Petrodollari: i governanti sauditi si preparano all’esilio

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Saudi-Arabia_defence_MapI membri della famiglia reale saudita sembrano prepararsi ad andare in esilio. Hanno venduto più petrolio possibile esportando petrodollari dal Paese. Il prezzo del petrolio in calo non interessa. Chiari segnali arrivano dagli Stati Uniti sui giorni dei clan contati. Nel primo trimestre le esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita sono aumentate del 3,5 per cento rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, riporta Fuelfix. L’anno scorso, circa il 61 per cento delle esportazioni di petrolio saudita andò in Asia. Quest’anno finora il 65 per cento delle esportazioni di petrolio saudita è andato in Asia. Di questo, il 14 per cento è stato esportato verso la Cina. Nel confronto tra i Paesi, gli Stati Uniti sono il mercato più importante per il petrolio saudita. A marzo le esportazioni di petrolio saudita negli Stati Uniti hanno raggiunto un volume giornaliero di 1,28 milioni di barili, un record in undici mesi. A dicembre Oilprice.com ha riferito che l’Arabia Saudita, nonostante il calo dei prezzi del petrolio, aumentava le esportazioni di petrolio. Il Paese vende petrolio a qualsiasi prezzo. Allo stesso tempo, resiste agli appelli alla riduzione della produzione di petrolio. Al contrario, il regno chiede una riduzione della produzione a Russia e Iran, per proprio conto, per la ripresa del prezzo del petrolio. Secondo i media, Riyadh ha voluto danneggiare in particolare Russia e Iran con questa politica, considerati rivali in Medio Oriente. Ma i maggiori danni oggettivamente sono sofferti dal regno stesso. Le riserve di valuta estera del Paese sono diminuite drasticamente a causa del calo dei prezzi del petrolio. Il bilancio dello Stato non può più essere finanziato nel solito modo. Pertanto, tale atteggiamento non può solo essere spiegato con il fatto che l’Arabia Saudita vorrebbe indebolire Russia e Iran. Il regno ha in questi ultimi decenni accumulato petrodollari principalmente in obbligazioni e investimenti statunitensi. Una parte significativa dei fondi a quanto pare è finita nei centri offshore statunitensi come Delaware, Wyoming e Nevada. I Panama Papers confermano che la famiglia reale saudita ha parcheggiato fondi nei paradisi fiscali. Tale processo s’è accelerato con i conflitti in Medio Oriente e l’agitazione nel proprio Paese. La famiglia reale saudita teme un colpo di Stato e a quanto pare si prepara a un futuro in esilio.
L’ex-Capo di Stato Maggiore al Pentagono, Lawrence Wilkerson, ha detto al German Economic News: “Deve essere chiaro che la primavera araba, che io chiamo inverno arabo, non è ancora finita. Re ed emiri di Bahrayn, Arabia Saudita e Qatar ed altri sono spaventati. Il mondo cambia e questi emiri e re sono dal lato sbagliato della storia. I loro giorni sono contati“. L’Arabia Saudita è direttamente coinvolta nei conflitti in Yemen e Siria, che polarizzano la politica interna del Paese. Oltre agli sciiti, ci sono altri gruppi nel Paese che non condividono la politica estera della famiglia reale. Ma ci sono anche critici tra i principi sauditi che sostengono il rovesciamento della monarchia saudita, secondo The Guardian. Secondo costoro, il Regno non è più accettabile perché ha perso legittimità. Defense One ha riferito: “Non c’è assolutamente alcun governo in Arabia Saudita. E’ un luogo instabile, così corrotto da assomigliare ad un’organizzazione criminale e gli Stati Uniti dovrebbero predisporsi per il periodo successivo“. L’aria diventa irrespirabile per la famiglia reale saudita. Peggiore è il conflitto nella regione e più petrolio il Paese vende esportandone successivamente i profitti. Anche il presidente Obama chiede ora “riforme democratiche” a Riyadh. Indicando la necessità di tali riforme per evitare disordini in Arabia Saudita. La stessa retorica che Obama usò poco prima dello scoppio del conflitto siriano nel 2011 contro il governo di Damasco. In seguito scoppiava il conflitto in Siria finanziato dall’estero.640x-1

Collasso imminente: gli Stati del Golfo perdono 500 miliardi di dollari per i bassi prezzi del petrolio
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I bassi prezzi del petrolio scavano un buco enorme nei bilanci degli Stati del Golfo, secondo il FMI. Ciò minaccerebbe il sistema finanziario globale. Nel rapporto sulla regione il Fondo monetario internazionale (FMI) afferma di aver dovuto rivedere al ribasso in modo significativo le previsioni di crescita. La ragione principale di ciò sono i bassi prezzi del petrolio, che comporterebbero gravi carenze nelle vendite e deficit di bilancio nel medio periodo. I calcoli dei fondi si basano sul prezzo medio del petrolio di circa 50 dollari al barile (159 litri), alla fine del decennio in corso.Grafik-e1461770906182Solo lo scorso anno, i proventi del petrolio dei Paesi produttori di petrolio del Medio Oriente sono scesi di circa 390 miliardi di dollari. Nell’anno in corso, il FMI presume un ulteriore calo di altri 140 miliardi di dollari. Così, in soli due anni, i Paesi colpiti, Arabia Saudita, Quwayt, Qatar, Bahrayn, Emirati Arabi Uniti, Oman, Yemen, Algeria, Libia, Iraq e Iran, subirebbero perdite nell’esportazione per mezzo trilione di dollari. Secondo il FMI, in particolare le economie delle monarchie del Golfo, membri del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), soffriranno della caduta dei prezzi del petrolio. Mentre Medio Oriente e Nord Africa registrano una crescita complessiva del 3 per cento quest’anno, il FMI prevede solo una crescita dell’1,8 per cento nelle economie degli Stati del Golfo per quest’anno. L’anno scorso, i Paesi del CCG sono cresciuti del 3,3 per cento, però. Il deterioramento dei prezzi del petrolio avrebbe un impatto devastante anche sulle finanze pubbliche; alcuni governi hanno già parlato e di fatto attuato contromisure, come ad esempio l’introduzione dell’IVA, secondo il FMI. “Molti Paesi hanno compiuto notevoli sforzi per stabilizzare i bilanci. Si sono concentrati principalmente su tagli di spesa, ma anche sulle riforme dei prezzi dell’energia. Per Algeria e CCG, prevediamo ancora un deficit medio del 12,75 per cento del bilancio nel 2016, che rimarrà a circa il 7 per cento nel medio periodo“. Tra il 2016 e il 2020, il FMI si aspetta un deficit di bilancio totale di 900 miliardi di euro in questi Paesi. Tale deficit ha già spinto alcuni Paesi produttori di petrolio ad abbandonare i vecchi privilegi. Così, per la prima volta dal 1990, l’Arabia Saudita ha dovuto riprendere la raccolta dei capitali dal mercato finanziario internazionale. Il maggiore produttore di petrolio del mondo comincia a preparare una strategia per diversificare l’economia in un futuro senza petrolio. Dal punto di vista del FMI questa è la formula giusta: “E’ necessario che tutti i Paesi intensifichino gli sforzi per attuare riforme per migliorare le prospettive economiche, creando posti di lavoro e accrescendo l’integrazione prima che sia troppo tardi“, ha detto il direttore per il Medio Oriente e l’Asia centrale, Masood Ahmed.GCC-MapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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