Modi a Washington: Perché l’India non diventerà un alleato degli Stati Uniti

Alexander Mercouris, The Duran 13 giugno 2016

Le ultime mosse dell’India non indicano che rompe con i BRICS o aderisca ad un’alleanza degli Stati Uniti contro la Cina. Semplicemente l’India persegue la propria politica tradizionale posizionandosi tra le grandi potenze per trarre il massimo vantaggio per se stessa.

wave_093014115350L’ultima visita del Primo ministro indiano Modi di Washington ha rafforzato i timori che l’India diventi un alleato a pieno titolo degli Stati Uniti. I motivi per pensarlo sono stati abilmente discussi dal collega Andrew Korybko in due pregiati articoli per The Duran. Per chi sia interessato ai dettagli delle reciproche mosse di Stati Uniti e India non ha modo migliore per cominciare che da questi due articoli qui e qui. Però davvero l’India abbandona la tradizionale politica di non allineamento alleandosi con Washington e seppellendo di fatto i BRICS? Non ho alcun dubbio che ciò è creduto da Washington. Sono sicuro che dopo la visita del Primo ministro Modi, la politica estera di Washington sarà occupata a congratularsi per il successo nel staccare l’India da Russia e Cina. I tappi di champagne a Langley e Foggy Bottom senza dubbio volano mentre scrivo, e non ho dubbi che Andrew Korybko abbia riprodotto con assoluta precisione come il gioco sull’India sia visto dalla Beltway. Tuttavia sospetto che a New Delhi le cose appaino piuttosto diverse. Sono abbastanza sicuro che speranze e paure di un’alleanza indiana con gli Stati Uniti siano esagerate. Prima di discutere delle ragioni per dirlo, è necessario capirne il retroterra.
Gran parte della preoccupazione espressa sul flirt del Primo ministro Modi con Washington deriva da un equivoco sul suo passato. C’era l’opinione diffusa su Modi, prima di divenire primo ministro dell’India, che poiché gli Stati Uniti gli negarono il visto per gli Stati Uniti, in qualche modo gli si opponesse, suscitando sorpresa quando si è scoperto che non è ostile agli Stati Uniti, con un pizzico di sensazione di tradimento in certi ambienti. In realtà il rifiuto degli Stati Uniti del visto riflette semplicemente l’ignoranza della politica indiana e la propensione degli Stati Uniti a darsi arie, in questo caso sui disordini settari nel Gujarat del 2002, quando Modi era primo ministro dello Stato, ritenuto dagli Stati Uniti responsabile. L’episodio del visto non dice nulla sulle opinioni attuali di Modi sugli Stati Uniti ed è irrilevante per l’azione da primo ministro dell’India, radicata nelle esigenze, ragioni politiche ed interessi nazionali dell’India. In breve e molto crudamente, la politica indiana dall’indipendenza ha seguito una delle due linee tradizioni: la “socialdemocrazia” laica di sinistra associata al Congresso o il conservatorismo liberista associato a ciò che viene spesso chiamato movimento nazionalista hindutva. Assai in generale, durante la guerra fredda, i politici indiani associati al Congresso tendevano verso Mosca, mentre i politici filo-hindutva tendevano ad essere più in sintonia con Washington. Modi proviene dal nazionalismo hindutva. Salì al potere da leader della destra hindutva del BJP dopo aver sconfitto il Congresso nel 2014, alle elezioni parlamentari, e lui stesso si presenta come seguace del precedente Primo ministro del BJP di tendenza hindutva Atal Bihari Vajpayee, il cui nome Modi aveva ripetutamente invocato nel discorso al Congresso degli Stati Uniti, durante la visita negli Stati Uniti. Le radici hindutva di Modi bastano a spiegarne la preferenza per rapporti più stretti con Washington. Vi sono ragioni pratiche tuttavia che lo spingerebbero a tale deriva, in ogni caso, come nel caso del predecessore del Congresso Manmohan Singh.
La prima sono le nette richieste per un maggiore allineamento con gli Stati Uniti da parte della comunità affaristica apertamente pro-USA incentrata sulla città portuale indiana di Mumbai (Bombay). Costituisce una componente fondamentale della circoscrizione politica di Modi e semplicemente non può ignorarla. La seconda è il desiderio di attirare investimenti dagli Stati Uniti per sostenere il programma di rapida crescita e modernizzazione economica. Questa è la priorità assoluta dell’India fin dall’arrivo di Manmohan Singh al Ministero delle Finanze nel governo del Congresso del 1990, liberalizzando l’economia dell’India. Alla luce di questi fattori, Modi ha effettivamente intrattenuto rapporti con gli Stati Uniti. E’ importante dire comunque che tali rapporti seguono la consolidata tradizione dell’India di cercare buoni rapporti con gli Stati Uniti. Alla fine degli anni ’70, il leader di quello che allora era il partito Janata (l’antenato del BJP), il Primo ministro Morarji Desai, era ampiamente sospettato di aver fornito intelligence sul governo indiano a Washington durante la guerra indo-pakistana del 1971. Vero o no, ci sono prove che Henry Kissinger abbia almeno considerato Morarji Desai una risorsa dell’intelligence degli Stati Uniti (per una discussione approfondita della controversa questione, vedasi il capitolo sulla guerra indo-pakistana del 1971 in The Price of Poewr di Seymour Hersh) e difatti seguì una politica più amichevole verso gli Stati Uniti e il Pakistan di quanto fecero i governi del Congresso del periodo. Atal Bihari Vajpayee, predecessore di Modi a capo del BJP e come Primo ministro indiano, durante il premierato compì i primi passi del presente rapporto USA-India, con la visita nel 2000 del presidente degli Stati Uniti Clinton, la prima in India di un presidente degli Stati Uniti dopo 22 anni. L’evento chiave che creò le attuali relazioni strette tra Stati Uniti ed India, tuttavia, non avvenne con Vajpayee, o addirittura Modi. Si ebbe durante l’ultimo periodo del governo del Congresso, quando l’amministrazione di George W. Bush tentò con decisione e in ultima analisi con successo, tra il 2005 e il 2008, di stringere buoni rapporti con l’India. Il culmine in questo periodo, e chiave di volta del rapporto USA-India acutamente indicato tale da Modi nel discorso al Congresso degli Stati Uniti durante la visita, avvenne nel 2008 con l’accordo nucleare civile India-Stati Uniti dove sostanzialmente gli USA riconoscono l’India grande potenza nucleare. Basti dire che il primo ministro indiano, al momento dell’accordo nucleare civile India-Stati Uniti, non era altri che Manmohan Singh, che qualcuno indica come leale ai BRICS e che rappresentò l’India al vertice di fondazione del gruppo a Ekaterinburg nel 2009. È del tutto naturale che Modi, come Manmohan Singh prima, voglia costruire il rapporto con gli Stati Uniti forgiato durante le premiership di Vajpayee e Manmohan Singh. Così, dopo tutto, forse adempie alle proprie esigenze politiche e agli interessi nazionali dell’India. L’India non ha alcun interesse a farsi nemici gli Stati Uniti, ed è del tutto naturale che voglia trarre il maggior numero di vantaggi dagli Stati Uniti, mantenendo un buon rapporto con essi. Però sul grande gioco strategico, per aver buoni rapporti con gli Stati Uniti, l’India deve allinearsi con Washington contro Pechino e Mosca?
Prima di rispondere è necessario dire qualcosa sulla storia dei rapporti dell’India con Pechino e Mosca. La relazioni dell’India con la Cina dall’indipendenza sono state complesse e difficili. I rapporti dell’India con la Russia dall’indipendenza al contrario sono stati semplici e facili. Cina e India hanno avuto relazioni molto strette negli anni ’50, molto più di oggi. Quando sembrava che i primi ministri dei due Paesi, Zhou Enlai e Jawaharlal Nehru, avessero forgiato una stretta amicizia le relazioni crollarono nel 1960 sul Tibet e le dispute di frontiera, con una breve ma feroce guerra combattuta tra i due Paesi nel 1962, quando la Russia si schierò con l’India, sebbene questa venisse ampiamente sconfitta dalla Cina, che occupò gran parte quello che era in precedenza territorio indiano. Le relazioni tra India e Cina rimasero molto tese fino alla morte di Mao Zedong nel 1976, che al momento avvertirono considerevolmente. Nel primo periodo dei rapporti tesi, la Cina però forgiò un’alleanza con il nemico perenne dell’India, il Pakistan, che continua fino ad oggi e che aggiunge ulteriore conflittualità al rapporto indiano-cinese. Con la Russia invece il rapporto è stato semplice e buono. India e Russia sono amici intimi da quando l’India è indipendente dalla Gran Bretagna (l’ambasciatore indiano Krishna Menon fu l’ultimo visitatore straniero ricevuto da Stalin prima della morte nel 1953). Alla fine degli anni ’60, mentre i rapporti di Mosca con la Cina si deterioravano, Russia e India divennero di fatto alleati contro Cina e Pakistan, con la Russia che forniva all’India cruciali aiuti militari, permettendole la vittoria nella guerra indo-pakistana del 1971. Dal collasso dell’URSS, le relazioni tra Russia e India risultarono ridotte, divenendo inevitabilmente più distanti ma rimanendo assai amichevoli. Data la complessa e difficile storia delle relazioni dell’India con la Cina, e data l’enorme avanzata della potenza cinese dagli anni ’70, e data la riduzione della potenza dell’ex-partner dell’India, la Russia, nello stesso periodo, e considerando che la Russia si sé avvicinata alla Cina alleandovisi, è del tutto comprensibile che l’India voglia assicurarsi rispetto la Cina rafforzando i legami con Washington. L’India sicuramente lo farebbe anche se non ci fossero convincenti ragioni economiche (vedi sopra). Tuttavia, oggettivamente ciò che colpisce è la moderazione dell’India nel perseguire questo obiettivo. Mentre l’India ha certamente seguito la logica del miglioramento delle relazioni con Washington, è stata attenta a mantenere i suoi tradizionalmente buoni rapporti con Mosca, e Manmohan Singh e Modi hanno mantenuto aperti i contatti con la Cina, collaborando con la Cina e la Russia nei BRICS. La ragione per cui l’India ha perseguito questo corso equilibrato è in realtà chiarita dagli articoli di Andrew Korybko. Le aspirazioni dell’India ad essere accettata come grande potenza, in ultima analisi sono incompatibili con la subordinazione a Washington, il rapporto di subordinazione verso gli Stati Uniti è l’unico rapporto che Washington oggi appare capace di forgiare con le altre potenze. Oltre a ciò, l’India non ha più interesse ad avere nemica la Cina come nel caso degli Stati Uniti. La Cina è di gran lunga più potente dell’India che non può sconfiggere militarmente come l’esperienza avrà insegnato, e l’impegno degli Stati Uniti a “difendere” l’India dalla Cina è fatuo. La Cina è anche il maggiore partner commerciale dell’India, e come gli Stati Uniti, è un potenziale investitore cruciale nell’economia indiana. Dal punto di vista dell’India mantenere un rapporto operativo con la Cina è prevalentemente nel suo interesse, anche se per motivi storicamente comprensibili il rapporto con la Cina non può essere privo di conflitti o essere caloroso. Tutto ciò indica il tipo di politica che Modi al momento segue, che fu seguita in precedenza dai due predecessori Vajpayee e Manmohan Singh: buoni rapporti con Washington e Mosca, combinati con una certa diffidenza verso la Cina, ma con la costante volontà di lavorare con essa nell’interesse nazionale dell’India attraverso il gruppo BRICS e le varie altre istituzioni che i cinesi creano. Visto in questo contesto è ora possibile leggere in modo corretto il discorso di Modi al Congresso degli Stati Uniti.
Il discorso conteneva tutti i soliti luoghi comuni amati dagli statunitensi: invocazione della “libertà”, luoghi comuni sulla democrazia statunitense, lusinghieri promemoria di come l’India sia una democrazia, peana in lode delle imprese statunitensi, riferimenti ad Abramo Lincoln, Norman Borlaug, Thoreau, Gandhi, Martin Luther king e Walt Whitman (nel caso di scelte interessanti su cui porre alcune domande) e l’eroica lotta comune al terrorismo islamista. Non ha neanche fatto alcuna promessa agli Stati Uniti. L’intero tenore del discorso è stato un invito agli Stati Uniti a sostenere l’India con niente di sostanziale in cambio. È importante sottolineare che nel discorso non c’è un solo riferimento al trattato di supporto logistico discusso a lungo nei due articoli di Andrew Korybko. Se l’accordo sul supporto logistico può divenire una sorta di onnicomprensivo rapporto militare, come Andrew Korybko scrive, ed è senza dubbio questo che gli Stati Uniti credono, è importante dire che che può avvenire solo se l’India si avvia su quella strada. Per come stanno le cose, è improbabile. Dal punto di vista indiano, l’accordo di supporto logistico va visto per quello che è: una polizza assicurativa che l’India ha stipulato con gli Stati Uniti contro la Cina, cui poter attingere se le relazioni con la Cina si guastassero, ma che l’India in ultima analisi prende in considerazione su pressione degli Stati Uniti, che l’ha offerto gratuitamente all’India. La visita di Modi al Congresso degli Stati Uniti e il suo discorso non sono infatti un’eccezione per i primi ministri indiani che di rito, ormai regolarmente, compiono quando visitano gli Stati Uniti. Discorsi simili furono fatti al Congresso degli Stati Uniti dai precedenti primi ministri indiani Rajiv Gandhi, Atal Bihari Vajpayee e Manmohan Singh. Per Modi, l’intervento va considerato un successo, anche se effettivamente non ha offerto nulla ai congressisti, entusiasti per le lusinghe del suo discorso. Il risultato è che Modi ha lasciato Washington con l’approvazione del Congresso su concessioni commerciali e altre vendite di armi.
Dopo aver ottenuto ciò che voleva da Washington, la successiva mossa di Modi dice tutto ciò che si va conosciuto della vera natura della politica indiana. Al ritorno a New Delhi, dove si spera i dispositivi di ascolto degli USA non potessero sentirlo, la prima cosa che fece fu telefonare al partner dei BRICS, il Presidente russo Putin, presumibilmente su una linea sicura. La breve nota del Cremlino sulla telefonata suggerisce che si prepara un vertice Putin – Modi. Definisce puntualmente le relazioni tra India e Russia come “partnership strategica privilegiata”, bilanciando le parole simili usate a Washington per descrivere il rapporto dell’India con gli Stati Uniti. Anche se non si può sapere esattamente cosa Modi e Putin si siano detti, è estremamente probabile che Modi abbia dato a Putin un resoconto dettagliato della visita negli Stati Uniti e che tale fosse lo scopo della telefonata. E’ anche estremamente probabile che un resoconto completo della conversazione Modi – Putin, forse anche una trascrizione, sia stata inviato dal Cremlino a Pechino e che Modi abbia chiamato con l’intenzione che succedesse. In sintesi, l’azione dell’India verso Washington non è quella di un Paese che si riposiziona da alleato degli Stati Uniti contro gli ex-partner Russia e Cina. Né è un tentativo dell’India di giocare una parte contro l’altra. Piuttosto, va vist per quello che è sicuramente: un’attenta manovra di una grande potenza emergente che cerca il massimo vantaggio nel sistema internazionale sempre più fluido. Russi e cinesi lo capiscono senza dubbio, soprattutto perché, come la telefonata di Modi a Putin dimostra, gli indiani fanno attenzione a tenerli informati su ciò che fanno. Gli Stati Uniti, ossessionati dai loro complessi giochi geopolitici, quasi certamente non capiranno ciò che gli indiani pensano, e neanche se gli Stati Uniti avessero un approccio convenzionale alla politica estera, tale comprensione sarebbe abbastanza facile.
Cosi andò l’ultima volta che gli Stati Uniti cercarono di giocare una grande potenza asiatica emergente contro un rivale. Negli anni ’80 gli Stati Uniti cercarono di giocare la “carta cinese” contro Mosca, ignari del fatto che mentre agiva così, russi e cinesi sistemavano tranquillamente le loro differenze. Gli Stati Uniti fecero una serie di concessioni unilaterali per “conquistare” la Cina, proprio come fanno con l’India ora, tra cui la fatale apertura dei mercati degli Stati Uniti alle merci cinesi. Il resto, come si suol dire, è storia.0e00ea42-92d4-4724-870c-8bd3e8381566Wallpaper2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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