Iran e Stati Uniti, il confronto continua

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation  17/03/2016

131947580_21nIl 10 marzo, leader della Rivoluzione Islamica Ayatollah Khamenei incontrava la neo-eletta Assemblea degli Esperti, dicendo che gli Stati Uniti hanno piani per cambiare la struttura dello Stato iraniano, ma il tentativo di organizzare un colpo di Stato è destinato a fallire. Il leader spirituale iraniano osservava che gli iraniani non devono dimenticare ciò che l’occidente ha fatto al loro Paese. Devono sempre ricordare con cosa ha che fare l’Iran. L’occidente non rappresenta l’intera comunità mondiale; ne è solo una parte. L’ayatollah avvertiva che coloro che desiderano colpire l’Iran, ora faranno la fila per normalizzare i rapporti. L’Assemblea degli Esperti dell’Iran è un organo deliberativo di ottantotto Mujtahidun (teologi islamici) che ha il compito di eleggere e rimuovere il leader supremo dell’Iran e supervisionarne le attività. I membri sono eletti da liste di candidati con voto pubblico diretto per mandati di otto anni. Il Presidente Hassan Rouhani è un membro dell’Assemblea, così come altri alti funzionari. Se l’Ayatollah Khamenei (76) non può continuare il mandato, l’Assemblea elegge un’altra persona al suo posto. Il leader spirituale ha invitato i membri dell’Assemblea a servire gli interessi dello Stato e a preservare la fedeltà ai valori della rivoluzione islamica. Secondo lui, oggi la normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti non serve agli interessi iraniani. Gli Stati Uniti sono ancora visti come una minaccia. Il dossier nucleare iraniano fu chiuso nel luglio 2015, ma non ha portato alla normalizzazione dei rapporti. Gli Stati Uniti continuano ad esercitare pressioni economiche sulla Repubblica islamica. Gli Stati Uniti hanno revocato le sanzioni all’Iran solo in parte e con numerose riserve, a differenza degli alleati europei che li revocavano il 17 gennaio, con Obama che temporaneamente ammorbidiva la posizione sull’Iran quale mera mossa tattica. Il presidente Obama ha esteso lo stato di emergenza nazionale verso Teheran, nonostante la recente revoca delle sanzioni legate all’accordo nucleare stipulato dall’Iran con il gruppo dei P5+1, aveva detto il presidente Barack Obama al presidente della Camera dei Rappresentanti, in un lettera del 9 marzo. “Certe azioni e politiche del governo iraniano sono contrarie agli interessi degli Stati Uniti nella regione e continuano a rappresentare una minaccia inusuale e straordinaria a sicurezza nazionale, politica estera ed economica degli Stati Uniti. Per queste ragioni ho deciso che è necessario continuare l’emergenza nazionale dichiarata verso l’Iran e mantenere in vigore sanzioni globali”, così il Presidente informava il Congresso. Le imprese statunitensi continueranno a restare fuori dal mercato. Washington cerca di estendere le sanzioni a livello internazionale.
Questa volta gli Stati Uniti vogliono imporre sanzioni aggiuntive relative ai recenti lanci di missili balistici iraniani. Il Congresso degli Stati Uniti vuole che l’amministrazione porti immediatamente la questione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Non è chiaro ciò che il Consiglio di Sicurezza debba considerare. I missili iraniani potrebbero trasportare testate nucleari? Probabilmente sì, ma l’Iran non ha testate nucleari da montare sui missili. L’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA) ha creato l’Iran task force nel Dipartimento dei controlli di sicurezza, che riferisce direttamente al vicedirettore generale della sicurezza. La task force è responsabile di tutte le attività tecniche che ora si svolgono nell’ambito del piano d’azione comune e che vanno effettuate nell’ambito del nuovo accordo tra Iran e P5+1 al momento dell’entrata in vigore. Il piano d’azione comune viene attuato secondo la risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e le decisioni prese nel dicembre 2015. Il Consiglio non ha semplicemente nulla da discutere. Eppure, gli Stati Uniti continuano a seguire il corso attuale. Gli Stati Uniti vogliono dibattere sull’Iran andando oltre il programma missilistico includendo il ruolo destabilizzante dell’Iran nella regione, in particolare per la sicurezza d’Israele. Durante la recente visita del vicepresidente degli Stati Uniti in Israele, è stato affermato che la politica in Medio Oriente di Teheran non è meno pericolosa delle attività delle organizzazioni terroristiche internazionali. La motivazione d’Israele per tensioni crescenti è chiara. Tel Aviv è coinvolta in un accordo con gli Stati Uniti per maggiori aiuti militari per la conclusione dell’accordo nucleare con l’Iran. E’ difficile capire perché l’amministrazione Obama metta gli interessi di sicurezza israeliani al di sopra degli interessi degli Stati Uniti e il motivo per cui la missione per contrastare l’Iran abbia la priorità sulla lotta al terrorismo. Sorprendentemente, questo è ciò che i vertici militari indicano. Il Generale Lloyd Austin III, capo del Comando Centrale degli Stati Uniti e il Generale Joseph Votel, capo dell’US Special Operations Command, nominato in sostituzione di Austin, hanno detto ai congressisti che i combattenti dello Stato islamico rappresentano la peggiore minaccia a breve termine per la sicurezza degli Stati Uniti in Medio Oriente. Ma nel lungo termine, entrambi sono più interessati al sostegno iraniano ai gruppi terroristici e alle interferenze nei governi vicini. In realtà, la politica regionale di Teheran è focalizzata sull’aiuto al governo siriano in lotta contro le organizzazioni terroristiche che hanno occupato parti del territorio nazionale siriano. Nel 2015, 37mila mercenari stranieri combattevano l’esercito siriano. La maggioranza assoluta s’infiltrava in Siria dalla Turchia. Il principale nemico di Ankara non sono gruppi terroristici, ma i curdi siriani, l’unica forza in grado di combattere lo Stato islamico sul terreno. Non è un segreto che nel 2013 il presidente Obama permise alla CIA di armare i ribelli. L’invio di armi fu pagato da un altro vassallo degli Stati Uniti Stato, l’Arabia Saudita, che forniva le raccomandazioni su chi dovesse riceverle. Come risultato, le armi finirono nelle mani sbagliate.
Accusando l’Iran di sostenere il terrorismo internazionale, gli Stati Uniti non evitano le mere provocazioni. Per esempio, all’Iran è stato ordinato da un giudice degli Stati Uniti di pagare oltre 10,5 miliardi di dollari di danni ai famigliari delle vittime degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 e ad un gruppo di assicurazioni. Il giudice distrettuale George Daniels di New York emetteva una sentenza in contumacia contro l’Iran per 7,5 miliardi di dollari da versare alle famiglie delle vittime del World Trade Center e del Pentagono, compresi 2 milioni di dollari per ogni immobile, il dolore e le sofferenze delle vittime, più altri 6,88 milioni per punizione. Daniels ha anche assegnato 3 miliardi di dollari agli assicuratori della Chubb Ltd. che pagarono i danni alle proprietà, per interruzione di esercizio e altri crediti. In precedenza Daniels scoprì che l’Iran non era riuscito a difendersi dalle accuse di aver aiutato i dirottatori dell’11 settembre, e che era quindi responsabile dei danni collegati agli attacchi. La sentenza che Daniels emise il 9 marzo segue le accuse per danni emesse da un magistrato degli Stati Uniti a dicembre. Anche se è difficile avere risarcimenti da una nazione estera, i querelanti possono tentare di raccoglierne una parte con una legge che permette alle parti di attingere dai beni dei terroristi congelati dal governo. E’ chiaro che gli Stati Uniti vogliono derubare l’Iran. Per esempio, una nuova restrizione all’esportazione degli Stati Uniti contro la ZTE Corp. cinese per presunte violazioni delle sanzioni all’Iran, rischia di perturbare la tentacolare catena di approvvigionamento globale del produttore di telecomunicazioni, che potrebbe creare penuria di parti sostanziali, secondo gli esperti di sanzioni. Nell’ambito della misura annunciata dal dipartimento del Commercio, il 7 marzo, ai produttori degli Stati Uniti sarà vietata la vendita di componenti alla ZTE, importante fornitore globale di apparati per telecomunicazioni e networking. Inoltre, ai produttori stranieri sarà vietata la vendita di prodotti contenenti una notevole quantità di componenti made in USA della società cinese. Il dipartimento del Commercio ha detto che ZTE prevede di utilizzare una serie di società di comodo “per riesportare illecitamente propri prodotti in Iran in violazione delle leggi sul controllo delle esportazioni degli Stati Uniti”. Si dice che la ZTE abbia agito “in contrasto agli interessi della sicurezza nazionale o della politica estera degli Stati Uniti”.
Date le circostanze, non c’è alternativa alla decisione della leadership iraniana nel migliorare le relazioni con il mondo intero, tranne che con gli Stati Uniti. Attaccare tale politica sembra naturale, ed è anche facilmente comprensibile il motivo per cui Teheran sia riluttante a normalizzare le relazioni con gli Stati Uniti. Non vi è alcun disgelo nelle relazioni bilaterali. Al contrario, i Paesi sono a un nuovo confronto.CZeustxUMAAeJY1La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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