Vladimir Putin, padrino del Kurdistan?

Michael A. Reynolds, National InterestkurdishareasSe il presidente turco Recep Tayyip Erdogan pensava lo scorso novembre che abbattendo un bombardiere russo Su-24 al confine turco-siriano avrebbe potuto contenere le ambizioni mediorientali di Vladimir Putin, certamente se ne rammarica ora. Un infuriato Vladimir Putin promise che la Turchia l’avrebbe pagata. Avvertì che la Russia avrebbe regolato i conti con la Turchia non solo con mere sanzioni economiche, aggiungendo: “Sappiamo cosa dobbiamo fare”. Ciò che Putin voleva dire diventa chiaro. All’inizio del mese, in ciò che può essere descritto solo come segnale minaccioso per Ankara, il Partito dell’Unione Democratica (PYD) curdo-siriano formalmente apriva un ufficio di rappresentanza a Mosca, il primo all’estero. Nel frattempo, in Siria, il ramo armato del PYD utilizza armi russe e supporto aereo russo per espandere in modo aggressivo il territorio che controlla al confine siriano-turco. Ankara è allarmata, ed è giusto sia così. Nonostante l’acronimo, il PYD è una filiale del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Partiya Karkerên Kurdistane), o PKK, che attualmente intensificano la rivolta nel sud-est della Turchia. Lì, gli attivisti del PKK hanno dichiarato l’autogoverno curdo e combattenti del PKK sono entrati nelle città, scavando trincee e colpendo le forze di sicurezza turche con cecchini, lanciarazzi ed ordigni esplosivi. Erdogan ha dichiarato la decisione di schiacciare il PKK, ma nessuno dovrebbe trattenere il respiro: la Repubblica turca cerca di sconfiggere il PKK da oltre tre decenni. Eppure, il PKK non è forse mai stato così solido e ben piazzato, militarmente e diplomaticamente, di oggi. Sfruttando il crollo del controllo dello Stato centrale in Iraq e Siria, il PKK ha posto il comando nelle sicure montagne di Qandil, nel nord dell’Iraq, quindici anni fa. Di recente ha stabilito, tramite il PYD, il governatorato di fatto autonomo del Rojava nel nord della Siria. Ora è di nuovo in atto una rivolta nel sud-est della Turchia. Forse la cosa più significativa è che il contributo del PKK alla lotta contro lo SIIL ha ottenuto una legittimità internazionale senza precedenti. Mentre nel 1997 Washington formalmente dichiarò il PKK organizzazione terroristica, perseguita con questa designazione dal Parlamento europeo, oggi le Forze Speciali degli Stati Uniti addestrano e armano forze controllate dal PPK in Siria. Washington giustifica tale collaborazione con la finzione che il PYD sia distinto dal PKK, ma vi sono sforzi negli Stati Uniti e in Europa per rimuovere l’etichetta di terrorismo. Se riescono, daranno un importante vantaggio al PKK. Ma il PKK non avrebbe bisogno dell’assistenza o buona volontà dell’occidente per realizzare l’ambizione del Kurdistan indipendente. Il ruolo del PKK nella guerra allo SIIL ha anche riacceso le relazioni con la più antica grande potenza protettrice dei curdi, la Russia. Gli obiettivi del PKK e della Russia hanno una sinergia diabolica, condividendo gli stessi nemici, SIIL e Turchia. Lavorando con i curdi, Mosca può proseguire la guerra contro lo SIIL, punire la Turchia, sconfiggere gli Stati Uniti in Siria e provocare una spaccatura nelle relazioni turco-statunitensi, indebolendo così la NATO.

La Russia: la più vecchia grande potenza protettrice dei curdi
La prima cosa che gli osservatori devono capire è che l’alleanza di oggi tra Russia e PKK non è certo nuova o inusuale. Il nesso russo-curdo è una caratteristica ricorrente della geopolitica del Medio Oriente da più di duecento anni, da quando Caterina la Grande commissionò la pubblicazione di una grammatica curda nel 1787. L’interesse di Caterina nei curdi non era puramente accademico. Le tribù curde, riconobbero i funzionari zaristi, erano attori importanti lungo le frontiere meridionali della Russia. Dal 1804 in poi i curdi giocarono un ruolo importante nella guerra della Russia contro il Qajar di Persia e la Turchia ottomana. Mentre il secolo passava, l’esercito russo usò sempre più unità curde per combattere persiani e turchi. I motivi per cui i curdi combatterono al fianco delle forze zariste variavano, ma più spesso si trattava del risentimento per l’interferenza ottomana e del Qajar negli affari tribali o di puro opportunismo. Ma all’alba del XX secolo, numerosi curdi cominciarono a vedere la Russia come loro migliore speranza, non solo per espellere le interferenze estere, ma anche per trasformare i curdi da società prevalentemente nomade, tribale e analfabeta in una moderna che competesse nell’alba dell’età dell’informazione del XX secolo. Il più famoso di questi fu Abdurrezzak Bedirhan, un rampollo dell’ultimo emiro curdo indipendente di Cizre (Cizre, non a caso, è al centro di alcuni dei più intensi combattimenti in Turchia oggi). Diseredato e posto al servizio ottomano, Abdurrezzak fu assegnato all’ambasciata di San Pietroburgo nel 1890, divenendo un autentico russofilo. Nel 1910 passò ai russi che gli diedero armi, denaro e intelligence per organizzazione i capi tribali curdi e incitare varie ribellioni contro il dominio ottomano nell’Anatolia orientale. Gli sforzi di Abdurrezzak non si limitarono all’insurrezione. San Pietroburgo era il centro mondiale della curdologia, dove lavoravano accademici russi e il Ministero degli Esteri vi aprì nel 1914 una scuola russa per i curdi, pianificando altre scuole nella convinzione che l’élite curda addestrata dai russi e istruita nelle università russe sollevasse i curdi da povertà e ignoranza. Solo lo scoppio della prima guerra mondiale cancellò questo sogno. Ma fu tutt’altro che unico. Negli anni precedenti la prima guerra mondiale, vari capi curdi iniziarono a collaborare con i russi per montare l’insurrezione contro il dominio ottomano in Anatolia orientale. La profondità del coinvolgimento russo con il movimento curdo fu rivelata dalla famosa Rivolta di Bitlis del 1914, quando tribù curde occuparono quella città ad aprile. La rivolta scoppiò prematuramente, con Abdurrezzak che ancora negoziava nella lontana San Pietroburgo, e fallì. Al crollo, la maggior parte dei ribelli attraversò il confine con la Russia, mentre quattro capi, incapaci di fuggire, si rifugiarono nel consolato russo dove rimasero fino all’inizio della Prima guerra mondiale

Il Kurdistan rosso, la Repubblica di Mahabad e il PKK: l’URSS e i curdi
fft16_mf1917530La fine dell’impero russo nel 1917 non significò la fine delle ambizioni curde della Russia. Nel 1923 le autorità sovietiche crearono il “Kurdistan rosso”, una provincia curda nominalmente autonoma incastrata tra Armenia sovietica e Azerbaijan sovietico. Fu la prima entità curda etnicamente definita. Completa di giornale Kurmanji e scuole curde (in lingua curda), il suo scopo era fungere da faro della rivoluzione socialista per i curdi nel Medio Oriente. Decidendo che l’esportazione della rivoluzione servisse invece per importare la controrivoluzione, tuttavia, Stalin sciolse il Kurdistan rosso nel 1930. Ma Stalin non rinnegò i curdi come strumento geopolitico. Dividendosi l’Iran con Churchill nel 1941, Stalin supervisionò la creazione di un’amministrazione regionale curda incentrata nella città di Mahabad, nel nord dell’Iran. L’amministrazione di Mahabad si proclamò repubblica curda sovrana nel dicembre del 1945, e così quando Stalin dovette ritirare formalmente le truppe sovietiche dall’Iran, l’anno dopo, convenientemente lasciò sul posto uno Stato cliente completo di consiglieri militari e politici sovietici, ma avvolti dall’autodeterminazione nazionale curda. La Repubblica di Mahabad durò appena un anno. Cadde nel dicembre 1946, dopo che Truman avvertì Stalin di non intervenire quando lo scià lanciò l’esercito iraniano a schiacciarla. Ma non fu la fine dell’interesse sovietico nei curdi. L’iracheno curdo Mullah Mustafa Barzani, capo dell’esercito di Mahabad (e padre dell’attuale presidente del Governo regionale del Kurdistan iracheno Masud Barzani), si rifugiò in URSS nel 1947 insieme a duemila seguaci. Barzani rimase in Unione Sovietica per oltre un decennio prima di tornare in Iraq. Il Presidente del KGB Aleksandr Shelepin sostenne Barzani e altri curdi nell'”attivare il movimento popolare curdo di Iraq, Iran e Turchia per la creazione di un Kurdistan indipendente”. La preferenza politica di Shelepin non fu passeggera. Note spie sovietiche come Pavel Sudoplatov e Evgenij Primakov in particolare raccontarono del loro coinvolgimento nella “questione curda” nelle loro memorie. In quanto custode del fianco meridionale della NATO dal 1952 in poi, la Turchia divenne obiettivo prioritario per Mosca alimentando il separatismo curdo quale mezzo per indebolirla. Tra le altre cose, i sovietici diffusero trasmissioni radio sovversive presso i curdi dall’Armenia, collaborarono con i servizi segreti bulgari per armare i ribelli curdi in Turchia, e reclutarono curdi che studiavano in Unione Sovietica per farne agenti d’influenza. La minaccia più temibile per l’integrità territoriale della Repubblica turca emerse col Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Un giovane curdo turco di nome Abdullah Oçalan lo fondò nel 1978, durante il periodo di massimo splendore dei movimenti di liberazione nazionale filo-sovietici. Anche se il PKK non è una creazione sovietica, come il suo nome indica è certamente nel campo ideologico sovietico. Sposando una variante del marxismo-leninismo, il PKK e il fondatore Oçalan sono l’avanguardia della rivoluzione socialista curda. Il PKK beneficiò del sostegno sovietico, e nel 1984 avviò la lotta armata contro la Repubblica turca nel perseguimento dell’obiettivo di creare uno Stato curdo. La Siria di Hafiz al-Assad, Stato cliente sovietico, era la sostenitrice più importante del PKK fornendogli un santuario in Siria e supporto logistico e militare per le operazioni in Turchia. Il PKK si addestrò assieme a Rote Armee Fraktion, Armata Rossa giapponese e altre organizzazioni terroristiche filo-sovietico in Libano e altrove.

La Russia post-sovietica e i curdi
Significativamente, il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 non recise i legami tra Mosca e PKK. Al contrario, il PKK mantenne l’ufficio di rappresentanza a Mosca fino al 1990. Nella città di Jaroslavl, a nord-est di Mosca, operava un campo “culturale-educativo” che ospitava scontrosi ma disciplinati giovani, completo di studio televisivo per la preparazione dei programmi per l’emittente satellitare curda Roj TV. Quando Abdullah Oçalan fu costretto a fuggire in Siria, passò da Mosca, dove ebbe l’appoggio di importanti parlamentari. Il supporto russo aveva dei limiti: Stati Uniti e Turchia erano alle calcagna di Ocalan, e il suo profilo era troppo alto per nasconderlo, quindi Mosca lo mandò per la sua strada. I motivi per mantenere la collaborazione della Russia post-sovietica con i curdi erano duplici. Lo Stato russo aveva avuto a che fare con i curdi da oltre due secoli e ne manteneva memoria e infrastrutture. Il mantenimento di tale capacità fu un modo relativamente economico per conservare una leva russa in Medio Oriente. In particolare, la “carta curda” dava un efficace deterrente contro il sostegno turco a ceceni e altri terroristi del Caucaso. Considerando che le richieste curde e cecene sono simmetriche nella forma, ma non per impatto: la Turchia è più piccola della Russia e i curdi della Turchia sono circa dodici-diciotto volte più numerosi dei ceceni in Russia. Il separatismo curdo rappresenta una sfida molto più grave per la Repubblica turca di quanto possa mai esserlo il separatismo ceceno per la Federazione Russa. Il contrasto tra Cecenia di oggi e la guerra civile virtuale nel sud-est della Turchia l’illustra.

Il gioco curdo della Russia: un avvertimento agli Stati Uniti
salih-muslim1Oggi la Russia ancora una volta con forza sostiene il movimento nazionale curdo. Data la lunga esperienza della Russia nel coltivare i rapporti con i curdi, non dovrebbe sorprendere che Putin, come i suoi predecessori nell’intelligence Shelepin, Sudoplatov e Primakov, si ritrovi a collaborare con i curdi per perseguire gli obiettivi della politica estera della Russia. Allo stesso modo, Salih Muslim, a capo del PYD, segue le orme di Abdurrezzak Bedirhan e Mustafa Barzani (per non parlare di Abdullah Ocalan) volendo la Russia quale partner nella ricerca dell’autodeterminazione curda. I curdi si ricordano di questa lunga cooperazione. La Russia oggi ha un buon accordo da offrire ai curdi. Non è solo fonte di armi e intelligence ma anche, a differenza degli Stati Uniti, si dimostra un attore militare decisivo in Siria. La Russia, come Paese dalla diplomazia esperta e membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, può offrire supporto ai curdi su più livelli. E soprattutto, a differenza degli Stati Uniti, la Russia, nel trattare con i curdi non è vincolata dalla necessità di mantenere buoni rapporti con la Turchia. Questo non vuol dire che la spinta russa a uno Stato curdo sia imminente. L’interesse guida entrambe le parti nel rapporto russo-curdo. La priorità di Mosca in Siria è salvare il regime di Bashar al-Assad, e anche se Assad è ormai disposto a riconoscere un’ampia autonomia ai curdi della Siria, non ha ancora segnalato la disponibilità ad accettare la secessione del Rojava dalla Siria e la ridefinizione dei confini della Siria. Un altro freno al riconoscimento di uno Stato curdo pienamente sovrano sarebbe l’opposizione iraniana. L’Iran è un partner essenziale per la Russia in Siria. E’ solo grazie al ben più grande impegno militare dell’Iran col regime di Assad che lo sforzo della Russia per sostenerlo avrà successo. L’Iran affronta l’insurrezione armata curda guidata da un’altra filiale del PKK, il PJAK, e non ha alcun desiderio di vedere un Kurdistan indipendente. Infatti, prima dello scoppio della guerra civile siriana, le relazioni turco-iraniane erano amichevoli, in gran parte grazie all’animus comune verso PKK e PJAK. Ancora, la comprovata capacità del PKK negli ultimi tre decenni non solo di sfidare gli sforzi di Turchia ed altri di sopprimerla, ma d’emergere ad attore regionale, garantisce che la questione dell’autodeterminazione curda rimanga in cima all’ordine del giorno regionale. Che l’ascesa del PKK sia un bene o meno per i curdi, non è così chiaro come potrebbe sembrare. Il PKK è un’organizzazione estremamente disciplinata e gerarchica, e non è né liberale né democratica. Non ottiene nemmeno lontanamente un sostegno unanime tra i curdi della Turchia, e pone una minaccia mortale per il governo regionale del Kurdistan iracheno, con cui ha visioni inconciliabili sul futuro dei curdi.
Il successo nel raggiungere l’autodeterminazione avviene raramente senza l’assistenza di una potenza estera. La Russia è stata il campione delle cause curde più di qualsiasi altro attore estero, ed oggi è ben posizionata nell’aiutare ulteriormente il movimento per un Kurdistan indipendente. Il pensiero di Putin come padrino del Kurdistan dovrebbe perseguire di notte il presidente turco Erdogan e il primo ministro Ahmet Davutoglu. Da estimatori del sultano Abdulhamid II, i due dovrebbero sapere che armi e diplomazia russa garantirono a bulgari, rumeni e serbi l’indipendenza nel 1878. Forse il Kurdistan attende il proprio zar liberatore. Infine, il gioco curdo della Russia dovrebbe scuotere Washington. Il travisamento intenzionale dei politici statunitensi degli interessi russi e la continua sottovalutazione delle capacità russe hanno permesso alla Russia un abbagliante successo politico sugli Stati Uniti in Georgia, Ucraina e ora Siria. Non è un segreto che Putin cerchi di spezzare le alleanze degli USA ed aspiri ad indebolire la NATO. La collaborazione statunitense con il PYD ha introdotto gravi tensioni nelle relazioni con la Turchia. Non vi è alcun mistero del perché. L’organizzazione madre del PYD cerca con la violenza di cambiare l’ordine politico in Turchia, e il successo del PYD in Siria aiuterà incommensurabilmente il PKK. La guerra con il PKK avrebbe causato 40mila morti negli ultimi tre decenni, e ne pretenderà di più. C’è la notevole angoscia in Turchia che le armi fornite dagli Stati Uniti saranno impiegate non contro lo SIIL, ma contro obiettivi in Turchia, civili o militari. La visita di Brett McGurk a febbraio nel territorio controllato dal PYD in Siria ha indotto Erdogan a chiedere con rabbia e apertamente se gli Stati Uniti siano con la Turchia o col PYD. Molti statunitensi, naturalmente, hanno posto precisamente la stessa domanda sulla politica della Turchia verso lo SIIL. Questi sono segni di un rapporto dolorosamente fragile. Tra le altre lezioni, ciò di cui gli statunitensi devono trarre dal gioco curdo della Russia è che non sono gli unici e che la loro influenza sui curdi è limitata. I curdi hanno opzioni, e nella Russia PYD e PKK vedono un patrono dalla vasta esperienza e senza gli interessi a cui badano gli Stati Uniti.8579641151_a275d74d0d_oMichael A. Reynolds è professore associato di studi mediorientali alla Princeton University. E’ l’autore di The Clash and Collapse of the Ottoman and Russian Empires 1908-1918, vincitore del Premio George Louis Beer dell’American Historical Association.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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