Egemonia USA contro Cina in ascesa

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 18/10/20152007-prc-military-power_fig02La complessità e la storia delle attuali tensioni in Asia-Pacifico sono ignorate dai racconti semplicistici sostenuti da un nazionalismo superficiale. Il ritratto della Cina sui media occidentali come “bullo” regionale contro le sue vittime nel Sud-Est asiatico divide l’opinione pubblica su due lati di una linea prevedibile. Da una parte coloro che accolgono l’ascesa della Cina in contrappeso alla lunga egemonia occidentale in Asia Pacifico, dall’altro coloro che temono che la Cina semplicemente sostituisca l’egemonia occidentale “benevola” con il proprio dominio regionale. Da qualche parte nel mezzo c’è la verità, ma per arrivarvi bisogna capire la vera natura del dispiegarsi delle inutili tensioni nel Mar Cinese Meridionale.

Imperialismo permanente
Il Pacifico, e in particolare gran parte di Cina e Sud-Est asiatico, era sotto il controllo delle potenze coloniali europee, con la Gran Bretagna che controllava Malesia, Myanmar (allora si chiamava Birmania) e parti della Cina, e la Francia Cambogia, Vietnam e Laos. Attraverso la “diplomazia delle cannoniere” inglese, l’impero strappò concessioni simili a ciò che oggi sarebbe l’assai impopolare “accordo di libero scambio” della Thailandia (allora chiamata Siam), così come della Cina, tra cui la presa di Hong Kong. Vi è letteralmente una strada a Hong Kong, ancora chiamata “Possession Street”, che segna il luogo dove gli inglesi per primi esaminarono la terra appena occupata, all’inizio di un secolo e mezzo di occupazione. Hong Kong fu sequestrata durante le guerre dell’oppio, così chiamate perché furono combattute contro i tentativi della Cina di arrestare il commercio dell’oppio altamente distruttivo che gli inglesi trasportavano sul suo territorio. Le guerre mondiali videro la significativa riduzione del potere e dell’influenza occidentali nell’Asia-Pacifico. Mentre gli Stati Uniti mantennero l’egemonia su Giappone e Filippine, molte altre nazioni espulsero gli occupanti coloniali e divennero indipendenti.

L’egemonia occidentale moderna
La guerra del Vietnam combattuta tra gli anni ’50 e ’70 non fu solo un tentativo di mantenere l’egemonia occidentale sull’Indocina, ma certamente un tentativo di circondare e infine contenere la Cina. Nell’ambito dei cosiddetti “Pentagon Papers” pubblicati nel 1969, fu rivelato che il conflitto era parte di una grande strategia volta a controllare la Cina. Tre importanti citazioni da questi documenti rivelano tale strategia. La prima afferma: “… La decisione di febbraio di bombardare il Vietnam del Nord e l’approvazione a luglio della I fase d’implementazione hanno senso solo se a favore di una politica di lungo periodo degli Stati Uniti per contenere la Cina”, sostenendo anche: “La Cina, come la Germania nel 1917, come la Germania in occidente e il Giappone in Oriente alla fine degli anni ’30, e come l’URSS nel 1947, si profila come grande potenza che minaccia di minare la nostra importanza ed efficacia nel mondo e, più lontano ma più minacciosamente, di organizzare l’Asia contro di noi”. Infine, si delinea l’immenso teatro regionale in cui gli Stati Uniti erano impegnati a contrastare la Cina al momento, affermando: “... Vi sono tre fronti dello sforzo a lungo termine per contenere la Cina (rendendosi conto che l’URSS “contiene” la Cina a nord e nord-ovest): a) il fronte Giappone-Corea; b) il fronte India-Pakistan; e c) il fronte del Sud-Est asiatico”. I Pentagon Papers, infatti, previdero correttamente il contesto attuale in cui appaiono le tensioni in Asia Pacifico. Gli Stati Uniti ancora oggi mantengono il loro “fronte Giappone-Corea” contro la Cina, con truppe statunitensi di stanza in entrambe le nazioni. Dall’altra parte, nel Sud-Est asiatico, gli Stati Uniti attraverso la sovversione occulta tentano di costituire un blocco sovranazionale formato da regimi clienti obbedienti. Tali sforzi possono essere meglio visti con gli Stati Uniti che sostengono la vasta rete di organizzazioni non governative (ONG) da Aung San Suu Kyi in Myanmar, ad Anwar Ibrahim in Malesia, alla dinastia Shinawatra in Thailandia. Le Filippine rimangono sottomesse al volere di Wall Street e Washington più o meno da oltre un secolo, mentre il Vietnam è testimone dell’aumento continuo della destabilizzazione sostenuta dagli Stati Uniti. In Pakistan, la sovversione politica e la violenza armata sono utilizzate su posizioni strategiche per interrompere gli investimenti cinesi nel Porto di Gwadar e nella provincia pakistana del Baluchistan. E nella Cina stessa, gli Stati Uniti hanno fatto ricorso alla sovversione politica in Tibet e Hong Kong, sostenendo terrorismo e separatismo armato nella regione cinese dello Xinjiang. Mentre gli Stati Uniti, attraverso il loro “pivot verso l’Asia”, affermano che l’eccezionalismo americano è necessario per mantenere pace e stabilità a migliaia di miglia dai propri confini; presso i popoli dell’Asia è chiaro che gran parte del caos in Asia sia opera degli Stati Uniti. E’ il proverbiale “negozio di riparazione del parabrezza” che rompe i vetri delle auto di notte, per poi fare una fortuna aggiustandoli di giorno.

La Cina reagisce
La via della Cina per diventare una potenza regionale è diversa da quella degli anglo-americani. Non ha invaso i vicini né eretto una massiccia rete regionale di ONG sovversive per rovesciare i governi con il pretesto delle “rivoluzioni popolari”. Invece, guadagna potenza e l’influenza con il potere economico e industriale. Commercia in tutta la regione, così come investe e costruisce infrastrutture. Inoltre costruisce la capacità di cacciare l’occidente del tutto dalla regione. Il think tank aziendale RAND ha recentemente pubblicato un pezzo intitolato “China’s Airfield Construction at Fiery Cross Reef in Context: Catch-Up or Coercion?” sostenendo che la costruzione e l’espansione della Cina sulle isole del Mar Cinese Meridionale equivale a bullismo. In realtà, la Cina costruisce le capacità difensive per debilitare le flotte occidentali discutibile. Un’isola non può essere affondata o interdetta dalle navi statunitensi. Una volta costruita, presidiata ed operativa è un punto strategico permanente a tutti gli effetti incontestabile, salvo con una grande invasione in una guerra totale. Inoltre, le basi danno alle navi cinesi un vantaggio operativo sulle navi statunitensi, fornendo supporto logistico nel Mar Cinese meridionale, dove gli Stati Uniti non ne hanno alcuno, soppiantando gli Stati Uniti a livello operativo e strategico, e se Pechino gioca correttamente le sue carte, anche diplomaticamente. Se la Cina evita i tentativi di scatenare il confronto regionale, e utilizza le sue nuove capacità per mantenere sicurezza, pace e stabilità autentiche, come gli Stati Uniti pretendono di fare, l’intera ingerenza occidentale in Asia-Pacifico sarà compromessa e alla fine crollerà. L’occidente sarà rassegnato a un ruolo proporzionale alla sua vicinanza alla regione, in altre parole un ruolo trascurabile.

La vera sfida del Sud-Est asiatico
Il potere crescente della Cina non è del tutto benigno. Anche i sostenitori di una Cina in ascesa, devono rendersi conto che il potere può sempre portare abusi, e molto probabilmente lo sarebbe se l’equilibrio economico e militare regionale sarà colpito. La vera sfida che affronta il sud-est asiatico è come questo equilibrio non sacrifichi la sovranità agli interessi stranieri come quelli degli Stati Uniti. Il mantenimento di eserciti e flotte formidabili nel Sud-Est asiatico, insieme alla conservazione delle identità nazionali, impedirà significativi conflitti. Le economie nazionali dell’Asia non sono eccessivamente dipendenti da importazioni o esportazioni verso la Cina o l’occidente, potendo meglio difendere i propri interessi socioeconomici e regionali. Soprattutto, ci sarebbe una certa riluttanza a consentire agli Stati Uniti di mettere le nazioni del sud-est asiatico l’una contro l’altra o contro la Cina, nell’ennesimo esempio di elementare imperialismo del divide et impera. E mentre la sfida delle nazioni del sud-est asiatico, che pericolosamente gravitano verso un sistema tipo UE (ASEAN), è l’apparente indifferenza al fallimento monumentale dell’UE stessa, Pechino deve riconoscere e disinnescare le tensioni su cui gli Stati Uniti soffiano. La paziente ma sistematica sostituzione regionale degli USA con la Cina accadrà inevitabilmente. Chi nella regione crede che gli Stati Uniti seguano una strategia praticabile nel mantenere sotto controllo la Cina, trascina se stesso e la regione al fallimento. Coloro che perseguono i migliori interessi in ogni nazione dell’Asia, lo fanno per le nazioni e solo per esse. Né con blocchi interdipendenti sovranazionali, né con gli interessi stranieri che trasformano le regioni in protettorati de facto, l’Asia può cercare il proprio futuro. Nonostante la retorica statunitense alla base del “perno verso l’Asia”, solo attraverso un mondo multipolare in cui le nazioni perseguono la propria sovranità nazionale e rispettano quella altrui, attraverso l’equilibrio militare e socioeconomico, la vera pace e la vera stabilità saranno disponibili e mantenute.0_90d20_38b28d53_origTony Cartalucci, ricercatore geopolitico e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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