Vasil Bilak: un combattente indomito del fronte marxista–leninista

Luca Baldelli

Vasil Bilak

Vasil Bilak

La Primavera di Praga, cosparsa degli incensi dei giornali borghesi e padronali, è diventata un mito e dei miti, si sa, è arduo e spesso pure rischioso discettare. Quella dipinta come una svolta tragicamente repressa verso il “socialismo dal volto umano” fu, in realtà, una rivoluzione colorata ante litteram, orchestrata e diretta dalle centrali del potere imperialista e sionista, ansiose di colpire gli anelli deboli della catena del socialismo reale, o quelli che a torto venivano avvertiti come tali, per sganciarli e portarli sotto la soffocante collana del capitalismo. Non è certo un caso che Dubcek sia stato riconosciuto da più parti come un agente occidentale e che il magnate Soros, impegnato in progetti di sovversione mondiali contro governi nazionalisti, antimperialisti e marxisti, abbia inondato di dollari, negli anni ’70 e ’80, gli antichi e suggestivi vicoli di Praga per foraggiare il gruppo “Charta 77” e altri cenacoli anticomunisti e mondialisti, numi tutelari dello spirito della Primavera di Praga del 1968. Soros e la CIA marciavano in tal senso uniti, in particolare fidando sulla collaborazione dell’organizzazione “no profit” denominata “National Endowment for Democracy”, emanazione di ambienti influenti del potere USA, impegnata in progetti di destabilizzazione soprattutto in Cina (Xinijang), Iran e Centro America.
La vita è sempre stata dura, in Cecoslovacchia come in occidente, per chi, con maggiore energia, determinazione e lucidità, ha denunciato le trame imperialiste, sioniste e antisocialiste nascoste dietro l’operato a parole “riformatore” e “libertario” di Dubcek. All’interno del Partito Comunista Cecoslovacco, anche dopo la salutare reazione internazionalista, popolare, democratica e militare avvenuta nell’agosto del ’68 e dall’occidente deprecata come “aggressione”, la linea maggioritaria, quella di Gustav Husak, si contraddistinse per un equilibrio che, se da un lato fu positivo, in quanto consentì 20 anni di stabilità, riforme reali (vedi il potenziamento dell’assetto federale e la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese), dall’altro non recise, come sarebbe stato giusto, i molteplici intrecci che personaggi infidi e disfattisti, legati a doppio filo alle centrali imperialiste e ai circoli della “Primavera di Praga”, continuarono a conservare col Partito e l’apparato statale, fino a diventare gli araldi della restaurazione capitalista e borghese del 1989. Tra le figure dimenticate, poco o scarsamente conosciute, che prima combatterono contro il gruppo dubcekiano e poi misero costantemente in guardia contro una tolleranza degna di miglior causa verso elementi non fidati negli apparati dello Stato e del Partito per venti lunghi anni, possiamo certamente annoverare Vasil Bilak. Nato da famiglia di etnia rutena nel 1917, nel piccolo villaggio di Krajna Bystra, Vasil Bilak entra giovanissimo, a 19 anni, nelle organizzazioni di massa del Partito Comunista Cecoslovacco e, nel 1945, nel Partito stesso, organicamente. Il leader comunista del tempo, il grande Klement Gottwald, falegname di schiette origini proletarie, ammira il giovane Bilak e ne promuove l’ascesa, in armonia col suo impegno riconosciuto da tutta la base e dai quadri del Partito. A partire dagli anni ’50, compiuti gli studi presso l’Alta scuola di politica del KSS (questa la sigla del Partito Comunista Cecoslovacco), Bilak ricoprì ruoli di peso nel Comitato centrale del Partito, nell’Assemblea Nazionale e nel Governo. Emarginati Novotny e i suoi accoliti dalla conduzione del Partito e dello Stato, al montare delle trame revisioniste, antisocialiste e antisovietiche del gruppo dubcekiano, Bilak divenne uno dei punti di riferimento principali di quanti intendevano conservare, innovandolo, il volto socialista e popolare della Repubblica cecoslovacca. Dinanzi a provvedimenti e scelte che scioglievano la Milizia operaia, destrutturavano scientemente la presenza del Partito nella società, riducevano o azzeravano il ruolo degli organi del potere popolare nei media, Bilak fece sentire alta e forte la sua possente voce di combattente della classe operaia e della causa internazionalista. In quei mesi duri, inquietanti, violenti, del 1968, con squadre di estremisti di destra che rialzavano la testa e puntavano alla destabilizzazione totale del sistema, Bilak non lasciò campo libero a nemici esterni e infiltrati nei gangli dello Stato, ma si organizzò assieme ad altri per respingere i tentativi di rovesciamento dell’ordine socialista cecoslovacco.
bilak_201402061146194I cantori in malafede delle “magnifiche sorti e progressive” della Primavera di Praga, con la voce velata di rimpianto per quel che sarebbe potuto essere e non fu, hanno sempre parlato di Jan Palach (dinanzi alla cui memoria serve il massimo rispetto, ma anche la più chiara comprensione del suo ruolo di strumento, in mano a una setta di fanatici che lo spinse a compiere il terribile gesto finale), di carri armati del Patto di Varsavia, di repressioni, ma mai una parola sul terrorismo, sulle intimidazioni, sulle violenze, sulle manovre golpiste dei dubcekiani e degli elementi antisocialisti e antioperai attuate prima dell’ingresso nella Nazione delle forze armate dei Paesi socialisti, schierate a difendere e puntellare il sistema che liberamente, e a prezzo di vite umane, la Cecoslovacchia popolare si era data. Nessuna parola sulle bastonature di operai fedeli al Partito in alcune importanti fabbriche di Praga; nessuna menzione degli episodi di violenza contro militanti comunisti, sindacalisti, quadri in tutto il Paese; nessun cenno alle esaltazioni del sionismo e delle sue aggressioni militari in Medio Oriente nelle radio e nei giornali dei “riformisti”; nessuno squarcio di luce sulle attività degli agenti stranieri sionisti e imperialisti nel Paese. L’evento centrale della trama storica qui narrata, ovvero l’ingresso dei carri armati del Patto di Varsavia, ci è sempre stato raccontato come un’invasione, un sopruso, un atto di guerra contro un Paese sovrano. In realtà, quell’azione, concordata dal livello politico della maggior parte dei Paesi socialisti, ebbe un contenuto di schietta e fraterna solidarietà internazionalista e, se da un lato eliminò i maneggi e le trame dei centri di potere vicini ai fautori di un finto “socialismo dal volto umano” che era in realtà restaurazione capitalista, dall’altro non significò il ripristino di pratiche politiche vecchie, ossificate e stantie, ma al contrario rappresentò un fattore propulsivo importante per un rinnovamento dello Stato, dei suoi assetti istituzionali, del suo potenziale economico e della sua base sociale. Bilak, amante del rinnovamento perché intimamente legato alla dottrina dialettica, viva e feconda del marxismo–leninismo, appoggiò convintamente il soccorso internazionalista dei Paesi del Patto di Varsavia, venendo pure accusato, maldestramente, di aver scritto una lettera a Breznev sollecitante l’“invasione”: nessuna lettera vi fu mai, in realtà, se non un falso, una patacca della cui natura si accorse perfino l’anticomunista Havel, quando l’ubriacone Eltsin gli propinò un canovaccio malamente dattiloscritto. Quella patacca rappresentò il grimaldello per mettere sotto inchiesta, dopo il 1989, Bilak e con lui tutta la vecchia guardia del Partito, o meglio le persone a lui più vicine (alcune delle quali decedute da tempo): Alojz Indra, Drahomir Kolder, Oldrich Svestka e Antonin Kapek. Accampata l’autenticità del falso, la condanna per alto tradimento della Nazione diventava la logica conseguenza. I tribunali del dopo ’89 si aggrapparono a cavilli e perizie discutibili, fino al ridicolo, per dimostrare la colpevolezza di Bilak e degli altri, ma il tutto si concluse in un nulla di fatto, a riprova della malafede degli inquirenti. Il tutto era mirato a mascherare l’impoverimento delle masse popolari dopo la “svolta” del 1989 e la restaurazione del capitalismo, con una Cecoslovacchia in via di disgregazione (nel 1993 avverrà la divisione tra Repubblica Ceca e Slovacchia) e sempre più boccone prelibato nelle fauci delle multinazionali e delle banche internazionali, desiderose di fagocitare il potente apparato produttivo che i comunisti avevano costruito in decenni di impegno e lavoro per il popolo. Si voleva colpire chi, anche nei venti anni di pace e stabilità sotto l’egida di Husak, non aveva mai abbassato la guardia e, anzi, aveva sempre eretto un muro contro ferventi dubcekiani ancora presenti nel Partito e negli apparati dello Stato. Non dimentichiamo che, a pochi mesi dall’intervento internazionalista dei Paesi del Patto di Varsavia, precisamente il 28 marzo 1969, l’Ufficio della compagnia aerea sovietica “Aeroflot” fu messo a soqquadro nel centro di Praga da teppisti anticomunisti, i quali contavano sulla compiacenza di una parte dell’apparato di sicurezza. La StB, ovvero il servizio segreto cecoslovacco, era profondamente infiltrata da elementi antisocialisti o dubcekiani e non fu semplice la necessaria operazione di pulizia, concretizzatasi nell’allontanamento di diversi agenti, poliziotti, funzionari. Questi soggetti erano spesso in contatto con formazioni trotskiste occidentali, nemiche del socialismo reale e teleguidate da circoli mondialisti.
evil-george-soros La destabilizzazione della Cecoslovacchia socialista fu un punto fermo della strategia occidentale per tutti gli anni ’70 e ’80, dall’appoggio offerto a gruppi eversivi alla diffusione di notizie false circa il sostegno di Praga al terrorismo “rosso”, passando per il finanziamento di gruppi di dissidenti anticomunisti e legati all’imperialismo. Un documento della CIA del 4 febbraio 1987, reso noto da Wayne Madsen di “Infowars”, è a tal proposito sconvolgente e dimostra come quelle di Bilak e di altri non fossero paranoie, ma lucide intuizioni sul ruolo della massoneria internazionale e del capitale nelle trame dirette contro la Cecoslovacchia socialista: in quel documento si mette in relazione Soros con vari attentati avvenuti nel Paese contro edifici del Partito. Mentre avveniva tutto ciò, Bilak e i compagni a lui più prossimi venivano avvertiti sempre più come residui di un passato che non voleva passare, anziché come risorse e come testimoni di tempi che stavano pericolosamente per ritornare. Dal 1968 al 1988, Bilak fu Segretario del KSS per le questioni relative all’ideologia e alla politica estera: da questa postazione, egli condusse una lucida analisi sui rapporti di forza a livello internazionale e sul pericolo derivante da approcci estranei alla dottrina marxista–leninista, e non in nome di una sorta di dogmatismo sterile, ma in nome della difesa necessaria dello spirito di una dottrina creativa, multiforme, strumento potentissimo per la fuoriuscita dei ceti subalterni dallo sfruttamento capitalista. La guida del Partito, nel 1988/89, con il progressivo disimpegno di Husak, divenne terreno di conquista di elementi non certo fidati e schiettamente fedeli al marxismo–leninismo; elementi che, col loro operato, porteranno allo scioglimento, senza colpo ferire, del Partito, lasciando all’abbandono milioni di militanti e onesti lavoratori. Avvenuto il rovesciamento del potere socialista in Cecoslovacchia, come abbiamo visto, per Bilak si aprirono tempi non semplici: l’ostracismo, la persecuzione giudiziaria, la vigliaccheria, lo spirito di rivalsa di tanti personaggi disonesti e legati all’imperialismo, rappresentarono la cifra della nuova era verso i sinceri militanti marxisti–leninisti, quelli più coriacei e determinati, che non avevano riconosciuto come legittimo un cambio di governo teleguidato dalle centrali imperialiste. Scriverà molto, Bilak: articoli, riflessioni, ricordi poi confluiti in due interessanti volumi di memorie, che in occidente ci si è ben guardati dal tradurre. E si può ben capire perché, visto il carattere scoperto di certi nervi… In un passo, ad esempio, il militante comunista, ripercorrendo le tappe dell’intervento internazionalista del 1968, scrive: “Non ho mai avuto problemi con gli ebrei e tra essi conservo sincere amicizie. Molti di loro sono patrioti e membri sinceri del Partito, onesti e laboriosi. Altra questione i sionisti. Essi sono feroci nemici del progresso, sostenitori dell’imperialismo, del razzismo e nemici non solo dell’Unione Sovietica, ma anche del popolo ebraico”. Nel 2014, il tenace combattente marxista–leninista passerà a miglior vita, con la serenità e la consapevolezza di aver servito sempre il popolo, la classe operaia, la causa internazionalista, nel migliore dei modi.
Di personaggi come Vasil Bilak ci sarebbe bisogno oggi, in una fase in cui il capitale mostra il suo volto più feroce e spinge potentemente verso una guerra mondiale, distruttiva come non mai. La rinascita della Russia, il rafforzamento nel mondo delle posizioni cinesi, rappresentano una garanzia necessaria e vitale per impedire il malaugurato scenario, ma ciò non basta: le avanguardie debbono impegnarsi e costruire un vasto fronte di liberazione dall’imperialismo e dal sionismo, secondo gli insegnamenti di Bilak e di tante altre figure messe nel dimenticatoio da chi, ad un tempo, le classifica superate e le teme in cuor suo perché attuali.

Sede dell’Aeroflot di Praga, devastata dai teppisti anticomunisti il 28 marzo 1969.

Sede dell’Aeroflot di Praga, devastata dai teppisti anticomunisti il 28 marzo 1969.

Referenze bibliografiche e documentali:
Wayne Madsen, “CIA links top Hillary donor George Soros to terrorist bombing”, in “ Infowars “. Traduzione italiana, 25 maggio 2016
Vasil Bilak: “Pameti” (“Memorie”), 1991
Mary Pace: “Piazza Fontana. L’inchiesta: parla Giannettini” (Curcio, 2008). Nonostante l’anticomunismo del personaggio, è una lettura utile nella parte in cui racconta della presenza di elementi sionisti nelle trame della Primavera di Praga (pgg. 108/109).

One Response to Vasil Bilak: un combattente indomito del fronte marxista–leninista

  1. roberto176 scrive:

    questo è un articolo veramente interessante. Certo che, col senno del poi, tutti i conti tornano….ma allora le cose non erano assolutamente chiare e i complottisti di la da venire. Personalmente il mio battesimo di complottista risale al 1969, nel mese di dicembre, quando Giuseppe Pinelli fu assassinato nei locali della questura di Milano. Cmq grazie per l’articolo. Termino con una considerazione: ogni “regime change” può avvenire sono grazie al tradimento di qualcuno o grazie all’infiltrazione di agenti al soldo delle bande massoniche criminali.

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