Iran e Strategia dell’“Economia della Resistenza”

Nikolaj Bobkin, Strategic Culture Foundation 24/01/2016

a38eb3bc-1a84-46a5-9489-0e0206714bceLe sanzioni internazionali contro l’Iran sono state tolte. Il Presidente Hassan Rouhani crede che l’Iran apra un nuovo capitolo nelle relazioni con il mondo. Con l’adozione del Piano congiunto d’azione globale (JCPOA), che garantirà la natura esclusivamente pacifica del programma nucleare iraniano, Teheran è tornata ad essere membro a pieno titolo della vita internazionale, avendo riservato il diritto al ‘atomo pacifico’. Il Presidente Rouhani ha definito l’accordo nucleare una “Pagina d’oro” nella storia dell’Iran. Tuttavia, l’abolizione delle sanzioni non ha portato a alcuna gioia particolare a Teheran. Il leader spirituale iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, ha espresso soddisfazione per la revoca delle “sanzioni ingiuste” nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, ma ha dichiarato che “va esercitata attenzione”. La Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran rimane dubbiosa “che il partito contrario adempia in pieno agli obblighi incombenti”. Vero, con il dossier nucleare iraniano chiuso, Washington ha immediatamente annunciato l’introduzione di nuove sanzioni contro la Repubblica islamica. Questa volta, il problema passa dalla questione nucleare ai programmi missilistici iraniani. Nella lettera al presidente Rouhani, l’ayatollah Ali Khamenei scrive che la revoca delle sanzioni non migliorerà di per sé la situazione economica dell’Iran e che “i costi subiti sono gravi in cambio di quanto realizzato nel quadro del presente accordo. Scritti e osservazioni che cercano d’ignorare questo fatto e fingono di essere grati agli occidentali non parlano all’opinione pubblica della nazione con onestà”. Khamenei crede che anche dopo la revoca delle sanzioni, l’Iran dovrà vivere in un’“economia della resistenza”. Avvertendo della possibile violazione delle promesse dagli Stati Uniti, in particolare, e chiede “resistenza e fermezza”. Le sanzioni sono state una “grande lezione” per l’Iran, che la Guida Suprema sottolinea, sarà presa in considerazione in futuro. Si ricordi che le sanzioni contro l’Iran sono molteplici. Vi sono sanzioni delle Nazioni Unite e anche sanzioni imposte unilateralmente da Stati Uniti ed Unione europea. Le sanzioni delle Nazioni Unite in gran parte riguardano divieti di fornitura di armi moderne all’Iran, comprese le tecnologie missilistiche. Inoltre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha anche imposto restrizioni sui visti e congelato i beni di alcuni alti funzionari e militari. A differenza delle sanzioni mirate delle Nazioni Unite, le restrizioni imposte all’Iran da Stati Uniti e Unione europea sono molto più ampie. Le sanzioni economiche imposte da Stati Uniti e Unione europea mirano alle principali esportazioni dell’Iran, petrolio e gas. Allo stesso tempo, la Banca centrale dell’Iran è stata scollegata dal sistema di pagamento internazionale SWIFT e alle imprese iraniane è stato impedito di partecipare a grandi transazioni internazionali in dollari. Negli ultimi tre anni, la comunità imprenditoriale iraniana è stata costretta ad affidarsi alle istituzioni finanziarie di terze parti, spesso inaffidabili, nel commercio con l’estero, e a ricorrere ai servizi di intermediari per realizzare importanti accordi commerciali. L’isolamento finanziario del Paese e il divieto di cooperazione con l’Iran nel petrolio e gas, hanno comportato il ritiro degli investimenti esteri nel Paese e già raggiunti accordi con compagnie straniere furono effettivamente cestinati. Le sanzioni contro l’Iran sarebbero le più dure mai imposte da Stati Uniti e alleati.
L’essenza dell’“economia della resistenza” è lo sviluppo della risposta ottimale dello Stato a misure discriminatorie, minimizzando i danni all’economia del Paese. Bisogna riconoscere che l’Iran non è mai stato pienamente capace di “trasformare le sanzioni in nuove opportunità”. Le sanzioni hanno danneggiato l’economia iraniana, ma non l’hanno distrutta. In termini di PIL, l’Iran è ancora la seconda maggiore economia del Medio Oriente e la settima dell’Asia. Per di più, l’Iran è riuscito a fare molto per il futuro del Paese durante gli anni delle sanzioni. In primo luogo, ha ridotto la dipendenza del Paese dalle esportazioni di petrolio greggio. Così l’Iran ha aumentato la propria produzione di benzina con l’embargo occidentale sulle forniture al Paese. 67 progetti petrolchimici sono in corso di attuazione nel Paese, tra cui la costruzione della Setareh Khalij-e-Fars (Stella del Golfo Persico), una raffineria di petrolio da 36 milioni di litri di benzina al giorno, il cui completamento permetterà all’Iran di essere più che autosufficiente nella benzina, e anche di esportarla. Nel bilancio iraniano per il prossimo anno, la quota di reddito dall’esportazione del petrolio greggio non supera il 25 per cento. Prima dell’introduzione dell’embargo del petrolio nel 2012, il bilancio iraniano riceveva quasi l’80 per cento delle entrate dalla vendita di petrolio greggio. Le sanzioni hanno dato forte impulso allo sviluppo delle infrastrutture industriali dell’Iran e aumentato la produzione indipendente di prodotti ad alto valore aggiunto. Oggi, l’Iran è al primo posto in Medio Oriente per volume della produzione petrolchimica. La revoca delle sanzioni non significa che l’Iran è disposto a ripristinare a pieno le relazioni economiche con gli alleati europei degli USA. Le aziende europee dovranno fare molto per riconquistare la fiducia degli iraniani e ristabilire un dialogo commerciale. In ogni caso, non ci sono piani per grandi forniture di petrolio iraniano all’Europa nel prossimo futuro. Importatori europei devono prima stipulare nuovi contratti, mentre l’Iran deve ripristinare la produzione petrolifera. Ciò, tuttavia, richiede tempo e denaro. Allo stato attuale, l’Iran cerca investimenti esteri per l’economia. Secondo il presidente iraniano Hassan Rouhani, il governo si concentrerà su come attrarre investimenti dall’estero, aumentare le esportazioni non petrolifere e decidere come utilizzare al meglio le riserve di valuta estera congelate dalle sanzioni. Al momento, non ci sono prove che l’Europa sia disposta ad investire nell’economia iraniana. Vi è un altro notevole sviluppo, tuttavia. Sembra che, per motivi di sicurezza, l’Iran abbia deciso di preferire partner stranieri più affidabili. Insieme con la Russia, l’Iran ha individuato 35 progetti prioritari nei settori dell’energia e della costruzione, nella costruzione di terminali off-shore, di ferrovie e altro. Oltre ad un prestito statale di 5 miliardi di dollari, la Vnesheconombank russa e la Banca centrale dell’Iran preparano un accordo per fornire all’Iran un prestito di 2 miliardi di dollari. L’Iran ha anche accettato di sviluppare il giacimento gasifero di Farzad-B nel Golfo Persico con un consorzio di società indiane. L’India è disposta ad investire più di 15 miliardi di dollari in Iran, anche nella costruzione del porto iraniano di Chabahar, nel Golfo di Oman.pic2_main

Merkel ha bisogno di Erdogan per restare al potere
Fars

l43-erdogan-merkel-151114201958_mediumLa Germania chiude gli occhi di fronte alle stragi di curdi nel sud-est della Turchia, contrabbando di petrolio e collaborazione della Turchia con i terroristi dello SIIL, sperando che il presidente turco aiuto l’Europa a ridurre l’afflusso di migranti, ha scritto il quotidiano tedesco Handelsblatt. La cancelliera tedesca Angela Merkel ignora il fatto che il presidente turco Erdogan conduce una guerra contro il suo popolo e continua a sfruttarne la cooperazione discutibile sulla questione dei profughi, secondo Handelsblatt. “Merkel ha bisogno di Erdogan per la propria sopravvivenza politica“, dice l’articolo. La Germania in silenzio guarda la guerra brutale in Turchia, contando sulla promessa di Erdogan di fornire assistenza ai rifugiati al confine turco-siriano. Tuttavia, il presidente turco utilizza la questione dei profughi nel proprio interesse, essendo coinvolto nel contrabbando di petrolio con i militanti dello SIIL. “Erdogan s’è creato la carta vincente per evitare l’intervento dell’Europa: i rifugiati“, dice l’articolo. Il presidente turco sfrutta la fiducia dei Paesi europei, e “senza intoppi conduce una guerra sporca” nel proprio Paese, che si traduce ancora una volta in nuovi flussi di migranti in fuga dal sud-est del Paese, tra l’aumento delle violenze. A metà dicembre, le autorità turche avviavano una presunta operazione antiterrorismo nel sud-est del Paese. Le operazioni brutali contro le comunità curde hanno lasciato centinaia di morti, tra cui civili, e portato all’arresto di numerosi accademici turchi che si sono opposti nettamente al trattamento del governo dei curdi turchi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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