La deflazione è il peggiore incubo per gli Stati Uniti

Ariel Noyola Rodriguez * Russia Today
*Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.

Obama e Janet Yellen

Obama e Janet Yellen

Per diversi mesi la FED ha insistito che la ripresa dell’economia statunitense sia in piena espansione. Tuttavia, lo stimolo monetario miliardario (‘quantitative easing’) e un tasso d’interesse (‘tasso dei fondi federali’) vicino a zero, per i fondi federali non è bastato a dissipare completamente le tendenze recessive. A 7 anni dal fallimento della Lehman Brothers, l’attuale presidentesse della banca centrale degli Stati Uniti, Janet Yellen, si trova di fronte un serio dilemma: fermare il boom del mercato azionario con il rischio di trasformare in realtà il peggior incubo degli Stati Uniti, la deflazione. L’economia statunitense mostra segni di ripresa. Nel secondo trimestre del 2015 il prodotto interno lordo (PIL) è aumentato del 3,7%, in termini annuali, ben al di sopra della stima iniziale del 2,3% pubblicata due mesi fa. La nuova revisione della crescita del PIL riempie di ottimismo i capi di Washington perché, secondo loro, scongiura il sospetto sorto nell’ultimo trimestre del 2014, quando l’attività economica scese del 0,7 % (1). Washington vanta che il mercato del lavoro aumenta a un ritmo veloce. Il settore privato ha generato più di 13 milioni di posti di lavoro negli ultimi 5 anni e mezzo (2). Ad agosto, esclusi quelli agricoli, i nuovi posti sono stati 173000, che pur rappresentando un importo inferiore rispetto alla media di 247000 negli ultimi 12 mesi, bastavano a ridurre il tasso di disoccupazione da 5,3 a 5,1%, il più basso dall’aprile 2008 (3). La quasi “piena occupazione” viene raggiunta dagli Stati Uniti, secondo Loreta J. Mestter, presidentessa della Federal Reserve Bank di Cleveland. Tuttavia, l’ipotesi contrasta con l’insicurezza affrontata dalla maggioranza. L”American way of life‘ è una finzione che appare solo nel cinema e in televisione. Gli statunitensi che vivono nei sobborghi più poveri sono le principali vittime di una politica economica che favorisce meno dell’1% della popolazione. La Federal Reserve ha un doppio mandato, primo promuovere la creazione di occupazione e, secondo, garantire la stabilità dei prezzi, come si legge nello statuto della banca centrale. Tuttavia, questi obiettivi non sono stati raggiunti e sono ‘lettera morta’. In primo luogo, il livello di redditività delle imprese non è sufficiente per produrre un ciclo di crescita a lungo termine. Di conseguenza, l’inflazione rimane troppo bassa, anche col rischio di diventare (caduta dei prezzi) deflazione. In secondo luogo, la “dinamicità” del mercato del lavoro statunitense è assai esagerata dalla Casa Bianca. Il tasso di disoccupazione vicino al 5% nasconde una sottoccupazione che resta ancora molto elevata (4). Secondo una definizione più ampia di disoccupazione (metodologia U-6), che comprende i lavoratori a tempo parziale (6,5 milioni negli USA) ma disposti a passare alla piena occupazione, così come le persone che hanno abbandonato la ricerca di un lavoro, lo scorso anno (1,8 milioni negli USA), ma che alla fine tornerebbero nel mercato del lavoro, il tasso di disoccupazione è del 10,3%.

‘Stagnazione secolare’
Mentre la FED ha mantenuto dal dicembre 2008 il tasso di interesse (‘tasso dei fondi federali’) dei finanziamenti federali tra lo 0 e lo 0,25%, non è riuscita a innescare massicci investimenti dalla stessa proporzione, promuovendo la creazione di posti di lavoro nel Paese. Lo stesso vale per i programmi di allentamento quantitativo (‘quantitative easing’), misure che hanno contribuito poco o nulla ad alleviare la crisi economica dello statunitense ordinario. Ben S. Bernanke, l’ex-presidente della Federal Reserve, annunciò nel dicembre 2008 il sostegno all’acquisto di attività ipotecarie (‘asset backed securities’), e nel novembre 2010 l’acquisizione dal Tesoro (‘obbligazioni del Tesoro USA’) di azioni che, secondo la sua logica, avrebbero aiutato ad aumentare i prestiti dalle banche e a mantenere i tassi d’interesse ai minimi storici a lungo termine. Mai nella storia del capitalismo si adottò un piano di stimolo monetario di tale portata: iniezioni mensili di liquidità per un importo di 85 miliardi di dollari. Risultato di questa politica, i miliardari acquisti di attività sono aumentati di 5 volte il bilancio della Federal Reserve, passato da 870 miliardi a oltre 4500 miliardi di dollari tra agosto 2007 e novembre 2014. I maggiori beneficiari sono le principali banche d’investimento: Citigroup, Goldman Sachs, JP Morgan Chase, Bank of America, Morgan Stanley, e così via. Invece di sostenere lo sviluppo delle attività produttive e la creazione di posti di lavoro reali, la politica monetaria “non convenzionale” attuata dalla Federal Reserve ha promosso l'”esuberanza irrazionale” degli investitori che operano a Wall Street. Al contrario, la maggior parte del “recupero” dell’economia è rimasto debole e irregolare. Larry Summers, a capo del dipartimento del Tesoro nel 1999-2001 sotto la presidenza di Bill Clinton, ha preso in prestito alla fine del 2013 il concetto di “stagnazione secolare” discutendo delle condizioni dell’economia degli Stati Uniti, lo stesso che l’economista Alvin Hansen (1887-1975) ideò nel 1930, durante la ‘Grande Depressione’ (5). Secondo Summers, se è vero che borse e patrimoni hanno raggiunto livelli mai visti prima dello scoppio della crisi dei mutui (subprime), grazie alla politica di stimolo delle Banche Centrali, i Paesi G-7 (Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito) continuano a mostrare tassi di crescita deludenti. Nel caso specifico degli Stati Uniti, non vi è dubbio che per molti anni si è consolidata una “nuova normalità” economia caratterizzata da alti livelli di debito pubblico e privato, scarsi investimenti di capitale e creazione marginale di posti di lavoro. Il problema è che l’arsenale dello Stato statunitense è sempre meno capace di combattere le tendenze recessive in agguato nell’economia (6).

La Federal Reserve è divisa
Non c’è consenso tra i membri della Federal Reserve sull’opportunità di aumentare il tasso d’interesse dei fondi federali. Prima di deliberare oggi e domani s’incontreranno (NdR: l’autore si riferisce alla riunione del 16 e 17 settembre). La più seria preoccupazione delle autorità monetarie degli Stati Uniti è l’emergere del calo dei prezzi. E la deflazione è molto più dannosa per l’economia che l’inflazione elevata. Mentre le aziende abbassano i prezzi dei prodotti, i consumatori cominciano a rimandare gli acquisti, con la speranza che i prezzi continuino a cadere. I capitalisti si ritrovano con un livello di domanda in caduta libera, e di conseguenza riducono i livelli di produzione licenziando i lavoratori. I redditi dei consumatori cadono, riducendo ancora più la domanda. Così gli imprenditori eliminano altra produzione e altri posti di lavoro, affondando nella spirale delle depressione e deflazione che segna il declino del PIL. Inoltre, i debiti delle aziende diventano onerose, i default aumentano e la solvibilità delle banche s’aggrava. Il grande enigma per il dipartimento del Tesoro e la Federal Reserve è che, nonostante lo stimolo fiscale e monetario, l’aumento dei prezzi rimane al di sotto del 2% da 3 anni, tranne un leggero aumento a metà 2014. A luglio l’indice dei prezzi al consumo (CPI, nell’acronimo in inglese) è aumentato solo dello 0,2% rispetto all’anno precedente. Se si escludono i prezzi di cibo ed energia, l’inflazione si attesta all’1,2%. Per diversi membri del Federal Open Market Committee (FOMC, nell’acronimo in inglese), anche se l’inflazione si abbassa, non è che un fenomeno transitorio propiziato dall’ascesa del dollaro e dalla deflazione delle materie prime (commodities). “Data l’apparente stabilità delle aspettative sull’inflazione, ci sono buone ragioni per credere che si accelererà mentre le forze che la tengono bassa si dissiperanno ancora più“, ha detto alla fine di agosto Stanley Fischer, Vicepresidente della FED. La sua attuale presidentessa Janet Yellen ritiene che l’aumento dei tassi d’interesse è fondamentale per evitare distorsioni nell’economia. Se i tassi di interesse rimangono vicino allo zero per un periodo prolungato, secondo Yellen si correrà il pericolo di favorire la formazione di bolle finanziarie, e il credito a basso costo alimentare le scommesse speculative delle banche d’investimento. Tuttavia, se il costo del credito si alzasse, aumenterebbero le possibilità di sprofondare nella recessione. Ogni volta che i salari stagnano, dal 1970, l’impulso sull’inflazione è marginale. I nuovi posti di lavoro non bastano ad aumentare il livello generale dei prezzi. Il mese scorso i salari orari erano cresciuti solo del 2,2% rispetto al 2014, mentre prima della crisi aumentavano di oltre il 4%.

Ora cosa succederà?
La FED è bloccata. E’ impossibile fermare il boom del mercato azionario senza aumentare i rischi di deflazione dell’economia. Se il tasso di interesse dei fondi federali rimane intatto, poi ovviamente gli Stati Uniti saranno più vulnerabili di quanto tutti pensano. La bolla finanziaria ancora si gonfia e prima o poi scoppierà (7). Ad agosto furono registrate le più serie turbolenze nell’economia globale: Dow Jones cadde di oltre 1000 punti, le cadute successive nel mercato azionario di Shanghai, nuova recessione in Giappone, stagnazione in Francia e Regno Unito, aumento della deflazione in Grecia, drastico rallentamento nei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi, e così via. Ora con l’offerta della Federal Reserve di aumentare i tassi di interesse, gli elementi “transitori” che presumibilmente minano l’inflazione, secondo Stanley Fischer, si rafforzeranno. Cioè, il dollaro in aumento avvierebbe più pronunciati massicci deflussi di capitali dai mercati emergenti. Lo stesso accadrebbe con il calo dei prezzi delle materie prime (commodities), e gli investitori potrebbero liberarsi immediatamente dei titoli finanziari legati all’energia, così gli Stati Uniti registrerebbero un tasso d’inflazione molto basso, annegando nella deflazione. La fragilità dell’economia mondiale ha finora sabotato le pretese delle banche centrali di stringere (‘restringere’) la politica monetaria negli ultimi 8 anni. La Banca centrale europea (BCE), la Banca del Giappone e la Riksbank (banca centrale svedese), hanno fatto retromarcia poco dopo l’aumento dei tassi di interesse di riferimento. Con l’inflazione scesa di nuovo, l’economia in recessione e il debito aumentato, le banche centrali dei Paesi industrializzati non avevano altra alternativa che riportare i tassi d’interesse vicino allo zero. La Federal Reserve da parte sua ha chiarito che i tassi d’interesse più elevati rallenteranno. Detto questo, il primo aumento, se non si realizza a settembre potrà avvenire tra ottobre e dicembre o, come suggerito dal Fondo monetario internazionale (FMI) (9) e Banca Mondiale (10), nel 2016, quando sarà passato abbastanza tempo prima di un altro aumento. Tuttavia, se le misure precipitano il crollo del PIL e consolidano la deflazione, la Federal Reserve non solo sarà seppellita dalla vergogna assoluta, ma dovrà tornare ad abbassare i tassi di interesse e sarà costretta ad avviare la quarta fase del programma di allentamento quantitativo (‘quantitative easing’) (11), conclusosi nel novembre 2014.
In breve, a 7 anni dalla Lehman Brothers, l’economia statunitense è sulle spine. I miliardi di dollari spesi per salvare i banchieri di New York faranno fallire le finanze pubbliche e centinaia di famiglie cadranno nella povertà. La maledizione di una nuova crisi non scompare. Se la FED sbaglia, l’incubo della deflazione può diventare una realtà dolorosa per gli USA.

E tutto è bello.

E tutto è bello.

Note:
1. “As Economies Gasp Globally, U.S. Growth Quickens“, Nelson D. Schwartz, The New York Times, 27 agosto 2015.
2. “The Employment Situation in August“, Jason Furman, The White House, 4 settembre 2015.
3. “The American economy: New jobs numbers do little to illuminate the Fed’s path“, The Economist, 4 settembre 2015.
4. “The Federal Reserve: More red lights than green“, The Economist, 12 settembre 2015.
5. “Why stagnation might prove to be the new normal“, Lawrence Summers, The Financial Times, 15 dicembre 2013.
6. “U.S. Lacks Ammo for Next Economic Crisis“, Jon Hilsenrath & Nick Timiraos, The Wall Street Journal, 17 agosto 2015.
7. “Fears grow over US stock market bubble“, John Authers, The Financial Times, 13 settembre 2015.
8. “A brief history of rate rises: Tightening pains“, The Economist, 12 settembre 2015.
9. “IMF Urges Fed to Postpone Rate Liftoff to First Half of 2016“, Kasia Klimasinska & Andrew Mayeda, Bloomberg, 4 giugno 2015.
10. “World Bank chief economist warns Fed to delay rate rise“, Shawn Donnan & Sam Fleming in Washington, The Financial Times, 9 settembre 2015.
11. “Market talk suddenly turns to specter of QE4“, Jeff Cox, CNBC, 24 agosto 2015.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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