Cosa vuole la Russia in Siria?

Tony Cartalucci, Land Destroyer 6 ottobre 2015

NATOexpansionI media occidentali ritraggono le operazioni anti-terrorismo congiunte della Russia con il governo siriano come mezzo per espandere la propria influenza al di là dei confini. CNN, nel suo articolo, “Petraeus accusa Putin di cercare di ristabilire l’impero russo“, va ancor più lontano affermando: “Uno dei migliori ex-generali statunitensi paragona la situazione in Siria a un disastro nucleare storico, criticando implicitamente gli Stati Uniti per aver permesso di peggiorare, e accusando il presidente della Russia di cercare di ristabilire un impero”. CNN segnalava anche: “le mosse russe in Siria sono volte a sostenere e mantenere la base navale e la pista d’atterraggio lungo le coste mediterranee della Siria, e a puntellare il regime di al-Assad al fine di preservare l’influenza russa in Medio Oriente, ha detto Petraeus. “Penso che quello che Vladimir Putin vorrebbe fare è far risorgere l’impero russo”, ha detto”. Ironia della sorte, gli Stati Uniti hanno oltre 800 basi militari nel mondo, mentre occupano l’Afghanistan dal 2001 e compiono operazioni armate in tutto il mondo da Somalia, Yemen, Iraq e Siria ai confini del Pakistan. L’unica base all’estero della Russia è infatti la struttura navale di cui parla Petraeus. Petraeus non spiega come, nonostante tale disparità evidente tra Russia e USA in politica estera, la Russia sia sospettata di perseguire un'”impero” mentre gli Stati Uniti non sono per nulla colpevoli di avere già creato e di lottare disperatamente per mantenerne uno immenso. Mentre senza dubbio la cooperazione della Russia con il governo siriano indica la capacità di Mosca di proiettare potenza oltre i propri confini, l’ha fatto solo su richiesta del governo legittimo della Siria, e solo dopo che tutte le altre opzioni possibili erano esaurite. E nonostante molti rappresentino la crisi in Siria come “guerra civile”, è evidente che non sia nulla del genere, ma terroristi che ricevono ogni sostegno materiale, molti dei quali provenienti da fuori della Siria, non dall’interno.

Fermare la Blitzkrieg Globale
Nel 2011 quando Stati Uniti e collaborazionisti nella NATO e del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) cercavano di distruggere lo Stato-nazione nordafricano della Libia, ciò fu ritratto come intervento isolato basato sulla dottrina geopolitica della “responsabilità di proteggere”, in altre parole di presunto intervento umanitario. Ciò che fu subito chiaro, anche prima che l’operazione si concludesse, è che l’obiettivo degli Stati Uniti era il cambio di regime fin dall’inizio, con molti gruppi militanti supportati dall’asse guidato dagli USA attraverso attacchi aerei e invio di armi per ciò che si rivelavano essere organizzazioni terroristiche, tra cui una sulla lista delle organizzazioni terroristiche straniere del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il Gruppo combattente islamico libico (LIFG).

mccain-graham-isisIl senatore statunitense John McCain e altri posano con il capo di al-Qaida Abdulhaqim Belhaj, dopo il crollo del governo libico per mano dei terroristi sostenuti da USA-NATO-GCC. La Libia resta divisa e distrutta, e altra fonte non menzionata dei rifugiati che inondando l’Europa occidentale.

Poco dopo la caduta del governo libico a Tripoli, apparve chiaro che l’aggressione militare degli Stati Uniti alla Libia non fu per nulla un intervento isolato. Quasi subito dopo la fine delle ostilità, i gruppi militanti armati e appoggiati da USA-NATO-CCG iniziarono ad inviare armi e combattenti verso il membro della NATO Turchia, dove fu allestita ciò che divenne l’invasione di Aleppo, la città più grande della Siria. L’invasione di Aleppo era parte di un’ampia campagna appoggiata dagli USA per dividere e distruggere la Siria proprio come fu fatto in Libia. Inoltre vi erano l’occupazione USA-NATO dell’Afghanistan e la divisione e distruzione dell’Iraq dall’invasione degli USA del 2003 e successiva occupazione. Considerando ciò, quel che si svela è una campagna militare regionale di conquista dal Nord Africa all’Asia centrale per premere sui confini di Russia e Cina. Va inoltre ricordato che nel 2011 la cosiddetta “primavera araba” finalmente si rivelò essere un piano del dipartimento di Stato degli Stati Uniti che iniziò addestramento, equipaggiamento e inquadramento degli attivisti contro i governi presi di mira anni prima, avviando le proteste. Ciò fu ammesso dal New York Times in un articolo del 2011 intitolato “Gruppi aiutati dagli USA per coltivare le rivolte arabe”, riferiva: “Un certo numero di gruppi e individui direttamente coinvolti nelle rivolte e riforme radicali della regione, tra cui il Movimento della Gioventù 6 aprile in Egitto, il Centro per i diritti umani del Bahrayn e attivisti come Entsar Qadhi, giovane capo nello Yemen, furono addestrati e finanziati da gruppi come International Republican Institute, National Democratic Institute e Freedom House, un’organizzazione senza scopo di lucro per i diritti umani con sede a Washington…” Il New York Times ammise anche che tali gruppi di Washington sono tutti a loro volta finanziati e diretti dal dipartimento di Stato: “Gli istituti repubblicani e democratici sono vagamente affiliati con i partiti democratico e repubblicano. Sono stati creati dal Congresso e finanziati attraverso il National Endowment for Democracy, istituito nel 1983 per incanalare le sovvenzioni per promuovere la democrazia nei Paesi in via di sviluppo. Il NED riceve circa 100 milioni di dollari all’anno dal Congresso. Anche Freedom House riceve la maggior parte dei soldi dal governo degli USA, soprattutto dal dipartimento di Stato.
Simili operazioni di cambio di regime furono effettuate direttamente ai confini occidentali della Russia nell’Ucraina, dove gli Stati Uniti appoggiarono i militanti neonazisti rovesciando violentemente il governo eletto di Kiev. Sulla scia del colpo di Stato, la junta si avviò a schiacciare qualsiasi opposizione, dai partiti politici ai gruppi armati che inevitabilmente si levarono contro i militanti neo-nazisti. E quando tale ondata di destabilizzazione globale, guerre e cambi di regime sostenuta dagli Stati Uniti sferzava la superficie del pianeta, al suo effimero successo l’arroganza degli USA era incontenibile. In un articolo di Atlantico del 2011 intitolato “La primavera araba: ‘un virus che attacca Mosca e Pechino‘”, rivelava esattamente il gioco ultimo di Washington: “(Il senatore statunitense John McCain) ha detto: “Da un anno Ben-Ali e Gheddafi non sono al potere. Assad non sarà al potere l’anno prossimo. Questa primavera araba è un virus che attacca Mosca e Pechino”. McCain poi salì sul palco. Confrontare la primavera araba a un virus non è una novità per il senatore, a mia conoscenza, ma aggiungervi Russia e Cina lo è. La posizione del senatore McCain riflette un trionfalismo che rimbalza da questa conferenza. Vede la primavera araba come un prodotto occidentale e, potenzialmente, come strumento per affrontare altri governi non democratici”. Valutando i commenti politici statunitensi le prove documentate della natura artificiale della cosiddetta “primavera araba” e delle operazioni di cambio di regime in Ucraina, appare chiaro che effettivamente la “primavera araba” sia stata senza dubbio “un prodotto concepito dall’occidente” e pieno “strumento” che gli Stati Uniti hanno cercato di usare contro il resto del pianeta, tra cui Mosca e Pechino. Nel 2011, l’uso della forza militare per completare ciò che la destabilizzazione politica sostenuta dagli Stati Uniti aveva interrotto non fu pienamente compreso. Con gli Stati Uniti che hanno distrutto Libia, Siria e Ucraina con la forza militare diretta o per procura, è chiaro che essi siano impegnati in una rallentata guerra lampo di 4.ta generazione, la rapida guerra di conquista militare con cui la Germania nazista negli anni ’30 e ’40 occupò Europa occidentale, parte del Nord Africa ed Europa orientale, e tentò di conquistare la Russia. E’ chiaro quindi che la Russia di oggi non sia interessata a costruire un “impero”, ma invece a fermare l’evidente ondata di conquiste occidentali certamente diretta sulla stessa Mosca.

La Russia vuole riequilibrare
Le relazioni della Russia con la Siria sono completamente diverse da quelle della NATO con la junta occupante Kiev, in Ucraina. La Siria è una nazione sovrana con istituzioni e politica da tempo indipendenti. La junta di Kiev include stranieri che controllano direttamente il destino dell’Ucraina e del suo popolo. Questa differenza tra Russia alla ricerca di partner, e Washington in cerca di ascari obbedienti è ciò che differenzia il mondo unipolare che l’occidente cerca di perpetuare dal mondo multipolare che Russia e gli altri Paesi emergenti cercano d’istituire. Il coinvolgimento della Russia in Siria è volto a fermare prima l’instabilità e la conquista militare diretta inevitabilmente contro Mosca, e quindi d’imporre l’equilibrio di potere nel mondo in cui future ondate del genere siano impossibili. Non si tratta solo della politica dichiarata della Russia, ma anche di ciò che chiaramente persegue sul proscenio geopolitico. La base delle proprie legittimità e crescente influenza è l’adesione ai principi del diritto internazionale, rispetto della sovranità nazionale e promozione del futuro multipolare. Appena Mosca tradisse questi principi, perderebbe legittimità e influenza, unendosi a un occidente in crescente irrilevanza e isolamento sulla scena mondiale. In occidente, i circoli politici e mediatici fanno di tutto per evitare non solo di menzionare la visione del futuro multipolare della Russia, ma ritraggono una Russia neo-imperialista nella fiction che è la realtà dell’occidente.

Clearing_A_PathGuardando sulla mappa laddove le forze occidentali direttamente o tramite fantocci, destabilizza e rovescia governi, o ha già clienti obbedienti, si vede chiaramente la via della distruzione e del dominio che punta direttamente su Mosca. Oltre le semplici osservazioni, i politici statunitensi hanno detto più volte che Mosca è la prossima. La Russia non vuole costruire un impero, ma agisce per fermarne uno.

Con la Libia già distrutta, l’Iraq in difficoltà e la Siria che deve cadere, l’Iran, anche secondo i documenti politici degli Stati Uniti, sarebbe il prossimo. Guardando la mappa si nota che dopo l’Iran ci sarebbe ben poco con cui fermare le orde di terroristi appoggiati dagli USA dall’inondare la Russia meridionale. Mosca deve scegliere lato, tracciare una linea e premere per fermare ciò che l’occidente le ha schierato contro. Quel punto è chiaramente la Siria. Guardando la mappa non vediamo una Russia espandere il proprio impero, ma una Russia che lotta contro i tentativi di diffondere destabilizzazione intorno ad essa, prima di prenderla di mira direttamente. Cosa vuole la Russia in Siria? Vuole che ciò che tutte le altre nazioni vogliono e hanno diritto, l’auto-conservazione. La Russia non costruisce un impero, cerca di fermarne uno che minaccia la sua esistenza lambendone i confini tramite ascari comprendenti neonazisti, terroristi e la stessa NATO.

12074859_Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

4 Responses to Cosa vuole la Russia in Siria?

  1. Gli USA non sono ancora contenti degli autosputtanamenti dovuti a una politica estera schizoide e quindi rincarano la dose dando libero sfogo a vetusti individui in stato di evidente demenza senile avanzata; si rivela vero il detto che quando un impero è al declino rischia il collasso più per pulsioni interne che per vicende esterne.
    Su Gheddafi: purtroppo è stato un suo errore di valutazione, non si doveva fidare di quel covo di serpi che oggi è l’Occidente, governato, ancora per poco spero, da quisling prezzolati; se l’oro libico e i 200 miliardi di dollari li trasferiva in banche russe o cinesi, forse il cleptocratico impero sarebbe stato più riluttante a scatenare l’idiota di turno (Sarkozy) in una guerra criminale e rivoltante per poi subentrargli con la “responsabilità di proteggere” … e sappiamo bene chi!
    Ritengo che questa stupidità congenita propria del bulli decerebrati sarà la leva con la quale Russia e Cina si stanno apprestando a scalzare gli USA dal Medioriente dalla sua funzione di dispotico e schizofrenico bullo globale, con buona pace di quell’anima candidamente perversa del primo ministro inglese, che, quanto a figure barbine tende a superare lo stesso McCain e del caro Bibi che comincia a sentirsi perduto.

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