando una potente esplosione. Tutto esplose, persone, edifici, fu tutto spazzato via. Il posto divenne una Ground Zero da cui usciva fumo nero“. Non ci furono superstiti. Coloro che non morirono nell’esplosione furono uccisi dagli aggressori. Tuttavia, un messaggio intercettato del consolato statunitense a Peshawar per il dipartimento di Stato diceva, “Tre soldati sovietici riuscirono a sopravvivere alla repressione della rivolta“. Circa 100 mujahidin afgani, 90 soldati pakistani, tra cui 28 ufficiali, 13 funzionari pakistani e 6 istruttori statunitensi furono uccisi nell’esplosione, che distrusse gli archivi della prigione contenenti le informazioni sui prigionieri. Per evitare il possibile ripetersi dell’incidente, Gulbuddin Hekmatyar, capo del Partito islamico dell’Afghanistan, ordinò un paio di giorni dopo che “i russi non venissero presi prigionieri“.

N. U. Rustamov

N. U. Rustamov

La reazione del pubblico
Nonostante le autorità pachistane insabbiassero con tutte le misure possibili l’incidente; tra cui silenzio assoluto, esecuzione e divieto d’ingresso degli estranei nella zona del forte; informazioni sui prigionieri di guerra sovietici e la brutale repressione della loro rivolta trapelarono ai media. La prima a scriverne fu la rivista di Peshawar Sapphire, ma fu confiscata e distrutta. Il quotidiano il Musulmano del Pakistan ripubblicò la notizia, subito ripreso dai media mainstream. Il Vecchio e il Nuovo Mondo interpretarono l’episodio in modi diversi. Gli europei scrissero della lotta impari dei prigionieri di guerra sovietici per la libertà, mentre Voice of America parlò della potente esplosione che uccise decine di prigionieri russi e un eguale numero di soldati governativi afgani. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il 28 aprile 1985 pubblicò un rapporto “completo” dichiarando: “L’area del campo umanitario di circa un miglio quadrato fu sepolto da un denso strato di frammenti di proiettili, razzi, mine e resti umani. L’esplosione fu così potente che la gente del posto fu colpita dai frammenti a 4 miglia di distanza dal campo in cui erano trattenuti 14 paracadutisti sovietici, due dei quali sopravvissuti alla repressione della rivolta“. La rivolta fu confermata dal rappresentante della Croce Rossa Internazionale, David Delanrants, che visitò l’ambasciata sovietica a Islamabad il 9 maggio 1985. L’Unione Sovietica si limitò a una nota ufficiale di protesta del Ministero degli Esteri, accusando il governo del Pakistan di essere pienamente responsabile dell’incidente e chiedendo la fine della sua aggressione alla Repubblica Democratica dell’Afghanistan e all’Unione Sovietica. Ufficialmente, ci “potrebbero essere prigionieri di guerra sovietici in Afghanistan“.

a7cb73ef7615061f486caf6d4cdLa vendetta del KGB
Però vi fu una “reazione informale” dell’Unione Sovietica. Secondo i giornalisti Kaplan e Burki, il servizio segreto sovietico condusse una serie di operazioni di rappresaglia. L’11 maggio 1985, l’ambasciatore sovietico in Pakistan Vitalij Smirnov disse che l’Unione Sovietica non avrebbe lasciato impunito l’incidente. “Islamabad è pienamente responsabile di quanto accaduto a Badaber“, Smirnov avvertì il presidente pakistano Mohammad Zia ul-Haq. Nel 1987, a seguito delle incursioni sovietiche in Pakistan, 234 mujahidin e soldati pakistani furono uccisi. Il 10 aprile 1988, una potente esplosione nel deposito di munizioni di Camp Odzhhri, tra Islamabad e Rawalpindi, provocò la morte di 1000-1300 persone. Gli investigatori conclusero che si trattava di sabotaggio. Alcuni mesi dopo, il 17 agosto 1988, l’aereo C-130 che trasportava il presidente Zia cadde, lui e l’ambasciatore statunitense Arnold Raphel, anche lui a bordo, rimasero uccisi. Le agenzie d’intelligence pakistane collegarono l’incidente alla rappresaglia del KGB per Badaber.

yRFRfG5evC4I soldati sovietici uccisi a Badaber
Tenente S. I. Saburov, 1960, Repubblica di Khakasja
Tenente G. V. Kirjushkin, 1964, Mosca
Sergente P. Vasiliev, 1960, Chuvashja
Soldato M. A. Varvarjan, 1960, Armenia
Tenente G. A. Kashlakov, 1958, Rostov
Sergente S. E. Rjazantsev, 1963, Russia
Sergente N. G. Samin, 1964, Kazakhstan
Caporale N. I. Dudkin, 1961, Altaj
Soldato R. R. Rakhimkulov, 1961, Bashkiria
Soldato J. G. Vaskov, 1963, Kostroma
Soldato Pavljutenkov, 1962, Stavropol
Soldato A. N. Zverkovich, 1964, Bielorussia
Soldato S. V. Korshenko, 1964, Ucraina
Impiegato dell’esercito sovietico N. I. Shevchenko
Soldato S. N. Levchishin, 1964, Samara

 S. N. Levchishin

S. N. Levchishin

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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One Response to La rivolta di Badaber e la vendetta del KGB

  1. onore ai soldati sovietici caduti per il comunismo

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