Autonomia curda: Piano B di Kerry o Piano A di Putin?

F. William Engdahl New Eastern Outlook 04/04/20169_9_2014_b-pipes-kurdistan-8201Il 17 marzo delegati di diverse etnie e nazionalità, curdi, arabi, assiri, siriaci, turcomanni, armeni, circassi e ceceni, insieme ai rappresentanti delle Unità di Difesa del popolo o YPG, e delle Unità di difesa delle donne YPJ, dichiaravano formalmente la Federazione del nord della Siria, incorporando 250 miglia di territorio prevalentemente curdo, al confine tra Siria e Turchia. Il 15 marzo, due giorni prima, il Presidente russo Putin ha sorpreso gran parte del mondo annunciando “Missione compiuta” in Siria, ordinando ad aviogetti e personale russo d’iniziare il ritiro. I due eventi sono intimamente connessi.

Obiettivi combinati e contrastanti
L’inizio del ritiro russo e la dichiarazione della regione federale autonoma curda della Siria sono legati, ma non per i media occidentali. E cominciava una fase, nettamente diversa, del vecchio piano del dipartimento di Stato per un nuovo Grande Medio Oriente, annunciato da Condoleezza Rice nel 2003 dopo l’invasione dell’Iraq. Qual è l’esatta natura della sorprendente apparente cooperazione tra Obama e Putin nel ridisegnare la mappa politica della Siria nei confini pre-Sykes-Picot, o almeno nell’imitazione moderna? Sosterranno i russi la neoproclamata Federazione curda nella Siria settentrionale, comportando verso un grande Kurdistan che unisca i curdi di Turchia, Siria, Iraq e Iran? E qual è lo scopo verso la Siria del vicesegretario alla Difesa degli Stati Uniti che negli ultimi giorni loda i successi militari dei curdi siriani? C’è chiaramente un notevole mutamento nel panorama geopolitico del Medio Oriente. La domanda è: per quale scopo?

Cinquecento anni di guerra
Le popolazioni di etnia curda, a seguito della deliberata suddivisione anglo-francese dell’impero ottomano crollato dopo la prima guerra mondiale, ebbero negate la sovranità nazionale. La cultura curda precede la nascita dell’Islam e del cristianesimo, risalendo a circa 2500 anni fa. Etnicamente i curdi non sono arabi o turchi. Sono curdi. Oggi sono in prevalenza sunniti, ma i popoli etnicamente curdi contano 35 milioni di persone suddivise tra quattro Stati confinanti. La lotta contro i turchi, che l’invasero dalle steppe dell’Asia centrale durante la dinastia selgiuchide, alla metà del 12° secolo, fu lunga e travagliata. Nel 16° secolo le regioni curde furono il campo di battaglia delle guerre tra turchi ottomani e impero persiano. I curdi persero, proprio come i polacchi nei secoli scorsi. Nel 1514 il sultano turco offrì ai curdi ampia libertà e autonomia, se aderivano all’impero ottomano dopo la sconfitta dell’esercito persiano. Per gli ottomani i curdi fungevano da cuscinetto contro una futura possibile invasione persiana. La pace tra il sultanato turco e il popolo curdo durò fino al 19° secolo. Poi, quando il sultano turco decise di forzare i curdi dell’impero a rinunciare all’autonomia, nei primi anni del 19° secolo, i conflitti tra curdi e turchi ricominciarono. Le forze ottomane, consigliate dai tedeschi, tra cui Helmut von Moltke, intrapresero guerre brutali per soggiogare i curdi indipendenti. Le rivolte curde contro un sempre più fallito e brutale sultanato ottomano continuarono fino alla prima guerra mondiale, combattendo per uno Stato curdo indipendente da Costantinopoli. Nel 1916 l’accordo segreto anglo-francese Sykes-Picot chiese nel dopoguerra la spartizione del Kurdistan. In Anatolia, l’ala religiosa tradizionale del popolo curdo si alleò con il leader turco Mustafa Kemal, in seguito Kemal Ataturk, per evitare il dominio degli europei cristiani. Kemal andò dai capi tribali curdi a chiedere aiuto nella guerra per liberare la Turchia moderna dalle potenze coloniali europee, in particolare inglesi e greci. I curdi combatterono nel 1922 a fianco di Kemal nella guerra d’indipendenza turca per liberare l’Anatolia occupata e creare una Turchia indipendente dall’occupazione inglese e greca. I sovietici sostennero Ataturk e i curdi contro l’alleanza anglo-greca. Nel 1921 la Francia cedette una delle quattro regioni curde in Siria, bottino di guerra francese assieme al Libano. Nel 1923 alla Conferenza di Pace di Losanna, le potenze europee riconobbero formalmente la Turchia di Ataturk, piccola parte dell’impero ottomano pre-bellico, e cedettero la maggior parte della popolazione curda in Anatolia alla nuova Turchia indipendente, senza garanzie di autonomia o diritti. I curdi iraniani vissero in costante conflitto e dissenso con il governo dello Shah. Infine, il quarto gruppo curdo fu solo assegnato dal Sykes-Picot al dominio inglese chiamato Iraq. C’erano note ricchezze petrolifere presso Mosul e Qirquq. La regione era rivendicata da Turchia e Gran Bretagna, mentre i curdi chiesero l’indipendenza. Nel 1925 la Gran Bretagna ottenne dalla Lega delle Nazioni il mandato sull’Iraq ricco di petrolio compresi i territori curdi. Gli inglesi promisero di permettere ai curdi di avere un governo autonomo, un’altra promessa non mantenuta nella sordida storia delle avventure coloniali inglesi nel Medio Oriente. Alla fine del 1925 il Paese dei curdi, conosciuto dal 12° secolo come Kurdistan, fu diviso tra Turchia, Iran, Iraq e Siria, e per la prima volta in 2500 anni fu privato dell’autonomia culturale.

Mossa sconcertante o mossa astuta?
time-for-an-independent-kurdistan Con tale storia di tradimenti e guerre per sopprimerli, è comprensibile che i curdi siriani oggi cerchino di approfittare del ruolo militare essenziale nella lotta contro lo SIIL nel nord della Siria, lungo il confine con la Turchia. Tuttavia, con il futuro di Bashar al Assad e dello Stato unitario siriano in questione, sembra sconsiderato che i curdi siriani del Rojava dichiarino l’autonomia e rischino la guerra su due fronti contro Damasco e contro i militari di Erdogan che conducono una brutale guerra contro i loro cugini in Turchia. Assad non ha riconosciuto la proclamazione dell’autonomia curda e ne sarebbe assai contrariato. Vi sono notizie di scontri tra unità di difesa popolare curde YPG e truppe dell’Esercito arabo siriano. Si deve tornare sull’annuncio a sorpresa di Vladimir Putin del 15 marzo sul ritiro della presenza militare russa in Siria. Il 7 febbraio un evento curioso ebbe luogo e fu poco notato dai media occidentali. I curdi siriani, rappresentati dal Partito di Unità Democratica (PYD), principale organizzazione politica, furono accolti in Russia per aprire il primo ufficio estero a Mosca. La cerimonia di apertura vide la partecipazione dei funzionari del Ministero degli Esteri russo. Poco noto è il fatto che i rapporti positivi della Russia con i curdi durano da più di due secoli. Dal 1804 i curdi ebbero un ruolo importante nelle guerre della Russia contro Persia e Turchia ottomana. Turchia e Washington rifiutarono d’invitare il PYD ai colloqui di riconciliazione siriani di Ginevra, nonostante la forte insistenza russa ad includerli come legittima opposizione siriana anti-SIIL, dal ruolo decisivo nella sconfitta di SIIL e altre organizzazioni terroristiche nel nord. D’altro canto, Washington rifiuta di cedere alle richieste di Erdogan a che interrompa il sostegno ai curdi siriani. C’è il doppio gioco di Washington su cui la Russia sembra essere intervenuta. Ciò annuncia il grande piano di Washington e Mosca sulla “soluzione bosniaca” per la Siria? A questo punto si assiste piuttosto ad una scaltra mossa di judo di Putin, vecchio maestro di judo, 8° Dan e Presidente Onorario dell’Unione Europea dello Judo. Sembra che la Russia, nonostante il ritiro di aerei e truppe, abbia stabilito la prima “No Fly Zone” in Siria, obiettivo cercato da Pentagono e Turchia, cinque mesi prima, quale passo necessario per rovesciare Assad e il governo siriano e creare un governo debole a presidio di una Siria balcanizzata. Solo che la no fly zone russa ha un ben diverso obiettivo, proteggere i curdi siriani da un eventuale attacco turco. La creazione della Federazione curda nella regione autonoma del nord della Siria, sigilla 250 miglia di porosa frontiera turca dove SIIL e altri gruppi terroristici sono continuamente rafforzati da forze armate e intelligence turche alimentando la guerra dello SIIL. La no fly zone di fatto russa non si ferma qui. Mentre la Russia ritira gran parte dei suoi aerei, negli ultimi giorni Mosca ha chiarito che manterrà la base navale di Tartus e la base aerea di Humaymim nei pressi di Lataqia, così come le avanzate batterie antiaeree S-400 per impedire eventuali attacchi aerei da Turchia e Arabia Saudita sulla regione autonoma curda della Siria. Inoltre, la Russia non ha ritirato i caccia Su-30SM e Su-35 da Humaymim, dimostratisi nelle prime settimane dell’intervento russo abbastanza impressionanti, assieme agli aerei d’attacco a lungo raggio Su-34 che possono attaccare obiettivi in Siria decollando dalla Russia meridionale, se necessario. Anche i missili da crociera russi, dalla gittata di 1500 chilometri (Kalibr) e 4500 km (Kh-101) possono decollare dal Caspio. Il curdo PYD e il suo braccio armato in Siria espandono aggressivamente il territorio controllato lungo il confine siriano-turco. Ankara è allarmata, per usare un eufemismo. Il PYD è una filiale del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Partiya Karkeren Kurdistane) o PKK, in sanguinosa guerra per la sopravvivenza contro l’esercito turco. La Russia riconosce il PKK, che ha sostenuto contro il membro della NATO Turchia, durante la guerra fredda, e il PYD. Il PKK fu fondato dal curdo turco Abdullah Oçalan nel 1978, e fu sostenuto da Russia e Unione Sovietica fin dall’inizio. Le relazioni russo-curde risalgono alla fine del 18° secolo. Negli anni ’80, nel periodo della Guerra Fredda, la Siria di Hafiz al-Assad, padre di Bashar, era uno Stato cliente sovietico e vitale sostenitore del PKK, fornendo al gruppo basi sicure in Siria. E in Siria, il braccio armato del PYD ha ricevuto armi e supporto aereo russi per espandere aggressivamente il territorio che controlla lungo il confine siriano-turco, negli ultimi mesi, quindi non sorprende che a Mosca, e non a Washington, il PYD ha scelto di aprire il primo ufficio di rappresentanza estera. Da quando Erdogan ha interrotto i negoziati di pace con i curdi, prima delle elezioni del 2015, iniziando le operazioni contro di loro, il PKK ha ripreso l’insurrezione contro le forze di Ankara oltre confine, dall’appena dichiarata regione autonoma curda della Siria. Gli attivisti del PKK hanno dichiarato l’autogoverno curdo nella propria regione dell’Anatolia al confine con la Siria, e i combattenti del PKK entrano nelle città scavando trincee e scontrandosi con le forze di sicurezza turche con cecchini, lanciagranate a razzo e ordigni esplosivi improvvisati. Il PKK ha approfittato del crollo del governo di Sadam Husayn, nel 2003, per stabilire il quartier generale in esilio nelle sicure montagne Qandil, nel nord dell’Iraq, nella regione curda irachena del Paese. PKK e Russia hanno sinergie strategiche. Dall’abbattimento turco dell’aviogetto russo alla fine dello scorso anno, nello spazio aereo siriano, la Russia ha drasticamente mutato politica isolando e contenendo la Turchia. Questo ha fatto sì che PKK ed affiliati siriani condividano con Mosca gli stessi nemici nello SIIL e nella Turchia, mentre gli Stati Uniti devono fare attenzione, perché la Turchia è un membro della NATO strategicamente vitale. Collaborando con i curdi, Mosca può continuare la guerra contro lo SIIL, escluso dal cessate il fuoco, quindi un giusto bersaglio, e punire la Turchia nello stesso tempo. A sua volta, ciò permette a Putin di raggirare gli Stati Uniti ancora una volta in Siria e provocare una spaccatura nelle relazioni turco-statunitensi, indebolendo la NATO.

Il presidente israeliano incontra Putin
In questa geometria già molto complessa, interviene Israele. I rapporti tra Mosca e Tel Aviv negli ultimi mesi sono più aperti di quelli tra governo Netanyahu e amministrazione Obama. Immediatamente dopo l’inizio del dispiegamento delle forze russe in Siria, nel settembre dello scorso anno, Netanyahu si precipitava a Mosca per creare un meccanismo di coordinamento tra le forze russe in Siria e l’esercito israeliano. Il 15 marzo, il Presidente d’Israele Reuven Rivlin si recava a Mosca per incontrare Vladimir Putin e discutere di Siria e ritiro delle truppe russe. Secondo i media israeliani, i due hanno discusso del continuo coordinamento tra Gerusalemme e Mosca sulle attività militari in Siria. Nei colloqui con il Primo ministro Medvedev, il governo russo ha anche parlato di aumentare le importazioni di prodotti agricoli israeliani sostituendo quelli turchi sotto embargo. Rivlin ha ricordato i legami nonché il milione di cittadini di origine russa presenti in Israele. I colloqui di Rivlin a Mosca sono stati suggellati dal Primo ministro Netanyahu che presto incontrerà Putin per discutere di Siria e relazioni commerciali. Un funzionario israeliano ha detto ai media che “negli ultimi mesi abbiamo avuto contatti regolari con i vertici russi, e continueranno“.000_DV2227314-e1458142159545Alleanza russo-israelo-curda?
Come con i curdi iracheni, i curdi della Siria partecipano ai colloqui dietro le quinte con il governo Netanyahu per stabilire delle relazioni. Secondo la professoressa Ofra Bengio, a capo del programma di studi curdi dell’Università di Tel Aviv, in un’intervista a The Times of Israel, i curdi siriani sono disposti ad avere relazioni con Israele, così come con la Russia. Bengio ha dichiarato, riferendosi ai capi curdi siriani, “so che alcuni si sono recati di nascosto in Israele, senza pubblicizzarlo“, e lei stessa ha detto di aver avuto contatti personali con i curdi siriani che sarebbero disposti ad avere rapporti. “Come con i curdi dell’Iraq, dietro le quinte. Una volta che si sentiranno più forti, si potrà pensare a relazioni aperte”, aveva detto. Nel 2014, Netanyahu dichiarò: “Dobbiamo… sostenere l’aspirazione curda all’indipendenza“, aggiungendo che i curdi sono “una nazione di combattenti (che) ha dimostrato impegno politico e di essere degna dell’indipendenza”. Quando i curdi iracheni sfidarono Baghdad nel 2015 vendendo direttamente il petrolio della regione curda, Israele ne fu il principale acquirente. I proventi del petrolio permisero ai curdi iracheni di finanziare la lotta per espellere lo SIIL dalla regione. Chiaramente c’è più tra Mosca, Tel Aviv e la neo-dichiarata autonomia curda siriana di quanto appaia. Secondo un blog sull’industria del gas, Israele e Russia sono in procinto di concordare un modus operandi nel Mediterraneo orientale. Israele sarebbe d’accordo per porre fine ai colloqui con l’irregolare Erdogan sulla vendita di gas del giacimento israeliano Leviathan alla Turchia per sostituire Gazprom, che fornisce ancora il 60% del gas ai turchi nonostante le sanzioni. Il blog afferma che l’istituzione militare israeliana “preferisce mantenere una cooperazione militare con la Russia alla possibile vendita di gas israeliano alla Turchia, se danneggiasse gli interessi russi e irritasse Putin”. I negoziati Israele-Turchia su armi e gas israeliani erano sostenuti dal vicepresidente statunitense Joe Biden, il 14 marzo, in un incontro a Tel Aviv con Netanyahu. Secondo la stampa israeliana, Biden ha fatto pressione su Netanyahu per un accordo con la Turchia ponendo fine allo stallo di sei anni nelle relazioni. Secondo Haaretz, Biden ha detto a Netanyahu che il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan è ansioso di concludere l’accordo di riconciliazione con Israele e che Biden stesso era disposto a favorire “in ogni modo possibile” l’accordo tra i due alleati degli Stati Uniti.

Piano B di Kerry?
Se infatti Putin è riuscito a portare Netanyahu a cancellare i negoziati sul riavvicinamento israelo-turco a favore di una più stretta cooperazione con la Russia in settori non ancora noti, saboterebbe enormemente i piani statunitensi per la Siria e l’intero Medio Oriente, e per isolare e indebolire la Russia. Il 23 febbraio, il segretario di Stato USA John Kerry ha detto alla Commissione Esteri del Senato, con una testimonianza schizofrenica, che la Russia ha giocato un ruolo fondamentale nei colloqui di pace di Ginevra e altri, così come nel convincere l’Iran ad accettare l’accordo nucleare. Poi, senza esitare, ha aggiunto una dichiarazione curiosa, “C’è una discussione significativa sul Piano B nel caso in cui non concludiamo al tavolo (dei negoziati)”. Kerry non ha detto altro, neanche sulla balcanizzazione della Siria in regioni autonome, affermando che potrebbe essere “troppo tardi per mantenere unita la Siria se aspettiamo ancora a lungo”. Il ‘Piano B’ di Kerry sarebbe un rapporto del think-tank Brookings Institution di diversi anni fa, scritto da Michael O’Hanlon, che ha ripetuto il suo piano sui media statunitensi. Chiede di dividere la Siria in una confederazione di varie regioni: “una alawita (setta di Assad), sulle coste del Mediterraneo; un’altra curda, a nord e nord-est, vicino al confine con la Turchia; una terza prevalentemente drusa, nel sud-ovest; una quarta costituita da musulmani sunniti; e poi una zona centrale di gruppi mescolati nella cintura più popolosa del Paese da Damasco a Aleppo. L’ultima zona sarebbe probabilmente difficile da stabilizzare, ma le altre potrebbero esserlo più facilmente. Con un tale accordo, Assad dovrebbe infine dimettersi. Come compromesso, tuttavia, potrebbe forse rimanere il leader della regione alawita. Un debole governo centrale lo sostituirebbe”. Quando gli è stato chiesto del riferimento di Kerry a un “Piano B” degli USA, il portavoce di Putin Dmitrij Peskov ha risposto che la Russia si concentra sul ‘Piano A’ affrontando la situazione in Siria. Data la politica bifronte degli Stati Uniti supportando o meno l’autonomia dei curdi siriani, il discorso sul Piano B di balcanizzazione bosniaca della Siria in un gruppo di regioni deboli, il sostegno alla riconciliazione di Erdogan con Israele, le recenti mosse russe sollevano più domande che risposte. La Russia è pronta a rinnegare la promessa consegna degli avanzati sistemi antiaerei S-300 all’Iran e le future relazioni con Teheran, come l’integrazione nella sfera economica Cina-Iran-Russia della Shanghai Cooperation Organization e la costruzione della Nuova Via della Seta eurasiatica economica, per un accordo con Israele contro la Turchia, come alcuni media israeliani suggeriscono? Se no, qual è la vera strategia geopolitica di Putin dopo il ritiro dei militari dalla Siria, il supporto all’autonomia curda e le trattative simultanee con Rivlin? È un enorme trappola sospesa su un Erdogan impazzito che invade la regione curda autonoma confinante, preparando il terreno per costringere la Turchia a cedere l’autonomia anche al PKK e altri curdi turchi? E’ questo l’intento di Washington? Ciò che è chiaro è che tutti i giocatori di questo grande gioco per le ricchezze energetiche della Siria e del Medio Oriente, sono impegnati a ingannare del tutto tutti. La Siria non è neanche lontanamente una pace negoziata onestamente.1024x1024F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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