Etiopia: campo di battaglia tra Stati Uniti e Cina in Africa?

Eric Draitser, Gianalytics, 18 gennaio 2016

Mentre la storia della penetrazione economica e politica della Cina di Africa è raccontata innumerevoli volte da molti analisti, pochissimi parlano della questione delle mosse e contromosse tra Stati Uniti e Cina.

Il Premier cinese Li Keqiang e il Presidente etiope Mulatu Teshome

Il Premier cinese Li Keqiang e il Presidente etiope Mulatu Teshome

All’inizio del mese, il Washington Post ha confermato che le forze armate degli USA avevano chiuso la base dei droni di Arba Minch, nel sud dell’Etiopia. Mentre c’era qualche cenno della chiusura nei media corporativi, nessuno ha fornito il tanto necessario contesto geopolitico e strategico per comprendere il vero significato della chiusura della base degli USA. Invece, la maggior parte dei media si concentra sulla ridistribuzione delle basi degli Stati Uniti su altre parti dell’Africa, o addirittura oltre il continente africano. Tuttavia, la vera storia è rimasta completamente occultata. E qual è esattamente “la vera storia”, ci si chiede? In poche parole, la chiusura della base statunitense è solo l’ultimo capitolo della partita a scacchi geopolitica tra Stati Uniti e Cina, che vede l’Africa di gran lunga il terreno più contestato. Ma è proprio questo il problema da inquadrare e, visto sotto questa luce, è del tutto ragionevole interpretare la mossa degli Stati Uniti della chiusura della base dei droni in Etiopia, motivata meno da esigenze tattiche e militari che da considerazioni politiche.

Cina ed Etiopia: un partenariato nascente
ETHIOPIA-ADDIS ABABA-CHEN DEMING-CHINA-SIGNNING CEREMONY Mentre la Cina ha ampliato la propria impronta africana, l’Etiopia è diventata sempre più importante dal punto di vista di Pechino. Vista come sbocco per le esportazioni a basso prezzo ed enorme potenziale per gli investimenti, l’Etiopia ora figura al centro dei piani della Cina per il Corno d’Africa e per il continente in generale. Infatti, le statistiche mostrano quanto sia importante l’Etiopia. Secondo la Banca Mondiale, l’Etiopia è l’economia che cresce più velocemente nel mondo, per PIL. Mentre va notato che il PIL non è una misura del miglioramento economico effettivo della maggioranza dei cittadini che vivono ancora nella povertà più abietta, in generale indica la crescita dell’economia nel complesso. Ed è proprio la crescita del PIL (tasso di crescita annuo del PIL composto 2014-2017 + 9,70%), e il potenziale di crescita futura che attirano gli investitori e lo Stato cinesi. Come David Shinn, ex-ambasciatore in Etiopia, osservò nell’aprile 2015: “L’influenza cinese in Etiopia oggi è uguale o rivaleggia con quella di qualsiasi altro Paese, compresi gli Stati Uniti… La leadership del governo del FDRPE (Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope) dà certamente l’impressione di essere più a suo agio con lo stile e la leadership del Partito Comunista Cinese (PCC) che con leadership e partiti di governo dei Paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti. Il FDRPE e il PCC si scambiano spesso visite e hanno anche formalizzato la loro interazione. Mentre il FDRPE ha rapporti con alcuni partiti politici occidentali, non è certo che siano più vicini quanto il PCC… A livello politico, Cina ed Etiopia si sostengono. Il Parlamento etiope ha approvato una risoluzione a sostegno della legge antisecessione della Cina. L’Etiopia s’è unita ad altri Paesi africani nel fermare le risoluzioni nella Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite che censurano le pratiche sui diritti umani in Cina. L’ex-primo ministro Meles Zenawi (sic) dichiarò con enfasi che il Tibet è una questione interna e gli estranei non hanno alcun diritto di interferire… Sempre più spesso l’Etiopia vede la Cina come alternativa all’occidente e, in particolare, alle condizioni politiche occidentali”. Quest’ultima frase è particolarmente rivelatrice racchiudendo perfettamente il maggiore sviluppo nel Corno d’Africa negli ultimi dieci anni, in cui l’ex-affidabile Stato cliente degli USA, l’Etiopia, è sempre più contestato. Quando il Primo ministro cinese Li Keqiang visitò l’Etiopia nel 2014 si portò con sé un vero cenacolo di imprenditori e ministri del governo pronti a firmare una serie di accordi di partnership, 16 per l’esattezza. Questi accordi includsero massicci accordi infrastrutturali e di sviluppo della cooperazione, anche per la costruzione di strade e zone industriali. Infatti, secondo l’Heritage Foundation e l’American Enterprise Institute, l’investimento totale della Cina in Etiopia è quasi 17 miliardi di dollari, con la maggior parte degli investimenti nei settori dei trasporti, infrastrutture, energia e tecnologia. Tali ampi investimenti in settori economici cruciali illustra perché la Cina è vista come necessario e vitale contrappeso economico e politico (e presto militare?) all’egemonia statunitense nel Corno d’Africa. Ad esempio, alcuni dei progetti di massimo profilo in Etiopia sono finanziati e costruiti dai cinesi: il Progetto ferrotramviario da Addis Abeba (AALRT) da 475 milioni, la diga Baro Akobo da 583 milioni, il quartier generale dell’Unione africana da 200 milioni di dollari, tra molti altri. Ma al di là dei progetti comuni già materializzati, i cinesi tracciano l’impegno economico a lungo termine in Etiopia, avendo definito il Paese come “Zona di cooperazione economica” nel continente africano. Secondo l’esperta di fama mondiale sugli investimenti cinesi in Africa, Deborah Brautigam (American University), con il collega Tang Xiaoyang (New School for Social Research), notò nella critica allo studio del 2011 Shenzhen africana: zone economiche speciali della Cina in Africa: “Da tutti i resoconti, il governo cinese ha adottato ‘molti’ atteggiamenti nei confronti delle politiche su queste zone africane. Non siamo riusciti a trovare alcuna prova o anche voci di condizioni o inganni imposti ai governi ospitanti dal governo cinese in cambio dello sviluppo delle zone. Mentre il governo cinese ha giocato un ruolo diplomatico e i leader cinesi hanno visitato alcuni (ma non tutti) i Paesi della zona che ospitano, le nostre interviste chiariscono che le aziende cinesi, con il sostegno delle loro ambasciate, hanno il comando dei negoziati con i governi ospitanti su particolari incentivi e responsabilità, in particolare nella costruzione di infrastrutture… Perché queste zone pilota sono importanti anche politicamente per il governo cinese e i padroni di casa africani, alcuni dei quali, come l’Etiopia, hanno comitati di coordinamento bilaterali con rappresentanti ufficiali di entrambi i governi e che operano a livello strategico”. (P. 35, 37)
Il brano qui sopra dimostra due elementi assolutamente essenziali del rapporto Cina-Etiopia, e in effetti della partnership della Cina con le nazioni africane in generale. Prima di tutto, come Brautigam e Xiaoyang notano, Pechino non impone condizioni all’Etiopia, o qualsiasi governo africano, nella partnership con la Cina per la “zona economica speciale”. Questo è in netto contrasto con Stati Uniti e Unione europea che, molto spesso attraverso la Banca Mondiale e/o Fondo monetario internazionale (FMI), subordinano aiuti e investimenti a determinati criteri dettati da Stati Uniti o UE stessi. La storia degli “aiuti” all’Africa dell’occidente è lunga e sordida, e non c’è dubbio che i governi africani apprezzino la Cina che dispone di un modello economico sostanzialmente diverso. In secondo luogo, il fatto che ci sia una commissione bilaterale di coordinamento comprendente i rappresentanti dei governi cinese e etiope illustra il semplice punto che l’Etiopia vede con chiarezza la Cina come partner a lungo termine piuttosto che investitore a breve termine. In effetti, ciò spicca di fronte alla pretesa comune che l’Etiopia sia ciò che è stata negli ultimi tre decenni, cliente e ascaro degli Stati Uniti. Con tale cooperazione, è evidente a tutti che l’Etiopia sempre più cerca ad est lo sviluppo economico. La crescente collaborazione sino-etiope fornisce un diverso tipo di prisma attraverso cui valutare le mosse militari nella regione.

Cina, Stati Uniti e riorganizzazione della Scacchiera Militare
296droneBase28--300x461 E così, la chiusura della base dei droni statunitense di Arba Minch non è una mera mossa militare, anche se considerazioni militari, ovviamente, giocano un ruolo nella decisione di chiudere la base. Piuttosto, gli Stati Uniti riducono la presenza militare in un Paese che riconoscono non essere più loro agente. Ma la domanda resta: la chiusura è causata da considerazioni pratiche (logistica, obiettivi della missione, bilancio, ecc.) o forse Washington non ha più l’appoggio del governo etiope? Considerate le dichiarazioni del sergente maggiore James Fisher, che dopo l’annuncio ufficiale del 2011 secondo cui la struttura dei drone Arba Minch era operativa, affermò succintamente che “(i voli dei droni) continueranno fin quando il governo etiope accetta la nostra cooperazione sui vari programmi di sicurezza“. E così, quattro anni e decine di milioni di dollari dopo, gli Stati Uniti hanno chiuso la base. Come mai? Una conclusione logica basata sulle prove disponibili è che Addis Abeba ha deciso che la crescente partnership con la Cina supera la necessità di cooperare con gli Stati Uniti sui diritti delle basi militari. Non sarebbe la prima volta nella storia che un Paese lascia l’orbita statunitense nel tentativo di rafforzare la cooperazione con la Cina. E qui è necessario notare un altro sviluppo geopolitico cruciale degli ultimi mesi: l’affermazione di Pechino che aprirà la prima installazione militare all’estero nella piccola nazione costiera di Gibuti, situata nello stretto strategicamente vitale di Bab al-Mandab che separa il Mar Rosso da Golfo di Aden e Oceano Indiano. Garantire l’accesso a tale collo di bottiglia globale è essenziale allo sviluppo della Cina con gran parte del commercio, comprese le importantissime esportazioni africane, che attraversa tale stretta via d’acqua. Con una struttura navale a Gibuti, Pechino sarà ben posizionata per proiettare potenza e garantirsi l’accesso senza restrizioni al continente africano e all’Oceano Indiano, a prescindere dai piani degli Stati Uniti. Ma naturalmente gli Stati Uniti non gettano semplicemente la spugna su Gibuti e Corno d’Africa. Non è un segreto che la base di Camp Lemonnier a Gibuti sia una delle strutture più importanti che gli Stati Uniti hanno in qualsiasi parte del mondo, nonostante la retorica di avere “ingombro ridotto” in Africa. Come il segretario alla Difesa Ashton Carter ha descritto, Camp Lemonnier è “un hub con molti raggi oltre il continente e la regione”. Sottolineando il punto del segretario alla Difesa, l’ex-comandante di AFRICOM Carter Ham spiegò nel 2012 che “Camp Lemonnier è… un punto di partenza essenziale per la proiezione di potenza regionale consentendo operazioni a più commando… I requisiti di Camp Lemonnier quale luogo chiave per la sicurezza nazionale e la proiezione di potenza lo supportano”. Il reporter investigativo Nick Turse inoltre osservò che “le operazioni dei droni (degli Stati Uniti) sono passate da (Camp Lemonnier) al più remoto Chabelley Airfield”. Essenzialmente, mentre la Cina fa una mossa a Gibuti, gli Stati Uniti rapidamente reimpostano le azioni nel Corno d’Africa tentando di contrastare ciò che percepiscono come crescente invasione cinese della sfera d’influenza degli Stati Uniti.
Anche sui mari questa partita a scacchi Cina-USA prende forma. Centinaia di miglia al largo delle coste africane, le isole Seychelles sono teatro della competizione tra Stati Uniti e Cina. Nel 2011, si seppe della proposta del governo delle Seychelles di fornire diritti alle navi da guerra cinesi per i rifornimenti di carburante. Mentre l’accordo fu considerato assai preliminare, evidenziò la crescente concorrenza tra le due potenze, in particolare dopo che, nello stesso anno, i cablo di Wikileaks rivelarono che le Seychelles erano utilizzate dagli Stati Uniti per condurre operazioni antiterrorismo in Somalia con i droni. Come il Washington Post riportò, le Seychelles “ospitano una piccola flotta di droni MQ-9 Reaper di US Navy e Air Force, dal settembre 2009… i cablogrammi diplomatici classificati degli USA dimostrano che i velivoli senza pilota hanno inoltre condotto missioni di controterrorismo in Somalia, circa 800 miglia a nord-ovest“. Proprio come ha fatto di recente a Gibuti, sembra che la Cina sfidi l’egemonia militare statunitense in Paesi chiave e nel Corno d’Africa, anche sui mari. Ma mentre Gibuti e Seychelles sono Paesi molto piccoli la cui importanza primaria è la posizione strategica, l’Etiopia è un importante premio economico per Pechino. Tale è la natura mutevole dell’impegno cinese in Africa. Gli osservatori geopolitici ora si chiedono se la vera questione non sia la Cina che sfida gli Stati Uniti nel posizionamento militare, ma quanto velocemente intende farlo? L’Etiopia è innegabilmente un nesso importante per la Cina, allo stesso tempo è un’opportunità economica e una necessità strategica. La chiusura di Washington della sola base in Etiopia potrebbe essere proprio la prova che il governo etiope riconosce anche questo.

Un-ethiopia

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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