Il “Pivot in Asia” degli Stati Uniti ruota nel panico

Tony Cartalucci LD 20 giugno 2016

thediplomat_2015-04-27_17-27-21-553x360La politica estera statunitense in Asia-Pacifico s’incentra nel cosiddetto “pivot in Asia”, inizialmente adottato come presunto mezzo degli Stati Uniti per rafforzare i legami con l’Asia, ma gradualmente rivelatosi l’ultimo passo nel tentativo pluridecennale di circondare e contenere la Cina subordinando sovranità socio-economica e politica dei suoi vicini, mantenendo ciò che i politici degli Stati Uniti chiamano “primato americano sull’Asia”. Non sorprende quindi che le nazioni dell’Asia abbiano risposto negativamente al “pivot”. Ciò che gli Stati Uniti hanno ottenuto, lo è stato attraverso coercizione, sovversione politica e anche il terrorismo, e questo davanti a una popolazione asiatica sempre più geopoliticamente consapevole. Eppure, nonostante ciò, gli Stati Uniti sembrano ancora contrastare il desiderio generale dei Paesi dell’Asia di collaborare tra essi e di fare “perno” verso centri alternativi di potere, Pechino, Mosca e non solo.

Politici nel panico
Il giornale thailandese Bangkok Post recentemente ha preso posizione quasi interamente pro-Washington, Londra e Bruxelles. Invia regolarmente editoriali a sostegno dei vari interessi statunitensi ed europei. Un recente editoriale, pubblicato dal noto tifoso di Washington Achara Ashayagachat, intitolato “Nonostante i vantaggi, la Cina è ancora secondaria rispetto all’occidente, dicono gli analisti“, afferma: “Il governo militare thailandese può complicare e indebolire la posizione dell’ASEAN nel contesto della sicurezza internazionale, ma gli atti compiuti finora dalla giunta non vanno intesi come passaggio dal campo occidentale ad alleato della Cina, avvertono gli analisti”. Achara non spiega perché l’attuale governo thailandese “complica o indebolisce la posizione dell’ASEAN nel contesto della sicurezza internazionale”, oltre ad implicare che andando contro gli interessi di Washington si entra in conflitto con “l’ordine internazionale”. Achara tenta di concludere, secondo vari pareri di analisti statunitensi, che il ritardo di diversi accordi tra Thailandia e Cina significa assenza di qualsiasi reale passaggio di Bangkok da ovest ad est. E cerca anche di concludere che la Thailandia è sempre più “isolata”, mentre gli Stati Uniti spostano l’attenzione verso governi e sistemi socio-politici di Filippine, Vietnam e Myanmar. Tuttavia, in realtà, il passaggio da ovest ad est non è recente per la Thailandia o molte altre nazioni del Sud-Est asiatico. E’ graduale, assieme alla crescente influenza della Cina e della capacità di Pechino di fornire alternative eque al “libero commercio” e a compromettenti “partnership” militari degli USA. In effetti, i grandi progetti ferroviari negoziati tra Thailandia e Cina con diversi grandi accordi, sono in stallo. Tuttavia, nonostante ciò, la Thailandia ha fatto diversi accordi minori con la Cina, che non potrebbe fare con gli Stati Uniti anche se lo volesse. L’acquisizione di sistemi d’arma cinesi per sostituire quelli obsoleti degli Stati Uniti continua. Nonostante le voci che la Thailandia cercasse di acquistare T-90 russi per sostituire i vecchi carri armati statunitensi, ha deciso invece di acquistare carri armati MBT-3000 prodotti dalla Northern Industries Corporation (NORINCO) della Cina. Questi entreranno nell’arsenale della Thailandia assieme ai mezzi corazzati di fabbricazione cinese Type-85, acquistati per sostituire i vecchi M-113 degli Stati Uniti. Oltre alla Cina, la Thailandia sostituisce gli elicotteri statunitensi con le alternative russe come i Mi-17 già visti volare su Bangkok, dove un tempo svolazzavano i Blackhawk di fabbricazione statunitense.
Mentre l’editoriale del Bangkok Post tenta di suggerire che queste mosse del governo della Thailandia hanno lo scopo di “avvicinarsi a Stati Uniti e UE”, in realtà operano da anni e già trasformano infrastrutture, economia e forze armate della Thailandia. E’ un sostanziale crescente sradicamento dell’influenza di Stati Uniti ed Europa nella regione. Inoltre, e mai menzionato da Achara, c’è la molto contestata industria del turismo della Thailandia, dove l’occidente tenta d’influenzare l’opinione pubblica per spaventare il turismo occidentale. In realtà, tuttavia, ciò è stato inutile. Per anni, la demografia passava dai turisti europei e nordamericani ai turisti cinesi e russi. La segnaletica nelle zone turistiche, una volta scritte quasi esclusivamente in inglese e giapponese, sono ora anche in cinese e russo. Nonostante questa realtà tangibile, i politici occidentali e filo-occidentali tentano di ritrarre ciò come recente e superficiale. Per capire quest’apparente distacco dalla realtà, vanno considerate le fonti.

Considerare le fonti
Gli analisti che Achara del Bangkok Post cita non sono thailandesi o asiatici, ma statunitensi come Tim Huxley dell’Istituto internazionale di studi strategici, think tank di politica estera finanziato da Fortune 500 e i cui sponsor aziendali includono Big Oil e i più grandi produttori di armi occidentali. Cita anche Yun Sun del Stimson Center, un altro think tank di Washington finanziato da Fortune 500. Chiaramente le fonti di Achara non sono oggettivamente interessate a discernere ciò che è meglio per la pace e la stabilità internazionale dagli interessi particolari che in modo trasparente finanziano e creano la politica che promuovono. E’ chiaro allora perché insistano su un paradigma che favorisce ancora accordi economici e “cooperazione militare” con gli occidentali. Sono gli stessi interessi che cercano di circondare e contenere la Cina per impedire che coordini risorse umane e naturali con le industrie locali, ponendosi in concorrenza con i monopoli occidentali attualmente dominanti il pianeta. L’ascesa di una Cina indipendente, circondata da un solido e cooperativo Sud-Est asiatico, darebbe l’inevitabile perdita di quote di mercato per gli interessi delle imprese-finanziarie che guidano realmente la politica estera occidentale e dettano le opinioni di agenti di basso livello come Achara e il resto della redazione del Bangkok Post. Considerando tale contesto, è chiaro che l’editoriale di Achara che supporta i pensatoi finanziati da Washington, ha lo scopo di recuperare il terreno perduto presso l’opinione pubblica laddove gli Stati Uniti non sono riusciti a tessere relazioni economiche e militari. Tuttavia, l’influenza economica e militare degli Stati Uniti nella regione e sull’opinione pubblica subisce crescenti concorrenza e difficoltà, ma pagare “giornalisti” compromessi come Achara per ripetere continuamente falsità è forse facile per i politici statunitensi, che non vi vedono nulla di male nel provarci, anche se non funziona. Ed è proprio tra le righe delle falsità ripetute dai funzionari di Washington, che il resto del mondo discerne la verità e vede le prime crepe nella facciata del “primato americano sull’Asia”.NCB2pbCTony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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