Il ritorno del Sol Levante. La nuova ascesa militare del Giappone

Del giornalista di Le Monde e docente in varie università di Parigi Edouard Pflimlin, il libro è dedicato a ciò che ha chiama “Nuova ascesa militare del Giappone”.
Edouard Pflimlin, Parigi, Ellipses, 2010, p. 222, € 19,50

Stéphane Mantoux, Clio, 1 novembre 2010

29053808_6654026La politica della Difesa del Giappone dopo la capitolazione del 1945 si basa su una premessa del tutto opposta a quella che prevalse nel periodo precedente. All’espansionismo militare aggressivo con cui il Giappone cercava materie prime e aree necessarie per il suo sviluppo, seguì una posizione difensiva, quando la conquista avviene attraverso il soft power, cioè nel campo economico e culturale. La Difesa era il cuore della politica giapponese tra il 1931 e il 1945, ma divenne secondaria nel Giappone post-bellico. La società degli anni ’30 era in gran parte controllata dai militari: l’esercito post-seconda guerra mondiale è strettamente controllato dal potere civile, in un mondo dove il pacifismo prevale. Da nemici implacabili fino alla resa del 2 settembre 1945, gli Stati Uniti divennero all’improvviso alleati importanti e indispensabili dell’Impero del Sol Levante Tali fattori sembrano quindi indurre una profonda frattura tra la politica della Difesa giapponese prima del 1945 e quella dopo. Ma guardando più da vicino, vi sono alcune continuità. La presenza principale è l’imperativo della sopravvivenza del Giappone: un territorio in posizione strategica ma senza profondità strategica per la difesa. Inoltre: la presenza di una vasta popolazione su una piccola area ne provoca la forte dipendenza dall’estero (di alimentari immediatamente dopo il 1945, per esempio, oggi dal petrolio). Per garantirne la sopravvivenza, riducendo al minimo costi e rischi della difesa, il Giappone scelse dal 1945 di sviluppare forze limitate nascondesi sotto l’ombrello protettivo degli Stati Uniti. Da qui l’autore cerca di rispondere alle seguenti domande: qual è il livello delle forze di difesa? Che ruolo giocano? Il Giappone è in un processo di rimilitarizzazione?Scagliona le risposte in ordine cronologico, corrispondenti alle quattro fasi che secondo lui la politica della Difesa del Giappone ha attraversato dal 1945.
“La rinascita dell’esercito sotto l’ombrello statunitense (1945-1960)”: paradossalmente, infatti, gli statunitensi avviarono la smilitarizzare il Giappone, della sua società e del suo quadro politico. L’articolo 9 della nuova costituzione del Paese, adottata nel 1946-1947, il Giappone vieta l’uso della guerra per risolvere le controversie internazionali. Ma ben presto, con l’ascesa di ciò che sarebbe diventata la guerra fredda, gli statunitensi furono costretti a riconsiderare tale politica. E lo scoppio della Guerra di Corea il 25 giugno 1950 decise che gli Stati Uniti iniziassero il riarmo giapponese. La Polizia della Riserva Nazionale fu creata, base per la formazione del nuovo esercito. Nel 1951, il Giappone firmò un trattato di sicurezza con gli Stati Uniti mitigando le disposizioni dell’articolo 9 della Costituzione. Una legge sull’Agenzia di Sicurezza Nazionale fu adottata nel 1952 stabilendo il quadro per le nuove forze armate, ufficialmente create nel 1954 come Forze di Autodifesa (SDF) strettamente controllate dal potere politico civile. I due pilastri della difesa giapponese sono l’alleanza con gli USA, forte del nuovo trattato del 1960 che impegnava di più gli Stati Uniti nella difesa del Giappone, e le SDF che già contavano più di 200000 uomini.
“SDF e sviluppo ed evoluzione dei concetti della difesa (1960-1976)”: il Giappone iniziò poi una politica di riarmo delle SDF con materiale conseguente, sempre più sofisticato. Tuttavia, le quote di effettivi per le varie armi delle SDF non furono mai completate: si era a corto di personale. Lo sforzo per la difesa rispetto alla ricchezza nazionale era modesto, ben al di sotto ad esempio della Repubblica federale tedesca, un’altra sconfitta nel 1945. L’industria delle armi rinacque timidamente e principalmente all’inizio produceva equipaggiamenti degli Stati Uniti su licenza, prima di iniziare a sviluppare prodotti originali. Ma l’industria restava marginale nell’economia giapponese. Il ruolo delle SDF fu all’inizio resistere il più a lungo possibile contro una possibile invasione (ritenuta sovietica o cinese) in attesa dei rinforzi degli USA. Le forze di terra furono concentrate sull’isola di Hokkaido, ritenuta la più esposta. Con il cambiamento di strategia degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam, il Giappone ne fu interessato dovendo contare meno sulla potenza statunitense e mutando politica di difesa. I documenti ufficiali sottolineano di più la ricerca di un’autonomia militare e la protezione delle rotte marittime, non interessate dal trattato con gli Stati Uniti. Con la graduale parità militare raggiunta tra le superpotenze negli anni ’70, il Giappone adottò un programma di difesa nel 1976 che, per la prima volta, previde di respingere più a lungo aggressioni esterne. L’obiettivo delle SDF in quel contesto era acquistare prodotti più efficienti per sostenere una difesa maggiore in caso di conflitto. Con la ratifica del Trattato di non proliferazione nucleare, nello stesso anno, il Giappone escluse dal quadro le armi atomiche.
“Le contrastate ambizioni all’indipendenza (1976-1992)”, si criticò il sistema di difesa giapponese, mentre le minacce estere divennero più chiare assieme alle richieste degli Stati Uniti al Giappone di sostenere ulteriormente la propria difesa. Le critiche interne erano dovute ai vertici delle SDF che consideravano le proprie forze inadeguate a respingere un attacco sovietico. E tanto più che il sistema sovietico nel Pacifico migliorava notevolmente tra la fine degli anni ’70 e la caduta dell’URSS; inoltre, l’arrivo nel 1976 di un pilota sovietico disertore a bordo di un MiG-25 Foxbat, senza precedenti per gli occidentali, su un aeroporto in Giappone, evidenziò i difetti nella difesa aerea del Paese. Su questi problemi, in particolare l’aspetto concreto della minaccia sovietica, i giapponesi mutarono opinione fino a poco prima indifferenti od ostili alla difesa e al ruolo delle SDF. Tutti i partiti politici, tranne il partito comunista, riconobbero la necessità delle SDF e del trattato con gli Stati Uniti. Il Giappone, su richiesta dell’amministrazione Reagan, aumentò l’impegno finanziario per la difesa e iniziò una politica d'”internazionalizzazione” per sottolineare i suoi legami con il campo occidentale (supporto agli Stati Uniti durante la crisi dei missili europei per esempio, nel 1983). Il Paese supportò anche il trasferimento di tecnologia a favore degli Stati Uniti in campo militare. Questa ascesa militare del Giappone avviene tra tensioni per l’aumento delle forze sovietiche, loro miglioramento nel Pacifico e per il contenzioso sulle isole Curili occupate dal 1945 dall’URSS. Due altre minacce crebbero nel ’80: la Cina che cominciava la politica di apertura economica e una timida modernizzazione militare, e in particolare la Corea democratica che cercava di sviluppare armi atomiche. Nel 1991, il bilancio della difesa giapponese salì al 6 posto nel mondo, ma rimase relativamente piccolo rispetto alla ricchezza del Paese. L’esercito giapponese rimane di piccole dimensioni e non ha alcuna vera forza a causa delle limitazioni imposte. Il concetto di autodifesa, però, fu rivisto soprattutto nel campo aeronavale, rispondendo alle nuove esigenze del momento. Inoltre, il Giappone affrontava gli Stati Uniti, negli anni ’80, con una competizione economica, per non parlare della rinascita del nazionalismo giapponese che si manifestava con dichiarazioni controverse sul recente passato e in alcuni libri di testo. Parte dei giapponesi riteneva giusta anche una maggiore autonomia dall’alleato statunitense. Gli Stati Uniti, in risposta, bloccarono qualsiasi tentativo dei giapponesi di sviluppare una troppo sofisticata tecnologia militare, così da mantenerne la dipendenza dai trasferimenti tecnologici o di materiale. Il Giappone diventa una potenza economica mondiale, anche se difficilmente vuole uscire dal sistema di difesa tradizionale imposto nel 1945: la partecipazione non effettiva alla guerra del Golfo fu fortemente criticata dagli Stati Uniti. Perciò il Giappone permise ai suoi soldati di contribuire alle missioni di pace delle Nazioni Unite nel giugno 1992. L’alleanza con gli Stati Uniti continua, ma in un contesto diverso, con la fine della guerra fredda e la caduta dell’URSS.
“Un esercito più internazionalizzato e più attivo (1992-2010)”, i soldati giapponesi furono coinvolti in alcune missioni delle Nazioni Unite (Cambogia, Timor Est), ma ciò rimase trascurabile. Tuttavia, il Giappone entrò nella guerra al terrorismo dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001: la flotta giapponese e una parte dell’aeronautica fornirono supporto logistico alle operazioni in Afghanistan, assai controverse nel Paese. Un contingente di diverse centinaia di uomini fu poi schierato in Iraq tra il 2004 e il 2007, prima di essere ritirato. Questi impegni dimostrano che il Giappone cerca di dare esperienza operativa alle SDF, integrandole di più nel sistema di comando degli Stati Uniti. Lo tsunami del 2004 nel Sud-Est asiatico vide l’intervento delle SDF con una missione non militare. Tali operazioni almeno inizialmente ebbero il sostegno dell’opinione pubblica. Una forza di reazione rapida venne creata nel marzo 2007 per affrontare qualsiasi evenienza. Il Giappone rafforzava anche i legami con gli Stati Uniti per contrastare la minaccia immediata, la Corea democratica con armi nucleari e che effettuava lanci missilistici regolari o incursioni navali nelle acque giapponesi. Un’altra minaccia crescente era quella della Cina, con cui le rivendicazioni sulla ZEE sono molto vivaci, mentre la Russia riapparve a nord del territorio giapponese. Il Giappone è ancora un’importante base degli USA nel Pacifico e collabora strettamente con essi nella difesa missilistica: aveva già partecipato alle “Star Wars” dell’amministrazione Reagan. Ma aveva anche sviluppato stretti legami con altri Paesi della regione del Pacifico come l’Australia.
siberie_chine_japon “Rimilitarizzazione” parziale e limitata da numerosi vincoli: Quali sono le recenti tendenze della difesa giapponese? Le SDF sono state modernizzate, hanno equipaggiamenti sempre più migliorati, sviluppano forze di proiezione e creano unità adattate alla difesa contemporanea (forze speciali, dispositivi contro minacce terroristiche, protezioni NBC, ecc). Il Giappone quindi rientra nella “rivoluzione negli affari militari” sostenuta da alcuni negli Stati Uniti. La minaccia coreana spinge a chiedere altri equipaggiamenti offensivi, anche se il Giappone mostra capacità di risposta a lungo raggio partecipando alla task force della lotta alla pirateria somala (aprile 2009). Un contingente delle SDF ha partecipato anche alle operazioni di soccorso del terremoto di Haiti (gennaio 2010). Tuttavia, il pubblico giapponese rimane ostile al dispiegamento di truppe nelle zone di guerra. Eppure la difesa giapponese cambia con la creazione di un vero ministero nel 2006 sostituendo l’Agenzia della Sicurezza Nazionale, segnando la fine del controllo dei civili sui militari. Il Giappone cerca anche di distinguersi dagli Stati Uniti e cerca un’alleanza più equilibrata: la questione del mantenimento delle basi degli Stati Uniti sul suolo giapponese, soprattutto ad Okinawa, resta molto sensibile anche se il Paese ha terminato l’appoggio logistico alla coalizione in Afghanistan nel gennaio 2010. Tuttavia, contribuisce finanziariamente, in un altro modo, a ricostruire il Paese. Ma il Giappone inoltre sviluppa propri satelliti per liberarsi dalla dipendenza degli Stati Uniti. Tuttavia, diversi fattori limitano la ricerca dell’autonomia: la posizione geografica del Giappone, le tensioni con la Russia per le isole Curili e quelle sulle acque territoriali con la Corea del Sud e la Cina. Inoltre, l’opinione giapponese verso la difesa è in continua evoluzione, come sul nucleare, in particolare dopo il test della Corea democratica nel 2006. Ma l’arrivo di un governo alternativo nel 2009 con la vittoria del Partito Democratico ha ristretto il bilancio delle SDF: la difesa non è la priorità dell’allora nuovo governo. L’articolo 9 della Costituzione ostacola lo sviluppo delle SDF e la loro missione, ed è improbabile che sia rivisto anche se c’è il problema dell’invecchiamento della popolazione giapponese, un altro vincolo per le dimensioni delle Forze Armate del Paese. Il Giappone dovrebbe mantenere l’alleanza con gli USA per affrontare le sfide.
In conclusione, l’autore sottolinea che il Giappone ha rafforzato il potenziale militare, ma è ancora lungi dall’essere una potenza militare, limitata da vincoli istituzionali, politici, economici, ecc. Il termine “militarizzazione” del Giappone si presta a discussioni, come è chiaro. L’alleanza degli Stati Uniti rimane di vitale importanza per il Paese, ma non impedisce che venga messo in discussione. Un’inversione delle alleanze verso la Cina, con cui il Giappone condivide interessi comuni, non è esclusa, secondo alcuni specialisti.
L’analisi è solida ma si basa principalmente su fonti grezze, documenti ufficiali, atti normativi o dichiarazioni politiche: A volte, la storia soffre perché la lettura di tali commenti può essere ridondante. Se ci sono numerose tabelle statistiche, dispiace non vedere mappe nel libro, mentre il soggetto lo richiede. Alcuni aspetti, come ad esempio i materiali utilizzati dall’esercito giapponese, meritano maggiore studio. In ultima analisi, è un libro introduttivo che richiedere l’integrazione da letture supplementari, che non mancano (in francese) essendo molte altre opere pubblicate negli ultimi due anni sullo stesso tema. Si noti inoltre che l’editore non ha fatto alcuno sforzo speciale editoriale e di correzione delle bozze (molti errori di ortografia e di battitura, ecc): è un peccato, perché ne danneggia la qualità complessiva.Flag_of_JSDF(20070408)Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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