Ecco perché costruire un Partito Comunista Italiano è tempo perso

Alessandro Lattanzio, 7/6/2016

Togliatti-638x425La più grossa battaglia di nazionalizzazioni in Italia è stata quella dell’energia elettrica con il centro-sinistra, ma non direi nemmeno che si stato un nostro cavallo di battaglia. Lo fu piuttosto di Riccardo Lombardi e della sinistra socialista. Eravamo ben d’accordo, intendiamoci, ma non è che ci siamo sentiti obbligati perché le nazionalizzazioni erano un cardine di tutto il sistema sovietico! Noi non abbiamo mai sostenuto una programmazione centralizzata del tipo di quella sovietica. Anche quando in Italia è venuta in campo la questione della programmazione, ci siamo mossi sempre con molta attenzione: la nostra parola d’ordine fu quella della programmazione democratica”. Alessandro Natta intervistato da Mario Spinella in “Togliatti protagonista della democrazia italiana”, Il Calendario del Popolo, n° 567, luglio 1993.
“Programmazione democratica”, ovvero concordare la politica economica italiana con FIAT, Pirelli, Riva, ecc. ecc. Ecco questo era il Partito Comunista Italiano, senza orpelli. La programmazione economica, secondo Togliatti e Natta, non era compito del partito comunista italiano. Quindi, cosa rendeva ‘comunista’ tale partito, allora? Non ci è data la risposta, perché appunto il controllo dell’economia, della macroeconomia a livello statale è ciò che caratterizza un partito comunista, e non le relative fisime moraliste su “le mani pulite” o la propria “diversità”, come andavano strombazzando i vari gerarchi berlingueriani e post-berlingueriani negli anni ’80 e ’90. Prodromi del cretinismo anti-berlusconico dell’Italia forco-bacchettona dei Moretti-Travaglio. Una volta rinunciato a controllare la leva economica di una realtà, un partito comunista non può più esistere. Quindi è stato logico abbandonare un titolo ingannevole, che pur tuttavia continua ad ingannare a tutt’oggi. E infatti, il 26 giugno a Bologna verrebbe, nientedimeno, ricreato il Partito Comunista Italiano, in risposta alla frantumazione della sinistra italiana (qualsiasi cosa sia tale sinistra). Infatti, chi appare entusiasta della cosa, infilerebbe nel “partito comunista italiano” un po’ di tutto: Fassina, Airaudo, Partito Comunista di Rizzo, SEL, Rifondazione, Sinistra Italiana, Partito Comunista dei Lavoratori, le liste civetta di ciò che resta del PRC e del PdCI e perfino un redivivo Partito Comunista d’Italia… Ripetendo l’errore che fu del Partito Comunista nel 1921, e poi di Rifondazione Comunista nel 1991: creare dei partiti comunisti rappattumando frazioni e fazioni politiche provenienti da svariate e divergenti forze politiche: anarchici, socialisti, socialdemocratici, pacifisti, liberali radicali, ecc. Tutte forze che non si compattarono mai, se non per mano amministrativa esterna durante il trionfo dello stalinismo. Ma oggi, voler ripetere tali esperienze, con l’illusione di ricreare un “Partito Comunista Italiano” percepito in modo a-storico e mitologico, senza conoscerne la vera storia (Bordiga, chi era costui? Il settario della demonologia gramsciano-togliattiana o ben altro?) e la funzione autentica che il PCI svolse in Italia (sostegno al grande capitale monopolistico italiano, da Agnelli a Berlusconi…) può solo comportare l’eterno ripetersi delle solite catastrofi “non immaginabili” nel 1989, e delle solite farse “non immaginabili” come il bertinottismo trionfante degli anni 1993-2009.
barattoCome ho già detto, un eventuale ‘comunismo italiano’ è esistito nel 1943-1948. Poi vi fu solo un partito che esibiva un ‘brand’ in occasioni elettorali. Un ‘brand’ il cui valore in Italia era sorretto dal prestigio dell’Unione Sovietica presso i militanti di base, i lavoratori, ecc. Ma a cui i quadri e i dirigenti del PCI sostanzialmente non credevano. E quando crollò il Blocco Sovietico, i capi e i quadri del PCI furono sollevati; finalmente poterono liberamente e apertamente proclamare integralmente ciò che avevano adottato solo nella prassi da sempre, una politica filo-capitalista, liberale o financo liberista. Una linea politica che avevano attuato pienamente con le Cooperative, ad esempio costruendo nei primi anni ’80 la base missilistica statunitense di Comiso… passo concretamente politico-economico adottato dai vertici del PCI, dopo le berlingueriane sparate alla vasellina su “La fine della spinta propulsiva della rivoluzione d’Ottobre” e “la sicurezza che da l’ombrello della NATO”, propedeutiche appunto, allo sganciamento finanziario definitivo dall’URSS e all’adesione ai succosi contratti con la NATO, nel fatidico anno 1978. E quindi, con la Bolognina della testa di turco Occhetto, l’apparato burocratico-imprenditoriale piccista poté sbarazzarsi della zavorra marxista o comunista, e procedere apertamente e con pieno sollievo ad attuare a livello nazionale ciò che faceva da decenni a livello locale. Punto. Il PCI non poteva non trasformarsi nel PDS, e oggi nel PD. Togliatti non poteva che generare Berlinguer e Napolitano, e Berlinguer e Napolitano non potevano che generare i Veltroni, i Dalema, i Vendola, i Renzi e i Fassina…
Il resto, i resti, dell’illusione spezzata, il milione circa di votanti fedeli al defunto PCI, confluirono con le altre sinistre fallimentari italiane (dal Manifesto a DP) nella cloaca sterilizzante del Partito della Rifondazione Comunista, un campo di sterminio per gli ultimi sostenitori dell’ideologia e della cultura comunista e/o marxista, o presunta tale. Il risultato è quello che si vede oggi, uno sfarfallio di microsette e partitini elettorali di quartiere che non avranno mai alcun peso, soprattutto perché espressioni di segmenti ideologici che neanche hanno idea di cosa sia stato il proprio passato, la propria storia.
Errare è umano, ma perseverare… è da cretini.Partito_Comunista_Italiano_-_Walter_Veltroni_+_Achille_Occhetto

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2 Responses to Ecco perché costruire un Partito Comunista Italiano è tempo perso

  1. carmen berta says:

    Personalmente intendo un Partito Comunista rivoluzionario, che non è mai stato il PCI (da Togliatti in poi) certo non intendiamo un partito come quello che fu….Carmen Berta

    Date: Tue, 7 Jun 2016 14:07:32 +0000 To: cocoska@hotmail.it

  2. roberto176 says:

    Questo articolo apre a molte precisazioni che alla fine potrebbero far rivedere alcune posizioni. Definire comunista Napolitano è senz’altro un azzardo. Ecco un piccolissimo stralcio dei suoi scritti. «L’Operazione Barbarossa civilizza i popoli slavi: dato che il nostro sicuro Alleato [è] lanciato alla conquista della Russia vi è la necessità assoluta di un corpo di spedizione italiano per affiancare il titanico sforzo bellico tedesco, allo scopo di far prevalere i valori della Civiltà e dei popoli d’Occidente sulla barbarie dei territori orientali.» (Giorgio Napolitano – “BO’ “, Luglio 1941, giorn. univ. del GUF di Padova). Difficile definire comunista un simile personaggio. In realtà G. Magaldi, nel suo libro “Massoni, la scoperta delle Ur-lodges” ne documenta l’appartenenza alla massoneria. Credo sia un azzardo anche definire comunista W. Veltroni, la cui appartenenza al gruppo Bilderberg è nota. Forse sarebbe meglio definirli “infiltrati”. Mi si consenta un’ultima nota: Leo Zagami, personaggio controverso ma sicuramente ben informato, durante il convegno di Roviano del 2012 rivelò che M. D’Alema era iscritto alla P2 e il suo nome era contenuto nella parte di lista tenuta segreta. Potrei continuare ancora con nomi e cognomi di dirigenti Pci che nulla avevano a che fare con Marx bensì con a Cia.

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