La reazione alla dichiarazione di Shinzo Abe

Il discorso di Abe per il 70° anniversario della fine della guerra del Pacifico
Vladimir Terekhov New Eastern Outlook. 25/08/2015ShinzoAbeVietnam-621x309Il 14 agosto il mondo è stato testimone un raro evento cruciale, che prevedono le tendenze delle relazioni nel triangolo strategico “USA Cina e Giappone” e, quindi, la situazione nell’Asia-Pacifico. Ci riferiamo al discorso del primo ministro del Giappone Shinzo Abe, in occasione del 70 ° anniversario della fine della guerra del Pacifico, che i giapponesi legano alla data (la notte del 14-15 agosto 1945) in cui l’imperatore Hirohito annunciò che il Giappone accettava le condizioni per la resa decise da Stati Uniti, Gran Bretagna e Cina tre settimane prima, con la Dichiarazione di Potsdam. Il contenuto del discorso di Abe avrà un impatto diretto sul lato sino-giapponese del triangolo “USA Cina e Giappone” e indirettamente sugli altri due. In Cina, lo sviluppo positivo delle relazioni con il Giappone è associato all’attuale conferma delle principali disposizioni della cosiddetta “Dichiarazione di Murayama” del 1995, del Primo ministro Tomiichi Murayama, per celebrare il 50° anniversario della fine della Guerra del Pacifico. La dichiarazione include tre punti principali: il riconoscimento da parte del Giappone di avere attuato una politica coloniale aggressiva contro i suoi vicini asiatici, causandone enormi perdite ed esprimendo “pentimento sincero” per i crimini ammessi. Il “revisionismo storico” di Abe, allontanandosi dalle disposizioni della “Dichiarazione di Murayama”, s’era manifesto già nel 2006-2007, durante il suo primo premierato Tuttavia, all’avvicinarsi dell’anniversario della fine della guerra del Pacifico, il “valore” della valutazione del Giappone sulla partecipazione a tale massacro spinse il governo a decidere, nel febbraio 2015, ad istituire una commissione speciale di eminenti esperti per formulare raccomandazioni sui futuri discorsi pubblici del premier sul tema. Il Comitato aveva preparato una relazione finale pubblicata una settimana prima del discorso di Abe. Il titolo del documento è una meraviglia di per sé (“Rapporto del Gruppo dei consulenti sulla storia del 20° secolo e il ruolo del Giappone in esso così come nell’ordine mondiale del 21° secolo“. A quanto pare, il titolo non riusce a riflettere le accese passioni politiche di sei mesi prima. Allora, cosa conclude? In che modo il Comitato risponde alle esigenze politiche dei vicini del Giappone, che chiedono che le disposizioni di base della “dichiarazione Murayama” siano confermate? Ma il titolo della relazione non ha la minima allusione al problema, percepito da Cina e Corea del Sud come cruciale.
Sul contenuto del rapporto di 40 pagine estremamente ricche (che meritano di essere discusse separatamente), solo due o tre pagine sono dedicate alla posizione del Giappone sulle cause della guerra del Pacifico (essendo partecipe alla seconda guerra mondiale), formulata secondo la prospettiva del processo storico della prima metà del 20° secolo. La “Dichiarazione di Murayama” è menzionata insieme a vari altri eventi del dopoguerra del Giappone, di cui si parla dettagliatamente nelle altre pagine. Gli autori del documento si concentrano sul processo per creare “il nuovo Giappone” dalla fine della guerra del Pacifico, nonché sulla valutazione delle relazioni con i vicini, con cui il Paese ha accordi reciproci e sulle sfide locali e globali del 21° secolo. In realtà, il titolo e la struttura del documento coincidono pienamente con l’approccio adottato da Abe negli ultimi anni, riducendosi alla nozione che i partner del Giappone dovrebbero smetterla di speculare su temi storici e concentrarsi sugli attuali problemi politici ed economici che, per risolverli, il suo Paese è pronto ad impegnarsi in modo (“proattivo”) più significativo. Sembra che tale approccio, adottato da un gruppo di esperti del Comitato come posizione iniziale ed integrato nella relazione finale, diventi un boomerang per Abe quale componente principale delle raccomandazioni contenute nel suo discorso. Due punti importanti vanno notati, però. In primo luogo, anche al momento della creazione del Comitato fu affermato che le raccomandazioni non sarebbero state vincolanti, e che il primo ministro le avrebbe potute accettate o meno. In secondo luogo, valutando il recente passato, l’attuale leadership del Giappone si trova in una situazione difficile. Considerazioni di “opportunismo” politico ed economico hanno spinto il governo giapponese ad assumere la posizione dell’eroe di Puskin nel valutare il costo di “baciare la mano” di tu-sai-chi. Sull’argomento in discussione, tale approccio dovrebbe portare alla pubblica ammissione del Giappone delle responsabilità su tutti gli “effetti collaterali” della strage più sanguinosa della storia umana. Tuttavia, il Paese che ha fondate ambizioni per recuperare lo status d’importante potenza mondiale, non può essere guidato solo dalla “logica” dello schiavo del padrone. Inoltre, i sondaggi di opinione dell’8-9 agosto del Mainichi Shimbun mostrano che il 44% dei giapponesi ritiene che le scuse bastino e abbondino presso i vicini, mentre il 13% ritiene che il Giappone non abbia nulla di cui scusarsi. A quanto pare, il governo del Giappone ha dibattuto sul contenuto del discorso dell’anniversario del Primo ministro fino all’ultimo momento, e il parere che la “convenienza” di esso sia contabilizzato è prevalso.
Nel suo discorso, Abe ha dichiarato inequivocabilmente che “il Giappone ha più volte espresso profondo rammarico e pentimento sincero per le azioni durante la guerra… Questa posizione dei governi precedenti rimarrà ferma in futuro“. Tali dichiarazioni valgono oro, in particolare dato il sentimento corrente nella società giapponese. Allo stesso tempo, però, il discorso di Abe contiene elementi di spiccato “revisionismo storico”. Possono essere individuati nell’osservazione che furono i Paesi occidentali più importanti a promuovere il colonialismo e che anche rifiutarono di assumersi pienamente la responsabilità dello scoppio della guerra del Pacifico, in cui le donne, vittime delle guerre del 20° secolo, “soffrirono gravemente nella dignità e nell’onore...” L’ultimo passaggio non sarebbe soddisfacente per la Corea del Sud, a cui il tema delle “donne di conforto” in guerra si riferisce direttamente.
La prima reazione della Repubblica democratica popolare di Corea e della Corea del Sud al discorso di Abe è che la posizione del Primo ministro del Giappone sull’importante questione cinese e coreana è migliorata. Anche se aggiungono che la posizione richiede ulteriori studi approfonditi e che “le parole devono essere dimostrate dai fatti“. Sarebbe pertinente attirare l’attenzione su un altro punto importante. Una settimana prima del discorso, la stampa ebbeinformazioni da fonti governative che il premier non programmava la visita al Santuario Yasukuni, il 15 agosto. Ciò significa che Abe risponde a uno dei tre pre-requisiti richiestigli per essere invitato alle celebrazioni sulla fine della Guerra del Pacifico in Cina. Si può sostenere con certezza che non sia stato facile per il premier giapponese fare questa mossa. Anche se la commemorazione delle anime dei soldati giapponesi morti nelle guerre negli ultimi 100-150 anni (il Tempio di Yasukuni è stato appositamente costruito per questo scopo) fu istituita relativamente di recente, è già una tradizione nazionale. Il rifiuto di Abe d’eseguire il rituale (soprattutto per il 70° anniversario della guerra più disastrosa nella storia del Giappone), per preservare le relazioni politiche fragili con la Cina, sembra essere apprezzato di Pechino. Nel complesso, (anche se con una certa cautela) si può affermare che Abe ha saputo affrontare alcuni problemi pratici fondamentali e superato un altro “controllo” eludendo abilmente una moltitudine di trappole politiche. Il suo compito era “non nuocere” (o almeno non colpire troppo) le delicate relazioni sino-giapponesi. Tuttavia, secondo le recenti dichiarazioni del Ministero degli Esteri della Repubblica popolare cinese, non vi è alcuna posizione definitiva in Cina sul fatto che Shinzo Abe possa partecipare alla celebrazione di Pechino, generalmente una cattiva notizia per le relazioni bilaterali.

Vladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

A protester wears a defaced mask of Japanese Prime Minister Abe outside the Japanese consulate in Hong KongLa reazione alla dichiarazione di Shinzo Abe
Vladimir Terekhov New Eastern Outlook 01/09/2015

Shinzo AbeLa dichiarazione di Shinzo Abe sul 70° anniversario della fine della guerra del Pacifico, essendo strettamente legata al tema della mancata visita del primo ministro giapponese in Cina per celebrare la stessa occasione, continua ad attirare l’attenzione a livello nazionale ed internazionale. In Giappone il Partito liberal-democratico, il partner di minoranza della coalizione parlamentare Nuovo Komeito, e il partito di estrema destra Innovazione del Giappone, hanno mostrato pieno sostegno al primo ministro. Nel frattempo c’è una spaccatura nell’opinione dell’opposizione su questo tema. Proprio come negli anni ’50 (e in un’occasione simile) c’è solo il Partito comunista, sempre più popolare, che critica profondamente la dichiarazione di Abe. I suoi parlamentari annunciano che il documento manca di “soggettività”, riferendosi ai brani al tema generale su “aggressione”, “colonialismo” e “profondo rimorso e scuse”. Nel frattempo sembra che i parlamentari della principale opposizione, il Partito Democratico del Giappone, cercano di evitare ogni valutazione della dichiarazione di Abe, tenendo conto del fatto che quasi la metà della popolazione ha un parere negativo delle richieste dei Paesi vicini al Giappone d’esprimere “pentimento sincero” e “scuse” per il comportamento dell’esercito durante la guerra nel Pacifico. Sulle valutazioni estere, di particolare interesse sono le opinioni dei vicini più prossimi del Giappone, Cina e Corea del Sud, che avanzano le più serie rimostranze contro il comportamento del Giappone nella prima metà del secolo scorso. Ma non ci sono state risposte ufficiali dirette alla dichiarazione. Tuttavia, i risultati di un sondaggio tra politologi e giornalisti in Cina, Corea del Sud e Giappone, specialisti di politica regionale, dal 18 al 22 di agosto (la settimana dopo la dichiarazione di Abe) dell’ONG Genron NPO, fa un po’ di luce sulla questione, mostrando che l’83% dei sudcoreani e il 57% dei cinesi intervistati danno una valutazione negativa della dichiarazione di Abe. Solo il 5,7% dei sudcoreani e il 21,4% dei cinesi sono d’accordo sui punti principali del discorso. Per i giapponesi, la metà ritiene che il discorso del Primo ministro non pregiudicherà le attuali relazioni tra il Giappone e i vicini. L’altra metà è divisa sulla risposta alla domanda sull’influenza positiva o negativa sulle relazioni. E’ molto probabile che i risultati di queste indagini riflettano adeguatamente il (generalmente negativo) sentimento pubblico in Cina e Repubblica di Corea non solo sul passato, ma anche sul Giappone di oggi. Sicuramente ciò limita il sostegno alla politica dei primi due verso il Giappone. Ciò a sua volta aggiunge irrazionalità ed emozioni sempre presenti nel pubblico sulla (già difficile) situazione del Nord-Est asiatico (NEA).
Data la valutazione negativa da parte della società cinese del discorso di Abe, in occasione delle previste celebrazioni di Pechino, la leadership cinese a quanto pare non ha ritenuto opportuno invitare il primo ministro giapponese. Fu anche riferito che nel corso dei negoziati, condizioni preliminari della visita di Abe a Pechino furono sollevate dai giapponesi. Citando una fonte “di pertinenza del Giappone in Cina”, il primo quotidiano giapponese Mainichi Shimbun ritiene che Abe molto probabilmente abbia deciso di abbandonare i piani, non avendo ricevuto una risposta soddisfacente alla richiesta di “smorzare il sentimento antigiapponese” delle prossime celebrazioni in Cina. Si sostiene anche che, rifiutando di partecipare ai festeggiamenti in Cina, il primo ministro giapponese abbia così aderito al gruppo di dirigenti dei Paesi occidentali più importanti, che avevano respinto l’invito di Pechino per via dello “sviluppo delle capacità militari e delle attività sui mari” di quest’ultima. I recenti conflitti tra Giappone e Cina sul contenuto del discorso del primo ministro giapponese sugli avvenimenti di 70 anni fa e la sua possibile presenza alle celebrazioni di Pechino, non sono motivati solo (o meglio, non tanto) da concetti astratti come “giustizia storica” e “morale”. Ovviamente, riguardano aspetti importanti della politica attuale. Non è un caso che lo status di Taiwan, argomento già discusso, sia emerso nel dibattito sui problemi “storici” in Giappone e Cina. In particolare, l’attenzione è attirata dalla differenza fondamentale tra l’atteggiamento di Taiwan e della Corea del Sud sul periodo coloniale giapponese. A Taiwan ci sono generalmente valutazioni più positive su questo periodo e l’espressione più autorevole di questi sentimenti proviene dal 92enne ex-presidente di Taiwan (1988-2000), Lee Teng-hui. Abbiamo già notato che, nel corso di un recente tour privato in Giappone, ha detto molte cose molto spiacevoli per Pechino. Tuttavia, dopo il rientro a Taiwan il venerando politico ha confermato tutte le dichiarazioni rese nel tour, particolarmente di come sia orgoglioso di aver prestato servizio nell’esercito giapponese. Per Pechino la cosa più scandalosa è che Lee Teng-hui abbia detto ciò alla vigilia delle celebrazioni in Cina, a un incontro con i capi dell’opposizione del Partito democratico progressista, tra cui il probabile futuro presidente di Taiwan Tsai Ing-wen, che non ha nemmeno ritenuto necessario commentare in alcun modo le parole del capo.
In generale, va rilevato che non importa chi dei leader delle due potenze asiatiche abbia deciso di “frenare” all’ultimo minuto sulla via del vertice bilaterale (è più probabile che agissero in parallelo), ma è un’altra conferma della situazione preoccupante nel nord-est asiatico. Dato che un incontro tra i leader di Cina e Giappone, in occasione del 70° anniversario della fine di una delle più sanguinose guerre, avrebbe ammortizzato il nuovo acuirsi delle ostilità reciproche.474779434Vladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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