Il Patto Molotov–Ribbentropp. Vero patto, finti protocolli

Luca Baldellipakt-5bd5c784f2271f387f8586743659f790Chi non ha mai sentito ripetere, quasi ossessivamente, che URSS e Germania nel 1939 si spartirono la Polonia in barba ad ogni conflittualità ideologica fra comunismo e nazismo? Chi non ha mai sentito le trombe della propaganda anglofila, reazionaria e clericale ripetere che Stalin e Hitler, in quell’estate che segnò il principiare della guerra, fecero della “povera” Polonia una torta sacrificale, tagliata in succulenti pezzi tutti destinati alle mense moscovita e berlinese, con qualche briciola a guarnire i corredi slovacchi? Ebbene, gran parte di quel che avete sentito e letto in proposito è da archiviare nel già ricco archivio delle falsificazioni storiografiche. URSS e Germania non furono mai alleate, né tanto meno complici. Hitler, nel “Mein Kampf”, aveva messo nero su bianco quello che doveva essere il destino dei popoli dell’Est e degli spazi da essi occupati: dovevano diventare terreni di conquista per le armate neoteutoniche, fregiatesi con piglio usurpatorio dell’antico simbolo della svastica, ridotto a emblema di terrore, morte e di un imperialismo tra i più feroci mai visti. L’URSS, con le sue pianure sconfinate, traboccanti di grano e colture agricole, con le sue immense risorse minerarie, rigurgitanti dal ventre della terra, doveva diventare il Lebensraum (“spazio vitale”) della razza “ariana”, la preda del Drang nach Osten (“Spinta verso Est”), obiettivo fissato dalla geopolitica germanica, sia pure non sempre con modalità univoche, fin dal XIX secolo almeno. In particolare, la fertile Ucraina era il boccone al centro degli appetiti nazisti, sapientemente incoraggiati e nutriti dai monopoli tedeschi. Stalin sapeva tutto ciò, naturalmente, e per questo si preoccupò da un lato di potenziare l’apparato difensivo dell’URSS, facendolo assurgere al più alto livello, dall’altro di rafforzare il patrimonio produttivo della Nazione, l’industria in particolare, favorendo, attraverso la pianificazione centralizzata e allo stesso tempo partecipata dal basso, un balzo in avanti degli indici di crescita come mai si era visto nella storia non solo della vecchia Rus’, ma del mondo moderno in generale. La minaccia nazista andava parata e respinta in ogni modo, specie davanti alle sue chiare, aperte collusioni con le Nazioni borghesi, fatto questo che in molti, in troppi, hanno dimenticato. Basta ripercorre alcune date per comprendere l’accerchiamento che, da parte del mondo capitalista, e non solo della Germania, si cercò di attuare ai danni dell’URSS.
1343126186_06 E’ il 26 gennaio del 1934 quando Hitler sottoscrive con il dittatore fascista polacco Pilsudski l’Accordo polacco–tedesco “sulla soluzione pacifica delle vertenze”, che diventerà un paravento per coprire le trame antisovietiche; anche la Polonia, infatti, che ipocritamente rinnoverà un analogo patto con Mosca appena quattro mesi dopo, nutre appetiti espansionistici verso l’URSS. Quale migliore viatico, per dar loro concreto corso, di un’alleanza con il Satana di Berlino fieramente antislavo? La Polonia, in mano a un regime reazionario e antioperaio, sarà la principale causa scatenante del Secondo conflitto mondiale, con la sua inamovibile volontà di ostacolare qualsiasi efficace strategia difensiva antifascista, concertata tra URSS e governi occidentali. Intanto, dal 1934 al 1939, regimi reazionari si affermano e si consolidano in Europa centrale ed orientale, come un cordone sanitario attorno all’URSS. Oltre alla Polonia, Bulgaria, Romania, Stati baltici, Jugoslavia conoscono tutti regimi autoritari, d’impronta anticomunista e antisovietica. Non è, questo, né un caso né una fortuita incontranza spazio–temporale: la crisi economica morde le carni del mondo capitalista e bisogna in ogni modo contenere il Paese che, libero ormai dalle catene dello sfruttamento e interessato da un benessere crescente, inarrestabile, delle masse popolari, addita all’umanità intera mete di vera democrazia nemmeno immaginabili solo qualche lustro prima. Stalin, abile e scaltro quanto devoto alla causa del marxismo-leninismo, con talento diplomatico lavora per l’ingresso dell’URSS nella Società delle Nazioni, fatto questo che avviene il 18 settembre 1934, a un anno e qualche mese dalla presa del potere di Hitler in Germania. L’obiettivo è evitare l’isolamento e allontanare il più possibile i venti di guerra che spirano minacciosi. Già nel 1933 l’URSS ha contribuito più di ogni altra Nazione alla definizione, in sede internazionale, del concetto di aggressione, approfittando dell’occasione offerta dalla Conferenza Economica Internazionale di Londra. In quella circostanza, il delegato sovietico Litvinov ha tenuto banco, proponendo anche un accordo internazionale contro l’aggressione economica, proposta lasciata cadere dai Paesi capitalisti che, così indirettamente, hanno ribadito la loro “missione” storica. Un po’ come il Giappone fascista, che nel 1931, rifiutando di sottoscrivere un patto di non aggressione con l’Unione Sovietica, ha mostrato il suo volto. L’URSS, entrata a pieno titolo nella Società delle Nazioni, si batte indefessamente per un patto di sicurezza collettiva che, in Europa, stronchi sul nascere ogni proposito aggressivo del nazifascismo: tutte le Nazioni amanti della libertà debbono unire le forze e garantirsi reciprocamente aiuto in caso di attacchi provenienti dalle potenze fasciste. Una proposta seria, onesta e franca, davanti alla quale i Paesi capitalistici oppongono dapprima la cortina fumogena di vaghe promesse, poi il sipario di ferro del rifiuto. L’URSS, con grave scorno, deve constatare che il nazifascismo, rivale economico delle potenze “democratiche” borghesi, torna loro utile come testa d’ariete contro il primo Stato degli operai e dei contadini. Ciò appare evidente nell’inerzia occidentale dinanzi alla guerra scatenata dai fascisti spagnoli di Franco contro la Repubblica, sostenuta davvero, materialmente e moralmente, solo dall’URSS; ciò diviene addirittura eclatante con il Patto di Monaco del 1938, benedetto dalla Gran Bretagna di Chamberlain, che consegna la Cecoslovacchia alle fauci spalancate del pangermanesimo nazista, come rampa di lancio contro l’URSS. Anni dopo, nel primissimo dopoguerra, Churchill concepirà l’“Operazione Impensabile” (“Operation Unthinkable”), incentrata su un attacco concentrico contro l’URSS da parte di tutte le potenze occidentali e mitteleuropee. Solo la scienza sovietica, con la costruzione della bomba atomica, unita all’atteggiamento saggio ed equilibrato di alcune diplomazie e al rafforzamento del socialismo nel quadro est–europeo, eviterà scenari da Dr. Stranamore. L’omogeneità della strategia britannica, prima e dopo il secondo conflitto mondiale, si commenta da sola.
8671_original Dinanzi alla chiusura delle “democrazie” borghesi, alle loro trame segrete, l’URSS, che per lungo tempo ha reiterato le proposte di formazione di un possente dispositivo di difesa collettiva nel Vecchio Continente, è costretta a cercare… altri contatti! Ecco che si avvicina l’intesa, quindi, con la Germania nazista che, negli intenti collegiali del Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS e del Governo sovietico, deve servire a prendere tempo, rafforzare le difese del Paese e allontanare nel tempo un’aggressione e un conflitto che si danno per scontati, visti gli indirizzi hitleriani. Una scelta saggia, checché ne dicano gli sproloquianti revisionisti in servizio permanente, a cui l’URSS è costretta, in quel 1939 irto di pericoli e tensioni che trascineranno il mondo nella catastrofe. A spingere verso questa soluzione è anche, ancora una volta, l’atteggiamento della Polonia che con l’avvento di Rydz–Smigly ribadisce, ed anzi accentua, la sua linea antisovietica. Varsavia giocherà sempre a fare la vittima, con insolenza e ipocrisia tipicamente clericali, ma intanto, approfittando degli accordi di Monaco, nel 1938-39 si è pappata, infierendo su una Cecoslovacchia abbandonata da tutti meno che dall’URSS, l’area multietnica di Teschen/Teshin/Cieszyn, da lungo tempo nel mirino del nazionalismo polacco. La Polonia, in quel tempo, brandisce la spada del più aggressivo nazionalismo, fidando (a torto!) sull’appoggio anglo–francese: proclami che parlano di un mega-Stato esteso da Berlino al Mar Nero sono pane quotidiano nel 1938-39 e questo a Mosca impensierisce e a Berlino fa gioco per i disegni di Hitler. Intanto, con i sogni di gloria sempre balenanti ma di là da venire, il governo polacco mette un veto sui progetti di difesa comune europea proposti dall’URSS: le truppe sovietiche non dovranno mai entrare a Varsavia, nemmeno per proteggere il Paese dal nazismo col quale, del resto, si pensa di potersi accordare. Da occidente, si fa sponda a questa follia l’URSS difenda la Polonia e il Corridoio di Danzica ma… senza aspettarsi nulla da Londra e Parigi e, soprattutto, tenendo le truppe e gli avamposti difensivi arretrati… Come dire a una squadra di vincere facendo segnare il portiere e i difensori e tenendo immobili tutto l’attacco e pure il centrocampo! E’ così che Stalin e tutto il gruppo dirigente bolscevico fiutano l’inganno, il pericolo e… danno scacco al re, alla sua perfidia e disonestà, cercando un abboccamento con la Germania per guadagnar tempo, mettendo a punto le migliori difese possibili contro l’inevitabile “Drang nach Osten” e salvare l’URSS dal destino di schiavitù e sottomissione architettato da Hitler. Occorre battere sul tempo il Regno Unito di Chamberlain che, con piani e strategie per una crociata antisovietica che vedono tutti uniti, ha intrapreso trattative segrete col Fuhrer nell’estate del ’39, trattative che falliscono di lì a poco solo per una litigata molto poco oxfordiana e molto in stile templare/teutonico sulla ripartizione dei bottini e dei dividendi imperialisti.
Le porte sono aperte a gioco dei giochi: il 23 agosto del 1939, viene sottoscritto a Mosca il “Patto di non aggressione, neutralità e reciproca consultazione” sovietico-tedesco. Si pone così, da parte sovietica, la pietra tombale sulla strategia dei circoli anglosassoni e francesi volta a soddisfare gli appetiti nazisti a spese dell’URSS e del suo territorio. Il Giappone, che non digerisce il Patto, lo denuncia tirando in ballo la sua incoerenza con i protocolli segreti del Patto anti–Komintern, svelando così la natura aggressiva e non difensiva di quell’accordo. Il governo fascista di Tokyo è costretto a rimangiarsi le mire sull’URSS.
Il Patto tra URSS e Germania cosa recita? Molto semplicemente, sintetizzando, le due parti s’impegnano “ad astenersi da ogni azione di aggressione e da ogni aggressione sia individuale che comune”. Qualora sorgano problemi o dispute rilevanti, “le due parti, così si legge, regoleranno le questioni attraverso scambi di vedute amichevoli ed in caso di necessità a mezzo di una commissione di arbitraggio“. Nessun cenno a confini da mutare, Paesi da invadere, linee di confine da sancire. La storiografia di regime occidentale, borghese, ha tirato fuori, subito dopo la guerra, il falso dei cosiddetti “protocolli segreti” che sarebbero stati annessi al testo ufficiale. In queste postille “segrete” sarebbero state stabilite, di comune intesa tra URSS e Germania, le seguenti misure da adottare: il confine tra le sfere di influenza tedesca e sovietica doveva correre lungo i limina baltici, con l’Estonia, la Lettonia e la Finlandia sotto l’influenza di Mosca e la Lituania condotta sotto l’egida del Reich. In caso di mutamenti territoriali, il destino della Polonia sarebbe dovuto essere il seguente: ad est dei fiumi Narev, Vistola e San avrebbe spadroneggiato l’URSS, mentre nel resto del Paese, o nella sua quasi totalità, la croce uncinata avrebbe proiettato la sua inesorabile ombra. La Germania, poi, metteva nero su bianco il suo disinteresse per la Bessarabia, regione rumena abitata da una forte minoranza russa, ucraina ed ebraica. Quale migliore manovra per infangare l’immagine dell’URSS di una patacca nella quale si parla di spartizione delle sfere di influenza tra URSS e Germania ? Questo falso è dato per vero e assodato, purtroppo, anche da una parte rilevante della storiografia alternativa, a riprova di come le calunnie abbiano vita lunga, mentre la verità deve farsi strada tra mille ostacoli. Lo storico e militante comunista Kurt Gossweiler, ad esempio, nel suo pregevole testo pubblicato anche in Italia col titolo “Contro il revisionismo”, utilissimo per comprendere i passi della politica estera sovietica nel 1939-40, dà per scontata l’autenticità dei “protocolli”. Un’attenta analisi filologica e grafologica, unita ad una scrupolosa disamina dei fatti, chiarisce tutto e dissipa ogni dubbio, invece, sulla loro indubbia falsità. La Germania nazista, lanciata come è alla conquista degli spazi est–europei, se da un lato sottoscrive un patto temporaneo di non aggressione con il nemico giurato, ovvero l’URSS, per prendere tempo (stessa tattica usata da Stalin per prepararsi), dall’altro non può programmare nessuna intesa spartitoria con il nemico stesso, per il semplice motivo che ciò significherebbe legarsi le mani eccessivamente e precludersi, sullo scacchiere geopolitico, spazi di manovra assolutamente necessari nell’ottica di un espansionismo aggressivo come quello nazista. E’ la logica che lo dice, prima di ogni altra cosa. I fatti, naturalmente, sono a conferma di questa elementare verità.
6932220 L’URSS, che intende stare alla lettera dei patti sottoscritti, allo scoppiare del conflitto, con l’invasione della Polonia in data 1° settembre 1939, non muove le sue truppe. Se vi fossero stati davvero protocolli segreti incentrati sulla spartizione del Paese, l’Armata Rossa avrebbe quel giorno stesso, o nel giro di pochi giorni, invaso anch’essa, come la Wehrmacht, la Polonia e occupato i territori di suo interesse. Nulla di questo accade in quella calda fine d’estate del ’39, anzi, l’URSS rifiuta qualsiasi invito a un coinvolgimento diretto nel conflitto, in nome, in primis, del diritto internazionale e dei principi internazionalisti. Stalin, il Partito e il Governo sovietico sono anche consapevoli della trappola che s’intende tirare loro da parte di Hitler: un’URSS lanciata alla conquista delle regioni orientali della Polonia (anche se abitate in maggioranza da russi e ucraini, quindi usurpate dallo Stato fascista polacco!) la qualificherebbe davanti al mondo intero come Stato invasore, con tutte le conseguenze del caso. Mosca si rende anche conto che l’alleanza occidentale con la Polonia e la protezione accordata a Varsavia da Francia e Regno Unito esistono solo sulla carta. Nessuno vuole morire per Danzica, per il Corridoio polacco causa scatenante il conflitto! Qualcuno, invece, sia a Londra che a Parigi, vuole bandire, previo accordo con una Germania resa più ragionevole, una crociata antisovietica che ricompatti l’occidente cementando una nuova alleanza in nome dell’anticomunismo. E anche questo Mosca lo sa bene! Il volo di Rudolf Hess in Gran Bretagna, nella primavera del ’41, si situa in questa trama ancora oggi oscura, fatta di timide ammissioni e di documenti in larga parte secretati. Ad ogni modo, l’Armata Rossa fa il suo ingresso in Polonia solo il 17 settembre del 1939, quasi un mese dopo la sottoscrizione del Patto tra URSS e Germania e solo dopo che lo Stato polacco, mostrando il volto vigliacco e infido della sua classe dirigente, il velleitarismo della sua politica estera megalomane e pericolosa, nonché la totale impreparazione del suo Esercito, segnato da diserzioni in massa di appartenenti alle minoranze nazionali oppresse, si è dissolto completamente sotto i colpi delle armate naziste. Nel momento in cui lo Stato polacco cessa di esistere, con tanto di fuga ingloriosa del governo in Romania, l’URSS, giustamente, interviene per proteggere le minoranze russe e ucraine presenti nel territorio, all’interno del quale erano state vessate per venti lunghi anni. La Wehrmacht, infatti, sembra marciare senza impedimenti e milioni di russi e ucraini rischiano di venirsi a trovare sotto la giurisdizione tedesca. L’ingresso dell’Armata Rossa nel Paese, che non è un atto di guerra in quanto non esiste più alcuna autorità statale a Varsavia già da qualche giorno, evita a quei popoli un tragico destino. L’Esercito polacco, così debole e arrendevole verso i tedeschi, ridotto a bande sparse dalla spinta della Wehrmacht, sfoga contro l’Armata Rossa la sua frustrazione e il suo odio nutriti da anni di educazione anticomunista e antisovietica, con azioni violente e uccisioni di soldati. Nonostante questo, il settembre 1939 sarà tutto costellato di tentativi, da parte dell’URSS, per rimettere in piedi uno Stato polacco sovrano, amputato sia delle regioni a maggioranza russo–ucraina sia di quelle a maggioranza tedesca. Stalin si rende conto, assieme a tutti i dirigenti bolscevichi, che uno Stato cuscinetto è utile all’URSS e che una linea di confine con la Germania nazista è, invece, un rischio.
Il 18 settembre 1939, un documento del Governo sovietico, sulla cui autenticità nessuno può porre dubbi, afferma che è intenzione di Mosca “adottare tutte le misure per garantire la protezione del popolo polacco dalla sciagura della guerra, nella quale è stato gettato dalla sconsideratezza dei suoi capi, offrendo al popolo stesso la possibilità di condurre una vita tranquilla”. Non solo: il giorno seguente, il 19 settembre, un comunicato congiunto sovietico–tedesco manifesta la comune intenzione di “aiutare il popolo polacco a riorganizzare la propria compagine statale”. Strano lessico, quello dei documenti in questione, per chi avesse inteso condurre in porto una spartizione, un’annessione, distruggendo per intero la sovranità di uno Stato! Altro elemento che distrugge ogni tesi di “sacra unione” sovietico–tedesca: il 7 settembre, nei suoi diari, Halder, Capo di Stato Maggiore tedesco, aveva affermato che Hitler era pronto a riconoscere, entro certi limiti territoriali, una Polonia sovrana svincolata da Gran Bretagna e Francia. Parimenti, le aree a maggioranza ucraina e russa dovevano essere staccate dalla nuova compagine statale. Il 12 settembre, Canaris aveva ricevuto l’ordine di attivare focolai insurrezionali per creare una Galizia nazionalista e anticomunista sotto l’egida ucraina. E’ evidente che, se è vero questo, non esiste alcuna intesa con l’URSS! Infatti, solo l’intervento dell’Armata Rossa, il giorno 17, evita questo scenario, che avrebbe portato ad uno Stato anticomunista aggressivo e fanaticamente nazionalista alle porte dell’URSS, con rivalse inimmaginabili verso le popolazioni polacca ed ebraica, concepite come dominatrici e vessatrici. Grazie a quell’intervento, la Germania, rappresentata a Mosca da Von der Schulenburg, pezzo da novanta della diplomazia, capisce che l’URSS, corretta nel rispetto dei trattati, non intende avallare espansionismi eccessivi e incontrollati, e nemmeno Stati-fantoccio per essa pericolosi. Da parte sovietica si spera anche, e questo la storiografia non lo ha quasi mai messo in evidenza, che nella leadership nazista prevalga l’ala “eurasista“, non del tutto sopita, desiderosa di addivenire ad un patto organico con l’URSS buttando a mare le farneticazioni imperialiste del “Mein Kampf” e realizzando il “Drang nach osten” pacificamente, con il rafforzamento delle relazioni economiche e politiche con l’URSS e gli Stati dell’area centro–orientale e balcanica. Questa tendenza si paleserà, ad onta di storiografie manichee e tendenziose che nulla hanno di dialettico, tanto meno di marxista, quando nel giugno–luglio 1941 diversi studiosi, militari, politici nazionalsocialisti si dimetteranno dai loro posti, giudicando assurda e inammissibile l’invasione dell’URSS. Nel gruppo dirigente nazista c’è chi carezza l’ipotesi della Polonia indipendente per motivi contrastanti: l’ala eurasista, di cui abbiamo trattato, per rafforzare la propria concezione nel quadro politico–istituzionale del Reich; quella hitleriana ortodossa, per raggiungere, tramite una pace con il Regno Unito, l’obiettivo di una futura crociata unitaria dell’occidente e della Polonia stessa contro l’URSS.
2768 Come abbiamo visto, sono proprio i Polacchi, o meglio il loro gruppo dirigente, a rendere impossibile uno scenario gradito, per ragioni opposte, tanto all’URSS quanto alla Germania: la fuga ingloriosa del governo polacco in Romania distrugge ogni possibilità di accordi e obbliga URSS e Germania a stabilire un confine, in forma pattizia, pubblica e trasparente, in territorio polacco, il 28 settembre 1939. L’Urss si attesta lungo la linea Narev–Bug–San, lasciando la Vistola all’influenza tedesca. Lo Stato sovietico vede riconosciuta anche la Lituania come componente della sua sfera di influenza. Ora, la Vistola sarebbe dovuta entrare, secondo i “protocolli”, nell’area sovietica, mentre la Lituania avrebbe dovuto essere appannaggio della Germania. Se ciò non avviene è per mutamenti completamente indipendenti da inesistenti volontà pattizie presuntamente modificate nel tempo. La Germania, in quel 1939, vuol fare del Baltico un sol boccone, come provano movimenti e trame che dureranno fino a tutto il 1940 e che verranno sventati solo grazie alla volontà sovietica di pace, al movimento dei lavoratori e al barlume di saggezza di settori governativi estoni, lituani e lettoni, consapevoli del rischio di finire sudditi del Reich. Se nel 1940 quei Paesi entreranno a far parte della comunità sovietica, sarà per la loro volontà di non sottostare alle minacce naziste e con il grave scorno della Germania, dimostrato da note di protesta e minacce. Stesso ragionamento vale per la Finlandia che, lungi dall’essere una vittima, in quello stesso periodo provoca l’URSS in nome di un nazionalismo sapientemente rinfocolato da Berlino e finisce per pagarne il prezzo, rinunciando a propositi che prevedevano la conquista di una porzione consistente dell’area di Leningrado assieme all’esercito del Reich.
Alla luce di tutto ciò, le falsificazioni dei protocolli appaiono grossolane, nella loro somma incoerenza con la realtà effettiva delle scelte compiute e dei fatti avvenuti. Intanto, le presunte copie originali del documento nessuno le ha mai viste e mostrate, né negli archivi sovietici né in altri. La stessa indicazione dei “protocolli segreti” presente in calce al documento, avallata nella sua improbabile autenticità dalla storiografia ufficiale, è farlocca finanche dal punto di vista linguistico: lo studioso russo A. A. Kungurov mostra come l’espressione “i protocolli sono parte organica del patto” sia completamente incoerente con la struttura lessicale russa. Quest’ultima, infatti, prevede la dizione “parte integrante”, essendo l’organicità concepita e declinata come attributo scientifico, non filosofico, letterario o protocollare. “Неотъемлемую” (integrante) e “Oрганическую” (organico) non sono, nella lingua russa, parole intercambiabili come invece avviene nella lingua inglese o italiana. Evidentemente nei laboratori della CIA, che con ogni probabilità hanno confezionato i “protocolli”, s’ignorano queste sottigliezze. L’attenta analisi filologica poi, mostra come vi siano altri grossolani errori grammaticali e formali. come quando si parla di “Stato polacco” e “Stati baltici” mettendo maiuscole e minuscole a casaccio: nella fattispecie, lo Stato polacco è indicato come “Польского Государства” (“Stato Polacco”), mentre gli Stati baltici sono indicati come “рибалтийских государств” (“stati Baltici”), con un errore inammissibile in sede di accordi internazionali e, in assoluto, per persone letterate e colte. Sulla firma di Molotov, il documento è tutto un programma. Qui si intendono mostrare, a destra, le vere firme del Commissario del Popolo agli Affari Esteri e, a sinistra, le presunte firme dei protocolli, sia in alfabeto latino che in cirillico, evidentemente falsificate:

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009La differenza balza anche agli occhi di un profano, non esperto di grafologia. E perché Molotov avrebbe dovuto firmare anche in alfabeto latino, quando nella sottoscrizione dei patti con il Giappone gli ideogrammi nipponici gli furono stato risparmiati?
Il Processo di Norimberga, che segna il redde rationem verso i nazisti, fa emergere anche prove generali di guerra fredda attorno ai falsi “protocolli”: i nazisti Ernst Von Weizsacker (ambasciatore in Vaticano) e Alfred Seidl (avvocato di Rudolf Hess), assieme ad altri, cercano, evidentemente per mettere zizzania tra URSS e potenze alleate occidentali, di tirar fuori la storia di questi protocolli. E’ qui che nasce la leggenda degli stessi, alimentata dalla storiografia di regime delle varie centrali e think thankes legati a doppio filo a CIA e apparati di guerra psicologica. Seidl cita il generale Jodl come fonte per l’asserita verità di questi protocolli, ma negli interrogatori di Jodl non v’è traccia di cenni a quelle patacche. Weizsacker, messo alle strette dai giudici sulla questione, è costretto ad ammettere di non aver nulla in mano, se non copie molto dubbie di documenti, che vengono respinte come inservibili non solo dal Procuratore Rudenko, sovietico, ma anche dallo statunitense Thomas Dodd, obiettivo e imparziale come pochi altri suoi concittadini. Altri nazisti, quali Gustav Hilger, uomo di punta della cancelleria nazista, tentano di dar manforte alla tesi antisovietica dei protocolli senza produrre nulla di credibile, mentre ad elementi come Friedrich Gaus (consulente legale del Ministero degli Esteri) vengono messe in bocca parole mai pronunciate e comunque mai provate, con l’ausilio di documenti taroccati. Copie apocrife e fotocopie di fotocopie di documenti, con inspiegabili incoerenze e fin troppo spiegabili interpolazioni testuali, e filologiche: ecco i ridicoli assi nelle mani di ridicoli figuri, che sperano disperatamente di passare da imputati a giudici. Hilger ed altri nazisti sostenitori della tesi dei “protocolli”, ingrosseranno le fila degli specialisti degli apparati spionistici USA e delle articolazioni del Dipartimento di Stato. Ribbentrop, dal canto suo, nulla dice e nulla svela di particolarmente significativo, men che meno avalla i taroccamenti di certi suoi sodali. Questo, insomma, è il brodo di coltura dal quale è scaturita la fetida fiaba dei “falsi protocolli”: un caso montato ad arte per mettere l’URSS sullo stesso piano della Germania nazista ed oscurare l’impegno per la pace di Stalin e del gruppo dirigente bolscevico tutto, primo ad opporsi alle trame di guerra del Reich e ai maneggi delle potenze imperialiste occidentali, ammantate da velo della “democrazia”. Un caso orchestrato anche per nascondere il carattere guerrafondaio e reazionario della clericale Polonia, ancora oggi impegnata in una folle strategia di provocazione anti-russa per procura, che minaccia di far implodere non solo l’area est–europea, ma quella eurasiatica e il mondo intero. Gratta gratta sotto la superficie della storia e trovi l’attualità!00008azfRiferimenti bibliografici utili:
Storia universale” dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, vol. 9 (Teti Editore, 1975)
Ivan Majskij: “Perché scoppiò la seconda guerra mondiale” (Editori Riuniti, 1965)
A. A. Kungurov: Секретные протоколы, или Кто подделал пакт Молотова-Риббентропа
Kurt Gossweiler: “Contro il revisionismo” (Zambon Editore, 2009)

One Response to Il Patto Molotov–Ribbentropp. Vero patto, finti protocolli

  1. byebyeunclesam scrive:

    per arricchire l’analisi dell’autore, in merito al patto tedesco-sovietico del 23/8/1939 riporto un estratto da Carl Schmitt, La guerra d’aggressione come crimine internazionale (il Mulino, 2015, p. 119):

    “Il 28 settembre 1939 fece seguito il Trattato tedesco-sovietico di amicizia e per i confini, che fissava i confini degli interessi imperiali di entrambi i contraenti nel territorio dell’allora Stato polacco; riconosceva questi confini come definitivi e rigettava “ogni intrusione di potenze terze in questa regolazione”. In uno scambio di lettere tedesco-sovietico del 28 settembre 1939 si concordò, sulla base e nel senso della raggiunta intesa politica, di promuovere con ogni mezzo le relazioni economiche e lo scambio di merci tra Germania e Unione Sovietica e di realizzare un programma economico che prevedesse lo scambio tra le materie prime sovietiche e i prodotti industriali tedeschi. Per l’adempimento di questo piano, l’11 febbraio 1940 fu concluso tra i due Paesi un accordo economico e il 10 gennaio 1941 un accordo economico allargato.”

    saluti

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