Siria: le regole del gioco della Russia

Washington sconfitta nell’immagine, i suoi alleati sconfitti sul campo
South Front1028103355E’ assolutamente irrilevante come i mass media, politici e politologi nel mondo valutino l’operazione russa in Siria. È vista esattamente nello stesso modo da chiunque, a cominciare dal presidente degli Stati Uniti d’America ai numerosi media. Ha senso ascoltare il parere di un alleato e partner. Anche di un avversario, se l’opinione è competente e professionale e non dettata da gelosa invidia. Ma sulle questioni del Medio Oriente non va bene, nel caso degli Stati Uniti e della coalizione che guidano, parlare di competenza nella lotta al terrorismo. Tuttavia, i militari hanno notato l’alta qualità delle forze aerospaziali russe. Questo ha già sostanzialmente cambiato il loro rapporto con la Russia e le sue capacità. L’avvio degli attacchi delle forze aereospaziali russe sulle posizioni dei terroristi in Siria ha attivato anche coloro che in realtà resistono, e coloro che fingono di partecipare alla lotta, e coloro che sostengono e dirigono i terroristi, fingendo di combatterli. Iran, Baghdad, Damasco e le milizie sciite di Libano e Iraq, come drusi, cristiani e curdi rientrano nel primo caso. Gli Stati Uniti nel secondo, e Arabia Saudita, Qatar e Turchia nel terzo. Ognuno di essi ha le proprie ragioni. Le monarchie arabe conducono una guerra su più fronti, la Turchia ha le elezioni parlamentari, e gli Stati Uniti devono dimostrare risultati nella lotta ai terroristi almeno per non apparire al mondo intero in una situazione ancora più imbarazzante.

Armare lo SI è sempre più costoso
Esaminiamo la situazione nella regione, basandoci sui materiali degli esperti dell’IBV Ju. Sheglovin e P. Rjabov. Si noti che secondo fonti statunitensi, le visite a Sochi del successore del principe ereditario saudita M. bin Salman e del principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti M. bin Naqayan, e le loro trattative con il Presidente Putin, si concludevano con una dichiarazione sui gravi disaccordi sul conflitto siriano. Le monarchie arabe confermavano che non avrebbero partecipato alla distruzione degli alleati gruppi di opposizione e che iniziavano a rafforzarne la logistica, compresi i MANPADS per combattere gli aerei russi. Riyadh e Abu Dhabi non sono pronte ad organizzare negoziati intra-siriani mantenendo Bashar Assad al potere, sostenuto dalla Russia. Pensano all”alleanza tra Iran e Russia, considerata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti come minaccia alla loro sicurezza nazionale, tenendo conto dello scarso potenziale militare di sauditi ed emiratini. “In una situazione critica l’Iran può ispirare disordini nelle province chiave dell’Arabia Saudita. Mettendone in discussione l’esistenza“. E’ possibile suggerire che l’Egitto in questa situazione cerchi di farsi da parte. La recente visita a Cairo del coordinatore dei servizi segreti siriani, Ali Mamluq, e le trattative con le controparti dei servizi d’intelligence egiziani rivela che le loro posizioni coincidono “sulla necessità di lottare contro i gruppi islamici in Siria“, ufficialmente ripreso nei resoconti del Ministero degli Esteri della Repubblica araba d’Egitto. La leadership egiziana ha preso le distanze da qualsiasi intervento nel conflitto siriano di qualsiasi attore estero, essendo i sauditi sponsor principali dei progetti economici e militari dell’Egitto, e la Russia principale fornitrice di armamenti, dato l’embargo statunitense agli aiuti militari a Cairo. Riyadh capisce che Stati Uniti e Russia la considerano una forza distruttiva che va ignorata nella soluzione dei problemi regionali. Ciò è stato dimostrato dalla situazione del programma nucleare iraniano, e in Siria e Yemen dove gli Stati Uniti non davano alla coalizione saudita alcun supporto significativo. La questione rimane sull’intenzione di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti di rafforzare la loro influenza in Siria. A tal fine, hanno l’esperienza afgana, quando fornirono ai terroristi MANPADS e altre armi. Washington ha per ora imposto il divieto assoluto d’esportare MANPADS agli islamisti, anche “moderati”, in Siria. Questi ultimi negoziano attivamente l’acquisto di armi, passandole da un gruppo all’altro. Gli Stati Uniti pensano all’esperienza afgana, quando dopo il ritiro delle truppe sovietiche, affrontaono la minaccia ai loro aerei. Gli importi spesi dagli statunitensi per riacquistare i MANPADS Stinger in Afghanistan, e poi gli Strela in Libia, sono ancora sconosciuti. L’emergere di numerosi MANPADS tra gli oppositori di Assad è improbabile, se si considera che in Siria non operano solo le forze aerospaziali russe, ma anche gli aerei della coalizione degli Stati Uniti. Tuttavia, numerosi moderni complessi anticarro arrivano in Siria. Attualmente Riyadh ha deciso d’inviare a Jabhat al-Nusra 500 lanciamissili anticarro. E’ necessario aspettare le attività saudite anche in Russia, sotto forma di finanziamenti ad atti terroristici eclatanti per stimolare il jihadismo nel Caucaso del Nord, in particolare in Daghestan. Un indicatore è la fatwa di 52 studiosi religiosi e imam sauditi che sollecita gli uomini validi ad “unirsi ai combattenti che resistono alle armate russe in Siria“. La campagna inizia a fornire volontari e armi ai gruppi filo-sauditi Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham, che occupano Idlib, nell’attacco che, dati i loro movimenti in Turchia, è una priorità per l’esercito della Siria. Nuovi scenari si aprono in Siria, con il lancio aereo statunitense di 50 tonnellate di armi e munizioni all'”opposizione moderata” del 12 settembre. Un ampio attacco alla “capitale” dello SI, Raqqa, si avvicina. La sua caduta significherebbe l’inizio della fine finanziaria e organizzativa dello SI, con la zona cuscinetto controllata dai curdi che interferisce nei rifornimenti agli islamisti dalla Turchia. La Giordania può giocarvi solo un ruolo di supporto. I combattimenti principali dei militanti filo-sauditi contro l’esercito siriano saranno a Idlib, nel nord, ma l’invio di armi in tutto il Paese è costoso e difficile. Inoltre, Amman non brucia dal desiderio di trasformarsi nel canale per inviarvi militanti salafiti, alimentando le tensioni con Mosca.

Una vittoria, anche piccola, è necessaria
Ponendo le basi dell’attacco su Raqqa, viene promosso il piano per creare la coalizione “Vulcano dell’Eufrate”, in cui curdi, cristiani assiri, turcomanni e vari gruppi dell’ELS vi entrino. Quest’ultimo è formato da sconosciuti gruppi “moderati” islamici: Hazam, “Fronte dei rivoluzionari siriani” e Jaysh al-Tuwar, per dare alla coalizione l’apsetto di movimento popolare che riunisce ampi strati di oppositori di Assad, dai gruppi etnici ai gruppi laici e moderatamente islamici. In realtà, sono i resti del programma per creare la “nuova opposizione siriana”, limitata al solo Jabhat al-Nusra. L’impresa reale è opera dei curdi siriani, per cui Ankara e Washington cooperarono per un breve periodo in Siria, e per molti aspetti separatamente.

Le regole del gioco della Russia
Il banco di prova dell’attacco a Raqqa è a nord e ad est dell’Eufrate. L’invio di armi e coordinamento aereo della coalizione passeranno dalla base di Incirlik, con un supporto in Qatar. Le armi passeranno dal Kurdistan iracheno, come il presidente Barzani ha accettato, nel corso dei negoziati dell’estate scorsa con una delegazione del Pentagono ad Irbil, dopo avere rifiutato di partecipare all’attacco degli USA su Mosul. La CIA coordina tutto ciò. L’obiettivo finale prevede di occupare Dayr al-Zur, oltre a Raqqa, attaccando da Hasaqah lungo il fiume Qabar, anche se la coalizione degli statunitensi difficilmente può condurre due offensive nello stesso tempo. La presa di Dayr al-Zur taglierà gli islamisti dalle basi a nord-est di Aleppo, danneggiandone il comando centralizzato e i rifornimenti dalla Turchia. I curdi non avanzeranno nelle regioni arabe del Paese. Ciò che è reso disponibile dal finanziamento saudita per le operazioni esplosive in Siria e oltre, viene limitato dai prezzi del petrolio. Il bilancio saudita è sotto pressione. I programmi sociali, la guerra nello Yemen, e il dumping petrolifero dei sauditi minano gravemente le riserve d’oro del Paese, già in condizioni avverse. Qui gli Stati Uniti, a differenza dell’Afghanistan degli anni ’80, non aiuteranno Riyadh. La loro strategia regionale dipende meno dall’Arabia Saudita, ricercando altri partner. Ciò è dimostrato anche dalla strategia statunitense in Iraq, dove gli Stati Uniti preparavano l’attacco dell’esercito iracheno a Ramadi. Dal punto di vista della propaganda e dell’effetto strategico, Mosul è molto più preferibile per il Pentagono. Tuttavia, l’operazione militare russa in Siria richiede una reazione urgente degli Stati Uniti. Due attacchi dell’esercito iracheno non bastano. Soprattutto dopo che la leadership dell’Iraq curdo, con il pretesto dell'”impreparazione” dei peshmerga, s’é rifiutata di attaccare Mosul da nord, almeno per quest’anno. In realtà, Irbil non vuole essere coinvolta in una lotta locale sconosciuta e non necessaria alla costruzione di un Kurdistan indipendente, conservando le forze per l’inevitabile conflitto con gli arabi sul petrolio di Qirquq. Inoltre, c’è la battaglia politica interna molto combattuta nell’autonomia curda. Dopo aver affrontato gravi problemi a settembre sul prolungamento della presidenza, Barzani ha creato una coalizione volta a rimuovere dal governo le figure del partito di opposizione “Gorran”, associato all’Iran. Ha cercato di creare una coalizione con l’Unione Patriottica del Kurdistan e l’Unione Islamica del Kurdistan. Ciò può causare reazione e rafforzamento dell’influenza iraniana nell’autonomia curda, ma Barzani ha uno spazio di manovra prima dell’attacco allo SIIL. Dopodiché, dopo che la missione del Pentagono vi ha dedicato alcune settimane, fu deciso di puntare su Ramadi. Tanto più che un attacco a Mosul può provocare numerose vittime tra la popolazione, per l’impiego degli aerei della coalizione internazionale. L’aspetto propagandistico è particolarmente importante per Washington. Gli Stati Uniti hanno bisogno di una vittoria, anche piccola, per annullare l’evidente sconfitta da Russia e Iran in Siria. L’esercito iracheno é a 14 chilometri da Ramadi, permettendogli di bombardarla con l’artiglieria. La presa della città è sollecitata per mutare l’umore nelle tribù sunnite della provincia di al-Anbar, dopo aver avviato il processo d’integrazione delle milizie tribali nelle forza irachene. Tuttavia, nel frattempo gli Stati Uniti, dopo aver promesso il riconoscimento dei sunniti di Anbar nelle forze armate irachene, non poterono imporre tale decisione al governo di al-Maliqi. La scelta di Ramadi come obiettivo dell’attacco deriva anche dal fatto che l’esercito e la milizia sciita iracheni non avanzavano negli ultimi mesi, nella provincia di Salahudin a nord di Mosul, come previsto inizialmente, e non creavano basi vicino alla “capitale” irachena del SIIL. Si noti che all’attacco gli sciiti non vi partecipano, o si limitano a piccole forze. Gli statunitensi perderanno i resti della fedeltà delle tribù sunnite se la popolazione subisse atrocità dagli sciiti. Gli sceicchi delle tribù sunnite di al-Anbar sono categoricamente contrari alla partecipazione degli sciiti negli scontri nella loro provincia, anche se non si affrettano ad entrare nelle forze governative. L’esercito iracheno potrebbe affrontare seri problemi a Ramadi, anche con il sostegno degli aerei statunitensi, come avvenne a Tiqrit.

La nuova realtà mediorientale
CODVaA5W8AAS37EDal punto di vista militare, l’occupazione del centro amministrativo della provincia di Anbar ha scarso valore. Gli sciiti iracheni e l’Iran sono troppo impegnati in Siria per essere attivi ad Anbar. I contatti con Washington di Teheran sono “congelati” e le relazioni con il primo ministro iracheno al-Abadi si sono raffreddate per il suo conflitto con il predecessore al-Maliqi, sostenuto dall’Iran. Quest’ultimo è presente nel sud dell’Iraq, e nel frattempo a Baghdad si preparano ad accusarlo di tentato colpo di Stato. Di conseguenza, è possibile aspettarsi presto l’attivazione dei contatti di Riad con l’elite tribale sunnita, che dato ul crollo dei proventi del petrolio, sono una sfida anche per il governo dell’Iraq, che subisce una grave carenza finanziaria, e per l’Iran. Il quadro delle attività saudite contro l’Iran è completato dalla situazione nello Yemen. I gruppi che si oppongono all’ex-presidente del Paese, Abdarabu Mansur Hadi sponsorizzato dall’Arabia Saudita, hanno portato all’attacco missilistico contro una base aerea dell’Arabia Saudita. Come riportato dall’agenzia SABA, controllata dal movimento “Ansarullah”, cioè dagli huthi, i distaccamenti che li sostengono “hanno lanciato un missile balistico sulla base aerea dell’esercito saudita, nella città di Qamis Mushyat, nel provincia meridionale di Asir”. Nessuna reazione era seguita dalle autorità saudite sul resoconto degli huthi dell’attacco alla base aerea. Si noti che era già il secondo attacco alla base aerea saudita dall’inizio dell’intervento dalla “Coalizione saudita”. Il primo fu effettuato in estate. La base all’epoca subì gravi danni. Secondo gli esperti, alcuni aerei furono distrutti, e cosa più importante, morirono molti alti ufficiali sauditi. I servizi d’intelligence occidentali credevano che l’attacco fosse stato pianificato e realizzato da consiglieri iraniani, che avrebbero diretto non solo il lancio, ma lo sincronizzarono con l’arrivo di unità militari nella base, fornendo la prova dell’esistenza presso gli huthi di una buona rete spionistico e molto probabilmente dell’intelligence delle comunicazioni. Riyadh a sua volta ha cercato di nascondere le informazioni sull’attacco, per quanto possibile. Gli huthi hanno usato un vecchio missile, e il suo successo, nonostante i moderni sistemi di difesa aerea statunitensi, ha scandalizzato con richieste di danni ai fornitori statunitensi. Ora è stata sviluppata la componente radar della difesa aerea saudita. Come il nuovo attacco dimostra, i problemi materiali non sono ancora stati risolti. Va notato che il segnale inviato a Riyadh e agli altri membri della coalizione saudita dall’attacco dimostra che, nonostante le rassicurazioni del comando saudita di aver distrutto gli arsenali e i lanciamissili dei zayditi, invece restano intatti, efficienti e piuttosto efficaci. Dopo l’attacco con un missile Tochka-U, un mese fa, alla base aerea di Marib (Yemen), dove erano concentrati equipaggiamenti militari e aerei della “coalizione saudita”, tali segnali sono stati percepiti assai dolorosamente dalle monarchie. La calma sui fronti nello Yemen non significa che non ci siano combattimenti, semplicemente non sono ampi, come nella fase cruciale della battaglia per Aden. Combattimenti di rilevanza locale si svolgono in tutte le province del Paese, anche se senza un piano operativo visibile. Un’eccezione è l’istituzione, da parte delle forze della coalizione, del controllo sul porto di Muqa, sulle coste del Mar Rosso. Ma le operazioni non continuano, anche se aprivano la possibilità di attaccare al-Hudaydah, il porto da cui gli huthi riceverebbbero armi, materiale e assistenza logistica dall’Iran. Tuttavia, secondo gli esperti, nei depositi di huthi e sostenitori dell’ex-presidente yemenita Salah vi sono abbastanza armi per una guerra prolungata anche senza rifornimenti. La situazione nella città chiave dello Yemen, Taiz, non avvantaggia i sostenitori di Hadi. Le truppe della ex-guardia repubblicana e la “Quwat Qasa“, fedele ad al-Salah, sono schierate nella vecchia cittadella dell’imam, sulle colline che dominano da settentrione Taiz, da cui bombardano la città. Le forze aeree della coalizione non sono impegnate in bombardamenti per sopprimere le postazioni di tiro, e non lanciano rifornimenti alla milizia locale. I difensori della città sono divisi: gli islamisti attaccano tutti gli altri. Riyadh ora cerca di preparare l’attacco su Sana. Qui, se l’Arabia Saudita non riesce a comprarsi la lealtà delle tribù zaydite della provincia di Sana, non arriverà nella capitale dello Yemen. Riyadh opera attraverso i fratelli Aqmar e il loro fratellastro di Salah Ali Muqsan. Tuttavia vi sono ragioni per sospettarne la doppiezza. Un tempo i rapporti tra sauditi e Aqmar si deteriorarono col rovesciamento di Salah, quando passarono ai finanziamenti dal Qatar. In risposta, Riyadh spinse gli huthi a distruggere il partito Islah diretto dai fratelli, e questo portò all’emigrazione di Hamid al-Aqmar in Turchia. Oggi sono di nuovo cercati da Riyadh che ha proceduto a contattarli, ma è probabile che cerchino di ripristinare le proprie capacità militari a spese dell’Arabia Saudita, cercando il più a lungo possibile di rimanere estranei alle operazioni militari.
Così, anche l’analisi superficiale della situazione operativa dimostra che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono bloccati nello Yemen subendovi perdite notevoli, anche se la partecipazione dell’Iran a sostegno della resistenza all’intervento delle monarchie arabe e del loro protetto, l’ex-presidente Hadi, è minimo. Inoltre, la situazione è carica di tensioni sul territorio saudita, considerando l’esistenza nell’Arabia Saudita di una considerevole popolazione sciita, mortalmente pericolosa per il regno. La fedeltà al regime salafita di sciiti della provincia orientale, ismaeliti di Najiran e zayditi di Asir, per non parlare della popolazione sciita del Bahrayn occupato dai sauditi, è uguale a zero. Questo è perfettamente noto all’Iran, che in una situazione critica può istigare disordini nelle province chiave del regno, mettendone così in discussione la stessa esistenza e quasi certamente escludendo tentativi di Riad di operare contro Mosca, sia in Siria che in territorio russo. Oltre che in Yemen, Iraq e Siria, Doha e Riyadh sono attive in Libia ed Egitto (i sauditi supportano Cairo, il Qatar sostiene i terroristi nel Sinai in guerra con l’esercito egiziano), e sono in competizione in Pakistan, Afghanistan, Asia centrale, Africa, numerosi Paesi dell’Asia, e sono anche in continua lotta per l’establishment politico di Europa e Stati Uniti. Sembra che il picco dell’influenza sulla politica mondiale delle monarchie arabe e della Turchia, che li sostiene in alcune situazioni e vi compete in altre, sia finito. Prova simbolica è Mosca che nel 2015, per la prima volta, ha superato Riyadh quale fornitore di petrolio del mercato cinese. Si noti che le tendenze a lungo termine dello sviluppo delle relazioni russo-cinesi, nell’evidente indebolimento della posizione degli Stati Uniti in Medio Oriente, rafforza l’opposizione a Washington di Mosca e Pechino. Ciò contrasta con la politica estera notevolmente benevola di Mosca verso attori occidentali, Turchia e monarchie arabe, ma attivando le proprie forze aerospaziali in Siria, crea una nuova realtà nella regione.SIRIYA-karta-01






Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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