Guerra ed economia in Giappone (1911-1946)

Jean-Louis Margolin, Fascinant JaponC-BattleshipYamatoLo slogan preferito dei promotori della restaurazione Meiji (1868) era Kyohei Fukoku (prospero e forte esercito). Questo significava che subito con la riapertura, il Paese era impegnato a far avanzare di pari passo potere economico e militare. In particolare, i samurai spesso si riconvertirono in capitani d’industria, sotto l’esigente sorveglianza dello Stato. Inoltre, tra le industrie moderne da creare, il posto d’onore fu dato alle armi, la prima fabbrica di armi ebbe sede a Yokosuka nel 1860 con l’aiuto dei francesi. Ma i militari non erano molto efficaci come capi delle nuove società, molte delle quali furono recuperate nel 1880 dai mercanti diventati capitalisti, e solo all’inizio del XX secolo il Giappone svilupperà acciaierie e cantieri navali degni di questo nome. Se la necessità del coordinamento tra militari e industria è da subito prevista, le modalità pratiche rimasero incerte per non dire altro. Il dibattito continuerà nel periodo interessato, dentro e fuori un contesto sempre più urgente, senza mai trovare una soluzione realmente soddisfacente per le varie parti interessate e pienamente efficace per il Paese. Tuttavia vi furono progressi impressionanti: la guerra del 1914-18 in primo luogo promosse lo sviluppo economico e gli armamenti fornirono nuove modalità consentendo al Giappone d’impegnarsi nella politica di conquista, conclusasi con lo scontro con gli Stati Uniti. Questo, nonostante la grande mobilitazione di tutte le risorse del Giappone, dimostrò in definitiva che l’arcipelago non poteva competere con la potenza statunitense.

1911-1931: tra guerra e crisi, l’ambiguo trionfo del capitalismo industriale
La guerra al servizio dell’economia (fino al 1919)
mikasa Il Giappone aveva vinto la guerra nel 1905 contro la Russia. Ma nell’occasione s’indebitò fortemente approfittando della vicinanza alla finanza anglosassone, rassicurato dalla alleanza anglo-giapponese nel 1902 e dagli accordi Taft-Katsura (con gli USA) nel 1905. Lo scoppio della prima guerra mondiale permise di rompere con la politica deflazionistica e di rilanciare la crescita. Infatti, era una situazione ideale: dalla “parte giusta”, quella dei vincitori, poté cogliere i possedimenti tedeschi in Cina e nel Pacifico, e beneficiare dell’enorme spesa per gli armamenti degli alleati (poi, subito dopo la vittoria, iniziò la ricostruzione), senza dover combattere se non simbolicamente. Dovette disporre di una moderna industria sufficientemente aperta per poter rispondere all’aumento della domanda causato dal conflitto. Il triplice vantaggio del Giappone riposava nell’apertura dei nuovi mercati in Europa, nel blocco virtuale delle esportazioni verso l’Asia, promuovendo le propria attività, e il significativo aumento dei prezzi dei “prodotti strategici”: materie prime, ma soprattutto del cotone per le uniformi, delle navi per trasportale, e quindi dell’acciaio per costruirle. Il ritmo di crescita del PIL giapponese triplicò al 9%. In soli cinque anni, tra 1914 e 1919, la produzione industriale saliva del 72%, e la forza lavoro “solo” del 42%: il miglioramento della produttività fu importante. La capacità d’investire era notevole, dato che il tasso medio di profitto dal 15% di prima della guerra, passava a circa oltre il 50%! La quota di industria e settore estrattivo del PIL passò dal 20% al 30%: è allora che il Giappone divenne veramente un Paese industriale. Tra i settori chiave del periodo, la costruzione navale conobbe la crescita più impressionante, sostenuta dall’aumento di sette volte il prezzo delle navi; la manodopera quadruplicò e si passò da otto navi varate nel 1915 a 174 nel 1918. Questo progresso fu principalmente avviato dal settore privato, che cominciò a prosperare senza il cordone ombelicale che lo collegava allo Stato, e se ne ebbero anche le conseguenze politiche: l’affermazione dei partiti politici, i principali legati al mondo degli affari, e l’avanzamento del governo parlamentare. La chiave di volta dell’economia furono i zaibatsu, conglomerati industriali e finanziari gestiti dal 1900 da professionisti solitamente formatisi negli Stati Uniti e che si accaparravano la manodopera più qualificata, di piccole dimensioni, offrendo stipendi vantaggiosi e benefici. I primi cinque erano, in ordine decrescente d’importanza, Mitsui, Mitsubishi, Yasuda, Sumitomo e Daichi. Nel 1927 controllavano il 19% del capitale bancario, garantendosi un’autonomia cruciale nel finanziamento, a cui le PMI non potevano accedere. Le esportazioni di beni e servizi (in particolare noleggio marittimo per conto dell’Intesa) permisero al Giappone di passare da un debito netto di 1,1 miliardi di yen nel 1913 a un credito di 2 miliardi nel 1920: il Paese era diventato esportatore di capitali.

Il fallito tentativo di dissociare l’economia dalla guerra (1920-1931)
Verso l’avanzata dell’esercito
japans-empireI militari avrebbero voluto godere della nuova ricchezza del Paese per soddisfare i loro grandiosi piani di armamento, mentre le truppe, approfittando della confusione in Cina e della guerra civile russa, nel 1918 ebbero l’enorme spazio dalla Cina settentrionale alla Siberia orientale. Dopo 13 anni di reiterate richieste della Marina militare, la Dieta approvò nel 1920 un piano di costruzione di otto incrociatori da battaglia e otto navi da battaglia che, al momento del completamento nel 1927 avrebbe assorbito il 40% del bilancio dello Stato… Dal punto di vista giapponese, la Conferenza Navale Internazionale di Washington (novembre 1921 – febbraio 1922) fu un disastro: comportò infatti la grave limitazione degli armamenti navali (soprattutto niente più navi superiori alle 10000 tonnellate da costruire per dieci anni), fermare la costruzione della maggior parte delle fortificazioni costiere e insulari (mentre il Giappone aveva conquistato l’arcipelago tedesco nel Pacifico centrale), e l’obbligatoria proporzionalità tra le forze navali (5 per Stati Uniti e Regno Unito, 3 per il Giappone, 1,75 per Francia e Italia). Ma l’impero aveva quasi raggiunto i limiti: poteva sostituire solo le unità obsolete. Inoltre, la nuova amministrazione repubblicana degli Stati Uniti costrinse le truppe giapponesi a consegnare alla Cina le posizioni tedesche occupate nella penisola dello Shandong, e presto evacuarono la Siberia, mentre si ebbe la reazione nazionalistica in Cina contro gli abusi di Tokyo. La nuova conferenza a Londra nel 1930 estese il congelamento delle navi da guerra per sei anni e il contingente giapponese passò a 3,5. La logica economica sembrava superare i sogni di grandeur imperialista. Nel nuovo contesto della recessione economica, gli armamenti ad ogni costo sembravano assurdi per la nuova élite politica ed economica, intrisa di demo-liberalismo anglosassone, che sembrava trionfare nelle relazioni estere dove Shidehara Kijuro, ex-ambasciatore a Washington, divenne il primo diplomatico di carriera ad accedere alla carica di ministro degli Affari Esteri (1924-1927). La sua “nuova diplomazia” si basava su tre principi articolati nella “collaborazione internazionale” centrata sulla Lega e le buone relazioni con le potenze anglosassoni; nella “Diplomazia economica”, in particolare verso la Cina, sostituendo con il potere di mercato dei zaibatsu la pressione politico-militare; nel “non intervento negli affari interni della Cina”, accettando l’unità del Paese.

Il fallimento dei liberali e il rinnovo delle ambizioni militari
Il trionfo del capitale è insolente per gli esclusi dalla festa: accelera la concentrazione del capitale in favore dei zaibatsu e dei grandi cotonifici (Kanebo, Toyobo) sfruttando le enormi riserve accumulate durante la guerra. Tuttavia i liberali di stretta obbedienza al potere sono ossessionati dal ritorno al gold standard, la parità prima del 1914. Ciò impose severe misure deflazionistiche, causate dal deficit commerciale ritornato con forza nel 1920, e che non si riuscì ad eliminare. L’attività economica ne risentì molto perché le aziende giapponesi erano strutturalmente assai indebitate: alla minima crisi del credito venivano soffocate. Le conseguenze sociali furono formidabili. E soprattutto, fatali per il movimento di democratizzazione associato da molti giapponesi all’aggravarsi della povertà e al dominio egoistico di affaristi e zaibatsu. La demagogia fascista dei militari frustrati e dell’estrema destra ultranazionalista si scagliò contro i capitalisti più importanti, associati ai democratici. Molti ufficiali golpisti degli anni ’30 erano giovani delle aree rurali costretti dalla povertà ad arruolarsi nell’esercito, più o meno manipolati dai superiori per cercare di aumentare i bilanci e l’espansionismo. Il Paese passò di crisi in crisi, le cui concatenazioni ritardarono in modo irritante l’accesso a una stabilizzare sempre annunciata come a portata di mano. Il 1920 segnò la fine del boom bellico, periodo prolungato dall’esigenza della ricostruzione più urgente. Gli anni successivi dal grigio passano al nero con il collasso economico globale che inizia nell’ottobre 1929 a Wall Street. La crisi è particolarmente grave in Giappone, dato lo stato già deteriorato dell’economia e l’inettitudine del governo. In effetti, il partito Minseito persisteva nella politica liberale classica, nonostante l’assassinio nel 1930 del Primo Ministro Hamaguchi per mano di estremisti di destra legati ai militari (poi fino al 1936 vi furono altri omicidi di questo tipo). Data l’impossibilità di difendere la valuta, il governo nel dicembre 1931 cedette il posto al partito Seiyukai. Ebbe il tempo di accusare senza prove Mitsui e Mitsubishi, mentre la speculazione nei confronti dello yen era effettivamente diretta da banche estere e da singoli speculatori, nutrendo l’ostilità populista al “grande capitale”. Dal 13 dicembre il gold standard fu finalmente abbandonato, e la cartellizzazione della politica delle imprese, forse forzata, fu attuata: si assistette alla nascita dei monopoli legali, disciplinando i prezzi a proprio piacimento. Risultato della crisi fu l’acquisizione della Manciuria e la diffidenza crescente verso la comunità finanziaria anglosassone, finora strettamente associata allo sviluppo del Paese. Il contesto portò al potere i militari e Pearl Harbor fu in vista.

1932-1941: L’economia di fronte alla militarizzazione
1932-1936: La resistibile ascesa dei militari
10184-0-huge-resized-photo Il Giappone fu la prima delle grandi potenze a rispondere efficacemente alla crisi. Mentre il recupero si basava sulla formazione di un “blocco dello yen” semi-autarchico e la costituzione della Manciuria conquistata nel 1931, si tesero permanentemente i rapporti con l’occidente, specialmente gli USA. Ma fondamentale fu l’opera del ministro delle Finanze Takahashi Korekiyo, che gestì l’economia dal dicembre 1931 all’assassinio nel febbraio 1936. Ruppe con l’ortodossia liberale del decennio precedente, ma senza precipitare il Paese nell’economia diretta secondo Hitler e Mussolini. Questo interventismo moderato non era molto lontano dai principi del New Deal di Roosevelt del 1933. La rottura con l’atteggiamento deflazionistico fu confermata dal rapido aumento delle spese di bilancio. Riarmo e assistenza rurale erano privilegiati: tali settori conobbero un aumento del 32% rispetto al 1932 e gli investimenti privati aumentarono del 109%, contro il 58% dello Stato, dimostrando che lo stimolo pubblico riuscì grazie al dinamismo delle aziende private. L’armamento non giocò un ruolo decisivo: nel 1932 assicurava il 28% del mercato della metalmeccanica, ma solo il 18% nel 1936. Le misure protezionistiche si aggiunsero agli effetti del significativo incremento dei prezzi dei prodotti importati, dovuto alla svalutazione: siderurgia e chimica ne beneficiarono nel 1932, munizioni e automobili nel 1936, mentre l’ammodernamento dei cantieri fu aiutato dallo Stato. Nelle industrie “avanzate” come macchine utensili, macchine elettriche, aviazione (molto aiutate dall’esercito), la tecnologia più avanzata è talvolta raggiunta da società come Toshiba e Hitachi. L’industria pesante (meccanica inclusa) divenne il motore della crescita del 10% annuo, passando dal 35% del prodotto industriale complessivo del 1930 al 45% nel 1936. I “nuovi zaibatsu” (Nichitsu, Showa Denko e soprattutto Nissan), più specializzati e tecnologici dei vecchi, segnano il periodo dell’aggressione: i loro leader erano spesso ex-militari ed avevano un capitale pubblico sostanziale. Investirono nell’Impero, in particolare Corea e Manciuria. I rami considerati “strategici” furono aiutati, ma erano anche controllati dallo Stato: nel 1934 il petrolio, le automobili (dove Toyota iniziò l’espansione) nel 1936… In cambio di benefici fiscali e risarcimento delle potenziali perdite, dovettero accettare la supervisione dei loro progetti e metodi di produzione, ed essere pronti a rispondere alle richieste dell'”interesse collettivo” e dell’esercito. Nel Manchukuo e nel nord della Cina controllata dalla giapponese Kwangtung, forme molto più radicali di economia di comando furono sperimentate. Nella stretta interdipendenza con la metropoli, la pianificazione reale fu adottata, dove le industrie chiave (un monopolista per tipo d’industria) erano nelle mani dello Stato, in questo caso “governo” della Manciuria e Ferrovie della Manciuria meridionale (giapponese dal 1905), ciascuno con una quota del 30%, mentre il resto era pubblico; le imprese private ne furono escluse. I più grandi capitalisti metropolitani, ostili al programma, deviarono lavoratori qualificati e capitale, con conseguente fallimento totale. Ma ferro, carbone e sale, in quantità insufficienti nell’arcipelago, furono effettivamente sfruttati.

1937-1941: verso lo “Stato di difesa nazionale”
Takahashi fu tra le vittime del tentato golpe militare del febbraio 1936. Nonostante l’esecuzione dei suoi promotori, i leader dell’esercito ne approfittarono per restare al potere fino alla sconfitta del 1945. Nulla impedì l’emergere di forme di economia di guerra in Giappone. Un ambizioso piano quinquennale per gli armamenti fu ideato dal colonnello Ishiwara Kanji, “padre” del Manchukuo: questi niente meno pose la componente economica dello “Stato nazionale di difesa”, ispirato dagli esperimenti totalitari europei da cui i militaristi s’attendevano la salvezza. Il governo Konoe, tra cui il ministro delle Finanze Eiichi Baba interventista convinto e molto vicino allo Stato Maggiore, poté essere costituito che nel giugno 1937 dopo che Ishiwara aveva approvato il piano, basato sulla prospettiva della guerra contro l’URSS e prevedendo l’istituzione di una potente industria pesante nell’ambito del “blocco Giappone-Manchukuo”. Il piano previde l’aumento del 40% della spesa di bilancio nel 1937; l’esercito ne assorbì il 60%. Le tasse aumentarono, le importazioni di materie prime strategiche anche. Si svilupparono quindi controlli più severi sulle importazioni e i movimenti di capitali, per far rispettare le priorità. L’economia della Manciuria era governata da un piano quinquennale più vincolante; il capo della Nissan fu responsabile del coordinamento di tutte le industrie pesanti e chimiche. Gli anni successivi furono segnati dalla ricerca deludente dell’equilibrio dell’economia diretta e pianificata al servizio della produzione bellica, cercando di promuovere i militari e alleati, e di mantenere la proprietà privata aziendale, presentata dai dirigenti dei zaibatsu e dalle correnti politiche conservatrici come condizione per una gestione efficace. Konoe si presentò come l’uomo dei militari. Nel dicembre 1937 presentò alla Dieta, facendola approvare, la “legge di mobilitazione generale”, assicurando in caso di guerra la preminenza assoluta dello Stato su allocazione del lavoro, controllo dei salari e dell’orario di lavoro, investimenti sui macchinari, controllo dei trasporti, del commercio estero e dell’uso del territorio; creazione di associazioni di controllo e cartelli in tutti i settori economici con la presenza dello Stato; controllo di prezzi e profitti; sussidi agli armamenti; cambio dei programmi scolastici per la formazione di tecnici per gli armamenti. Ma conservatori e circoli capitalistici, raggiunti dall’opportunista Konoe, bloccarono l’applicazione della legge. I dirigisti tornarono alla carica nel 1940, mentre gli squilibri crescevano e la produzione era in calo. La prospettiva di un ampliamento delle ostilità permise di rafforzare i controlli su profitti e dividendi, e aumentare la tassazione. Ciò che mancava era il tempo: la guerra in Cina scoppiò troppo presto, si dovettero affrontare enormi spese immediate per consentire al milione di soldati nel continente di operare in modo efficace, e allo stesso tempo investire pesantemente per mantenere il vantaggio strategico navale sugli Stati Uniti, impegnandosi nel riarmo. La quadratura del cerchio che spiega le correzioni di rotta successive, sicuramente non si poté applicare il piano quinquennale, facendo disperare Ishiwara che si unì di colpo ai sostenitori del compromesso con la Cina. I perdenti, in ogni caso, furono le piccole e medie imprese controllate e cartellizzate con la forza, i dipendenti dallo stipendio bloccato e dall’orario di lavoro sbloccato, e i consumatori vittime di un razionamento sempre più stretto e costretti a ricorrere al mercato nero, facendo del blocco teorico dei prezzi (e degli affitti) un triste scherzo.

1942-1946: Dal trionfo al fallimento dell’economia di guerra
Da Pearl Harbor a Hiroshima: il compimento del dirigismo economico
20150122152242I capi dell’esercito sembravano aver raggiunto i loro obiettivi con il governo Tojo dell’ottobre 1941. Si abbandonavano gli interminabili accomodamenti con gli anglosassoni e i convenevoli con i zaibatsu. La scelta della guerra totale era presa, all’estero quanto all’interno. Uno studio dell’Ufficio della pianificazione del governo, nel dicembre del 1941, elencava i quattro colli di bottiglia che potevano paralizzare gli sforzi del Giappone: riso, petrolio, materie prime strategiche, mezzi di trasporto (marittimi soprattutto). Il loro fallimento comprometteva la guerra? La guerra li forniva: riso in Thailandia e Indocina, petrolio dalle Indie orientali olandesi, stagno e gomma dalla Malesia, rame dalle Filippine… La rapida aggressione giapponese catturò intatte molte preziose navi. Guerra ed economia erano oramai legate, vincevano o affondavano insieme. Le proprietà private industriali non furono espropriate, ma dovevano piegarsi aspettandosi succosi benefici dalle conquiste, almeno se si riuscivano a digerire… I militari imposero la presenza nelle principali aziende dei sovrintendenti, e il controllo delle strutture, l’assegnazione e la commercializzazione dallo Stato o dai cartelli privati proliferarono, creando molta confusione e burocrazia, senza un corpo centrale che ne garantisse la coerenza politica globale. Sordi scontri tra soldati e civili furono acuiti dalla forte concorrenza tra Esercito e Marina per l’assegnazione delle materie più preziosi: si alzarono a volte dei muri nelle fabbriche che lavorano per entrambe le forze armate, per evitare saccheggi reciproci… La creazione nell’autunno 1943 del Dipartimento delle Munizioni da parte del governo Tojo era volta a suddividerle, ma la Marina accusò il generale di parzialità per l’esercito e partecipò alla sua caduta nel luglio 1944. Il conflitto poi finì: dopo la battaglia del Golfo di Leyte di ottobre, il Giappone non ebbe praticamente più una Marina…

Mobilitazione totale
Le spese di guerra furono a lungo quasi equilibrati dai maggiori ricavi: l’imposta speciale sugli stipendi passò dal 10% al 18%, prestiti obbligatori, investimenti nel Tesoro pubblico attraverso le onnipresenti associazioni di quartiere, a cui non si poteva dire di no, coprivano dal 10% al 20% delle entrate. Alla fine delle ostilità, l’inflazione però balzò: la massa monetaria si moltiplicò per cinque dal 1941 al 1945. I vari prelievi e congelamenti dei salari avevano drasticamente ridotto i consumi a 6 miliardi di yen su un PIL di 84 miliardi nel 1944! Le razioni collassarono (il riso passò da 900 grammi a 400 grammi al giorno), e molti altri prodotti, dal sapone ai vestiti, semplicemente scomparvero. Il mercato nero era inaccessibile ai più: lo zucchero, ad esempio, lo si comprava a 250 volte il prezzo ufficiale. Quindi la riduzione dell’apporto calorico giornaliero medio da 2400 nel 1941 a 1500 nel 1945 (l’11% in meno rispetto alla Germania affamata del 1918). L’esaurimento era tale, nell’estate 1945, che i militari irriducibili prima di Hiroshima temevano soprattutto che il prolungamento del blocco e dei bombardamenti statunitensi, se non lo sbarco, avrebbero portato al crollo interno nel 1946. Si dovettero sostituire 9,5 milioni di uomini richiamati e fornire manodopera alle fabbriche di armi (due milioni di lavoratori solo per gli aerei!). Un vantaggio paradossale risiedeva nel relativamente scarso lavoro salariato tra le donne, attratte massicciamente dalle industrie belliche. Circa due milioni di coreani furono arruolati, e centinaia di migliaia di prigionieri di guerra furono costretti a lavorare a dispetto delle Convenzioni di Ginevra. I vuoti quantitativamente furono quasi riempiti, ma la qualificazione del nuovo personale lasciava molto a desiderare, con conseguenze disastrose per l’aeronautica.

Risultati vari
I risultati della produzione bellica furono impressionanti ed insufficienti, considerato l’enorme potenziale degli Stati Uniti. Dalla fine del 1944, sotto i bombardamenti a tappeto e mentre quasi nulla poteva essere importato, tutto cominciò a crollare. Il petrolio era il principale collo di bottiglia dato che la produzione nazionale scese (286000 tonnellate nel 1943) e il surrogato fu un fallimento quasi completo (135000 tonnellate nel 1944), nonostante il massacro di centinaia di migliaia di pini per estrarre alcol dalle radici, alla fine delle ostilità le riserve diminuirono a 46000 tonnellate, quasi tutte per l’aviazione. L’acciaio, per cui i minerali scarseggiavano in Giappone, doveva aumentare la produzione da 4,4 milioni di tonnellate nel 1941 a 10 milioni nel 1945. Difatti nel 1943 la produzione fu di solo 4,5 milioni di tonnellate e nel 1944 crollò a 2,7 milioni di tonnellate (250000 tonnellate nel primo trimestre del 1945). Ciò che fu più significativo nel grande fallimento giapponese fu l’incapacità di riorganizzare efficacemente le economie coloniali del sud-est asiatico, tradizionalmente orientate verso Europa e Nord America. I quadri competenti mancavano, le necessarie reti locali (a partire dai cinesi) non erano affidabili, fors’anche perché l’occupante li pagava con moneta svalutata. In particolare, nel 1943, le comunicazioni marittime furono compromesse dai sommergibili statunitensi e inglesi. Così della bauxite (per lo più malese), essenziale per l’aviazione, ne furono importate 460000 tonnellate nel 1941, 820000 nel 1943, 350000 nel 1944 e 1800 nel 1945… La Grande Sfera di Co-prosperità dell’Asia fu uno slogan praticamente vuoto. Ma è soprattutto nelle costruzioni navali che la guerra fu persa: nel 1942 la produzione a malapena riequilibrò l’usura delle navi mercantili; in totale 3,5 milioni di tonnellate furono costruite, 8,1 milioni di tonnellate furono colate (di cui 4,4 milioni dai sommergibili). Risultato: alla fine della guerra vi erano circa 800000 tonnellate di navi non troppo danneggiate, su una flotta di 6,4 milioni di tonnellate nel 1941. L’industria aeronautica visse un boom enorme: 64000 aerei prodotti (alla fine del 1944, ma il 70% uscito dalle officine era inadatto al combattimento), con un massimo mensile di 2800 nel giugno 1944, contro i 550 all’inizio della guerra; ce n’erano ancora 16000 nell’agosto 1945, ma la maggior parte non poteva volare a causa della carenza di cherosene. I problemi erano congiunturali e strutturali: i lavoratori non erano abbastanza qualificati, non ce n’erano abbastanza sulle cateea di montaggio, non c’era abbastanza produzione di macchine utensili (molte erano ancora anglosassoni) e neanche molte PMI ultraspecializzate, la cui distruzione nei bombardamenti moltiplichò i colli di bottiglia.

Disastro e riorganizzazione (agosto 1945-1946)
Al momento della capitolazione, il Giappone sembrava essere tornato a prima dell’era Meiji: le fabbriche, quelle non bombardate, non funzionavano più, le comunicazioni da una regione all’altra erano molto difficili, le carenze generali, la povertà estrema. Il 40% degli edifici cittadini fu raso al suolo dai bombardamenti. Inoltre, la società fu sconvolta dai morti (circa due milioni), centinaia di migliaia di prigionieri dei sovietici (molti non tornarono che nel 1952, o mai), 1,5 milioni di coreani e il rientro di circa tre milioni di civili giapponesi dalle colonie del sud-est asiatico o dalla Cina, cui trovare un impiego. Gli statunitensi erano decisi a trarre vantaggio da tale situazione eccezionale per sradicare le radici del militarismo. Presero quattro misure. L’esercito fu rapidamente dissolto, e l’articolo 9 della Costituzione, redatta nel 1946, vieta la belligeranza. Un’ampia epurazione fu avviata (200000), incidendo sugli ambienti militari, dell’amministrazione e dell’economia. La dissoluzione dei zaibatsu fu minacciata se non si decentralizzavano aprendosi a capitali esterni alla famiglia del fondatore; dovettero accettare il dialogo con i sindacati ora autorizzati e riconoscere il diritto di sciopero. Infine una riforma agraria audace, simile a quella lanciata dai comunisti cinesi, risolse senza violenze la maggior parte delle tensioni sociali nelle campagne, già vivaio degli estremisti di destra.Japan-PICT1836Conclusione
La guerra fu subordinata all’economia, e con essa portò al disastro. Ma un popolo può fare a meno dell’ambizione guerriera, e forse anche dei militari, ma non dell’economia. Questa, dopo il caos, partì su basi rinnovate e più potenti che mai, non cedendo più alle pesanti pretese di forze armate divoratrici di risorse. Nel frattempo, aveva dimostrato la sorprendente capacità di salire in sei-sette decenni ai vertici: da questo punto di vista, una grande guerra è un test che non inganna.wc21_japempiremTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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