Cos’è un successo: Quando un ‘ritiro’ non è una ritirata

O. Richardson, I. Sinchougova e J. Flores, Fort Russ, 14 marzo 2016

12212104_832936810186313_2114578644_nProbabilmente non esiste dato al mondo in grado di confondere i sostenitori della politica e degli sforzi strategici di Vladimir Putin. Oggi i social media sono in fermento tra sorpresa e stupore per l’annuncio del presidente russo che le forze russe verranno ‘ritirate’ dalla Siria. La prima e più responsabile cosa che giornalisti e analisti dovrebbero sottolineare è che Putin ha dichiarato che la ragione di questo ritiro è che gli obiettivi principali sono stati raggiunti. La seconda è che non si tratta di ‘ritiro’ delle forze russe dal conflitto siriano in generale, ma di alcune forze di terra dalle zone intorno Lataqia, ora protette. Si può anche indicare un ritiro (o rischieramento) di certe forze speciali ‘volontarie’ e di ‘consiglieri’ affiliati a EAS ed unità alleate in Siria. Queste sono poco note ma potrebbero divenire fin troppo pubblicizzate nei media dal team dei negoziati dell’opposizione estera e dai negoziati a Ginevra. Quest’ultimo punto certamente sarebbe stata una ‘richiesta’ del team dell’opposizione nei negoziati, a cui la Russia probabilmente avrebbe ceduto perché tali forze non sono più cruciali. Lataqia è ormai sicura e i consiglieri hanno completato l’addestramento. Ma facendolo unilateralmente, prima della contrattazione, l’opposizione perde la possibilità di rivendicarlo quale successo nei negoziati, riflettendo la propria volontà e forza politica. Eppure i russi ne traggono dei benefici, essendo visti ragionevoli e volenterosi verso la soluzione pacifica. Infatti, nel mondo di oggi, la strategia militare va oltre il senso ristretto del conflitto armato, ed ugualmente ogni successo fa vincere la guerra dell’informazione. E’ quindi fondamentale capire quale ruolo nella guerra dell’informazione l’annuncio di Putin giochi. Va anche capito cosa s’intende, infatti, per ‘ritiro’. Alla radice c’è il fatto che la Russia comprende e spiega la propria politica estera assai diversamente dagli Stati Uniti. Per queste ragioni, il pubblico occidentale, abituato a sentire le spiegazioni statunitensi sulle proprie azioni, sembra perdersi su questo, ed è comprensibile. In questo caso, il ‘ritiro’ non è una ritirata, almeno non nel modo in cui il termine viene comunemente inteso in occidente. Ne siamo meglio informati se comprendiamo che si tratta di ‘un’operazione con la quale una forza militare si disimpegna dal nemico’. Ci sono molti buoni motivi per farlo, riflettendo su come la Russia ha aiutato la Siria nella necessaria gestione di certi aspetti, in particolare la sicurezza della base aerea a Lataqia, aiutando la Russia nei prossimi colloqui di pace a Ginevra. Ma perché questa parola, sì ‘ritiro’, lascia un gusto così divertente in bocca? È perché una cosa divertente è accaduta al gergo della politica estera statunitense.
Il termine ‘sconfitta’ è stato sostituito da ‘ritiro’. Ciò a seguito della necessità di ammorbidire le grandi sconfitte del Vietnam o dell’Iraq. Sconfitte ridefinite come “ritirate”, anche se in tal modo il termine ritiro viene sempre trasformato in sinonimo di sconfitta e mancanza di forza. Una cosa simile è accaduta alla parola ritirata. In realtà, lo stratega potrebbe guardare una qualsiasi mappa strategica e dire: ‘Bene, dobbiamo ritirare le forze da qui e rischierarle laggiù’. È un termine neutro in essenza. Le forze possono essere ritirate, e possono anche ritirarsi, ma sarebbe un errore equipararlo a una ritirata tattica o sconfitta. Sarebbe anche ugualmente un errore equiparare il cosiddetto ritiro della Russia a qualsiasi cambio d’ingaggio o andazzo contro Russia o EAS. Per chi non ha seguito da vicino le operazioni della Russia, per sei mesi a sgombrare i principali obiettivi dello SIIL in Siria centrale e settentrionale, ma anche assicurando le zone costiere intorno Lataqia, possono essere definiti come successi tattici e strategici. Sì, avere decise vittorie in un breve periodo di tempo è un buon motivo per ritirarsi in seguito. Si potrebbe ricordare che scopo di una guerra giusta è portare la pace, non prolungare un conflitto inutilmente. La rimozione di alcune forze russe dalla Siria è stata pianificata per stimolare la risoluzione politica del conflitto. Alcune forze aeree e navali russe rimarranno in Siria, il che significa che gli attacchi aerei contro SIIL, al-Nusra e altri gruppi che appartengono alla cosiddetta opposizione, ma non rientrano nel cessate il fuoco, continueranno, come la Russia continua ad esservi presente, e non per prendere il tè e guardare l’alba. Tale mossa può essere letta come, e può indicare, segnale di buona fede verso una risoluzione, e anche enorme fiducia nei progressi compiuti fino ad oggi. Per sottolinearlo, supponiamo il contrario; che Putin avesse dichiarato invece che la Russia avrebbe aumentato le operazioni e la presenza nel conflitto. Avrebbe significato che le cose andavano bene, o non abbastanza bene? Certamente non ci sarebbe stato alcun dubbio su ‘determinazione’ e ‘impegno’ della Russia come un ‘ritiro’ avrebbe fatto, se interpretato erroneamente. Ma questo riguarda anche il modo con cui gli Stati Uniti hanno descritto la propria politica estera. Ogni volta che gli Stati Uniti dovettero subire gravi sconfitte, senza accettarle lo spiegavano con la necessità di aumentare la presenza o l’intensità per provare propri ‘volontà ed impegno’. La prova della sconfitta quindi veniva presentata al pubblico come prova di risolutezza. Così, per capire l’approccio della Russia, vanno anche smontate certe associazioni imposte finora a certe parole. La realtà è che un processo politico verso la risoluzione non sarebbe mai esistito senza la strategia aerea della Russia in Siria. La decisione di ritirare le truppe segue il passaggio dai militari della Russia all’esercito di Bashar al-Assad. L’offensiva dell’EAS continua ad avanzare verso est. La battaglia per Tadmur continua mentre parliamo, ed è più di un semplice simbolo. Ora l’attenzione si sposterà sui negoziati di Ginevra.
Dire che Putin ha tradito il popolo siriano, o gli alleati Iran, Hezbollah, EAS è semplicemente scorretto, a nostro avviso. In origine, l’EAS non poteva svolgere una strategia militare coerente contro un gruppo terroristico continuamente finanziato dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Dopo l’intervento della Russia, non è più così. È più organizzato ed ha una strategia militare coerente. Non riconoscere la piena portata dei colloqui e degli accordi tra Assad e Putin è ingenuo, e ritirarsi senza una continua strategia militare sarebbe insensato. La risoluzione politica è stata e sempre sarà l’obiettivo, perché l’unica alternativa è la presenza russa permanente in Siria. È una mossa per attenuare la situazione nella regione, un tentativo di contrattazione politica che, come ha detto Putin, è l’opzione preferita fin dall’inizio. In questo lasso di tempo, prima dei prossimi colloqui di pace, l’alleanza saudita-turco-qatariota ha cercato di compensare le perdite sul campo di battaglia spostando il processo negoziale verso lo spettacolo multimediale. Questo è avvenuto con la richiesta ridicola che la Siria accetti, come precondizione ai negoziati, lo stesso esito che l’alleanza voleva con l’invasione: il cambio di regime con la rimozione del governo siriano, cinicamente definito ‘passaggio’. Ma oggettivamente, sembra piuttosto una domanda strana da fare, dato che è irrazionale pensare di poter realizzare al tavolo delle trattative ciò che la realtà sul terreno ha negato. I negoziati, in generale, non sono altro che un riflesso della realtà sul terreno.
In sintesi, la Russia non ha abbandonato la Siria, come vine detto da certi media. Né le decisioni di Putin sono criptiche o illogiche, se si considera quanto segue;
1) L’operazione principale della Russia era ripulire le coste di Lataqia, marginalizzando SIIL ed alleati. Questo è stato realizzato, e quindi molte unità sono rimaste con poco da fare oltre al tiro di sbarramento occasionale.
2) La forza aerea della Russia attualmente completa circa il 50% delle sortite che effettuava ad ottobre e novembre 2015. L’accordo del cessate il fuoco e la diminuzione delle attività è un riflesso di questo successo.
3) Il cessate il fuoco ha escluso molti taqfiri dai combattimenti, aiutando così le forze siriane ulteriormente.
4) La Russia può riportare sul terreno qualunque unità che si ritiri, anche a rotazione, se ciò è necessario per la Siria. La Russia non è stata ‘spinta’ dalla Siria, né in qualche modo gli è scaduto il mandato. La richiesta siriana della forza russa in Siria è, e sempre è stata, decisa dal governo siriano.
5) La decisione è coordinata con Iran e Assad, e probabilmente era un modo per impedire all’Alto Comitato dei Negoziati di rivendicarla come vittoria ai negoziati.
Le basi basi aeree e navali (e anche gli S-400) restano quale nucleo della presenza di Russia, che ha aperto la strada ai colloqui di Ginevra, in primo luogo. Ciò che possiamo dire è che è prematuro e infondato affermare che la mossa di Putin è sbagliata, quando i colloqui con Assad e gli alleati iraniani non sono pubblici. Mentre dichiarazioni e mosse del presidente della Russia, spesso criptici, possono lasciare perplessi anche coloro in sintonia con gli sforzi russi, una cosa che sappiamo per certo è che finora hanno funzionato. Rientrano in una strategia vincente.12088286_891274424299846_2351683997115761364_n

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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