L’Asia sceglie tra Oriente e occidente

Tony Cartalucci Land Destroyer 3 settembre 2015134550614_14404199220681nGli ambienti politici e commerciali dell’Asia affrontano un contesto geopolitico in mutamento inevitabile guidato dalla crescita della Cina. Diversi fattori fondamentali guidano questo cambiamento che, se ben compreso, aiuterà a portare l’ordine politico, gli interessi commerciali e le élite dominanti dell’Asia verso una soluzione pacifica e uno stabile e prospero futuro. Fallire nel posizionarsi con attenzione in questo cambiamento, comporterebbe per dinastie politiche o imperi commerciali, sparire nelle fratture del terremoto geopolitico.

Cos’è l’Asia e perché cambia
Per secoli l’Asia è stata dominata prima dall’egemonia coloniale europea e per quasi un secolo dall’egemonia statunitense. Gli Stati Uniti ammettono di volere il “primato” sull’Asia e che loro primo obiettivo geopolitico in Asia è sostenerlo. Per quasi un secolo, sostenere tale primato è stato possibile per la grande disparità economica e militare tra Washington e le risorse collettive dell’Asia. La vittoria nella seconda guerra mondiale e il successivo coinvolgimento statunitense nella guerra di Corea e nella guerra del Vietnam permise agli Stati Uniti di mantenere un esercito immenso, e un’impronta politico-economica sulla regione. Sulla scia della guerra del Vietnam, tuttavia, l’esausto impero statunitense iniziava una lenta e inevitabile ritirata. Nel vuoto lasciato da tale regresso dell’espansione, le nazioni della regione, non ultima la Cina, si rafforzano socioeconomicamente, militarmente e geopoliticamente.

Gli Stati Uniti ammettono di perdere
Gli sforzi statunitensi per contenere la Cina si sono rivelati inutili, come indicano i documenti politici degli Stati Uniti che hanno tentato, in più occasioni, di riformulare il concetto antiquato di “primato” e d’imporlo all’Asia. L’ultimo è stato pubblicato dall’influente Council on Foreign Relations, un think tank finanziato dalle multinazionali e che rappresenta gli interessi collettivi dei più potenti interessi corporativo-finanziari occidentali. Il rapporto “Revisione della grande strategia degli USA nei confronti della Cina”, afferma senza mezzi termini: “Poiché lo sforzo statunitense d”integrare’ la Cina nell’ordine liberale internazionale ha ormai generato nuove minacce al primato degli USA in Asia, e potrebbe tradursi in una sfida conseguente al potere globale statunitense, Washington ha bisogno di una nuova grande strategia nei confronti della Cina, che s’incentri sul bilanciamento del crescente potere cinese, piuttosto che continuare ad assistere alla sua ascesa”. Il rapporto è stato scritto dal lobbista politico nell’amministratore degli Stati Uniti Robert Blackwill che ha fatto carriera governando regimi clienti potenziali in Asia attraverso cui gli Stati Uniti programmavano di mantenere la propria supremazia regionale. Coloro che sono stati avvicinati da Blackwill e altri lobbisti anglo-statunitensi per mantenere l’egemonia occidentale in Asia, il suo ultimo rapporto dovrebbe dare una svegliata. Gli Stati Uniti non possono più sostenere le loro pretese politiche, economiche o militari in Asia, e a coloro cui si chiede d’investire nelle fallimentari imprese degli USA, viene chiaramente detto di scegliere la proposta perdente. La Trans-Pacific Partnership (TPP) è uno degli accordi commerciali degli USA per cercare di controllare economicamente la regione non a vantaggio delle nazioni asiatiche, ma di Washington e ai danni dell’Asia. L’obiettivo primo degli Stati Uniti è isolare la Cina dal resto dell’Asia, con ciò negando all’Asia i vantaggi della crescita economica, politica e militare della Cina in un’Asia ridefinita dagli asiatici. Il rapporto per la CFR di Blackwill propone una miriade di “soluzioni” per correggere il declino degli USA in Asia, alcuna delle quali può essere effettivamente attuata. Proposte vaghe come “rivitalizzare l’economia statunitense” mancano di qualsiasi dimensione pragmatica. Altre, come “rafforzare l’esercito statunitense”, riguardano una spesa inesistente per programmi che non verranno mai approvati. Altre raccomandazioni includono l’espansione della cooperazione militare in Asia, una mossa che provocatoria verso la Cina e che per i partner degli Stati Uniti avrebbe costi economici nel breve e lungo termine. In altre parole, gli Stati Uniti cercano di vendere agli attori asiatici le azioni del proprio declino già in atto ed inevitabile.

Un impero immutabile in un mondo che cambia
Gli interessi dominanti negli Stati Uniti non comprendono il mutamento dell’equilibrio di potere. Non solo lo negano ma non adottano le vitali misure per adattarvisi. Il concetto di unica società o manciata di società che controllano produzione e distribuzione globale di automobili, aerei, elettronica e altri beni di consumo, viene negata non solo dalla crescente potenza economica esterna a tali affermati monopoli, soprattutto occidentali, ma dal cambiamento dello stesso panorama tecnologico. In un quadro che cambia così velocemente, le monolitiche strutture corporativo-finanziarie costruite sui monopoli sono imponenti castelli di pietra costruiti sul fango. Scivoleranno e indeboliti inevitabilmente crolleranno schiacciando tutti quelli all’interno. La Cina capisce che il suo futuro non è quello di “fabbrica del mondo”, e sta già adattando non politicamente, ma pragmaticamente, ad incontrare il futuro mondo multipolare, laddove le nazioni si distinguono pari tra esse e in cui la disparità economica, politica, militare e tecnica sarà ridotta. Chi si allinea a tale pragmatismo prospererà. Coloro che scelgono d’investire nell’impresa fallita dell’egemonia globale degli USA, perderanno con essi.

Le speranze degli USA si basano sull’ego dei leader asiatici
Gli Stati Uniti, non diversamente dagli imperi precedenti, hanno il fascino dell’elitarismo, del potere e del prestigio presso i capi dei potenziali regimi clienti. La promessa di un “posto a tavola” è allettante per coloro che mettono il proprio ego sopra al buon senso, in particolare coloro che vedono gli Stati Uniti come via al potere nelle rispettive nazioni. Piuttosto che allinearsi a un mondo che cambia, e che non tollererà la supremazia statunitense in futuro, gli Stati Uniti si sforzano d’attrarre il minimo comune denominatore nei Paesi presi di mira, allettandoli. Le nazioni che rigettano la proposta perdente degli USA, gli inviti cedono il passo alla coercizione. Tuttavia, una nazione che forgia le relazioni internazionali con coercizione, sovversione, terrorismo e minacce di guerra è una nazione che non ha nulla da offrire. Dopo tutto, gli Stati Uniti non dovrebbero convincere una nazione che fare affari con Washington e Wall Street sia nel loro interesse, se lo fosse veramente. In Asia, per gli imprenditori e i politici che apprezzano un futuro sostenibile, individuare i vettori attraverso cui gli Stati Uniti possono imporre la loro sempre più disperata politica del “primato” sull’Asia, ed eliminarli, dovrebbe diventare una priorità. Politici e dirigenti d’azienda che mettono il proprio ego al di sopra del buon senso, o le promesse a breve termine alla certezza a lungo termine, non dovrebbero partecipare a politica o affari. Coloro che realmente credono che avere rapporti con gli Stati Uniti gli avvantaggerà a lungo termine, personalmente o a livello nazionale e regionale devono semplicemente leggere i documenti politici degli Stati Uniti in cui ammettono che i benefici della loro “grande strategia” non vanno a nessuno, nemmeno agli stessi Stati Uniti.

I leader asiatici sceglieranno il buon senso?
Lo smantellamento dell’egemonia statunitense sull’Asia è già iniziato. Le nazioni disinvestono sistematicamente dagli Stati Uniti ed investono su legami più stretti in Asia, in particolare con Pechino. I tentativi di rovesciare i governi del Sud-Est asiatico, l’armamento degli “alleati” Giappone, Corea e Filippine puntando al conflitto con Pechino, e tentativi sempre più coercitivi d’imporre accordi commerciali assai impopolari all’Asia creano una seria instabilità nella regione. L’intera premessa del “primato” degli USA in Asia è che solo essi portano pace e stabilità nella regione. Non diversamente dal racket della protezione gestito da delinquentelli, gran parte dell'”instabilità” da cui gli Stati Uniti sostengono di protegge la regione è proprio da essi creata. L’Asia cresce e raggiunge il proprio potenziale autentico, divenendo leader della propria regione ed attore influente sulla scena mondiale, e non può permettersi di essere gravata dalle nozioni antiquate dell’impero globale degli Stati Uniti o dai loro tentativi sempre più dannosi di mantenere tali nozioni in Asia.932641_1_0903-China-parade-3_standardTony Cartalucci, ricercatore geopolitico e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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