Rockefeller di Raqqa: Come il petrolio dello Stato islamico fluisce in Israele

Araby al-Jadid, 26 novembre 2015c79f308b-7a1f-4e1d-88d5-0f3ce1654949Il petrolio prodotto dallo Stato islamico finanzia la sua sete di sangue. Ma come viene estratto, trasportato e venduto? Chi lo compra e come raggiunge Israele? Il petrolio estratto dai campi controllati dallo Stato islamico è al centro di una nuova inchiesta di Araby al-Jadid. L’oro nero è estratto, trasportato e venduto fornendo al gruppo armato un’ancora di salvezza finanziaria vitale. Ma chi l’acquista? Chi finanzia la brutalità omicida che occupa zone di Iraq e Siria? Come arriva ai serbatoi della benzina, e chi ne trae profitto? Il gruppo Stato islamico utilizza milioni di dollari di proventi del petrolio per espandere e gestire vaste aree sotto il suo controllo, patria di circa cinque milioni di civili. Lo SI vende petrolio iracheno e siriano a un prezzo molto basso a reti di contrabbando e mafie curde e turche che l’etichettano e lo vendono come barili del governo regionale del Kurdistan. Viene quindi assai frequentemente inviato dalla Turchia a Israele, tramite intermediari, secondo l’indagine di al-Araby. Il gruppo Stato Islamico ha detto ad al-Araby di non aver intenzionalmente venduto petrolio ad Israele, accusando gli agenti nei mercati internazionali.

Campi petroliferi
I campi petroliferi nel nord dell’Iraq e nella Siria orientale hanno cartelli con la scritta: “Fotografare è severamente vietato – chi viola rischia la propria sicurezza“, firmati a nome del gruppo SI. Questi giacimenti sono attivi sette-nove ore al giorno, dal tramonto all’alba, mentre la produzione è in gran parte sotto la supervisione di operai ed ingegneri iracheni che precedentemente li gestivano, mantenendo i posti di lavoro dopo la cattura del territorio. Lo SI è fortemente dipendente dalle entrate petrolifere. I suoi altri redditi, ad esempio donazioni e riscatti dei rapimenti sono lentamente diminuiti. I lavoratori nei campi petroliferi dello SI e famiglie sono ben curati, perché sono molto importanti per la sopravvivenza finanziaria del gruppo. La capacità di estrazione di petrolio è stata ulteriormente sviluppata nel 2015 quando lo SI ricevette macchine idrauliche e pompe elettriche dopo aver preso il controllo dei giacimenti petroliferi Alas e Ajil vicino la città irachena di Tiqrit. Il gruppo ha anche sequestrato le attrezzature di una piccola compagnia petrolifera asiatica che sviluppava un campo petrolifero vicino nella città irachena di Mosul, prima che lo SI l’invadesse nel giugno 2014. La produzione di petrolio in Siria si concentra sui giacimenti di petrolio Conoco e al-Taim, ad ovest e nord-ovest di Dair al-Zur, mentre in Iraq il gruppo utilizza i campi di al-Najma e al-Qayara nei pressi di Mosul. Numerosi campi più piccoli in Iraq e Siria sono utilizzati dal gruppo per le esigenze energetiche locali. Secondo stime basate sul numero di autocisterne che lasciano l’Iraq, oltre a fonti di al-Araby nella città turca di Sirnak, al confine con l’Iraq, attraverso cui passa il petrolio contrabbandato, lo SI produce in media 30000 barili al giorno dai campi petroliferi iracheni e siriani che controlla.

La via dell’esportazione
Al-Araby ha informazioni su come il petrolio viene contrabbandato da un colonnello dei servizi segreti iracheni che mantene l’anonimato per sicurezza. L’informazione è stata verificata da funzionari della sicurezza curdi, dipendenti della frontiera di Ibrahim Qalil tra Turchia e Kurdistan iracheno, e da un funzionario di una delle tre compagnie petrolifere che si occupa del petrolio contrabbandato dallo SI. Il colonnello iracheno, che insieme ad investigatori statunitensi lavora al modo per fermare i flussi di finanziamento del terrorismo, ha detto ad al-Araby che le tappe del contrabbando di petrolio dai campi petroliferi iracheni alla destinazione vedono in particolare il porto di Ashdod, in Israele. “Dopo che il petrolio viene estratto e caricato, le autocisterne lasciano la provincia di Niniwa dirigendosi a nord verso la città di Zakho, 88 km a nord di Mosul“, ha detto il colonnello. Zakho è una città nel Kurdistan iracheno, al confine con la Turchia. “Dopo che le autocisterne dello SI arrivano a Zakho, normalmente 70-100 al giorno, si pagano le mafie del contrabbando di petrolio, un mix di curdi siriani e iracheni, oltre a turchi e iraniani“, ha continuato il colonnello. “Il responsabile dell’invio di petrolio lo vende al miglior offerente“, aggiungeva il colonnello. La concorrenza tra bande organizzate ha raggiunto il culmine, e l’assassinio dei capi mafiosi è prassi. Il miglior offerente paga tra il 10 e il 25 per cento del valore del petrolio in contanti, dollari, e il resto viene pagato dopo, secondo il colonnello. I camionisti consegnano i loro autoveicoli ad altri camionisti che hanno permessi e carte per attraversare il confine con la Turchia con il carico, dice l’ufficiale dell’intelligence irachena. Ai primi vengono date le autocisterne vuote per tornare nelle aree controllate dallo SI. Secondo il colonnello, tali operazioni si svolgono in vari luoghi alla periferia di Zakho, che vengono concordati per telefono. Prima di attraversare le frontiere, le mafie trasferiscono il greggio in raffinerie rudimentali private, in cui il petrolio viene riscaldato e di nuovo caricato sulle autocisterne per attraversare il valico di frontiera di Ibrahim Qalil in Turchia. La raffinazione rudimentale, secondo il colonnello, viene eseguita perché le autorità turche non consentono al greggio di attraversare la frontiera senza una licenza del governo iracheno. La fase iniziale di raffinazione avviene per avere i documenti per far passare il petrolio come derivato petrolifero, autorizzato ad attraversare il confine. Secondo l’ufficiale dei servizi segreti, funzionari di frontiera ricevono grosse tangenti dai contrabbandieri iracheni e dalle raffinerie private. Una volta in Turchia, le autocisterne continuano per la città di Silopi, dove il petrolio viene consegnato a una persona chiamata dottor Farid, Haji Farid o zio Farid. Zio Farid è un israelo-greco dalla doppia cittadinanza sulla cinquantina, di solito accompagnato da due tizi robusti su una Jeep Cherokee nera. Una volta in Turchia, il petrolio è indistinguibile da quello venduto dal Governo regionale del Kurdistan, in quanto entrambi sono venduti come “fonte sconosciuta” o petrolio “illegale” e “senza licenza”. Le aziende che acquistano petrolio del KRG acquistano anche il petrolio contrabbandato dallo SI, secondo il colonnello.

La strada per Israele
Dopo aver pagato camionisti, intermediari e tangenti, il profitto dello SI è di 15-18 dollari al barile. Il gruppo attualmente riceve 19 milioni di dollari in media ogni mese, secondo l’ufficiale dei servizi segreti. Lo zio Farid possiede un business di import-export con licenza che usa per stipulare accordi con le mafie del contrabbando che comprano il petrolio e le tre compagnie petrolifere che esportano il petrolio in Israele. Al-Araby ha i nomi di queste società e i dettagli dei loro traffici illeciti. Una di queste aziende è anche supportata da un alto funzionario occidentale. Le aziende competono per comprare petrolio di contrabbando e trasferirlo in Israele attraverso i porti turchi di Mersin, Dortyol e Ceyhan, secondo il colonnello. Al-Araby ha scoperto diversi broker che lavorano nello stesso settore di zio Farid, ma lui rimane il broker più influente ed efficace nel marketing del contrabbando di petrolio. Un documento scritto dagli ingegneri navali George Kioukstsolou e Dr Alec D. Coutroubis presso l’Università di Greenwich, rintraccia il commercio petrolifero dal porto di Ceyhan e trova una correlazione tra i successi militari dello SI e picchi nel traffico di petrolio nel porto. Ad agosto, il Financial Times riferiva che Israele riceveva il 75 per cento delle forniture di petrolio dal Kurdistan iracheno. Più di un terzo di tali esportazioni passa dal porto di Ceyhan. Kioukstsolou ha detto ad Araby al-Jadid che ciò suggerisce corruzione degli intermediari e ai livelli più bassi della gerarchia commerciale, piuttosto che abuso istituzionale da parte di imprese multinazionali o governi. Secondo un funzionario europeo di una compagnia petrolifera internazionale, che al-Araby ha incontrato in una capitale del Golfo, Israele raffina il petrolio “una o due volte”, perché non ha raffinerie avanzate, e l’esporta nei Paesi mediterranei dove “ottiene uno status semi-legale” a 30-35 dollari al barile. “Il petrolio viene venduto in uno o due giorni a un certo numero di società private, mentre la maggioranza va in una raffineria italiana di proprietà di uno dei maggiori azionisti di una società calcistica italiana (nome rimosso). (Ah! Ah! Chi sarà mai questo petroliere italiano proprietario (o ex- proprietario) di una squadra di calcio in Italia? NdT) dove il petrolio viene raffinato ed utilizzato localmente“, ha aggiunto il funzionario petrolifero europeo. “Israele in un modo o nell’altro gestisce il marketing principale del petrolio. Senza, il petrolio sarebbe rimasto tra Iraq, Siria e Turchia. Anche le tre società non avrebbero ricevuto il petrolio senza un acquirente in Israele“, ha detto il funzionario. Secondo lui, la maggior parte dei Paesi evita di trattare tale petrolio contrabbandato, nonostante il prezzo allettante, a causa delle implicazioni legali e della guerra al gruppo Stato islamico.

41ba1c2a-2be7-4621-9a02-54d264288cadConsegna e pagamento
Al-Araby ha scoperto che lo SI utilizza vari modi per ricevere i pagamenti del suo petrolio di contrabbando, come altre reti criminali internazionali. In primo luogo, lo SI riceve un pagamento in contanti pari a 10-25 per cento del valore del petrolio dopo la cessione a bande criminali che operano al confine con la Turchia. In secondo luogo, i pagamenti da società commerciali petrolifere sono depositati in un conto bancario turco privato, appartenente ad un iracheno anonimo, attraverso qualcuno come zio Farid, e poi viene trasferito a Mosul e Raqqa, riciclato da una serie di società di cambiavalute. In terzo luogo, i pagamenti del petrolio sono usati per comprare auto esportate in Iraq, dove vengono vendute da operatori dello SI a Baghdad e nelle città del sud, e i fondi trasferiti al tesoro dello SI.

Lo SI risponde
Poco prima della conclusione dell’indagine, al-Araby poté parlare via Skype con qualcuno presso la capitale dell’auto-acclamato “Califfato”, Raqqa, in Siria. “Per essere onesti, l’organizzazione (SI) vende petrolio dai territori del califfato, ma non allo scopo di venderlo a Israele o qualunque altro Paese“, ha detto. “Produce e vende tramite mediatori, poi le aziende decidono a chi venderlo”.

815b12ed-d865-43c4-9683-e65212cd42feTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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