Motorola, il Cavaliere dell’Allegria

Aleksandr Kots, Komsomolskaja Pravda, 17 ottobre 2016 – Slavyangrad

Motorola andò a combattere nel Donbas dopo aver sentito un kievita dire: “Per uno dei nostri, uccideremo dieci russi.”14724472Il nominativo Motorola, Arsen Pavlov lo scelse molto tempo prima degli eventi nel Donbas. In Russia, operò per tre anni come segnalatore della 77.ma Brigata della Fanteria di Marina. Fu qui che ebbe il soprannome rimastogli continuando la carriera militare dopo il servizio obbligatorio, e due turni di servizio in Cecenia. In Cecenia visse la prima esperienza di combattimento, divenendo assuefatto alla guerra. C’ chi è trascinato nel tritacarne di sanguinose battaglie, e ne emerge con l’animo a terra e l’avversione alle armi. E poi c’è il fanatico che non solo ama combattere e ne è abile, e c’è anche chi riesce a conservare l’umanità. Motorola era uno di questi ultimi. Un soldato di Dio, un appassionato di rap russo e barzellettiere. C’incontrammo nella primavera del 2014, quando era ancora possibile arrivare direttamente a Slavjansk, anche se i combattimenti già imperversavano in città e nella periferia. Un furgone finì sotto il tiro dell’artiglieria ucraina, non lontano dal posto di blocco di Karandashi per Andreevka. Con le luci spente, ci muovevamo lentamente verso il furgone che bruciava al crepuscolo, quando uno gnomo in tuta militare, carico di armi, si materializzò dal buio. Nonostante la bassa statura, sembrava muoversi naturale coll’equipaggiamento, rafforzandone la credibilità.
Dove cazzo andate?” Chiese bonariamente, con un sorriso che tuttavia non prometteva alcuna chiacchierata. “Chi diavolo siete?
Giornalisti russi...”
Che sei russo è una buona cosa, che guidi al buio, pessima“.
Va bene, allora se camminiamo verso il furgone, riprendendo la scena?
Ti droghi di adrenalina o che?” sghignazzò Motorola con evidente rispetto. “Voltati e seguici. E non guardare la segnaletica“.
Motik, come era noto agli amici, non amava parlare del passato. Era nato nella Repubblica di Komi, rimase orfano a quindici anni e crebbe con la nonna. A parte il servizio militare, apprese diverse professioni, brevetto di soccorritore, operaio marmista ed edile, tra gli altri. Ma il suo cuore era sempre attirato dal sentiero militare. In un primo momento seguì Maidan in televisione, dopo un viaggio a Kiev “per saziare la curiosità”. Quando sentì qualcuno dire “per ognuno dei nostri, uccideremo dieci russi“, il suo animo s’infiammò. Aderì al movimento di protesta nel sud-est dell’Ucraina, prima degli eventi di Slavjansk. Partecipò alla marcia di protesta di Kharkov e Odessa, finché finì nella primavera della Crimea, da dove partì con la piccola unità di Igor Strelkov recatasi a Slavjansk. Una volta lì, fu subito uno dei beniamini dei media. Non per sete di notorietà, ma per la socievolezza e il carisma naturali. La capacità di descrivere eventi gravi con ironia affascinava, e le sue apertura e socievolezza erano gradite. Motorola fu uno dei primi a capire che la componente mediatica di tale guerra è importante quasi quanto i combattimenti. Usando un’enorme tablet, filmò le prime battaglie che passò a noi giornalisti. Per trasmetterli, era inevitabile filtrare i commenti di Motorola, che rendeva impossibile mostrare la guerra senza sorridere. Dopo la prima battaglia di Semjonovka, il 5 maggio 2014, Motik fu tra gli ultimi a lasciare il campo di battaglia, rientrando eccitato e ansioso: “Basta riprendere” ruggì minacciosamente, con un gesto del fucile, al cameraman di Zhenja Poddubnij, Vasja Jurchuk. “E’ uno di noi“, intervenne con attenzione Zhenja. “Oh, scusa, fratello“, rispose subito timidamente Motorola. Un’ora dopo ci passò i suoi filmati dei combattimenti, immagini che presto si diffusero nel Paese. Ma ogni giorno che seguì fu sempre più difficile tenere un fucile automatico in una mano e uno smartphone nell’altra. Motik iniziò a portarci in guerra invece di portare la guerra da noi. Nikolaevka, Semjonovka, Illovajsk, Debaltsevo, Aeroporto di Donetsk… Eravamo dietro il recinto di cemento di fronte al Nuovo Terminal, con il secondo piano ancora occupato dai “cyborg” ucraini, mentre il primo piano era già stato liberato dalla Milizia. Arsen ci portò il più vicino possibile, in modo da poter riprendere alcune immagini. La morte dai vari calibri esplodeva in modo assordante intorno a noi, ma Motorola era calmo e composto.
“Sono nostri?” Indicò Motik su un tratto di bosco a trecento metri da noi. Carri armati posizionati sparavano a bruciapelo sul terminal. Solo i lampi si potevano vedere.
I giornalisti e i loro occhi acuti“, rispose Motorola con l’ineffabile sorriso. E guidava i mortai della milizia su tali carri armati.
E ora dobbiamo filare“, facendoci l’occhiolino. “La risposta sta arrivando“.
Ma il nostro drone non è ancora tornato“, risposero i miei colleghi, sconcertati.
E sia, vi aspettiamo“, si sedette tristemente Motorola, appoggiato alla recinzione.
10458332 Il ronzio del drone si confuse con le esplosioni del tiro di controbatteria. Motik aspettò pazientemente mentre caricavamo l’auto. Dopo ci scortò fuori dalla zona di tiro dell’artiglieria col suo noto quad adornato con la bandiera della Fanteria di Marina che garriva al vento, è poi tornò al fronte. Un paio di mesi dopo assaltò l’aeroporto con i suoi uomini, combattendo in prima linea: “Beh, c’è un altro modo?“, avrebbe sempre sorpreso la nostra domanda. “Se non vado io, allora come posso inviare i miei uomini in battaglia? So che alcuni di loro non torneranno. Come potrei guardargli negli occhi?” Motorola sapeva perfettamente che, durante le tregue, senza battaglie ed operazioni di ricognizione, un esercito inizia deteriorarsi. Perciò fece sudare il battaglione negli intervalli, addestrandolo dall’alba al tramonto, utilizzando gli schemi delle Forze Speciali russe. Allo stesso tempo, aggiornava regolarmente il suo account Instagram. “Siamo d’accordo su un hashtag, così che tutti i corrispondenti di guerra possano caricare i loro video su internet in modo centralizzato. Come gli statunitensi, solo che i loro video sono stronzate. Nel frattempo c’è una vera guerra qui, e gran parte di essa è andata persa“, si lamentò Motorola al nostro ultimo incontro, il 1° ottobre.
Eravamo seduti al Café Leggenda, luogo di ritrovo non ufficiale dei giornalisti dall’agosto 2014. Allora era l’unico posto in città ancora aperto. Dato il Wi-Fi gratuito, Motorola frequentava il posto, ristorandosi con un cappuccino e parlando ai giornalisti.
Sembri nervoso“, osservò uno dei nostri amici.
Sì, Lenka dovrebbe partorire oggi o domani“.
Makar nacque il giorno dopo. Motik pubblicò subito la notizia su Instagram. Miroslava, nata un anno prima, ora aveva un fratellino. Quando Arsen e la guardia del corpo entrarono nell’ascensore, i suoi figli lo aspettavano nei loro lettini. L’esplosione scosse l’edificio, riempiendolo con l’odore di fuliggine e polvere da sparo bruciato. Lena conosce questo odore, è di Semjonovka, dove incontrò Arsen. Si sposarono a Donetsk e tennero la cerimonia nuziale in Crimea…
Motorola non aveva alcuna voglia di fare politica; non gli interessava. Perciò, la teoria dello scontro interno è semplicemente fuori luogo. In Ucraina, invece, è stato dipinto come un mostro che giustiziava prigionieri. Vidi come Motorola trattava i prigionieri, e queste accuse sono solo menzogne. Per Motorola, l’esecuzione toglieva dignità. Non era indulgente, ma neanche crudele. Non era eloquente, ma molto convincente. Non era un bell’uomo, ma un amico devoto e un marito fedele. Era un guerriero di Dio. Il Cavaliere dell’Allegria.moto3

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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