La Russia nella guerra invisibile

Rostislav Ishenko, RIA Novosti – South Front

Rostislav Ishenko risponde alla domanda su come la Russia ha potuto in venti anni, senza guerre e sconvolgimenti, risollevarsi dallo status di semi-colonia in disintegrazione a un leader mondiale.197666Gli “strateghi” da cucina che credono che un attacco nucleare massiccio sia il modo universale per risolvere qualsiasi problema di politica estera (anche quelli più gravi che portano al confronto militare) sono sempre più contrariati dall’approccio moderato adottato dalla leadership russa nella crisi turca. Considerano insufficiente la partecipazione militare russa diretta nel conflitto siriano. Le azioni di Mosca sulla questione ucraina neanche li aggradano. Ma nessuno ha cercato di rispondere a una sola domanda semplice. Com’è che la Russia, un giorno, poteva non solo contrastare attivamente la potenza egemone globale, ma escluderla a tutti gli effetti?

Perché ora
Dopo tutto, alla fine degli anni ’90, la Russia era un Paese da Terzo Mondo in senso economico e finanziario. Una ribellione anti-oligarchica era in vista nel Paese, coinvolto in una guerra senza fine e senza speranza in Cecenia che dilagava in Daghestan. La sicurezza del Paese era garantita solo dall’arsenale nucleare da quando l’esercito non aveva personale qualificato sufficiente o attrezzature moderne per una seria operazione ai propri confini. Gli aerei non volavano e le navi non navigavano. Naturalmente, chiunque può spiegare come l’industria, anche della difesa, gradualmente si riprese, mentre la situazione nel Paese si stabilizzava con un tenore di vita migliore e la modernizzazione dell’esercito. Ma la questione chiave qui non è chi fece di più per ripristinare le forze armate russe: Shojgu, Serdjukov o lo Stato Maggiore. Non chi sia stato l’economista migliore, Glazev o Kudrin, e se ancora altro denaro avrebbe potuto essere speso nei programmi sociali. La principale incognita in questo compito era il momento. Dove potemmo prenderne o, più precisamente, perché gli USA concessero alla Russia il tempo di prepararsi a respingerne l’assalto, rafforzare i muscoli economici e militari, annientare la lobby pro-USA tra politici e media coltivata con così cura dal dipartimento di Stato? Perché il confronto aperto in cui chiaramente sconfiggiamo Washington non iniziò 10-15 anni fa, quando la Russia non aveva alcuna possibilità di sopravvivere alle sanzioni? Perché in realtà gli Stati Uniti adottarono la politica d’istituire regimi fantoccio nella sfera post-sovietico, anche a Mosca, che doveva essere una delle tante capitali della Russia disintegrata già alla fine degli anni ’90.

Il sano conservatorismo del corpo diplomatico
Le fondamenta degli attuali successi militari e politici furono per decenni nell’invisibile fronte diplomatico. Il Ministero degli Affari Esteri (MAE) fu una delle prime agenzie centrali a superare il caos amministrativo derivante dal crollo degli inizi degli anni ’90. Nel 1996 Evgenij Maksimovich Primakov divenne Ministro degli Esteri e rientrò dal volo verso gli Stati Uniti protestando contro l’aggressione statunitense alla Jugoslavia, compiendo la svolta della politica estera della Russia che non avrebbe mai più obbedito agli Stati Uniti. Due anni e mezzo dopo consigliò Igor Sergeevic Ivanov che lentamente, quasi impercettibilmente, ma inesorabilmente rafforzava l’indipendenza della diplomazia russa. Ivanov fu sostituito nel 2004 al ministero da Sergej Viktorovich Lavrov sotto il cui mandato il MAE russo acquisì risorse sufficienti per passare dalla difensiva a una postura offensiva. Dei tre ministri, solo Ivanov ebbe la Stella d’Eroe della Russia, ma sono sicuro che il suo predecessore e il suo successore la meritino pure. Il rapido ripristino dell’efficacia del MAE fu facilitato da tradizionale mentalità di casta e sano conservatorismo del corpo diplomatico, dal contegno esternamente affettato e il rispetto delle tradizioni per cui i diplomatici sono spesso criticati. I modi di Kozyrev non “s’imposero” nel MAE, perché non trovarono terreno fertile.

Fase di consolidamento interno
Ma torniamo al 1996. La Russia era affondata nel baratro economico e ancora sperimentava il default del 1998. Gli Stati Uniti ignoravano apertamente il diritto internazionale e minavano le strutture internazionali con azioni arbitrarie e unilaterali. NATO e UE si preparavano ad avanzare ai confini della Russia. Non c’era modo di rispondere. La Russia (proprio come l’URSS) poteva distruggere qualsiasi aggressore in 20 minuti, ma nessuno voleva farle guerra. Qualsiasi deviazione dalla “linea del partito” di Washington ed ogni tentativo di condurre una politica estera indipendente avrebbe causato lo strangolamento economico e, di conseguenza, la destabilizzazione interna mentre il Paese era completamente dipendente dai crediti occidentali. La situazione fu resa ancora più difficile dal governo dell’élite compradora filo-USA (non diversamente dall’Ucraina attuale), e i compradores erano in lotta contro la patriottica “leva Putin” della burocrazia dal 2004-2005. L’ultimo colpo di coda dei compradores agonizzanti fu la tentata sovversione di piazza Bolotnaja nel 2011. Ma cosa sarebbe successo nel 2000, quando avevano un vantaggio schiacciante? Le autorità russe avevano bisogno di tempo per consolidarsi, ripristinando sistemi economici e finanziari, garantendo e rafforzando l’autosufficienza e l’indipendenza dall’occidente, ripristinando potenza e forze armate moderne. Infine, la Russia aveva bisogno di alleati. I diplomatici affrontavano un compito praticamente impossibile. Dovevano seguire inflessibilmente le questioni di principio, mentre allo stesso tempo consolidavano la sfera post-sovietica della Russia, stabilire alleanze con i governi in opposizione agli Stati Uniti e, quando possibile, sostenerli dando l’illusione favorevole a Washington di una Russia debole e disponibile a concessioni strategiche.47493L’illusione della debolezza della Russia
L’efficacia con cui tale compito fu svolto è testimoniato dai miti che ancora persistono tra gli analisti occidentali e gli “oppositori” pro-USA russi. Per esempio, se la Russia è contro certo teppismo internazionale occidentale, è “un bluff per salvare faccia” perché le élite russe “sono completamente dipendenti dall’occidente, perché è lì che si trova il loro denaro”, o “la Russia abbandona gli alleati”. Per inciso, i miti sui “missili arrugginiti che non possono volare”, “soldati affamati che costruiscono le ville dei generali” ed “economia a pezzi” sono stati dissipati. Solo gli attori marginali incapaci di aver paura quanto di percepire oggettivamente la realtà, ancora ci credono. L’illusione su debolezza e sottomissione hanno reso sicuro di sé l’occidente sulla questione della Russia, impedendogli di affrettarsi a lanciare l’attacco politico e militare diretto a Mosca, dando così alla leadership russa la sua principale risorsa, il tempo necessario per completare le riforme. Naturalmente non c’è mai troppo tempo e avrebbe preferito rimandare il confronto diretto con gli Stati Uniti, iniziato nel 2012-2013, per almeno tre-cinque anni o addirittura evitandolo del tutto; comunque i diplomatici diedero al Paese 12-15 anni, molto tempo nel mondo in rapida evoluzione. Sulla diplomazia russa in Ucraina, per mancanza di spazio, cito solo un esempio, ma molto caratteristico, riflettendo sulla situazione politica attuale. La Russia è ancora accusata di non opporsi sufficientemente agli Stati Uniti in Ucraina, di non crearvi una “quinta colonna” pro-russa sconfiggendo i pro-statunitensi, di collaborare con le élite e non col popolo, ecc. Facciamo il punto della situazione dalla visuale dei fatti e non dei pii desideri. Con tutto il rispetto per i popoli, sono le élite che definiscono la politica dello Stato. Le élite dell’Ucraina sono e sono rimaste anti-russe in ogni aspetto. La differenza è solo che l’élite nazionalista (divenuta gradualmente nazista) è apertamente russofoba, mentre l’élite l’economica (compradora, oligarchica) era semplicemente filo-occidentale ma non aveva nulla contro i legami economici con la Russia, da cui traeva profitto. Si ricordi, fu il partito apparentemente filo-russo delle Regioni che si vantava di non consentire affari con i russi nel Donbas. Furono loro che cercarono di convincere tutti di essere “eurointegrazionisti” migliori dei nazionalisti. Fu il regime di Janukovich-Azarov che creò il confronto economico del 2013 con la Russia chiedendo, a dispetto della firma dell’accordo di associazione dell’Ucraina con l’UE, che Mosca non solo conservasse ma rafforzasse il trattamento preferenziale di cui godeva l’economia dell’Ucraina. Alla fine, fu Janukovich e i suoi compagni del Partito delle Regioni che materialmente sostennero i nazisti, facendoli divenire da movimento emarginato in un serio movimento politico, quando ebbero il potere assoluto (2010-2013), mentre allo stesso tempo fecero di tutto per sopprimere le attività organizzative ed informative filo-russe (per non parlare della politica). Il Partito Comunista d’Ucraina che conservava una retorica filo-russa, non tentò mai di mantenere il potere e in realtà adottò un’opposizione leale, rinviando agli oligarchi e vanificando ogni protesta. In tali condizioni, qualsiasi tentativo russo di lavorare con ONG o stabilire dei media filo-russi sarebbe stato interpretato quale violazione della prerogativa oligarchica ucraina di avere il monopolio sul saccheggio del Paese, accelerando inoltre la deriva occidentale dell’Ucraina, che Kiev vedeva quale contrappeso alla Russia. Gli Stati Uniti avrebbero abbastanza ragionevolmente interpretato tali mosse come avvio dalla Russia del confronto e avrebbero risposto intensificando gli sforzi per destabilizzare la Russia dall’interno, sostenendo le élite filo-occidentali nell’ambito post-sovietico.
La Russia non era pronta al confronto aperto nel 2000 o 2004. Anche se questo è accaduto nel 2013 (contro la volontà di Mosca), la Russia aveva bisogno di due anni per mobilitare le risorse necessarie per dare una forte risposta in Siria. L’élite di questo Paese, a differenza dell’Ucraina, ha respinto ogni possibilità di seguire l’occidente fin dall’inizio. Perciò la diplomazia russa perseguì due compiti principali per 12 anni, dall’operazione “Ucraina senza Kuchma”, primo tentativo fallito di colpo di Stato pro-USA in Ucraina, al febbraio 2013. Il primo fu mantenere l’Ucraina in equilibrio instabile. Il secondo convincere le élite dell’Ucraina che è l’occidente a minacciarne il benessere, mentre l’orientamento verso la Russia è l’unico modo per stabilizzare il Paese e conservarvi la posizione delle élite. Il primo compito fu adempiuto come pochi altri. Gli Stati Uniti spinsero l’Ucraina ad abbandonare la politica multi-vettoriale diventando l’ariete contro la Russia solo nei primi mesi del 2013, e anche allora, solo dopo aver speso molto tempo e denaro per creare un regime internamente conflittuale ed incapace di un’indipendenza senza il crescente supporto materiale degli Stati Uniti. Invece di utilizzare l’Ucraina come risorsa, gli Stati Uniti sono costretti a spendervi il proprio patrimonio per prolungare l’agonia dello Stato ucraino, distrutto dal colpo di Stato. Il secondo compito non fu adempiuto per motivi indipendenti dalla volontà delle autorità russe. Le élite dell’Ucraina non furono all’altezza del compito, incapaci di pensiero strategico, di valutare costi e benefici, e prigioniere di due miti. Il primo è che l’occidente avrebbe facilmente sconfitto la Russia e condiviso il bottino con l’Ucraina. Il secondo che non c’era bisogno di alcun sforzo particolare, oltre ad avere una stridul posa a anti-russa, per vivere bene (con l’occidente che paga le bollette). Di fronte alla scelta di volgersi verso la Russia o stare con l’occidente e morire, l’élite dell’Ucraina ha deciso di morire. Ma la diplomazia russa ha potuto trarre dei benefici dall’autodistruzione dell’élite ucraina. Escludendo il confronto con il regime ucraino e dopo aver imposto un negoziato prolungato con Kiev e occidente, e la concomitante guerra civile al rallentatore, ha escluso gli Stati Uniti dal formato di Minsk, sfruttando le differenze UE-USA e fatto dell’Ucraina un problema dell’occidente. Di conseguenza, il consolidato asse Washington-Bruxelles è crollato. I politici europei che contavano su una guerra lampo diplomatica erano impreparati a un lungo confronto. L’economia europea non era all’altezza e gli Stati Uniti non potevano permettersi di mantenere Kiev.
Oggi, dopo un anno e mezzo di sforzi, la Vecchia Europa (Francia e Germania), che decide le politiche dell’UE ha abbandonato l’Ucraina e cerca un modo di tendere la mano alla Russia a danno dei quasi-Stati pro-USA (Polonia e Paesi Baltici). Anche Varsavia, l’ex-“portavoce” di Kiev nell’UE, allude apertamente (non ufficialmente ancora) alla possibilità di partizione dell’Ucraina, avendo perso fiducia nella capacità di Kiev di mantenere il Paese. La comunità politica ucraina è sempre più isterica sul “tradimento dell’Europa”. L’ex-primo governatore della Regione Donetsk (o ciò che il regime nazista pensa che sia) ed oligarca Sergej Taruta dice che il Paese ha 8 mesi di vita. L’oligarca Dmitrij Firtash (noto ago della bilancia in Ucraina) predice il collasso per la primavera del 2016. E tutto questo fu svolto in silenzio e in modo invisibile dalla diplomazia russa senza affidarsi a colonne di carri armati e bombardieri strategici. Ha potuto farlo scontrandosi frontalmente con l’intero blocco degli Stati economicamente, militarmente e politicamente più potenti del pianeta, pur partendo da una posizione inizialmente debole e con alleati non sempre felici della crescente potenza della Russia.prim_de9afLo slancio in Medio Oriente
La Russia contemporaneamente ritornava in Medio Oriente, preservando ed espandendo i piani d’integrazione post-sovietici (Unione economica eurasiatica), sviluppando un piano d’integrazione eurasiatica (Shanghai Cooperation Organization) in collaborazione con la Cina, e lavorando nel quadro BRICS su un piano d’integrazione globale. Il formato dell’articolo rende purtroppo impossibile discutere tutte le operazioni strategiche effettuate dalla diplomazia russa in quasi 12 anni (da Primakov ad oggi). Ciò richiederebbe un’opera in più volumi. Ma chiunque cerchi di rispondere alla domanda su come la Russia sia potuta elevarsi da semi-colonia al collasso a leader globale riconosciuto deve ammettere il contributo delle centinaia di persone di piazza Smolensk. Le cui attività evitano pubblicità, rumore, sangue e vittime, ma producono risultati paragonabili a quello che si potevano realizzare in anni di guerra con eserciti di milioni di soldati.325346247247.siTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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