Washington ancora sottovaluta gli iraniani

F. William Engdahl New Eastern Outlook 10/02/2016saudi-arabia-iranLa politica estera di Washington in questi giorni è dominata da una bizzarra politica sadomasochista, non dissimile dall’argomento della CIA secondo cui la tortura, come il waterboarding, sia un modo legittimo di aver intelligence preziosa sul nemico da combattere. Abu Ghraib e Guantanamo vengono in mente. I guerrafondai capo della CIA John Brennan e Victoria Nuland del dipartimento di Stato, o il neocon Ash (come le ceneri della guerra) Carter al Pentagono, sembrano convinti che per essere una grande nazione in primo luogo si debba essere un “rude poliziotto” che pesta i popoli o le nazioni presi di mira, sanzionandoli fino alla bancarotta. Poi gli si affianca il “poliziotto buono”. I loro stupidi manuali di tortura militari e della CIA gli dicono che funziona ogni volta. L’unico problema è che non è così. Non lo è sicuramente con varie nazioni che resistono al bullesco gioco del poliziotto duro e poliziotto buono di Washington. Quello che l’Iran fa sui prezzi per l’esportazione del petrolio ne è un esempio. Nell’estate 2015 gli Stati Uniti approvavano la revoca delle sanzioni contro l’Iran a determinate condizioni, presumibilmente legate alle garanzie iraniane sul monitoraggio internazionale dell’AIEA sul programma nucleare. Le più brutali sanzioni furono inventate dall’aggressivo Ufficio del terrorismo finanziario del Tesoro degli Stati Uniti nel gennaio 2012, e furono imposte dall’Unione Europea su immensa pressione di Washington. Tra le altre misure imposero l’inaudita esclusione mondiale di tutte le banche iraniane dal sistema interbancario dei pagamenti SWIFT su vendite e commercio del petrolio nei mercati mondiali. SWIFT, Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication, ne cancellò la maggior parte delle transazioni finanziarie interbancarie mondiali. Si trova in Belgio ed è di proprietà di banche private, e non dell’UE. Fu la prima espulsione dallo SWIFT in 39 anni. L’espulsione dallo SWIFT fu ideata da David Cohen, sottosegretario del Tesoro su terrorismo e intelligence finanziaria, insieme a Mark Dubowitz, specialista di sanzioni di Washington. Era l’equivalente finanziario di Washington dell’uso dell’arma termonucleare. Inoltre l’UE accettò l’embargo petrolifero contro l’Iran e il congelamento dei beni della banca centrale iraniana all’estero. La moneta iraniana crollò dell’80% rispetto al dollaro. L’inflazione iraniana, in particolare nell’importazione di frumento, esplose e le esportazioni di petrolio verso i principali clienti, tra cui Unione europea, Cina, Giappone, Corea del Sud e India si ridussero della metà.

Ingratitudine?
Il 16 gennaio 2016, in relazione all’accordo di Vienna dell’AIEAS con l’Iran e altre parti sull’arricchimento nucleare del luglio 2015, SWIFT annunciava che riammetteva le banche iraniane, compresa la Banca nazionale, nel sistema dei pagamenti. L’UE dichiarava che alle imprese europee, tra cui le compagnie petrolifere, non era più proibito fare affari con l’Iran. L’amministrazione Obama, tuttavia, non era così generosa. Il Tesoro degli Stati Uniti dichiarava che “l’embargo degli Stati Uniti in generale resterà in vigore anche dopo l’attuazione, per preoccupazioni esterne al programma nucleare iraniano”. La Casa Bianca dichiarava che “le sanzioni degli Stati Uniti all’Iran per sostegno al terrorismo, violazioni dei diritti umani e attività missilistiche rimarranno in vigore e continueranno ad essere applicate”. Ora Teheran reagiva ad anni di guerra economica degli Stati Uniti invece di abbracciare la nazione che gli ha condotto una continua guerra dal 1979, come il Vietnam ha fatto abbracciando l’economia liberista degli USA, la leadership iraniana ha risposto con una chiara decisione sul tiramolla tra dare agli Stati Uniti una scusa per imporre nuovamente le sanzioni SWIFT e altre, e seguire i propri interessi nazionali. Tali interessi sono l’importante passo della de-dollarizzazione. Non c’è dubbio che alcuni duri di Washington e loro alleati in Arabia Saudita e Tel Aviv la chiamino ingratitudine. Io la chiamo autonomia nel perseguire l’interesse nazionale sovrano dell’Iran.

Petrolio in cambio solo di euro
Ora, in segno di gratitudine per la fine di 37 anni di sanzioni economiche degli USA, il 5 febbraio, secondo un rapporto dell’iraniana PressTV, un funzionario della National Iranian Oil Company annunciava che l’Iran accettava pagamenti solo in euro e non dollari per il proprio petrolio. Il funzionario aggiungeva che tale regola sarà applicata agli accordi recentemente firmati con il gigante energetico francese Total, la spagnola Cepsa e la russa Lukoil. Il funzionario del NIOC ha dichiarato, “Nei nostri accordi citiamo la clausola che gli acquirenti del nostro petrolio debbano pagare in euro, considerando il tasso di cambio nei confronti del dollaro al momento della consegna“. Inoltre NIOC ha chiarito che India e altri grandi acquirenti di petrolio iraniano, al momento del blocco SWIFT, dovranno pagare i debiti miliardari in euro e non dollari. Il funzionario della NIOC ha chiarito che la Banca centrale dell’Iran (CBI) ha deciso di svolgere il commercio estero in euro quando il Paese era ancora sotto sanzioni. Perché questo è un grosso problema, ci si può chiedere? Di per sé non lo è. Ma assieme a mosse simili di altre nazioni dell’Eurasia, in particolare Russia e Cina, per svolgere il commercio energetico bilaterale secondo le valute nazionali, rubli e renminbi, così come la recente decisione della Russia di iniziare il trading dei futures sul petrolio greggio russo al St. Petersburg Mercantile Exchange in rubli e non dollari, e di creare un nuovo prezzo di riferimento con il petrolio degli Urali in rubli, sostituendo il Brent in dollari USA sul cambio ICE di Londra, la mossa iraniana comincia a causare gravi danni a ciò che Henry Kissinger, ai tempi del primo shock dei prezzi del petrolio del 1973-74, denominò “petrodollari”.

Cosa sono i petrodollari, quindi?
12316263511452256913 Come documento profondamente nel mio libro Un secolo di guerra: la politica del petrolio anglo-americana, l’idea dei “petrodollari” risale allo shock petrolifero del 1973. Quell’anno un’oscura rete atlantista di piuttosto influenti banchieri, multinazionali del petrolio e funzionari dei governi di Stati Uniti ed europei, circa 84 individui selezionati, s’incontrò in gran segreto per due giorni di sessioni al Saltsjoebaden Grand Hotel, di proprietà della ricca famiglia svedese dei Wallenberg. Lì, nel maggio 1973, la riunione del Bilderberg discusse del petrolio. Il vertici bancari e i baroni del petrolio anglo-statunitensi, tra cui David Rockefeller della Chase Manhattan Bank; barone Edmond de Rothschild dalla Francia; Robert O. Anderson della compagnia petrolifera ARCO; Lord Greenhill, presidente della British Petroleum; René de Granier Lilliac presidente della Compagnie Française des Pétroles, oggi TOTAL; Sir Eric Roll della SG Warburg, creatore degli eurobond; George Ball di Lehman Brothers; l’industriale tedesco e amico dei Rockefeller Otto Wolff von Amerongen e Birgit Breuel, poi capo della Treuhand tedesca, che spogliò il patrimonio dell’ex-Germania democratica, erano presenti. Così pure l’industriale italiano e stretto collaboratore dei Rockefeller, Gianni Agnelli della FIAT. L’incontro a porte chiuse, su cui fu vietato una qualsiasi copertura della stampa, discusse dell’imminente aumento del 400% del prezzo del petrolio dell’OPEC. Piuttosto che discutere di come tale shock sulla crescita economica mondiale potesse essere evitato con un’attenta diplomazia con Arabia Saudita, Iran e gli altri Stati arabi dell’OPEC, l’incontro si concentrò su cosa ne avrebbero fatto dei soldi! Discussero come “riciclare” l’aumento di quattro volte del prezzo della merce più importante del mondo, il petrolio. I verbali ufficiali e confidenziali della riunione Bilderberg a Saltsjoebaden, che ho letto, discussero del pericolo che a seguito dell’enorme aumento dei prezzi del petrolio OPEC, “l’inadeguato controllo delle risorse finanziarie dei Paesi produttori di petrolio possa disorganizzare completamente e minare il sistema monetario mondiale“. I verbali parlavano di “enormi aumenti delle importazioni dal Medio Oriente. Il costo di queste importazioni aumenterebbe enormemente“. I dati forniti nel corso della discussione a Saltsjoebaden dal consulente petrolifero degli Stati Uniti e relatore Walter Levy, mostravano un aumento dei prezzi del petrolio OPEC previsto a circa il 400 per cento. Questa fu la vera origine di ciò che Kissinger in seguito chiamò il problema del “riciclaggio dei petrodollari”, l’enorme aumento dei dollari dalle vendite di petrolio. La politica di Stati Uniti e Regno Unito, o meglio la politica di Wall Street e City di Londra, era assicurasi che i Paesi dell’OPEC investissero le loro ricchezze petrolifere principalmente nelle banche anglo-statunitensi.

Guerra del Kippur
La Guerra del Kippur dell’ottobre 1973 tra Israele e una coalizione di Stati arabi guidati da Egitto e Siria, prevedibilmente spinse il re saudita Faysal a minacciare l’embargo petrolifero dell’OPEC contro Europa e Stati Uniti per la fornitura ad Israele di armi prima della guerra. Kissinger e Wall Street ci contavano. Allo scoppio della guerra, a metà ottobre 1973, il governo tedesco del cancelliere Willy Brandt disse all’ambasciatore degli USA a Bonn che la Germania era neutrale nel conflitto in Medio Oriente, e quindi non avrebbe permesso agli Stati Uniti di rifornire Israele dalle basi in Germania. Nixon, il 30 ottobre 1973 inviò al cancelliere Brandt una nota di protesta nettamente formulata, probabilmente redatta da Kissinger: “Ci rendiamo conto che gli europei dipendano dal petrolio arabo più di noi, ma non siamo d’accordo che la vulnerabilità diminuisca dissociandovi da noi su una questione di tale importanza… Si noti che questa crisi non è responsabilità dell’Alleanza, e le forniture militari ad Israele sono per scopi che non rientrano nelle responsabilità dell’alleanza. Non credo che possiamo tracciare una linea così netta…” Washington non avrebbe permesso alla Germania di dichiarare la neutralità nel conflitto in Medio Oriente. Ma, in modo significativo, alla Gran Bretagna fu permesso d’indicare chiaramente la sua neutralità, evitando così l’impatto dell’embargo petrolifero arabo. Questo era il mondo del petrolio anglo-statunitense. In un affascinante colloquio personale a Londra nel settembre 2000 con lo sceicco Zaqi Yamani, ministro del Petrolio di Faysal, Yamani mi parlò di una missione a Teheran alla fine del 1973. Fu prima di un’importante riunione a dicembre dell’OPEC. Yamani racconta che re Faysal l’aveva mandato a Teheran per chiedere a Shah Reza Pahlavi perchè l’Iran insisteva su un notevole aumento del prezzo permanente dell’OPEC pari al 400% rispetto ai prezzi di prima della guerra. Yamani mi confessò che lo Shah gli disse: “Mio caro ministro, se il re vuole la risposta a questa domanda, ditegli che dovrebbe andare a Washington e chiedere a Henry Kissinger“. L’8 giugno 1974, il segretario di Stato statunitense Henry Kissinger firmò l’accordo che istituiva una Commissione congiunta USA-Arabia saudita sulla cooperazione economica, il cui mandato ufficiale incluse “la cooperazione nella finanza”. Nel dicembre 1974, nella segretezza assoluta, l’assistente del segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Jack F. Bennett, poi divenuto CEO di Exxon, firmò un accordo a Riyadh con la Saudi Arabian Monetary Agency (SAMA, la banca centrale saudita). La missione della SAMA era “stabilire un nuovo rapporto con la Federal Reserve Bank di New York con l’operazione di prestito del Tesoro USA. In base a tale disposizione, SAMA acquisterà nuovi titoli del Tesoro con scadenza di almeno un anno“, spiegò Bennett nel febbraio 1975, appunto al segretario di Stato Kissinger. Il governo di Washington era ora libero di avere deficit quasi illimitati, sapendo che i petrodollari sauditi avrebbero comprato il debito degli Stati Uniti. Washington in cambio promise ai principi sauditi la vendita di armi degli Stati Uniti, vincendo su entrambi i lati.
Non meno sorprendente di questo “accordo” USA-sauditi fu la decisione politica esclusiva degli Stati petroliferi dell’OPEC, nel 1975, guidati dall’Arabia Saudita, di accettare solo dollari statunitensi per il loro petrolio, e non marchi tedeschi, nonostante il loro chiaro valore, non gli yen giapponesi, i franchi francesi o svizzeri, ma solo dollari statunitensi. Questa è la vera origine di ciò che si chiama petrodollari. Il petrolio, dopo l’accordo USA-Riyadh del 1975, doveva essere venduto dai produttori dell’OPEC solo in dollari USA. Il risultato fu la drammatica rinascita del dollaro che affondava, un profitto eccezionale per le major petrolifere di Rockefeller e Regno Unito, allora conosciute come le Sette Sorelle, il boom delle banche di Wall Street e City di Londra, gli eurodollari “riciclati” nei petrodollari e la peggiore recessione economica del mondo e degli USA dagli anni ’30. Per i banchieri di Londra e Wall Street l’economia era mera esteriorità. L’accordo petrolio-dollari tra Stati Uniti e Arabia Saudita, che tiene tutt’oggi, fu ignorato da Sadam Husayn che, in occasione di Oil-for-food delle Nazioni Unite, vendette il petrolio iracheno in euro depositati presso la banca francese BNP Paribas. La pratica irachena del “petroeuro” finì bruscamente nel marzo 2003 con l’invasione statunitense dell’Iraq. Da quel momento alcun Paese dell’OPEC ha venduto petrolio in qualsiasi altra valuta. Ora, l’Iran rompe i ranghi, infliggendo un altro duro colpo all’egemonia del dollaro USA al sistema del dollaro quale valuta di riserva mondiale dominante. Dopo tutto non c’è alcuna legge internazionale che imponga ai Paesi di comprare e vendere petrolio solo in dollari, no? La fine di ciò che è diventata la tirannia del sistema del dollaro si avvicina con la decisione dell’Iran di vendere petrolio solo in euro, ora. E’ un mondo davvero affascinante.15496412016_pump-webF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente laureato in politica alla Princeton University ed è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

3 Responses to Washington ancora sottovaluta gli iraniani

  1. Pingback: Washington ancora sottovaluta gli iraniani - Vox Populi Blog

  2. Pingback: La crisi “petrolifera” del 1973 – terzapagina

  3. Pingback: Washington ancora sottovaluta gli iraniani | Misteri e Controinformazione - Newsbella

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...