L’Arabia Saudita affonderà il mercato azionario nel 2016?

La crisi del bilancio dell’Arabia Saudita potrebbe scatenare il collasso economico nel 2016
Alessandro Bruno, Profit Confidential, 1 gennaio 2016

25e14f636e2987d3ac2f5b1b926fea00Il crollo dei prezzi del petrolio al di sotto dei 37 dollari al barile, dai 56 dello scorso gennaio, ha affondato il bilancio dell’Arabia Saudita e colpito le aspettative sul bilancio. Secondo il bilancio 2015 che re Salman (Salman bin Abdulaziz al-Saud) ha presentato il 28 dicembre, lo Stato del Golfo simbolo dei Paesi produttori ed esportatori di petrolio dovrà affrontare un deficit quest’anno di 367 miliardi di riyal, cioè di 87 miliardi di dollari. (Fonte: “I sauditi svelano un programma di austerità radicale“, The Financial Times, 28 dicembre 2015). Il calo del prezzo del petrolio è un brutto colpo per l’economia saudita, ed è un fatto. Tuttavia, il petrolio è un bene come alcun altro; è legato al sistema finanziario globale e la caduta dei prezzi interessa il destino del regno. A causa del ruolo centrale dell’Arabia Saudita nel sistema petrolifero, ha un impatto globale, causando un possibilmente grave crollo del mercato azionario nel 2016. L’Arabia Saudita non ha mai visto un deficit di bilancio di tali proporzioni; è un record storico pari al 15% del prodotto interno lordo (PIL). Tale profondo buco nei conti del regno è il risultato del calo delle entrate dalle esportazioni di materie prime energetiche. (Fonte: “L’Arabia Saudita rivela tagli con l’intenzione di ridurre i 98 miliardi di deficit di bilancio“, The Guardian, 28 dicembre 2015). L’Arabia Saudita esporta sette milioni di barili di petrolio al giorno e le vendite sono il 90% delle entrate fiscali, o il 40% del PIL. Ai prezzi correnti, i ricavi sono l’ombra del passato. Uno dei fattori globali che collegano il deficit di bilancio dell’Arabia Saudita e l’austerità dovuta al collasso economico globale è che i prezzi del petrolio e delle materie prime rendono l’asse dollaro-riyal sempre più insostenibile, alimentando il rischio del crollo del mercato azionario nel 2016. Tale debolezza causa fuga di capitali ed esaurimento delle riserve valutarie volte a proteggere il valore della moneta. La semplice riduzione dei ricavi per la depressione dei prezzi del petrolio greggio, si amplifica e aggrava.

L’austerità dell’Arabia Saudita e gli effetti domino mondiale nel 2016: crollo del mercato azionario
Il crollo del prezzo del petrolio ha ridotto la fiducia degli investitori nel mondo, innescando un effetto domino dei crolli sul mercato azionario. Un esempio: il crollo della Borsa di Shanghai, che ha mandato in fumo più di 5 miliardi di dollari nel 2015 e innescato perdite altrove, in particolare nei grandi mercati emergenti dei Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa). Gli effetti saranno ripresi nel 2016 con la possibilità di un crollo del mercato globale. Arabia Saudita e altri Paesi del Medio Oriente, come l’Egitto, saranno particolarmente vulnerabili a una perdita di fiducia. Ciò ha profonde implicazioni geopolitiche: i Paesi che devono la loro sopravvivenza a un generoso sistema di assistenza sociale e alla repressione altrettanto pervasiva, non potrebbero sopravvivere alle conseguenze e l’Arabia Saudita ha aumentato da sola il rischio di sopravvivenza con la politica dei prezzi del petrolio. I problemi in Arabia Saudita avranno ripercussioni economiche e geopolitiche globali nel 2016, e certamente un importante crollo del mercato. Ora l’Arabia Saudita è direttamente o indirettamente coinvolta in quattro guerre (Yemen, Siria, Iraq e Libia) e cerca di fare sì che il governo del Presidente Abdalfatah al-Sisi in Egitto non imploda. In Siria, i sauditi cercano di rovesciare il Presidente Assad e le spese sono aumentate drammaticamente. La guerra non accenna a finire; infatti, appare sempre più complicata con costi imprevedibili per i rischi economici e politici. Il governo saudita è stato costretto ad adottare misure che porteranno a null’altro che a un programma di austerità senza precedenti, nel 2016. Come ha annunciato in una conferenza stampa a Riad, il ministero delle Finanze saudita cercherà di risparmiare 10 miliardi di dollari coi tagli di bilancio, per lo più spese sociali. L’austerità saudita avrà inizio col taglio dei sussidi pubblici. Tra l’altro, i sauditi saranno scioccati scoprendo che i prezzi della benzina saliranno da 16 centesimi a 24 centesimi di dollari al litro. I ricchi sauditi pagano di più per luce e acqua e i fumatori affronteranno gli inevitabili aumenti delle imposte sul consumo di tabacco. L’Arabia Saudita potrebbe addirittura privatizzare alcuni settori economici, incluso l’introduzione del mercato obbligazionario, che emetterà titoli. Tutto ciò è nuovo e potenzialmente pericoloso per un Paese abituato all’avanzo di bilancio. E’ anche una nuova situazione per i mercati mondiali e globali che reagiranno al ribasso, spingendo a un incidente globale nel 2016. Come riportato da al-Arabiya TV, pochi giorni prima, re Salman, salito al trono nel gennaio 2015, annunciava che l’Arabia Saudita è pronta ad attuare programmi per diversificare le fonti di reddito e ridurre la dipendenza dal petrolio quale fonte principale di reddito. (Fonte: “L’Arabia Saudita svela il bilancio del 2016“, al-Arabiya, 28 dicembre 2015). Di conseguenza, nel 2016 il monarca saudita vorrebbe ridurre il divario tra spese e entrate a 326 miliardi di riyal. Il bilancio prevede attualmente una spesa da 840 miliardi di riyal (224 miliardi di dollari), già il 14% in meno rispetto al 2015. (Fonte: Ibid.) Tuttavia, i ricavi sono 513 miliardi di riyal e il budget per le spese militari, da solo, ammonta a 213 miliardi di riyal, suggerendo che sicurezza e lotta al terrorismo sono le priorità di re Salman, anche se il sovrano ha parlato di “sviluppo”. Nel frattempo, al più recente vertice dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), tenutosi il 4 dicembre, l’organizzazione che riunisce i principali Paesi esportatori di petrolio del mondo, non s’è riuscito a raggiungere un accordo sulla riduzione della produzione, rinviando la decisione al 2 giugno 2016. I mercati leggono questa mossa così: OPEC e Arabia Saudita, in particolare, scelgono di rinunciare alle quote di produzione.

Per quanto tempo l’Arabia Saudita manterrà le apparenze?
Dati i vincoli di bilancio evidenti, per quanto tempo l’Arabia Saudita manterrà la pretesa che tutto procede secondo un chiaro piano, quando il regime di produzione di petrolio attuale spingerà i prezzi del greggio quasi al collasso nel 2016. L’Arabia Saudita paga l’ostinazione nell’attaccare le operazioni sullo scisto statunitense, potendo ancora avere successo dato che il prezzo del petrolio attuale è ben al di sotto della rottura. La politica saudita vuole anche, dati gli obiettivi diversi sulla Siria, paralizzare la Russia che, a quanto pare, ha esportato più petrolio del regno nel 2015. Quanto alle ambizioni di Riyadh e re Salman, la situazione è probabilmente di gran lunga peggiore di quanto il deficit di bilancio suggerisca. La dipendenza dell’Arabia Saudita dal greggio è assoluta e il tenore di vita che fornisce a migliaia di sauditi la rende essenziale per la stabilità interna. In effetti, non sarebbe esagerato suggerire che il potere della famiglia reale saudita dipenda dalla capacità di convertire il petrolio in tenore di vita dignitoso per i sudditi. L’Arabia Saudita esauriva le riserve a un ritmo senza precedenti nell’ultimo anno, soprattutto per sostenere le spese militari e il benessere sociale per controllare i disordini sociali, ma non è chiaro cosa re Salman abbia in mente quando esorta a diversificare. Anche il SABIC, il grande consorzio chimico saudita, si basa sulla produzione di petrolio. Infatti, la spesa sociale è laddove il deficit di bilancio espone al peggiore rischio il regno. La realtà è che il valore della produzione di petrolio maschera il problema delle disoccupazione e sottoccupazione saudita, a livelli insostenibili perché il mercato del lavoro privato si basa quasi esclusivamente su lavoro straniero (asiatico) e lavori umili. Il settore pubblico, nel frattempo, è pieno di cittadini sauditi interessati principalmente a intascare generosi stipendi statali, mentre i posti di lavoro sono visti come un diritto, componente essenziale del patto tra i Saud e i sudditi. Ora il regno è sempre più sotto pressione sui tagli, per quanto re Salman insista sulla riduzione dei costi. Sarà quasi impossibile ridimensionare lo stato sociale, tanto meno il bilancio militare. Durante il picco della “primavera araba” nel 2011, l’Arabia Saudita aumentò il bilancio sociale per scoraggiare la popolazione dalle rivolte. Come re Salman affronterà la crisi attuale?pumping-oil-rig-at-sunset-connie-cooper-edwardsTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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