Giulio Regeni e la psicoguerra contro l’Egitto: Libia, Siria, ‘EuroAsia Interconnector’ e disfatta di Roma

Alessandro Lattanzio, 15/2/2016

Siamo in uno dei fronti più importanti della terza guerra mondiale in atto. Se vince l’Egitto, si afferma un modello. Se vince il Qatar, si va in un’altra direzione. Per questo è urgente, per tutto il popolo libico, sapere da che parte sta l’Europa e soprattutto l’Italia”.

src.adapt.960.high.Egypt_military_sisi.1401126951122Tra gennaio e febbraio, 86 dirigenti, capi settore e responsabili di zona dei servizi segreti italiani (AISE), tra cui i due responsabili della gestione delle crisi siriana e libica, venivano rimossi dai loro incarichi, dopo un servizio di al-Jazeera dell’ottobre 2015, secondo cui l’Italia aveva pagato 11 milioni di dollari al gruppo terroristico Jabhat al-Nusra per rilasciare Greta Ramelli e Vanessa Marzullo. Il caso libico riguardava il rapimento di quattro tecnici italiani dal compound ENI di Melitah, quando l’AISE versò una somma per il riscatto a personaggi che non c’entravano nulla con il rapimento. I quattro tecnici italiani sono ancora prigionieri dei rapitori. Contemporaneamente, altri due ostaggi, austriaco e serbo, rapiti dallo stesso compound dell’ENI, furono liberati dall’azione di Hermann Baumgertener, capo della Argus Security Projects da cui dipendevano i due rapiti, e di Bernd Schmidbauer, ex-capo dei servizi segreti tedeschi di Helmut Kohl. Nel caso siriano, fin dall’inizio del 2013 l’AISE aveva addestrato e istruito ‘migliaia’ di terroristi anti-siriani presso due campi di addestramento, uno in Giordania e l’altro in Turchia, nell’ambito di un’operazione voluta dal Governo Monti, strettamente collegato a Turchia e Qatar. 6 istruttori dell’AISE operarono in ciascun campo, in turni di tre mesi. Ed è in tale quadro che s’inserisce la vicenda di Giulio Regeni, il dottorando del dipartimento di Politica e Studi Internazionali dell’Università di Cambridge, che scriveva per il Manifesto articoli contro il governo del Presidente al-Sisi. Laureatosi all’università di Cambridge, lavorò come ricercatore per un’azienda di servizi geostrategici di Oxford. E nel settembre 2015 iniziò a recarsi a Cairo, ospite dell’American University, per condurre le sue ricerche. Un testimone, Amr Assad, ricorda che Regeni, la sera della scomparsa, volle recarsi a Giza, dove doveva svolgersi una protesta per il quinto anniversario della rivolta di piazza Tahrir. Da quel momento sparisce ed è un cittadino italiano, che Regeni doveva incontrare quella stessa sera, che un ‘paio di ore dopo’ (il mancato appuntamento?) chiamò l’ambasciatore italiano Massari, che conosceva personalmente Regeni. Il corpo di Regeni fu rinvenuto lo stesso giorno in cui la delegazione della ministra per lo Sviluppo economico, Federica Guidi, arrivava a Cairo. La segnalazione del corpo fu fatta con una telefonata da parte di ‘alcuni operai’ mai identificati.
1444386053-12124450-885489614891996-683325511-oIl governo del Presidente al-Sisi è diventato particolarmente antipatico a Roma da quando, a seguito dell’accordo firmato a Sqirat, Marocco, il 17 dicembre 2015, sotto l’egida dell’ONU, per creare un governo di unità nazionale in Libia tra il governo islamista di Tripoli e quello filo-occidentale di Tobruq, il generale Qalifa Haftar, capo delle forze armate libiche, ha espresso opposizione e contrarietà all’accordo patrocinato anche da dipartimento di Stato degli USA, Qatar e appunto Italia. Infatti, il governo di Tobruq, di cui Haftar è il ministro della Difesa, non ha accettato la clausola 8 dell’accordo che prevede il trasferimento dei poteri militari al Consiglio presidenziale, revocandoli ad Haftar. Sebbene a gennaio il premier al-Saraj avesse dichiarato “pieno sostegno” all’Esercito nazionale libico comandato dal generale, “Haftar è al centro dello scontro politico libico al momento“, dichiarava Mattia Toaldo, analista dell’European Council on Foreign Relations di Londra. Il premier libico Fayaz al-Saraj aveva incontrato Haftar dopo il suo rientro da una lunga permanenza in Egitto, dove era stato ricoverato dopo esser stato ferito da un attentato a Bengasi, l’8 aprile 2015. Cairo infatti sostiene il generale libico. Anche una delegazione italiana si era recata a Marj, dove risiede Haftar, ma senza ottenere nulla. Haftar guida la lotta al jihadismo in Libia e rappresenta il governo di Tobruq, sostenuto e armato dall’Egitto. Lo stesso giorno dell’attentato ad Haftar, Ansar al-Sharia, il principale gruppo jihadista a Bengasi, giurava fedeltà allo Stato Islamico. E sempre quello stesso giorno, Italia, Egitto ed Algeria decidevano di “condividere informazioni” e d’“intensificare gli sforzi comuni” nel combattere il terrorismo in Libia, durante il vertice a Roma tra il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, quello egiziano Samah Shuqri, il Ministro per gli Affari Africani e del Maghreb algerino Abdalqadir Masahil, e il presidente del parlamento libico a Tobruq Agila Salah Gwaydar. Secondo Gwaydar, l’Egitto sostiene Tobruq in ogni sua decisione, mentre Masahil aveva sottolineato l’urgenza di pacificare la Libia per affrontare la minaccia alla sicurezza dell’Algeria costituita dal jihadismo islamista. Il vertice terminava con la decisione d’incontrarsi di nuovo, prima o poi, a Cairo. E tutto ciò mentre il capo del governo di Tripoli, l’islamista Qalifa Ghwal, aveva definito Ansar al-Sharia “accettabile”, in quanto contrapposta al generale Haftar, ritenuto il ‘nemico numero uno’ del governo islamista di Tripoli. Secondo il Wall Street Journal, l’Italia è l’unico Paese occidentale ad avere rapporti economici stabili con la Libia, dove l’ENI continua ad estrarre greggio e gas in Libia (300mila barili al giorno), mentre la francese Total, la spagnola Repsol e la statunitense Marathon Oil erano state di fatto espulse. L’ENI comunque opera nelle aree controllare dal governo islamista di Tripoli, dove ha stretto accordi con le milizie islamiste. Da qui si spiega sia l’antipatia per Qalifa Haftar che la condiscendenza verso l’integralismo islamico espresso dal governo italiano, nonché da vari circoli e frange ‘politico-culturali’ italiani (si veda più avanti).
Lo SIIL invece riceve un continuo flusso di terroristi provenienti da Iraq e Siria, permettendogli di attaccare gli impianti petroliferi libici di Ras Lanuf ed Aghedabia, presidiata dalla 21.ma Brigata dell’Esercito nazionale libico (LNA). A Bengasi, di fatti, gli scontri riguardavano LNA e Ansar al-Sharia, braccio armato dei Fratelli mussulmani, ora passati allo Stato islamico.A man holds a picture of General Khalifa Haftar during a demonstration in support of "Operation Dignity" in BenghaziLa spiegazione del contrasto tra Roma e Cairo, vekato dalla vicenda di Giulio Regeni, si può avere dalle osservazioni date da Muhamad Najam, imprenditore di Bengasi e soldato del generale Haftar, al giornalista Aldo Torchiaro, nel settembre 2014: “Stato islamico, cosa sarebbe? Qui in Libia ci sono i Fratelli musulmani. Non saprei rispondere a domande su questo cosiddetto SIIL. Sono i Fratelli mussulmani che devastano la Libia. Sono loro e solo loro i responsabili del caos di questi mesi. Egitto e Qatar sono in guerra aperta. Combattono una guerra su due fronti opposti dell’Islam a suon di bombardamenti. E il terreno di azione di questa guerra è la Libia. L’Egitto bombarda le postazioni di artiglieria dei Fratelli mussulmani, unitisi ai miliziani di Misurata al soldo del Qatar. Il Qatar prova a giocare sull’equivoco, a screditare il Parlamento (di Tobruq) e a far riconoscere un proprio governo fantoccio, fallendo: le Nazioni Unite e il gruppo delle sei nazioni del Nord Africa, all’unanimità riconoscono legittimità solo al Parlamento eletto, quello a Tobruq. Se non ci sarà un accordo per un assetto federale della Libia, la prospettiva è tornare alla Libia del 1949, con l’indipendenza della Cirenaica, che adotterà la moneta egiziana e stabilirà a Bengasi la capitale di uno Stato indipendente, laico e capace di parlare con tutte le cancellerie arabe ed europee, trattando alla pari”. Per Agila Mutaz Taib, manager di una banca, “I Fratelli musulmani sono in lotta contro il Parlamento da quando hanno visto che le elezioni gli erano andate malissimo, ottenendo 26 seggi su oltre 200. Poco più del 10%, forse il 12 o 13%. Ecco cosa sono davvero i Fratelli musulmani. Una minoranza sparuta. Eppure oggi questa setta controlla il management delle compagnie pubbliche, la Banca Centrale Libica e i suoi investimenti nel settore pubblico e privato, la Società Nazionale Petrolifera e le principali compagnie di brokeraggio di gas e idrocarburi. Speriamo nelle Nazioni Unite, Stati Uniti, Francia e Unione Europea, quindi nell’Italia. L’Italia è presidente di turno dell’Unione resizedimg439783.jpgEuropea ed esprime l’alto rappresentante per la politica estera europea. Il problema è che c’è anche la Turchia, in questa partita”. La Turchia, secondo Mutaz Taib, partecipa alla guerra contro l’Egitto, aiutando assieme al Qatar le milizie islamiste di Misurata e dei Fratelli musulmani. “Inutile chiedere dello SIIL, come continuiamo a fare, per default, noi giornalisti italiani. In Libia, tutti mi dicono che questa sigla non esiste”, notava Torchiaro che proseguiva avanzando un’interessante osservazione raccolta a Bengasi, “Esistono il Qatar, la milizia di Misurata e soprattutto i Fratelli Musulmani. “Attenzione, però: sono anche in Europa, dove tentano d’infiltrare istituzioni e giornali, come hanno fatto negli Stati Uniti”. Negli USA? Sì, su questo punto tutte le fonti libiche, da quella anonima a quella più autorevole, confermano che vi sarebbe una squadra di agenti d’influenza libici autorevolmente introdotta ai vertici delle diplomazie occidentali, dalla nostra Farnesina alla Casa Bianca di Washington. Il loro compito sarebbe distorcere l’informazione e distrarre l’opinione pubblica. I loro nomi sono: Arif Alikhan, Mohamad Elibiary, Rashad Hussain, Salam al-Marayati, Imam Mohamed Magid, Eboo Patel”. “Siamo in uno dei fronti più importanti della terza guerra mondiale in atto. Se vince l’Egitto, si afferma un modello. Se vince il Qatar, si va in un’altra direzione. Per questo è urgente, per tutto il popolo libico, sapere da che parte sta l’Europa e soprattutto l’Italia”.SAVX3089-1Secondo il think tank statunitense Stratfor Global Intelligence, la Russia si preparava a un possibile intervento militare diretto in Siria di Turchia e Arabia Saudita, “rafforzando il proprio sistema di difesa aerea per impedire ad altri Paesi di entrare nel conflitto siriano, impiegando da metà gennaio dei velivoli di controllo aereo e primo allarme Berev A-50, rafforzando l’operazione aerea russa nel Paese”, e rafforzando la presenza delle VKS nella base aerea di Humaymim, presso Lataqia, dispiegandovi 4 Sukhoj Su-35S, 4 Sukhoj Su-30SM, 8 Sukhoj Su-34, 11 Sukhoj Su-24M, 10 Sukhoj Su-25SM, 2 Sukhoj Su-25UB, 12 Mil Mi-24 e 3 Mil Mi-171. Inoltre, vi erano stati anche schierati gli avanzati sistemi missilistici terra-aria S-400, Buk e Pantsir-S2 di recente costruzione. Secondo Stratfor la Russia “sventerà gli sforzi bellici degli oppositori di Assad“, mentre Stati Uniti ed alleati erano incapaci di bloccare le “forze lealiste che avanzavano sulle posizioni dei ribelli”, perché tali operazioni sarebbero state seriamente “temperate” dalle attività aeree russe. Secondo notizie non confermate, Arabia Saudita e Turchia avrebbero creato un centro congiunto nella base aerea di Incirlik, in Turchia, dove si sarebbero schierati degli aviogetti sauditi, mentre la Turchia avrebbe bombardato le posizioni delle YPG curde presso Azaz, a nord di Lataqia. Le manovre avrebbero per scopo provocare una reazione di Russia, Iran o Siria sulla cui base permettere alla Turchia di richiedere l’intervento della NATO ai sensi dell’articolo 5 della carta del Patto atlantico. Ryadh e Ankara avrebbero come obiettivo strategico creare uno Stato-fantoccio, il “Sunnistan”, esteso dalla frontiera siriano-irachena alla provincia irachena di Anbar, in Iraq, sfruttando, finché possibile, il corridoio Azaz-Jarabulus al confine tra Turchia e Siria, e anticipando, se mai possibile e con il supporto di NATO e USA, l’avanzata dell’Esercito Arabo Siriano verso Raqqa, la ‘capitale’ dello Stato islamico, in modo da presentare una proposta per “federalizzare” la Siria (e l’Iraq) ai colloqui di pace di Ginevra. “Riyadh ed alleati creerebbero la “legittimità araba e musulmana”, mentre l’UE sosterrebbe tale tentativo grazie al mito, fabbricato dagli USA, che ciò fermerebbe la crisi del flusso di “rifugiati” che travolge e destabilizza l’economia”. Infine, Erdogan vorrebbe intervenire per impedire la liberazione di Aleppo da parte della controffensiva siriano-russa, evento che condannerebbe definitivamente la politica estere neo-ottomana di Ankara. Ma in tale quadro, la Giordania chiariva che “non ha intenzione d’inviare forze di terra in Siria a meno che non siano guidate da statunitensi e inglesi… Le eventuali truppe di terra comprendenti forze giordane devono avere l’approvazione delle Nazioni Unite e un pieno coordinamento con la Russia“.
In effetti, Paesi come Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti ed Israele esprimono la volontà di accettare il ruolo del Cremlino in Siria, sollecitandone legami più stretti, perplesso dal misero fallimento degli Stati Uniti, la cui strategia non ha prodotto che caos in cinque anni. “Molti degli Stati del Medio Oriente dicono: sono passati quattro anni e gli Stati Uniti hanno creato il pasticcio in Siria, e non fanno nulla per cancellarlo“, osserva Faysal Itani, del think tank di Washington Atlantic Counseil, “Ora, finalmente, credono che ci sia un adulto alla guida della Russia“, ha aggiunto. La ragione di questa dichiarazione è il successo delle operazioni russe in Siria in collaborazione con le forze siriane. “Negli ultimi mesi, le forze russe ed alleate hanno ripulito le zone intorno Lataqia e respinto i ribelli verso il confine turco. Inoltre sarebbero vicine a tagliare le ultime linee di rifornimento dei terroristi per Aleppo, sempre dalla Turchia“. Israele, vorrebbe che “la Russia frenasse le operazioni iraniane contro Israele dalla Siria. Consultazioni del governo israeliano con la Russia mirano ad assicurare che le loro forze armate non si scontrino in Siria”, secondo funzionari israeliani. “Israele ha attaccato spesso convogli in Siria che presumibilmente trasportavano armi dell’Iran e le milizie libanesi di Hezbollah nelle operazioni contro Israele“. L’Egitto “supporta qualsiasi sforzo internazionale per sradicare il terrorismo dalla Siria“, afferma il Ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqry. “Ciò che comprendiamo dalle discussioni con i russi è che il loro obiettivo primario è l’intervento contro le organizzazioni terroristiche“, aggiungeva. Per gli Emirati Arabi Uniti, è una spinta a un “approccio comune per porre fine alla guerra in Siria e nella lotta allo SIIL. Dobbiamo collaborare e mettere da parte le nostre divergenze regionali“, ha detto il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayad al-Nahyan, dopo l’incontro con il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. E la Giordania ha istituito un centro operativo con la Russia per coordinarsi sulla Siria. E tutto questo mentre Bulgaria, Cipro, greece-cyprus-israel-region1Grecia, Ungheria e Romania firmavano un accordo con Israele per difenderne le posizioni nell’Unione europea. Già il 29 gennaio Cipro, Grecia e Israele avevano firmato un accordo, per costruire un gasdotto per l’UE, che recita “Riteniamo che i progetti di energia trilaterali, come l'”EuroAsia Interconnector”, siano d’importanza strategica in quanto creeranno un rapporto reciprocamente vantaggioso tra i mercati energetici di Israele e Cipro con quelli dell’Europa continentale. Inoltre, esprimiamo il nostro forte sostegno all’esportazione di gas dal Mediterraneo orientale all’Europa continentale. In questo contesto, ribadiamo la nostra disponibilità a esplorare ulteriori progetti quali la “EastMed Pipeline”. Abbiamo deciso di collaborare per promuovere i nostri progetti, migliorando la sicurezza dell’approvvigionamento energetico“. I tre Paesi decidevano l’istituzione di un Comitato ministeriale permanente sull’energia per considerare gli aspetti strategici e pratici della cooperazione energetica. “Siamo convinti del carattere strategico e della necessità della nostra cooperazione trilaterale e continueremo a lavorare per realizzare appieno questo potenziale, a beneficio dei nostri Paesi e popoli, e dell’intera regione. La nostra partnership non è esclusiva e siamo pronti ad accogliere altri attori che pensano di unire i nostri sforzi per promuovere coordinamento e cooperazione, così come pace e stabilità regionale“. Inoltre, si esplorano altre possibili cooperazioni nell’agricoltura, nella lotta antincendio, protezione dell’ambiente, risposta a disastri naturali, scambio di informazioni sulle situazioni di emergenza, esercitazioni di ricerca e soccorso, salute, gestione delle epidemie, progetti scientifici e tecnologici, istruzione, comunicazioni, commercio, trasporto e turismo, sottolineando l’importanza della cooperazione dei Paesi della zona euro-mediterranea. I tre Paesi esprimevano pieno sostegno ai negoziati presso le Nazioni Unite, per “una soluzione equa, globale e praticabile della questione cipriota, basata sul diritto internazionale e le pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La soluzione di riunificare l’isola sulla base del rispetto dei principi democratici, dei diritti umani e delle libertà fondamentali di tutti i ciprioti, beneficerebbe non solo il popolo di Cipro, ma contribuirà significativamente alla pace e alla stabilità dell’area, grazie alla politica estera indipendente di Cipro. Alla luce di quanto sopra, abbiamo deciso di rafforzare la nostra cooperazione nel settore (lotta al terrorismo) avviando il dialogo trilaterale delle nostre autorità competenti. Gli sforzi per frenare il flusso di combattenti stranieri, limitarne il sostegno finanziario e militare a gruppi terroristici, e contrastare la propaganda estremista vanno intensificati, e l’incitamento alla violenza va condannato e fermato“.
Nel frattempo, mentre nelle città curde di Diyarbakir, Cizre e altre viene imposto il coprifuoco a 1,3 milioni di persone, con l’assassinio di almeno 200 persone ed oltre 200000 profughi interni, la cancelliera tedesca Merkel volava ad Ankara per garantire a Erodgan 3 miliardi di euro dall’UE per soccorrere i “profughi siriani” in Turchia, ovvero terroristi e kollabò con i relativi famigliari provenienti da tutto il Mondo. Ma l’annuncio più importante di Merkel è che la NATO avrebbe sorvegliato il tratto di mare tra Turchia e Grecia, e senza discuterne con gli altri membri della NATO, ma tale piano d’intervento nel Mar Egeo, si basa sul concetto strategico adottato dall’Alleanza nel 2010, al vertice di Lisbona, includendo la lotta al traffico di esseri umani tra i compiti della NATO, allargandone le attività nel Medio Oriente.2016_02_01_Cyprus-Israel-Greece-pipeline_0Il 12 febbraio il Gruppo internazionale di sostegno alla Siria (ISSG) a Monaco di Baviera annunciava la “cessazione delle ostilità” in Siria, escludendone però Stato islamico e Jabhat al-Nusra. Il documento veniva firmato da 17 Stati, tra cui l’Arabia Saudita a nome dell’“opposizione” siriana. Il comunicato dell’ISSG delineava la formazione di una task force delle Nazioni Unite per la redazione della “modalità” della cessazione delle ostilità. La task force avrebbe deciso quali aree fossero controllate dal terrorismo e, di conseguenza, essere legittimi bersagli degli attacchi aerei, istituendo anche un gruppo di lavoro per assicurarne il pieno rispetto da parte di tutti i gruppi che combattono in Siria. Inoltre, il documento prevedeva l’invio di aiuti immediato e sollecitava il riavvio dei negoziati mediati dalle Nazioni Unite. “Abbiamo preso la decisione comune di contribuire ad alleviare le sofferenze del popolo siriano e speriamo che ciò sia raggiunto. Ciò è particolarmente importante se si considerano certi recenti avvenimenti relativi al problema umanitario in Siria, riguardanti solo i rifugiati e che non avevano nulla a che fare con il destino dell’enorme numero di sfollati interni. Così abbiamo ragione di sperare di aver fatto un lavoro utile e che sia attuato”, dichiarava il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov nella conferenza stampa sull’accordo. Il documento forniva anche il quadro per l’espansione del coordinamento tra Stati Uniti e Russia sulle operazioni militari nella Siria, testimoniando il fallimento della politica statunitense in Medio Oriente e del suo approccio anti-russo. Dana Tyrone Rohrabacher, deputato repubblicano degli Stati Uniti presiedente della sottocommissione del Congresso per gli affari esteri con Europa, Eurasia e le minacce emergenti, scriveva l’11 febbraio, “Avremmo dovuto negoziare sul futuro della Siria senza condizionarlo alla caduta di Assad (Mosca ha rifiutato di partecipare alla farsa di una “trattativa” dall’esito già deciso). La Siria con ogni probabilità avrebbe evitato il caos che ora inghiotte gran parte del Paese. La Russia non vi si sarebbe impegnata militarmente, e l’Europa non sarebbe ora annegando dal fiume di rifugiati che non si assimilano e sono pronti ad uccidere…. Non vi è alcuna prova che la Russia, come quando era l’Unione Sovietica, abbai intrapreso una sfrenata espansione globale. Ovviamente, alcune persone molto influenti non possono accettare di lasciarsi alle spalle la guerra fredda, la loro mentalità e le carriere legate ad una ostilità persistente tra Cremlino e Casa Bianca. In particolare, tra gli strateghi dei think tank e i mercanti d’armi”. L’attuale amministrazione degli Stati Uniti ha adottato “politiche petulanti verso la Russia”, che potrebbe essere alleata contro l’islamismo. Secondo “The Guardian”, gli “eventi sul terreno non solo lavorano contro la svolta, ma suscitano sempre più profondi dubbi sulla coerenza degli Stati Uniti e della strategia occidentale. Risolvere la politica degli Stati Uniti in una fase così critica del conflitto potrebbe essere impossibile. Se mai c’è stato un simbolo del fallimento occidentale in Siria, è proprio questo (l’operazione russa)”. Non è il destino della Siria di cui gli Stati Uniti si preoccupano, ma piuttosto il definitivo discredito presso i suoi alleati mediorientali. Stati Uniti e NATO non sono riusciti a cambiare la situazione in cinque anni di supporto al terrorismo in Siria, mentre l’operazione aerea russa in meno di cinque mesi cambia le sorti del conflitto. “Da allora, la Russia da sola ha fatto ciò che Stati Uniti, Europa ed alleati in Medio Oriente non sono riusciti a fare in anni con le immense risorse che avevano a disposizione”. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn hanno dichiarato la disponibilità ad inviare truppe, se gli Stati Uniti sostenessero l’invasione terrestre della Siria. L’Arabia Saudita non si preoccupa delle ragioni che spingono Washington ad evitare un tale operazione; difatti Riyadh affrontare una serie di problemi che gli Stati Uniti non possono risolverle. La Russia ha avuto contatti con la maggior parte degli Stati del Golfo Persico, guadagnando influenza in Medio Oriente mentre la Turchia l’ha persa, con Erdogan che ha messo la sicurezza nazionale del proprio Paese in pericolo. “Nessuno nel mondo arabo è disposto a seguirne l’esempio”.
934738Se “la politica russa in Medio Oriente porta frutti introducendo i cambiamenti necessari e invertendo la tendenza verso la soluzione pacifica del conflitto siriano”, molti in occidente vi vedono una sconfitta colossale. Soprattutto gli ambienti neocoloniali e socialcolonialisti prevalenti a Londra, Parigi, Berlino e Roma, le cui appendici militanti e attivistiche sono varie cosiddette associazioni, le ONG, il mondo accademico e giornalistico acquisito all’ingrosso da petroemirati e agenti turchi, sindacati, partitini, micropartiti e sette ideologiche della fascia ideologica che va dalla sinistra cattolica all’estrema sinistra post-comunista (neo-anarchici, centri sociali, fazioni post-rifondarole, resti del PRC, tutte le sette cosiddette ‘trotskiste’ e altre carabattole), dal 2010 in guerra aperta e dichiarata contro qualsiasi avanzata delle realtà geopolitiche che contrastano e confliggono con l’imperialismo. Dalla campagna mediatica di disinformazione e denigrazione contro l’approccio del Governo Berlusconi verso la Jamahiriya Libica, la sinistra italiana, dal PD fino all’ultimo centro sociale e alla più sperduta setta ‘trotskista’, porto avanti una guerra mediatica e d’influenza pseudo-ideologica contro l’affermarsi delle alternative geopolitiche eurasiatiche; contro un Medio Oriente che si sta sbarazzando dell’influenza statunitense e dei suoi più retrivi alleati (Qatar, Arabia Saudita, ecc.) manifestatasi con la ‘Primavera araba’ e il terrorismo islamista celebrati dall’estrema sinistra italiana, totalmente allineata alle fazioni più estremiste dell’atlantismo (la cosca perdente nei servizi segreti italiani) e le petromonarchie wahhabite che hanno fatto irruzione nell’economia e nei mass media italiani, acquistando all’ingrosso vari agenti d’influenza: accademici, diplomatici, giornalisti, specialisti, politici, sindacalisti, mestieranti dei ‘diritti umani’, preti, ecc. il tutto formando un’asse politico-disinformativo tra estrema sinistra, integralismo wahhabita e servizi segreti attivi nell’aggressione a Libia e Siria, il cui scopo è il già ricordato compito di contrastare l’avanzata delle forze antimperialiste che mettono in difficoltà l’unipolarismo globale degli USA. Altro compito, collaterale, di tali forze settarie ed oscure, è impedire che nell’ambito dell’opinione pubblica italiana si formi e si consolidi un’ampia area favorevole a tali sviluppi, favorevole a tale mutamento geopolitico. Infine, terzo compito di tale area è acquisire il peso di una lobby, in modo da contrastare e ostacolare qualsiasi passo di Roma verso tale direzione, supportandone la subordinazione agli interessi di Washington, Londra, Parigi, Berlino e Bruxelles. Il tutto nascondendosi dietro fraseologie ‘rivoluzionarie’, slogan sulla sinistra e perfino ridicole petizioni ‘per uscire dalla NATO’. Un circo che è stato impiantato nel 2010, e che si è esibito nel 2011 sul caso della Libia, nel 2012-2015 sul caso della Siria, e nel febbraio 2016 sul caso dell’Egitto. Non si ci faccia ingannare da contorsioni verbali, pseudo-ragionamenti e altre acrobazie da circo, appunto, volte a far dimenticare il sostegno che l’estrema sinistra italiana ha dato ad ogni guerra della NATO dalla Jugoslavia nel 1992 in poi. Oggi, nel 2016, dopo 5 anni di guerra indiretta della NATO contro la Siria, vari capicomici del suddetto circo si scoprono sostenitori del Baath siriano, delle resistenze siriana, irachena e libanese, o perfino, dopo averne magari invocato il rovesciamento, esibire un mefiticamente fasullo sostegno a Putin. Salvo smascherarsi subito, con la canea isterica (e molto rivelatrice) contro Cairo e il governo del Presidente al-Sisi, sul caso Regeni, svelando una non sorprendente convergenza tra sinistra, estrema sinistra, organi atlantisti, NATO, USA, governi wahhabiti, organizzazioni integraliste (come i Fratelli mussulmani) ed organizzazioni terroristiche. Tutto ciò indica che i rapporti occulti tra servizi segreti e associazionismo cattolici ed estrema sinistra sono ancora solidi, come è solida l’alleanza tra le realtà della sinistra italiana con organizzazioni e movimenti dell’integralismo islamico, basi e risorse del terrorismo islamista attivo in Medio Oriente, Nord Africa, Balcani, Ucraina e Caucaso. In sostanza, lo schema di tali operazioni da guerra mediatica e influenza politico-ideologica non cambia: il bersaglio delle critiche ‘dirittumanitariste e democraticiste’ degli agenti d’influenza atlantisti, travisati da ONG, accademici, agenti dei mass media e settari ‘rivoluzionari’, sono sempre i governi nazionalisti, secolari e panarabi (prima Gheddafi, poi Assad, oggi Sisi), e ciò in combutta con i servizi segreti atlantisti (Gladio, Stato islamico, fazioni filo-taqfirite dei servizi segreti) e in solido con il mondo dell’integralismo jihadista e islamista (Arabia Saudita, Qatar, al-Qaida, Fratellanza mussulmana, taqfirismo), per ostacolare la svolta eurasiatica del Medio Oriente (una catastrofe per gli USA e il loro dominio atlantista) e impedire una qualsiasi variazione positiva nella politica estera di Roma.

541508Vedasi anche:
Libia, NATO, Qatar e intervento dell’Egitto
Libia: frattura italianaSoutheastern-Mediterranean-Energy-Developments

Fonti:
AGI
Aska
Corriere
Futuro quotidiano
il Giornale
il Messaggero
la Stampa
Panorama
Balkan EU
Mondialisation
Reseau International
Russia Insider
Sputnik
Sputnik
SCF
VoltaireNet

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2 Responses to Giulio Regeni e la psicoguerra contro l’Egitto: Libia, Siria, ‘EuroAsia Interconnector’ e disfatta di Roma

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  2. Elio Spira says:

    Carissimo, controlla un po’ qual’e’ il cognome materno di Regeni. Curioso che un giovane che ha diritto all’Aliyah studi con passione la lingua araba ed invii ai quotidiani più anti-sionisti d’Italia i proprio articoli….

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